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Le tre parole chiave del programma di A.L.B.A

Inserito da on Luglio 2, 2012 – 1:13 pmNo Comment

Ogni giorno nel nostro paese assistiamo a un peggioramento delle condizioni materiali di vita, come di quelle di miliardi di altri esseri umani nel mondo. Ogni giorno la crisi miete le sue vittime, consuma diritti, alimenta conflitti, distrugge speranze, cancella futuro. Dal 2007 la crisi finanziaria prima e quella economica poi stanno sgretolando ciò che rimane della democrazia, mettendo in evidenza l’assenza di una governance globale che sappia indicare la strada per uscirne. Anche a livello europeo il quadro è drammatico. Un Europa costruita su rigide basi monetarie e non fondata sui diritti e sulla politica è entrata in crisi. La diarchia dei governi tedesco e francese allontana i popoli dall’integrazione mettendoli gli uni contro gli altri mentre sostiene banche e grandi interessi finanziari e commerciali. Proprio questi ultimi sono coloro che hanno scatenato la crisi finanziaria e che oggi dopo aver drenato soldi dal sistema pubblico sono al punto di far fallire un paese sovrano: la Grecia. La situazione greca è l’emblema del processo di spoliazione dei diritti, di distruzione dell’economie locali e nazionali, di ogni statuto dei lavoratori, di ogni concetto di res pubblica e di beni comuni, svenduti con le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Siamo davanti allo stesso tempo alla crisi della rappresentanza ed a quella della sovranità. La finanza internazionale ricatta interi paesi e liquida la democrazia. Il nostro paese è vittima delle stesse scelte che stanno distruggendo la Grecia. Austerità, pareggio di bilancio, privatizzazioni, subordinazione completa del lavoro alle esigenze del mercato, vengono indicate come le ricette da seguire. Sembra quasi che la democrazia sia un ostacolo fastidioso al quale dovremmo rinunciare a causa dello stato di emergenza decretato dalle banche. Queste misure non solo hanno causato la crisi, ma che reiterarle aggraverà la situazione in maniera irrimediabile. Dobbiamo sbrigarci a riprendere in mano il nostro destino affidato ai seguaci del liberismo economico sotto la maschera del cosiddetto governo “tecnico”.

Ma la crisi che abbiamo davanti non è solo economica e finanziaria. È allo stesso tempo energetica, alimentare, migratoria e, soprattutto, ecologica. La crisi ecologica rappresenta oggi il cuore stesso della crisi. Una sorta di “Guerra alla natura” dichiarata dall’attuale modello di sviluppo che, con la complicità e responsabilità diretta delle forze politiche che vi si ispirano, ha superato da tempo i limiti del pianeta, distrutto a un ritmo sempre maggiore le risorse non rinnovabili senza garantirne l’autorigenerazione, contratto un deficit ecologico senza precedenti nella storia, inquinato, stravolto il clima, acidificato i mari, desertificato molte terre, sciolto i ghiacciai, superato i limiti di assorbimento del pianeta. Per dirla in maniera chiara: questo modello è la più grave minaccia alla pace, allo sviluppo, alla giustizia, al lavoro, all’ambiente e alle generazione che verranno. Il modello capitalista si sta dimostrando la più pericolosa arma di distruzione di massa mai sperimentata dall’uomo ed i suoi effetti rappresentano le principali minacce con cui la maggior parte della popolazione planetaria è oggi costretta a convivere.

In Italia tutto questo è ancora più evidente. Basti osservare l’assenza di prospettive e di un piano di politiche industriali, energetiche e commerciali che nel nostro paese manca da 20 anni. L’impreparazione della classe politica ad analizzare e cogliere i cambiamenti epocali vissuti è a un livello senza precedenti nella storia del nostro paese. In questo momento in cui non sembrano esserci alternative allo stato di crisi, l’Italia vive una fase di eccezione unica nella sua storia moderna. Il nuovo governo lavora supportato da una maggioranza di forza che si è resa responsabile della crisi e che continua testardamente a riproporle tali e quali. Subiamo ricette sbagliate per affrontare la crisi e una metodologia nell’applicarle ancor più errata. Essendo screditati o venuti meno i corpi intermedi, le scelte del governo non vengono mediate ma imposte sulla popolazione, mai prima d’ora così distante e allo stesso tempo arrabbiata con i palazzi del potere.

