Premetto che continuo a considerarmi membro a tutti gli effetti de L’Altra Europa perché ho condiviso e continuo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che peraltro ho contribuito a redigere, e perché sono stato prima tra i promotori e poi tra i garanti di questo progetto. Non ho sottoscritto il documento Siamo a un bivio perché è in aperto contrasto con la lettera e lo spirito di quel primo appello. Leggi tutto “Lettera aperta alle compagne e ai compagni de l’altra europa”
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Spettabile Comitato Operativo Transitorio,
Spettabile Comitato Operativo Transitorio (e in gran parte permanente) de L’Altra Europa con Tsipras,
Vi scrivo per segnalarvi una situazione imbarazzante, causata da decisioni da voi arbitrariamente assunte, che non riguardano solo la mia persona, ma – credo – la stragrande maggioranza degli attivisti e dei sostenitori de L’Altra Europa. Leggi tutto “Spettabile Comitato Operativo Transitorio,”
Quale Europa?
Quale Europa vogliamo noi della lista L’altra Europa con Tsipras? L’abbiamo detto e scritto molte volte: vogliamo un’Europa democratica, federalista, solidale, ecologica, inclusiva, pacifica. Ora – ma in parte abbiamo già cominciato a farlo nei mesi scorsi – dobbiamo articolare questo programma.
Democratica: vogliamo una vera costituzione dell’Unione europea, con un governo a base parlamentare, autonomo dai poteri dell’alta finanza e in grado di definire le linee fondamentali della politica economica, sociale, ambientale e culturale; e vogliamo anche preservare l’impianto fondamentale della costituzione italiana e fermare la progressiva erosione dell’area di applicazione della democrazia promossa dal governo Renzi e da quelli che lo hanno preceduto. Ma siamo consapevoli che la democrazia rappresentativa non è più un ordinamento sufficiente a garantire i diritti della persona che sono andati maturando nel corso del secolo scorso se non viene affiancata e integrata da forme di democrazia partecipativa, capaci di investire progressivamente tutte le aree della vita quotidiana: a partire dal lavoro, ma senza trascurare i servizi pubblici, locali e non, l’ambiente, la gestione del territorio e dei beni comuni, la cultura, la salute, l’istruzione e tutto il resto. La democrazia partecipativa (e queste osservazioni valgono anche per il dibattito sulla democrazia all’interno della nostra aggregazione) non è democrazia diretta; ammette la delega, sia con vincolo di mandato che senza, purché il mandato sia revocabile in ogni momento; non prevede, nella misura del possibile, votazioni a maggioranza se non sugli ordini del giorno delle riunioni e richiede un impegno diretto di chi vi partecipa – la cittadinanza attiva – alla gestione delle iniziative, delle lotte o delle attività nei confronti delle quali si esercita. La partecipazione diretta della cittadinanza attiva alla gestione di una risorsa, di un servizio o di una attività, o la rivendicazione condivisa di questa partecipazione, è ciò che li definisce come beni comuni.
Federalismo non deve essere inteso come un rapporto tra Stati, ma come una rivalutazione radicale dei poteri e delle autonomie locali; innanzitutto quelle dei Comuni o delle unioni o associazioni di piccoli Comuni (di ciò che chiamiamo il “territorio”), che sono la componente dell’ordinamento statuale più vicino ai cittadini e in cui è più facile – o meglio, meno difficile – dare vita a forme di democrazia partecipativa.
Solidale vuol dire che gli Stati, le nazioni e i paesi membri dell’Unione devono condividere oneri e responsabilità di un processo orientato all’equilibrio e alla parità di condizioni tra tutti; alla condivisione dei costi e dei benefici del cammino comune; in particolare, occorre perseguire la condivisione dei debiti pubblici, il livellamento dei tassi di interesse e dell’imposizione fiscale, una distribuzione equa degli investimenti comuni. Questo approccio include anche, seppure in forme meno dirette, la solidarietà nei confronti delle altre aree geografiche del pianeta e di tutti gli altri paesi del mondo, a partire da quelli rimasti ai margini dei benefici – ma non dei costi – dello sviluppo industriale ed economico. Ma solidarietà vuol dire anche e soprattutto giustizia sociale all’interno di ogni paese e area geografica; redistribuzione del lavoro, del potere contrattuale, del reddito, degli oneri fiscali, dell’istruzione, dei presidi sanitari; insomma, dei diritti. Senza escludere la solidarietà nei confronti di tutto il vivente e della natura (la “madre Terra”). Ma anzi, facendone un punto centrale del nostro programma.
