Quando parliamo di sociale, ci riferiamo alle relazioni tra le persone — e, da qualche tempo, anche quelle con il vivente in genere — nella vita di tutti i giorni. Ma nel linguaggio politico, sociale si riferisce alle modificazioni di quei rapporti con l’azione collettiva: iniziative condivise da una pluralità di attori che indichiamo con il termine generico di movimenti. Leggi tutto “L’immaginario spazio a sinistra del Pd”
Categoria: In risposta a…
Le risposte polemiche di Guido Viale ad articoli, commenti, editoriali apparsi sulle principali testate italiane. Sempre su tematiche di stretta attualità.
Lo stallo dell’Altra Europa
Cara Antonia,
non entro nel merito delle accuse che rivolgi al raggruppamento Noi (o ex-Noi, perché stanno cambiando nome), molte delle cui posizioni in gran parte condivido. Saranno loro a risponderti, se lo riterranno opportuno. Mi pare che per ora non ne abbiano alcuna intenzione, e fanno male. Diffida però delle ovazioni e delle adulazioni dei loro avversari come diffidi delle contrapposizioni muro contro muro: distruggono la politica e prima ancora la pre-politica: il sentirsi membri di una comunità di eguali.
Comincio dal fondo. Ho anche io apprezzato molto il libro di Daniela Padoan e Luca Cavalli Sforza. Non confondere però il “Noi”, di quella posizione politica, con il “noismo”: non c’entrano niente. Il noismo, ci spiega quel libro, non è razzismo; è una pulsione ineliminabile iscritta nel nostro codice genetico; ma se non viene tenuto a bada finisce per rinchiuderci in un recinto da cui è difficile uscire e, soprattutto, capire quello che succede fuori: al di là del recinto.
E’ quello che è successo all’Altra Europa. All’apertura verso un mondo fatto soprattutto di comitati, associazioni, movimenti, volontariato, iniziative culturali e soprattutto popolato da milioni di persone che non votano nemmeno più perché hanno schifo della politica, dei partiti e dei loro traffici (o votano per i 5stelle o addirittura per Salvini, non perché sono razzisti, ma perché non intravvedono più la possibilità di proiettarsi su un orizzonte più largo della mera protesta), ci si è concentrati e rinchiusi nel mondo meschino – e a volte mefitico – della sinistra a sinistra del PD (o anche dentro il PD), nel tentativo, per me vano, ma anche politicamente inutile, di riunirla; o, meglio, di riunirci ad essa. La “casa comune” – già soggetto unico – “delle sinistre e dei democratici” non è altro che questo. E’ la priorità data all’aggregazione delle sinistre partitiche rispetto a quella delle iniziative di cittadinanza o di conflitto sociale (dunque, a dispetto del nome, è il progetto di un noi blindato). E nelle sue imminenti manifestazioni alle prossime elezioni (vedi Liguria, ma non solo), rischia di essere anche peggio: un taxi per trasportare in qualche consiglio regionale un personale politico altrimenti difficilmente presentabile. Adesso infatti alle regionali ci si va; dopo aver detto per mesi che era sbagliato perché le Regioni non contano niente. Staremo a vedere…
E’ comunque un progetto che, come sai, ha una lunga storia fallimentare alla sue spalle. Stupisce quindi me non meno di te che a farsene promotore e sostenitore a oltranza possa essere Marco Revelli, il massimo teorico italiano della fine del partito novecentesco; e, direi anche, della fine del partito tout court; il teorico del “volontario” che prende il posto del “militante”. Come forse ti stupirebbe scoprire che Daniela Padoan, che tanto apprezzi, vede una forte manifestazione di “noismo negativo” proprio nella linea di condotta seguita dal comitato operativo dell’Altra Europa sia durante la campagna elettorale che, soprattutto, dopo le elezioni. Ma tant’è. Dovrebbe essere Marco a spiegarci le ragioni di questa sua conversione. Ma probabilmente dirà che non c’è stata alcuna conversione; e infatti adesso parla anche lui di coalizione sociale, che lo scorso dicembre era stata stroncata senza mezzi termini da coloro che lo hanno eletto a proprio ideologo ed estensore di tutti i loro documenti. Ma la sostanza del percorso politico imboccato dal “nuovo” comitato operativo resta comunque quella che è, e non cambia. La sua ridotta apertura all’esterno è solo il tentativo di “dare un rappresentato al rappresentante”, come l’ha sempre chiamata Alfonso Gianni. Un’espressione che dice tutto.
