Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa

“Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa. E’ la nostra debolezza, ma paradossalmente la nostra forza. I default della Grecia o del Portogallo o perfino della Spagna , semmai dovessero verificarsi…sarebbero certamente sgradevoli ma sopportabili dall’Europa. Un default dell’Italia no, sconquasserebbe l’Europa intera  con conseguenze negative non trascurabili perfino in Usa: il sistema bancario europeo (e non soltanto) ne sarebbe devastato…è questa la spada di Brenno che Letta può gettare sul tavolo della discussione con gli altri membri dell’Unione a cominciare dalla Germania”.

Queste parole di Eugenio Scalfari su Repubblica del 1.12. segnano, se prese sul serio, una svolta radicale nella linea politica di questo giornale che da giorno della “salita” al governo prima di Monti e poi di Letta è stato, al livello delle opinioni che “contano”, il principale puntello di quei due Governi e dei relativi Presidenti del Consiglio, che hanno fatto dell’accettazione incondizionata dei diktat economico-finanziari di Germania, BCE e Unione Europea la ragione stessa della loro esistenza e della loro legittimazione. Soprattutto perché a livello nazionale non hanno invece fatto altro che massacrare la popolazione che avrebbero dovuto guidare “fuori dalla crisi” e si sono entrambi rivelati tanto ridicoli quanto inetti (tanto per non rivangare altro, con il dramma degli esodati il primo o e la farsa dell’IMU il secondo).

Ora Scalfari ci spiega  una cosa che già sanno persino uno studente del primo anno di economia o un bancario a inizio carriera: che quando il debito è consistente, il coltello dalla parte del manico (la “spada di Brenno”) ce l’ha il debitore e non il creditore. A condizione di saperlo/a e volerlo/a usare. Con l’Europa la posta in gioco è alta: si tratta di rinegoziare radicalmente i trattati dell’Unione e gli accordi della zona euro per riformare la BCE (e farne un prestatore di ultima istanza), azzerare il fiscal compact (eliminando l’obbligo di far rientrare il debito pubblico al 60 per cento del PIL in vent’anni), il pareggio di bilancio (e qui la spada di Brenno andrebbe rivolta contro i parlamentari italiani che l’hanno votato), la mano libera alla finanza (vietando il traffico di derivati di ogni genere non sostenuti da adeguati sottostanti), la “libera” circolazione dei capitali (con una vera tassa sulle transazioni finanziarie), rivedere l’unione bancaria (introducendo il vincolo della separazione tra banca commerciale e banca d’affari) e sostituire alla moneta “unica” una moneta “comune” (con flessibilità interna tra i vari Stati); e molte altre cose ancora. Altrimenti, kaputt.

Una minaccia che all’Italia costerebbe ben poco, perché è comunque il destino a cui le politiche, in successione, di Tremonti, di Monti e di Letta – cioè della BCE e, per suo tramite, dell’alta finanza internazionale – l’hanno condannata da tempo; come hanno fatto con la Grecia e con gli altri nostri compagni di sventura: Spagna, Portogallo, Bulgaria, oggi; e domani Francia, Ungheria e via andando.

Se la “svolta” di Scalfari segnala che alla fine anche un elementare buon senso si vede ormai costretto a prospettare soluzioni radicali, fino a oggi esecrate come la più irresponsabile delle ipotesi – “pericoloso anche solo nominarla”: così, per esempio, Felice Roberto Pizzuti – è però altamente improbabile che qualcuno dia seguito a quel suo consiglio: Letta non ha la tempra né la cultura per farlo; non ha una forza politica che lo sorregga in un passo di questa portata, avendo abbracciato – su indicazione di Napolitano – la strada del “galleggiamento” giorno per giorno; ma soprattutto non ha a disposizione un “piano B”: un’ipotesi per affrontare i problemi nel caso che le controparti rispondano picche al suo ricatto (perché di ricatto si tratta, anche se sarebbe una mossa sacrosanta).

