Società del lavoro o società della cura?

I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labour), tortura (travail), servitù (arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la sua negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di un’esistenza privilegiata decretata “dalla natura”.

Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL): salari, profitti e rendite.

Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale. Espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento, mentre i lavoratori sono “persone” immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione.

Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato).

La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile.

Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nella dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori, ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione.

Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro?

Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticati migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto, ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile e inutile.

La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta.

Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega: gli uomini, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita.

Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prendere atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice, ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto.

Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona.

E’ chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque, anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati.

Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti.

Tratto dalla relazione presentata all’incontro “Democrazia della cura e cura della democrazia” del 24 maggio 2026 alla quinta Festa dell’economia solidale, SOLIDALIA 2026

Per una pace con la terra. Disarmata e disarmante

“Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo. E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica?

Di tutto. Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il Tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato sì come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a  subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune.

“Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni; quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato. Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire.

Nell’enciclica Laudato sì tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica.

Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della technoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente.

L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito: la Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro. In mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica. A cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità).

Leone ammette sì l’importanza di “quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”. Ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria). Che va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui:  processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi del l’intelligenza artificiale.

Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto  buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”.

Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi. Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano.

Convivere senza uno Stato

In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini, maschi e femmine, sono coinvolti direttamente o indirettamente nelle attività militari.Nonostante l’impegno ammirevole di alcune organizzazioni, per lo più israelo-palestinesi contrarie Oggi, dopo la ripresa della guerra all’Iran e al Libamo (quella contro Gaza non è mai cessata), i sondaggi dicono che tra il 78 e il 92 per cento dei suoi cittadini approva l’operato di Netanyahu, condivide le guerre che ha scatenato e ritiene necessario che si “finisca il lavoro”. Finire il lavoro significa eliminare i palestinesi dai territori occupati e da Gaza: sterminandoli, terrorizzandoli, deportandoli o costringendoli a fuggire altrove; sistemi che, alternati o abbinati nel corso degli anni, erano iscritti fin dall’inizio nelle parole che hanno presieduto alla costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. La Palestina doveva essere o deve diventare una terra senza popolo. Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro: delle persone e del territorio. Ma nei prossimi anni, quale che sia l’esito di quella guerra guerreggiata contro una popolazione inerme, balzeranno in primo piano le sue conseguenze: su quella terra “senza popolo” dovrà sopravvivere una popolazione in larga parte invalida, terrorizzata, debilitata dalla denutrizione e dalla mancanza di cure, soprattutto quelle sottratte ai bambini di oggi: un’intera generazione senza salute, senza istruzione di base, senza casa, senza istituzioni di riferimento, senza edifici che ne tramandino la memoria.

Ma non ci sarà vittoria per chi si è reso responsabile di questo scempio. Nelle guerre non vince mai nessuno. Nella diaspora ebraica – che per anni ha avuto in Israele un punto di riferimento, spesso “passando sopra” le evidenze di un percorso dall’esito e dalle premesse sempre più chiare – si è ormai aperta una frattura incolmabile che non tarderà a riproporsi tra la popolazione di Israele mano a mano che si faranno sentire le conseguenze economiche, sociali, morali e materiali, di questo stato di guerra permanente. Soprattutto quando diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare al più presto, costi quel che costi, non avrà mai termine; che la strada intrapresa non ha sbocco; che uno stato di guerra sempre più intenso e generale non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali di cui si può godere. E’ quello che è stato chiamato “il suicidio di Israele”, la sua dissoluzione: che può tradursi in uno scontro tra fazioni che lo investa dall’interno, mettendone a rischio l’esistenza in un contesto privo di molti degli amici su cui era abituato a contare; oppure, in alternativa, nell’esperimento di un ritorno alle origini: quelle di un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare, ma da condividere pacificamente con la popolazione che lo abita da secoli: una confederazione di comunità e di reti in parte miste (dove possibile), in parte costituite su basi etniche, ma comunque aperte e disposte a convivere pacificamente.

Certo è difficile anche solo pensare a un esito simile; ma, riflettendoci, appare comunque una prospettiva più sensata e realistica di quella di “due popoli e due Stati”: uno ricco, armato fino ai denti, ben inserito nel contesto internazionale; l’altro povero, devastato, sovraffollato dal ritorno dei tanti esuli, privo di continuità territoriale, disarmato e depredato delle sue risorse più importanti. Ma è anche più realistica dell’utopia di uno Stato unico: e non solo per i problemi, comuni anche alla soluzione senza Stato, di una convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi (anche se il lavoro di pochi in questo ambito è straordinario e se le donne potranno in futuro giocare un ruolo determinante per rovesciare la situazione); ma soprattutto perché Stato significa tante cose indivisibili: un nome (quale?), delle strutture burocratiche, delle armi (in questo caso anche atomiche), un esercito, degli impianti, dei saperi esclusivi, una valuta e molte altre cose. Difficile pensare che chi le controlla oggi possa accettare di condividerle alla pari. Meglio dunque dissolverle, ove possibile, o neutralizzarle sotto il controllo di una entità internazionale super partes (un nuovo mandatario) che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che lo sta distruggendo.

Se il primo modello di convivenza di comunità moderne senza Stato comparso sulla scena internazionale è stata la Confederazione democratica del Rojava, sorta in condizioni di gravissime difficoltà, la prospettiva di una confederazione democratica dei popoli della Palestina, che certamente avrebbe da affrontare difficoltà ben maggiori, potrebbe tracciare però, proprio per questo, la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso difficile anche solo da concepire, ma ineludibile per chi intende lavorare a una reale alternativa all’assetto sociale attuale, in cui gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori o il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio, dal patriarcato al razzismo e al capitalismo, quanto delle forme più devastanti di violenza: dalle guerre tra Stati e quella contro l’ambiente e la Terra.