E’ questo infatti il quadro di riferimento di ogni progetto ecologico, che deve fare i conti con quella “seconda natura” in cui da tempo è collocata l’umanità: non solo quindi con la natura prodotta dall’evoluzione geologica della crosta terrestre e da quella biologica del vivente, ma anche con quella nostra “natura” che è stata prodotta dalla rivoluzione industriale, dall’avvento dei materiali di sintesi, dalla proliferazione dei prodotti e dei rifiuti – solidi, liquidi e gassosi – generati dalla civiltà dei consumi. Perché in essi e con essi le leggi che presiedono al mondo del vivente – e alla vita umana su questa Terra – continuino a poter operare pienamente e si possa ritrovare un equilibrio fra questi due mondi – quello “naturale” e quello “artificiale” – che restituisca al primo le condizioni per non essere soffocato dal secondo. Tutto ciò riguarda tanto gli impegni dell’Unione europea nel campo delle convenzioni internazionali da cui dipende la salvaguardia degli equilibri climatici e l’integrità dei mari, dei suoli, delle acque della biodiversità, ecc. – un terreno da cui l’Unione, dall’inizio della crisi, si è progressivamente disimpegnata – quanto la difesa di ogni singolo territorio dall’inquinamento locale e dalla manomissione dei suoi assetti.
Inclusiva significa che l’Europa deve cessare di essere vissuta e governata come una “fortezza” sotto assedio da parte di una ”armata” di profughi e migranti alla ricerca di condizioni di vita migliori o addirittura della propria sopravvivenza. In un’Europa solidale, che pratica la giustizia sociale e ambientale, ci deve essere posto per tutti; anche perché l’emarginazione, la clandestinità, la discriminazione razziale – anche quella non più fondata su basi biologiche, ma culturali, che in parte l’ha sostituita; e soprattutto quella che si esercita in forme sempre più marcate contro i poveri e la povertà – sono calamite che non fanno che produrre più emarginazione, più clandestinità, più razzismo, più povertà: in una spirale che ha il suo punto di approdo in uno stato permanente di belligeranza senza sbocchi. L’accoglienza pone invece le premesse per un diverso rapporto con le popolazioni, e a volte anche con le istituzioni, dei paesi di origine dei profughi e dei migranti; un rapporto che può facilitare la composizione dei conflitti che ne hanno determinato l’esodo, o una circolazione di competenze e di relazioni che possono arricchire sia i paesi di origine che quelli di arrivo. Ma l’inclusione vale anche nei confronti di tutte le minoranze e di tutte le forme di diversità e di scostamento dalla norma – che, messe tutte insieme, costituiscono ormai da tempo la vera maggioranza sociale e una condizione permanente di ogni territorio – che interpella innanzitutto, prima di mettere sotto accusa idee e comportamenti altrui, le nostre concezioni e il nostro stile di vita quotidiano.
Pacifica non può voler dire solo impegnata a garantire la pace al proprio interno mentre ai suoi confini imperversano i conflitti più sanguinari – e più pericolosi per la sopravvivenza stessa del genere umano. Vuol dire mettere l’Europa in condizione di poter avere un ruolo attivo nella composizione dei conflitti armati altrui; specie quelli che sono il prodotto più diretto di una difesa oltranzista – e, alla fine, suicida – dei propri interessi, come quelli determinati dalla corsa al controllo delle riserve petrolifere, o quelli alimentati da un’esportazione di armi che risponde esclusivamente alla logica del “business is business”. A livello locale, un’Europa pacifica deve significare attenzione verso tutte quelle attività economiche che in vario modo concorrono ad alimentare quei conflitti armati; e capacità di proporre soluzioni di conversione ecologica per quelle imprese e quella occupazione che ne dipendono.
