A proposito della manifestazione “Non una di meno”

Viviamo da tempo, e sempre di più, in un regime di ricatto continuo, a cui rischiamo di assuefarci. Facciamo alcuni esempi:

L’abolizione dell’art. 18 non rende solo più facili i licenziamenti, ma introduce nelle aziende un clima di ricatto permanente analogo a quello a cui è sottoposto il lavoro precario. Per questo i suoi effetti non vanno misurati tanto sul numero dei licenziamenti senza giusta causa, che pure sono molto aumentati, quanto sui numeri delle morti e degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali che colpiscono lavoratori che non hanno più la forza per sottrarsi alle imposizioni delle gerarchie aziendali.

L’accordo dell’Unione europea con la Turchia perché “trattenga” sul suo territorio i profughi, o provveda lei a respingerli da dove sono venuti, espone tutti i governi europei al ricatto permanente di Erdogan. Ma non è che i governi dell’Unione si possono liberare di questo ricatto accontentandolo su questa o quella misura, come già stanno facendo in modo vergognoso in tema di democrazia, di persecuzione del popolo curdo e di sostegno all’Isis ieri, e ad altre formazioni terroristiche domani. Quel ricatto continuerà a pendere sulle loro teste per sempre, per lo meno fino a quando si continuerà di trattare l’arrivo dei profughi come una calamità e non come una grande opportunità per ricostituire, con il loro contributo, un diverso ordine sociale sia in Europa che in Medio oriente e in Africa.

Il debito che, con il famigerato “divorzio” tra Governi e Banche centrali, tutti o quasi gli Stati hanno contratto per alimentare i deficit dei loro bilanci (e per evitare il fallimento del sistema bancario) ha messo definitivamente nelle mani della finanza internazionale non solo le politiche pubbliche, ma anche la vita e le scelte dei cittadini. Lo abbiamo visto all’opera in Grecia fino alle sue più estreme conseguenze, anche se, come nei due esempi precedenti, proprio il caso della Grecia dimostra che piegarsi – una, due, tre, quattro volte – non libera dal ricatto, che resta anzi una condizione permanente e si approfondisce; lo sperimentiamo anche noi in questi giorni, perché sono proprio i rappresentanti dell’alta finanza a dirci come dobbiamo votare al referendum per evitare uno sfracello. Il che rende evidente come mai prima d’ora che gli “sfracelli” economici non dipendono dalle “leggi oggettive” dei mercati, ma da decisioni politiche; che però non vengono più prese dai governi, ma da poteri tutt’altro che occulti che tengono in pugno con il ricatto sia i governi che, con essi, i rispettivi cittadini.

Se gli anni del dopoguerra, i famosi “trenta gloriosi”, che molto gloriosi poi non sono stati, si erano svolti nel segno della speranza – la decolonizzazione e l’indipendenza del “Terzo mondo”, i “miracoli economici” dell’Occidente, le “magnifiche sorti e progressive” del socialismo reale – gli ultimi trenta sono invece connotati dalla paura: paura di perdere il posto, o di non trovarlo mai; paura di essere invasi da una moltitudine di estranei che ci porta via quel poco che abbiamo; paura di un disastro economico che ci riduca tutti in miseria; paura (che però pochi sembrano avvertire con la dovuta importanza) che il nostro pianeta vada a fuoco. Inutile ripetere con Roosevelt che l’unica cosa di cui avere paura è proprio la paura. Il ricatto si avvale di un’arma contro cui sembra non esserci difesa: il suo nome è TINA, “non c’alternativa”. E infatti l’alternativa non c’è: bisogna costruirla dalle fondamenta. La parabola de L’altra Europa, soffocata dalle organizzazioni che avrebbero dovuto farla crescere, dopo i fallimenti della Coalizione sociale, di Cambiare si può, di Alba, della Federazione delle sinistre, della lista Arcobaleno e quant’altro, fa capire che un’epoca si è chiusa definitivamente e che un’alternativa vera può nascere solo guardando altrove.

Quell’alternativa in realtà già c’è nella testa o nel sentire di milioni di persone: è il reddito garantito, unica strada per sottrarsi al ricatto della precarietà e del licenziamento e trasformare il lavoro in un’attività che ciascuno possa scegliere liberamente; è l’accoglienza e l’inclusione nella nostra vita quotidiana di milioni di profughi per riconquistare insieme a loro e alle loro comunità di origine anche una prospettiva di pace, di democrazia e di risanamento ambientale tanto dei nostri quanto dei loro paesi; è il recupero di un controllo diretto e decentrato sul denaro, quello che serve a far circolare beni e servizi tra le persone, restituendogli il ruolo di primo e più importante dei beni comuni; al fianco della terra, cioè dell’ambiente, e del lavoro, cioè del libero impiego delle facoltà umane, come già aveva evidenziato, quasi un secolo fa, Karl Polanyi. Ma come arrivarci? In realtà la strada da imboccare – non certo il cammino da percorrere – ce l’abbiamo da sempre sotto gli occhi: in questi giorni più evidente che mai. Tanto evidente da non riuscire a vederla, come la lettera rubata di Poe.