Nel vertice del 1992, vennero adottate la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), la Convenzione ONU sul Cambiamento Climatico (UNFCC) e la Convenzione per Combattere la Desertificazione. Sono passati venti anni e gli impegni dei governi non sono stati mantenuti, anzi. Siamo in una situazione ambientale, sociale ed ecologica drammatica e la scienza ci dice con forza che dobbiamo invertire la rotta prima che sia troppo tardi per noi. I fallimenti degli appuntamenti internazionali sono ormai una costante. Questi spazi chiusi alla società civile ed ai movimenti servono esclusivamente per consentire a lobbisti, rappresentanti delle multinazionali e della finanza internazionale di incontrarsi. Dopo il vertice mondiale della Terra di venti anni fa, che tante speranze aveva acceso, a giugno di quest’anno a Rio si incontreranno di nuovo per discutere non di come si cambia il modello che sta strozzando la terra e la maggior parte dei suoi abitanti, ma si discuterà di “green economy” che lungi dall’essere un’economia ecologica che abbia a cuore la giustizia ambientale e sociale. Sarà l’ennesimo circo in cui la finanza vorrà creare l’ennesima bolla speculativa: la bolla del carbonio. Via Campesina, la più grande rete di organizzazioni contadine a livello globale, la definisce “la maschera verde del capitalismo”. La finanziarizzazione dell’economia non tralascia certo l’ambiente. La finanziarizzazione della natura e della sua crisi è l’ultimo grande business del sistema capitalista. I movimenti e la società civile mondiale lo continuano a denunciare e saranno a Rio per promuove un Summit dei popoli per la giustizia ambientale e sociale dove lavorare con l’accademia, la scienza e le istituzioni che vorranno esserci a come cambiare il modello e costruire le alternative.

L’insostenibilità del modello di sviluppo e l’assenza di alternative sono infatti le cause della crisi di sistema diffusa ormai in tutto il mondo. L’inconciliabilità del sistema capitalista con i limiti della Terra produce un processo di continua spoliazione dei diritti e distruzione delle opportunità di accesso ad una vita dignitosa per miliardi di esseri umani. Più aumentano l’inquinamento, la distruzione del pianeta e dei beni comuni, gli eventi estremi che colpiscono le nostre città e i nostri paesi, maggiore è la povertà e l’ingiustizia che colpiscono le fasce medie e più deboli della popolazione. L’insicurezza ambientale e l’accaparramento individuale delle risorse si traducono in forme odiose di ingiustizia ambientale e sociale. Parliamo di ingiustizia che colpisce in forme diverse. A partire da quella distributiva, colpendo una comunità più di altre per ciò che riguarda il peso dei rischi ambientali, sino all’ingiustizia verso un singolo o una comunità privata del suo diritto a partecipare, o non riconosciuta nei suoi diritti soggettivi o collettivi, oppure le cui potenzialità e/o sviluppo di una comunità a causa dei danni ambientali inflitti sono stati lesi. Senza dimenticare l’ingiustizia compiuta nei confronti delle generazioni a venire, private delle possibilità di accedere agli stessi beni e costrette a vivere in condizioni peggiori rispetto alla generazione precedente.

PER UN’EUROPA DEI POPOLI

Le tre parole chiave del nostro programma (lavoro, beni comuni e ambiente) possono essere connesse tra loro in processi reali che insieme concorrono a costruire una prospettiva alternativa alla globalizzazione liberista. Ma per renderle concrete occorre collocarle all’interno del quadro delineato dalla crisi ambientale ed economica che sta investendo l’intero pianeta e, in particolare, di quella istituzionale e del debito che in questa fase colpisce soprattutto l’Europa.

La crisi finanziaria che sta squassando l’Europa e mettendo in forse l’intero edificio dell’Unione europea è la conseguenza più o meno diretta dell’abdicazione degli Stati membri dell’Unione europea dalle responsabilità e dagli oneri del governo dell’economia, a favore dei cosiddetti “mercati”, cioè della finanza internazionale: un pugno fi grandi banche, di assicurazioni, fondi speculativi e “fondi sovrani” di Stati con forti attivi nella bilancia dei pagamenti. Questa traslazione dei poteri, che ha avuto la sua prima manifestazione nell’indipendenza delle banche centrali dal controllo dei governi – per privare successivamente anche la Banca centrale europea dei poteri necessari per far fronte alle manovre della speculazione finanziaria – ha le sue basi nei meccanismi che presiedono alla globalizzazione dell’economia; ma è al tempo stesso il frutto di un calcolo politico miope, che mirava a porre una argine alle rivendicazioni salariali delle classi lavoratrici e all’espansione degli istituti del welfare e della conseguente spesa pubblica, sottraendo queste dinamiche alla decisione politica per rimetterle nelle mani di un meccanismo anonimo e imperscrutabile. Oggi tutti possono vedere come questo processo di spoliazione dei poteri sovrani, che ha avuto nella creazione dell’euro la sua espressione più compiuta, stia trascinando l’intero continente non in direzione di una crescente integrazione politica attraverso la crescita di una partecipazione democratica alla governance dell’Unione europea, ma alla sua disgregazione, travolgendo nella sua dissoluzione occupazione, redditi e diritti del lavoro, condizioni di vita e persino di sussistenza di interi popoli.

