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La sostenibile leggerezza della riconversione (“Quale energia”, n.2 aprile-maggio 2012)

Inserito da on Giugno 1, 2012 – 2:21 pmNo Comment

 L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate prevalentemente per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che biologiche e alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. È un’illusione: anche se fosse possibile affrontare così una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.

Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma nelle recenti riunioni COP, Durban (2011), Cancun (2010) Copenhagen (2009) non è successo praticamente niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha rinunciato – a causa della crisi finanziaria – a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto molto da dire). Ma se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo un decimo dell’attenzione dedicata allo spread, probabilmente il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza per costringere i rispettivi governi a prendere provvedimenti immediati.

A livello locale il nostro paese – ma anche il resto d’Europa – viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nel provocare disastri che non hanno altra origine che l’incuria e il profitto, e che mille “piccole opere” di salvaguardia del territorio (invece di poche “Grandi opere” che concorrono al suo dissesto) potrebbero invece prevenire. Ma questi problemi non si trova la minima traccia nei discorsi ufficiali degli ultimi anni (compresa la presentazione in Parlamento del governo Monti, dove la parola ambiente non è stata mai nemmeno nominata). La cultura ambientale, che è ormai “scienza della sopravvivenza”, è fuori dal loro orizzonte. Eppure potrebbe e dovrebbe essere una bussola per la riconversione del sistema economico (e di ogni prodotto che usiamo o consumiamo, dalla culla alla tomba). Perché, oltre a contribuire a salvarci dai disastri, rappresenta un’opportunità unica per difendere e promuovere l’occupazione e per salvare impianti, competenze e capacità produttive di imprese che ogni giorno vengono chiuse, vuoi per delocalizzazioni, vuoi per crisi di mercato, vuoi per speculazioni selvagge. Per questo bisognerebbe mettere al centro del programma di governo una politica industriale, una vera politica agroalimentare, una politica di salvaguardia dell’ambiente, un piano per l’occupazione. Cambiare il mondo si può. Quando gli Stati Uniti sono entrati nella seconda guerra mondiale, in pochi mesi hanno convertito l’intero loro apparato produttivo (il più potente del mondo) per far fronte alle esigenze della produzione bellica. Poi lo hanno di nuovo convertito (sempre in poco tempo, anche se solo parzialmente) per fare fronte alle aspettative della pace.

Oggi siamo di fatto in guerra contro una minaccia altrettanto se non più mortale: quella dei cambiamenti climatici. Ma la resa dei conti sta per arrivare e chi si sarà attrezzato per tempo si troverà meglio; o meno peggio. Per questo la crisi ambientale offre all’economia delle opportunità e impone dei vincoli. Le opportunità sono note: sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, per la qualità e la disponibilità di risorse primarie; e sono le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; e le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; perché i territori sono diversi uno dall’altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità. Ma i vincoli sono altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell’ultimo secolo – dall’edilizia all’automobile, dagli armamenti all’utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari – non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile.

Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come, per chi e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al “mercato”: cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere e soprattutto di rispondere correttamente a tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.

Inoltre, oggi la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro – qualificato e no – che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, riduzione dei redditi, compressione del welfare. Questo processo ha investito tutti i settori e tutta – o quasi – la gamma delle produzioni; ma, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti “beni-salario”. Nel corso degli ultimi decenni sono anche venute meno molte leve tradizionali di politica economica: gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di sconto e dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell’Unione Europea e soprattutto dell’eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori – e anche creatori – di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti. Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti – diluendoli o moltiplicandoli – su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime); e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese. Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui spesso si propone di stimolare la produzione e, con essa, l’occupazione.

Una politica industriale che faccia i conti con la globalizzazione e con la crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili, richiede una riconversione delle fabbriche dove esistono impianti, attrezzature e knowhow adeguati, alla produzione di impianti per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili per la microcogenerazione; o di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo. E interventi su edifici e macchinari per eliminarne le dispersioni energetiche. Occorrerà poi restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un’agricoltura meno dipendente dal petrolio e un’alimentazione meno dipendente da derrate importate: una operazione da mettere in cantiere avviando una nuova leva di giovani ad attività agricole e agronomiche ad alta intensità di innovazione e di lavoro qualificato, che potrebbe cambiare l’aspetto fisico dell’intero paese. Analogamente occorrerà intervenire sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi e producono cultura, salute e occupazione. Ma ci vorrà anche una revisione generale dei modelli di consumo e degli acquisti quotidiani: il passaggio, per quanto è possibile, da forme di consumo individuali, fondate sullo spreco e l’emulazione, a forme di consumo condiviso: per gestire rapporti diretti con il produttore (come fanno oggi, nel loro piccolo, i “gruppi di acquisto solidale”), per ridurre gli imballaggi e il superfluo, per promuovere l’usato e la riparazione e condivisione dei beni guasti o obsoleti.

Tutto ciò non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: cioè di riavvicinamento fisico (“km0”) e organizzativo (riduzione dell’intermediazione affidata al solo mercato) tra produzione e consumo. Sarà un processo graduale, “a macchia di leopardo” e, ovviamente, mai integrale. Ma in essa un ruolo centrale lo giocheranno – e già lo stanno giocando – l’impegno, i saperi e soprattutto i rapporti diretti della cittadinanza attiva, le sue associazioni, le imprese e dell’imprenditoria locale effettiva o potenziale e, come punto di agglutinazione, i governi del territorio: cioè i municipi e le loro reti, riqualificati da nuove forme di democrazia partecipativa. Le caratteristiche di questa transizione sono date dal passaggio, ovunque tecnicamente possibile, dal gigantismo delle strutture proprie dell’economia fondata sui combustibili fossili alle dimensioni ridotte, alla diffusione, alla differenziazione e all’interconnessione degli impianti, delle imprese e degli agglomerati urbani rese possibili dal ricorso alle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica, a un’agricoltura e a una gestione delle risorse (e dei rifiuti), dei suoli, del territorio e della mobilità condivise e sostenibili.

Per operare in questa direzione è essenziale che i governi del territorio possano disporre di “bracci operativi” con cui promuovere i propri obiettivi. Questi “bracci operativi” sono i sevizi pubblici, restituiti, come disposto dal referendum del 12 giugno 2011, a un controllo congiunto degli enti locali e della cittadinanza, cioè sottratti al diktat della privatizzazione. Per questo le risorse necessarie alla conversione ecologica dovrebbero essere restituite agli enti locali e sottoposte ad adeguati controlli, non solo di legalità, ma soprattutto di legittimità, ad opera della cittadinanza attiva.

Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione della concorrenza, ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ma è l’unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell’occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell’occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti. La politica salariale della Grecia (salari minimi giunti ormai vicino al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.

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