In ricordo di Paolo Leon

Non entro, se non marginalmente, nella valutazione dei contributi scientifici di Paolo Leon perché non ho le competenze per farlo. Lo ricordo soprattutto come un esempio dal punto di vista umano, per il suo modo di lavorare e per il suo impegno politico.

Dal punto di vista umano, lo ricordo per la sua grande apertura nei confronti di persone che avevano storie, orientamenti culturali e prospettive diverse dalle sue. Sono stato accolto da Paolo tra i collaboratori del Cles quando avevo quasi quarant’anni e avevo speso la maggior parte della mia vita adulta in una militanza a tempo pieno in un’organizzazione di quella che qualche anno prima si chiamava sinistra rivoluzionaria: un universo lontano dalle posizioni in cui si era svolto allora, e si sarebbe sviluppato anche in seguito, il suo impegno politico. Inoltre non avevo alcun curriculum e nemmeno una laurea in economia. Ne ho una in filosofia. Ma non sono entrato al Cles per raccomandazione. Al Cles le raccomandazioni non c’erano e non ci sono. Sono stato presentato da due amici che già collaboravano con il centro e mi è stato subito affidato un compito di responsabilità: l’indagine sul mercato del lavoro all’interno di un progetto di sviluppo locale nella regione di Addis Abeba. Paolo sapeva valutare, coltivare e sviluppare le potenzialità dei suoi collaboratori.

Là ho scoperto di non essere affatto un’eccezione: i membri italiani del team del progetto, anche se con qualche competenza maggiore delle mie, avevano quasi tutti un passato politico simile al mio, peraltro distribuito tra tutti i numerosissimi gruppi della sinistra extraparlamentare – non sto qui a elencarveli – ivi compreso un collega che aveva anche subito una carcerazione per l’accusa, da cui sarebbe poi stato prosciolto in istruttoria, di appartenenza alle Brigate Rosse. Eppure, nel nostro lavoro comune sotto la direzione di Paolo si sarebbe creata rapidamente una omogeneità nell’impostazione e nello stile di lavoro che è uno dei punti di forza del modo di operare del Cles. Paolo aveva capito, e questa intuizione non gli veniva certo dalla sua formazione accademica, che nelle vicende politiche attraversate da ciascuno di noi c’era anche un patrimonio di esperienza, di conoscenza del mondo reale poco noto, e di intelligenza di cose e persone che rischiava di andare disperso – e infatti è andato in gran parte disperso – ma che invece poteva e doveva essere valorizzato. Ed è quello che è riuscito a fare. Ho già raccontato questa e altre vicende legate al mio ruolo di ricercatore del Cles in un libro autobiografico che si intitola A casa. Per una parte della mia vita, non solo professionale, il Cles è stato per me una casa.

Paolo ha sempre diffidato dei modelli astratti, tanto più se estremamente sofisticati in termini matematici, con cui la disciplina economica mainstream affronta, bisogna dire con poco successo, l’analisi delle situazioni reali. Nei suoi libri anche i ragionamenti più complessi sono sempre esposti in forma discorsiva, didascalica, con argomentazioni che possono essere seguite anche da chi è digiuno della materia. In questo si era sicuramente avvantaggiato della sua pratica professionale al Cles. Non fermarti ai modelli astratti, mi diceva; cerca di conoscerli, ma poi vai oltre. Cerca di capire come stanno veramente le cose: quali sono le forze in campo; quali sono, se ne hanno, le loro strategie; quali i loro punti di forza e di debolezza; quali le opportunità e i vincoli che incontrano o che potrebbero incontrare. Anche quando l’obiettivo era quello di raggiungere dei risultati in termini quantitativi, come il Valore attuale netto o il Tasso interno di rendimento di un progetto, per esempio nella valutazione dei progetti presentati al FIO (Fondo Investimenti Occupazione) degli anni ‘80, quello che lo interessava di più era mettere ordine nel progetto, dargli un senso, una utilità reale e un futuro, anche a costo di imporne un cambiamento sostanziale. Poi i risultati quantitativi in un modo o nell’altro si facevano uscir fuori…

Infine, in politica, Paolo e io abbiamo avuto percorsi e collocazioni politiche molto differenti, ma, ogni volta che ci capitava di parlarne, sulla valutazione di uomini e vicende per lo più ci capitava di convergere totalmente.

In particolare mi univa a lui una totale diffidenza nei confronti della cosiddetta “cultura del merito”, che sia Paolo che io consideravamo una ideologia di copertura di un assetto sociale fondato su una competitività universale non solo tra imprese ma anche e soprattutto tra persone. Un assetto finalizzato alla legittimazione di gerarchie esistenti che con il merito – quello che può essere riconosciuto solo in una valutazione tra pari – non avevano nulla a che fare. Per questo, a conclusione di questo mio ricordo molto personale, desidero leggere poche righe che riguardano questo argomento, tratto dal suo libro Il capitale e lo Stato: “L’ideologia del merito sottintende anche la gerarchia. Chi giudica il merito dovrebbe essere altrettanto o più meritevole del candidato, ma non c’è alcuna assicurazione che ciò avvenga, perché per definizione la gerarchia precede il giudizio sul merito, altrimenti i meritevoli esisterebbero già, e non sarebbe necessaria alcuna proceduta formale di selezione, che invece implica un basso merito dei giudici. Nella costruzione di indicatore oggettivi di merito si finisce quasi inevitabilmente per premiare il conformismo, dato che ogni novità (che sarebbe il fine del merito) trascende gli indicatori oggettivi”.