La crisi che attraversa l’Unione europea mette tutti i cittadini degli Stati membri di fronte a un dilemma ineludibile: o si affidano le sorti della costruzione europea alla dittatura della finanza internazionale – al “voto dei mercati” come si usa dire sempre più spesso – adottando, in una corsa sempre più affannosa e vana, misure tampone intese a placare le pretese sempre più esose dei detentori dei debiti pubblici e privati, facendone pagare il prezzo ai lavoratori, alla schiera crescente dei disoccupati e degli emarginati, alla condizione della donna che è e rimane l’ultimo anello della catena del processo di espropriazione e di sfruttamento del genere umano; oppure si lavora per ricostruire dalle fondamenta l’edificio dell’Unione europea attraverso la promozione e lo sviluppo di meccanismi di democrazia partecipativa che investano anche la gestione dei processi economici, dei mercati, delle aziende, dei servizi locali, dell’organizzazione della circolazione e della distribuzione delle merci e del denaro: accettando i rischi e rivendicando il diritto di rinegoziare meccanismi e regole che hanno portato e stanno portando uno dietro l’altro i paesi membri verso la catastrofe. La situazione della Grecia è soltanto di qualche anno – o qualche mese in avanti lungo un cammino imboccato da quasi tutti gli altri Stati membri, a partire da quelli le cui finanze si trovano già ora in una situazione di forte precarietà, ma senza escludere nessuno degli altri Stati, i cui cittadini forse oggi si sentono al sicuro pensando che la sorte dei loro concittadini europei flagellati dal debito non li riguardi.

Per questo l’esito delle prossime elezioni greche e, ancor più, le misure adottate dal futuro governo, se prevarranno le forze favorevoli alla rinegoziazione del Memorandum imposto dalla cosiddetta Troika (BCE, FMI e Commissione europea) rappresentano un possibile e importante punto di svolta per tutte le forze che in Europa e nel mondo si oppongono alle politiche liberiste che stanno portando l’intero continente, e insieme ad esso il resto del mondo, verso una catastrofe economica e sociale che anticipa e accelera un generale catastrofe ambientale, perché priva popoli e governi degli strumenti necessari a promuovere una generale conversione ecologica dell’economia in direzione di una maggiore sostenibilità.

Sappiamo che la crisi economica e finanziaria che scuote l’Europa può essere affrontata solo a livello continentale, così come la crisi ambientale che incombe sul pianeta Terra può essere affrontata solo a livello globale. Per questo è necessario che tutte le forze, grandi e piccole, locali o nazionali, sociali e culturali che si oppongono alle politiche liberiste trovino attraverso un confronto serrato, dei punti di convergenza per definire insieme un programma per rifondare dalle radici l’Unione europea come strumento di promozione della democrazia, dei diritti del lavoro e di cittadinanza, di una svolta ecologica in campo economico per combinare il contributo di tutti e di ciascuno alla salvaguardia degli equilibri climatici e ambientali del pianeta con il rispetto della dignità del lavoro e con la valorizzazione delle facoltà, delle competenze, dell’esperienza, dei saperi diffusi che solo una vera democrazia, partecipativa e sostanziale può consentire.

LAVORO

La globalizzazione svaluta il lavoro e pretende di riassumere un pieno controllo su di esso grazie alla possibilità di delocalizzare in ogni momento impianti e produzioni: meccanismo a sua volta reso possibile dalla libera circolazione dei capitali e delle merci e dal web, che consente la gestione a distanza di stabilimenti, fornitori e clienti.

La difesa del lavoro (la sua assunzione tra i “beni comuni”) non può limitarsi alla pur necessaria difesa di diritti acquisiti, e ora negati, e di sistemi di contrattazione che nessuno immagina più capaci di garantire aumenti salariali significativi, migliori condizioni di lavoro, migliori trattamenti sanitari e pensionistici o addirittura riduzioni dell’orario di lavoro e aumento dell’occupazione. Il contesto di una prospettiva del genere è quello di una “uscita dalla crisi” che riproduca i meccanismi che hanno sorretto le economie dell’Occidente nella seconda metà del secolo scorso: la crescita del PIL e, come suo portato automatico, dell’occupazione e del reddito. Un meccanismo che in Occidente non è più replicabile. Questo non capiscono i postkeynesiani e le forze socialdemocratiche che parlano di New Deal, senza tener conto che rispetto agli anni ’30 il mondo è cambiato e non c’è in Europa più “spazio” per le “grandi infrastrutture”. Così come non ha molto senso aumentare la “spesa pubblica” per far ripartire la “crescita”, perché – oltre a ragioni ambientali – nella Nuova Divisione Internazionale del Lavoro un ulteriore “deficit spending” peggiora solo la nostra bilancia commerciale e sposta il moltiplicatore keynesiano all’estero. D’altra parte lo stesso Keynes teorizzava l’utilità del “deficit spending” come misura congiunturale, e non strutturale come è avvenuto da 30 anni a questa parte.

