Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi quando i popoli in sofferenza sono tanti?

Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello del mondo intero. Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti internazionali di solidarietà contrapposteUna è in campo da decenni, ma è stata resa visibile soprattutto dalle mobilitazioni dette “pro Pal” degli ultimi anni – da quando, cioè, in risposta al macello del 7 ottobre  perpetrato da Hamas è stato avviato lo stermino dei gazawi da parte di Israele – con manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il mondo, animate soprattutto da giovani e studenti, compresi molti esponenti della diaspora ebraica. Attivisti e manifestanti che vedono nelle pratiche genocidiarie di Israele la prefigurazione e la messa a punto delle armi e dei metodi (apartheid, messa fuorilegge, confinamento, deportazioni, uccisioni di massa, legittimazione dello sterminio) con cui la maggioranza dei governi in carica si appresta – o si lascia trascinare, consciamente o inconsciamente, da una deriva senza ritorno – ad affrontare negli anni a venire il conflitto sociale.

Innanzitutto quello con i migranti, destinati a crescere in misura esponenziale e gli immigrati, ma poi, e contemporaneamente, con tutti gli oppositori. Sia nei propri territori e negli ambiti della propria influenza diretta, sia in quelli delle rispettive auto-sancite “pertinenze” e, ove possibile, in tutto “il globo terracqueo”.

L’altra rete di solidarietà è visibile soprattutto a livello interstatuale, nel sostegno che ogni governo continua a dare a Israele; una rete sorretta in misura crescente dagli apparati dello stato profondo – i cosiddetti servizi segreti – e dai nuovi strumenti del capitalismo della sorveglianza di cui l’apparato produttivo di Israele è una “punta di diamante” a livello mondiale. E, come ha dimostrato in un recente rapporto Francesca Albanese, sostenuta anche da una ragnatela di rapporti di collaborazione con imprese e università di tutto il mondo, in particolare nel campo della produzione bellica, della sua progettazione, spesso mascherata dal dual use (civile e militare), e della finanza. Una rete che non appare finora scalfita dalle pur ostentate violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale messe in atto dallo Stato e dall’esercito di Israele e dalle milizie iperprotette dei suoi coloni. Quella solidarietà viene giustificata con il senso di colpa e con il debito morale che l’Occidente ha contratto con la popolazione ebraica per aver partecipato attivamente alla Shoah o per l’inerzia dimostrata nei suoi confronti.

Perché in entrambi questi campi la sostanza della contrapposizione è in parte mascherata e resa di difficile comprensione – come succede peraltro in tuo il mondo – dalla presenza, in ciascuno di essi, di due aggregati sociali sovrapposti, ma di confini indefiniti e variabili. In Israele, quello che nasce come identità di un popolo di profughi e migranti scampati alla Shoah e in cerca di un rifugio non solo dallo sterminio che li aveva colpiti sotto i fascismi del secolo scorso, ma anche dall’antisemitismo ancor oggi diffuso tra le destre europee e americane ben prima che trovasse un rinforzo, certamente equivoco, in una reazione indiscriminata ai crimini perpetrati da Israele in nome di tutto il giudaismo. A questo aggregato si era fin dall’inizio sovrapposta l’iniziativa di un pugno di organizzazioni terroristiche, poi fattesi Stato, che fin dalla loro nascita avevano in programma di cacciare, terrorizzandola, o deportare, se non anche sterminare, tutta la popolazione palestinese da sempre insediata nei territori che essi considerano, o ipocritamente fingono di credere, assegnati da Dio al popolo ebraico.

Analogamente, in Palestina, all’aggregato generato dal risentimento per le violenze subite fin dall’insediamento di stampo coloniale dei nuovi arrivati e per le continue vessazioni quotidiane subite tra una guerra e l’altra si è andata sovrapponendo una rappresentanza che ha scambiato il sostegno fornito alla popolazione, fonte primaria del suo radicamento, con il suo coinvolgimento in una sanguinaria schermaglia di valore esclusivamente simbolico, con il solo scopo di rendere permanente la tensione fra le due comunità. Senza mai cercare la strada della convivenza sulla stessa terra di due comunità ormai presenti entrambe da più generazioni. Mentre Israele ha praticato con metodica continuità, senza mai riconoscerlo, se non recentemente, l’obiettivo di impossessarsi di tutto il territorio “dal fiume al mare”, Hamas lo ha invece apertamente proclamato, lasciando volutamente indeterminata non la sussistenza di Israele come Stato, di cui legittimamente persegue la soppressione, viste le continue violazioni della legalità di cui si è reso responsabile, ma la stessa permanenza del popolo ebraico sulla terra contesa.