Il discorso di Papa Francesco ai movimenti popolari

Nel suo discorso del 5 novembre papa Francesco si rivolge per la terza volta ai movimenti popolari, convocati a Roma, affinché persistano nel loro ruolo di protagonisti di “un cambiamento strutturale” della società “perché la vita sia degna”. E li chiama “poeti sociali” perché li considera “promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, come in una poesia”. Leggi tutto “Il discorso di Papa Francesco ai movimenti popolari”

Guido Viale ricorda Mauro Rostagno

Mauro Rostagno ha attraversato tutte le vicende sociali, politiche, culturali e spirituali che si sono sviluppate a cavallo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Se i giovani che a partire da oggi prenderanno possesso delle panchine della piazzetta intitolata (a Genova)  al suo nome per trascorrere insieme le loro serate saranno spinti da quella targa a interrogarsi su chi è stato Mauro, è dalla sua vicenda biografica e non dalle ricostruzioni giornalistiche, e meno che mai dai libri di storia, che potranno capire che cosa siano stati quegli anni per chi li ha vissuti direttamente. Leggi tutto “Guido Viale ricorda Mauro Rostagno”

Trickle-down economics. Se a sgocciolare è l’expo

Trickle-down (in italiano, sgocciolamento) è il nome di una teoria economica, ma anche di una filosofia, che molti hanno conosciuto attraverso la parabola di Lazzaro che si nutriva delle briciole che il ricco Epulone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19-31). Dopo la loro morte le parti si sono invertite perché Lazzaro è stato ammesso al banchetto di Dio, in Paradiso, mentre Epulone è finito all’inferno a soffrire fame e sete. La teoria e la filosofia del Trickle–down in realtà si fermano alla prima parte della parabola. La seconda parte è compito nostro realizzarla; e non in Paradiso, dopo la morte, ma su questa Terra, qui e ora. Leggi tutto “Trickle-down economics. Se a sgocciolare è l’expo”

Lettera aperta alle compagne e ai compagni de l’altra europa

Premetto che continuo a considerarmi membro a tutti gli effetti de L’Altra Europa perché ho condiviso e continuo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che peraltro ho contribuito a redigere, e perché sono stato prima tra i promotori e poi tra i garanti di questo progetto. Non ho sottoscritto il documento Siamo a un bivio perché è in aperto contrasto con la lettera e lo spirito di quel primo appello. Leggi tutto “Lettera aperta alle compagne e ai compagni de l’altra europa”

