Quale Europa?

Quale Europa vogliamo noi della lista L’altra Europa con Tsipras? L’abbiamo detto e scritto molte volte: vogliamo un’Europa democratica, federalista, solidale, ecologica, inclusiva, pacifica. Ora – ma in parte abbiamo già cominciato a farlo nei mesi scorsi – dobbiamo articolare questo programma.

Democratica: vogliamo una vera costituzione dell’Unione europea, con un governo a base parlamentare, autonomo dai poteri dell’alta finanza e in grado di definire le linee fondamentali della politica economica, sociale, ambientale e culturale; e vogliamo anche preservare l’impianto fondamentale della costituzione italiana e fermare la progressiva erosione dell’area di applicazione della democrazia promossa dal governo Renzi e da quelli che lo hanno preceduto. Ma siamo consapevoli che la democrazia rappresentativa non è più un ordinamento sufficiente a garantire i diritti della persona che sono andati maturando nel corso del secolo scorso se non viene affiancata e integrata da forme di democrazia partecipativa, capaci di investire progressivamente tutte le aree della vita quotidiana: a partire dal lavoro, ma senza trascurare i servizi pubblici, locali e non, l’ambiente, la gestione del territorio e dei beni comuni, la cultura, la salute, l’istruzione e tutto il resto. La democrazia partecipativa (e queste osservazioni valgono anche per il dibattito sulla democrazia all’interno della nostra aggregazione) non è democrazia diretta; ammette la delega, sia con vincolo di mandato che senza, purché il mandato sia revocabile in ogni momento; non prevede, nella misura del possibile, votazioni a maggioranza se non sugli ordini del giorno delle riunioni e richiede un impegno diretto di chi vi partecipa – la cittadinanza attiva – alla gestione delle iniziative, delle lotte o delle attività nei confronti delle quali si esercita. La partecipazione diretta della cittadinanza attiva alla gestione di una risorsa, di un servizio o di una attività, o la rivendicazione condivisa di questa partecipazione, è ciò che li definisce come beni comuni.

Federalismo non deve essere inteso come un rapporto tra Stati, ma come una rivalutazione radicale dei poteri e delle autonomie locali; innanzitutto quelle dei Comuni o delle unioni o associazioni di piccoli Comuni (di ciò che chiamiamo il “territorio”), che sono la componente dell’ordinamento statuale più vicino ai cittadini e in cui è più facile – o meglio, meno difficile – dare vita a forme di democrazia partecipativa.
Solidale vuol dire che gli Stati, le nazioni e i paesi membri dell’Unione devono condividere oneri e responsabilità di un processo orientato all’equilibrio e alla parità di condizioni tra tutti; alla condivisione dei costi e dei benefici del cammino comune; in particolare, occorre perseguire la condivisione dei debiti pubblici, il livellamento dei tassi di interesse e dell’imposizione fiscale, una distribuzione equa degli investimenti comuni. Questo approccio include anche, seppure in forme meno dirette, la solidarietà nei confronti delle altre aree geografiche del pianeta e di tutti gli altri paesi del mondo, a partire da quelli rimasti ai margini dei benefici – ma non dei costi – dello sviluppo industriale ed economico. Ma solidarietà vuol dire anche e soprattutto giustizia sociale all’interno di ogni paese e area geografica; redistribuzione del lavoro, del potere contrattuale, del reddito, degli oneri fiscali, dell’istruzione, dei presidi sanitari; insomma, dei diritti. Senza escludere la solidarietà nei confronti di tutto il vivente e della natura (la “madre Terra”). Ma anzi, facendone un punto centrale del nostro programma.

E’ questo infatti il quadro di riferimento di ogni progetto ecologico, che deve fare i conti con quella “seconda natura” in cui da tempo è collocata l’umanità: non solo quindi con la natura prodotta dall’evoluzione geologica della crosta terrestre e da quella biologica del vivente, ma anche con quella nostra “natura” che è stata prodotta dalla rivoluzione industriale, dall’avvento dei materiali di sintesi, dalla proliferazione dei prodotti e dei rifiuti – solidi, liquidi e gassosi – generati dalla civiltà dei consumi. Perché in essi e con essi le leggi che presiedono al mondo del vivente – e alla vita umana su questa Terra – continuino a poter operare pienamente e si possa ritrovare un equilibrio fra questi due mondi – quello “naturale” e quello “artificiale” – che restituisca al primo le condizioni per non essere soffocato dal secondo. Tutto ciò riguarda tanto gli impegni dell’Unione europea nel campo delle convenzioni internazionali da cui dipende la salvaguardia degli equilibri climatici e l’integrità dei mari, dei suoli, delle acque della biodiversità, ecc. – un terreno da cui l’Unione, dall’inizio della crisi, si è progressivamente disimpegnata – quanto la difesa di ogni singolo territorio dall’inquinamento locale e dalla manomissione dei suoi assetti.
Inclusiva significa che l’Europa deve cessare di essere vissuta e governata come una “fortezza” sotto assedio da parte di una ”armata” di profughi e migranti alla ricerca di condizioni di vita migliori o addirittura della propria sopravvivenza. In un’Europa solidale, che pratica la giustizia sociale e ambientale, ci deve essere posto per tutti; anche perché l’emarginazione, la clandestinità, la discriminazione razziale – anche quella non più fondata su basi biologiche, ma culturali, che in parte l’ha sostituita; e soprattutto quella che si esercita in forme sempre più marcate contro i poveri e la povertà – sono calamite che non fanno che produrre più emarginazione, più clandestinità, più razzismo, più povertà: in una spirale che ha il suo punto di approdo in uno stato permanente di belligeranza senza sbocchi. L’accoglienza pone invece le premesse per un diverso rapporto con le popolazioni, e a volte anche con le istituzioni, dei paesi di origine dei profughi e dei migranti; un rapporto che può facilitare la composizione dei conflitti che ne hanno determinato l’esodo, o una circolazione di competenze e di relazioni che possono arricchire sia i paesi di origine che quelli di arrivo. Ma l’inclusione vale anche nei confronti di tutte le minoranze e di tutte le forme di diversità e di scostamento dalla norma – che, messe tutte insieme, costituiscono ormai da tempo la vera maggioranza sociale e una condizione permanente di ogni territorio – che interpella innanzitutto, prima di mettere sotto accusa idee e comportamenti altrui, le nostre concezioni e il nostro stile di vita quotidiano.

Pacifica non può voler dire solo impegnata a garantire la pace al proprio interno mentre ai suoi confini imperversano i conflitti più sanguinari – e più pericolosi per la sopravvivenza stessa del genere umano. Vuol dire mettere l’Europa in condizione di poter avere un ruolo attivo nella composizione dei conflitti armati altrui; specie quelli che sono il prodotto più diretto di una difesa oltranzista – e, alla fine, suicida – dei propri interessi, come quelli determinati dalla corsa al controllo delle riserve petrolifere, o quelli alimentati da un’esportazione di armi che risponde esclusivamente alla logica del “business is business”. A livello locale, un’Europa pacifica deve significare attenzione verso tutte quelle attività economiche che in vario modo concorrono ad alimentare quei conflitti armati; e capacità di proporre soluzioni di conversione ecologica per quelle imprese e quella occupazione che ne dipendono.
Ora se queste o altre considerazioni simili rappresentano un primo livello di esplicitazione del nostro programma, è chiaro che la sua ulteriore articolazione non può procedere in forma deduttiva – entrando sempre più nei particolari per una sorta di logica interna agli enunciati fondamentali – ma solo in forma induttiva: mettendo questi principi alla prova dei fatti nei territori o negli ambiti di intervento di ciascuna delle aggregazioni locali che a livello nazionale fanno capo alla nostra lista (o ex-lista). Ma per farlo bisogna evitare di chiudersi in se stessi quasi fossimo un’entità autosufficiente o anche solo parzialmente compiuta, mentre occorre il massimo di apertura del nostro operare: in due direzioni.