Chi da sempre vive sotto ricatto, in forme e misure ben più intense di quelle a cui ci ha sottoposto tutti l’evoluzione più recente del capitalismo, è “l’altra metà del cielo”. E’ un ricatto radicale, che per molte di loro mette in forse la vita e l’integrità fisica – in un crescendo evidenziato dalla diffusione dei femminicidi – ma che per tutte può significare la perdita di pochi o tanti piccoli benefici, ma soprattutto di status: cioè della condizione sociale, relativamente “sicura”, in cui sono state collocate dall’universo maschile o a cui si sono dovute bene o male adattare. Una condizione che non lascia molto spazio alla prefigurazione di quello che le aspetta sottraendosi al ricatto, se non ciò che tutte insieme sapranno o hanno già in parte saputo costruire. E’ una situazione che si riproduce a tutte le latitudini: da noi, nei territori della donna “emancipata” – ma non per questo esente dal dominio di una cultura patriarcale – quanto nei paesi e nelle comunità dove la sottomissione o il vero e proprio possesso delle donne vengono resi evidenti anche con i segni esteriori, come il velo, di una condizione subalterna.

Per l’universo maschile capire questa situazione significa vivere in prima persona la consapevolezza che non c’è possibilità di sottrarci ai ricatti a cui siamo sottoposti senza correre il rischio di una perdita radicale del nostro status, quale che sia, con i tanti o pochi benefici ad esso legati e le piccole quanto crudeli forme di potere, sulle donne o su chi sta peggio di noi, che lo accompagnano. Una perdita che è però condizione irrinunciabile di una trasformazione della società che non può che essere anche una trasformazione nostra e di chi ci vive accanto. Solo così possiamo pensare di compiere un pezzo di strada insieme lungo il cammino che il movimento delle donne sta cercando faticosamente di percorrere; accettando, più o meno serenamente, il fatto che in molti casi ci troviamo e ci ritroveremo nella posizione di loro controparte: non meno pesantemente, se non violentemente, di quanto padroni, finanza e governi, con tutte le loro armi, lo sono nei nostri confronti.

Lettera aperta alle compagne e ai compagni de l’altra europa

Premetto che continuo a considerarmi membro a tutti gli effetti de L’Altra Europa perché ho condiviso e continuo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che peraltro ho contribuito a redigere, e perché sono stato prima tra i promotori e poi tra i garanti di questo progetto. Non ho sottoscritto il documento Siamo a un bivio perché è in aperto contrasto con la lettera e lo spirito di quel primo appello. Leggi tutto “Lettera aperta alle compagne e ai compagni de l’altra europa”

L’immaginario spazio a sinistra del Pd

Quando par­liamo di sociale, ci rife­riamo alle rela­zioni tra le per­sone — e, da qual­che tempo, anche quelle con il vivente in genere — nella vita di tutti i giorni. Ma nel lin­guag­gio poli­tico, sociale si rife­ri­sce alle modi­fi­ca­zioni di quei rap­porti con l’azione col­let­tiva: ini­zia­tive con­di­vise da una plu­ra­lità di attori che indi­chiamo con il ter­mine gene­rico di movi­menti. Leggi tutto “L’immaginario spazio a sinistra del Pd”

Spettabile Comitato Operativo Transitorio,

Spettabile Comitato Operativo Transitorio (e in gran parte permanente) de L’Altra Europa con Tsipras,
Vi scrivo per segnalarvi una situazione imbarazzante, causata da decisioni da voi arbitrariamente assunte, che non riguardano solo la mia persona, ma – credo – la stragrande maggioranza degli attivisti e dei sostenitori de L’Altra Europa. Leggi tutto “Spettabile Comitato Operativo Transitorio,”

Soggetto politico nuovo

L’urgenza delle scadenze che si moltiplicano e si sovrappongono non può esimerci da una riflessione sul periodo che ci separa dal lancio del nostro manifesto e sulle cose che ci hanno insegnato le pratiche in cui siamo stati impegnati in questo anno e mezzo; anche perché incombono sia la prima verifica del nostro statuto, sia il rinnovo del comitato operativo di Alba.

La prendo da lontano. Ho sottoscritto il manifesto per l’autorevolezza dei sui primi firmatari, la stima che nutro nei confronti del loro lavoro (nella misura in cui lo conosco) e la totale condivisione del suo incipit: “Non c’è più tempo” (che non vuol dire attendersi dei risultati subito – nessuno, credo, lo ha mai pensato – ma non rimandare a domani quello che può essere fatto oggi). Condivido tutte le critiche – politiche, culturali e morali – che il manifesto rivolge all’attuale assetto politico istituzionale del nostro paese e del mondo in generale. Condivido pienamente il principio di fare della invenzione e della pratica di nuove forme di democrazia il filo conduttore per il rinnovamento della politica, della morale e della società. Condivido il rimando all’importanza delle passioni e delle “virtù” e, ovviamente, l’obiettivo, non solo inattuato, ma scarsamente perseguito, di mettere la differenza di genere al centro di una ridefinizione della politica.

Su altri punti della sua formulazione nutrivo fin dall’inizio molte perplessità: alcune le ho manifestate subito, altre me le sono tenute per me, perché non le consideravo dirimenti. Adesso, alla luce di quanto abbiamo sperimentato in quest’anno e mezzo, penso che valga invece la pena sottoporle alla vostra attenzione. Preciso che la mia firma tra quelle dei promotori è stata aggiunta all’ultimo momento e che non ho avuto alcun ruolo né nella stesura né nella promozione del manifesto; cioè che non mi includo tra le firme “autorevoli” di cui sopra.

Alla base del manifesto ritengo ci sia un uso non sempre chiaro e distinto delle espressioni “percorso” (“proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano a riappropriarsi…del potere di contare e di decidere”), “spazio politico” (“dentro questo spazio…si muoverebbe una pluralità di attori politici nuovi”) e “soggetto politico” (“bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di nuova partenza”). A volte queste espressioni sembrano – a me – essere state usate in modo intercambiabile (indicano tutte il “il nuovo inizio”); a volte sembrano invece riproporre la dicotomia novecentesca tra partito (il “soggetto politico nuovo”) e organizzazioni di massa (lo “spazio” e il “percorso”); tra direzione politica e sedi della partecipazione; tra “avanguardia” e “masse”. Perché?