I risultati? Eccoli: avevamo raccolto (con alcune eccezioni, che a rigore di logica non avrebbero dovuto esserci, perché funzionari o dirigenti di partito) una lista di candidati di grandissimo valore, sia per il loro lavoro intellettuale, sia per il loro ruolo in tanti movimenti diversi. Ma di loro, a lavorare con L’altra Europa, non è rimasto quasi più nessuno. Avevamo raccolto intorno a noi il meglio dell’intellettualità italiana (più del PCI negli anni d’oro della sua epopea): studiosi, attori, registi, musicisti, scrittori, artisti. Nessuno di loro prova più alcun interesse per noi. Avevamo il sostegno o la simpatia dei principali movimenti del paese: Val di Susa, No Muos, No Dal Molin, No Mose, Beni comuni, ecc. Non abbiamo più rapporti con nessuno se non con alcuni esponenti del movimento dell’acqua interni fin dall’inizio alla nostra compagine. E alcuni (No Triv, No Expo) li abbiamo anche mandati bellamente a quel paese per non disturbare i partiti o qualche loro esponente (certo, quei movimenti hanno a volte posizioni politiche che possiamo non condividere; ma un confronto serrato con loro dovrebbe essere la linfa vitale della nostra organizzazione; come dimostra il comitato dell’Emilia Romagna, che quei rapporti li ha mantenuti, o instaurati, grazie soprattutto alla sua solitaria partecipazione alle elezioni regionali). Avevamo i nostri comitati pieni di “militanti” (o “volontari”) senza alcuna appartenenza politica; o con passate appartenenze a cui si erano sottratti, unendosi all’Altra Europa proprio perché vi vedevano un’alternativa a esperienze che li avevano bruciati. Non ne è rimasto quasi più nessuno. La maggioranza dei comitati sono ora in gran parte occupati da militanti di partiti, soprattutto di Rifondazione, che sembra aver trovato nell’Altra Europa un’alternativa alla sua evidente dissoluzione. Eravamo una piccola-grande speranza per il paese. Ci siamo ridotti a una cosa meschina, che nessuno è più disposto a prendere in considerazione, se non per portare avanti un proprio gioco di sopravvivenza. Avevamo un programma da sviluppare. I contributi all’approfondimento dei suoi punti fondamentali, durante e dopo la campagna elettorale, sia dal nostro interno – allora assai più ampio di ora – come dall’esterno, non sono certo mancati. Ma li abbiamo buttati alle ortiche: non abbiamo nemmeno creato un sito in cui raccoglierli e metterli in ordine in modo da renderli consultabili. Così oggi Alfonso Gianni continua a ripetere che L’Altra Europa un programma ce l’ha; e a lamentarsi perché nessuno lo prende in considerazione. E con programma intende un corposo papello che ha scritto durante la campagna elettorale, in assoluta solitudine (o consultandosi con qualche suo ex compagno di partito) e che giace da tempo in uno dei tanti angoli inviolabili del nostro sito. Non è quello, ovviamente, il modo di costruire un programma politico in forma partecipata, anche se Alfonso non riesce a farsene una ragione.
La ragione vera di tutto ciò è l’inseguimento di una unità a tutti i costi con i partiti superstiti della sinistra e con gli scampoli del PD. Ma anche, e soprattutto, il fatto che non sono mai stati attivati i gruppi di lavoro (e di studio): unica sede in cui avremmo potuto valorizzare, e dare il ruolo che spetta loro, al contributo dei tanti intellettuali che ci volevano appoggiare. Ma anche unica sede in cui tener vivo un rapporto con i movimenti che ci avevano sostenuto, facendone uno strumento per una elaborazione congiunta che li facesse uscire dalla dimensione settoriale in cui rischiavano, o rischiano, di soffocare. Non è stata casuale, né priva di conseguenze, la mancata attivazione dei gruppi di lavoro, che erano stati indicati fin dal luglio scorso come sede prioritaria di direzione della nostra comunità – e anche come sede di allargamento del confronto a quelle forze dell’antagonismo sociale che non ci avevano appoggiato nelle elezioni – e rispetto ai quali il comitato operativo, o chi per esso, avrebbe dovuto avere solo funzioni di coordinamento e di stimolo. E’ per questo che il nostro dibattito politico si è concentrato, in forme sempre più asfittiche e ringhiose, all’interno delle varie mailing list: trasformate, per chi ha continuato a seguirle, come me, in una vera e propria galera. E non è che ai gruppi di lavoro mai convocati il comitato operativo, prima o dopo l’assemblea di Bologna, abbia provato a sostituire qualcos’altro. Niente di niente. Ma è evidente che un organismo politico non può vivere, né tanto meno crescere, in un vuoto politico simile. Ricordati che per diversi mesi la manifestazione del 19 novembre – un vero fiasco – è stata coltivata e presentata come il momento di sintesi di tutta la nostra attività (passando disinvoltamente sui piedi di quei comitati e di quei compagni che si erano adoperati in mille modi per presentare alle elezioni regionali delle liste che facessero in qualche modo vivere L’Altra Europa nei loro territori). Adesso nessuno dirà più che le cose siano andate effettivamente così. Ma prova a fare mente locale.
