E’ da tempo che diversi economisti non asserviti al sistema sostengono che le politiche di austerità adottate prima dal governo Berlusconi e poi da Monti avrebbero sortito gli stessi effetti di quelle imposte dalla cosiddetta Trojka alla Grecia. Ed è da più di un anno che Monti si vanta invece di aver evitato al nostro paese lo stesso destino grazie alle misure del suo governo, che però sono in gran parte le stesse imposte alla Grecia. Chi ha ragione? Leggi tutto “Dopo il collasso”
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La sostenibilità è il nuovo paradigma (pubblicato su il manifesto del 27 marzo 2013)
L’esito delle elezioni ha creato una irreversibile instabilità del sistema politico italiano, ma sta anche facendo prendere coscienza a molti che siamo ormai alla vigilia di un “cambio di paradigma”. Il sistema politico che ha retto le sorti del Paese negli ultimi vent’anni, ma soprattutto l’assetto economico che lo ha forgiato e foraggiato, non reggono più.
Il successo di Grillo non ne è che un segnale. Questo assetto, espressione e referente del cosiddetto “pensiero unico”, è il combinato disposto di vari fattori. Leggi tutto “La sostenibilità è il nuovo paradigma (pubblicato su il manifesto del 27 marzo 2013)”
Cosa vuol dire governo dei cittadini (pubblicato su il Manifesto, 8 Marzo 2013)
Governo dei “mercati” (che non sono i mercatini di ortofrutta sotto casa, ma la grande finanza internazionale che domina un’economia ormai globalizzata)? O governo dei cittadini (che sono i membri della civitas: cioè, oggi, tutti coloro che vivono nello stesso paese. Un concetto da tener presente – senza impuntarsi sulle parole – quando si parla di “reddito di cittadinanza”: una misura che “rende cittadini”, consegnando a tutti il diritto irrinunciabile a una vita dignitosa)? Leggi tutto “Cosa vuol dire governo dei cittadini (pubblicato su il Manifesto, 8 Marzo 2013)”
Intervento alla rassegna I Dialoghi di Trani
Sabato 16 giugno alle ore 18 il programma della rassegna letteraria e culturale I Dialoghi di Trani, ospitata all’interno del Castello Svevo della città pugliese dal 14 al 17 giugno, propone un’interessante tavola rotonda dal titolo “La crisi sulla pelle”.
Intervengono Massimo Brutti, Giovanni Vecchi, Guido Viale, Giorgio Zanchini.
Il motore economico sembra spostarsi fuori dall’Occidente in un’area emergente, quella del BRIC, all’interno della quale l’India e la Cina registrano una forte crescita del Pil. È in corso una trasformazione epocale del capitalismo? È ancora possibile per l’Eurozona una crescita diversa e comune? Come si misura la ricchezza di una Nazione? Una globale crisi economica travolge i tradizionali parametri di riferimento che determinavano la solidità di un paese: Pil, debito pubblico, indici di borsa, le pagelle delle Agenzie di rating, tirannide finanziaria, tutto sembra tramare contro la vivibilità dell’homo sociale rispetto all’homo economicus che si dibatte angustiato dalla domanda: crescere per uscire dalla crisi o decrescere per ritornare felice? E davanti lo spettro del “default”.
A seguire un reading di Marluna teatro.
Keynes non basta più (“il manifesto”, 23 febbraio 2012)
L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. E’ in gran parte un’illusione, ma anche se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.
La crisi ambientale offre all’economia delle opportunità e impone dei vincoli: le opportunità sono note (a chi ha interesse per la questione): sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; i territori sono diversi uno dall’altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità.
Ma i vincoli sono altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell’ultimo secolo – dall’edilizia all’automobile, dagli armamenti all’utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari – non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile.
Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori di qualsiasi politica industriale: cioè delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al “mercato”: cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.
In secondo luogo, la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro – qualificato e no – che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, contrazione dei redditi, compressione del welfare. Questo processo ha investito tutti i settori e tutta – o quasi – la gamma delle produzioni e, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti beni-salario. Mentre nelle cittadelle di più antica industrializzazione sono rimaste quasi solo alcune produzioni di beni di investimento di maggiore complessità, molte delle attività di coordinamento e gestione delle attività delocalizzate e alcuni segmenti di produzioni più o meno tradizionali di beni suntuari (ormai riuniti in un’unica categoria merceologica onnicomprensiva, denominata per l’appunto “lusso”).