Lo stallo dell’Altra Europa

Cara Antonia,
non entro nel merito delle accuse che rivolgi al raggruppamento Noi (o ex-Noi, perché stanno cambiando nome), molte delle cui posizioni in gran parte condivido. Saranno loro a risponderti, se lo riterranno opportuno. Mi pare che per ora non ne abbiano alcuna intenzione, e fanno male. Diffida però delle ovazioni e delle adulazioni dei loro avversari come diffidi delle contrapposizioni muro contro muro: distruggono la politica e prima ancora la pre-politica: il sentirsi membri di una comunità di eguali.
Comincio dal fondo. Ho anche io apprezzato molto il libro di Daniela Padoan e Luca Cavalli Sforza. Non confondere però il “Noi”, di quella posizione politica, con il “noismo”: non c’entrano niente. Il noismo, ci spiega quel libro, non è razzismo; è una pulsione ineliminabile iscritta nel nostro codice genetico; ma se non viene tenuto a bada finisce per rinchiuderci in un recinto da cui è difficile uscire e, soprattutto, capire quello che succede fuori: al di là del recinto.
E’ quello che è successo all’Altra Europa. All’apertura verso un mondo fatto soprattutto di comitati, associazioni, movimenti, volontariato, iniziative culturali e soprattutto popolato da milioni di persone che non votano nemmeno più perché hanno schifo della politica, dei partiti e dei loro traffici (o votano per i 5stelle o addirittura per Salvini, non perché sono razzisti, ma perché non intravvedono più la possibilità di proiettarsi su un orizzonte più largo della mera protesta), ci si è concentrati e rinchiusi nel mondo meschino – e a volte mefitico – della sinistra a sinistra del PD (o anche dentro il PD), nel tentativo, per me vano, ma anche politicamente inutile, di riunirla; o, meglio, di riunirci ad essa. La “casa comune” – già soggetto unico – “delle sinistre e dei democratici” non è altro che questo. E’ la priorità data all’aggregazione delle sinistre partitiche rispetto a quella delle iniziative di cittadinanza o di conflitto sociale (dunque, a dispetto del nome, è il progetto di un noi blindato). E nelle sue imminenti manifestazioni alle prossime elezioni (vedi Liguria, ma non solo), rischia di essere anche peggio: un taxi per trasportare in qualche consiglio regionale un personale politico altrimenti difficilmente presentabile. Adesso infatti alle regionali ci si va; dopo aver detto per mesi che era sbagliato perché le Regioni non contano niente. Staremo a vedere…
E’ comunque un progetto che, come sai, ha una lunga storia fallimentare alla sue spalle. Stupisce quindi me non meno di te che a farsene promotore e sostenitore a oltranza possa essere Marco Revelli, il massimo teorico italiano della fine del partito novecentesco; e, direi anche, della fine del partito tout court; il teorico del “volontario” che prende il posto del “militante”. Come forse ti stupirebbe scoprire che Daniela Padoan, che tanto apprezzi, vede una forte manifestazione di “noismo negativo” proprio nella linea di condotta seguita dal comitato operativo dell’Altra Europa sia durante la campagna elettorale che, soprattutto, dopo le elezioni. Ma tant’è. Dovrebbe essere Marco a spiegarci le ragioni di questa sua conversione. Ma probabilmente dirà che non c’è stata alcuna conversione; e infatti adesso parla anche lui di coalizione sociale, che lo scorso dicembre era stata stroncata senza mezzi termini da coloro che lo hanno eletto a proprio ideologo ed estensore di tutti i loro documenti. Ma la sostanza del percorso politico imboccato dal “nuovo” comitato operativo resta comunque quella che è, e non cambia. La sua ridotta apertura all’esterno è solo il tentativo di “dare un rappresentato al rappresentante”, come l’ha sempre chiamata Alfonso Gianni. Un’espressione che dice tutto.
I risultati? Eccoli: avevamo raccolto (con alcune eccezioni, che a rigore di logica non avrebbero dovuto esserci, perché funzionari o dirigenti di partito) una lista di candidati di grandissimo valore, sia per il loro lavoro intellettuale, sia per il loro ruolo in tanti movimenti diversi. Ma di loro, a lavorare con L’altra Europa, non è rimasto quasi più nessuno. Avevamo raccolto intorno a noi il meglio dell’intellettualità italiana (più del PCI negli anni d’oro della sua epopea): studiosi, attori, registi, musicisti, scrittori, artisti. Nessuno di loro prova più alcun interesse per noi. Avevamo il sostegno o la simpatia dei principali movimenti del paese: Val di Susa, No Muos, No Dal Molin, No Mose, Beni comuni, ecc. Non abbiamo più rapporti con nessuno se non con alcuni esponenti del movimento dell’acqua interni fin dall’inizio alla nostra compagine. E alcuni (No Triv, No Expo) li abbiamo anche mandati bellamente a quel paese per non disturbare i partiti o qualche loro esponente (certo, quei movimenti hanno a volte posizioni politiche che possiamo non condividere; ma un confronto serrato con loro dovrebbe essere la linfa vitale della nostra organizzazione; come dimostra il comitato dell’Emilia Romagna, che quei rapporti li ha mantenuti, o instaurati, grazie soprattutto alla sua solitaria partecipazione alle elezioni regionali). Avevamo i nostri comitati pieni di “militanti” (o “volontari”) senza alcuna appartenenza politica; o con passate appartenenze a cui si erano sottratti,  unendosi all’Altra Europa proprio perché vi vedevano un’alternativa a esperienze che li avevano bruciati. Non ne è rimasto quasi più nessuno. La maggioranza dei comitati sono ora in gran parte occupati da militanti di partiti, soprattutto di Rifondazione, che sembra aver trovato nell’Altra Europa un’alternativa alla sua evidente dissoluzione. Eravamo una piccola-grande speranza per il paese. Ci siamo ridotti a una cosa meschina, che nessuno è più disposto a prendere in considerazione, se non per portare avanti un proprio gioco di sopravvivenza. Avevamo un programma da sviluppare. I contributi all’approfondimento dei suoi punti fondamentali, durante e dopo la campagna elettorale, sia dal nostro interno – allora assai più ampio di ora – come dall’esterno, non sono certo mancati. Ma li abbiamo buttati alle ortiche: non abbiamo nemmeno creato un sito in cui raccoglierli e metterli in ordine in modo da   renderli consultabili. Così oggi Alfonso Gianni continua a ripetere che L’Altra Europa un programma ce l’ha; e a lamentarsi perché nessuno lo prende in considerazione. E con programma intende un corposo papello che ha scritto durante la campagna elettorale, in assoluta solitudine (o consultandosi con qualche suo ex compagno di partito) e che giace da tempo in uno dei tanti angoli inviolabili del nostro sito. Non è quello, ovviamente, il modo di costruire un programma politico in forma partecipata, anche se Alfonso non riesce a farsene una ragione.
La ragione vera di tutto ciò è l’inseguimento di una unità a tutti i costi con i partiti superstiti della sinistra e con gli scampoli del PD. Ma anche, e soprattutto, il fatto che non sono mai stati attivati i gruppi di lavoro (e di studio): unica sede in cui avremmo potuto valorizzare, e dare il ruolo che spetta loro, al contributo dei tanti intellettuali che ci volevano appoggiare. Ma anche unica sede in cui tener vivo un rapporto con i movimenti che ci avevano sostenuto, facendone uno strumento per una elaborazione congiunta che li facesse uscire dalla dimensione settoriale in cui rischiavano, o rischiano, di soffocare. Non è stata casuale, né priva di conseguenze, la mancata attivazione dei gruppi di lavoro, che erano stati indicati fin dal luglio scorso come sede prioritaria di direzione della nostra comunità – e anche come sede di allargamento del confronto a quelle forze dell’antagonismo sociale che non ci avevano appoggiato nelle elezioni – e rispetto ai quali il comitato operativo, o chi per esso, avrebbe dovuto avere solo funzioni di coordinamento e di stimolo. E’ per questo che il nostro dibattito politico si è concentrato, in forme sempre più asfittiche e ringhiose, all’interno delle varie mailing list: trasformate, per chi ha continuato a seguirle, come me, in una vera e propria galera. E non è che ai gruppi di lavoro mai convocati il comitato operativo, prima o dopo l’assemblea di Bologna, abbia provato a sostituire qualcos’altro. Niente di niente. Ma è evidente che un organismo politico non può vivere, né tanto meno crescere, in un vuoto politico simile. Ricordati che per diversi mesi la manifestazione del 19 novembre – un vero fiasco – è stata coltivata e presentata come il momento di sintesi di tutta la nostra attività (passando disinvoltamente sui piedi di quei comitati e di quei compagni che si erano adoperati in mille modi per presentare alle elezioni regionali delle liste che facessero in qualche modo vivere L’Altra Europa nei loro territori). Adesso nessuno dirà più che le cose siano andate effettivamente così. Ma prova a fare mente locale.
Vengo ora a sapere che a Trento presentate una lista unitaria a cui partecipano anche Sel e Rifondazione e che tu sei candidata sindaca. Ne sono felice e ti auguro un buon successo. Ma ti pare possibile che a più di un anno dalla costituzione de L’Altra Europa una cosa del genere la si venga a sapere per caso? E che dalle Alpi a Lampedusa nessuno di noi sappia niente di quello che succede nelle altre regioni, e di quello che fanno gli altri comitati (e magari fanno delle cose egregie che potrebbero essere rifatte altrove)? Non è questo il massimo dell’accentramento? E per ciò stesso il grado zero della democrazia?
Non ne faccio – io – una questione di statuti; ma certo qualche regola, come peraltro avevo proposto fin dallo scorso agosto, e poi a settembre – e altri fin dallo scorso luglio – avrebbe reso meno asfittica la vita de L’Altra Europa. E avrebbero comunque impedito che da una organizzazione informe, che non può votare in assemblea perché “non si sa chi vi appartiene e chi no”, si passasse di botto all’indizione di un vero e proprio congresso di partito, con tanto di delegati eletti sulla base di un regolamento dell’ultima ora – e di senatori a vita con diritto di voto – senza nemmeno consultare sulle regole da seguire quel che resta dei comitati, cioè della cosiddetta “base”. A cui era peraltro stata prospettata un’assemblea di riunificazione con il resto della sinistra – il Big Bang della sinistra – e non la trasformazione de L’Altra Europa in un nuovo e striminzito partitino, senza nessuna capacità di incidere su una realtà sempre più complessa e drammatica.
Senatori a vita? Prova un po’ a vedere quali sono gli esponenti che dal comitato operativo del periodo elettorale si sono travasati senza soluzione di continuità in quello dei 221, e poi in quello operativo – e, in parte, in quello pre-assemblea, o in tutti e due contemporaneamente – per poi riconfluire nel comitato transitorio, senza mai sottoporsi a una verifica, e predisponendo infine tutte le condizioni per farsi rieleggere nella lista bloccata che verrà proposta all’assemblea di aprile. Certo, i componenti dei vari comitati erano molti di più; ma va un po’ a vedere quanti di loro partecipavano e partecipano a ogni riunione. E non sono assenti per caso. Perché anche L’Altra Europa è stata di fatto “privatizzata”: come tutto, d’altronde, in regime cosiddetto neo-liberista. Alla faccia della rotazione! Che certo non avrebbe impedito a nessuno che si fosse ritirato per cedere il suo posto di continuare a “rendersi utile” nei gruppi di lavoro. Se solo ci fossero stati…  Guido Viale