In questo conflitto assistiamo alla trasformazione di quello che a tutti gli effetti si può considerare un conflitto tra colonialisti e colonizzati, dominatori e dominati, e anche, con non poche eccezioni, ricchi e poveri, in una contrapposizione tra opposti nazionalismi: valvola di sfogo di tutte le destre al governo (e non solo loro) in tutti i Paesi del mondo, che ai palestinesi sostituiscono gli immigrati e le rispettive minoranze e alle vittime della Shoah i loro discendenti sostituiscono la propria vittimizzazione a opera delle sinistre, del “comunismo”, della globalizzazione, della cultura woke e via andando.

Perché, viste le premesse, quel conflitto appare irrisolvibile nei termini imposti dalla forma-Stato. Non è più praticabile, se mai lo è stata, la formula dei “due popoli due Stati”, né la soluzione di uno Stato unico (e di chi? A partire dai suoi apparati militari e industriali, dei suoi territori, delle sue relazioni internazionali…). L’unica via di uscita è quella di una confederazione di comunità autonome, in parte miste, in parte etniche, anche prive di continuità territoriale, ma aperte a nuovi ingressi e nuove configurazioni, a partire da un ritorno graduale e programmato dei profughi e degli esuli palestinesi. Questa soluzione, certamente difficile anche solo da pensare nelle condizioni attuali, ma priva di alternative diverse dalla guerra permanente o dallo sterminio di un intero popolo, offre però a tutto il mondo il paradigma di una possibile soluzione dei conflitti sociali trasformati in contrapposizioni tra opposti nazionalismi: a partire dalle guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo, in Turchia, in Iran, ecc. E’ su una via di uscita come questa che dovrebbe concentrarsi la riflessione a cui ci richiama il massacro in terra di Palestina.

Convivere senza uno Stato

In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini, maschi e femmine, sono coinvolti direttamente o indirettamente nelle attività militari.Nonostante l’impegno ammirevole di alcune organizzazioni, per lo più israelo-palestinesi contrarie Oggi, dopo la ripresa della guerra all’Iran e al Libamo (quella contro Gaza non è mai cessata), i sondaggi dicono che tra il 78 e il 92 per cento dei suoi cittadini approva l’operato di Netanyahu, condivide le guerre che ha scatenato e ritiene necessario che si “finisca il lavoro”. Finire il lavoro significa eliminare i palestinesi dai territori occupati e da Gaza: sterminandoli, terrorizzandoli, deportandoli o costringendoli a fuggire altrove; sistemi che, alternati o abbinati nel corso degli anni, erano iscritti fin dall’inizio nelle parole che hanno presieduto alla costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. La Palestina doveva essere o deve diventare una terra senza popolo. Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro: delle persone e del territorio. Ma nei prossimi anni, quale che sia l’esito di quella guerra guerreggiata contro una popolazione inerme, balzeranno in primo piano le sue conseguenze: su quella terra “senza popolo” dovrà sopravvivere una popolazione in larga parte invalida, terrorizzata, debilitata dalla denutrizione e dalla mancanza di cure, soprattutto quelle sottratte ai bambini di oggi: un’intera generazione senza salute, senza istruzione di base, senza casa, senza istituzioni di riferimento, senza edifici che ne tramandino la memoria.

Ma non ci sarà vittoria per chi si è reso responsabile di questo scempio. Nelle guerre non vince mai nessuno. Nella diaspora ebraica – che per anni ha avuto in Israele un punto di riferimento, spesso “passando sopra” le evidenze di un percorso dall’esito e dalle premesse sempre più chiare – si è ormai aperta una frattura incolmabile che non tarderà a riproporsi tra la popolazione di Israele mano a mano che si faranno sentire le conseguenze economiche, sociali, morali e materiali, di questo stato di guerra permanente. Soprattutto quando diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare al più presto, costi quel che costi, non avrà mai termine; che la strada intrapresa non ha sbocco; che uno stato di guerra sempre più intenso e generale non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali di cui si può godere. E’ quello che è stato chiamato “il suicidio di Israele”, la sua dissoluzione: che può tradursi in uno scontro tra fazioni che lo investa dall’interno, mettendone a rischio l’esistenza in un contesto privo di molti degli amici su cui era abituato a contare; oppure, in alternativa, nell’esperimento di un ritorno alle origini: quelle di un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare, ma da condividere pacificamente con la popolazione che lo abita da secoli: una confederazione di comunità e di reti in parte miste (dove possibile), in parte costituite su basi etniche, ma comunque aperte e disposte a convivere pacificamente.

