Karl Polanyi includeva il denaro, insieme al lavoro e alla terra (che noi oggi possiamo chiamare, in modo più comprensivo, ambiente) tra le “merci fittizie”: beni la cui trasformazione in merce è causa di dissoluzione di ogni legame sociale e, alla lunga, della convivenza stessa. In termini attuali, possiamo tradurre il concetto di merce fittizia in quello di “bene comune”. Leggi tutto “A chi serve l’indipendenza della BCE?”
Categoria: In primo piano
I profughi aumenteranno (huffington post 23.2.214)
Come era prevedibile – ma non previsto dall’establishment italiano ed europeo – la situazione dei profughi generata dai conflitti nei paesi del Medio Oriente, del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana è diventata esplosiva. Giorno dopo giorno i flussi in arrivo aumentano e non sono destinati a fermarsi. Ci sono più di sei milioni di profughi che non potranno restare a lungo in paesi devastati da bombe ed esposti a continue incursioni da parte di eserciti e milizie ogni volta diversi. Poi ci sono anche quelli che fuggono da paesi devastati non solo dalle guerre, ma anche da un’estrazione incontrollata di risorse naturali. Leggi tutto “I profughi aumenteranno (huffington post 23.2.214)”
Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015
Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.
In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!
Carta d’intenti
Allego per conoscenza il testo – lievemente modificato – della bozza di “carta di intenti” (così la indicava il mandato affidato dalla riunione dei 221 del 14.12 al gruppo dei 19 incaricato di preparare l’assemblea del 17-18 gennaio) che avevo presentato in apertura della prima riunione del gruppo lo scorso 23 dicembre. Questa bozza è stata stroncata da tutti coloro che sono intervenuti con motivazioni che a mio avviso non avevano alcun riferimento al suo contenuto, incaricando poi Revelli di stenderne un’altra. Preciso che non sono interessato a che questo testo venga messo on-line sul sito de l’Altra Europa insieme al “manifesto” varato dal gruppo assemblea, o a quello Noi l’Altra Europa a firma Gattuso e altri. Non mi interessa la conta delle adesioni (che non prevedo oceaniche per nessuno dei testi proposti). Mi interessa mettere a disposizione alcuni spunti di riflessione per la discussione in assemblea che il tempo a disposizione non mi permetterà probabilmente di esporre a voce con la necessaria precisione. In particolare, dopo aver attentamente seguito il dibattito, e anche i conflitti che si sono dispiegati nelle nostre mailing list nel corso dell’ultimo mese, tengo a sottolineare tre delle ragioni per cui ritengo utile diffondere questo testo a tutti gli iscritti delle mailing list dei 221 e dei referenti territoriali in vista del dibattito della nostra assemblea: Leggi tutto “Carta d’intenti”
Uber: multinazionali e mobilità del futuro
Uber è una multinazionale del trasporto passeggeri creata da Google e finanziata da Goldman Sachs, due delle maggiori potenze economiche del capitalismo finanziario del nostro tempo. Come tutte le società di questo tipo, Uber risponde al modello di business e di impresa imposto dalle forme attuali del capitalismo: una “testa” finanziaria transnazionale e una rete di subappalti che generalizzano il precariato in tutte le sue forme, cioè sia come lavoro dipendente che come lavoro autonomo o come impresa. Uber non ha struttura né personale, se non un numero limitato di manager che gestiscono i suoi affari nei diversi paesi in cui opera. Per il resto, utilizza uno stuolo di avvocati per combattere in tribunale chi si oppone al suo business, squadre di programmatori messi a disposizione da Google, i gestori delle carte di credito e poi, da un lato, tante imprese o di singoli operatori di noleggio con conducente (NCC), nella posizione di fornitori del servizio nella versione Uber Black, cioè lusso, con tariffe superiori a quelle dei taxi, da un lato; e qualsiasi persona disposta a mettere a disposizione se stessa e la propria auto, per poche ore, pochi giorni o tutto il tempo, nella versione economica (Uber pop), con tariffe concorrenziali nei confronti dei taxi.
Nel primo caso Uber non assume nessuna responsabilità sulle condizioni (salario, orario, sicurezza, regolarità) alle quali vengono assunti gli autisti delle società di NCC. Nel secondo, chiunque può diventare un operatore di Uber e il controllo sulla sicurezza dei veicoli e dell’autista è interamente affidato alla discrezionalità della società capofila; cioà Uber stessa. Anche per quello che riguarda le tariffe, non esiste alcun controllo pubblico. Vengono determinate da Uber, nella versione pop, con un compenso riconosciuto all’autista di 48 centesimi al minuto, misurati sul cellulare dell’autista, se si degna di farlo. Nella versione Black, la tariffa è del tutto discrezionale, tranne che per alcuni percorsi fissi. In entrambi i casi, a riscuotere la tariffa, tramite prelievo dalla carta di credito del cliente, è Uber. Per questo Uber non è, come pretende di essere, un mero intermediario tra domanda e offerta di spostamenti, né tantomeno, un mero algoritmo immateriale, ma un vero e proprio fornitore di servizi. Che però non è soggetto alle regole a cui tutti gli altri devono sottostare.