“care e cari
fino a stamattina ero convinta di non dover scrivere una sola riga sulla faccenda della divisione interna sancita dalle dimissioni di cinque componenti del COT con una serie di ragioni che non sto ad elencare visto che ml e social network possono essere fonti di informazioni in merito facilmente accessibili.
Ho cambiato idea perché sto lavorando ad un testo, inviatomi da tre giovani ragazzi brillanti, educati ed umili, che sono candidati nella nostra lista unitaria per la comunali di Trento. Il testo riguarda la democrazia partecipata e diretta, punto di forza del nostro programma elettorale e mi ha colpito perché mentre lo leggevo pensavo a Mattia, Daniele e Jacopo e alla loro volontà timorosa di voler prestare energia, nome, volto ad una campagna elettorale che vuol essere solo un momento di presenza, di conferma, di visibilità, ma anche una competizione per iniziare a portare dentro le istituzioni la nostra voce ALTERNATIVA.
Leggendo ciò che hanno scritto e pensando a loro, mi è stato inevitabile il confronto con chi si sta assumendo, in queste ore, in nome di un concetto di democrazia partecipata ancora non del tutto chiaro, almeno a me, la RESPONSABILITA’ di scelte divisive e che non saranno comprese dalla maggior parte di elettori ed elettrici.
Non raccontiamoci troppe balle, compagni e compagne, la gente comune che non entra nei nostri circoli masturbatori e un po’ paranoici, individua la sinistra nei partiti che, almeno a parole, si propongono a sinistra dell’attuale PD e alla signora della lavanderia sotto casa non saprei spiegare che “NOI” dell’Altra Europa, con un noi che, come già detto, a dispetto del significato letterale del pronome, suona quanto mai divisivo, rappresenta la vera alternativa democratica perché contrasta la prevaricazione dei partiti nel progetto dell’AE.
Né tanto meno saprei spiegare, alla stessa signora che ha dichiarato di voler votare la nostra lista perché finalmente, dopo anni di lotte fratricide tra sel e prc in Trentino, queste forze di sinistra si propongono insieme all’elettorato, che in realtà la candidata sindaca, la sottoscritta, come componente del COT è una persona “antidemocratica” e portatrice di tutti quegli appellativi che “democraticamente” vengono sciorinati da chi si erge a paladina/o della democrazia. perché non mi riconosco in quegli appellativi, che mi feriscono un po’, ad esser sincera.
Un problema che ho, inoltre è che io il DOGMA della democrazia partecipata, che tra l’altro prevede liquid feedback o non è democrazia partecipata, non l’ho capito. Ciò che guida le mie valutazioni, personali e soggettive, è sempre la ricerca di coerenza, anch’essa soggetta ad interpretazioni personali, ma chi ha studiato materie scientifiche sa che la coerenza può essere riconosciuta in modo oggettivo analizzando le connessioni logiche.
Allora io vi chiedo di aiutarmi a trovare coerenza in chi sta mettendo in atto questo processo a mio avviso solo ed esclusivamente dannoso.
Un gruppo di persone, autodefinitesi democratiche, decide che il COT agisce in modo poco democratico e, se ho letto bene, opera scelte a colpi di maggioranza.
E’ da febbraio che Athos Gualazzi, preziosa presenza nel comitato di Rovereto, ma anche rilevante presenza nel gruppo dei “NOI”, ci tormenta con le sue giuste rimostranze verso la lentezza nel prendere decisioni dal momento che abbiamo scelto di non votare ed è costante la sua richiesta di ricorrere al voto online, tramite liquid feedback, come strumento di democrazia. ed è da sempre che io stessa continuo a ripetere, conoscendo il contesto della militanza trentina, che fluttua anagraficamente tra menopausa ed andropausa, che liquid feedback finirebbe con l’essere elitario, contrariamente alle intenzioni autentiche di garantire democrazia.
Nel COT, insieme finito di persone, si vota perché essendo insieme finito di persone, è possibile definirne la maggioranza. E il COT viene accusato di non essere democratico perché si vota.
Qui i miei neuroni vanno in tilt.
Votare è democratico o non è democratico? Se si vota si presuppone che la scelta venga effettuata sulla base della maggioranza o no? Questo è antidemocratico? Ciò su cui nelle riunioni del COT si decide di votare viene definito dopo lunghe e a volte estenuanti discussioni sia orali che in chat.
Posso sapere dove manca la democrazia in ciò?
Le cinque persone del “noi” nel COT (mi verrebbe da ridere a scrivere queste cose se non fosse drammaticamente serio) hanno sempre partecipato a volte dichiarando di non voler partecipare al voto, quindi delegando la scelta ad altre persone, a volte votando.
Sempre hanno sfidato la pazienza di tutte e di tutti non per i contenuti proposti, discutibili a volte, condivisibili altre, ma per i toni sempre OSSESSIVAMENTE polemici, OSTINATAMENTE oppositivi.