Certo è difficile anche solo pensare a un esito simile; ma, riflettendoci, appare comunque una prospettiva più sensata e realistica di quella di “due popoli e due Stati”: uno ricco, armato fino ai denti, ben inserito nel contesto internazionale; l’altro povero, devastato, sovraffollato dal ritorno dei tanti esuli, privo di continuità territoriale, disarmato e depredato delle sue risorse più importanti. Ma è anche più realistica dell’utopia di uno Stato unico: e non solo per i problemi, comuni anche alla soluzione senza Stato, di una convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi (anche se il lavoro di pochi in questo ambito è straordinario e se le donne potranno in futuro giocare un ruolo determinante per rovesciare la situazione); ma soprattutto perché Stato significa tante cose indivisibili: un nome (quale?), delle strutture burocratiche, delle armi (in questo caso anche atomiche), un esercito, degli impianti, dei saperi esclusivi, una valuta e molte altre cose. Difficile pensare che chi le controlla oggi possa accettare di condividerle alla pari. Meglio dunque dissolverle, ove possibile, o neutralizzarle sotto il controllo di una entità internazionale super partes (un nuovo mandatario) che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che lo sta distruggendo.

Se il primo modello di convivenza di comunità moderne senza Stato comparso sulla scena internazionale è stata la Confederazione democratica del Rojava, sorta in condizioni di gravissime difficoltà, la prospettiva di una confederazione democratica dei popoli della Palestina, che certamente avrebbe da affrontare difficoltà ben maggiori, potrebbe tracciare però, proprio per questo, la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso difficile anche solo da concepire, ma ineludibile per chi intende lavorare a una reale alternativa all’assetto sociale attuale, in cui gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori o il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio, dal patriarcato al razzismo e al capitalismo, quanto delle forme più devastanti di violenza: dalle guerre tra Stati e quella contro l’ambiente e la Terra.

Dare il voto alle auto?

“La tua auto voterebbe per noi”. Così, alla vigilia delle elezioni in Baden Wurttemberg, il partito nazista Afd (perché poi “neo”?) della Repubblica Federale Tedesca ha trasformato le automobili in elettori e i cittadini in delegati dei rispettivi veicoli (in Italia dobbiamo quindi aspettarci che le nostre auto votino sì al Referendum…).

Il problema è che l’industria dell’auto è in difficoltà in quasi tutto il mondo: consuma, sia quella termica che quella elettrica, troppo spazio, risorse, energia, tempo e salute. E in Germania più che altrove, perché è stato ed è ancora il settore fondamentale del suo sviluppo e ha puntato troppo sulla permanenza della propulsione termica che le politiche climatiche hanno messo ovunque in discussione. La guerra all’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz non faranno che aggravarla. L’Afd ne dà la colpa al governo tedesco e alle politiche ambientali dell’Unione Europea (peraltro in via di smantellamento), anche se sia l’UE che molti Stati membri hanno già imboccato il “piano B”: sostituire all’industria dell’auto come settore portante quella delle armi. Sono supportati in questa scelta dalla moltiplicazione delle guerre innescata da quella in Ucraina, dal montare dello spirito bellicista che le alimenta e ne è alimentato, ma soprattutto dalla incapacità generale di concepire delle alternative. Invece è proprio alle alternative che bisognerebbe pensare. E non da ora. Perché per l’auto privata c’è poco futuro.