Sulla tempra e la cultura di Letta (come su quelle di Monti, un “tecnico” portato in palma di mano da mezza Europa – la sua – e da tutto l’establishment italiano, e rivelatosi poi, insieme al cagnolino Empy, una mezza calzetta), sorvoliamo. Sulla sua forza politica, anche: i partiti delle larghe intese – ora ridotte a intese molto strette – sono allo sfascio: non sanno nemmeno come si chiameranno domani, né se esisteranno ancora. Quanto al “piano B”, non si tratta di bazzecole, o di misure che possano essere affidate a un “consulente esterno” qualsiasi, come un Bondi o un Cottarelli sulla spending review; o a ministri che non sono stati nemmeno capaci di calcolare il reddito medio dei deputati europei, avendo alle spalle tutto il personale tecnico dell’Istat, come Giovannini; o l’impatto dell’abolizione dell’IMU, come Saccomanni, che pure ha diretto per anni, chissà come, la Banca d’Italia.

Il “piano B” è una strategia che richiede studi, confronti, verifiche e soprattutto consenso: tutte cose che l’attuale compagine di governo non ha la minima idea di che cosa siano. Ma che mancano anche a chi ricorre alla formula semplicistica e demagogica di “uscire dall’euro”: quasi che si potesse tornare alle cose di una volta: quando bastava svalutare la moneta per recuperare competitività e mercati di esportazione. Quella convinzione rappresenta in realtà la quintessenza del liberismo: l’idea che sia il mercato a regolare l’economia e che una variazione dei prezzi internazionali basti per rilanciare lo sviluppo. Un  “piano B” invece non può che essere una strategia. Una strategia che deve poter funzionare tanto nel caso, assai improbabile, che l’Italia venga esclusa o si autoescluda dall’euro, o in quello, assai più verosimile, che l’euro si dissolva – nel caos di una serie di default incontrollati – per via delle sue contraddizioni, quanto nel caso che tutte o le principali richieste relative a una rinegoziazione dei trattati venissero accolte: perché il riordino del sistema finanziario che detta legge in Europa e nel mondo è sì necessario, ma di sicuro non sufficiente.

Al suo fianco ci vuole un programma per rimettere in piedi l’economia reale, cioè reddito, occupazione e servizi sociali (scuola, sanità, cultura, pensioni, ecc.); che non vuol dire rilanciare l’araba fenice della “crescita” (“che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”), ma valorizzare le competenze umane e il patrimonio di impianti, di know-how e di risorse materiali e ambientali che il trend economico in atto sta mandando in malora a livello locale, nazionale, europeo e mondiale.

Vaste programme”, avrebbe detto de Gaulle. Si dia il caso, però, che quello a cui né Letta, né Monti, né Tremonti, né Scalfari, né tutti quelli come lui non hanno mai pensato, sia invece da anni – anzi, da decenni – al centro della riflessione, degli sforzi, delle buone pratiche, del confronto e dei dibattiti che coinvolgono milioni e milioni di donne e di uomini di buona volontà, riuniti in comitati, movimenti, associazioni, forum e reti di varia natura e impegnati, anche se nessuno ne parla, in lotte, anche durissime e a volte mortali, in tutti gli angoli del pianeta, Italia compresa.

E’ un programma di radicale conversione ecologica dell’apparato economico e degli stili di vita (ovvero dei modelli di consumo) teso a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale e dai mutamenti climatici in corso (ciò di cui, ancora una volta, si è fatto beffe il vertice COP 19, riunito a Varsavia dal 23 al 29 novembre con i delegati di tutti i “governi Letta” del mondo) e, al tempo stesso, teso a valorizzare al massimo le risorse umane, materiali, ambientali e tecnologiche di cui l’umanità può disporre per rendere meno iniqua la distribuzione del potere e della ricchezza e più accettabile la condizione umana per tutti. Non si tratta di utopie astratte, ma di progetti concreti, alla portata di tutti, perché imperniati su una partecipazione attiva (da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni) e sulla ri-terrritorializzazione dei processi economici: cioè sul riavvicinamento sia fisico che organizzativo tra produzione e consumo; tutto l’opposto dell’accentramento politico e finanziario in corso e della globalizzazione dei mercati che mette in concorrenza tra loro miliardi di individui, di cui si sono nutriti tanto lo “sviluppo” degli ultimi decenni, quanto le politiche di risanamento che hanno ridotto, oggi la Grecia e domani l’Italia, a una condizione peggiore di quella di un paese devastato dalla guerra.