Di fatto, con questo modello di business, l’obiettivo di Uber non può essere che l’occupazione di tutto lo spazio del trasporto a domanda urbano ed extraurbano, e il raggiungimento, con un dumping reso possibile dalla sua potenza finanziaria, di una posizione monopolistica in ogni città. Perché, una volta espulsi tutti i taxisti e gli operatori indipendenti di NCC, questo permetterà a Uber di imporre ai passeggeri le condizioni che vorrà. Si tratta in altre parole di un progetto di privatizzazione e di deregolamentazione totale del trasporto a domanda, senza nemmeno ricorrere a un passaggio di mano, ma semplicemente minando dal basso le condizioni operative dello stesso. Leggi tutto “Uber: multinazionali e mobilità del futuro”
I PUGNI IN TASCA
Il primo a parlarne – anzi a twittarlo – è stato Matteo Renzi: vado in Europa per battere i pugni sul tavolo. Perché? Perché inverta rotta rispetto alle politiche di austerità. Barbara Spinelli gli aveva subito risposto a nome della lista L’altra Europa con Tsipras: battere i pugni sul tavolo non vuol dire niente; bisogna avere un progetto chiaro su che Europa si vuole e il PD non ce l’ha; per questo continuerà a “navigare” a rimorchio delle Larghe intese (Merkel-Schultz) tedesche ed europee.
Quei pugni Renzi non li ha battuti: ha supplicato la Merkel di concedergli uno 0,2 (zerovirgoladue) per cento in più nel rapporto deficit/pil rispetto a quello che la Commissione europea ha deciso che ci spetti: il che gli avrebbe forse permesso di trovare una piccola copertura meno aleatoria per il suo bonus da 80 euro, ma non certo di cambiare politica economica (i famosi “compiti a casa”: Renzi ha assicurato la Merkel che li avrebbe fatti da solo) e meno che mai di togliere il cappio del debito dal collo del nostro paese. Infatti, mentre Renzi piativa quello 0,2 per cento in più, la Merkel gli ingiungeva di cominciare a pensare al Fiscal Compact: cioè alla restituzione di 50 miliardi di debito all’anno, da aggiungere ai quasi 100 di interessi che già paghiamo. Renzi ha fatto finta di non sentire e la Merkel, che conta sul suo appoggio dopo le elezioni europee, non ha, per il momento, insistito. Così tutto è tornato come prima e il governo, con il fido Padoan, ha continuato ad arrampicarsi sugli specchi (del Quirinale) per “salvare” non il paese, ma gli 80 euro che devono far vincere le elezioni al PD. Così quei pugni, invece che sul tavolo, sono rimasti in tasca, scivolando nel dimenticatoio come tutto quanto Renzi ha detto e fatto nel corso degli ultimi anni; sostituiti da nuove rocambolesche promesse.
A risollevare la bandiera dei pugni battuti sul tavolo, lasciata cadere da Renzi, ci ha pensato Beppe Grillo (anche in questo i due si assomigliano sempre più), immemore degli avvertimenti amichevoli di Barbara Spinelli. Lo ha fatto con una canzoncina abbastanza stupida e brutta, che diventerà il refrain del movimento Cinque stelle, accompagnata da una coreografia di gente che batte i pugni sul tavolo. Gente arrabbiata, come tutti noi (tranne quelli che con la crisi ingrassano). Ma dove portano tutti quei pugni, tutti quei tavoli e tutta quella rabbia? A niente, come tutto quello che dice e fa il movimento Cinque stelle. Quei pugni possono tranquillamente rimetterseli in tasca anche loro. In particolare in queste elezioni europee. Perché quel movimento in Europa non ha alleati né partner (siederà nel Parlamento da solo); non ha un candidato alla Presidenza della Commissione; non ha un programma per l’Europa (pensa solo a una sua affermazione nei confronti del PD in Italia); non ha coerenza di proposte né coesione interna (cosa resa evidente dalla emorragia di parlamentari che il movimento sta subendo; o imponendo); non sa nemmeno se vuole restare in Europa (chiedendo gli eurobond e una Banca che sia prestatore di ultima istanza) o uscire dall’Euro (il che non gli restituirebbe certo un prestatore di ultima istanza: la Banca d’Italia non lo è più dagli anni ’80). Ma si tratta di due alternative – posto che il ritorno alla lira abbia senso – che avrebbero comunque bisogno di un intero bagaglio di misure collaterali, tali da configurare due veri e propri programmi contrapposti: il ritorno alle sovranità nazionali e alle guerre commerciali da un lato; un vero governo federale, democraticamente eletto e fondato sulla solidarietà, dall’altro. Ma su entrambi i versanti l’elaborazione programmatica del movimento Cinque Stelle è prossima allo zero. Leggi tutto “I PUGNI IN TASCA”
UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE PER CAMBIARE L’EUROPA
Nella giornata internazionale per la Terra e di fronte all’ennesimo allarme lanciato dall’IPCC, che è un organismo dell’ONU, sulla minaccia che incombe sul pianeta per via dei cambiamenti climatici indotti dall’uso incontrollato dei combustibili fossili, gli uomini e le donne che governano l’Europa – la sua governance – hanno mostrato un encefalogramma piatto. Alla vigilia di una tornata elettorale che stabilirà la composizione del Parlamento e – forse – anche della Commissione europea, nessuno degli uomini e delle donne di punta di questa classe dirigente ha dato segno di ritenere la possibile fine della vivibilità sul nostro pianeta un argomento degno di attenzione, di riflessione, di decisioni. Non ci si può stupire, allora, che la medesima irresponsabilità, prodotta al tempo stesso da ignoranza, cinismo e opportunismo, quella classe dirigente la esibisca nei confronti di una crisi economica ormai in corso da più di sette anni, che sta devastando le vite di milioni di cittadini europei: in modo dirompente nei paesi più direttamente stremati dalle politiche economiche imposte dalle autorità europee, come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo; in modo più selettivo, e solo per questo meno visibile, in tutti gli altri paesi, dove un numero crescente di lavoratori immigrati e nativi sostengono la crescita della produttività e della competitività con salari e condizioni di lavoro cinesi.