Condivido con Gustavo Zagrebesky – per ragioni sicuramente diverse e forse opposte alle sue – la diffidenza per l’espressione “soggetto politico”, ancorché “nuovo”. Soggetto è un termine complesso e problematico, che ha dietro di sé un ampio – e lungo – retroterra filosofico, che in qualche modo rimanda ai concetti di “sostanziale”, “solido”, “monolitico”. Anche nella sua accezione letterale, che si intreccia con quella filosofica, soggetto è ciò che “sta sotto” – un po’ come “suddito”, “sottoposto”, o “sostrato”: qualcuno o qualcosa che prende forma da un’entità o da un potere superiore. È vero che nell’età moderna soggetto e soggettività hanno subito una torsione radicale del loro significato originario, venendo a indicare autonomia, iniziativa, potere costituente (della realtà stessa, e non solo dell’ordinamento sociale o politico); e che con questo passaggio il cielo era disceso in qualche modo sulla terra; o l’uomo era salito in cielo e si era fatto creatore. Ma da almeno un secolo la critica “destrutturante” della filosofia contemporanea si è adoperata per mostrare, dietro la pretesa di attribuire alla soggettività un potere costituente, la permanenza di quell’originario retroterra semantico “sostanzialista”.

Ora non si può pretendere che il linguaggio politico tenga conto della storia e delle controversie che hanno accompagnato l’evoluzione del significato filosofico di un termine che è ormai di uso quotidiano e assai diffuso. Ma quel retroterra semantico rispunta spesso inconsapevolmente e condiziona pesantemente i termini in cui si svolge il nostro dibattito politico, portandoci a volte dove non vorremmo mai arrivare. E da lì, secondo me, da un linguaggio che veicola idee di cui pensavamo di esserci liberati, che si originano molti dei problemi che abbiamo incontrato.

La prima manifestazione di questo equivoco è la frequente ricomparsa nel nostro dibattito del quesito se Alba sia “il soggetto politico nuovo” oppure soltanto uno degli attori che devono o possono concorrere alla sua formazione. Ai fautori della prima di queste alternative andrebbe ricordato che il nostro intento, così come si è andato configurando nello sforzo di riempire di contenuti la griglia formale definita dal manifesto, è quello di cambiare l’organizzazione e la strutture della società non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo, ivi compresi i rapporti di genere e l’aggressione della specie umana all’ambiente in cui vive. La sproporzione tra la consistenza delle nostre forze e la vastità dei nostri intenti dovrebbe trattenerci dall’idea di costituire un “soggetto politico nuovo” attraverso l’accumulo di progressive adesioni alla nostra organizzazione o al nostro programma. Una pretesa che molto spesso sembra essere all’origine della frustrazione o dell’irritazione di alcuni compagni per il fatto che la nostra presenza non viene adeguatamente rimarcata o i nostri comunicati non vengono presi in considerazione: se il problema fondamentale è far crescere quel “soggetto” che è Alba, è evidente che non stiamo andando nella direzione giusta. Così la sproporzione tra intenti generali e realtà quotidiana del nostro fare rischia di riportare i primi alla misura della seconda: di rinchiuderci cioè in una prospettiva ridotta nello spazio (l’Italia e il confronto con glia altri “soggetti” politici in campo) e nel tempo (il “giorno per giorno”).

Viceversa, i fautori della seconda alternativa – indubbiamente più sensata: il “soggetto politico nuovo” come aggregazione di forze diverse e tra loro indipendenti – sembrano sì attendere “l’avvento” del soggetto politico nuovo da un processo di cui Alba sarà solo uno degli attori, ma l’esito di questo approccio è per molti versi analogo al precedente. Non Alba come “lievito” per contribuire alla crescita delle forze in campo presenti e future, ma la costruzione o la comparsa di un unico soggetto, certamente “plurale”, ma pur sempre unitario: un’entità con molte facce ma un’unica testa: cioè un unico indirizzo e un’unica direzione; pur sempre un monolite. Volenti o nolenti, quel soggetto politico è tendenzialmente sintetico, maschile, unico; destinato a  fagocitare tutti gli altri (aspiranti) soggetti.

Le conseguenze di questo equivoco non hanno tardato a manifestarsi fin dalla nostra seconda assise, quella di Parma, in cui è stato – troppo frettolosamente, secondo me – varato uno statuto di Alba che ne ha pesantemente condizionato i successivi sviluppi: è stata allora scartata un’ipotesi organizzativa che prevedeva adesioni collettive ad Alba (del tipo: “un collettivo – ovviamente a carattere locale o settoriale – che aderisce ad Alba costituisce per ciò stesso un “nodo” dell’organizzazione), per asseverare in modo esclusivo le adesioni individuali (cioè la crescita dell’organizzazione su se stessa intorno al suo nucleo originario). Qual è la differenza?

Nel primo caso Alba sarebbe diventata una rete di collegamento tra collettivi o singoli attivisti – ciascuno dei quali impegnato comunque in una o più organismi, o attività, o iniziative di carattere locale o settoriale – che si sforzano di assumere un punto di vista generale; l’attivismo e la “militanza” dei suoi membri si sarebbero sviluppati prevalentemente all’interno di collettivi che si sarebbe cercato, senza necessariamente riuscirvi, di orientare verso proposte e iniziative di carattere più generale; ma l’iniziativa sarebbe comunque restata saldamente in mano ai collettivi – aderissero o no ad Alba – e il compito della rete – dei singoli compagni o delle organizzazioni che ne fanno parte, ma soprattutto dei suoi organi e dei suoi strumenti di coordinamento – sarebbe stato raccogliere e cercare di generalizzare le proposte e le iniziative che promanano o crescono all’interno di quei collettivi; e non, invece, quello di sovrapporsi ad essi, cercando di coinvolgerli in iniziative decise in base a considerazioni politiche di ordine generale (cioè in base a ciò che ci accomuna agli altri “soggetti politici”, ovvero ai partiti tradizionali, e che ci fa sentire frustrati ogni volta che non riusciamo a far rimarcare la nostra presenza e le nostre differenze).