Il tormentone degli autonominati poi non lo reggo più.
Il COT è composto da rappresentanti dei territori tutte e tutti individuate/i in assemblee territoriali a volte sofferte e difficili, ma pur sempre attraverso discussioni DEMOCRATICHE, almeno quando le parti in conflitto hanno avuto l’onestà intellettuale di presentarsi e la volontà politica di risolvere il conflitto trovando DEMOCRATICAMENTE una soluzione. Oltre ai rappresentanti e alle rappresentanti dei territori, che sono la maggioranza numerica, c’erano le cinque persone dei “noi”. La maggioranza numerica è ancor maggiore rispetto allo zoccolo duro costituito dalle persone che sono dentro il COT come esponenti di partiti, come rappresentanti di continuità rispetto all’AE delle europee, come rappresentanti di realtà organizzate e importanti (penso a Raffaella Bolini e a Costanza Boccardi, per esempio).
Ha senso, dunque, parlare di un COT che prende decisioni a colpi di maggioranza precostituita e asservita ai dirigenti di partito? La domanda, giuro, non è retorica. La pongo per essere aiutata a comprendere perché ho dubbi sulle mie facoltà intellettive. Ho sentito accusare Marco Revelli, sentito con le mie orecchie, di essere a servizio delle dirigenze dei partiti e di voler portare l”AE verso un’esperienza come sinistra arcobaleno e sinistrati vari. Ma allora o Marco Revelli scrive bugie nei suoi testi, o Marco Revelli non sa scrivere e ciò che scrive non è la traduzione del suo pensiero o io non so comprendere i testi che leggo oppure, e spero che ciò non sia vero, chi accusa Marco Revelli di ciò non ha letto i suoi testi e parla di supercazzola.
Ma la supercazzola sarebbe accettabile se si stesse giocando al monopoli della politica.
Qui, gente, la cosa è seria e la responsabilità politica e intellettuale è tutta sulle nostre spalle, sia in termini di responsabilità collettiva che individuale. E a proposito di testi, forse prima di aprire bocca e parlare di supercazzola, bisognerebbe leggere tutto ciò che scrivono e che hanno scritto in ambito politico, non polemico, i nostri intellettuali e le nostre intellettuali.
Cito un testo bellissimo, letto di recente, che è, di fatto, la costruzione di un ponte tra linguaggio scientifico e umanistico, che si traduce in pensiero politico nel senso più nobile del termine.
Il libro a cui faccio riferimento è stato scritto in forma dialogica da un uomo, che per me rappresenta uno dei pilastri scientifici più importanti, Cavalli Sforza e da Daniela Padoan, che ho conosciuto solo di recente, in occasione di alcune assemblee dell’AE. Il libro parla di “noismo” ed a quel libro penso sempre quando leggo comunicazioni del  gruppo definitosi “Noi-AE” o, forse ora, “prima le persone”
Il libro è complesso e articolato e non posso dilungarmi su considerazioni specifiche, ma vi invito a leggerlo. Suscita in me riflessioni sul significato del termine “noi” e sulla ricerca affannosa e continua, che caratterizza gli uomini, della definizione di identità a prescindere dalla conoscenza reciproca. La storia dell’umanità è ricca di testimonianze di questa urgenza che si è nutrita nei secoli di dogmi e pregiudizi verso gli altri, per cui la definizione del “noi” non può prescindere dall’esistenza degli altri, che diventano, di fatto, elementi necessari per descrivere un’identità basata prevalentemente sulla negazione delle cose altrui, soprattutto quando si diventa portatori di pretesa di ordinamento della molteplicità e gestori dell’alterità.
Può darsi che anche questo testo, che parla il mio linguaggio, quello degli evoluzionisti, non lo abbia compreso, perché vi ho letto declinati i rischi del “noismo” come espressione di prepotenza ed assunzione di verità. Perché vi ho letto il rischio settario di chi con il “noi” definisce una categoria, un recinto, forse perché al noismo ho sempre, da sempre, preferito l’altruismo
e mi piace ciò che scrive Daniela Padoan in calce all’introduzione “…il patromonio culturale, come il patrimonio genetico, si replica per mutazioni vincenti e per cieca riscrittura di codice, errori compresi, ma non è un destino”
Scusandomi per la lunghezza dell’email, che spero sia letta come una richiesta a tutte e tutti di umiltà e coraggio di negoziazione, come invito a non procedere testardamente, ostinatamente, verso scelte divisive e microparcellazioni (lasciamo la fissione degli atomi a chi è del mestiere!).
Aggiungo che contrastare ostinatamente i partiti, di cui, pur facendo i dovuti distinguo tra un partito e l’altro,  riconosco debolezze, difficoltà ed anche tentativi a volte maldestri di tenersi in vita, attraverso la costruzione di un altro percorso, che, di fatto, diventa costruzione di un micropartitino, mi fa pensare che nulla di più vecchio ci sia in questo progetto alternativo all’alternativa: proporre la salvezza di un progetto unitario della sinistra attraverso la costruzione di un altro microrecinto, da affiancare ai tanti micropartiti.

Dejà vu, compagne e compagni!
Un abbraccio a tutte e tutti, senza recinti e senza dogmi
Antonia Romano – Trento
PS: consiglio anche un film meraviglioso “Viva la libertà” con un Toni Servillo e Valerio Mastrandrea (sublime), regia di Roberto Andò.
Troviamo il coraggio di essere folli, Suvvia!