E’ un programma che non può essere perseguito a livello nazionale, perché è al tempo stesso locale – le cose vanno fatte innanzitutto là dove tutti possono partecipare alla loro realizzazione – e sovranazionale: i problemi di fondo sono quasi ovunque gli stessi, come uguali per tutti sono i poteri da abbattere o da riformare. Per questo la partita fondamentale per tutti noi si giocherà nel prossimo futuro a livello Europeo: proprio come dice Scalfari. Ma a giocarla dobbiamo essere noi tutti, trovando la strada per far sentire la nostra voce a livello europeo; e non Letta e i suoi pari, che non ne saranno mai capaci.

ILVA (Il Manifesto 17.9.2013)

Letta ha annunciato che il prossimo impegno del governo, se resterà in piedi, sarà un grande programma di privatizzazioni, cioè di svendita di quote di aziende statali e di misure per costringere i Comuni a disfarsi del loro residuo controllo sui beni comuni e sui servizi pubblici locali. Il tutto, naturalmente, per far quadrare i bilanci, abbattere il debito pubblico e riportare il deficit (che ormai viaggia verso il 3,5 per cento del PIL) entro il margine “prescritto”. Tutti obiettivi impossibili: ai prezzi odierni, la svendita anche di tutti i beni pubblici vendibili (un grande affare per chi compra) non porterebbe nelle casse statali che un centinaio di miliardi o poco più; cioè meno di quanto lo Stato pagherà in un anno tra interessi e rateo di rimborso del debito imposto dal fiscal compact. E l’anno dopo ci si ritroverà al punto di prima, ma senza più beni comuni e aziende pubbliche. La realtà è che il debito pubblico italiano è insostenibile e l’unico modo per farvi fronte è congelarlo.
Ma per capire dove portano le privatizzazioni già largamente praticate dai precedenti governi di centrosinistra guardate l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale; poi svenduto, una ventina di anni fa – a una famiglia di gangster che aveva fatto i soldi con i rottami di ferro – in ossequio alla cultura delle privatizzazioni messa in auge dagli allora campioni del centrosinistra: Andreatta, Ciampi, Prodi & Co. La motivazione di quel passaggio di mano era che le cattive performance del settore (peraltro in crisi, da allora, in tutta Europa) erano dovute ai condizionamenti della “politica”, ormai insediatasi nel management dell’azienda; e che solo una gestione privata l’avrebbe salvato da quelle interferenze. La validità di quella tesi può essere verificata dal fatto (tra gli altri) che i Riva sono oggi i principali azionisti privati di Alitalia, cioè di quella cordata fallimentare messa su da Berlusconi per gestire in nome dell’italianità della “nostra” compagnia aerea la sua campagna elettorale del 2006: le interferenze della politica funzionano tanto con la proprietà pubblica che con quella privata. In cambio di quell’operazione senza alcun senso economico i Riva si erano però garantiti mano libera nella prosecuzione di una gestione scellerata dell’azienda, nonostante due condanne penali in cui il capostipite della dinastia era già incorso. Tra i risultati di quello scambio di favori c’è stata un’autorizzazione integrata ambientale (AIA) confezionata su misura dell’Ilva dalla ministra Prestigiacomo e da un uomo per tutte le stagioni, vero “dominus” del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini.
Così i Riva hanno gestito gli impianti dell’Ilva “a esaurimento”: investendo cioè solo l’indispensabile per tenerli in funzione e fare profitti da imboscare all’estero, fottendosene dell’impatto ambientale, della salute, della sicurezza e della vita di maestranze e cittadinanza; contando sul fatto che gli impianti sarebbero andati a rottamazione più o meno nel momento in cui il mercato globale avrebbe reso insostenibile la gestione di uno stabilimento di quelle dimensioni. Per questo l’idea di risanarlo e ammodernarlo (che è cosa differente dal mettere in sicurezza maestranze e città fin che continuerà a funzionare) è un po’ peregrina. Non c’era, dietro la gestione Riva, alcuna strategia che non fosse quella di spremere uomini, impianti e territorio fin che fosse possibile. Come non c’è altra strategia dietro la gestione dell’odierno commissario e del suo vice. In più, all’Ilva c’era – ed è rimasta operativa anche dopo la nomina di Bondi – una conduzione criminale del personale e delle lavorazioni, affidata a una struttura parallela e illegale di “fiduciari”: cioè di persone non incluse nell’organico dell’azienda, che comandano in fabbrica al posto dei capi – imponendo quelle operazioni pericolose che sono all’origine dei morti, degli infortuni e di gran parte dell’inquinamento della città – ma che non rispondono mai del loro operato, perché ufficialmente “non esistono”; una struttura che dipendeva direttamente dai Riva e che ora – verosimilmente – risponde al Presidente Ferrante: un altro uomo per tutte le stagioni: già Prefetto, candidato del Centro sinistra a sindaco di Milano, Presidente di Impregilo sotto accusa per i disastri dei rifiuti in Campania e dell’alta velocità nel Mugello.