L’auto, con la sua tecnologia prima fordista e poi toyotista, ma soprattutto con la sua fame di spazi, tempo e risorse, ha dato la sua impronta al ventesimo secolo: con la brutalizzazione del paesaggio e lo smembramento delle città, invadendo il campo e sostituendosi al trasporto pubblico per farle posto, a partire dalla Germania, anche prima che a questo provvedessero i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Poi con l’individualismo che, proprio a partire dalla strada, non ha fatto che alimentare familismo, ostentazione, competitività, aggressività e possesso (cioè proprietà: ieri indispensabile per avere un’auto a disposizione; oggi del tutto superflua). Le classi popolari, principali vittime di questi processi, li hanno subiti e condivisi senza rendersi conto della direzione in cui le spingevano. I loro rappresentanti, invece di metterle in guardia, li hanno favoriti scambiando la motorizzazione di massa, con tutte le sue implicazioni, per un processo di democratizzazione.

La politica, e con essa le organizzazioni “di sinistra” che si proponevano di cambiare il mondo in direzione di una maggiore giustizia sono rimaste impigliate e imprigionate nella cultura dell’auto, facendosene promotrici (come oggi sono rimaste vittime della cultura della rete e dei social senza nemmeno rendersene conto, ma ben consapevoli di quanto sia difficile sottrarvisi o contrastarla).

Eppure, l’alternativa all’auto privata c’era e c’è: nel trasporto pubblico, ieri come oggi e poi in quello flessibile e condiviso da almeno due decenni, nei veicoli autonomi domani, nella città dei 15 minuti, in un turismo di fruizione e godimento e non di mero consumo dei luoghi. A condizione di adottare – in questo campo come in tutti gli altri – un approccio alle questioni della vita quotidiana che privilegi la condivisione rispetto al possesso, la solidarietà rispetto alla competizione, la sobrietà rispetto all’ostentazione, la partecipazione rispetto al dominio, la quiete della conflittualità quotidiana rispetto alla tempesta della guerra.

Non è mai troppo tardi, anche se a farsi carico di porre il freno al dominio dell’auto sta ormai provvedendo (senza dirlo, anzi fingendo di fare il contrario) il potere in carica oggi, quello dei residui governi democratici, tutti impegnati ad aprire la strada alle forze che nella militarizzazione tanto dell’industria che della vita quotidiana si trovano e si troveranno sempre di più a loro agio.

Antagonismo e solidarietà

Infierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è un crimine; ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel lessico politico, soprattutto nelle varianti di “buonista” e “incattivimento”). Ma è meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova hanno subito 25 anni fa ad opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda. Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. Un ricordo rinfocolato nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso degli anni, non ultima quella ad almeno tre persone non impegnate negli scontri nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino, non segnalate né commentate.

E’ evidente che un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse rivolte dagli organi del Governo e della sua maggioranza a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non, scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati, di essere sostenitori e complici di Hamas, o direttamente terroristi, non ha suscitato nelle nuove generazioni una speciale simpatia per la polizia e i suoi mandanti, asserragliati, con armi, accordi, veti e legittimazione, nel sostegno allo sterminio dei palestinesi.

Certo quella contrapposizione non giustifica una aggressione gratuita, ma può contribuire a spiegarla e comprenderla. Molti di quei giovani vedono nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima ancora che materiale, a cui gli assetti sociali vigenti li condannano. Alcuni non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di decine di migliaia di persone; anzi, pensano che coinvolgerle nello scontro qualifichi in senso di un maggiore antagonismo la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza ma con intenti diversi dal loro; quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada”, (senza prospettiva e senza volontà di averne) in opposizione alla solidarietà con le diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti (quella che Bologna chiama “ricomposizione”).

La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri. L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa.

Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti. Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza, dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo; o nella nostra incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai insegnare, al di fuori – quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta la bandiera di un’alternativa, la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si riconoscono nel nostro linguaggio che sentono impregnato di ipocrisia?

L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non temere – la loro autonomia; aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal conformismo e dalle mode; e spazi di informazione e culturali sottratti al controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due orientamenti possano confluire in una prospettiva comune: come quelli in cui si stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo dall’attuale compagine governativa. E’ una storia che dura da tempo sotto i governi e le amministrazioni più diverse: in nome della proprietà privata, dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti ma l’esatto contrario. La loro offesa.

Chi rifonderà la democrazia?

Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato addetta alla cattura dei migranti (l’Ice).

Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.

Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.

La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.

Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.

Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. E’ una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.

L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì.

Maschi in guerra

E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio: diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio; sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… E’ per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre.

Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri, violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne. Ma in quanto oppresse, e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale – le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta; e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà.