La verità è che quegli uomini e quelle donne non stanno lì per governare, ma per farsi comandare dall’alta finanza, che detiene il controllo dei debiti che loro hanno contratto a nostro nome e che in forza dei diritti del creditore impongono politiche che rispondono direttamente ai loro interessi. La fonte di legittimazione dei parlamenti e dei governi si è così spostata dal voto dei cittadini elettori (che non conta più nulla) a quello dei “mercati”, che sono poi un pugno di banche, di assicurazioni e di speculatori che controllano la finanza mondiale. Non sarà certo da tutti costoro che verranno indicazioni per salvare il pianeta dalla incombente catastrofe ambientale. Loro e i loro figli troveranno sempre un angolo della Terra dove mettere al sicuro i loro miliardi esentasse e dove perpetuare le loro vacanze. Quel trasferimento di poteri dai governi all’alta finanza non è stato però un processo “naturale” e inoppugnabile; è stato, e viene tuttora, alimentato in tutti i modi da leggi, provvedimenti e accordi che “politica” e finanza hanno concordato per confermarsi nei reciproci ruoli: non, come si dice, con un processo di “deregolamentazione”, bensì – come ben ha fatto notare Luciano Gallino – con il varo di sempre nuove regole, leggi e trattati, per garantire al capitale un potere incontrastato a livello globale.
Per questo volere una società diversa, più giusta e più compatibile con gi equilibri ambientali del pianeta richiede una sostituzione radicale della classe dirigente: a livello locale, nazionale, europeo e globale. Un obiettivo certo di grande portata e di lunga lena, ma che ci impone di cominciare a perseguirlo e a realizzarlo qui e ora. Quello che la ristrettezza di vedute di tutta la nostra classe dirigente, obnubilata dai compiti che l’alta finanza le impone giorno per giorno, non riesce a concepire, è la stretta interdipendenza tra la crisi ambientale di cui non vuole prendere atto, e la crisi economica – e sociale – di cui non fa che acuire le conseguenze catastrofiche con le misure che impone per affrontarla. Questa interdipendenza è invece immediatamente visibile in chi guarda al futuro invece di ostinarsi a riproporre un eterno presente che ci trascina verso il disastro: è la possibilità di difendere, sostenere ed espandere occupazione, redditi, servizi sociali, salute, istruzione, benessere, libertà, e persino un nuovo modo di lavorare, più conforme alle nostre attitudini e ai nostri talenti.Una possibilità che è indissolubilmente legata, insieme alla liberazione dalle catene del debito pubblico, a una radicale riconversione dell’apparato produttivo in direzione della sostenibilità ambientale; all’abbandono di produzioni che non hanno più mercato; o che lo hanno solo a condizione di un continuo sforzo di vendita per indurre i consumatori a comprare cose di cui non hanno alcun bisogno; o lo hanno solo facendo danno, e grazie al sostegno degli Stati, come le armi da guerra e molte delle Grandi opere devastanti in programma o in corso di realizzazione; o lo hanno solo se si riuscisse a competere con paesi che hanno salari un terzo o un quinto di quelli europei, sfruttamento del lavoro infantile, licenza di devastare l’ambiente e di escludere qualsiasi misura di sicurezza sul lavoro: che è ciò a cui, passo dopo passo, tendono le misure varate dai nostri governi – e dal governo Renzi con la velocità che lo contraddistingue – per sostenere una irraggiungibile “competitività” del sistema Italia. Questa stretta interdipendenza tra le risposte da dare alla crisi economica e quelle alla crisi ambientale rendono finalmente attuale l’utopia concreta che Alex Langer aveva delineato venti anni fa: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.
La tutela dell’ambiente, a livello globale come a livello locale, richiede misure che incidono radicalmente sull’assetto sociale e istituzionale di governo dell’economia: non solo più giustizia ed equità nella ripartizione delle risorse a livello geografico – tra i diversi paesi – e a livello sociale – tra le diverse classi – ma anche e soprattutto autogoverno dei processi di produzione e distribuzione delle risorse: cioè riterritorializzazione al posto di globalizzazione. La rete ha reso possibile la circolazione istantanea dell’informazione su tutto il globo e sempre più, con la riduzione del digital divide, tra tutti gli abitanti della Terra; e le migrazioni hanno ormai trasformato ogni paese e città in entità multietniche, mettendo il tema della convivenza tra diversi al centro delle alternative politiche della nostra epoca; sono entrambi fatti positivi. Ma la “libera” circolazione planetaria delle merci e dei capitali – che si è tradotta in giganteschi processi di delocalizzazione delle attività produttive e in una corsa selvaggia alla competitività che azzera tutte le conquiste realizzate dai movimenti sociali e democratici degli ultimi due secoli e mezzo e in un’aggressione senza remore alle risorse del pianeta e all’integrità dei suoi equilibri – è la vera minaccia che incombe oggi sul tutti noi: sia sulla capacità della Terra di continuare a produrre e a rigenerare le risorse e gli equilibri ambientali necessari alla vita del genere umano che sulla possibilità di conservare i risultati e continuare a perseguire gli obiettivi di due secoli di lotte per la giustizia sociale e per assetti democratici sempre più avanzati.