Vengo ora a sapere che a Trento presentate una lista unitaria a cui partecipano anche Sel e Rifondazione e che tu sei candidata sindaca. Ne sono felice e ti auguro un buon successo. Ma ti pare possibile che a più di un anno dalla costituzione de L’Altra Europa una cosa del genere la si venga a sapere per caso? E che dalle Alpi a Lampedusa nessuno di noi sappia niente di quello che succede nelle altre regioni, e di quello che fanno gli altri comitati (e magari fanno delle cose egregie che potrebbero essere rifatte altrove)? Non è questo il massimo dell’accentramento? E per ciò stesso il grado zero della democrazia?
Non ne faccio – io – una questione di statuti; ma certo qualche regola, come peraltro avevo proposto fin dallo scorso agosto, e poi a settembre – e altri fin dallo scorso luglio – avrebbe reso meno asfittica la vita de L’Altra Europa. E avrebbero comunque impedito che da una organizzazione informe, che non può votare in assemblea perché “non si sa chi vi appartiene e chi no”, si passasse di botto all’indizione di un vero e proprio congresso di partito, con tanto di delegati eletti sulla base di un regolamento dell’ultima ora – e di senatori a vita con diritto di voto – senza nemmeno consultare sulle regole da seguire quel che resta dei comitati, cioè della cosiddetta “base”. A cui era peraltro stata prospettata un’assemblea di riunificazione con il resto della sinistra – il Big Bang della sinistra – e non la trasformazione de L’Altra Europa in un nuovo e striminzito partitino, senza nessuna capacità di incidere su una realtà sempre più complessa e drammatica.
Senatori a vita? Prova un po’ a vedere quali sono gli esponenti che dal comitato operativo del periodo elettorale si sono travasati senza soluzione di continuità in quello dei 221, e poi in quello operativo – e, in parte, in quello pre-assemblea, o in tutti e due contemporaneamente – per poi riconfluire nel comitato transitorio, senza mai sottoporsi a una verifica, e predisponendo infine tutte le condizioni per farsi rieleggere nella lista bloccata che verrà proposta all’assemblea di aprile. Certo, i componenti dei vari comitati erano molti di più; ma va un po’ a vedere quanti di loro partecipavano e partecipano a ogni riunione. E non sono assenti per caso. Perché anche L’Altra Europa è stata di fatto “privatizzata”: come tutto, d’altronde, in regime cosiddetto neo-liberista. Alla faccia della rotazione! Che certo non avrebbe impedito a nessuno che si fosse ritirato per cedere il suo posto di continuare a “rendersi utile” nei gruppi di lavoro. Se solo ci fossero stati… Guido Viale
“care e cari
fino a stamattina ero convinta di non dover scrivere una sola riga sulla faccenda della divisione interna sancita dalle dimissioni di cinque componenti del COT con una serie di ragioni che non sto ad elencare visto che ml e social network possono essere fonti di informazioni in merito facilmente accessibili.
Ho cambiato idea perché sto lavorando ad un testo, inviatomi da tre giovani ragazzi brillanti, educati ed umili, che sono candidati nella nostra lista unitaria per la comunali di Trento. Il testo riguarda la democrazia partecipata e diretta, punto di forza del nostro programma elettorale e mi ha colpito perché mentre lo leggevo pensavo a Mattia, Daniele e Jacopo e alla loro volontà timorosa di voler prestare energia, nome, volto ad una campagna elettorale che vuol essere solo un momento di presenza, di conferma, di visibilità, ma anche una competizione per iniziare a portare dentro le istituzioni la nostra voce ALTERNATIVA.