Innanzitutto, nel corso della breve esistenza di questo progetto non abbiamo raccolto – sia in termini di adesioni attive che di consenso – che una piccola parte di quel fervore di attività che contraddistingue da anni il nostro paese e che lo rendono assai più vivo e ricco di buone pratiche e di importanti esperienze in termini di analisi, di progettualità e di elaborazioni programmatiche di quanto si riscontra in altri paesi europei, dove pure il conflitto sociale è stato ed è più visibile e più facilmente inquadrabile in termini politici. E’ con queste realtà che ogni nucleo, o nodo, o comitato locale della nostra aggregazione deve cercare di confrontarsi e di prendere iniziative comuni. Per farlo, più che di assemblee generali – locali, o generali, o nazionali – che rischiano di rimescolare sempre le stesse carte, occorre che ci organizziamo, innanzitutto a livello locale, per gruppi di lavoro o per commissioni tematiche. Per fare qualche esempio: difesa del territorio; lotta contro le grandi opere e i grandi eventi (che ne è una specificazione, ma anche un tema assai più complesso); Costituzioni (europea e italiana) e istituzioni (leggi elettorali, poteri locali, patti di stabilità interni ed esterni, TTIP); conversione ecologica del tessuto produttivo e delle aziende in crisi; questione energetica; altra economia (GAS, DES, cooperative sociali, fabbriche occupate, luoghi di socializzazione alternativi, ecc.); diritti e conflitti del lavoro; precariato; pace, ecc. Ma si possono ipotizzare suddivisioni e aggregazioni di temi del tutto differenti. L’importante è che ciascuno di questi raggruppamenti, oltre a promuovere collegamenti nazionali e internazionali (avvalendosi, in questo caso, della nostra presenza nel parlamento europeo e della nostra appartenenza al GUE) sui temi di proprio specifico interesse – ma senza rinchiudersi in una prospettiva settoriale e specialistica – vada alla ricerca dei molti possibili interlocutori, singoli e organizzati, che operano nel rispettivo territorio e che sono stati finora coinvolti solo marginalmente, o per nulla, dalla nostra mobilitazione elettorale; promuovendo con questi un confronto e delle iniziative comuni su un piano di assoluta parità. Questo significa che nel lavoro di articolazione, approfondimento e ulteriore elaborazione di un programma comune attraverso pratiche e iniziative condivise o attraverso lotte e mobilitazioni promosse o sostenute congiuntamente, questi nostri interlocutori debbono aver voce al pari di noi (cioè al pari di chi ha già partecipato alle forme organizzate della lista L’altra Europa). Ciò comporta non solo includere o integrare o modificare taluni aspetti dei nostri punti di partenza (quelli contenuti nell’appello iniziale e poi nei “dieci punti” redatti da Barbara Spinelli); ma anche, eventualmente, in alcuni casi contraddirli. Ma sicuramente arricchirli con una molteplicità di esperienze pratiche condivise attraverso cui il nostro programma si fa, da mera enunciazione, pratica politica quotidiana.
L’altra direzione in cui dovrà svilupparsi la nostra iniziativa è il consolidamento culturale – e perché no? teorico – di quanto saremo in grado di sviluppare con la pratica. Non tanto per merito nostro, quanto per la miseria che contraddistingue ormai da tempo la totalità della politica italiana, intorno al progetto che ha messo capo alla lista L’altra Europa si è andato raccogliendo in pochi mesi il meglio dell’intelligenza italiana. Non c’è bisogno di fare nomi, anche perché sono tantissimi. Finora non abbiamo saputo o potuto valorizzare granché questi apporti; ma ora, usciti dall’emergenza della campagna elettorale, dobbiamo saper offrire a tutti questi nostri interlocutori un terreno di confronto con le nostre pratiche: non per cercare di trasformarli in “intellettuali organici” al nostro progetto; bensì per dare ad esso, nella più assoluta libertà di ciascuno, quel respiro e quella larghezza di vedute indispensabili per affrontare un compito da cui non possiamo prescindere: promuovere la rifondazione, su nuove basi, di una cultura della democrazia che abbracci tutti gli aspetti della vita quotidiana e tutte le pieghe della società. Nessun’altra organizzazione in Europa può contare su un apporto di intelligenze e di impegno civile paragonabile a quello di cui possiamo avvalerci noi. E questo restituisce anche alla nostra piccola rappresentanza parlamentare un peso che il numero ridotto dei suoi membri non le consentirebbe altrimenti di avere.
Anche questa seconda direzione, che è quella della riconquista di un’egemonia culturale indispensabile per garantire un difesa e un sostegno adeguati ai diritti della persona (“prima le persone”), richiede da parte nostra il massimo di aperture, anche in termini organizzativi. Abbiamo davanti a noi due modelli, per ora embrionali, ma che ne svelano le grandi potenzialità: innanzitutto la costituente dei beni comuni che ha visto il concorso del meglio della dottrina giuridica italiana intorno ad alcune iniziative pratiche di occupazione e di lotta come quella del Teatro Valle di Roma e del Municipio dei Beni comuni di Pisa; poi, anche se con un esito più contestato, anche perché ha investito in pieno una difficile sfera istituzionale, la creazione dell’Azienda speciale Acqua Bene Comune di Napoli, come prima traduzione pratica degli obiettivi dei referendum del 2011.

Va da sé che un approccio come quello qui delineato ha bisogno di strumenti e strutture di coordinamento: un sito, una presenza molto ben controllata sui social network, un ufficio stampa che promuova la nostra presenza sui media e – perché no? – in prosieguo di tempo, un giornale o una rivista on line o cartacea; o una radio. E ha bisogno di denaro, che forse la nostra piccola affermazione elettorale ci potrà mettere a disposizione in misura leggermente maggiore della miseria che abbiamo conosciuto finora. Certamente ha anche bisogno di incontri e riunioni fisiche periodiche e di qualcuno, possibilmente a rotazione, che le convochi, le coordini o vi partecipi, evitando però la creazione di strutture troppo pesanti, che poi è difficile ridimensionare.
Ma è implicito che questo approccio ha un bersaglio polemico in qualcosa che si aggira nelle nostre riunioni e nelle nostre comunicazioni come uno spettro. Questo qualcosa è il nuovo “soggetto politico”, o il “soggetto politico nuovo”, a volte declinato in una più indeterminata “soggettività politica”, ovvero in una “costituente della sinistra”, per non parlare di chi propone senz’altro di “fare un partito” e ne fissa anche i tempi di fondazione. Ho più volte messo in guardia in passato, nell’ambito della mia militanza nel gruppo Alba, dai rischi impliciti nel ricorso al termine soggetto e ai suoi succedanei. E’ un termine che apparentemente esalta l’iniziativa e l’autonomia di un agire comune, ma che in realtà finisce spesso per rinchiuderlo in qualcosa di solido, di sostanziale, di autosufficiente, soprattutto quando non è riferito ad alcunché di presente, ma a una meta da raggiungere in tempi più o meno certi. In altre parole, e ne abbiamo davanti agli occhi un bell’esempio nei nostri scambi di mail dell’ultimo mese, rischia di distogliere il nostro dibattito politico dall’impegno a sviluppare nella pratica quotidiana il tema dell’Europa che vogliamo (nei termini in cui l’ho delineata sopra), dell’Italia che vogliamo o, più in generale della società che vogliamo. Non sto parlando del “sol dell’avvenire” in cui ritengo che nessuno di noi creda più, per lo meno nei termini in cui ha funzionato come motore politico delle lotte del movimento operaio nel secolo scorso, e anche prima. Parlo di una visione del futuro che vede il conflitto e la partecipazione, variamente intrecciati tra loro, come componenti permanenti di una dinamica sociale in cui a ogni generazione tocca fare i conti con le acquisizioni e le sconfitte di quella precedente. Si rischia così di confinare il nostro dibattito al tema di come costruire il nuovo soggetto, o il nuovo partito, o la nuova sinistra, sottintendendo che la individuazione e la definizione delle modalità attraverso cui trasformare con la pratica quotidiana i rapporti sociali ne discendano automaticamente; o comunque vengano “dopo”. E trascurando, per di più, la dimensione europea e internazionale in cui fin dall’inizio abbiamo voluto collocare la nostra iniziativa. Per cui il discorso sulle pur necessarie iniziative da prendere, anche in termini organizzativi, per non disperdere quanto è stato realizzato nel corso dell’esperienza che abbiamo fatto insieme con la lista L’altra Europa rischia di assorbire e risucchiare in un buco nero tutto il resto.