E’ questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato attualità (non è solo un retaggio del passato) e pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste.

Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio; ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. E’ lì che risiedono, anche, le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine.

“Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale: una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta.

Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono. Ma dall’altra parte non c’è una donna violata; non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati –  giovani renitenti: per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere. Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori. Ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore.

Fare la guerra ai migranti fa male a tutti

E’ inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione, al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero (quello ricco è sempre bene accetto). Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei Paesi sviluppati è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre culture, a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza.

La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi, rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere, o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti.

Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine.

In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in Paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini, o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi?

Le pressioni verso Paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora, ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei Paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata – aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stata un laboratorio per la guerra dei droni, Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei Paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli.

Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati Uniti, che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel Paese in cui abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro Paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump…

Neanche per i “nativi” di Europa e Stati Uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente.

La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. E’ con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro Paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. E’ per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti.

Guerre e militarizzazione, il tempo di agire è ora!

Il vecchio continente… deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina. Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che così conclude: “Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndrpotranno dire che l’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina’” (e tutto o quasi l’ex Terzo Mondo. ndr). Cioè, “buoni”, l’Europa e “malvagi”, tutti gli altri.

E’ il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni, ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale, come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?

Ma affidare la ricostituzione di un’identità liberaldemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il  mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi.

Scompare così dall’orizzonte di chi ha percorso quella deriva qualsiasi preoccupazione per il futuro del pianeta e di ogni suo territorio, minacciati dalla crisi climatica: ha un bel dire, Cohn Bendit, che Trump ha cancellato il problema; chi opta per il riarmo come priorità compie la stessa scelta, ma senza dichiararlo. E non è poco.

Ma scompare con essa anche il frutto più ricco e promettente della presa di coscienza di mezzo secolo fa: la lotta al patriarcato, portata “in prima linea” dal femminismo. Che non è solo lotta alla violenza sulle donne – residuo di un passato che resiste o emergenza di una difficile transizione – ma è anche denuncia e decostruzione di ogni forma di dominio, lo sviluppo di quello che era stato – soprattutto per Cohn Bendit – il programma del ’68 e delle lotte di fabbrica e sociali degli anni successivi: la destituzione del potere degli oppressori sugli oppressi (Freire), di chi comanda su chi è condannato a obbedire, del prepotente sui diritti degli altri e – come ci mostra l’attualità degli “effetti collaterali” della guerra – dell’ipocrisia sulla verità, della corruzione sull’onestà e del cinismo sulla fraternità e sulla sorellanza. Vi contribuisce una visione del mondo ridotta a una partita di Risiko, dove ci sono solo guerre, armamenti, confini, conquiste, vittorie o rese: una visione innescata dal sostegno a oltranza dell’Ucraina aggredita – con armi altrui e sacrificio di soldati locali – senza alcuna prospettiva di sbocco se non il crollo della Federazione Russa o un’ecatombe nucleare, senza mai prospettare un negoziato sensato o anche solo una tregua vera.

Come scrive l’appello firmato Scienza Medicina Istruzione Politica Società (www.smips.org), “Si tratta dell’ultimo stadio della forma economico-sociale dominante, consistente in un capitalismo militarizzato, che per presidiare il dominio del denaro e di una finanza incondizionata, procede alla militarizzazione non solo di tutto ciò che attiene alla cosiddetta sicurezza, ma della società intera, cioè della mente, del cuore, della cultura, dell’informazione, dell’accademia, della scuola”. Ma quella corsa alla militarizzazione della società si rivela, giorno dopo giorno, diretta non solo verso l’esterno, “il nemico”, ma anche e soprattutto verso l’interno: il migrante (in un’epoca in cui milioni di abitanti del pianeta saranno costretti ad abbandonare le loro terre, rese invivibili da guerre e crisi climatica), l’escluso, il dissidente, il povero. La guidano in questa direzione i governi dell’Unione Europea (rientrati, dopo la Brexit… nel Regno Unito) ma, in ultima analisi, anche gli Stati Uniti e non solo quelli di Trump: “Fuck the EU!” diceva una portavoce di Obama innescando la vicenda che ha portato all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. E i governi dell’Unione Europea allora come fino a ieri non hanno fatto che adeguarsi.