Nel secondo caso, che è la strada che abbiamo imboccato senza rendercene completamente conto, si ripropone, volenti o nolenti, l’impianto di un “centralismo” più o meno “democratico”. I nodi si configurano sempre più come “sezioni” di partito – e la vita all’interno dei nodi, ne ho esperienza diretta, tende a chiudersi su se stessa – e il comitato operativo finisce per comportarsi come un “comitato centrale” di antica memoria, che per lo più si sforza di coinvolgere i nodi in iniziative che non sono maturate al loro interno, e di “rappresentare” l’organizzazione con la frustrante emissione di comunicati di cui, nel contesto “sovietico” del quadro politico e dell’informazione in cui ci troviamo a operare, quasi nessuno tiene conto. La “forma partito”, per usare un’espressione che non amo, si impossessa così di quel substrato che avrebbe voluto essere “soggetto” in senso costituente.

La manifestazione più evidente, e persino grottesca, di questa dinamica l’abbiamo incontrata con l’esperienza frustrante di cambiare si può. L’intento era buono: promuovere un’aggregazione dal basso di organismi, comitati e singoli che si riconoscevano in un programma comune dai contenuti quasi per tutti scontati e in un progetto a cui molti – molti di più di coloro che hanno partecipato alle nostre assemblee – erano pronti ad aderire, come dimostra anche la delusione provata da tantissime persone che non avevano partecipato a quelle assemblee, ma che contavano sul suo seguito. Ma per motivi di tempo – l’anticipazione di una scadenza a cui guardava comunque già il manifesto; ma anche, forse, un colpevole ritardo della nostra organizzazione – questo progetto si è configurato come un’adesione a un progetto lanciato “dall’alto” (i firmatari dell’appello) senza coinvolgimenti in prima persona di organizzazioni di base. Impossessarsene, snaturarlo ed emarginare Alba, è stato così un esito quasi obbligato. L’equivoco che ci ha portato a quella disfatta è stata probabilmente la fiducia che abbiamo accordato a De Magistris (il cavallo di troia per l’ingresso nel progetto di Ingroia e del suo seguito) e al suo fantomatico “movimento arancione”, per il fatto di aver continuato a considerarlo la prosecuzione dell’iniziativa del febbraio 2012 “Comuni per i beni comuni”, che era un’idea – precedente la stessa costituzione di Alba – di grande respiro, ma subito snaturata dalla gestione più che sciatta, verticistica e, ovviamente, senza seguito, che ne aveva fatto De Magistris.

Di più. Dal giorno del lancio del nostro manifesto sono molte di più le adesioni “autorevoli” che si sono perse per strada di quelle, altrettanto autorevoli, che sono state acquisite. Ma, ancor peggio, sono infinitamente di più le adesioni perse di attivisti impegnati in qualche meandro di una rete di movimenti variegata come mai lo è stata prima d’ora in Italia di quelle che sono state acquisite in questi ambiti. È per me del tutto evidente che sia le “perdite” che le mancate acquisizioni – non tutte, ma in gran parte – sono dovute al fatto che gli iniziali sottoscrittori del manifesto, e molte delle persone che abbiamo incrociato successivamente nel corso della nostra attività, non se la sono sentita di venir rinchiusi nel perimetro di un’organizzazione che si andava configurando sempre più – nonostante le intenzioni contrarie di tutti i suoi membri – come un ennesimo partitino; che oggi è in gran parte l’immagine di sé che Alba proietta all’esterno. In altre parole, abbiamo finito per mettere del buon vino nuovo in una botte molto vecchia.

Che cosa avrebbe potuto diventare Alba se avesse seguito un percorso meno tradizionale? Uno spazio pubblico aperto, certamente contendibile e conteso tra chi pensa di poter coinvolgere il PD – e più in generale, quel che resta della “sinistra europea” – in un percorso di recupero della sovranità popolare e chi invece, come la maggior parte dei sottoscrittori del manifesto, considerava e considera questa prospettiva una mera illusione e volge lo sguardo altrove. Che è un po’ la situazione che si è venuta a produrre con il corteo dello scorso 12 ottobre. Situazione non episodica, perché l’abbiamo già incontrata, in altre forme, nel nostro breve passato (pensiamo solo al quotidiano il manifesto), e torneremo a incrociarla molte volte in futuro, per lo meno fino allo sfascio definitivo di PD e associati. Ma in questa contesa lo spazio di una prospettiva di radicale rinnovamento sarebbe stata molto più forte e meno facilmente emarginabile.

Lo conferma, forse, il fatto che, proprio per le insufficiente aperture di Alba e, soprattutto, per la nostra sostanziale assenza da gran parte delle attività in cui sono impegnate le forze che hanno dato vita alla manifestazione del 19 – non ne faccio ovviamente una colpa a nessuno: si fa quel che si può – siamo stati completamente isolati dalla seconda manifestazione (e anche dallo sciopero del 18). Se un ruolo di “medio periodo” si può individuare per la nostra organizzazione, e proprio per lo spirito che caratterizza il nostro manifesto, è quello di tenere aperto uno spazio che contrasti e attenui la divaricazione tra le due componenti di un fronte che le piazze del 12 e del 19 ottobre hanno messo in evidenza.