L’EUROPA AL BIVIO

Sul cammino dell’alta finanza

L’Europa è a un bivio. Da una parte c’è una strada già segnata e intensamente frequentata dagli organi centrali dell’Unione europea (Commissione, Consiglio e BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (IMF), dai Governi dei paesi membri, dai partiti che li sostengono e, soprattutto, dall’alta finanza che domina il mondo, che governa un’economia ormai globalizzata, che detta i principi e impone le scelte a cui tutti – comprese le costituzioni democratiche che intralciano le sue attività – devono adeguarsi. Forse non è stata prestata sufficiente attenzione allo slittamento semantico implicito nella graduale sostituzione del termine “mercato” (al singolare), fino a ieri presentato come l’ambiente ideale per risolvere, nel senso di una loro ottimizzare, i problemi di tutti e di ciascuno, con il termine “mercati” (al plurale), che indica invece, in ultima analisi, un numero molto ristretto di attori: i protagonisti dell’alta finanza internazionale, che “votano” al posto nostro, cioè che decidono che cosa debbano fare i governi di ogni paese e come debbano essere riformate leggi e costituzioni. Quello slittamento allude alla transizione da un meccanismo anonimo, perché agito da tutti e da ciascuno, ma in teoria perfettamente trasparente (un meccanismo che in realtà non è mai esistito allo stato “puro”) a un potere opaco – e anonimo solo perché i suoi detentori preferiscono agire nell’ombra – che ha finito per polarizzare in misura crescente la società verso le punte estreme di una ricchezza e un potere immensi, da un lato, e di una povertà e ricattabilità crescenti dall’altro. In questo scivolamento semantico si riflette cioè il passaggio da una versione ottimistica del liberismo, che vede nel trionfo dell’economia di mercato in tutti gli ambiti della vita sociale la strada del progresso e del benessere, a una visione cupa e pessimistica, che presenta “i mercati” come potenze oscure a cui bisogna però sottomettersi per non incorrere nella catastrofe (il default) che esse possono provocare in ogni momento.

La costruzione europea sotto attacco

In ogni caso quella strada, che è l’assetto attuale del capitalismo, oggi si manifesta in Europa nelle politiche di austerity imposte dall’alto, senza nessuna considerazione per i danni che provocano; ma domani potrebbe anche sfociare in orientamenti diversi o più laschi, che sarebbero però sempre imposti sotto il rigido controllo dell’alta finanza e nell’esclusivo interesse dei suoi profitti. Quella strada sta in realtà portando alla dissoluzione quell’edificio europeo alla cui costruzione avevano concorso, con alterno impegno, le politiche adottate dagli Stati membri nella seconda metà del secolo scorso, dopo il disastro provocato da due guerre mondiali e la sconfitta delle dittature che ne incarnavano la logica in tempo di pace. E sta anche portando l’intera popolazione dell’Unione – con l’eccezione del numero sempre più ristretto dei suoi beneficiari – verso un intenso e feroce peggioramento delle sue condizioni di vita, del suo tessuto produttivo, dell’occupazione, dei redditi da lavoro. Un peggioramento che oggi investe i paesi più periferici (i cosiddetti PIIGS) lungo una traiettoria di cui la Grecia rappresenta, agli occhi di tutti, l’esito finale e obbligato; ma che è destinato a coinvolgere progressivamente anche i paesi che oggi sembrano più “forti” e i cui governi, in nome di un successo ottenuto in gran parte a spese dei loro partner europei più deboli, hanno trasformato in religione le ragioni contingenti di quel loro precario successo.

Anche se non tutti i suoi membri hanno adottato la moneta unica, la dissoluzione della zona dell’euro sotto la pressione di spinte centrifughe o del progressivo accentramento del suo governo nelle mani di un numero di paesi sempre più ristretto trascinerebbe con sé l’intero impianto dell’Unione Europea, riportando tutto il continente a una condizione di guerra commerciale di tutti contro tutti, in un mondo globalizzato dove ormai nessuna singola nazione potrà mai più “farcela da sola”. Ma dato il livello di integrazione ormai raggiunto dall’Unione, un esito del genere potrebbe preludere anche a un progressivo sfaldamento dell’unità delle singole nazioni: non in direzione di un decentramento federalista dei poteri, bensì verso una proliferazione di conflitti acuti e forse persino di guerre locali, come è successo a suo tempo ai margini dell’Unione, nella ex-Jugoslavia; o rischia di succedere oggi in Ukraina, e non solo.

Infine, quella è una strada su cui transitano persone e merci sorde di fronte ai rischi a cui stanno portando il riscaldamento del pianeta, i mutamenti climatici che esso comporta, la produzione di armi di distruzione di massa, l’inquinamento dell’aria, dei suoli e dell’acqua, la distruzione della biodiversità, l’imperativo di produrre sempre di più perché, per il pensiero dominante, soltanto con la crescita infinita della manomissione dell’ambiente si possono garantire condizioni di vita decenti a tutti. Quelle condizioni che, viceversa, proprio perseguendo un approccio del genere le oligarchie al potere non sono più in grado di offrire a nessuno che non faccia parte della loro cerchia sempre più ristretta.

 Un cantiere in costruzione

Dal lato opposto del bivio c’è una strada ancora in gran parte da costruire, non solo perché manca per ora di un progetto organico, ma soprattutto perché manca – o non è ancora emerso alla luce del sole – un numero di attori sufficiente a metterne all’ordine del giorno la costruzione, a realizzarla, e a cominciare a frequentarla, “sottraendo traffico” alla strada dominata dall’alta finanza. La direzione di questa strada non è univoca né del tutto chiara, ma non è nemmeno avvolta nelle nebbie: è una direzione in parte già consolidata negli obiettivi, nelle lotte e nelle buone pratiche di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, di disoccupate e disoccupati, di cittadine e cittadini, e in parte ancora inespressa e tuttavia condivisa in forme vaghe e spesso indeterminate, da altri milioni e milioni di cittadine e cittadini europei. E’ la direzione di un’umanità che vuole rappacificarsi con l’ambiente in cui vive senza rinunciare ai benefici che l’evoluzione della scienza e della tecnica consente; che non per questo intende rinunciare al conflitto – che è la molla della civiltà e dell’innovazione – ma vorrebbe riportarlo quanto più possibile in un ambito che escluda sangue e violenza; che cerca in tutti i modi di difendere la propria dignità; che lavora per recuperare una propria autonomia e un benessere personale in contesti di condivisione e di crescita collettiva. Certo, espressi in questi termini, quegli obiettivi non sono ancora esplicitamente perseguiti dalla maggioranza della popolazione (siamo cioè ancora molto lontani da quel fatidico 99 per cento proclamato da Occupy Wall Street). Ma il numero degli attori che stanno lavorando, e da tempo, al cantiere di questa strada è molto maggiore di quanto le cronache, i media e l’indagine sociale ed economica lascino trasparire.