Oggi tutto l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, università e associazioni professionali impegnati a convincerci che non c’è alternativa alla guerra – va contrastato in nome della diffusa volontà di pace che persino i sondaggi riconoscono maggioritaria ovunque e che le manifestazioni per la Palestina in corso in tutto il mondo mettono in evidenza con il loro rinnovato attivismo. Stiamo assistendo a, o siamo attori, in diversa misura e con diversa intensità, di una mobilitazione mondiale che ai temi della pace e del contrasto al riarmo accomuna in misura crescente difesa dell’ambiente, dei salari, dell’occupazione, della salute, dell’istruzione: tutte vittime designate della corsa alle armi. Ma nei popoli, tra la “gente”, il desiderio di pace è ben più esteso dell’arco delle associazioni e dei movimenti che si riconoscono in questa convergenza di temi. Per questo è urgente che le organizzazioni coinvolte nelle attuali mobilitazioni si facciano promotrici, a livello per lo meno europeo, di un appello rivolto anche a tutte le forze contrarie a guerre e militarizzazione – quali che siano le loro posizioni sulle altre questioni di ordine sociale e ambientale – affinché si impegnino, nei rispettivi ambiti, a portare contraddizioni e disgregazione dentro il furore bellico dei propri rappresentanti. Il tempo è ora!

Sesso, passioni e sentimenti. Chi educa chi?

Il dibattito in corso (da anni) sull’educazione sessuale (e sentimentale) nelle scuole ha implicazioni che vanno al di là del mondo della scuola: investe le radici della cultura di cui si nutre la società. Sesso, passioni e sentimenti sono strutture portanti del mondo in cui viviamo; espellerle dall’educazione scolastica, come si fa ora, ma anche confinarle in un recinto affidato a un “addetto ai lavori” (e chi, poi? E a che titolo?), pregiudica tutto quello che si fa a scuola. E i risultati si vedono: a scuola i più si annoiano mentre il contatto con i fatti fondamentali della vita viene affidato ai siti porno (e il tema della morte alla cronaca nera o ai reportage da un fronte di guerra).

Ma in realtà sesso, passioni e sentimenti attraversano e potrebbero impregnare tutte le materie curricolari dell’educazione scolastica a tutti i livelli. Basterebbe farli emergere. Costumi e comportamenti, strutture delle famiglie e delle parentele, questioni di genere, forme delle relazioni sia tra pari che tra chi è sopra e chi è sotto nella gerarchia sociale, ma soprattutto la relazione fondamentale tra uomini e donne, quella in cui si radicano (e da cui si sradicano) sia il patriarcato che, con esso, tutte le altre forme di potere, sono tutte chiavi di lettura ineludibili tanto di una storia che di una geografia che guardino ai popoli, quanto del diritto, delle letterature, delle arti, delle filosofie, delle religioni.

Ma sesso, passioni (dal verbo patire, subire) e sentimenti (dal verbo sentire) riguardano ovviamente anche tutto il mondo animale nei suoi rapporti reciproci, e tutto il vivente, perché anche le piante e i fiori si accoppiano, patiscono ed esercitano tra loro attrazioni o repulsioni; il che, attraverso lo studio della chimica e della biologia potrebbe aiutarci a considerare meno misterioso, meno oggetto di pruderie e più ordinario molto di quello che succede tra gli esseri umani. E persino il sostrato minerale del pianeta, se considerato con un approccio olistico e non minerario, può essere letto attraverso reazioni di affinità e di rigetto, mentre astronomia e astrofisica potrebbero aiutarci a ridimensionare la nostra pretesa di unicità.

Dunque? Fare dell’educazione sessuale e sentimentale una materia curricolare a sé stante è una sciocchezza, a prescindere dalla figura a cui è assegnato il compito di svolgerla, mentre la presenza dirompente di sessualità, passioni e sentimenti dovrebbe poter affiorare e imporsi in tutte le materie di insegnamento. Ma ad opera di chi?

Solo immaginare gli attuali insegnanti (con le dovute ma scarse eccezioni) impegnati a fare proprio un approccio del genere alle rispettive materie, o in sedute interdisciplinari, evidenzia in modo incontrovertibile l’abisso che separa scuola e vita. Intanto ci sono i vincoli istituzionali: programmi ministeriali e offerte formative sono concepiti per eludere una tale prospettiva. Ma poi nessuno, o quasi, sarebbe in grado di farlo (né lo sono altri, anche al di fuori del mondo della scuola). D’altronde anche la formazione all’Università ha per lo più evitato di metterli in grado non solo di farlo, ma anche solo di prospettarlo.