Cancellare l’immagine di marginalità in cui ci siamo rinchiusi e sforzarsi di proiettarne una diversa – Alba come rete di attivisti impegnati in organismi territoriali o settoriali che si tengono in contatto per cercare di far maturare, all’interno dei collettivi in cui operano, l’esigenza di iniziative, collegamenti e progetti più generali – è oggi un’impresa in gran parte pregiudicata, ma non impossibile. Richiede però una ridiscussione radicale della nostra collocazione nel panorama sociale e politico nazionale ed europeo e degli strumenti con cui cerchiamo di operare.

Vale la pena a questo punto, però, fare i conti con le nostre forze. Alba non è nato da uno o più insediamenti sociali preesistenti (d’altronde sono sempre meno le organizzazioni che presentano queste caratteristiche: Fiom, sindacati di base, qualche centro sociale e poche altre). E’ nata da una convergenza di visioni intenzionate a impegnarsi in un progetto concreto. Ma è largamente disertata dalle persone con meno di 50 anni, e ancora di più dai giovani. Ma oggi mi pare che non siamo nemmeno in grado di contare le adesioni o di procedere a un vero, ancorché parziale, rinnovo del comitato operativo, se la mole di attività che incombe su di esso continua a seguire la traiettoria imboccata in quest’anno e mezzo di vita. D’altronde non è un segreto che nella maggior parte delle grandi città, da Venezia a Napoli, passando per Milano, Torino Padova e Roma, Alba si è dissolta o sta attraversando momenti veramente critici.

Il secondo rilievo al manifesto che avevo, questo sì, esplicitato fin dall’inizio riguarda un approccio secondo me eccessivamente rigido al tema della democrazia, che peraltro costituisce la griglia che struttura tutto il documento, giustamente vuota di contenuti programmatici, in attesa che a riempirla fossero la pratica politica e il lavoro teorico della nuova formazione. Condivido la grande attenzione che il manifesto dedica alla elaborazione e al rispetto delle regole che dovrebbero presiedere alla discussione e alle decisioni interne. Un’attenzione che si è concretizzata nel forte rilievo attribuito al metodo “party” nella definizione degli indirizzi fondamentali dell’organizzazione. Si tratta però di regole che non sempre hanno potuto essere seguite puntualmente, neanche nelle riunioni in cui sono state formalmente adottate, perché la realtà e le esigenze di un’organizzazione finiscono spesso per prevalere, contro la volontà stessa dei partecipanti, sugli aspetti formali.

Ma la democrazia nei processi partecipativi che coinvolgono non solo la struttura di Alba, ma i movimenti di massa o le manifestazioni molecolari di una loro insorgenza ed ai quali ci siamo impegnati a prendere parte nella misura delle nostre capacità e possibilità, non possono essere sottoposte a regole – “norme e calendarizzazione” per usare i termini del manifesto – altrettanto stringenti, pena il rischio di soffocarli o di ingessarli in “statuti” che li snaturano (ne ho molteplici esperienze dirette).

Nella più parte dei casi la democrazia partecipativa si sviluppa in contesti conflittuali che non lasciano molto spazio a una formalizzazione rigida delle sue regole. In altri casi siamo noi stessi a dover spingere le situazioni in cui operiamo verso contesti conflittuali – e per questo sicuramente meno “regolabili” a priori – perché questa è la strada obbligata di una loro generalizzazione.

Conflitto non significa necessariamente scontro frontale o ricorso alla forza – anche se personalmente non mi sento di escludere a priori nessuna di queste eventualità – perché la “mitezza” a cui si fa riferimento nel manifesto è innanzitutto la strada per scompaginare le file dell’avversario, per promuovere al suo interno la diserzione, per favorire una diversa e più favorevole dislocazione delle forze in campo. In questo contesto la partecipazione è democratica se, e perché, “dà voce” ad attori individuali o collettivi che nella vita ordinaria non ne hanno; o la cui voce viene sovrastata da chi si arroga il potere di parlare in loro vece. Ma questo è quasi sempre un processo convulso. D’altronde ne abbiamo una riprova grandiosa nel movimento NoTav della Valle di Susa: forse l’esperienza più vasta, duratura e articolata di democrazia partecipata nell’Italia e nell’Europa degli ultimi cinquant’anni (ma molte lotte operaie e studentesche sono, da questo punto di vista, altrettanto esemplari).

Se un nucleo organizzato può giovarsi di una modalità di discussione e decisione che ricalca, seppure informalmente, l’articolazione in gruppi e report del metodo party, soluzioni del genere sono per lo più impraticabili nei momenti di mobilitazione; e molto spesso un’eccessiva formalizzazione è proprio il metodo più efficace per smorzare la mobilitazione. Una verifica sul campo della evoluzione del Laboratorio di Napoli “per una Costituente dei beni comuni” a cui fa riferimento il nostro manifesto gioverebbe grandemente a una riflessione su questo punto.

Tutto ciò dovrebbe guidarci nel definire meglio il rapporto tra democrazia partecipativa, democrazia rappresentativa e democrazia diretta. E innanzitutto quello tra “movimenti” e “istituzioni”: i primi sono instabili e soggetti ad alti e bassi; le seconde sono assai più “solide” (anche troppo) e tanto più solide quanto più impermeabili. Ma i primi hanno una capacità di elaborare proposte e contenuti, e di imporli con la forza della mobilitazione, che le seconde non hanno, a meno di mettersi al servizio dei movimenti; in compenso hanno un “potere legittimante” a cui i movimenti, per la loro stesa natura, non possono aspirare. Come sostiene il manifesto, entro l’orizzonte temporale in cui ci è consentito riflettere e prospettare il futuro, entrambe queste forme di democrazia, quella partecipata e quella rappresentativa, sono destinate a convivere. Ma la democrazia partecipativa è sempre il risultato di un apporto che non può ridursi al mero prendere parte alle decisioni o alle scelte, come invece è – o dovrebbe essere; perché spesso non è nemmeno questo – la democrazia rappresentativa basata sul voto ogni tot anni. Partecipare vuol dire mettere a disposizione di un collettivo saperi, esperienze, saper fare, attività ed emozioni di cui la democrazia rappresentativa non sa che farsene.