Sono stato un solo giorno a Taranto, nell’agosto dell’anno scorso, invitato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti, e in un giorno solo sono venuto a sapere tutto di quella struttura illegale. Tutti sapevano che c’era e che cos’era, con nomi e cognomi. Ma per mesi e per anni nessuno, a quanto mi consta – né sindacati, né partiti, né amministrazioni locali, né Curia, né Regione, né Governo, né tantomeno il nuovo Presidente, il commissario o il suo vice – ha sentito il bisogno di denunciare una pratica del genere. E’ dovuta intervenire la magistratura, con diciotto anni – verosimilmente – di ritardo, per arrestare la cupola di quell’associazione a delinquere. Il che dà un’idea del livello di compromissione costruito intorno all’intreccio tra “politica”, in senso lato, e “privatizzazioni”. D’altronde l’Ilva ha un dopolavoro – l’Associazione Vaccarella – attraverso cui transitano ingenti finanziamenti gestiti dai sindacati, che non ne hanno mai dato conto; e a Taranto c’è un palazzetto dello sport dell’Ilva, denominato – chissà perché? – PalaFiom. Ve lo immaginate voi un PalaFiom della Fiat di fronte ai cancelli di Pomigliano o di Mirafiori? Evidentemente qualcosa non quadra.
Ora che i Riva hanno fermato per ritorsione tutti gli altri impianti italiani Letta deve decidere che cosa fare. Ma non può fare niente, perché sia lui che i suoi predecessori si sono legati le mani con leggi e accordi di cui si sono fatti garanti e con cui hanno legato una pietra al collo del paese per mandarlo definitivamente a fondo. Il Governo non può ridare l’Ilva ai Riva, per lo meno fino a che non avranno restituito almeno gli otto miliardi che hanno rubato. Non può cercare un compratore estero, perché questi userebbe l’impianto per mettere piede in Italia e poi dismetterlo il più in fretta possibile, come hanno fatto tutti gli altri cosiddetti “investitori esteri”, non solo con la Lucchini nel siderurgico; ma con Alcoa, Siemens, Telecom, Alstom, Parmalat e tante altre. Non può nazionalizzare l’Ilva o gli altri stabilimenti dei Riva sotto sequestro perché l’Europa “non lo consente”; e perché “i soldi” per l’esproprio aumenterebbero deficit e debito; e non si può fare.
Ma la nazionalizzazione – dell’Ilva, o del Gruppo Riva, o degli stabilimenti Fiat condannati alla cassa integrazione perpetua, o di qualsiasi altra fabbrica in crisi – è per ora impraticabile anche per chi fosse eventualmente propenso a “passar sopra” a quei vincoli (e per ora nessuno di coloro che hanno voce in capitolo lo è). Perché manca la struttura per gestire aziende del genere. Una volta c’era l’Iri: una robusta struttura pubblica, che era anche una scuola di management di livello internazionale, quali che ne fossero le pecche politiche, che certo non mancavano. Adesso invece c’è solo più Bondi: un arzillo ottuagenario pronto a tutto, che si è lasciato dietro le spalle una intera carriera di aziende scomparse o distrutte: Montedison, Lucchini, Telecom, Ligresti e Parmalat (riempita, quest’ultima, di miliardi con le penali pagate dalle banche che avevano tenuto bordone a Tanzi, per finire subito tra le fauci di un pirata che li ha usati per farsi i fatti propri); più una breve permanenza al governo della spending review e alla formazione della lista Monti, dove, com’è ovvio, non ha combinato niente.
Così, se Landini ha promesso che la Fiom non permetterà più la chiusura di altre fabbriche, anche a costo di promuoverne l’occupazione da parte delle maestranze – e ha fatto bene – resta da definire che cosa fare poi di quelle aziende, che sono ogni giorno di più, una volta che i lavoratori le abbiano occupate: restituirle al padrone che le vuole chiudere? Cercare un nuovo padrone perché a chiuderle sia lui, dopo aver portato via macchinari, brevetti e marchio, come hanno già fatto in tanti? Affidare anche quelle a Bondi? Nazionalizzarle, anche se il management per gestirle non c’è?
In realtà quello che c’è da fare, e subito, è raccogliere e costruire, con un appello al paese, un nuovo management: un tessuto esteso di persone disposte a sostituire i vecchi proprietari – o, eventualmente, a integrare la precedente dirigenza – per mettersi a disposizione di tutte quelle situazioni che invece di accettare la chiusura sono disposte ad affrontare la sfida di una nuova gestione, socializzata e condivisa: non una mera “autogestione” da parte delle maestranze, anche se l’utilizzo della legge Marcora, o di un suo sostituto, potrebbe fornire uno strumento per imboccare una strada del genere. Ma una gestione che, accanto alle maestranze, coinvolga anche le comunità locali, le loro associazioni, le amministrazioni dei Comuni e degli altri Enti locali del territorio, le Università (cioè i docenti e le organizzazioni degli studenti disponibili) la schiera crescente di ex manager messi sul lastrico, l’esercito di coloro che hanno fatto apprendistato di responsabilità gestionali nel terzo settore. E’ l’unico modo per mettere insieme, e mettere alla prova in un confronto serrato con situazioni concrete, una nuova classe dirigente: un passo indispensabile se si vuole esautorare quella attuale. Intanto bisogna mettere all’ordine del giorno espropri e requisizioni. O ci sono altre strade per salvarci dal disastro?