I livelli occupazionali da “pieno impiego” e un lavoro decente per tutti e tutte, anche per coloro che ne sono esclusi/e (e pur in contesti di maggiore “flessibilità” e mobilità dei lavoratori, purché in forme concordate e garantite da un adeguato sostegno al reddito) possono essere perseguite solo nella prospettiva di una radicale conversione produttiva degli impianti esistenti, indirizzandoli a processi e prodotti compatibili con la salvaguardia dell’ambiente, nei settori portanti di una necessaria conversione ecologica di tutto il sistema economico.

Questo processo riguarda tutto il ciclo di vita dei prodotti: dall’estrazione delle risorse naturali al loro trasporto, alla loro lavorazione nei processi produttivi, alla loro distribuzione, al loro consumo o utilizzo in forme il più possibile condiviso, fino al loro recupero in nuovi cicli produttivi, riducendo così la pressione sull’ambiente sia dal lato dei prelievi che da quello dei rilasci.

I settori che in via prioritaria garantiscono la conversione ecologica del sistema produttivo sono le fonti rinnovabili e l’efficienza energetiche, l’agricoltura ecologica, multifunzionale e di prossimità, la mobilità resa sostenibile attraverso la condivisione dei veicoli, l’edilizia e l’urbanistica partecipate, la salvaguardia degli assetti idrogeologici del territorio. Il tutto accompagnato da adeguati processi di formazione permanente, promuovendo (in forme adeguate) l’alternanza scuola-lavoro fin dai primi stadi dell’istruzione e aprendo scuole e università agli apporti esterni che possono provenire dai mondi del lavoro, della ricerca, dell’arte e della cura.

La realizzazione di una transizione del genere non può avvenire che in forme conflittuali, discontinue e comunque graduali; ma ha sia come premessa che come obiettivo l’inversione dei processi di globalizzazione (meglio la Deglobalizzazione) nel campo dei beni fisici attraverso una loro riterritorializzazone, cioè la riduzione, sia in senso geografico che organizzativo, dei rapporti tra produzione e consumo (o fruizione).

La riterritorializzazione di questi processi va nella direzione di un recupero, a livello locale, regionale e di area vasta, della sovranità di ogni comunità in campo energetico, alimentare, nel controllo del territorio, nell’esercizio dei diritti di cittadinanza (casa, mobilità, salute, istruzione, inclusione sociale). Per renderla possibile è necessario che prevalgono le forme dell’Altreconomia, basata su prezzi equi, sul legame sociale e su forme di mercato che si basano sui principi contrattuali del “commercio equo e solidale” che ha dimostrato di funzionare da più di quarant’anni.

All’inevitabile disordine dei processi di conversione deve però fare riscontro un disegno il più possibile generale e coerente che consideri la replicabilità dei processi (adattati, ovviamente, ai contesti locali) la condizione di validità di ogni proposta. Vanno pertanto promosse a tutti i livelli territoriali di agibilità operativa sedi dove sviluppare questa elaborazione avendo di mira l’integrazione tra le diverse proposte nella forma di un progetto locale flessibile e suscettibile di modifiche e di continui nuovi apporti.

Le sedi dove proporre e definire i processi di conversione e riterritorializzazione possono avere, nella loro fase iniziale, la forma di “conferenze di produzione” fondate sulla partecipazione delle diverse categorie potenzialmente interessate al progetto: lavoratori, associazioni civiche e ambientaliste, amministrazioni locali, mondo della ricerca e dell’istruzione, imprese, istituzioni della cura e del welfare.

È ovvio che in ogni ambito e in ogni territorio la spinta a una loro convocazione e il tema centrale intorno a cui sviluppare il dibattito saranno diversi. Ma saranno necessariamente incentrate sulle situazioni di crisi che maggiormente interessano quel territorio: aziende in crisi, settori in dismissione, processi di riconversione, grandi opere devastanti, gestione dei rifiuti, debito locale insostenibile, inquinamento, dissesti idrogeologici e sismici, ecc.

La difesa della dignità e dei diritti del lavoro consolidati nelle norme della Costituzione, nella legislazione del lavoro e nelle forme della contrattazione che costituivano il principale portato di un secolo e mezzo di lotta di classe e di battaglie sindacali e politiche – e che oggi vengono messi in discussione e apertamente combattute in nome e per conto delle politiche liberiste – non può avere esiti positivi al di fuori di una prospettiva di conversione ecologica di produzioni e modelli di consumo. E’ questo l’unico sbocco in grado di garantire, insieme ad adeguati livelli occupazionali e di reddito, la salvaguardia dell’ambiente in cui si svolgerà la vita presente e futura della comunità umana. Questi diritti devono riguardare indistintamente tutta la popolazione, permettendo a ciascuno di contribuire alla loro difesa e alla loro affermazione secondo le proprie capacità e a partire dalla propria condizione di lavoratore, di disoccupato o di temporaneamente occupato, e devono essere garantiti in misura uguale a tutti. L’esclusione di una parte della popolazione residente, e di una quota sempre più consistente del mondo del lavoro da una parte o dalla totalità dei diritti di cittadinanza, o la compressione del loro esercizio in tutti gli ambiti che caratterizzano la condizione della donna non sono compatibili, e sono di ostacolo, alla prospettiva della conversione ecologica e, quindi, di un contesto in cui quegli stessi diritti possano essere pienamente goduti.