Spettabile Comitato Operativo Transitorio,

Spettabile Comitato Operativo Transitorio (e in gran parte permanente) de L’Altra Europa con Tsipras,
Vi scrivo per segnalarvi una situazione imbarazzante, causata da decisioni da voi arbitrariamente assunte, che non riguardano solo la mia persona, ma – credo – la stragrande maggioranza degli attivisti e dei sostenitori de L’Altra Europa. Leggi tutto “Spettabile Comitato Operativo Transitorio,”

Carta d’intenti

Allego per conoscenza il testo – lievemente modificato – della bozza di “carta di intenti” (così la indicava il mandato affidato dalla riunione dei 221 del 14.12 al gruppo dei 19 incaricato di preparare l’assemblea del 17-18 gennaio) che avevo presentato in apertura della prima riunione del gruppo lo scorso 23 dicembre. Questa bozza è stata stroncata da tutti coloro che sono intervenuti con motivazioni che a mio avviso non avevano alcun riferimento al suo contenuto, incaricando poi Revelli di stenderne un’altra. Preciso che non sono interessato a che questo testo venga messo on-line sul sito de l’Altra Europa insieme al “manifesto” varato dal gruppo assemblea, o a quello Noi l’Altra Europa a firma Gattuso e altri. Non mi interessa la conta delle adesioni (che non prevedo oceaniche per nessuno dei testi proposti). Mi interessa mettere a disposizione alcuni spunti di riflessione per la discussione in assemblea che il tempo a disposizione non mi permetterà probabilmente di esporre a voce con la necessaria precisione. In particolare, dopo aver attentamente seguito il dibattito, e anche i conflitti che si sono dispiegati nelle nostre mailing list nel corso dell’ultimo mese, tengo a sottolineare tre delle ragioni per cui ritengo utile diffondere questo testo a tutti gli iscritti delle mailing list dei 221 e dei referenti territoriali in vista del dibattito della nostra assemblea: Leggi tutto “Carta d’intenti”

Fermiamo l’Italia

So ben poco, oltre a quanto ciascuno di noi può desumere da foto, filmati, reportage e commenti pubblicati da giornali e internet in questi giorni, o da qualche incontro fortuito, sul movimento “Fermiamo l’Italia” ovvero “9 dicembre”; ma non mi sento per questo in una condizione molto diversa da altri commentatori, perché tutti sono (siamo) stati presi alla sprovvista dall’esplosione di questa rivolta: covata, ma anche preparata e cresciuta per più di un anno, fuori dal cono di luce dei media. Quanto scrivo non ha quindi la pretesa di un’analisi di questo movimento, né vuole sovrapporsi ad esso per fornirgli un “orientamento”. E’ solo un modesto tentativo di aprire una discussione con qualche lettore di un’area politica e culturale a cui di fatto appartengo, anche se  ne condivido sempre meno perimetro e impostazioni.

Innanzitutto, non chiamiamoli “Forconi”. Forconi è il simbolo delle jacqueries di un tempo – un arnese peraltro un po’ attempato, come lo sono la falce e il martello – ovvero la sigla di una delle componenti di questo movimento. La maggior parte dei coloro che partecipano al movimento l’hanno chiamato – e non a caso – “Fermiamo l’Italia” o “9 dicembre”. Rispettiamone la volontà.

Per mesi si è svolto su riviste e blog di sinistra un dibattito – a cui non ho partecipato, ma che ho seguito con attenzione – sul perché in Italia non ci siano stati movimenti di piazza analoghi a quelli di Grecia, Spagna o Stati Uniti, nonostante che il nostro paese sia uno di quelli più colpiti dalla crisi, dall’economia del debito e dal malgoverno. La risposta più intelligente e completa – ma non per questo la più convincente – a questo interrogativo è stata quella del collettivo WuMing: il movimento Cinque stelle avrebbe di fatto assorbito e incanalato una tensione prevenendone l’esplosione in piazza;

Adesso eccolo quel movimento! In forme completamente diverse da quelle che chiunque – e in particolare la cultura della “sinistra” e il movimento dei comitati, dei centri sociali e delle associazioni; ma in gran parte anche il movimento Cinque stelle – se lo sarebbe potuto o voluto aspettare. Ma prodotto incontestabile della crisi, dei debiti e del malgoverno. Non è e non sarà la sola manifestazione di rivolta contro questo stato di cose. Quella rivolta l’abbiamo già vista, in forme più ordinate e produttive, in Val di Susa (là dove le “larghe intese” sono state progettate e sperimentate per imporre il Tav, uno dei più infami e devastanti prodotti a cui è approdata quella cultura della crescita senza obiettivi che impronta di sé tutto il pensiero unico); oppure tra i lavoratori e i cittadini liberi e pensanti di Taranto; o, in forme più conformi a una visione consolidata del conflitto di classe, tra di dipendenti dell’ATM di Genova. Ne vedremo altre nei prossimi mesi, compresa l’evoluzione che assumerà quella di questi giorni, e in forme che non mancheranno di sorprenderci e – perché no? – di spaventarci. Il conflitto di classe, diceva un tale a proposito della rivoluzione, che qui non è all’ordine del giorno, “non è un pranzo di gala”.