Leggendo ciò che hanno scritto e pensando a loro, mi è stato inevitabile il confronto con chi si sta assumendo, in queste ore, in nome di un concetto di democrazia partecipata ancora non del tutto chiaro, almeno a me, la RESPONSABILITA’ di scelte divisive e che non saranno comprese dalla maggior parte di elettori ed elettrici.
Non raccontiamoci troppe balle, compagni e compagne, la gente comune che non entra nei nostri circoli masturbatori e un po’ paranoici, individua la sinistra nei partiti che, almeno a parole, si propongono a sinistra dell’attuale PD e alla signora della lavanderia sotto casa non saprei spiegare che “NOI” dell’Altra Europa, con un noi che, come già detto, a dispetto del significato letterale del pronome, suona quanto mai divisivo, rappresenta la vera alternativa democratica perché contrasta la prevaricazione dei partiti nel progetto dell’AE.
Né tanto meno saprei spiegare, alla stessa signora che ha dichiarato di voler votare la nostra lista perché finalmente, dopo anni di lotte fratricide tra sel e prc in Trentino, queste forze di sinistra si propongono insieme all’elettorato, che in realtà la candidata sindaca, la sottoscritta, come componente del COT è una persona “antidemocratica” e portatrice di tutti quegli appellativi che “democraticamente” vengono sciorinati da chi si erge a paladina/o della democrazia. perché non mi riconosco in quegli appellativi, che mi feriscono un po’, ad esser sincera.
Un problema che ho, inoltre è che io il DOGMA della democrazia partecipata, che tra l’altro prevede liquid feedback o non è democrazia partecipata, non l’ho capito. Ciò che guida le mie valutazioni, personali e soggettive, è sempre la ricerca di coerenza, anch’essa soggetta ad interpretazioni personali, ma chi ha studiato materie scientifiche sa che la coerenza può essere riconosciuta in modo oggettivo analizzando le connessioni logiche.
Allora io vi chiedo di aiutarmi a trovare coerenza in chi sta mettendo in atto questo processo a mio avviso solo ed esclusivamente dannoso.
Un gruppo di persone, autodefinitesi democratiche, decide che il COT agisce in modo poco democratico e, se ho letto bene, opera scelte a colpi di maggioranza.
E’ da febbraio che Athos Gualazzi, preziosa presenza nel comitato di Rovereto, ma anche rilevante presenza nel gruppo dei “NOI”, ci tormenta con le sue giuste rimostranze verso la lentezza nel prendere decisioni dal momento che abbiamo scelto di non votare ed è costante la sua richiesta di ricorrere al voto online, tramite liquid feedback, come strumento di democrazia. ed è da sempre che io stessa continuo a ripetere, conoscendo il contesto della militanza trentina, che fluttua anagraficamente tra menopausa ed andropausa, che liquid feedback finirebbe con l’essere elitario, contrariamente alle intenzioni autentiche di garantire democrazia.
Nel COT, insieme finito di persone, si vota perché essendo insieme finito di persone, è possibile definirne la maggioranza. E il COT viene accusato di non essere democratico perché si vota.
Qui i miei neuroni vanno in tilt.
Votare è democratico o non è democratico? Se si vota si presuppone che la scelta venga effettuata sulla base della maggioranza o no? Questo è antidemocratico? Ciò su cui nelle riunioni del COT si decide di votare viene definito dopo lunghe e a volte estenuanti discussioni sia orali che in chat.
Posso sapere dove manca la democrazia in ciò?
Le cinque persone del “noi” nel COT (mi verrebbe da ridere a scrivere queste cose se non fosse drammaticamente serio) hanno sempre partecipato a volte dichiarando di non voler partecipare al voto, quindi delegando la scelta ad altre persone, a volte votando.
Sempre hanno sfidato la pazienza di tutte e di tutti non per i contenuti proposti, discutibili a volte, condivisibili altre, ma per i toni sempre OSSESSIVAMENTE polemici, OSTINATAMENTE oppositivi.
Il tormentone degli autonominati poi non lo reggo più.