BENI COMUNI

I beni comuni non sono caratterizzati da una forma di proprietà specifica, da affiancare alla proprietà pubblica e a quella privata; bensì, in via prioritaria, da modalità di gestione della risorsa che presuppongono un controllo popolare, o dal basso, o della cittadinanza attiva di una comunità, sul loro utilizzo.

Per questo l’ascrizione di una risorsa all’ambito dei beni comuni è indissolubilmente legata all’esercizio o alla rivendicazione condivisa di forme di democrazia partecipata specifiche e diversificate tra loro a seconda delle caratteristiche del bene, del contesto sociale e territoriale che lo prende o intende prenderlo in carico, del rapporto di forze nel conflitto permanente e mai completamente risolto tra chi rivendica una gestione condivisa del bene e chi vuole sottrarlo alla collettività, o escluderne una fruizione condivisa, per appropriarsene.

La proprietà pubblica, in quanto contrapposta a quella privata, rappresenta in generale la condizione migliore per sviluppare forme di controllo dal basso. Ma questo non esclude che soluzioni più o meno spinte di esercizio di una sovranità popolare su determinati assetti produttivi possano svilupparsi anche in un regime di proprietà privata: per esempio nella partecipazione di una comunità territoriale e del collettivo dei lavoratori alla definizione degli indirizzi relativi alla conversione produttiva di un impianto o di un’azienda. Tenendo conto anche della possibilità di “recupero”, sul modello argentino, di imprese che chiudono pur avendo ancora una loro utilità sociale, o potenzialità di riconversione. Invece di aspettare l’imprenditore “salvatore” è necessario pensare anche per l’Italia ad ottenere una legge che permetta ai lavoratori di prendersi le imprese che chiudono, specie quando i proprietari hanno delocalizzato o sono fuggiti col malloppo, sul modello dei beni confiscati alle mafie.

Una forma già oggi praticata di gestione condivisa su un bene comune in regime privatistico è fornito dai GAS (gruppi di acquisto solidale) relativamente alla gestione degli indirizzi produttivi e gestionali di un’azienda agricola o alimentare, se inseriti in un progetto generale di conversione del regime alimentare vigente e dell’assetto produttivo dell’agricoltura di prossimità.

La categoria dei beni comuni non abbraccia solo beni materiali come l’acqua o il suolo urbano, ma anche beni immateriali come i saperi, la conoscenza, l’istruzione; non solo risorse locali legate al territorio, ma anche beni di dimensione planetaria come l’atmosfera, gli equilibri climatici, la biodiversità, ecc.; non solo strutture fisiche ma anche, e soprattutto, servizi: sia quelli forniti dalla natura (per esempio la fertilità dei suoli), sia quelli forniti dall’attività umana (per esempio la mobilità: anche questo un servizio pubblico, che rientra ormai tra i diritti di cittadinanza inalienabili, ma che può essere gestito in regime di proprietà in parte pubblica e in parte privata).

Non tutto può essere fatto rientrare nella categoria dei beni comuni, pena la perdita della specificità di questo concetto, a cui è legata la forza mobilitante e motivante dei conflitti che si svolgono intorno ad esso; ma nessuna categoria di beni o di risorse, materiali o immateriali, ne può essere esclusa a priori.

Il problema è dunque quello di concentrare di volta in volta l’attenzione su quei beni sui quali la rivendicazione di una gestione o di un controllo condivisi hanno maggiori potenzialità mobilitanti; non per il gusto di promuovere conflitti, ma perché è nella conflittualità e nella mobilitazione che si formano e si consolidano quei legami di solidarietà che maggiormente concorrono a spezzare l’isolamento e l’individualismo esasperato a cui ci condannano gli assetti della società in cui viviamo e che si crea il contesto più adatto per la progettazione condivisa di nuove iniziative e di progetti più inclusivi.

La prospettiva di una conversione ecologica delle aziende in crisi promossa congiuntamente dalle maestranze coinvolte, dall’associazionismo civico e ambientale, dai governi delle comunità di riferimento e dall’imprenditoria locale (pubblica, privata, cooperativa, sociale o “in fieri”) attraverso l’individuazione, la definizione e la promozione di progetti locali e l’apertura di vertenze con i poteri centrali che ne ostacolano o non ne sostengono adeguatamente la realizzazione è un fattore che può saldare la salvaguardia e la conquista da parte della comunità dei beni comuni attraverso un progetto locale con la difesa e la valorizzazione del lavoro e delle sue potenzialità inespresse.