Non che manchino poi proposte, anche rigorosamente documentate e sostenute da un numero crescente di autorevoli studiosi – soprattutto in campo economico e giuridico – su come dovrebbe essere costruita questa nuova strada; o anche, più modestamente, su come tirarsi fuori dalla palude dell’austerity, i cui miasmi stanno soffocando ovunque benessere, convivenza civile e, sempre più, come in Grecia, persino la sopravvivenza.

Tre percorsi paralleli

L’attenzione dei più si concentra sui meccanismi che tengono bloccata la spesa pubblica, vagheggiando il ritorno a un mondo di ieri, in cui il sostegno ai redditi più bassi, il potenziamento degli istituti del welfare, e il supporto di un’industria di stato o di una politica industriale dirigista nei settori portanti dell’economia avevano garantito – in Europa, ma non nel mondo – trent’anni di sviluppo economico quasi ininterrotto. Premessa irrinunciabile di questa prospettiva è la rinegoziazione radicale dei trattati che vincolano le politiche economiche ai diktat della banca centrale: fiscal compact, pareggio di bilancio, two packs, ecc.

Altri fanno notare che limitarsi ad affidare la ripresa dell’occupazione, dei redditi e del benessere alla mera riproposizione di un massiccio sostegno a domanda e offerta di quelle produzioni che hanno sorretto la crescita di molte economie nel corso degli anni – magari supportandole ora anche con massicce iniezioni di ricerca di base e applicata finanziata dallo Stato – non farebbe che accelerare la corsa verso il baratro: verso un disastro planetario per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente; e verso una competizione sempre più serrata di tutti contro tutti, destinata a scaricarsi dalle imprese sui lavoratori perché producano sempre di più guadagnando sempre di meno: che è esattamente ciò che ha portato all’impasse dei giorni nostri.

Serve invece una radicale riconversione verso produzioni nuove che permettano di recuperare un rapporto rispettoso con l’ambiente in cui viviamo e di ricondurre l’attività economica e la gestione del territorio e delle comunità che lo abitano entro i limiti della sostenibilità: in campo energetico e in quelli dell’agricoltura e dell’alimentazione, innanzitutto; e, a seguire, nella manutenzione del territorio, del paesaggio, degli assetti urbani, del patrimonio edilizio e monumentale, nella gestione della mobilità, nel recupero di risorse dagli scarti della produzione e del consumo, oltreché, naturalmente, nei campi dell’istruzione, della ricerca e della promozione culturale. Una transizione che non può essere affidata solo all’innovazione tecnologica e alla sostituzione di prodotti a elevato impatto ambientale con prodotti maggiormente sostenibili, che è l’essenza di ciò che viene presentato come green economy; richiede un cambiamento radicale di paradigma nelle soluzioni organizzative e gestionali. In sintesi, un sovvertimento radicale dell’organizzazione sociale esistente.

Per questo, infine, molti mettono l’accento sulle trasformazioni di ordine politico e istituzionale che entrambi questi approcci richiedono come loro pre-condizione: l’Europa deve trasformare se stessa in una federazione di popoli governati in modo democratico (attualmente non lo sono affatto), decentrato (restituendo potere e risorse alle istituzioni della democrazia di prossimità: Comuni e territori, e non Stati nazionali e Regioni che, in molti casi, non sono che piccoli Stati), partecipato (affiancando una democrazia partecipativa di prossimità a quella rappresentativa), capace di sottoporre a un controllo dal basso gli strumenti centralizzati del governo dell’economia (la moneta, i tassi di interesse, la dimensione e la destinazione della spesa pubblica, la Banca centrale e il sistema bancario, gli investimenti per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione), quelli della politica estera (il ripudio della guerra, la cooperazione internazionale, l’organizzazione della difesa, l’immigrazione) e delle politiche sociali (il reddito di cittadinanza, la previdenza, la sanità, la contrattazione delle condizioni di lavoro, l’orario di lavoro, ecc.).

L’utopia reazionaria del ritorno alle sovranità nazionali

Tutti e tre questi approcci guardano all’Europa come a un terreno irrinunciabile della lotta politica che deve portare, nelle intenzioni di chi li promuove o li sostiene, a una maggiore integrazione sia culturale che delle economie e delle istituzioni sociali dei paesi membri e a una maggiore eguaglianza sia tra paesi diversi che all’interno di ciascuno di essi. Per questo si tratta di approcci radicalmente opposti a quelli che individuano la strada per uscire dalla crisi economica e delle istituzioni europee in un ritorno alle sovranità nazionali in campo monetario (“uscita dall’euro” e svalutazioni competitive), tariffario (protezionismo), fiscale (spesa pubblica finanziata dalla banca centrale nazionale) e produttivo (nazionalizzazioni senza prospettare nuove forme di controllo sull’operato delle imprese). Il paradosso di queste proposte è che, pur presentandosi come alternativa al predominio incontrastato delle dottrine liberiste, rimangono interamente interne alla loro logica: pensare di recuperare competitività e spazio per le esportazioni di ogni singolo paese sui mercati internazionali attraverso la svalutazione della propria valuta, in una gara di competitività al ribasso tra paesi impegnati tutti sulla stessa strada, significa ritenere che ciò che è stato possibile in questi anni alla Germania in Europa o alla Cina nel mondo sia replicabile da tutti; senza tener conto del fatto che ai surplus commerciali dei paesi “vincenti” devono corrispondere necessariamente dei deficit di quelli perdenti. Che è il ruolo, quest’ultimo, che è stato fatto giocare all’Italia e ai PIIGS in questi anni in Europa. E questo, proprio in quel contesto di business as usual (cioè insistendo su produzioni che stanno perdendo mercato) che impone che alla competitività dei paesi membri non vengano imposti limiti e regole: limiti e regole che soltanto la rinegoziazione e la riformulazione generale dei trattati europei potrebbero e dovranno introdurre. Inoltre, un approccio fondato sul recupero di una evanescente sovranità nazionale non tiene conto né dei problemi connessi al sempre più pesante impatto ambientale delle produzioni in essere – e del sistema che le genera – né del fatto che nel corso degli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato, e quello che aveva favorito lo sviluppo economico tra sessanta e trent’anni fa – in particolare la divisione internazionale del lavoro del tempo e la connessa distribuzione settoriale dei “punti di forza” – non funziona più altrettanto bene né adesso né funzionerà più in futuro; proprio perché altre sono le cose da fare e da produrre.

Chi porterà avanti quel progetto?