Il tema della riconversione ambientale delle strutture produttive, sia a livello locale che planetario, va dunque messo al centro non solo di un programma di governo dell’Europa radicalmente nuovo, ma anche e soprattutto di processi di formazione di una nuova classe dirigente europea, capace di garantire a tutti i suoi cittadini e le sue cittadine un cambio di rotta radicale e permanente. Nel definire i primi passi di un processo di ampio respiro come questo i criteri a cui occorre ispirarsi possono essere sintetizzati in pochi punti dirimenti:
1. Non ci può essere vera capacità di governo senza capacità di ascolto. Gli attuali governanti europei, e soprattutto quelli italiani, non prestano più alcuna attenzione alle esigenze e alle aspettative del loro elettorato: prima delle persone, contano per loro le esigenze dell’economia che, nel contesto attuale, non sono che le disposizioni dell’alta finanza;
2. Il meccanismo attraverso cui si seleziona una nuova classe dirigente non può che essere quello della partecipazione. Partecipazione alle lotte, alle iniziative di cittadinanza, alle campagne e alle battaglie politiche e culturali; non partecipazione alla vita asfittica di aziende o autoreferenziale di partiti trasformati in trampolini di lancio per carriere e per indebite appropriazioni;
3. Non si parte da zero. Diffusa sul territorio c’è già un’ampia varietà di competenze professionali e di capacità di autogoverno sviluppate sottotraccia in tutti i paesi europei da centinaia di migliaia di cittadini e di lavoratori e lavoratrici in anni di emarginazione dai centri di potere e da ruoli istituzionali. Una nuova classe dirigente deve saper valorizzare queste competenze diffuse di ordine sia tecnico che sociale. Senza mettere al lavoro e valorizzare quello che tutti i cittadini hanno imparato o possono sapere – soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi in contesti di condivisione – per il fatto stesso di vivere o di lavorare in un determinato ambito territoriale non è possibile far emergere né sottoporre a verifica nuovi approcci ai problemi economici e sociali con cui superare l’attuale situazione di stallo e di involuzione della politica e della società;
4. Combinare insieme competenze tecnico-scientifiche e saperi che derivano dalle esperienze condivise dei cittadini e delle cittadine che intendiamo rappresentare è l’obiettivo che ci ha spinto a presentarci alle prossime elezioni sotto le insegne della lista L’altra Europa con Tsipras. I nostri candidati e i nostri parlamentari saranno assistiti, già durante la campagna elettorale e soprattutto una volta raggiunto il Parlamento europeo, sia da team di intellettuali e di esperti che appoggiano la nostra lista, organizzati in base alle rispettive competenze professionali o disciplinari, sia dalle associazioni e dai comitati che l’hanno promossa o che si aggiungeranno ad essa nel corso del tempo. E’ questo un sistema che coniuga la democrazia rappresentativa e quella partecipativa. Sarà il modello di un modo di operare destinato a investire poco per volta tutti gli ambiti in cui ci proponiamo di combattere gli attuali assetti economici e sociali dell’Europa e le loro conseguenze sulle nostre vite e i nostri affari quotidiani. I nostri parlamentari non governeranno l’Europa dei prossimi cinque anni, né saranno forse decisivi per stabilire chi debba farlo. Ma metteranno all’ordine del giorno problemi e soluzioni vere, il resto è affidato alle lotte sociali che si svilupperanno in tutto il continente;
5. C’è, anche tra le nostre file chi queste cose non le ha ancora capite e non cerca di praticarle, continuando a riprodurre una logora riproposizione delle proprie identità perdenti e perdute. Per questo le linee di demarcazione tra chi è con noi, chi è contro di noi e chi va conquistato a una nuova prospettiva sono interamente da ridisegnare nel modo più aperto e solidale.
Intervento al convegno nazionale sul lavoro della lista L’altra Europa. Nova Milanese, 11 maggio
Che cos’è il lavoro nella società dominata dal capitalismo finanziario? Dobbiamo riconoscere che il predominio ormai assoluto della finanza ha cambiato profondamente i tratti fondamentali del capitalismo stesso e con essi quelli del lavoro. Il lavoro tende sempre di più ad essere assimilato a un’impresa, unico soggetto che ha cittadinanza legittima nel mondo d’oggi: un’impresa, ovviamente, individuale.
In base ai principi e alla prassi del pensiero unico e del liberismo imperante, nei rapporti tra lavoratori assimilati a imprese individuali deve vigere la piena concorrenza: ogni lavoratore deve considerarsi in competizione con tutti gli altri per accaparrarsi un posto di lavoro – o un lavoro – o per realizzare un progresso di carriera a spese dei suoi colleghi o compagni; o per difenderlo a spese degli altri se sono in vista dei licenziamenti o dei ridimensionamenti produttivi. Questa competizione di tutti contro tutti è il rovesciamento integrale del principio di solidarietà su cui è stata costruita l’intera storia del movimento operaio. Di qui l’obiettivo di abolire la contrattazione generale e, se possibile, anche quella aziendale, per sostituirla con una contrattazione individuale: da impresa a “impresa”.
L’ideologia con cui si giustifica questo rovesciamento è quella del merito: chi progredisce, o anche semplicemente non arretra, lo fa perché è più meritevole degli altri; chi resta o precipita in fondo è responsabile della propria condizione. I favoritismi, in questa concezione, sono solo una riprovevole eccezione a questa regola universale. Ma chi giudica del merito? La gerarchia preesistente: il capo, il manager, il padrone, la banca, il partito, l’amministrazione, ecc. Una gerarchia che non può per definizione essere stata costruita in base al merito: la gerarchia precede il giudizio sul merito.