Oltre alle aziende in crisi, questa problematica oggi riguarda soprattutto i servizi pubblici locali, che in Italia il voto referendario ha inteso difendere dalla privatizzazione per farne la base di una gestione partecipata e che il Governo e tutte le forze politiche che lo sostengono – ma, a livello locale, anche molte forze politiche che si dicono di opposizione – stanno cercando di privatizzare e di immettere nel circuito finanziario internazionale, allontanandoli sempre più da ogni possibile controllo dal basso.

La ragione fondamentale per cui i servizi pubblici locali devono essere difesi dalla privatizzazione è il fatto che essi oggi non sono, ma potrebbero diventare domani, il braccio operativo attraverso cui le amministrazioni locali che li hanno creati e gestiti in passato – e, attraverso di esse, le comunità di riferimento – potrebbero avviare una vera politica economica in molti dei settori cruciali per la conversione ecologica: energia, mobilità, agricoltura e alimentazione, edilizia, gestione del territorio, formazione, welfare e cura.

Decisivo, a questo proposito, è il problema del finanziamento dei progetti locali, sia per quanto riguarda la produzione e l’organizzazione di forme di consumo condiviso, sia relativamente ai problemi della cura e del welfare. Ma la questione del finanziamento non è l’unico né il principale aspetto della conversione ecologica: senza una progettazione condivisa e una forza sociale che la sostenga, la rivendicazione di maggiori fondi rischia solo di perpetuare situazioni e soluzioni senza prospettive.

In ogni caso, tra i beni comuni di cui bisogna combattere l’attuale gestione privatistica – cosa che gli sviluppi della crisi mettono sempre di più all’ordine del giorno – c’è il denaro. La circolazione e la distribuzione del denaro devono essere incluse, almeno parzialmente, tra i beni comuni di cui rivendicare una gestione più equilibrata e diffusa. (Era quello che sosteneva Polanyi: <<terra, lavoro e denaro>> non sono merci e la loro mercificazione è solo una finzione che fa male alla società ed all’ambiente.) Perché, attraverso la monetizzazione delle loro attività, in una società mercantile esse sono il principale strumento che mette in relazione le persone (creando rapporti di dipendenza reciproca tra gli individui e tra le comunità): cioè una delle basi della convivenza.

Uno degli ambiti a cui con maggiore urgenza, soprattutto in Italia, è necessario guardare come a un bene comune è costituito dal patrimonio culturale, artistico, monumentale e paesaggistico: senz’altro il maggiore che esista al mondo. E’ un patrimonio diffuso su tutto il territorio, stratificato e diversificato tanto da costituire ancora oggi, nonostante i processi di omologazione promossi dalla globalizzazione, il principale fattore di identità di ogni comunità locale. Ma il valore del patrimonio culturale risiede interamente – e niente lo conferma meglio della negligenza e del disinteresse che ha caratterizzato le relativa politiche italiane dei beni culturali nel corso dei passati decenni – nella considerazione, nell’attenzione e nella cura che ne hanno le comunità che lo hanno in consegna per conto di tutta l’umanità; e nella professionalità e nella competenza del personale che di esso deve farsi carico: una fonte potenziale di occupazione altamente qualificata, a tutti i livelli, che può diventare oggetto di iniziative e processi partecipativi di grande rilevanza.

AMBIENTE

Il pianeta Terra è ormai completamente antropizzato: con pochissime eccezioni le porzioni del globo che mantengono ancora il loro aspetto “naturale” originario sono tali perché sono state fatte oggetto di una forma più o meno esplicita di tutela, e non perché la società industriale e il commercio internazionale non ne hanno ancora preso possesso. Quando si parla dell’ambiente, quindi, non si parla di tutela delle porzioni residue di “Natura”, ma di una gestione delle attività produttive e commerciali che sia compatibile con il funzionamento dei cicli biologici, geologici e meteorologici che garantiscono la sostenibilità della vita umana sul pianeta e con la possibilità di decidere quali forme di convivenza adottare.

Per questo la questione ambientale coincide con la discussione e la definizione delle scelte relative alle attività culturali ed economiche: economia ed ecologia devono coincidere. La centralità delle attività culturali deriva dal fatto che la sostenibilità delle attività produttive poste in essere dipende in modo sempre più stretto dai saperi. E, in una prospettiva di conversione ecologica, sia dal recupero e dalla conservazione di molteplici saperi tradizionali sviluppati nel corso del tempo in stretta connessione con le caratteristiche fisiche, biologiche, meteorologiche e sociali dell’ambiente che li ha generati; sia dall’integrazione di questi saperi, in un comune orientamento alla sostenibilità, con gli sviluppi della ricerca scientifica e delle elaborazioni culturali e artistiche moderne; e, ovviamente, con quelli delle loro applicazioni in campo tecnologico, organizzativo e istituzionale.