Il problema sembra quindi quello di “dare gambe” a un progetto che integri tra di loro – nella misura del possibile – i tre approcci europeisti di cui sopra. O, piuttosto, quello di valorizzarne le elaborazioni e riformularne congiuntamente i termini alla luce delle indicazioni che si possono ricavare dalle dinamiche e dalle impasse in cui sono incorsi o stanno incorrendo in tutto il continente europeo i movimenti sociali in atto o in gestazione. Negli ultimi tre anni, a partire dalle primavere arabe, dal movimento 15 maggio in Spagna e dalle mobilitazioni contro le politiche imposte dalla Troika in Grecia, passando per Occupy Wall Sreet e Occupy the World negli Stati Uniti, per approdare, per ora, all’occupazione di Piazza Tashkin in Turchia e alla rivolta contro le spese folli per le Olimpiadi in Brasile – e senza mettere nel conto le decine di migliaia di rivolte in Cina, che hanno costretto il governo di quel paese a invertire rotta, e altro ancora – il mondo ha assistito a una grande mobilitazione contro le diseguaglianze economiche e sociali, contro le politiche dei Governi che le tollerano o le promuovono, contro il predominio dell’alta finanza che le impone ovunque. Quelle mobilitazioni non si sono certo dissolte nel nulla, ma hanno dato vita a organismi e iniziative di base che si sviluppano prevalentemente nei coni d’ombra che i media producono numerosi intorno alle aree messe a fuoco in forme sempre più conformisticamente omogenee. Anche in Italia c’è stato e c’è tutt’ora un grande fermento di iniziative e di lotte che non accenna a ridursi, anche perché le condizioni di vita della maggioranza della popolazione sono in via di netto peggioramento e per molti hanno già raggiunto un punto di non ritorno. Nel nostro paese però è prevalsa una frammentazione delle mobilitazioni che non è riuscita finora a trovare che pochi momenti significativi di confluenza. Ma non va dimenticato che alla mobilitazione mondiale contro la globalizzazione liberista del 15 ottobre 2011 l’Italia aveva dato il contributo di gran lunga maggiore, sia in termini numerici che di varietà delle presenze sociali in piazza; e questo nonostante che la manifestazione di Roma fosse poi finita male per l’iniziativa congiunta delle forze dell’ordine e di una componente gratuitamente violenta dei manifestanti. Ma questa frammentazione è tuttavia accompagnata da una intensità di elaborazioni, di sperimentazioni, di buone pratiche, di vita associativa e di lotte esemplari che ha pochi riscontri in altri paesi europei.

Il problema del nostro rapporto con l’Europa e del modo in cui costruire la strada verso l’Europa che vogliamo, verso un’Europa che raccolga le rivendicazioni e le istanze espresse dalle lotte e dai movimenti sociali di questi anni viene così a coincidere con il problema dell’organizzazione. Qual è il “soggetto” in grado di promuovere questa trasformazione di portata internazionale? E come allargare, interconnettere e omogeneizzare – lasciando perdere il termine “unificare”, che rischia di travalicare gli intenti e le peculiarità irriducibili delle istanze che vorrebbe sostenere – quegli spezzoni di resistenza e di opposizione al dominio della attuale governance europea? Quelle manifestazione della ricerca di un’alternativa che potrebbero costituire la linfa e il motore di questa transizione?

Si tratta innanzitutto di creare un “ponte”, anzi, molti “ponti” (Alex Langer, che era un vero europeista, amava molto questa metafora, che d’altronde ben si combina con quella della strada da costruire utilizzata in questa sede) tra realtà differenti per dimensioni, per rilevanza, per composizione sociale, per cultura, per tradizione, per radicamento territoriale, per il diverso grado di intensità con cui ciascuna di esse vive la crisi. Oltreché, ovviamente, per nazionalità e per lingua madre: un fattore, questo, che non solo rende complicata la comunicazione tra i popoli dell’Europa, ma avviluppa e rinserra spesso ciascuno di noi in problematiche particolari che coloro che appartengono a un diverso universo linguistico hanno difficoltà a comprendere e far proprie. In tutti i casi è comunque essenziale rispettare le diverse specificità, cercando di ricavarne un arricchimento per tutti.

Il sociale e il politico

Tutto qui? potrebbe chiedere un sostenitore della “forma partito” o, più in generale, di una soggettività politica sostanzialista. Il tema rimanda in realtà a qualcosa di più generale: al superamento o alla dissoluzione della distinzione tra il sociale e il politico, tra i movimenti e la loro direzione, tra i cittadini e la loro rappresentanza, nelle istituzioni e non. Il Novecento aveva “risolto” quella distinzione in termini di dialettica tra avanguardia e masse, o tra azione sindacale – in senso lato – e partito; o partiti. Ma il Novecento, nel corso della sua evoluzione, ha anche finito per assorbire nei meccanismi della gestione statuale del potere tutte le istituzioni storiche che i movimenti sociali si erano dati nel corso delle lotte e dei conflitti che hanno concorso a instaurare le moderne forme di democrazia a suffragio universale e di Stato sociale nelle nazioni dell’Occidente. E ora, ma è da tempo che ciò succede, i movimenti si riaffacciano sulla scena del conflitto in forme in cui le distinzioni tra iniziativa dal basso e rappresentanza e tra sociale e politico sono sostanzialmente azzerate. Ciò affonda definitivamente anche il tentativo di sostituire al modello in via di tramonto della forma partito, o del “soggetto politico”, una concezione “pesante” e sostanzialista della rappresentanza: cioè una concezione che non si limiti a designare con questo termine una pattuglia piccola o grande di parlamentari o di consiglieri nelle istituzioni della democrazia rappresentativa, ma la ponga al centro del processo organizzativo della transizione verso una società diversa, cercando così di sottrarsi all’ambivalenza intrinseca del “soggetto”.

Certamente, data la varietà e la frammentazione delle modalità in cui i movimenti si manifestano, ci sono e ci saranno sempre, da un lato, organismi che privilegiano la dimensione politica generale del loro agire e che si assumono per questo, accettati e condivisi o no che siano, ruoli che hanno a che fare con una regìa dei movimenti in campo (Alba è uno di questi); e dall’altro, organismi gelosi invece della loro connotazione sociale e restii a espandere in termini politici la loro iniziativa; ma nonostante ciò, o forse proprio perché non accettano di essere “rappresentati” da altri, pienamente se non compiutamente “politici” anch’essi.

Ci troviamo in realtà di fronte a un passaggio che mette in discussione non solo la storia recente e meno recente delle sinistre nate dall’evoluzione del movimento operaio, ma persino un tratto costitutivo della modernità: la distinzione tra la sfera del politico, della rappresentanza, degli istituti che si presentano come il prodotto del contratto sociale diverso e separato dai “soggetti” che lo hanno realizzato – e l’ambito degli interessi fondamentali che quella sfera dovrebbe rappresentare, e che in qualche modo rappresenta. Ma solo finché la cittadinanza si presenta di fronte ad essa nella forma di individui atomizzati e isolati. Quella forma in cui si radica l’idea che non si possano esprimere legittimamente i propri interessi se non attraverso la mediazione delle istituzioni: cosa palesemente falsa, soprattutto al giorno d’oggi. Perché quegli interessi hanno cessato da tempo di sentirsi “rappresentati” – e l’estraneità e il rigetto della politica in Europa e in tutto il mondo occidentale ne è una conseguenza non congiunturale, ma strutturale – soprattutto quando quella cittadinanza si ricompone in forme condivise, come movimento di lotta, o come sperimentazione di nuove pratiche di lavoro e di vita.

Oggi infatti la condivisione e i legami sociali costruiti dentro un agire collettivo sono l’ambito privilegiato, se non esclusivo, della maturazione e dello sviluppo dell’autonomia personale del singolo; mentre l’individuo isolato, l’homo oeconomicus (se mai esistesse), il Robinson Crosué anonimamente immerso nella società di massa vivono in balia di tutti i condizionamenti che pubblicità, media, “mercati” e sfera separata della politica esercitano su di loro. L’individuo che dovrebbe essere il soggetto e l’attore del patto sociale che legittima le istituzioni è stato completamente assorbito da queste ultime, e ora deve affidare la salvaguardia della propria persona e della propria individualità alla rivolta, alla ribellione, alla lotta, alla decisione di imboccare un cammino diverso da quello che gli è stato prospettato; cioè alla ridefinizione della sua identità in un processo collettivo.