Per questo l’ideologia del merito è in realtà un meccanismo di promozione del servilismo e dell’accondiscendenza: va avanti, o non resta indietro, chi si conforma maggiormente alle pretese della gerarchia: la competizione universale di tutti contro tutti, trasferita dall’impresa al mondo del lavoro, è la promozione universale del servilismo e della rinuncia alla propria dignità. Per questo la parola d’ordine “Indignatevi” e la rivendicazione della propria dignità sono le premesse esistenziali e culturali di ogni processo di riscatto.
La trasformazione del lavoro in impresa e del lavoratore in imprenditore di se stesso non riguarda solo l’universo sempre più ampio del lavoro precario, delle partite Iva, vere o false che siano, delle collaborazioni, dei contratti a termine, ma investe lo stesso lavoro dipendente a tempo indeterminato (quando ancora c’è), dove ogni lavoratore viene messo in competizione con gli altri all’interno della stessa impresa e valutato in base al “capitale umano” di cui è detentore.
Ma gran parte di quel “capitale” non è individuale; è il frutto della cooperazione; e si dissolve irrevocabilmente quando le maestranze si disperdono, come sta accadendo in tutte le imprese che chiudono, delocalizzano, licenziano o sospendono la produzione per periodi prolungati.
Questi processi di competizione e di precarizzazione investono ovviamente anche il mondo delle imprese: scompaiono i grandi agglomerati produttivi, che erano grandi concentrazioni di lavoro e di lavoratori, sostituiti da una rete mobile, aleatoria e sempre più delocalizzata di fornitori e subfornitori che dipendono da un unico centro di comando multinazionale, sempre più finanziarizzato. Quei fornitori e subfornitori possono essere sostituiti in ogni momento. Il lavoratore viene così esposto a una duplice precarietà: quella relativa ai suoi rapporti con l’azienda che lo occupa o che ne è il committente, e quella relativa al rapporto dell’azienda con la supply-chain, la catena di subfornitura, in cui è inserita.
Questo crea una gigantesca dispersione del lavoro tra ruoli, imprese, catene di subfornitura e soprattutto territori, paesi e continenti diversi. Il che rende pressoché impossibile la sua ricomposizione di fronte a una controparte comune, che sfugge sempre di più alla possibilità di aprire un conflitto nei suoi confronti. L’indebolimento del lavoro rispetto al capitale e allo Stato, e la stessa crisi di adesioni che le organizzazioni sindacali attraversano in tutto il mondo, sono una delle principali conseguenze di questo processo.
Una ricomposizione politica, e prima ancora sociale e culturale, ma anche esistenziale, del lavoro non può quindi svilupparsi che a livello territoriale (senza per questo trascurare nessuna altra strada, comprese quelle già battute del sindacalismo conflittuale). Ma è sul territorio che si possono ricomporre i rapporti diretti tra lavoratori appartenenti a filiere produttive differenti o non direttamente intrecciate, tra lavoratori più o meno stabili e lavoratori precari, tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è nativo e chi è immigrato, tra i loro familiari, ecc.
Un sindacato che si limita alla difesa dei lavoratori sul posto di lavoro, anche se lo fa in forma rigorosa – e non è questo che succede nella maggioranza dei casi – è strategicamente perdente. Anche il tentativo di mettere insieme lavoratori stabili e precari su basi esclusivamente sindacali è destinato all’insuccesso. I tentativi della Fiom in questa direzione si avvantaggiano del fatto che sotto la sua tutela convive sia quasi tutto ciò che resta della grande e media impresa industriale, sia quei grandi serbatoi di precariato che sono i call-center, inclusi, non si sa perché, nel settore metalmeccanico. Ma questo non è bastato per unire in un solo fronte di lotta lavoratori “fordisti” e precari “postfordisti”.
Per questo la Fiom fin dalla manifestazione del 16 ottobre del 2011 ha cercato di farsi anche “soggetto sociale” tra altri soggetti sociali e promotrice di una loro aggregazione. Purtroppo questa indicazione strategica ha avuto un percorso molto accidentato e controverso a livello nazionale (l’accusa è naturalmente quella di voler “farsi partito”), ma anche pochissimi tentativi di traduzione a livello locale: cioè territoriale, là dove si gioca veramente la partita.
Riterritorializzare il conflitto ma soprattutto il progetto di difesa del lavoro e di promozione di un diverso indirizzo economico e produttivo richiede il coinvolgimento di tutti i soggetti presenti sul territorio: oltre al sindacato, le associazioni di cittadinanza, il volontariato, le università e i centri di ricerca, il mondo della scuola e della cultura, le comunità etniche e religiose, la piccola imprenditoria; ma, soprattutto, il governo locale. Un coinvolgimento su un progetto concreto, definito innanzitutto – ma non, ovviamente, in modo esclusivo – su basi territoriali, a partire dalle risorse naturali, umane e tecnologiche presenti sul territorio, che mettano al centro del programma la compatibilità e la sostenibilità ambientale.
Tutto ciò, per cominciare, a partire dalla rivendicazioni di interventi drastici nei confronti della aziende che chiudono, si ridimensionano o delocalizzano. Non è più possibile continuare ad affidare le loro sorti al governo, che interviene con un “tavolo”, per lo più fittizio, impegnato a trovare per ciascuna azienda una nuova proprietà (un nuovo “padrone”) e un nuovo “piano industriale”, anch’esso per lo più fittizio.