Per questo la democrazia partecipativa non va confusa con la democrazia diretta (quella dei referendum o delle consultazioni on-line), perché la prima presuppone appunto apporti personali (tanto maggiori quanto più è democrazia di prossimità, quella che si realizza nel contesto di incontri tra persone afferenti allo stesso territorio) e processi condivisi di riflessione, di crescita e di maturazione che la seconda esclude o comunque non contempla. Inoltre la democrazia partecipativa non esclude processi di delega, purché con vincolo di mandato e revocabilità dei delegati; processi che vanno invece esclusi sia nella democrazia rappresentativa che in quella diretta.

Il terzo rilievo – non al manifesto che non ne fa mai menzione – ma alla sua interpretazione prevalente all’interno di Alba, rilievo che ho più volte esplicitato senza tuttavia insistervi a sufficienza (ma che ora vedo ripreso da Revelli e Pepino nell’introduzione del libro Grammatica dell’indignazione, e che ho già sentito a Bari in bocca a Giuseppe De Marzo) riguarda la connotazione di Alba come organizzazione “di” o “della sinistra”. Io, che non mi considero “di sinistra” – ma che non per questo sono di destra o di centro – penso non solo che questa connotazione sia un recinto che ci isola da un numero molto elevato di potenziali interlocutori con cui potremmo invece condividere molti dei temi che ci vedono impegnati, ma anche che ci squalifichi agli occhi dei molti per i quali “sinistra” vuol dire PD. O anche solo “politica”, intesa come malaffare, prepotenza, accaparramento, che sono accuse – più che giustificate – che investono prevalentemente le forze della sinistra, ufficiale e non,  assai più impegnate nella difesa del valore astratto della “politica” – senza ulteriori specificazioni – delle  organizzazioni di centro e di destra, che dell’antipolitica fanno spesso la loro bandiera.

Ma la ragione che mi rende diffidente verso questa connotazione è soprattutto un’altra: troppo spesso – e non certo in Alba – l’essere o il dichiararsi “di sinistra” viene vissuto e praticato come un alibi; o come una forma di pigrizia mentale, per esimersi dal mettere in discussione le proprie convinzioni: cioè per non andare a fondo su temi e interrogativi che ci uniscono e ci possono unire ad altri al di fuori del nostro “recinto” – in questo caso della “sinistra” – e che con ciò stesso ci mettono in conflitto con altri. Così come su temi che invece potrebbero dividerci. Per poi scoprire, magari, che su molti argomenti dirimenti, come immigrazione, amnistia, meritocrazia, Grandi opere, euro, per non parlare del rapporto tra i generi; oppure su temi quali aborto, eutanasia, omosessualità – o, ancora, sul termine più equivoco di tutti, che è “violenza” – la pensiamo diversamente, o pratichiamo comportamenti tra loro incompatibili. Quindi, meglio eliminare quella che per me è una ingombrante etichetta – l’essere “di sinistra” – e andare al fondo delle cose.

A parte alcuni paradossi, che non riguardano – spero – Alba, ma il cosiddetto “popolo della sinistra”, una ridefinizione, con parole nuove e non logorate dall’uso e dell’abuso da parte dei media, ci aiuterebbe molto a ridefinire la nostra collocazione, e ci fornirebbe forse un linguaggio per entrare più facilmente in comunicazione con persone che appartengono a un ambiente culturale diverso dal nostro, o anche uno schieramento apparentemente opposto.

 

 

 

Fermiamo l’Italia

So ben poco, oltre a quanto ciascuno di noi può desumere da foto, filmati, reportage e commenti pubblicati da giornali e internet in questi giorni, o da qualche incontro fortuito, sul movimento “Fermiamo l’Italia” ovvero “9 dicembre”; ma non mi sento per questo in una condizione molto diversa da altri commentatori, perché tutti sono (siamo) stati presi alla sprovvista dall’esplosione di questa rivolta: covata, ma anche preparata e cresciuta per più di un anno, fuori dal cono di luce dei media. Quanto scrivo non ha quindi la pretesa di un’analisi di questo movimento, né vuole sovrapporsi ad esso per fornirgli un “orientamento”. E’ solo un modesto tentativo di aprire una discussione con qualche lettore di un’area politica e culturale a cui di fatto appartengo, anche se  ne condivido sempre meno perimetro e impostazioni.

Innanzitutto, non chiamiamoli “Forconi”. Forconi è il simbolo delle jacqueries di un tempo – un arnese peraltro un po’ attempato, come lo sono la falce e il martello – ovvero la sigla di una delle componenti di questo movimento. La maggior parte dei coloro che partecipano al movimento l’hanno chiamato – e non a caso – “Fermiamo l’Italia” o “9 dicembre”. Rispettiamone la volontà.