Tutto ciò ha profondamente alterato l’efficacia delle politiche economiche. Gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di sconto, la politica dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell’Unione europea e soprattutto dell’eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori – e anche creatori – di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti. Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti (diluendoli o moltiplicandoli) su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime) e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese. Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui di recente si è cercato di stimolare la produzione e, con essa, l’occupazione. Raramente oggi gli incrementi di produzione si traducono in aumenti dell’occupazione – a volte innescano salti tecnologici o organizzativi che addirittura la riducono – ma sempre meno la produzione aggiuntiva messa in moto da una politica di sostegno della domanda riguarda lo stesso paese in cui è stata adottata. Lo si è visto con gli incentivi alla rottamazione con cui quasi tutti i paesi occidentali hanno cercato di fare fronte alla crisi del 2008-2009: in molti casi il sostegno all’occupazione nazionale è stato insignificante. Ma questo è particolarmente vero per la maggioranza dei beni-salario il cui consumo potrebbe essere alimentato da un sostegno ai redditi più bassi. Gli effetti riguarderebbero soprattutto beni di importazione a basso costo; il che si traduce solo in maggiori squilibri della bilancia commerciale da finanziare con l’indebitamento.
Le politiche keynesiane che hanno sorretto lo sviluppo dei cosiddetti “trenta (anni) gloriosi” erano tarate sul contesto di uno Stato nazionale ancora in gran parte in possesso delle principali leve della politica economica (e che non per questo aveva rinunciato a sviluppare anche una robusta politica industriale adatta alle condizioni dell’epoca: per esempio nel campo della siderurgia, degli approvvigionamenti energetici, della navigazione, della infrastrutturazione e, ovviamente, degli armamenti; per sconfinare magari in campi, come l’alimentare o l’automobile, da cui avrebbe forse potuto esentarsi). Ma oggi un ragionamento sulle “vie di uscita” dalla crisi sviluppato in un quadro nazionale (come quello al cui interno hanno funzionato per alcuni decenni le politiche keynesiane), o anche continentale, ma privo di riferimenti ai vincoli e alle opportunità indotti dalla crisi ambientale non è più plausibile. Non ha più molto senso ragionare su meri aggregati economici espressi in termini monetari, senza tener conto che nessuna politica economica è più praticabile senza una contestuale politica industriale che orienti e condizioni l’oggetto delle produzioni e le modalità (individuali o condivise) del consumo di molti beni e servizi. Questo, a mio avviso, è un limite inemendabile delle analisi e delle proposte correnti di stampo keynesiano, come quelle peraltro esemplari di Giorgio Lunghini sul manifesto del 16 febbraio (Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi).
Non solo; una politica industriale che faccia riferimento alla crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili – la “conversione ecologica” – non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: con un ridimensionamento e una rilocalizzazione delle produzioni in prossimità (relativa) dei mercati di smercio; o in un rapporto diretto – o comunque meno esposto alle alee di un interscambio non programmato – tra produzione e consumo. Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione, della competitività (l’idolo del nostro tempo) ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ed è anche, a mio avviso, l’unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell’occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell’occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti; la politica salariale della Grecia (salari minimi quasi al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.
Conferenza sulla crisi globale a Pavia
Student* in Crisi ha organizzato nell’accampada magna sotterranea una conferenza d’approfondimento sulla crisi globale.
Al termine del corteo del 17 novembre studenti medi e universitari hanno occupato l’aula dell’ateneo per farne un luogo di reale elaborazione e democrazia partecipativa.
Questo è il video della serata.
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Sulla crisi finanziaria europea (il manifesto, 5 agosto 2011)
Il “contagio greco” non esiste. La Grecia non è che il primo di molti birilli presi di mira nel gioco del bowling che tiene impegnata la finanza internazionale. Che le finanze greche possano salvarsi ormai non lo crede più quasi nessuno. Il gioco è solo quello di tirare per le lunghe perché non si intravvedono misure in grado di raddrizzare la situazione. Portogallo, Spagna, Irlanda o Italia potrebbero essere travolte, proprio come nel gioco del bowling, dalla caduta del birillo greco; ma ciascuno di questi paesi potrebbero anche essere il primo a cadere; ed essere lui, poi, a travolgere tutti gli altri. Leggi tutto “Sulla crisi finanziaria europea (il manifesto, 5 agosto 2011)”
Una recensione del libro di Marco Panara, “La malattia dell’Occidente” Laterza
Marco Panara, editorialista economico di Repubblica, ha pubblicato un libro sul rapporto tra il “valore del lavoro”, la crisi economica e la difficile ripresa dei paesi sviluppati (La malattia dell’Occidente, Laterza, pp. 151, € 16).
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