Cinquant’anni fa, nel 1962, e proprio a Torino, una rivolta di piazza innescata da una manifestazione indetta dalla CGIL contro la UIL, (che aveva firmato un accordo separato con la Fiat per bloccare la ripresa della lotta operaia in una fabbrica che era stata per più di un decennio teatro della più spietata oppressione padronale) era “degenerata” in quelli che sono passati alla storia come “i fatti di Piazza Statuto”. Sorprendendo tutti, perché nessuno se li aspettava; anche perché ai primi manifestanti si era aggiunta, tenendo la piazza per alcuni giorni, una folla sterminata di attori di incerta classificazione sociale: non la classe operaia inquadrata da sindacati e partiti, ma una folla anonima di operai di piccole e piccolissime fabbriche, di immigrati e disoccupati, di gente “senza arte né parte”: subito tacciati come “provocatori” dal PCI, che pure avrebbe poi dovuto contare tra gli arrestati anche diversi suoi membri e persino un suo funzionario. Eppure, a distanza di anni, gli storici concordano nel vedere in quei “moti” la prima scintilla di un risveglio e la prima manifestazione di una nuova composizione sociale che di lì a qualche anno sarebbero stati protagonisti dell’”autunno caldo” del ‘69 e delle lotte sociali del ’68 e degli anni Settanta.

Quello che si può dire oggi di questi manifestanti che si dichiarano “popolo” e che si riconoscono nella bandiera tricolore è che – al di là dell’indignazione che li accomuna alle manifestazioni di Grecia, Spagna e Stati Uniti, ma anche di Turchia e Brasile, e prima ancora, di Tunisia ed Egitto, e che in Italia non si erano ancora viste – è che a venire in primo piano è la loro identità di poveri o di impoveriti: la manifestazione nuova e dilagante – ma trattata finora dai media solo con numeri e percentuali – di persone che “non ce la fanno più”. E non solo perché sono esasperati (in una maniera o nell’altra, lo siamo tutti o quasi); ma proprio perché non sanno più come campare: non hanno più lavoro né più impresa (ambulanti, autotrasportatori e agricoltori sono il cuore della rivolta); né reddito, né possibilità di studiare, né pensioni sufficienti, né casa; né, soprattutto, possibilità di intravvedere un qualsiasi futuro diverso dal protrarsi all’infinto di questa loro condizione. Sono il prodotto maturo della finanziarizzazione e della globalizzazione dell’economia, di quei poteri che hanno fatto terra bruciata di tutto quanto ancora esisteva tra la loro “nuda vita” e il potere di Stati, istituzioni e capitale; il segno più tangibile del fatto che “così non si può più andare avanti”. Sono loro l’avanguardia che lo grida e che lo fa capire a tutti.

Ha indignato molta stampa benpensante – soprattutto di centro-sinistra – la chiusura forzata, per lo più senza episodi di violenza, imposta dai manifestanti a negozi e pubblici esercizi. Ma per chi il conflitto lo deve fare in piazza perché non ha o non ha più un luogo di lavoro da cui far sentire le sue richieste, quella è una forma di lotta. Come un picchetto operaio: quello che alcuni chiamano un’arbitraria limitazione alla libertà di lavorare; ma vai poi a vedere che cosa succede di quella libertà in una ordinaria giornata lavorativa, una volta che i cancelli della fabbrica si sono rinchiusi. L’Ilva non ha insegnato niente?

Scandalo e soprattutto timore anche perché i poliziotti si sono levati i caschi e hanno deposto gli scudi di fronte ai manifestanti contro cui si erano scontrati fino a pochi minuti prima. Non è forse un atto di solidarietà nei loro confronti, preludio – dio non voglia! – a una diserzione dai loro compiti? Sì; è un atto di solidarietà e di fratellanza, checché ne dicano i sindacati di polizia, anche se probabilmente suggerito – o imposto e concordato che le organizzazioni fasciste che partecipano alle manifestazioni – dai superiori o dagli alti comandi delle “forze dell’ordine”. Proprio quei comandanti a cui si rivolge a Grillo, perché per lui la solidarietà non può nascere da un atto di ribellione, ma solo dall’obbedienza a un ordine; mentre andrebbe invece colta l’occasione per dire a quei tutori dell’ordine pubblico: “quella solidarietà che avete manifestato a Torino e a Genova, la prossima volta datela anche ai NoTav della Valle di Susa. Ne vale la pena”.

La rivolta del 9 dicembre non andrà avanti a tempo indeterminato, ma nemmeno si dissolverà come neve al sole. Dopo le giornate della mobilitazione sopraggiungerà il tempo del ripiegamento e della riflessione. E’ quello in cui potrà diventare possibile avvicinarsi ai suoi protagonisti non solo con una presenza in piazza, ma anche e soprattutto attraverso un confronto e uno sforzo condiviso per enucleare obiettivi e rivendicazioni comuni.

Le forme assunte da questa mobilitazione, che non è “spontanea” ma neanche frutto di una precisa organizzazione, ci possono far capire quanto distino le forme reali della partecipazione – quelle con cui un “popolo” ignorato e senza voce cerca di prendere la parola e di riprendere in mano il proprio destino – dalle forme strutturate della democrazia: non solo quella rappresentativa dei Parlamenti e dei consigli comunali o regionali, ma anche quella partecipativa, di una gestione condivisa ben organizzata di rivendicazioni o di “beni comuni”. Non che queste due cose vadano messe in contrapposizione; ma certo avvicinarle non è un processo né automatico né facile.

Altrettanto significativa è la dissoluzione, in questo ambito, delle tradizionali divisioni o contrapposizioni tra destra e sinistra. Non che ciò debba significare mischiarsi e confondersi con le organizzazioni fasciste che a questi moti, o alla loro preparazione, hanno preso parte. Quelle organizzazioni sono radicate anche, e ben di più, nelle destre fasciste e naziste più tradizionali, con cui nessuna commistione è possibile. Ma per la maggioranza di coloro che partecipano a questi moti destra e sinistra, come pure politica, se non nella sua accezione più pura di “autogoverno”, non hanno più alcun significato. Contano più le distinzioni tra alto e basso, tra onesto e ladro, tra povero e ricco, tra sfruttato e sfruttatore. Impariamo a riusarle.

Intervento di Guido Viale all’assemblea La via maestra. Roma. 8.9.2013

Buongiorno

Siamo stati abituati, soprattutto chi come me ha una certa età, a considerare la Costituzione uno schermo per proteggerci da avventure autoritarie, che comunque nei decenni trascorsi non ci sono mai state fatte mancare.