Il COT è composto da rappresentanti dei territori tutte e tutti individuate/i in assemblee territoriali a volte sofferte e difficili, ma pur sempre attraverso discussioni DEMOCRATICHE, almeno quando le parti in conflitto hanno avuto l’onestà intellettuale di presentarsi e la volontà politica di risolvere il conflitto trovando DEMOCRATICAMENTE una soluzione. Oltre ai rappresentanti e alle rappresentanti dei territori, che sono la maggioranza numerica, c’erano le cinque persone dei “noi”. La maggioranza numerica è ancor maggiore rispetto allo zoccolo duro costituito dalle persone che sono dentro il COT come esponenti di partiti, come rappresentanti di continuità rispetto all’AE delle europee, come rappresentanti di realtà organizzate e importanti (penso a Raffaella Bolini e a Costanza Boccardi, per esempio).
Ha senso, dunque, parlare di un COT che prende decisioni a colpi di maggioranza precostituita e asservita ai dirigenti di partito? La domanda, giuro, non è retorica. La pongo per essere aiutata a comprendere perché ho dubbi sulle mie facoltà intellettive. Ho sentito accusare Marco Revelli, sentito con le mie orecchie, di essere a servizio delle dirigenze dei partiti e di voler portare l”AE verso un’esperienza come sinistra arcobaleno e sinistrati vari. Ma allora o Marco Revelli scrive bugie nei suoi testi, o Marco Revelli non sa scrivere e ciò che scrive non è la traduzione del suo pensiero o io non so comprendere i testi che leggo oppure, e spero che ciò non sia vero, chi accusa Marco Revelli di ciò non ha letto i suoi testi e parla di supercazzola.
Ma la supercazzola sarebbe accettabile se si stesse giocando al monopoli della politica.
Qui, gente, la cosa è seria e la responsabilità politica e intellettuale è tutta sulle nostre spalle, sia in termini di responsabilità collettiva che individuale. E a proposito di testi, forse prima di aprire bocca e parlare di supercazzola, bisognerebbe leggere tutto ciò che scrivono e che hanno scritto in ambito politico, non polemico, i nostri intellettuali e le nostre intellettuali.
Cito un testo bellissimo, letto di recente, che è, di fatto, la costruzione di un ponte tra linguaggio scientifico e umanistico, che si traduce in pensiero politico nel senso più nobile del termine.
Il libro a cui faccio riferimento è stato scritto in forma dialogica da un uomo, che per me rappresenta uno dei pilastri scientifici più importanti, Cavalli Sforza e da Daniela Padoan, che ho conosciuto solo di recente, in occasione di alcune assemblee dell’AE. Il libro parla di “noismo” ed a quel libro penso sempre quando leggo comunicazioni del gruppo definitosi “Noi-AE” o, forse ora, “prima le persone”
Il libro è complesso e articolato e non posso dilungarmi su considerazioni specifiche, ma vi invito a leggerlo. Suscita in me riflessioni sul significato del termine “noi” e sulla ricerca affannosa e continua, che caratterizza gli uomini, della definizione di identità a prescindere dalla conoscenza reciproca. La storia dell’umanità è ricca di testimonianze di questa urgenza che si è nutrita nei secoli di dogmi e pregiudizi verso gli altri, per cui la definizione del “noi” non può prescindere dall’esistenza degli altri, che diventano, di fatto, elementi necessari per descrivere un’identità basata prevalentemente sulla negazione delle cose altrui, soprattutto quando si diventa portatori di pretesa di ordinamento della molteplicità e gestori dell’alterità.
Può darsi che anche questo testo, che parla il mio linguaggio, quello degli evoluzionisti, non lo abbia compreso, perché vi ho letto declinati i rischi del “noismo” come espressione di prepotenza ed assunzione di verità. Perché vi ho letto il rischio settario di chi con il “noi” definisce una categoria, un recinto, forse perché al noismo ho sempre, da sempre, preferito l’altruismo
e mi piace ciò che scrive Daniela Padoan in calce all’introduzione “…il patromonio culturale, come il patrimonio genetico, si replica per mutazioni vincenti e per cieca riscrittura di codice, errori compresi, ma non è un destino”
Scusandomi per la lunghezza dell’email, che spero sia letta come una richiesta a tutte e tutti di umiltà e coraggio di negoziazione, come invito a non procedere testardamente, ostinatamente, verso scelte divisive e microparcellazioni (lasciamo la fissione degli atomi a chi è del mestiere!).
