La Fiat che esce da Confindustria è come il sorcio che abbandona la nave che affonda. Il sorcio è Marchionne, che pensa di aver trovato un vascello più sicuro in Chrysler, le cui vendite viaggiano a gonfie vele negli Stati uniti, anche se in un mare agitato, dove la più piccola delle big three (che però produce auto smisuratamente grandi e voraci) continua a rischiare la fine del vaso di coccio. In questo trasbordo il sorcio si porta dietro il know how motoristico della Fiat (uno dei più robusti del mondo, costato al contribuente italiano, nel corso degli anni – e ancora ora, con la CI – miliardi di euro). E, mentre chiude tre grandi stabilimenti (CNH di Imola, Termini Imerese e Irisbus) lascia qui, insieme alla patacca del piano “Fabbrica Italia”, la girandola dei prodotti che dovrebbero riempire gli stabilimenti ormai vuoti: un monovolume; anzi, no, due suv da montare con pezzi provenienti da Detroit e da rivendere – su e giù per l’Atlantico – negli Usa; anzi no, una city-car, ovvero la nuova “topolino”; anzi no, un suv targato Jeep, da vendere in Europa (dove Fiat non ha né esperienza né rete per piazzare questo mostro metallico). D’altronde il marchio non va bene né qui né in Brasile (già fiore all’occhiello di Marchionne, quando spiegava che i suoi guai sono solo italiani). Leggi tutto “L’uscita di Fiat da Confindustria (il foglio, 5 ottobre 2011)”