Soggetto e rappresentanza

Così, grazie o a causa di quella ambivalenza, sia il “soggetto politico” che la sua “rappresentanza” vivono come poli di una continua oscillazione che finisce, da un lato, per ricondurre tutte le istituzioni all’iniziativa creatrice e costituente del soggetto (Il “comune” di Negri e Hardt non è che l’ultimo approdo di una concezione bulimica, ipertrofica e totalizzante della soggettività – vecchia di cinquant’anni – secondo cui le istituzioni del capitale non sono che il prodotto dell’iniziativa, ieri della classe operaia, oggi della “moltitudine”); dall’altro, a ridurre l’iniziativa politica e sociale alla sua rappresentanza, o alla sua capacità di “autorappresentarsi. Ma in entrambi i casi si finisce così per azzerare il rapporto dialettico, conflittuale, ma anche “contrattuale”, tra movimento e istituzioni. Contrattuale nel senso della continua rinegoziazione dei termini di un rapporto tra due contraenti che rimangono distinti e per lo più contrapposti; ma entrambi al tempo stesso sociali (in quanto espressione di interessi consolidati di parte) e politici (in quanto mettono in discussione la gestione del potere).

Per questo occorre accettare il dato, sostanzialmente estraneo alla cultura della sinistra legata alla storia del movimento operaio, che la costruzione di un’organizzazione non sia un processo unico, ma possa avvenire solo per strati sovrapposti o per comparti contigui relativamente indipendenti tra loro e non sempre interconnessi o facilmente collegabili. Per esempio, un’eventuale rappresentanza parlamentare – che non deve per forza configurarsi come “partito”, pur potendo costituire un punto di riferimento importante per la maturazione di uno o molti movimenti – dovrà sì connettersi il più possibile con le forme organizzate del suo elettorato, ma non potrà mai dipenderne. Oppure, le buone pratiche tese a sperimentare forme di vita, di lavoro e di consumo alternative hanno un lungo percorso da compiere per potersi innestare, e portare un contributo sostanziale, a un movimento di disoccupati o di lavoratori precari o a dei lavoratori in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro (e viceversa); o a comunità che si battono contro la devastazione dell’ambiente in cui vivono. E ancora, studenti e operai, scuola e lavoro possono trovare momenti di unità in mobilitazioni comuni, ma poi la strada di un collegamento più stretto e più produttivo – portare la scuola in fabbrica e in azienda e i problemi del lavoro nelle scuole e all’università, non solo in termini di reciproca comprensione, ma anche in quelli di una comune elaborazione di progetti di riconversione produttiva – è un’altra cosa; eppure è una prospettiva irrinunciabile. Già oggi le pratiche di un diverso approccio al consumo che si sono andate affermando con i Gruppi di acquisto solidale hanno reso disponibili anche un modo diverso di intendere l’alimentazione e offerto uno sbocco commerciale ad alcune enclave di agricoltura sostenibile; ma coinvolgere in un processo del genere un’intera cittadinanza e i governi locali del territorio è un processo organizzativo di tutt’altra dimensione. Lo stesso vale per il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, per l’efficienza energetica degli edifici e delle imprese, per la mobilità sostenibile, per la gestione dei rifiuti, ecc.

Decostruzioni

Infine, oltre a porsi in una prospettiva costituente con queste pratiche, occorre anche adottare un approccio “decostruttivo”, un impegno alla dissoluzione progressiva dei legami e dei vincoli su cui è costruita l’attuale organizzazione sociale, a partire dalle strutture dell’impresa, della pubblica amministrazione e delle forze armate così come sono organizzate oggi. Solo ostacolandone il funzionamento ordinario (che ordinario non è mai, perché frode e processi “estrattivi” si annidano sempre in ogni angolo di istituzioni sottratte all’imperativo della trasparenza e del controllo pubblico) possono nascere embrioni di una gestione alternativa delle attività produttive, del governo locale, della gestione dell’”ordine”. Quest’ultimo tema – la gestione dell’ordine – è tanto più importante se non si vuole eludere un problema che il discorso politico sull’organizzazione tende da tempo a trattare sempre meno, o con una visione sempre più corta: che è il tema della forza e del crescente potere, non solo militare, ma anche politico ed economico, che le forze armate tendono ad avere in tutte le società di un mondo ormai globalizzato (e che proprio per questo non dovrebbe più conoscere guerre), fino a diventare spesso gli arbitri delle sorti di un intero paese. Se sono caduti da tempo i miti della presa del Palazzo d’Inverno, o l’attesa di una liberazione delle città ad opera di una guerriglia che parta dalle campagne del mondo, il bagno di sangue in cui sono precipitati alcuni dei paesi – come Libia e Siria, ma anche Yemen e Barhein – che avrebbero forse voluto e potuto unirsi al movimento delle primavere arabe e contribuire alla sua generalizzazione, rendono evidente un dato di fondo, che d’altronde ci viene confermato dall’esito, per ora, della vicenda egiziana. Il monopolio statale della forza, oggi visivamente incarnato in Italia dalle “forze dell’ordine” (Polizia e Carabinieri, con un back-office in larga parte della magistratura), ma sempre più compenetrato – in Campania come in Valle di Susa e in molti altri posti ancora – da una presenza invasiva delle Forze armate, non può essere messo in forse che a partire dal loro interno: attraverso l’allentamento dei vincoli che legano l’esecuzione degli ordini a una gestione antidemocratica e antipopolare dei diversi corpi. L’obbedienza, diceva già Don Milani, non è una virtù…Il modello su cui occorre lavorare è verosimilmente quello, pacifico, della rivoluzione dei garofani in Portogallo, che l’isolamento internazionale, l’insufficiente consolidamento delle organizzazioni delle forze rivoluzionarie e la mancanza di un’ipotesi praticabile e di lungo periodo di gestione del potere non erano stati in grado, allora, di tenere in vita a lungo.

Su tutti questi temi l’organizzazione si forma sia attraverso campagne di opinione e battaglie culturali per affermare un punto di vista concreto, praticabile, diverso e opposto a quello del pensiero unico dominante – per esempio, su temi come la pace, il reddito di base incondizionato, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la democrazia nei posti di lavoro, il valore della cultura indipendentemente dalla sua redditività, la difesa a oltranza del diritto alla dignità, all’esercizio della cittadinanza, alla pensione, alla protezione sanitaria, all’istruzione, ecc. – sia attraverso le lotte per la difesa del posto di lavoro, per condizioni di lavoro sicure a dignitose, per la difesa del potere di acquisto di stipendi e salari o contro il precariato; sia, ancora, attraverso la mobilitazione sociale di una comunità contro lo scempio e la manomissione del suo territorio, o per fare spazio e dare forza a un diverso modo di vivere e di lavorare; quella lotta di cui la Valle di Susa rappresenta l’esempio più chiaro e luminoso.