Aggiungo che contrastare ostinatamente i partiti, di cui, pur facendo i dovuti distinguo tra un partito e l’altro, riconosco debolezze, difficoltà ed anche tentativi a volte maldestri di tenersi in vita, attraverso la costruzione di un altro percorso, che, di fatto, diventa costruzione di un micropartitino, mi fa pensare che nulla di più vecchio ci sia in questo progetto alternativo all’alternativa: proporre la salvezza di un progetto unitario della sinistra attraverso la costruzione di un altro microrecinto, da affiancare ai tanti micropartiti.
Dejà vu, compagne e compagni!
Un abbraccio a tutte e tutti, senza recinti e senza dogmi
Antonia Romano – Trento
PS: consiglio anche un film meraviglioso “Viva la libertà” con un Toni Servillo e Valerio Mastrandrea (sublime), regia di Roberto Andò.
Troviamo il coraggio di essere folli, Suvvia!
Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015
Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.
In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!
Perché ho firmato la “premessa” e non ho firmato il “manifesto”
Perché ho firmato la premessa.
Anche io penso che un’assemblea sia un’assemblea, un luogo dove ci si confronta e si delibera, cioè si decide tra soluzioni alternative e se necessario si vota. Infatti avevo proposto che a far parte del nuovo comitato operativo provvisorio che dovrà uscire dall’assemblea del 17-18.1 – in attesa che tutto il corpo dell’Altra Europa si dia una struttura democratica – venissero elette/i, con parità di genere, i nomi più votati di una lista unica di candidate/i o autocandidate/i (una operazione che richiede non più di mezz’ora, senza creare nessuna contrapposizione). Leggi tutto “Perché ho firmato la “premessa” e non ho firmato il “manifesto””
La mia risposta a Carlo Formenti
C’è ovviamente una vena di disprezzo per gli “intellettuali” – da contrapporre alla “rude razza pagana” o alle “mani callose” degli operai – nell’appellativo “partito dei professori” che Carlo Formenti, in una “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”, pubblicata da alfabeta, affibbia alla lista “L’altra Europa per Tsipras”. La cosa curiosa è che tra i sette garanti della lista solo due sono professori; gli altri no. Lo è invece l’autore di quell’articolo. E’ un approccio al problema del lavoro intellettuale ancora diffuso negli ambiti più tradizionalisti di una sinistra ormai defunta, che può anche essere la manifestazione di una sana diffidenza. Ma quando è alimentato dall’alto mi ricorda l’intervento di un operaio (senza mani callose) che nel corso di una recente assemblea aveva così esordito: “Gli intellettuali, scusate la parola, ecc…”. Conosco Carlo Formenti soprattutto attraverso i libri (scusate la parola…) che ha scritto; ma stavolta questo professore in incognito ha fatto cilecca. Non sa niente e crede di sapere tutto. Non sa niente perché nella fase della sua costituzione, della lista “L’altra Europa” non si può sapere quasi niente, se non parlando, ma Formenti non lo fa, del contesto in cui è nata o della domanda sociale, politica e culturale a cui cerca di dare risposta. Una risposta in gran parte da definire attraverso il concorso dei movimenti a cui la lista fa appello, mettendo a frutto la loro esperienza, le loro buone pratiche e anche, ovviamente, il contributo degli i “intellettuali” che hanno dato la loro adesione.
Invece Formenti sembra già sapere che in quella lista, o verso quella lista, convergono Vendola, che ha appena affrontato – e perso – un congresso in cui proponeva esattamente il contrario, Civati e i cinque stelle dissidenti, che per ora stanno facendo tutt’altre operazioni, Toni Negri che ha detto che appoggia Tsipras ma le lezioni non gli interessano, Bifo che gli ha inviato un assist alla propria candidatura “di puro marchio democristiano”, Casarini (ma l’ha imbroccata per puro caso), ecc. E sbaglia persino sostenendo che Paolo Flores e Barbara Spinelli (che scrive su la Repubblica) fanno capo al Fatto Quotidiano. Ma le critiche sostanziali di Formenti riguardano due questioni: l’idea di cercare una “terza via” tra mercatismo ed euroscetticismo; e le modalità di scelta dei candidati. A Formenti non piace l’espressione “terza via” che gli ricorda Blair; ma è una questione nominalistica, perché la terza via di Blair e dei suoi epigoni rientra a pieno titolo nel mercatismo – o liberismo – mentre la strada proposta da Tsipras e dalla lista “L’altra Europa” respinge tanto il liberismo imperante nella governance europea, e non solo, quanto l’idea di salvarsi attraverso un recupero delle sovranità nazionali in campo monetario, fiscale, tariffario, ecc. Formenti non dice se condivide o no questa “seconda via” (ben riassunta nella proposta di “uscire dall’euro”) e liquida la questione affermando che “questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri”. Non si capisce però se per distruzione e ricostruzione “sulle ceneri” Formenti intende che dobbiamo passare anche noi per un disastro come quello della Grecia (“ceneri”); oppure sciogliere il vincolo europeo per tornare alle sovranità nazionali (“quest’Europa può solo essere distrutta”); però sa già che “i professori” di queste cose non vogliono parlare. E perché? Di che altro si dovrebbe parlare in questa campagna elettorale per definire un percorso che eviti sia il mercatismo imperante che l’euroscetticismo (e il fascismo) in ascesa?