Questi piani di riconversione, compresi gli obiettivi di mercato, devono essere elaborati, per lo meno nelle loro linee generali, dalle forze presenti sul territorio e diventare oggetto di vertenze specifiche che le coinvolgano nella loro interezza, mettendo in campo tutte le competenze tecniche, scientifiche e sociali disponibili – e sono molte – presenti sul territorio, o anche altrove, senza escludere la requisizione degli impianti, o il loro esproprio, se si rendono necessari.
Non è un progetto di autogestione della fabbriche abbandonate da parte delle loro maestranze: con poche eccezioni quelle maestranze non hanno né la forza né la capacità di farsi carico di un progetto così ambizioso, anche quando sanno che l’alternativa è la disoccupazione. Occorre che a farsene carico sia la comunità di riferimento nel suo insieme – grande o piccola che sia – attraverso processi di partecipazione diretta al governo – o al co-governo – del territorio e della sua base produttiva.
La riconversione ecologica è questa: sostenibilità ambientale delle produzioni, perché sono le uniche che hanno un futuro in un mondo che sconterà in misura crescente e sempre più rapida il deterioramento ambientale e climatico. Ma anche, e soprattutto, riterritorializzazione delle produzioni e degli sbocchi di mercato – nei limiti, ovviamente della fattibilità – contro la corsa al sempre peggio indotto dalla competizione universale di tutti contro tutti e dalla globalizzazione. Ma anche partecipazione, cioè democrazia da basso – integrata e non contrapposta – agli istituti della democrazia rappresentativa.
Per questo la cosiddetta green economy esprime una visione parziale della riconversione; guarda ai prodotti e ai processi produttivi, ma non alle forme di comando e, soprattutto, non alla valorizzazione delle risorse naturali, umane e tecnologiche dei territori. E a volte sogna la trasformazione del territorio in un ambiente agropastorale e/o culturale (ma a scopo turistico), senza cogliere l’importanza di partire dal patrimonio produttivo che c’è e che rischia l’abbandono, aumentando la dipendenza da chi ancora produce e inquina in modo tradizionale.
C’è un nesso diretto tra le misure che il nostro raggruppamento propone per cambiare radicalmente l’Europa – condono e/o mutualizzazione del debito pubblico, riforma del sistema bancario, lotta al dominio della finanza, fine delle politiche di austerity – e i processi di riappropriazione del territorio e dei suoi beni comuni, a partire dai servizi pubblici locali e dal tessuto produttivo in crisi.
Questo nesso è la conversione ecologica: quei processi non sono possibili senza quelle misure; quelle misure non avrebbero alcuna efficacia se non vengono innescati anche quei processi; non si vincerà in Europa se quelle misure non verranno sostenute da lotte e iniziativa dal basso sempre più radicali nei territori; però questi conflitti devono avere anche l’effetto di attribuire peso crescente alla loro rappresentanza nelle istituzioni europee. E nel mondo.
Fare default non vuol dire lasciare l’euro
Dal 2009, anno in cui il premier Papandreou ha dovuto dare conto dello stato comatoso delle finanze della Grecia, che i governi precedenti avevano “nascosto” – ma che non era certo un segreto per chi l’aveva fatta indebitare fino al collo per vendergli le sue merci, le sue armi, i suoi mastodontici impianti per le olimpiadi, incassando poi anche gli interessi sui crediti concessi: Francia e Germania in testa – quel paese ha ristrutturato due volte il suo debito.
Cioè ha fatto due volte default, con il consenso – meglio sarebbe dire, su imposizione – della Troika e soprattutto del governo tedesco. Quei debiti sono anche il frutto della corruzione dei governi greci, come da noi sono il frutto di vent’anni di malgoverno italiano; ma in entrambi i casi quei governi sono stati tenuti in piedi proprio dagli Stati forti dell’Unione per continuare a fare i loro affari; e vengono tenuti in piedi anche adesso per spennare i cittadini dei paesi vessati dal malgoverno. Sono loro, non noi, a essere vissuti “al di sopra delle proprie possibilità”, come ci viene invece rinfacciato tutti i giorni, per attribuirci la causa di una crisi che solo loro hanno provocato.
In ogni caso, la ristrutturazione del debito greco era insufficiente e tardiva: qualche anno prima avrebbe potuto sortire un effetto; fatto in ritardo, e solo per rinviare un inevitabile crack, non ha certo risanato le finanze della Grecia, il cui debito ha continuato ad aumentare mentre il PIL precipitava. Però, in cambio di quel taglio, è stata imposta alla Grecia la svendita di tutte le imprese pubbliche e di tutti i beni comuni del paese (una cosa che i sindaci italiani, strangolati dal patto di stabilità interno, conoscono bene); senza con questo portare il minimo contributo alla riduzione del debito e della montagna di interessi che gravano su di esso.