Ora se queste o altre considerazioni simili rappresentano un primo livello di esplicitazione del nostro programma, è chiaro che la sua ulteriore articolazione non può procedere in forma deduttiva – entrando sempre più nei particolari per una sorta di logica interna agli enunciati fondamentali – ma solo in forma induttiva: mettendo questi principi alla prova dei fatti nei territori o negli ambiti di intervento di ciascuna delle aggregazioni locali che a livello nazionale fanno capo alla nostra lista (o ex-lista). Ma per farlo bisogna evitare di chiudersi in se stessi quasi fossimo un’entità autosufficiente o anche solo parzialmente compiuta, mentre occorre il massimo di apertura del nostro operare: in due direzioni.
Innanzitutto, nel corso della breve esistenza di questo progetto non abbiamo raccolto – sia in termini di adesioni attive che di consenso – che una piccola parte di quel fervore di attività che contraddistingue da anni il nostro paese e che lo rendono assai più vivo e ricco di buone pratiche e di importanti esperienze in termini di analisi, di progettualità e di elaborazioni programmatiche di quanto si riscontra in altri paesi europei, dove pure il conflitto sociale è stato ed è più visibile e più facilmente inquadrabile in termini politici. E’ con queste realtà che ogni nucleo, o nodo, o comitato locale della nostra aggregazione deve cercare di confrontarsi e di prendere iniziative comuni. Per farlo, più che di assemblee generali – locali, o generali, o nazionali – che rischiano di rimescolare sempre le stesse carte, occorre che ci organizziamo, innanzitutto a livello locale, per gruppi di lavoro o per commissioni tematiche. Per fare qualche esempio: difesa del territorio; lotta contro le grandi opere e i grandi eventi (che ne è una specificazione, ma anche un tema assai più complesso); Costituzioni (europea e italiana) e istituzioni (leggi elettorali, poteri locali, patti di stabilità interni ed esterni, TTIP); conversione ecologica del tessuto produttivo e delle aziende in crisi; questione energetica; altra economia (GAS, DES, cooperative sociali, fabbriche occupate, luoghi di socializzazione alternativi, ecc.); diritti e conflitti del lavoro; precariato; pace, ecc. Ma si possono ipotizzare suddivisioni e aggregazioni di temi del tutto differenti. L’importante è che ciascuno di questi raggruppamenti, oltre a promuovere collegamenti nazionali e internazionali (avvalendosi, in questo caso, della nostra presenza nel parlamento europeo e della nostra appartenenza al GUE) sui temi di proprio specifico interesse – ma senza rinchiudersi in una prospettiva settoriale e specialistica – vada alla ricerca dei molti possibili interlocutori, singoli e organizzati, che operano nel rispettivo territorio e che sono stati finora coinvolti solo marginalmente, o per nulla, dalla nostra mobilitazione elettorale; promuovendo con questi un confronto e delle iniziative comuni su un piano di assoluta parità. Questo significa che nel lavoro di articolazione, approfondimento e ulteriore elaborazione di un programma comune attraverso pratiche e iniziative condivise o attraverso lotte e mobilitazioni promosse o sostenute congiuntamente, questi nostri interlocutori debbono aver voce al pari di noi (cioè al pari di chi ha già partecipato alle forme organizzate della lista L’altra Europa). Ciò comporta non solo includere o integrare o modificare taluni aspetti dei nostri punti di partenza (quelli contenuti nell’appello iniziale e poi nei “dieci punti” redatti da Barbara Spinelli); ma anche, eventualmente, in alcuni casi contraddirli. Ma sicuramente arricchirli con una molteplicità di esperienze pratiche condivise attraverso cui il nostro programma si fa, da mera enunciazione, pratica politica quotidiana.
L’altra direzione in cui dovrà svilupparsi la nostra iniziativa è il consolidamento culturale – e perché no? teorico – di quanto saremo in grado di sviluppare con la pratica. Non tanto per merito nostro, quanto per la miseria che contraddistingue ormai da tempo la totalità della politica italiana, intorno al progetto che ha messo capo alla lista L’altra Europa si è andato raccogliendo in pochi mesi il meglio dell’intelligenza italiana. Non c’è bisogno di fare nomi, anche perché sono tantissimi. Finora non abbiamo saputo o potuto valorizzare granché questi apporti; ma ora, usciti dall’emergenza della campagna elettorale, dobbiamo saper offrire a tutti questi nostri interlocutori un terreno di confronto con le nostre pratiche: non per cercare di trasformarli in “intellettuali organici” al nostro progetto; bensì per dare ad esso, nella più assoluta libertà di ciascuno, quel respiro e quella larghezza di vedute indispensabili per affrontare un compito da cui non possiamo prescindere: promuovere la rifondazione, su nuove basi, di una cultura della democrazia che abbracci tutti gli aspetti della vita quotidiana e tutte le pieghe della società. Nessun’altra organizzazione in Europa può contare su un apporto di intelligenze e di impegno civile paragonabile a quello di cui possiamo avvalerci noi. E questo restituisce anche alla nostra piccola rappresentanza parlamentare un peso che il numero ridotto dei suoi membri non le consentirebbe altrimenti di avere.