In realtà, mettendo insieme l’appello dei “professori”, cioè dei promotori della lista e la dichiarazione programmatica di Tsipras, che i promotori (ora garanti) hanno condiviso, abbiamo un programma politico quasi completo, certamente da articolare, integrare, approfondire e correggere, con cui però Formenti non si confronta. In quelle dichiarazioni si parte proprio dal presupposto che oggi “gli Stati [europei] da soli non sono in grado di esercitare sovranità” e che per questo solo l’Europa può e deve cambiare fondamentalmente. Deve darsi una nuova Costituzione, i mezzi finanziari per creare lavoro, con una politica ambientale adeguata alle dimensioni della crisi planetaria, con una riconversione del sistema produttivo dove si indicano anche i settori di più urgente intervento; deve respingere il fiscal compact, mettere al centro il superamento delle diseguaglianze e lo stato di diritto, promuovere la ricerca, l’istruzione e la cultura, affrontare mafia e criminalità organizzata e invertire rotta nelle politiche adottate contro i migranti. Nella sua Dichiarazione programmatica, a sua volta, Tsipras precisa tre principi che impegneranno i parlamentari eletti nelle liste che lo appoggiano per offrire un punto di riferimento concreto alle lotte sociali sempre più intense contro le politiche liberiste adottate dall’UE.
I tre principi riguardano la fine dell’austerità, attraverso misure che includono anche la rinegoziazione del debito e la messa in mora del suo rimborso; la trasformazione ecologica della produzione e una politica di inclusione, diretta innanzitutto ai migranti e ai diritti civili dei cittadini. Il tutto articolato in ben dieci punti che nel loro insieme costituiscono una ricostituzione dalle radici dell’Unione europea. Forse proprio quella che anche Formenti auspica, anche se, al di là del suo furore distruttivo, non ci dice che Europa vorrebbe e nemmeno se anche per lui è l’Europa il terreno fondamentale dove si decidono gli esiti di un conflitto che ancora non si è dispiegato pienamente, ma di cui si moltiplicano i focolai e che il nostro progetto cerca di consolidare in un fronte unitario. Quanto alla scelta dei candidati, sfiderei Formenti, che per sua fortuna non ha dovuto confrontarsi con un problema del genere, a trovare un sistema più democratico di quello adottato per formare la lista L’altra Europa con Tsipras. Associazioni, comitati e organizzazioni varie, compresi i partiti che sostengono la lista, hanno presentato le loro proposte, dopo averle discusse al loro interno, a un comitato allargato a cui tutti gli interessati hanno potuto partecipare.