In compenso il tessuto produttivo della Grecia è stato azzerato, migliaia di dipendenti pubblici e di lavoratori del settore privato sono stati licenziati, la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti, il salario di quelli rimasti e le pensioni sono state dimezzati, il servizio sanitario nazionale è stato ridotto all’osso, le medicine sono sparite, la mortalità infantile è raddoppiata, Università e televisione pubblica sono state chiuse (restano aperte solo quelle private), milioni di inquilini sono stati sfrattati, gran parte della popolazione è alla fame e si nutre con i doni o le svendite degli agricoltori che portano in città i loro prodotti invenduti, oppure frugando nei cassonetti della spazzatura e così via.Però i ricchi non sono mai stati così bene: non pagano le tasse e vivono con i profitti dei capitali esportati. Leggi tutto “Fare default non vuol dire lasciare l’euro”
Ricostruire l’Europa
L’Europa sta marciando verso la sua dissoluzione. A spingere verso il baratro l’Unione e, insieme a lei – uno a uno o tutti insieme – la maggioranza dei paesi membri, sono i falsi europeisti e una cultura formalmente “liberista”, ma in realtà ragionieristica e statalista che la governano nell’ interesse di un pugno di grandi banche di affari, di assicurazioni, di fondi di investimento, di grandi società multinazionali, di speculatori privati che ormai controllano la metà della ricchezza dell’intero pianeta. La catastrofe a cui va incontro l’Unione la si vede innanzitutto ai suoi confini: nell’impotenza dimostrata nella crisi ukraìna (analoga a quella di un ventennio fa nella crisi jugoslava), ma anche nell’inconsistenza della sua politica nei confronti del conflitto tra Israele e Palestina, delle trascorse primavere arabe, del disfacimento di una Libia ormai preda di anonimi “signori della guerra”, del conflitto sociale in Turchia, ed altro. L’arma che l’Unione europea avrebbe dovuto usare e non ha messo in campo non è solo una chiara linea di condotta diplomatica (che non esiste); è soprattutto un sostegno sostanziale alle forze democratiche in campo, nel nome di una solidarietà capace di attraversare i confini. Ma come potrebbe mai mettere in atto una politica del genere una Unione che non ha niente da eccepire contro forze razziste e apertamente antidemocratiche come quelle al governo in Ungheria, che dell’Unione è paese membro? E che, in nome di una contabilità meschina e atroce, massacra il suo stesso popolo, come ha fatto e continua a fare in Grecia; e come sta facendo con Italia, Spagna e Portogallo? E che chiama questa politica una medicina, come ha fatto anni fa con la Grecia il nostro ministro Padoan, che si appresta a somministrare anche a noi lo stesso trattamento?
Quale trattamento? L’”austerity”: che in Italia significa, già oggi, pareggio di bilancio (la negazione di tutta la migliore scienza economica del secolo scorso): un obiettivo inattuabile, ma inserito lo stesso nella Costituzione per dare una dimostrazione pratica che della Costituzione ce ne si può e ce ne si deve fregare. Ma a partire dal 2015, “austerity” vorrà dire anche cominciare a restituire alle banche il mostruoso debito pubblico italiano (oltre 2100 miliardi) che si è andato accumulando esclusivamente sommando anno dopo anno gli interessi che i creditori hanno maturato prestando denaro allo Stato. Questo significa estrarre dalle tasche di chi paga le tasse (e non certo da quelle degli evasori), quasi cento miliardi all’anno per pagare gli interessi sul debito e, dall’anno prossimo, altri cinquanta miliardi all’anno, per vent’anni, per restituirne una parte: insieme, ogni anno, un decimo del PIL italiano. A queste condizioni il debito pubblico italiano, come quelli della Grecia (che ha già fatto default due volte, anche se nessuno lo dice), del Portogallo e domani di diversi altri paesi dell’Unione, sono insostenibili e portano diritto e filato al crack. Nessuno degli economisti appesi come a un cappio al mito reazionario della crescita del PIL come unica via da seguire per “sanare” i bilanci (cioè per continuare a ingrassare banche, speculatori ed evasori seduti, nei loro paradisi fiscali, su una montagna di denaro che non sanno più come impiegare) ha finora provato a spiegare come è possibile, non dico “rilanciare la crescita”, ma tenere in piedi il tessuto produttivo e sociale di un paese, con una simile pietra al collo. E magari, quegli stessi economisti si chiedono come mai la diseguaglianza sociale continua ad aumentare. E ci spiegano che è colpa di lavoratori, disoccupati, giovani e pensionati che continuano a “vivere al di sopra delle loro possibilità”…
Ma le elezioni europee sono alle porte e, anche se L’Europarlamento conta poco, i partiti che vogliono tornarci per farlo contare sempre meno sono proprio quelli che hanno sostenuto a spada tratta l’austerity per anni. Che però è impopolare e fa perdere voti; per questo quegli stessi partiti ora non perdono occasione per dire che quella medicina era sbagliata e che bisogna riprendere (moderatamente) a spendere. Un recente rapporto della Commissione Affari economici del Parlamento Europeo è drastico in questo giudizio; salvo poi ripetere che i vincoli di bilancio vanno mantenuti. Che cosa significa tutto ciò? Significa che si deve spendere qualcosa in più per non perdere le elezioni; per poi recuperare quei fondi da un’altra parte. Gli exploits di Renzi vanno esattamente in questa direzione; per questo difficilmente incontreranno in Europa un’opposizione rigida fino al giorno delle elezioni. Poi si tratterà di far tornare i conti. Di riprendere a fare “i compiti a casa”, per usare l’espressione più stupida che una politica senza più dignità abbia finora inventato, ma che ha costituito l’unica fonte di legittimazione dei governi di Monti e di Letta. Ora Renzi si fa gioco di quell’espressione; ma solo per dire che lui, i “compiti a casa”, li fa da solo, perché è il primo della classe; senza bisogno che glielo ricordi la maestra, cioè Angela Merkel. Infatti, Renzi “regala” (con i nostri soldi) 85 euro al mese a chi ha già un lavoro, e fa spere che li recupererà (li andrà a prendere, dopo le elezioni europee) con la spending review: cioè nella scuola (la sua ministra dell’istruzione ha già fatto sapere che gli insegnanti in Italia sono troppi…), nella sanità, nelle pensioni (anche se per ora nega); ma soprattutto taglieggiando ulteriormente, con il patto di stabilità – come si fa da anni – i Comuni: per costringerli a vendere a banche e privati (largamente foraggiati dalla Cassa Depositi e Prestiti, che amministra i risparmi di milioni di piccoli depositanti) i servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, gase ed elettricità, trasporti, scuole materne e asili, assistenza agli anziani) e i nostri beni comuni (suoli, edifici storici, fabbriche, caserme e aree dismesse, spiagge e quant’altro). Ma soprattutto Renzi compensa il mondo confindustriale, che voleva appropriarsi anche di quegli 85 euro, rendendo permanente e obbligatorio il lavoro precario. I “compiti a casa” fatti da Renzi “da solo” non sono meglio di quelli dettati dalla maestra; che comunque resta sempre là a vigilare.