Anche questa seconda direzione, che è quella della riconquista di un’egemonia culturale indispensabile per garantire un difesa e un sostegno adeguati ai diritti della persona (“prima le persone”), richiede da parte nostra il massimo di aperture, anche in termini organizzativi. Abbiamo davanti a noi due modelli, per ora embrionali, ma che ne svelano le grandi potenzialità: innanzitutto la costituente dei beni comuni che ha visto il concorso del meglio della dottrina giuridica italiana intorno ad alcune iniziative pratiche di occupazione e di lotta come quella del Teatro Valle di Roma e del Municipio dei Beni comuni di Pisa; poi, anche se con un esito più contestato, anche perché ha investito in pieno una difficile sfera istituzionale, la creazione dell’Azienda speciale Acqua Bene Comune di Napoli, come prima traduzione pratica degli obiettivi dei referendum del 2011.
Va da sé che un approccio come quello qui delineato ha bisogno di strumenti e strutture di coordinamento: un sito, una presenza molto ben controllata sui social network, un ufficio stampa che promuova la nostra presenza sui media e – perché no? – in prosieguo di tempo, un giornale o una rivista on line o cartacea; o una radio. E ha bisogno di denaro, che forse la nostra piccola affermazione elettorale ci potrà mettere a disposizione in misura leggermente maggiore della miseria che abbiamo conosciuto finora. Certamente ha anche bisogno di incontri e riunioni fisiche periodiche e di qualcuno, possibilmente a rotazione, che le convochi, le coordini o vi partecipi, evitando però la creazione di strutture troppo pesanti, che poi è difficile ridimensionare.
Ma è implicito che questo approccio ha un bersaglio polemico in qualcosa che si aggira nelle nostre riunioni e nelle nostre comunicazioni come uno spettro. Questo qualcosa è il nuovo “soggetto politico”, o il “soggetto politico nuovo”, a volte declinato in una più indeterminata “soggettività politica”, ovvero in una “costituente della sinistra”, per non parlare di chi propone senz’altro di “fare un partito” e ne fissa anche i tempi di fondazione. Ho più volte messo in guardia in passato, nell’ambito della mia militanza nel gruppo Alba, dai rischi impliciti nel ricorso al termine soggetto e ai suoi succedanei. E’ un termine che apparentemente esalta l’iniziativa e l’autonomia di un agire comune, ma che in realtà finisce spesso per rinchiuderlo in qualcosa di solido, di sostanziale, di autosufficiente, soprattutto quando non è riferito ad alcunché di presente, ma a una meta da raggiungere in tempi più o meno certi. In altre parole, e ne abbiamo davanti agli occhi un bell’esempio nei nostri scambi di mail dell’ultimo mese, rischia di distogliere il nostro dibattito politico dall’impegno a sviluppare nella pratica quotidiana il tema dell’Europa che vogliamo (nei termini in cui l’ho delineata sopra), dell’Italia che vogliamo o, più in generale della società che vogliamo. Non sto parlando del “sol dell’avvenire” in cui ritengo che nessuno di noi creda più, per lo meno nei termini in cui ha funzionato come motore politico delle lotte del movimento operaio nel secolo scorso, e anche prima. Parlo di una visione del futuro che vede il conflitto e la partecipazione, variamente intrecciati tra loro, come componenti permanenti di una dinamica sociale in cui a ogni generazione tocca fare i conti con le acquisizioni e le sconfitte di quella precedente. Si rischia così di confinare il nostro dibattito al tema di come costruire il nuovo soggetto, o il nuovo partito, o la nuova sinistra, sottintendendo che la individuazione e la definizione delle modalità attraverso cui trasformare con la pratica quotidiana i rapporti sociali ne discendano automaticamente; o comunque vengano “dopo”. E trascurando, per di più, la dimensione europea e internazionale in cui fin dall’inizio abbiamo voluto collocare la nostra iniziativa. Per cui il discorso sulle pur necessarie iniziative da prendere, anche in termini organizzativi, per non disperdere quanto è stato realizzato nel corso dell’esperienza che abbiamo fatto insieme con la lista L’altra Europa rischia di assorbire e risucchiare in un buco nero tutto il resto.
Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)
Buon giorno. Benvenuti
Questo è un incontro di ascolto, come quello dei candidati della scorsa settimana e si inserisce in un percorso generale che dobbiamo definire oggi. Vogliamo consolidare il nostro risicato ma importante successo elettorale con un impegno a continuare insieme a impegnarsi e a lottare per gli obiettivi e le ragioni contenute nei dieci punti della nostra lista.
La nostra non era e non è una lista di scopo destinata a sciogliersi dopo le elezioni, nessuno di noi lo ha mai pensato.
Abbiamo degli obblighi verso i nostri elettori, che si aspettano molto, forse persino troppo da noi; verso i nostri parlamentari a cui dobbiamo offrire nei territori un ancoraggio sicuro alle battaglie che condurranno con il GUE, insieme ai parlamentari di tanti altri paesi europei. Abbiamo degli obblighi verso tutti noi, cioè verso tutti coloro che si sono impegnati, a volte fino allo stremo, in questa campagna, a partire dalla raccolta delle firme.
Siamo stati bravi e dobbiamo esserne fieri.
Oggi prenderanno la parola soprattutto i comitati, come la scorsa settimana lo hanno fatto i candidati. Vogliamo sapere (in interventi di 5minuti ciascuno) come hanno lavorato e che problemi hanno incontrato. Ma soprattutto che cosa si aspettano da tutti noi e quali impegni hanno già preso o intendono prendere per il futuro.
Innanzitutto sul piano politico: cioè quali battaglie e quali iniziative considerano prioritarie. Poi sul piano organizzativo: cioè come pensano di tenere insieme la nostra comunità e quali strutture pensano più adatte a rispondere ai loro bisogni, sia a livello locale che a quello nazionale, con le quali sostituire il gruppo dei garanti e il comitato operativo che ormai hanno esaurito il loro mandato e devono essere sostituiti con qualche cosa d’altro.
Non dobbiamo avere fretta e stringere troppo tempi e vincoli, ma nemmeno permettere che si disperda quello che con tanta fatica abbiamo messo insieme fino ad ora. Per questo garanti e comitato operativo si sono trovati d’accordo nel proporre una assemblea generale a metà luglio (il 19) che va preparata con cura nei territori. Se siete d’accordo da essa dovrà nascere l’organismo del nostro coordinamento futuro, ma anche del collegamento con il nostro gruppo parlamentare. Con tutto il GUE: da oggi facciamo parte di una importante famiglia europea e le nostre iniziative dovranno sempre più avere questo orizzonte.
Abbiamo davanti a noi tre ordini di problemi che circoscrivono e definiscono i nostri impegni futuri: lavoro, democrazia e ambiente.
L’obiettivo primario dell’austerità è la distruzione di tutto quello che di positivo il movimento operaio ha saputo creare nel secolo scorso. Attraverso delocalizzazione, disoccupazione, precariato e azzeramento del diritto del lavoro (che é il succo del decreto Poletti e del job act, ma prima di esso dei decreti Harz tedeschi, che fanno della Germania il loro modello) vogliono imporci di sostituire alla solidarietà la concorrenza tra i lavoratori. Dobbiamo capire e imparare a rispondere a questo attacco, che è globale, in modo altrettanto generale, con grandi parole d’ordine come reddito di cittadinanza o di base, lotta alle delocalizzazione, requisizione e riconversione della aziende che chiudono, piano generale del lavoro (per questo, tra l’altro, abbiamo aderito al progetto new deal4europe); ma dobbiamo imparare a rispondere anche in modo specifico, impresa per impresa, categoria per categoria, territorio per territorio.