Il decifit principale (LEFT 27.7.2013)

Il deficit principale che affligge il paese non è quello del bilancio statale ma è un deficit di intelligenza e di onestà, o di entrambe le cose, della nostra classe dirigente. E’ stato presentato come una grande vittoria il fatto che, caduta la procedura di infrazione per deficit eccessivo, dall’anno prossimo l’Italia potrà “fruire” di una maggiore elasticità nella gestione del bilancio, utilizzando ben 8 miliardi di euro per promuovere “la crescita”. Nel frattempo però il PIL del 2013 sarà diminuito, nella migliore delle ipotesi, del 2 per cento – cioè di una trentina di miliardi – e quegli 8 miliardi non ne compenseranno che una minima parte mentre l’elasticità del bilancio “generosamente” concessa all’Italia non potrà comunque superare – e solo per qualche anno – il 3 per cento del PIL. Il che significa che per utilizzare quegli 8 miliardi bisognerà tagliare la spesa pubblica da qualche altra parte. Nessuno comunque, e meno che mai Enrico Letta, ha ricordato che dall’anno prossimo l’Italia sarà tenuta dal cosiddetto fiscal compact a ritirare dal mercato (cioè a ricomprare) ogni anno, e per vent’anni di seguito, quasi 50 miliardi del proprio debito fino a che non lo avrà riportato al 60 per cento del PIL (attualmente è al 130 per cento). Miliardi che si andranno ad aggiungere agli 80-90 di interessi annui sul debito che dovranno essere pagati rispettando il pareggio di bilancio che ormai è entrato a fare parte della nostra Costituzione. Dove prenderà il governo italiano tutto quel denaro, di fronte al quale quegli 8 miliardi sono una bazzecola? Da nuovi tagli al bilancio e da nuove tasse, strangolando quel che resta dell’economia del pese.
Purtroppo questo deficit di intelligenza e onestà non riguarda solo la classe dirigente italiana, ma quelle di tutta l’Europa, che hanno imposto o accettato queste regole assurde. Tutti sanno che sommando debito pubblico (degli Stati) e debito privato (delle persone, delle imprese, delle banche, dei fondi) il mondo è già da tempo in bancarotta: che nessuno riuscirà più a ripagare i suoi debiti se non scaricandoli su qualcun altro. E se alcuni possono approfittare e approfittano di questa situazione per ricavarne immani guadagni, il pianeta nel complesso è condannato a un immane default che si ripercuoterà a breve sulla condizione di miliardi di esseri umani. A meno di contenere il disastro smontando un pezzo per volta – ma in fretta – questo immane castello finanziario. Qualcuno deve pur cominciare a far valere le proprie ragioni, che in questo caso sono quelle del 99 per cento degli abitanti della Terra; e chi si trova sull’orlo del baratro, come il governo italiano, avrebbe mille motivi per non tergiversare. E per cercare possibilmente alleati in altri paesi che si trovano nella stessa situazione, dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dalla Grecia all’Egitto. E chissà quanti altri…

