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Sotto la toga (Il manifesto 26 febbraio 2013)

Inserito da on Marzo 7, 2013 – 6:10 pmNo Comment

SOTTO LA TOGA,  NIENTE

Sotto la toga, niente. Il flop della lista Rivoluzione civica non era scontato, ma largamente prevedibile. Una lista promossa da tre ex PM: uno portava in dote una sacrosanta polemica con il Presidente della Repubblica e un’inchiesta contrastata sulla trattativa Stato-mafia che era solo all’inizio o si era interrotta precocemente (mancava e manca, in quell’indagine, lo scambio tra l’arresto di Totò Rina e la ”messa in salvo” del suo archivio, consegnato intatto a Provenzano. E il ruolo in tutto ciò del procuratore Caselli, oggi grande fustigatore dei NoTav); l’altro portava in dote una strepitosa vittoria alle comunali di Napoli, che comincia però a far acqua di fronte ai lasciti catastrofici delle precedenti amministrazioni (è la stessa situazione di Pizzarotti: non si possono affrontare a livello locale burocrazia, patto di stabilità, debiti pregressi, contratti e penali, banche e altro ancora, senza mobilitazioni di respiro nazionale); quanto al terzo, ecco una lunga militanza a favore del massacro dei manifestanti del G8 di Genova, del Tav Torino-Lione, della legge obiettivo, della TEM e delle altre autostrade lombarde, di una serie di malversazioni nei finanziamenti pubblici al suo partito e l’elezione di tre parlamentari (De Gregorio, Scilipoti e Razzi), raccattati tra la feccia del paese per regalarli a Berlusconi. A queste tre toghe se ne è poi aggiunta un’altra: quella dell’avvocato Li Gotti, già segretario del Movimento sociale di Catanzaro (cioè un fascista), che si era impegnato a fondo, come patrono delle vittime della strage di Piazza Fontana, a proteggere fascisti e servizi segreti dagli indizi che li inchiodavano, perseverando nell’accusare Valpreda e, soprattutto (visto che stiamo parlando di mafia), a proteggere gli assassini di Mauro Rostagno, cioè i mandanti mafiosi  di un omicidio che ricorda da vicino quello di Peppino Impastato, sostenendo e gridando ai quattro venti che a uccidere Mauro erano stati i suoi ex compagni di Lotta Continua: per “farlo tacere” sull’omicidio Calabresi. Era difficile, in queste condizioni, concorrere con SEL, PD e Grillo; o convincere i milioni di elettori delusi che non votano perché non si sentono più cittadini di questa Repubblica che “l’alternativa” era questa.

Ma andando a frugare sotto quelle quattro toghe, lo spettacolo è ancora più deprimente: quattro dinosauri, segretari di altrettanti partiti senza più elettori, si sono impossessati di quella lista piazzando se stessi, il loro funzionari e i loro notabili (alcuni dei quali francamente impresentabili, tra cui un noto affarista, un difensore della tortura di Stato e un fautore dei condoni edilizi) nelle teste di lista di almeno tre regioni per ciascuno: un “catenaccio” che peggiora ancora le già perfide regole del “porcellum”, garantendo con dimissioni mirate, nel caso che la lista avesse superato lo sbarramento, l’ingresso in parlamento dei candidati designati. Il tutto “edulcorato” con l’inserimento in  lista di alcuni (pochi e infelici) “rappresentanti della società civile”, scelti, beninteso, da lorsignori, avendo ben cura di scartare le candidature indicate, anche con maggioranze schiaccianti, dalle assemblee di cambiaresipuò. In questo meccanismo è rimasto tra l’altro schiacciato – e gli è andata bene – anche Vittorio Agnoletto, indicato, quasi a furor di PRC, candidato di cambiaresipuò a Milano; proprio mentre il partito che lo appoggiava trattava a Roma il modo per farlo fuori.

Nessuno dei partiti che l’hanno fatta da padroni nella lista di Rivoluzione Civile (Verdi, PRC, PDCI, IDV) avrebbe mai avuto la forza di presentarsi da solo alle elezioni; e i risultati lo confermano. Ma nemmeno la possibilità di promuovere una riedizione del fallimentare “arcobaleno” se il terreno non fosse stato spianato dalle assemblee di cambiaresipuò. Che quei quattro partiti sono riusciti a usare “come un taxi” (senza nemmeno pagare la corsa) per farsi portare non in parlamento, dove non sono arrivati, ma solo a una presentazione temporaneamente – e solo temporaneamente – unitaria, nascosti sotto le toghe di quei tre ex PM.

Certamente anche cambiaresipuò porta la responsabilità di quest’esito: è nata troppo tardi; si è fatta sueclassare dall’anticipo delle elezioni; è stata ingenua; non ha avuto una vera direzione politica capace di contrastare per tempo assalti e trappole tese da chi la aspettava al varco. In questo gioco un ruolo decisivo lo ha avuto De Magistris, vero “cavallo di Troia” per introdurre in cambiaresipuò prima Ingroia e poi i quattro partiti che ne hanno preso il controllo per poi scaricarlo.