Nel concetto di attività economiche vanno ricomprese tutte le forme di prelievo e di utilizzo delle risorse naturali, della loro trasformazione mediante molteplici processi produttivi, del consumo e della fruizione dei beni e dei servizi prodotti, della loro riconsegna all’ambiente come scarti o residui (in forme compatibili con la loro integrazione in cicli biologici, geologici e meteorologici autosostentanti) o a nuovi cicli di produzione e consumo, nonché tutte le forme di utilizzo commerciale delle risorse immateriali.

Gli assetti dell’attuale organizzazione economica e degli sviluppi culturali e scientifici che la definiscono, fondati sulla crescita incessante della produzione materiale e del suo valore monetario (PIL) non sono sostenibili. La svolta che può orientare le attività umane verso una maggiore sostenibilità è una generale conversione in senso ecologico della cultura, della produzione, dei consumi – e della finanza che ne ha il controllo. Questa conversione è urgente: pochi decenni e, in alcuni casi anche meno, ci separano dai punti di svolta che possono rendere il degrado delle condizioni di vivibilità del nostro habitat (planetario e locale) irreversibili: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità, inquinamento delle acque, dei suoli e dell’aria, pandemie sono le principali minacce che incombono su tutta l’umanità.

Gli Stati e le loro articolazioni locali, le organizzazioni internazionali, la finanza che controlla l’intero processo economico e le imprese che gestiscono il ciclo produzione-consumo, ma anche le grandi istituzioni culturali si sono tutte dimostrate incapaci e per lo più contrarie a correggere la rotta di un processo che porta inevitabilmente, e in tempi sempre più stretti, verso la catastrofe.

Ciononostante idee, buone pratiche, saperi, tecnologie e progetti che, se realizzati e diffusi, renderebbero praticabile e conveniente per tutti questa svolta, sono oggi in larga misura disponibili: sono stati sviluppati nel corso del tempo in molti contesti differenti, sia a livello istituzionale che, soprattutto, attraverso conflitti sociali e processi di aggregazione; e non solo in ambiti locali, perché sono anche stati, e sono tutt’ora, al centro di reti di collegamento – i Social forum, le organizzazioni rurali come via campesina e Terra madre, alcune associazioni ambientaliste, molte reti e associazioni scientifiche – che abbracciano tutto il mondo.

Visti gli attuali rapporti di forza, tuttavia, i processi di conversione ecologica non possono nascere e svilupparsi che in ordine sparso e discontinuo, attraverso iniziative di carattere locale, perché non esiste né è alle viste alcun soggetto di carattere generale in grado o disponibile ad assumersi la responsabilità di definire e promuovere una transizione del genere; tanto meno a livello internazionale e globale.

La condizione perché queste iniziative sparse possano concorrere a costruire un processo generale di conversione ecologica è il fatto che il loro orientamento sia sorretto da un approccio di ordine generale (pensare globalmente) che risponda, in via prioritaria, al criterio della replicabilità: è corretto tutto ciò che può essere fatto, con la minor spesa e il minor impatto possibili – e adattandolo ovviamente al contesto locale – in ogni parte del mondo senza andare a detrimento della collettività; ed è da evitare tutto ciò che può essere perseguito e ottenuto solo a condizione che altri ne siano privati, accaparrandosi risorse scarse. Una semplice riflessione sulle attuali caratteristiche dei sistemi energetici, della mobilità, dell’alimentazione, dell’agricoltura, del consumo di suolo e dei modelli di consumo in generale (che concorrono a determinare la domanda che sorregge gli attuali processi produttivi) rende evidente questo concetto.

La riconquista di una sovranità territoriale attraverso la riterritorializzazione dei processi di produzione e consumo in campo energetico, agricolo, alimentare, e nel controllo del territorio dal punto di vista degli assetti idrogeologici, dell’edilizia e della mobilità, costituisce pertanto l’obiettivo strategico della lotta per la salvaguardia dell’ambiente e la sopravvivenza della vita umana su questo pianeta. Il percorso per promuovere iniziative di conversione ecologica a livello territoriale può essere, anche in questo caso, l’organizzazione di conferenze di produzione, il che riconnette l’obiettivo generale della sostenibilità ambientale al tema della lotta per i beni comuni e a quello della valorizzazione del lavoro.