Allora, come superare, posto che lo si voglia – e sicuramente lo vorrebbero le nuove generazioni, quelle che la scuola la frequentano come allievi e allieve, studenti e studentesse – questa impasse? C’è una sola via: auto-educarsi insieme, studenti e insegnanti, aprendosi al contraddittorio anche all’interno di una comunità educante più vasta. Si tratta di fare delle lezioni, in aula e fuori aula, una palestra di confronto, non tra “opinioni” e “posizioni” diverse, ma tra diverse interpretazioni di fatti storici, sociali, biologici, artistici e letterari, a partire dalla loro conoscenza documentata. Interpretazioni che emergono da un libero interrogarsi sul senso di ciò che viene proposto come oggetto di apprendimento. Che cosa di meglio che farsi educare ai fatti della vita che più contano, soprattutto per i giovani, da chi quelle esperienze le ha fatte prima o lontano da noi, in altri contesti, con altre regole, rielaborandole con l’arte, la letteratura, il pensiero, la ricerca? O anche da quello che si svolge dalla notte dei tempi nel mondo del vivente, anche al di fuori della ristretta cerchia della specie umana? Anche questioni oggi così controverse come quelle del genere di appartenenza o di libera ascrizione ne verrebbero illuminate. Governare un processo del genere non è certo facile e richiede uno spirito di collaborazione tra le diverse “componenti” di una comunità educante, interne o esterne alla scuola, che la sua organizzazione odierna fa di tutto per distruggere e soffocare.

Ma è proprio dalla rivendicazione di aprire la scuola al confronto sui “fatti della vita” che può nascere e svilupparsi una rivoluzione culturale in grado di salvare dall’arteriosclerosi che le sta necrotizzando non solo la scuola, ma anche e innanzitutto quella che chiamiamo ancora “la nostra cultura” – in via di dissoluzione – e la nostra stessa “civiltà”.

Belém: un elefante nella stanza

C’è un elefante nella stanza della COP30 in corso a Belém, un tema escluso dall’ordine del giorno, ma capace di pregiudicarne gli eventuali risultati (comunque scarsi, ma non più che nelle 29 COP che l’hanno preceduta). Quell’elefante è la guerraTutti sanno che guerra e lotta per il clima sono incompatibili, ma nessuno osa parlarne. Il tema non è all’ordine del giorno. Nessuno lo ha proposto. Perché? Molti non credono  che la crisi climatica e ambientale sia una vera minaccia. Altri pensano che sia talmente complicato affrontarla che non vale nemmeno la pena tentare. Altri ancora, la maggioranza di quelli che sono lì  sperando di raggiungere un risultato – e non per boicottarne lo svolgimento, come i 5.000 e più lobbisti dell’industria fossili e affini presenti – temono che sollevare il problema finirebbe per pregiudicare il poco che si può ottenere.

Invece occorre parlarne. Per tante ragioni, alcune banali, altre meno. Innanzitutto, la guerra, che la si faccia o no, succhia una quantità incredibile di risorse finanziarie, tecnologiche e umane che potrebbero e dovrebbero essere destinate alla lotta per il clima e per la salvaguardia dell’ambiente (e per l’eguaglianza, che ne è la condizione). Lo abbiamo visto con il Green Deal europeo: dal progetto (malaccorto) di incanalare “sviluppo” e profitti sulla strada della cura dell’ambiente alla decisione, ormai condivisa da tutti i governi, di fare della produzione di armi il motore dell’accumulazione del capitale. Nessuno di loro, guerra o no, si tirerà mai indietro.