Lo scopo di quei partiti nascostisi sotto le toghe dei PM era la mera sopravvivenza: presidiare un’area sterile e striminzita di voti “di sinistra”, che certo molti di loro immaginavano, sbagliando, più consistente. Non certo offrire un’alternativa ai milioni di elettori disorientati e disgustati dalle forze politiche al comando del paese. Avevano un programma raffazzonato ricopiando un po’ quello di cambiaresipuò, perché i dieci punti proposti inizialmente da Ingroia erano drammaticamente inadeguati (ma d’altronde, i programmi, chi li legge?) I candidati erano stati selezionati senza nemmeno uno straccio di primarie falsate, come quelle di PD e SEL, in barba alle 100 e più assemblee tenute da cambiaresipuò. Quanto alla tattica, con una campagna tutta condotta contro di loro, invece che per qualcosa di diverso, solo i risultati inconsistenti proteggono la lista dall’accusa di aver concorso al flop di PD e SEL. Ora, senza parlamentari e senza finanziamento pubblico, quei quattro partiti sono condannati all’estinzione (di Pietro, dopo aver sostenuto le spese della candidatura di Ingroia, avrà ancora denaro pubblico per un anno: vedremo che cosa ne farà). Ma – e lo chiedo alle centinaia di militanti di quei partiti impegnati, a volte fino allo spasimo, nel sostegno di lotte, movimenti e iniziative civiche – si può combattere per obiettivi così miseri? Non ci stiamo battendoci tutti quanti, ciascuno a modo suo,  per qualcosa di più e di meglio?

Si è persa l’occasione per offrire a milioni di elettori una opzione diversa: non il tentativo di portare in parlamento uno sparuto drappello di oppositori, pronti a disperdersi ciascuno per la propria strada (magari anche quella di Scilipoti) non appena eletti; ma la possibilità di usare la campagna elettorale per una vera battaglia politica: per un’altra Europa, un’altra economia, un’altra finanza, un altro regime del lavoro, un’altra istruzione, un’altra cultura; e basta con mafia, corruzione, soldi ai preti, armi e guerre. Non un programma di governo (magari non avremmo preso, anche in una veste più decente, i voti necessari per “condizionare” un governo); ma sicuramente un punto di riferimento per raccogliere una spinta che la mancanza di prospettive ha risospinto nel voto al PD, o a Grillo, o nell’astensione; comunque nella rabbia e nella frustrazione.

“Noi – avevo detto nella seconda assemblea di cambiaresipuò di Milano, e secondo me va ribadito – dovevamo fare di questa come di ogni altra elezione un momento di vera lotta politica. E questo voleva dire aprire porte e finestre: creare un ambiente in cui si possa dire a quelli di Grillo, a tutti loro, che sono in gran parte giovani, impegnati, antagonisti al sistema, e sempre più insofferenti della gabbia in cui li ha rinchiusi il loro leader: questa è la vostra casa. Cioè una casa per voi; per permettervi di fare politica meglio, più liberamente, e in modo più costruttivo di quanto abbiate potuto fare finora. E non una casa per noi, dove accomodarci in attesa che anche quelli di Grillo ci raggiungano.

E poter dire questa è la vostra casa anche a milioni di compagni che votano PD o SEL “turandosi il naso”, ben sapendo che tra il macello sociale imposto dall’Agenda Monti e dalla BCE, da un lato, e i diritti dei lavoratori, la difesa del welfare, la conversione ecologica dell’economia per creare milioni di nuovi posti di lavoro – e per salvaguardare quelli che altrimenti scompaiono – dall’altro, il PD sceglierà sempre la prima di queste alternative.

E soprattutto per restituire cittadinanza a milioni e milioni di cittadini che non si sentono più tali, e che per questo non votano più, perché sanno di essere stati espropriati del diritto di scegliere tra soluzioni veramente alternative.

Per far questo non basta rinunciare alle sigle di partito, occorreva lasciarsi dietro le spalle molto di più: e proporre una rete di candidati che offrissero garanzie di un piena coerenza  tra il loro programma e il loro impegno nel sociale, nelle lotte, nella battaglia culturale. Certo sarebbe stata un’operazione rischiosa. Bisognava abbandonare molte delle nostre identità, spesso assai logore, senza la sicurezza di ottenere dei risultati immediati. Ma se si vede nelle elezioni solo una tappa di un percorso molto più lungo, la cosa non ci avrebbe dovuto spaventare”.

Il successo del movimento Cinque stelle è la riprova del grande bisogno di novità e delle grandi aspettative di un cambiamento reale che ci sono in questo paese. Una situazione che negli ultimi due mesi molti di noi hanno potuto verificare anche nella delusione e nel ripiegamento provocati dal sequestro e dall’affondamento di cambiaresipuò, reazioni  che hanno riguardato una vasta cerchia di persone impegnate in lotte, movimenti, iniziative civiche, progetti culturali; una cerchia che va ben oltre quella di chi aveva partecipato in vario modo alle assemblee. Per questo, nella situazione di turbolenza politica, ma soprattutto di sconquasso economico e sociale che ci attende nei prossimi mesi, l’aggregazione delle tante forze che non si riconoscono i nessuna delle rappresentanze tra cui si sono visti costretti a scegliere mantiene intatta tutta la sua validità. Dopo questo fiasco le difficoltà sono maggiori, ma lo è anche la posta in gioco.

 

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