Titoli tossici, noi come la Grecia (“il manifesto”, 27 giugno 2013)

Chi o che cosa ha autorizzato i nostri governi a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani? Quale regolamento interno, quale legge, quale norma della Costituzione? E perché non se ne può sapere niente? Secondo quanto riferito da la Repubblica (e dal Financial Times) del 26.6, il Tesoro italiano è esposto per 160 miliardi di euro (più di un decimo del PIL italiano) con operazioni sui derivati la cui data di stipulazione non è nota; il governo Monti ne ha rinegoziati nel corso dell’anno scorso per un importo di 31 miliardi, registrando su queste operazioni una perdita potenziale, non ancora giunta a scadenza, di circa 8 miliardi (poco meno dell’importo con cui la ministra Gelmini e, dopo di lei, il ministro Profumo sono riusciti a distruggere sia la scuola che l’Università italiane). Naturalmente il Ministro del Tesoro ha subito smentito ogni rischio, ma quella smentita vale quanto il Ministro: cioè zero. Infatti solo un anno fa, su un’altra partita di derivati del Tesoro si era già registrata una perdita di 3 miliardi, saldata dal governo Monti. Su di essa c’era stata una interrogazione parlamentare dell’IdV e una elusiva risposta – “si tratta di un caso unico e irripetibile” – del sottosegretario Rossi Doria; designato a rispondere non si sa perché, dato che Rossi Doria si occupa di scuola e non di finanza, materia sui cui è lecito supporre una sua totale incompetenza. Ma se tanto dà tanto, sui 160 miliardi di derivati in essere, le perdite “a futura memoria”, che verranno cioè caricate sul bilancio dello Stato nel corso degli anni, per poi dire che gli italiani sono vissuti “al di sopra delle loro possibilità”, potrebbero ammontare a parecchie decine di miliardi di euro. Leggi tutto “Titoli tossici, noi come la Grecia (“il manifesto”, 27 giugno 2013)”

Ristrutturare il debito (“il manifesto”, 25 giugno 2013)

Ci siamo assuefatti a convivere con un meccanismo economico e finanziario che ci conduce inesorabilmente a una progressiva distruzione del tessuto produttivo del paese e delle istituzioni fondanti della democrazia: in questo quadro la perdita di imprese, posti di lavoro, know-how e mercati in corso è irreversibile, come lo è la progressiva abolizione dei poteri degli elettori, del Parlamento e, soprattutto, degli Enti locali: cioè dei Comuni, che sono le istituzioni del nostro ordinamento giuridico più vicine ai cittadini. Leggi tutto “Ristrutturare il debito (“il manifesto”, 25 giugno 2013)”

“Le catene del debito che uccidono i Comuni” pubblicato su il Manifesto del 20 aprile 2013

Oggi, se non si mette al centro di ogni ragionamento, discorso o iniziativa l’ampiezza, la profondità e la gravità della crisi che stiamo attraversando in Italia, in Europa e nel mondo, si rischia di essere assimilati alla “casta”, al mondo della politica così come ormai viene percepita dalla stragrande maggioranza della popolazione: un mondo che si occupa solo di se stesso e non delle sofferenze dei governati. E’ un rischio che già comincia a erodere il consenso raccolto dal movimento cinque stelle, che peraltro sembra culturalmente poco attrezzato per affrontare il tema in modo radicale. Leggi tutto ““Le catene del debito che uccidono i Comuni” pubblicato su il Manifesto del 20 aprile 2013″