Per mesi si è svolto su riviste e blog di sinistra un dibattito – a cui non ho partecipato, ma che ho seguito con attenzione – sul perché in Italia non ci siano stati movimenti di piazza analoghi a quelli di Grecia, Spagna o Stati Uniti, nonostante che il nostro paese sia uno di quelli più colpiti dalla crisi, dall’economia del debito e dal malgoverno. La risposta più intelligente e completa – ma non per questo la più convincente – a questo interrogativo è stata quella del collettivo WuMing: il movimento Cinque stelle avrebbe di fatto assorbito e incanalato una tensione prevenendone l’esplosione in piazza;

Adesso eccolo quel movimento! In forme completamente diverse da quelle che chiunque – e in particolare la cultura della “sinistra” e il movimento dei comitati, dei centri sociali e delle associazioni; ma in gran parte anche il movimento Cinque stelle – se lo sarebbe potuto o voluto aspettare. Ma prodotto incontestabile della crisi, dei debiti e del malgoverno. Non è e non sarà la sola manifestazione di rivolta contro questo stato di cose. Quella rivolta l’abbiamo già vista, in forme più ordinate e produttive, in Val di Susa (là dove le “larghe intese” sono state progettate e sperimentate per imporre il Tav, uno dei più infami e devastanti prodotti a cui è approdata quella cultura della crescita senza obiettivi che impronta di sé tutto il pensiero unico); oppure tra i lavoratori e i cittadini liberi e pensanti di Taranto; o, in forme più conformi a una visione consolidata del conflitto di classe, tra di dipendenti dell’ATM di Genova. Ne vedremo altre nei prossimi mesi, compresa l’evoluzione che assumerà quella di questi giorni, e in forme che non mancheranno di sorprenderci e – perché no? – di spaventarci. Il conflitto di classe, diceva un tale a proposito della rivoluzione, che qui non è all’ordine del giorno, “non è un pranzo di gala”.

Cinquant’anni fa, nel 1962, e proprio a Torino, una rivolta di piazza innescata da una manifestazione indetta dalla CGIL contro la UIL, (che aveva firmato un accordo separato con la Fiat per bloccare la ripresa della lotta operaia in una fabbrica che era stata per più di un decennio teatro della più spietata oppressione padronale) era “degenerata” in quelli che sono passati alla storia come “i fatti di Piazza Statuto”. Sorprendendo tutti, perché nessuno se li aspettava; anche perché ai primi manifestanti si era aggiunta, tenendo la piazza per alcuni giorni, una folla sterminata di attori di incerta classificazione sociale: non la classe operaia inquadrata da sindacati e partiti, ma una folla anonima di operai di piccole e piccolissime fabbriche, di immigrati e disoccupati, di gente “senza arte né parte”: subito tacciati come “provocatori” dal PCI, che pure avrebbe poi dovuto contare tra gli arrestati anche diversi suoi membri e persino un suo funzionario. Eppure, a distanza di anni, gli storici concordano nel vedere in quei “moti” la prima scintilla di un risveglio e la prima manifestazione di una nuova composizione sociale che di lì a qualche anno sarebbero stati protagonisti dell’”autunno caldo” del ‘69 e delle lotte sociali del ’68 e degli anni Settanta.

Quello che si può dire oggi di questi manifestanti che si dichiarano “popolo” e che si riconoscono nella bandiera tricolore è che – al di là dell’indignazione che li accomuna alle manifestazioni di Grecia, Spagna e Stati Uniti, ma anche di Turchia e Brasile, e prima ancora, di Tunisia ed Egitto, e che in Italia non si erano ancora viste – è che a venire in primo piano è la loro identità di poveri o di impoveriti: la manifestazione nuova e dilagante – ma trattata finora dai media solo con numeri e percentuali – di persone che “non ce la fanno più”. E non solo perché sono esasperati (in una maniera o nell’altra, lo siamo tutti o quasi); ma proprio perché non sanno più come campare: non hanno più lavoro né più impresa (ambulanti, autotrasportatori e agricoltori sono il cuore della rivolta); né reddito, né possibilità di studiare, né pensioni sufficienti, né casa; né, soprattutto, possibilità di intravvedere un qualsiasi futuro diverso dal protrarsi all’infinto di questa loro condizione. Sono il prodotto maturo della finanziarizzazione e della globalizzazione dell’economia, di quei poteri che hanno fatto terra bruciata di tutto quanto ancora esisteva tra la loro “nuda vita” e il potere di Stati, istituzioni e capitale; il segno più tangibile del fatto che “così non si può più andare avanti”. Sono loro l’avanguardia che lo grida e che lo fa capire a tutti.

Ha indignato molta stampa benpensante – soprattutto di centro-sinistra – la chiusura forzata, per lo più senza episodi di violenza, imposta dai manifestanti a negozi e pubblici esercizi. Ma per chi il conflitto lo deve fare in piazza perché non ha o non ha più un luogo di lavoro da cui far sentire le sue richieste, quella è una forma di lotta. Come un picchetto operaio: quello che alcuni chiamano un’arbitraria limitazione alla libertà di lavorare; ma vai poi a vedere che cosa succede di quella libertà in una ordinaria giornata lavorativa, una volta che i cancelli della fabbrica si sono rinchiusi. L’Ilva non ha insegnato niente?

Scandalo e soprattutto timore anche perché i poliziotti si sono levati i caschi e hanno deposto gli scudi di fronte ai manifestanti contro cui si erano scontrati fino a pochi minuti prima. Non è forse un atto di solidarietà nei loro confronti, preludio – dio non voglia! – a una diserzione dai loro compiti? Sì; è un atto di solidarietà e di fratellanza, checché ne dicano i sindacati di polizia, anche se probabilmente suggerito – o imposto e concordato che le organizzazioni fasciste che partecipano alle manifestazioni – dai superiori o dagli alti comandi delle “forze dell’ordine”. Proprio quei comandanti a cui si rivolge a Grillo, perché per lui la solidarietà non può nascere da un atto di ribellione, ma solo dall’obbedienza a un ordine; mentre andrebbe invece colta l’occasione per dire a quei tutori dell’ordine pubblico: “quella solidarietà che avete manifestato a Torino e a Genova, la prossima volta datela anche ai NoTav della Valle di Susa. Ne vale la pena”.