Questo comitato le ha sottoposto quelle proposte a uno screening per ricomporle secondo criteri di buon senso. In cui ha certamente un posto di riguardo la “visibilità” dei candidati: per far parlare di una lista e di un programma su cui è calato il più assoluto silenzio di stampa e media. Ma ii criteri sostanziali sono il rispetto di un equilibrio tra generi, di età, provenienza territoriale e appartenenza a mondi politico-culturali differenti (la lista si propone esattamente questo). Una serie di criteri che non lascia molto spazio alla discrezionalità. D’altronde le elezioni europee consentono ben tre voti di preferenza, che possono ribaltare molte delle scelte compiute. Quanto ai “professori”, cioè ai garanti, non sono stati loro a formare le liste; il loro ruolo era quello di proporre al comitato alcune (poche) candidature di rilievo e di dirimere le questioni controverse. Formenti, ergendosi a paladino della selezione dei candidati in assemblea o tramite un voto on-line sembra aver dimenticato come si sono svolte e concluse le assemblee che hanno preceduto solo un anno fa il disastro di Rivoluzione Civile (le assemblee occupate per imporre i candidati di uno o dell’altro partito, che è quello che si voleva evitare), o come si svolgono i periodici voti on line del movimento cinque stelle, con cui, in questo caso, non si vuole avere niente da condividere. In una non-organizzazione come la lista L’altra Europa, nata praticamente dal nulla per supplire alle carenze o rimediare alle divisioni di chi per anni si è autonominato rappresentante della sinistra, riuscendo a lasciare milioni di cittadine e cittadini senza alcuna rappresentanza e consegnandoli all’astensione, al movimento cinque stelle o a un voto al PD dato controvoglia, non credo che si potesse trovare un modo di scegliere i candidati più condiviso o democratico di questo.
Decrescita o conversione ecologica? (“il manifesto”, 7 settembre 2012)
Lettera a il manifesto:
Sono due i motivi per i quali compro ogni mattina “Il manifesto”: per tenere in vita il giornale e perché è uno dei pochi luoghi ove sia possibile leggere analisi e proposte per una riforma della società e dell’economia più eque ed ecologicamente compatibili. E fra i tanti interventi che compaiono su questi argomenti, mi trovo spesso ad apprezzare e condividere quelli di Guido Viale. L’ultimo suo intervento, in ordine di tempo, l’ho letto sabato I settembre, dal titolo: “L’Ilva si controlla dal basso”. È su questo suo intervento che mi voglio soffermare perché, pur condividendo la sua tesi di fondo (il controllo dal basso) mi ritrovo a dissentire sulla sua reiterata tesi di critica alla decrescita, assimilata alla categoria della “visione bucolica dello sviluppo”. Leggi tutto “Decrescita o conversione ecologica? (“il manifesto”, 7 settembre 2012)”
Risposta a un lettore de “il manifesto”: Il futuro è già qui
Ho letto l’ultimo articolo di Viale sul Manifesto del 25-07-12 e con mio grande dispiacere ho notato che ha riconfermato la sua abitudine a proporre azioni politiche che guardano al lontano futuro e mai al presente (oggi, domani, subito).
Io sono stato, fino a poco tempo fa, un estimatore del pensiero di Viale. Condivido il discorso sull’ambiente e la riconversione ecologica, ma non può ignorare la necessità di dare risposte, ora, su ciò che accade. L’ unione europea e l’euro stanno saltando e la proposta che riformula è quella solita di una costruzione della società futura. Leggi tutto “Risposta a un lettore de “il manifesto”: Il futuro è già qui”
Ho mandato questo post al blog di Gad Lerner
Nella puntata dell’infedele del 10 ottobre scorso, a cui ho partecipato, ho sostenuto che per salvare le banche gli Stati Uniti avevano speso 2.000 miliardi di dollari e in Europa erano stati spesi 2000 miliardi di euro, pari a circa 3.000 miliardi di dollari. Leggi tutto “Ho mandato questo post al blog di Gad Lerner”
La classe non è acqua (il manifesto, luglio 2011)
Ho ricevuto, tramite il manifesto, questa critica da alcuni economisti. In calce la mia risposta. Già che ci siamo inserisco anche la risposta che ho dato ad alcune critiche alle mie posizioni relative al problema crescita-decrescita…
di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Massimiliano Tomba, Giovanna Vertova
Compriamo (o ‘scarichiamo’ on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C’è di peggio, però. Ogni tanto lo leggiamo. Come oggi, 8 luglio, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti. Leggi tutto “La classe non è acqua (il manifesto, luglio 2011)”
Una risposta alle critiche Luigi Cavallaro alle mie posizioni sul Sessantotto
I trent’anni che la pubblicistica ha definito “gloriosi” erano stati caratterizzati in Occidente dall’egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l’omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l’impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi “sviluppati”. Parallelamente all’organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un “ascensore sociale” in grado di trasformare, nell’avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell’industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell’Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, “concertata” o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall’organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa all’America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta. Leggi tutto “Una risposta alle critiche Luigi Cavallaro alle mie posizioni sul Sessantotto”