La conversione ecologica

Ma qual è la leva che può portare all’integrazione tra questi differenti livelli? E promuovere una loro progressiva interconnessione a livello europeo? A mio avviso il tema è quello della conversione ecologica di produzioni e consumi; tema che ingloba anche quello della giustizia sociale e ambientale. La conversione ecologica è anche e soprattutto il passaggio graduale – ovunque le condizioni tecniche e la disponibilità di risorse lo rendano possibile – dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal gerarchico al partecipato, in un generale orientamento alla riterritorializzazione dei processi economici. Per esempio, in campo energetico, dai grandi impianti di estrazione, trasporto, combustione, raffinazione dei combustibili fossili, e di vettoriamento dell’energia elettrica o dal carburante che se ne ricava, allo sfruttamento delle fonti rinnovabile in modalità diffuse, distribuite su tutto il territorio, con impianti piccoli e diversificati per fonti e per carichi, collocati e dimensionati attraverso un coinvolgimento e una partecipazione diretta degli utenti. In agricoltura è il passaggio dalle coltivazioni intensive che consumano dieci volte più calorie di origine fossile di quante ne producano in termini biologici, a una agricoltura di prossimità, ecologica e multifunzionale. O, ancora, il passaggio da una mobilità incentrata sull’auto privata, che è una modalità di trasporto infestante che produce congestione, e che proprio per questo è diventato di fatto un sistema unico estremamente rigido, a una mobilità flessibile, fondata sulla condivisione dei veicoli; ecc. Sono tutte operazioni a elevata intensità di lavoro che creano molta nuova occupazione sia altamente qualificata che non. Inoltre tendono a, o rendono comunque conveniente, una forte rilocalizzazione di molti processi produttivi, anche a causa della crescita irreversibile dei costi complessivi dei trasporti. Le rilocalizzazioni sono peraltro fenomeni già in parte in corso, invertendo i processi con cui le delocalizzazioni degli ultimi decenni hanno finito per “desertificare” molte delle zone industrialmente più evolute del mondo. Certo non tutto può essere riterritorializzato: innanzitutto un processo del genere può riguardare solo la produzione di beni e servizi alla persona, e non quella di saperi, creazioni artistiche e informazioni, che devono rimanere beni comuni che circolano, a disposizione di tutta l’umanità. E, comunque, il commercio internazionale, e con esso la capacità di esportare, rimangono condizioni ineludibili per mantenere in vita un sistema produttivo evoluto come quello su cui dovrà contare lo stesso processo di riconversione.

Ma la conversione ecologica deve comunque riuscire a ridimensionare quella competizione globale sempre più serrata, dove per vincere la concorrenza si spingono verso il basso salari, condizioni di lavoro, tutele dell’ambiente e della salute, condizioni di vita, sostegno ai più deboli, trasformando tutti e ciascuno in soldati di un esercito al comando dei rispettivi capitani d’industria o dei gestori della finanza pubblica del proprio paese. E a quella competizione selvaggia deve saper opporre una politica di accordi, il più possibile diretti e non intermediati, tra produttori e utilizzatori o consumatori finali, capace di garantire l’efficienza dei processi produttivi non attraverso una concorrenza selvaggia, ma attraverso procedure di benchmaking (cioè di confronto con le performances tecniche più evolute), senza mai rinunciare alla salvaguardia dei diritti inalienabili dei lavoratori, della popolazione e dei territori investiti da questi processi. Questa non è l’abolizione del mercato, perché lo scambio tra produzione e consumo avverrà sempre per il tramite di un prezzo e di un passaggio di denaro; ma è un contenimento drastico dei vincoli imposti dalla concorrenza in ambiti dove accettarli significa produrre deserti occupazionali, distruzione di intere comunità, desertificazione del territorio. E’ ovvio che, in un contesto del genere, i rapporti di prossimità (km0) tra produzione e consumo presentino un netto vantaggio sulle “catene lunghe” di un mercato globalizzato, regolato solo dalla competizione sui costi.

Il ruolo dei governi locali

Ma decisivo nel promuovere questo processo – che ovviamente sarà sempre un work in progress, continuamente rimesso in discussione da innovazioni tecniche, cambiamenti del contesto locale e internazionale, comparsa di nuovi attori e nuovi protagonisti – sarà il ruolo delle amministrazioni locali: municipalità, Comuni e associazioni di piccoli Comuni, governi del “territorio”. La riterritorializzazione dei processi può infatti essere promossa solo restituendo ai governi locali i poteri necessari a portare avanti la realizzazione di questo obiettivo. D’altra parte una restituzione del genere può avvenire soltanto nell’ambito di una democrazia partecipata, di prossimità, che vada ad affiancarsi a quella rappresentativa, adeguatamente rivitalizzata dall’apertura ai processi partecipativi. Una delle condizioni essenziali della riconversione è proprio l’impegno di una cittadinanza attiva – che ovviamente non coinvolge in misura uguale tutti, né tutti sugli stessi temi – capace di mettere a disposizione del processo i propri saperi, sia tecnici e professionali che sociali (cioè quelli che si possono acquisire soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi tra coloro che vivono e lavorano in uno stesso territorio). In un contesto del genere un ruolo centrale spetterà alla rinascita del mutualismo, che oggi, in molte situazioni riprende e rinnova moduli organizzativi che hanno accompagnato la nascita del movimento operaio a partire da un secolo e mezzo fa.

Rinegoziazione dei vincoli finanziari, conversione ecologica, riterritorializzazione delle produzioni e federalismo municipale si possono dunque saldare in un processo comune che ha il suo perno nella trasformazioni delle produzioni e dei servizi essenziali in “beni comuni”. Che sono tali – cioè comuni – se e solo quando la loro produzione è sottoposta a una gestione democratica e partecipata; o, per lo meno, è oggetto di una rivendicazione condivisa in tal senso. Ma questo è un processo generale che, per procedere lungo quella strada che è ancora in gran parte da costruire, ha bisogno del concorso e del contributo specifico di ogni singolo territorio, delle comunità che lo abitano, dei saperi locali e generali della popolazione, e di un impegno personale di tutta la cittadinanza attiva. Il bisogno di organizzazione, in un contesto “liquido” come quello determinato dall’evoluzione sociale ed economica prodotta dalla globalizzazione, si traduce allora in una pluralità di iniziative e di organismi in grado di farsi promotori e registi di questi processi, in un rapporto di interconnesione reciproca sempre più stretto.

E’ possibile ridimensionare il potere dell’alta finanza?

Naturalmente tutti questi processi potranno svilupparsi solo in un quadro che veda drasticamente ridimensionato il potere che la finanza esercita sulle vite di tutta la popolazione mondiale attraverso l’economia del debito (debito delle famiglie, delle imprese, dei lavoratori autonomi, delle banche, degli Stati) e un sistema che allo sfruttamento del lavoro affianca ormai da tempo, e con sempre maggiore intensità, meccanismi di tipo estrattivo: quelli che si attuano attraverso la riproduzione all’infinito del debito – e la crescita infinita degli interessi da pagare – e la dilatazione senza fine della massa monetaria che circola e avvolge nella sua rete l’intero pianeta.

Il ridimensionamento di quel potere difficilmente sarà realizzabile in modo graduale e consensuale; è assai più probabile che si materializzi attraverso una serie traumatica di shock. Sia che a provocarli siano nuovi e ripetuti fallimenti delle istituzioni finanziarie che continuano a operare lungo la strada che ha portato alla crisi del 2008 tuttora in corso; sia che facciano seguito a dichiarazioni generalizzate di insolvenza – default – da parte dei governi più indebitati (un problema che accomuna i paesi dell’Europa del sud ai paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo; e ne vedremo presto le conseguenze). Anche se queste insolvenze venissero realizzate in forma graduale e selettiva (ristrutturazione del debito, moratoria, giubileo) per ridurne l’impatto sulla popolazione, si tratta comunque di misure che sicuramente le istituzioni finanziarie globali non sarebbero disposte a subire senza mettere in atto tutto il potere di ricatto e di ritorsione a loro disposizione. Per questo anticipare quanto più possibile i processi di riterritorializzazione e promuovere sistemi monetari locali indipendenti e paralleli alla circolazione della moneta europea è anche un modo per difendersi e prevenire gli effetti più devastanti di quelle ritorsioni.