Anche la democrazia è sotto attacco: in Italia con il ddl elettorale e è le riforme costituzionali; ma anche con il patto di stabilità che priva i comuni della loro autonomia per costringerli a cedere le loro funzioni ai privati. In europa con l’abbandono progressivo del progetto federalista, democratico e pacifico su cui era nato il disegno dell’unione europea, consegnando tutto il potere a organi non elettivi, espressione diretta dell’alta finanza. Leggi tutto “Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)”
Lettera di Guido Viale ai candidati e ai comitati della lista L’altra Europa per Tsipras
Milano, 9.06.2014
Carco di riportare sul piano dell’argomentazione un tema affrontato troppo male. Che la decisione di Barbara Spinelli di accettare un seggio nel Parlamento europeo – dopo aver dichiarato all’inizio e nel corso della campagna elettorale che non lo avrebbe fatto – possa suscitare critiche non solo legittime, ma anche comprensibili, è ovvio. Ma dovrebbero rimanere nell’ambito della buona educazione e del rispetto reciproco (“prima le persone”, proclama il nostro slogan: lo siamo tutte e tutti), soprattutto quando provengono dalle nostre file.
La critica più fondata, e la più condivisa, mi sembra essere che Barbara non ha mantenuto fede alla parola data. Non è una critica politica, ma ha un’indubbia rilevanza politica. Barbara dice di aver cambiato idea di fronte a un cambiamento sia del contesto che della sua posizione. Ricorda che cambiare idea si può; e che l’impegno che aveva preso era quello di annunciare in anticipo la sua intenzione di non impegnarsi nel nuovo Parlamento, esattamente come avevano fatto Moni Ovadia e Adriano Prosperi, mettendo a disposizione della lista nel modo più diretto i loro nomi, le loro facce, le loro storie. Non si trattava certo, come ha fatto rilevare, di stringere un “patto” con gli elettori mancando, del patto, la controparte. Anche di fronte a chi allora criticava quella scelta Barbara rispondeva che quelle dichiarazioni, sue e degli altri due candidati nella sua stessa situazione, riguardavano le condizioni del loro impegno nella campagna elettorale, e non avrebbero pregiudicato né il risultato elettorale della lista né il funzionamento della eventuale rappresentanza parlamentare conquistata. Niente di male se qualcuno non condivide queste argomentazioni.
Ma c’è un effluvio di indignazione – e di insulti nei confronti di una persona che ha contribuito più di ogni altra al successo della nostra lista; con tutto il rispetto per l’impegno e il contributo che ciascuno di noi ha dato in base alle proprie forze – o, nella migliore delle ipotesi, di sarcasmi che non invitano certo alla replica e all’argomentazione, che è violenza distruttiva nei riguardi della nostra impresa e che sembra non fermarsi di fronte a niente. Tanto che è difficile distinguere i commenti malevoli dei giornali e su internet, che ci hanno sempre osteggiato con il loro silenzio assoluto, per occuparsi di noi solo nei momenti di un contrasto (è il nostro mestiere! dicono, dimenticando che c’è una deontologia dell’informazione) dai peggiori interventi e dalle peggiori insinuazioni di chi ancora si considera parte della nostra comunità.
Se la decisione di Barbara Spinelli crea dei problemi – e indubbiamente li crea – bisognerebbe affrontarli tenendo la barra diritta (la “cura del processo”, come la chiama Corrado Oddi); non adoperandosi per fare affondare la barca. In questo clima, che in parte si intuisce navigando in internet, ma che sulle mail di Barbara Spinelli si sta rovesciando dieci volte più potente –accanto alle moltissime lettere argomentate di coloro che la sostengono nella sua scelta – è difficile pensare che una persona schiva come lei, non avvezza agli agoni oratori (non è un difetto), ritenga impossibile presentarsi in un’assemblea senza una adeguata protezione da parte dei garanti; che non c’è stata. Soprattutto perché la “torre d’avorio” in cui si sarebbe rinchiusa le è stata costruita intorno proprio da noi garanti, imponendole il silenzio fino a che non si fosse concluso in qualche modo il tentativo di arrivare a una soluzione condivisa tra tutte le parti in causa.