Poi le guerre in corso sono un potente fattore di rilancio dei fossili. Schiacciati dalle auto-sanzioni che si sono imposte, i Paesi dell’Unione Europea si sono lanciati in una corsa alla scoperta o alla valorizzazione di risorse aggiuntive con cui sostituire le forniture di gas e petrolio russi, con tanti saluti alla transizione. La guerra, d’altronde, aumenta il consumo di combustibili e le relative emissioni: per spostare uomini e mezzi, per far funzionare e produrre sempre nuove armi. E ogni esplosione è un fuoco che brucia ossigeno e produce CO2. Poi la guerra distrugge non solo vite umane, ma anche edifici e manufatti, fino a radere tutto al suolo, come a Gaza, ma anche in Donbass: tutte cose che andranno sostituite e ricostruite con altro dispendio di risorse e altre emissioni. Ma distrugge anche il suolo, le acque dei fiumi e la vita animale e vegetale, sia selvatica che coltivata o di allevamento che li abita, rendendoli sterili per anni o per sempre e trasformando in fonti di emissioni quelli che erano pozzi di assorbimento del carbonio.

La guerra è un incubatore di tecnologie della violenza rivolte contro la vita umana, i centri abitati, i manufatti e le infrastrutture, ma disponibili (dual use) a venir utilizzate anche nella guerra contro l’ambiente e la natura. La storia dei pesticidi, dei mezzi aerei per irrorarli, dei razzi per provocare la pioggia o sventare la grandine e altro ancora è questa. Ma domani verranno sviluppate e impiegate per arginare il riscaldamento climatico con la geo-ingegneria: tecnologie “dure”, dagli effetti irreversibili, ideate e gestite da un qualsiasi “Stato maggiore” della lotta per il clima autonominato, sia di Stato che privato. Per mettere fuori gioco le tecnologie “dolci” e amiche della Terra – dall’alimentazione ai trasporti, da quelle dell’abitare alla rinaturalizzazione del territorio, dalla cura congiunta di uomini e ambiente (one health) alla salvaguardia della biodiversità – tutte cose praticabili solo attraverso una riorganizzazione della vita quotidiana con il coinvolgimento di tutti.

La guerra produce profughi, milioni di “migranti”, sia direttamente, sia attraverso la distruzione dell’ambiente e la crisi climatica che alimenta. La lotta per la salvaguardia dell’ambiente e per il clima cerca invece di restituire a chi è investito da quei processi la possibilità e i mezzi per restare dov’è, per ricostruire su nuove basi le condizioni della vivibilità.

La guerra porta alla militarizzazione non solo delle istituzioni, ma anche della vita quotidiana e delle culture che la sottendono e a poco a poco – o anche rapidamente – invade tutti gli spazi: informazione, cultura, ricerca, scuola, lavoro, produzioni, mentalità e, ovviamente, “ordine pubblico”: cioè spazi di libertà. Tutti coloro che allo scoppio della guerra in Ucraina si sono compiaciuti della risposta puramente militare della Nato,  dell’Unione Europea o del governo ucraino non si sono resi conto – allora e forse neanche adesso – di quanto quel loro entusiasmo abbia influito nel trasformare “lo spirito del tempo”: il linguaggio dei media, l’autocensura, il rancore, la priorità su tutto data alle armi, la perdita di un orizzonte di convivenza, il cinismo di fronte alla morte sia di “civili” che di combattenti, sia “nemici” che “amici” e ovviamente l’indifferenza per il destino del nostro pianeta.

La guerra promuove sudditanza e subordinazione da caserma, mentre la lotta per l’ambiente e per il clima produce autonomia, inventiva, spirito di collaborazione e di iniziativa dal basso, quello che occorre per affrontare il difficilissimo futuro che ci aspetta.

Infine, tema di grande attualità, la guerra è sia fonte che copertura (per chi già la praticava alla grande) di corruzione: rende possibile accumulare potere e ricchezza alle spalle di chi viene mandato a morire al fronte o condannato a crepare nelle retrovie. Costi, prezzi e destino delle armi sono segreti di Stato non controllabili (tanto poi scompaiono, distrutte), come lo è il conto delle vittime e dei danni: chi li maneggia e ci guadagna sta da sempre nelle retrovie, mentre a morire sono sempre altri. Il contrario della lotta per la salvaguardia dell’ambiente: in prima linea nell’organizzarla e nel condurla ci sono sempre i “difensori dell’ambiente”, il numero ormai sterminato delle vittime della guerra che governi e multinazionali che speculano distruggendo l’ambiente conducono contro Madre Terra.

Leggere l’enciclica Laudato sì farebbe bene a tutti i convocati a Belém, ma i popoli indigeni presenti non ne hanno bisogno. La conoscono già. L’hanno ispirata loro.