Ristrutturare il debito (“il manifesto”, 25 giugno 2013)

Ci siamo assuefatti a convivere con un meccanismo economico e finanziario che ci conduce inesorabilmente a una progressiva distruzione del tessuto produttivo del paese e delle istituzioni fondanti della democrazia: in questo quadro la perdita di imprese, posti di lavoro, know-how e mercati in corso è irreversibile, come lo è la progressiva abolizione dei poteri degli elettori, del Parlamento e, soprattutto, degli Enti locali: cioè dei Comuni, che sono le istituzioni del nostro ordinamento giuridico più vicine ai cittadini. Leggi tutto “Ristrutturare il debito (“il manifesto”, 25 giugno 2013)”

Dall’Europa “no” ai nuovi inceneritori (“Venerdì di Repubblica”, 24 maggio 2013)

Nel pieno della crisi Napoli continua a esportare in Olanda una parte dei suoi rifiuti solidi urbani (RSU). Ne esporta sempre meno: circa 500 tonnellate al giorno; un flusso che potrebbe e dovrebbe arrestarsi a fine anno. Paga, per queste “spedizioni” circa 110 euro a tonnellata fob (trasporto compreso); meno di quanto sborsa alla Provincia tra selezione meccanica, inceneritore di Acerra e invio del rimanente verso le discariche della Puglia e di altre regioni del centro-nord, per “smaltire” la parte rimanente della frazione indifferenziata (più di 160 €/t). Leggi tutto “Dall’Europa “no” ai nuovi inceneritori (“Venerdì di Repubblica”, 24 maggio 2013)”

Dopo Grillo, e considerata la situazione europea, una mia proposta per uscire dallo stallo attuale.

L’esito delle elezioni ha “tolto il tappo” a un sistema politico bloccato, pietrificato dall’egemonia, condivisa da destra e sinistra, del pensiero unico (e in Italia consolidata, e in parte mascherata, dal dilagante berlusconismo). Ma non è stato Beppe Grillo a far saltare quel tappo; sono stati quelli che lo hanno votato, andando ad aggiungersi o a sovrapporsi al numero, altrettanto ampio, degli astenuti. Non è stato Grillo a intercettare il loro voto; sono stati quegli elettori a “intercettare” Grillo. E che altro potevano fare? Se si fossero astenuti, il sistema politico italiano – centro-destra, centro e centro-sinistra – avrebbe continuato le sue pratiche come se niente fosse, incurante del fatto che ormai solo il 50 per cento degli elettori lo vota. D’altronde negli USA è già così da tempo. Ma è sbagliato confondere gli elettori di Grillo con il movimento cinque stelle o dare troppo peso al loro programma; perché a fare il pieno di voti è stata la rivolta contro il sistema dei partiti e le politiche economiche da questi sostenute. Come è sbagliato sostenere che il movimento cinque stelle non ha un programma: c’è l’ha, ed è più solido e sensato di quello del PD, anche se forse né Grillo né il movimento hanno idee chiare su come realizzarlo (Pizzarotti insegna). Ma gli elettori che lo conoscono sono una minoranza; e quelli che lo condividono, o vi si riconoscono, sono ancor meno. Leggi tutto “Dopo Grillo, e considerata la situazione europea, una mia proposta per uscire dallo stallo attuale.”

Il secondo default della Grecia (“il manifesto”, 13 dicembre 2012)

Concentrata sulle dimissioni di Monti e sulla arridiscesa in camposanto (ovviamente in senso metaforico) di Berlusconi, la stampa nazionale ha dato poco rilievo a una notizia che invece ne meritava assai di più. Per la seconda volta nel giro di un anno o poco più lo Stato greco è fallito: cioè ha ristrutturato il suo debito con una manovra che altrove si chiama default, e che consiste nella decisione di rimborsare solo in minima parte un debito in scadenza; una specie di “concordato preventivo”. Tutto su indicazione della Troika (BCE, FMI e Commissione europea), del Governo tedesco e di tutti gli altri Stati che in questi tre anni hanno imposto alla Grecia, alla sua economia e alla sua popolazione, di andare i malora. Se quella ristrutturazione fosse stata fatta tre anni fa, allo stesso costo, l’economia greca sarebbe ancora in piedi e l’euro e l’Unione europea non ne avrebbero subito i contraccolpi che hanno spinto l’intero continente (Germania compresa: anche lì la crisi è alle porte) verso il cosiddetto double dip: cioè una ricaduta nella crisi molto peggiore della prima. Ma chi sono i responsabili di questa situazione? Sapientoni come Trichet, Draghi e Monti che vivono solo di spread e denaro e non sanno niente del sangue che scorre nelle vene e nei corpi della gente che governano; o, meglio, che amministrano. Nessuno di loro aveva previsto la crisi: né la prima né la seconda. E Monti, dopo il primo memorandum della Troika che aveva messo la Grecia alle corde, sosteneva che quel paese aveva finalmente imboccato la strada della ripresa. Così, diventato Presidente del Consiglio, ha lavorato e ancora lavora per fare imboccare all’Italia la stessa strada; sostenendo, naturalmente, che sta salvando il paese. Leggi tutto “Il secondo default della Grecia (“il manifesto”, 13 dicembre 2012)”

Euro, da sogno a incubo (“il manifesto”, 27 novembre 2012)

I veri europeisti sono coloro che sostengono che non si può procedere verso un’Europa dei popoli se non si ha innanzitutto il coraggio, e poi la forza, di imporre una revisione radicale di tutto l’assetto finanziario su cui si è retta finora la sua costruzione. Ma bisogna che le forze sociali che lo vogliono veramente si uniscano in un movimento comune. Leggi tutto “Euro, da sogno a incubo (“il manifesto”, 27 novembre 2012)”

SEN e patto di stabilità, un freno alla transizione energetica (“Qualenergia”, novembre 2011)

di Giulia Meneghello

Qualenergia.it intervista l’economista Guido Viale sulla Strategia Energetica Nazionale. Il suo giudizio è negativo perché il documento del Governo punta soprattutto sul rilancio delle fonti fossili. A impedire gli investimenti pubblici nei settori delle energie pulite c’è anche il cappio al collo del patto di stabilità e del fiscal compact. Leggi tutto “SEN e patto di stabilità, un freno alla transizione energetica (“Qualenergia”, novembre 2011)”

Affamare la bestia (“il manifesto”, 19 ottobre 2012)

“Affama la bestia” è lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo di cui oggi stiamo pagando le conseguenze. La “bestia” per Reagan era il governo: che – è un altro suo celebre detto – “non è la soluzione ma il problema”. La bestia da affamare è in realtà la democrazia, l’autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. Il programma è di mettere tutto in mano ai privati, che si appropriano così delle funzioni di governo e le gestiscono in base alle leggi del profitto. Quel programma è stato ora tradotto dall’UE e dai governi dell’eurozona in due strumenti micidiali: il pareggio di bilancio e il fiscal compact. Con queste due misure in Italia verranno prelevati ogni anno dalle tasse, cioè dai bilanci di chi le paga, quasi 100 miliardi di interessi e altri 45-50 di ratei, per versarli ai detentori del debito: in larga parte banche e assicurazioni sull’orlo del fallimento per operazioni avventate e altri grandi speculatori nazionali ed esteri, e solo in minima parte singoli risparmiatori. Leggi tutto “Affamare la bestia (“il manifesto”, 19 ottobre 2012)”