In questo ambito, che è quello contestuale della salvaguardia del pianeta e della conversione delle produzioni più nocive e dissipative a favore di produzioni e modelli di consumo che “facciano pace” con l’ambiente si inserisce con assoluta priorità il tema della pace, che è innanzitutto lotta contro la cultura maschilista e militarista del ricorso alla violenza e alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie interne e di quelle internazionali, i cui confini reciproci sono sempre meno definiti e resi più confusi dal crescente ricorso al termine di guerra umanitaria per mascherare operazioni di vero e proprio assoggettamento di intere popolazioni. Ma la dimensione più concreta della lotta per la pace è sicuramente la promozione di campagne e progetti per la riconversione civile dell’industria militare, tenendo sempre presente che protagonisti di questa battaglia non possono che essere, insieme alle forze del movimento pacifista e ai governi del territorio dove sono insediati i loro stabilimenti, i lavoratori oggi impegnati nell’industria bellica; e che soltanto la prospettiva concreta di un diverso utilizzo dei loro impianti, delle loro attrezzature, dei loro know-how in produzioni che valorizzino meglio i loro saperi, garantiscano i loro livelli occupazionali e retributivi e creino un coinvolgimento maggiore nei contenuti del loro lavoro può renderli promotori di questa trasformazione.

LA QUESTIONE FINANZIARIA

Tra i poteri che la globalizzazione liberista, e in particolare l’assetto istituzionale dell’Unione europea e dell’eurozona hanno consegnato a un ristretto gruppo di strutture finanziarie c’è anche quello di creare denaro (grazie a una molteplicità di strumenti finanziari ben esemplificata dai cosiddetti derivati) e di governarne la circolazione (attraverso istituti bancari sempre più dipendenti dalle decisioni della finanza internazionale).

La riconquista di forme di potere diffuso sulle funzioni del denaro e sulla sua circolazione non può avvenire solo restituendo agli Stati (o alle loro aggregazioni, come l’UE) i poteri oggi in mano alla finanza internazionale. Anche e soprattutto in questo caso il potere statuale non costituisce un’alternativa valida – né forse ancora praticabile – al potere dei privati. Ma di fronte al rischio sempre più prossimo di una catastrofe economica provocata dalla crisi finanziaria – e in particolare dalla crisi dell’euro – il problema di un riequilibrio nella distribuzione del potere sulla creazione e la circolazione del denaro si pone in maniera ineludibile.

L’attuale bolla finanziaria globale (una circolazione d 600 o mille trilioni di dollari di titoli aventi valore di moneta) che la crisi scoppiata nel 2008 non ha minimamente ridimensionato deve essere sgonfiata e non alimentata nel vano tentativo di “pareggiare i conti” con la finanza internazionale, vera detentrice di ultima istanza della catena del debito che attraversa e condiziona tutto il sistema economico mondiale.

La dottrina mainstream – e non solo quella dichiaratamente liberista – affida il compito di saldare i debiti (quelli degli Stati, quelli delle banche, quelli trasferiti dalle banche agli Stati e quelli che la speculazione ha contratto con le banche) alla crescita del PIL dei paesi debitori e al conseguente incremento del gettito fiscale; ma anche, e oggi soprattutto, a crescenti prelievi effettuati a spese dei redditi da lavoro e del welfare).

Questa prospettiva è inaccettabile sia per ragioni di equità che di sostenibilità: il periodo di espansione economica (della produzione, dell’occupazione, dei redditi, della spesa pubblica) che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, dapprima nei paesi dell’occidente capitalistico, poi, e sempre più, nelle economie emergenti, non è riproducibile né suscettibile di continuare a lungo neanche nei paesi cosiddetti emergenti. In questo nodo la crisi economica e finanziaria si intreccia indissolubilmente con la crisi ambientale e con quella energetica.

Per questo occorre avviare con urgenza un dibattito pubblico sulle soluzioni e sulle opzioni con cui affrontare il nodo della crisi finanziaria, su cui non è possibile eludere la necessità di prendere posizione. Queste opzioni sono tante e non si escludono necessariamente tra loro: default “controllato” (a quello cosiddetto “disordinato” stanno già provvedendo le attuali autorità monetarie); ritorno alle valute nazionali; moratoria sul debito, mutualizzazione dei debiti pubblici (eurobond), Tobin tax, separazione tra banche commerciali e banche di investimento, concentrazione dei debiti insolvibili in una o più bad bank, legislazioni antitrust in campo finanziario, ecc.

Una soluzione che va sicuramente presa in considerazione (già in vigore in numerose comunità dell’Europa e degli Stati Uniti, e che ha avuto un importante ruolo nel periodo tra le due guerre mondiali ) è comunque la creazione di monete locali, non convertibili e con una circolazione parallela a quella della valuta ufficiale, per sostenere le attività economiche e sociali di prossimità, ma anche la riconversione ecologica dei territori e l’avvio delle imprese “recuperate”. Una iniziativa di tal genere rientra senza dubbio nel novero dei beni comuni da affidare fin dall’inizio a una gestione condivisa. In altre parole: riprendere funzione e valore sociale della moneta (intermediario negli scambi), riducendone il suo uso come “capitale” e quindi come strumento di dominio ed accumulazione di potere.

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