Dopo il collasso

crisi-commercioE’ da tempo che diversi economisti non asserviti al sistema sostengono che le politiche di austerità adottate prima dal governo Berlusconi e poi da Monti avrebbero sortito gli stessi effetti di quelle imposte dalla cosiddetta Trojka alla Grecia. Ed è da più di un anno che Monti si vanta invece di aver evitato al nostro paese lo stesso destino grazie alle misure del suo governo, che però sono in gran parte le stesse imposte alla Grecia. Chi ha ragione? Leggi tutto “Dopo il collasso”

Il grande bluff europeo (“il manifesto”, 4 luglio 2012)

A Bruxelles l’Europa non è certo uscita dal coma in cui l’ha gettata la crisi dell’euro. Né le risorse economiche, né – e meno che mai – quelle politiche messe in campo sono adeguate per resistere a una speculazione in buona parte promossa da quelle stesse banche e istituzioni finanziarie che tengono sotto scacco la moneta unica, ma che ne sono anche le principali beneficiarie. I governi degli Stati membri, sia quelli forti che quelli deboli, sono di fronte a un’alternativa secca: o salvare banche, finanza e assetto istituzionale dei cosiddetti “mercati”; o salvare i diritti: quelli del lavoro, quello al lavoro e al reddito, quelli alla sicurezza, all’esercizio della cittadinanza, alla dignità della persona. Leggi tutto “Il grande bluff europeo (“il manifesto”, 4 luglio 2012)”

La bancarotta dei tecnici (articolo inedito, 4 giugno 2012)

Come poteva prevedere qualsiasi persona di buon senso, purché onestamente informata, il decreto “Salvaitalia” non ha salvato né salverà l’Italia, ma la sta portando al disastro; il decreto “Crescitalia” non l’ha fatta né la farà crescere; il decreto “semplificazione” ha complicato la vita a tutti (basta pensare al calcolo dell’Imu). In compenso la nuova normativa sulle pensioni ha allontanato per tutti e tutte l’età del pensionamento, lasciando alcune centinaia di lavoratori senza stipendio né pensione e togliendo altrettante opportunità di lavoro ai giovani che ne cercano uno; la legge sul mercato del lavoro distruggerà le poche garanzie di cui ancora godevano i lavoratori occupati, senza niente dare ai precari e devastando il sistema degli ammortizzatori sociali; e questo mentre la disoccupazione ufficiale è sopra l’11 per cento, quella reale sopra il 17, quella dei giovani sopra il 36 (e gli ultimi 600mila nuovi disoccupati li ha fatti proprio il Governo Monti). Per concludere, la “riforma” dell’art. 81 della Costituzione ha messo fuori legge Keynes e la migliore scienza economica del ‘900 (gli spiccheranno contro anche un mandato di cattura?), privando non solo i cittadini italiani, ma anche il loro governo, del più importante strumento di gestione della politica economica. Ora i partiti che sostengono il governo Monti stanno manomettendo anche le regole fondamentali del costituzionalismo: la separazione tra potere legislativo e potere esecutivo. A che cosa dobbiamo tutto ciò? Leggi tutto “La bancarotta dei tecnici (articolo inedito, 4 giugno 2012)”

Intervista di Maurita Cardone per “Quale Energia”, maggio 2012

Le politiche su energia e mobilità del governo Monti favoriscono i combustibili fossili e non migliorano le condizioni di vita della popolazione. Secondo Guido Viale, economista ed esperto di ecologia, bisogna sostituire l’obiettivo del profitto, implicito nella green economy, con un modello che metta al centro sostenibilità e benessere.
Sono tanti i fronti su cui la politica di Monti delude e la società civile cerca delle alternative. QualEnergia.it ha intervistato l’economista Guido Viale, per fare il punto sulle scelte dell’attuale Governo e immaginare un’altra strategia.

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