Certo la Costituzione italiana era ed è rimasta in gran parte inattuata, e in molti casi non era e non è rispettata.

Ma la Costituzione e il suo dettato sono restati comunque a lungo per tutti una barriera invalicabile: la politica si faceva “a valle” di essa, nelle diverse scelte e opzioni con cui ciascuna forza politica riteneva o fingeva di interpretarla, senza mai metterne in discussione la struttura portante.

Adesso a venir messa in gioco ora êproprio quella barriera. L’obiettivo è un accentramento del potere esecutivo nelle mani di un Governo sciolto dai vincoli del Parlamento e da quelli del potere giudiziario. Questo ci dà la misura dell’arretramento subito dalla politica italiana nel corso di almeno due decenni, e forse più.

La lotta politica, se lotta politica c’è, si è così spostata “a monte” della Costituzione: nell’attacco o nella difesa dei diritti di cui essa era stata messa a presidio.

Questo pone la lotta politica su un terreno nuovo: più ampio, più incerto e più radicale; perché in gioco non ci sono più solo politiche antipopolari e pratiche sopraffattrici da combattere. Oggi vengono messi in forse diritti fondamentali, costitutivi non solo di un ordinamento democratico, ma della persona stessa e della sua integrità.

Lo si vede innanzitutto in fabbrica e nelle aziende, dove Marchionne, ma non solo lui, rivendica come un diritto, da sancire e legittimare con contratti, leggi e persino mutamenti costituzionali, una gestione delle maestranze peggiore di quella che negli anni ’50 Valletta esercitava, prima dell’autunno caldo e in un clima dominato dalla guerra fredda, in palese e conclamata violazione della legalità.

Lo si vede in piazza e sul territorio, da Genova alla Valle di Susa, dove l’esercizio del potere repressivo promosso da tutti i governi che si sono succeduti negli anni è stato e viene diretto in una sola direzione, nonostante che le violazioni della legge e delle regole della convivenza faccia capo soprattutto allo Stato e alle sue articolazioni.

Lo si vede nelle scelte politiche che in nome della “crescita”, della “ripresa” o del pareggio di bilancio ormai “costituzionalizzato”, non solo erodono i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione: istruzione, salute, reddito, dignità; ma intendono proprio legittimarne l’erosione.

Di qui l’importanza di questo appello alla mobilitazione, che per essere efficace e sensato deve saper separare nettamente coloro che si impegnano nella difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione da coloro che li combattono manomettendola.

E’ difficile per ora identificare e raccogliere tutti coloro che hanno interesse a difendere quei diritti. Sono un po’ l’equivalente di quel 99 per cento della popolazione invocato da Occupy Wall Street, molti dei quali, come ha fatto a suo tempo notare Rossana Rossanda, non sanno ancora di farne parte.

Più chiaro è invece identificare chi oggi lavora alla manomissione della Costituzione e ha già percorso un bel pezzo di strada in questa direzione: si tratta dell’attuale Governo, delle forze politiche che lo sostengono, di coloro che sponsorizzano un accordo che subordina la permanenza del Governo a una revisione costituzionale condotta in forme disordinate, pasticciate e illegali.

Sto parlando del Presidente della Repubblica.

Ma tracciare una demarcazione tra questi due campi è solo la prima tappa di un percorso. Il quesito fondamentale a cui dobbiamo rispondere è questo:

Si può difendere la democrazia e i diritti sanciti dalla Costituzione se si lasciano in mano a un potere finanziario globalizzato ed eslege le decisioni fondamentali che riguardano l’economia? Cioè le decisioni da cui dipendono occupazione, redditi, servizi sociali, cultura, salvaguardia dell’ambiente? Ma soprattutto da cui dipendono le scelte che sono alla radice del disastro che ha investito tutti questi campi: cioè la disparità di potere, di reddito, di considerazione, di diritti, di dignità che contraddistingue le tendenze in atto.

È una disparità che ha la sua logica conseguenza nel coinvolgerci, come è già stato fatto a più riprese, e in aperta violazione della Costituzione, in guerre ingiuste e devastanti.

Evidente è l’intreccio tra l’attacco alla Costituzione e ai diritti fondamentali che essa tutela e il potere che la finanza internazionale esercita su governi, politiche, imprese e, alla fine, su lavoratori, disoccupati e sulle loro famiglie.

A ricordarcelo ci ha pensato la banca J.P. Morgan mettendo in chiaro che alla radice delle scelte che stanno portando Governo, partiti e istituzioni a mettersi sotto i piedi la Costituzione c’è la subordinazione ai diktat della finanza.

La loro convinzione è che a queste scelte “non c’è alternativa”, perché le forze in campo sono troppo dispari: da un lato l’infinita potenza dei “mercati”, cioè della finanza; dall’altro, l’irrilevanza, a giudicare dai risultati e dalla copertura mediatica, dei tanti movimenti e delle tante lotte che ne rifiutano le conseguenze.

Ma non ci si può impegnare in una difesa della Costituzione – senza sé e senza ma – senza proporsi di rovesciare questa subalternità e imboccare una strada obbligata, anche se difficile e tutt’altro che chiara, per ridimensionare drasticamente i poteri che oggi governano il mondo.

In questo percorso è essenziale l’iniziativa locale, perché è lì, sul territorio, nella difesa dei beni comuni, nell’opposizione alla mercificazione e alla finanziarizzazione dei servizi locali, che c’è la possibilità di ricostruire,i intorno alle lotte del lavoro e alle mobilitazioni popolari, le forze sociali in grado di contrastare le politiche che hanno generato e continuano a generare la crisi.

Ma questa non è comunque una battaglia di ambito solo locale o solo nazionale; è europea e globale.

La manifestazione che siamo riuniti per promuovere – e alla cui preparazione, Alba, di cui sono parte, intende contribuire – deve essere una tappa di un percorso ancora molto lungo per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona entro un orizzonte europeo.

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