Quel tentativo aveva, sì, portato a un risultato importante: sia Fratoianni che Ferrero avevano concordato che Barbara Spinelli doveva comunque andare in Parlamento, perché questo era indispensabile per il bene della lista; ovvero perché era insostenibile il fatto che, lei disponibile, ne venisse esclusa. Ma in quel tentativo non si era poi provveduto, né da una parte né dall’altra, a coinvolgere Eleonora Forenza e Marco Furfaro. Se sono stati trattati come “carne da macello”, come dice quest’ultimo – ma mi pare un’espressione un po’ forte, perché in tal caso lo sarebbero stati anche tutti coloro che si sono adoperati in ogni modo a portare voti alla lista senza averne una ricompensa in termini di seggi – la responsabilità va ripartita in modo uguale tra entrambe le parti in causa. Purtroppo però quella “trattativa” prometteva chiaramente di prolungarsi alla calende greche e di mantenere sulle braci tutti, perché nessuno dei due interlocutori era disposto a rinunciare al “suo” parlamentare. Con le motivazioni più diverse: tutte legittime o per lo meno sensate, ma che non facevano che esaltare e mettere in evidenza che di spartizione effettivamente si trattava: tutti d’accordo a riconoscere prioritaria la presenza di Barbara Spinelli in parlamento; ma nessuno disposto a una rinuncia. Meglio rompere gli indugi piuttosto che arrivare e affidarsi alla roulette russa del sorteggio finale. Così anche ai garanti è stato imposto un aut aut: o rinunciare alla presenza di Barbara in Parlamento (e tutti l’hanno considerata una perdita insostenibile) o permetterle di assumersi la responsabilità di sciogliere il nodo in assoluta autonomia. E i garanti l’hanno assecondata. Barbara lo ha fatto nel modo più ovvio: scegliendo il collegio dove è residente, dove era capolista, dove ha avuto il numero maggiore di voti.
L’esito non sarebbe stato così traumatico se il caso non avesse voluto che i tre candidati si distribuissero – secondo quanto detto e ripetuto da innumerevoli protagonisti e commentatori – in base a un equilibrio da manuale Cencelli: un terzo a Sel, un terzo a Rifondazione e un terzo alla “società civile. Non mi stancherò mai di ripetere che la società civile non esiste (è un’antica idea di Hegel che ormai usa solo Paolo Flores); e meno che mai esiste “il partito della società civile”, portato in vita solo per inventarsi equilibri inesistenti. La società civile si affianca, e ormai soccombe, alla società incivile, decisamente preponderante; ed entrambe si spartiscono sia gli iscritti ai partiti che quelli che non lo sono (che però non amano vedersi affastellati in un unico raggruppamento parapartitico).
Ecco dunque le ragioni politiche – e dietro di loro quelle morali – per il cosiddetto “voltafaccia” di Barbara Spinelli, ovvero la decisione di rivedere le sue dichiarazioni iniziali. Barbara era la garante principale di un progetto unitario apartitico e inclusivo. Ma se il progetto si fosse trasformato, come in larga misura ha rischiato di fare già durante la campagna elettorale, e come oggi rischiava di fare in una spartizione di spoglie (un terzo, un terzo, un terzo) il suo ruolo le imponeva di interrompere questa deriva. E lo ha fatto, coinvolgendo i garanti, prima che la nostra delegazione nel Parlamento europeo si presentasse sotto forma di una riedizione di una “lista Ingroia con il quorum”. Non poteva finire così: ora siamo entrati in un gruppo parlamentare di dimensioni europee; abbiamo sfondato in Italia con le firme e con i voti, nonostante un silenzio stampa assoluto e una campagna calunniosa nei nostri confronti. Abbiamo davanti prospettive più serie e importanti.
Quello che il suo ruolo di garante le imponeva, Barbara lo poteva fare solo riportando l’attenzione su di sé come depositaria di un sapere e di un giudizio solido sui temi dell’Europa, che nessuno saprebbe trattare meglio di lei da parlamentare; ma soprattutto additando nel suo nome, nel suo lavoro e nella sua presenza in Parlamento, il carattere indiscutibilmente unitario della lista. Ora il risultato immediato sembra contraddire una scelta che è stata una vera assunzione di responsabilità verso gli elettori, verso la lista, verso i suoi attivisti, verso i garanti; ed è finita per passare – grazie soprattutto all’atteggiamento di chi non si è mai posto il problema: ma perché mai l’avrà fatto? – come un comportamento altezzoso di una signora rinchiusa (dai garanti) nel proprio castello. Quell’assunzione di responsabilità merita invece un riconoscimento, e un grazie, a Barbara Spinelli. Glielo dobbiamo tutti.