La risposta più grottesca a questo modo di procedere, ma anche la più “popolare”, che per questo dà la misura del degrado culturale (una vera e propria “dittatura dell’ignoranza”) in cui l’ideologia liberista ha fatto precipitare l’opinione pubblica è “l’uscita dall’euro”; il recupero della sovranità monetaria per riprendere, ciascuno per conto proprio, la via della “crescita”. La parola magica è “svalutazione”: una misura che l’euro non consente e la BCE non persegue. Svalutando una moneta tornata nazionale, si dice, riprenderanno le esportazioni e con esse gli investimenti, l’occupazione, i salari e il PIL, così da ripagare anche interessi e debito (che nel frattempo sarà raddoppiato, perché resterà contabilizzato in euro sempre più rivalutati). Ma se tutti i paesi che escono dall’euro (posto che sia fattibile) competono a chi svaluta di più, le esportazioni non aumenteranno e a subirne le conseguenze sarà il potere di acquisto dei salari. D’altronde, le imprese italiane che si sono attrezzate per “competere” sui mercati globali hanno continuato a esportare nonostante l’euro. Quelle soccombenti – e sono tante! – hanno ormai perso la gara, non solo in termini di salari (più di tanto, infine, non si possono abbassare) e di tutela di ambiente e salute; ma soprattutto in tecnologie: con i fondi per la ricerca azzerati o finiti nelle tasche dei baroni universitari è difficile reggere anche nei confronti delle economie emergenti, che la ricerca la finanziano, eccome! Ma la pretesa più ridicola dei fautori dell’uscita dall’euro è l’dea che in questo modo la Banca centrale (in questo caso la Banca d’Italia) torni a essere “prestatore di ultima istanza”: cioè torni a finanziare una spesa pubblica in deficit, invece di farla finanziare da banche nazionali e internazionali, che poi impongono la loro volontà al governo. Dimenticano, costoro, che il primo paese a negare alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza (con il fatidico “divorzio” tra Governo e Banca d’Italia, che ha fornito il modello allo statuto della BCE) è stato proprio il nostro paese. E non per sbaglio, bensì per creare un vincolo insormontabile all’aumento dei salari e della spesa per il welfare. Se ora, tornando alla lira, tocca poi fare anche una battaglia in Italia per annullare quel “divorzio”, tanto vale sferrare la battaglia direttamente in Europa, dove potremo trovare al nostro fianco, se non i governi dei paesi dell’Europa del Sud (Francia compresa), certamente le forze decise a incalzarli su questo terreno. E non solo nel futuro Parlamento europeo, ma, cosa ben più importante, nelle lotte e nelle iniziative sociali e culturali contro l’austerity e le sue conseguenze.
L’Unione europea va dunque ricostruita dalle sue fondamenta (che sono quelle della Carta di Ventotene), come se fosse uscita, o dovesse uscire, da una guerra. Una guerra combattuta questa volta non con gli eserciti, le bombe e i carri armati, ma con le banche, il debito e gli spread. Che cosa significa questa asserzione? Significa che l’Europa che dobbiamo proporre a coloro cui chiediamo di ascoltarci, per definirne i connotati insieme a loro e con loro costruire e assemblare le forze per imporla, è un’Europa democratica (con un Parlamento che ne riformi la costituzione per rendere effettivi i propri poteri e i diritti di tutti); federale (non di un federalismo tra Stati o Regioni, ma tra autonomie locali – Comuni e territori – capaci di imporre le proprie esigenze ai livelli superiori di governo); pacifica (attrattiva per tutte le forze democratiche dei paesi sopraffatti da guerre civili o dittature); fondata sulla partecipazione della cittadinanza attiva (che può esercitarla in forme efficaci soltanto a partire dalle istituzioni di prossimità; cioè, ancora una volta, dai Comuni); orientata alla sostenibilità ambientale (cioè a una radicale riconversione produttiva, che è l’unica strada per garantire occupazione, reddito, salute e istruzione alla stragrande maggioranza della popolazione); inclusiva (che non trascura gli ultimi per privilegiare i penultimi, perché sa che in questo modo non si fa che dividerci e lasciare il campo libero alle forze dell’oppressione e dello sfruttamento); creativa (perché il lavoro libero, e liberamente scelto, è il solo a produrre innovazione, benessere e valorizzazione di quanto di meglio ciascuno può volere per sé e può dare agli altri).