La rivolta del 9 dicembre non andrà avanti a tempo indeterminato, ma nemmeno si dissolverà come neve al sole. Dopo le giornate della mobilitazione sopraggiungerà il tempo del ripiegamento e della riflessione. E’ quello in cui potrà diventare possibile avvicinarsi ai suoi protagonisti non solo con una presenza in piazza, ma anche e soprattutto attraverso un confronto e uno sforzo condiviso per enucleare obiettivi e rivendicazioni comuni.

Le forme assunte da questa mobilitazione, che non è “spontanea” ma neanche frutto di una precisa organizzazione, ci possono far capire quanto distino le forme reali della partecipazione – quelle con cui un “popolo” ignorato e senza voce cerca di prendere la parola e di riprendere in mano il proprio destino – dalle forme strutturate della democrazia: non solo quella rappresentativa dei Parlamenti e dei consigli comunali o regionali, ma anche quella partecipativa, di una gestione condivisa ben organizzata di rivendicazioni o di “beni comuni”. Non che queste due cose vadano messe in contrapposizione; ma certo avvicinarle non è un processo né automatico né facile.

Altrettanto significativa è la dissoluzione, in questo ambito, delle tradizionali divisioni o contrapposizioni tra destra e sinistra. Non che ciò debba significare mischiarsi e confondersi con le organizzazioni fasciste che a questi moti, o alla loro preparazione, hanno preso parte. Quelle organizzazioni sono radicate anche, e ben di più, nelle destre fasciste e naziste più tradizionali, con cui nessuna commistione è possibile. Ma per la maggioranza di coloro che partecipano a questi moti destra e sinistra, come pure politica, se non nella sua accezione più pura di “autogoverno”, non hanno più alcun significato. Contano più le distinzioni tra alto e basso, tra onesto e ladro, tra povero e ricco, tra sfruttato e sfruttatore. Impariamo a riusarle.

Medici e gli altri, il primo passo (“il manifesto”, 25 maggio 2013)

Che il PD nella fase della sua dissoluzione sarebbe finito, insieme al suo “facilitatore” Napolitano, in bocca a Berlusconi, fino a subirne anche le imposizioni più oscene e umilianti, era prevedibile fin da quando aveva fatto la scelta di sostenere Monti invece di affrontare una verifica elettorale che, prima del logoramento prodotto dal “governo tecnico”, lo vedeva, allora sì, sicuramente vincente. Ciò che gli ultimi due anni hanno messo pienamente in evidenza agli occhi di tutti è che il PD non è un partito di governo. Perché non è, e da tempo, in grado di assumere la responsabilità di governare, se non in compagnia di altre forze che possano essere presentate come “imposte dalle circostanze”. Da quando è scoppiata la crisi il PD sa – lo sa la sua nomenklatura – di non potersi addossare da solo la paternità della “macelleria sociale” imposta dai vincoli del patto di stabilità europeo e, più in generale, dall’assetto economico e sociale di un mondo completamente dominato dalla grande finanza. E non può imboccare scelte alternative a questo vero o presunto “stato di necessità” perché non ha né la cultura né le capacità per farlo. Leggi tutto “Medici e gli altri, il primo passo (“il manifesto”, 25 maggio 2013)”

Una casa comune (articolo pubblicato su il Manifesto del 26 aprile 2013)

Anche se le modalità hanno lasciato tutti basiti, i passaggi che hanno portato alla formazione del nuovo governo, quale che ne sia poi l’esito (finiranno comunque tutti in bocca a Berlusconi, Napolitano compreso), erano in qualche modo scontati. Il PD non avrebbe mai potuto imboccare una strada diversa dopo più di un anno di sostegno senza se e senza ma a Monti, cioè al definitivo trasferimento del governo del paese dal Parlamento (già sostanzialmente esautorato dal porcellum) alla BCE e, per suo tramite, alla finanza, ben rappresentata da Monti e Draghi. Sono due uomini di Goldman Sachs, che “ragionano” alla maniera di Goldman Sachs: non è necessariamente un legame diretto, ma un dato di cultura e di modus operandi che in Europa sono chiari a tutti, ma che in Italia attirano invece l’accusa di schematismo o complottismo. Leggi tutto “Una casa comune (articolo pubblicato su il Manifesto del 26 aprile 2013)”

Francesca Comencini presidente della Repubblica

Propongo di candidare alla Presidenza della Repubblica – e di sostenerne la candidatura con una mobilitazione articolata nelle forme e nelle sedi opportune – Francesca Comencini in quanto espressione del movimento “Se Non Ora Quando?” e per questo persona adatta a rappresentare l’aspirazione di tutte le donne italiane, e anche di un buon numero di maschi, a vedere una donna eletta alla più alta carica dello Stato. Leggi tutto “Francesca Comencini presidente della Repubblica”

Dopo il collasso

crisi-commercioE’ da tempo che diversi economisti non asserviti al sistema sostengono che le politiche di austerità adottate prima dal governo Berlusconi e poi da Monti avrebbero sortito gli stessi effetti di quelle imposte dalla cosiddetta Trojka alla Grecia. Ed è da più di un anno che Monti si vanta invece di aver evitato al nostro paese lo stesso destino grazie alle misure del suo governo, che però sono in gran parte le stesse imposte alla Grecia. Chi ha ragione? Leggi tutto “Dopo il collasso”