Dare il voto alle auto?

“La tua auto voterebbe per noi”. Così, alla vigilia delle elezioni in Baden Wurttemberg, il partito nazista Afd (perché poi “neo”?) della Repubblica Federale Tedesca ha trasformato le automobili in elettori e i cittadini in delegati dei rispettivi veicoli (in Italia dobbiamo quindi aspettarci che le nostre auto votino sì al Referendum…).

Il problema è che l’industria dell’auto è in difficoltà in quasi tutto il mondo: consuma, sia quella termica che quella elettrica, troppo spazio, risorse, energia, tempo e salute. E in Germania più che altrove, perché è stato ed è ancora il settore fondamentale del suo sviluppo e ha puntato troppo sulla permanenza della propulsione termica che le politiche climatiche hanno messo ovunque in discussione. La guerra all’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz non faranno che aggravarla. L’Afd ne dà la colpa al governo tedesco e alle politiche ambientali dell’Unione Europea (peraltro in via di smantellamento), anche se sia l’UE che molti Stati membri hanno già imboccato il “piano B”: sostituire all’industria dell’auto come settore portante quella delle armi. Sono supportati in questa scelta dalla moltiplicazione delle guerre innescata da quella in Ucraina, dal montare dello spirito bellicista che le alimenta e ne è alimentato, ma soprattutto dalla incapacità generale di concepire delle alternative. Invece è proprio alle alternative che bisognerebbe pensare. E non da ora. Perché per l’auto privata c’è poco futuro.

L’auto, con la sua tecnologia prima fordista e poi toyotista, ma soprattutto con la sua fame di spazi, tempo e risorse, ha dato la sua impronta al ventesimo secolo: con la brutalizzazione del paesaggio e lo smembramento delle città, invadendo il campo e sostituendosi al trasporto pubblico per farle posto, a partire dalla Germania, anche prima che a questo provvedessero i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Poi con l’individualismo che, proprio a partire dalla strada, non ha fatto che alimentare familismo, ostentazione, competitività, aggressività e possesso (cioè proprietà: ieri indispensabile per avere un’auto a disposizione; oggi del tutto superflua). Le classi popolari, principali vittime di questi processi, li hanno subiti e condivisi senza rendersi conto della direzione in cui le spingevano. I loro rappresentanti, invece di metterle in guardia, li hanno favoriti scambiando la motorizzazione di massa, con tutte le sue implicazioni, per un processo di democratizzazione.

La politica, e con essa le organizzazioni “di sinistra” che si proponevano di cambiare il mondo in direzione di una maggiore giustizia sono rimaste impigliate e imprigionate nella cultura dell’auto, facendosene promotrici (come oggi sono rimaste vittime della cultura della rete e dei social senza nemmeno rendersene conto, ma ben consapevoli di quanto sia difficile sottrarvisi o contrastarla).

Eppure, l’alternativa all’auto privata c’era e c’è: nel trasporto pubblico, ieri come oggi e poi in quello flessibile e condiviso da almeno due decenni, nei veicoli autonomi domani, nella città dei 15 minuti, in un turismo di fruizione e godimento e non di mero consumo dei luoghi. A condizione di adottare – in questo campo come in tutti gli altri – un approccio alle questioni della vita quotidiana che privilegi la condivisione rispetto al possesso, la solidarietà rispetto alla competizione, la sobrietà rispetto all’ostentazione, la partecipazione rispetto al dominio, la quiete della conflittualità quotidiana rispetto alla tempesta della guerra.

Non è mai troppo tardi, anche se a farsi carico di porre il freno al dominio dell’auto sta ormai provvedendo (senza dirlo, anzi fingendo di fare il contrario) il potere in carica oggi, quello dei residui governi democratici, tutti impegnati ad aprire la strada alle forze che nella militarizzazione tanto dell’industria che della vita quotidiana si trovano e si troveranno sempre di più a loro agio.

Antagonismo e solidarietà

Infierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è un crimine; ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel lessico politico, soprattutto nelle varianti di “buonista” e “incattivimento”). Ma è meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova hanno subito 25 anni fa ad opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda. Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. Un ricordo rinfocolato nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso degli anni, non ultima quella ad almeno tre persone non impegnate negli scontri nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino, non segnalate né commentate.

E’ evidente che un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse rivolte dagli organi del Governo e della sua maggioranza a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non, scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati, di essere sostenitori e complici di Hamas, o direttamente terroristi, non ha suscitato nelle nuove generazioni una speciale simpatia per la polizia e i suoi mandanti, asserragliati, con armi, accordi, veti e legittimazione, nel sostegno allo sterminio dei palestinesi.

Certo quella contrapposizione non giustifica una aggressione gratuita, ma può contribuire a spiegarla e comprenderla. Molti di quei giovani vedono nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima ancora che materiale, a cui gli assetti sociali vigenti li condannano. Alcuni non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di decine di migliaia di persone; anzi, pensano che coinvolgerle nello scontro qualifichi in senso di un maggiore antagonismo la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza ma con intenti diversi dal loro; quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada”, (senza prospettiva e senza volontà di averne) in opposizione alla solidarietà con le diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti (quella che Bologna chiama “ricomposizione”).

La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri. L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa.

Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti. Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza, dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo; o nella nostra incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai insegnare, al di fuori – quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta la bandiera di un’alternativa, la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si riconoscono nel nostro linguaggio che sentono impregnato di ipocrisia?

L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non temere – la loro autonomia; aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal conformismo e dalle mode; e spazi di informazione e culturali sottratti al controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due orientamenti possano confluire in una prospettiva comune: come quelli in cui si stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo dall’attuale compagine governativa. E’ una storia che dura da tempo sotto i governi e le amministrazioni più diverse: in nome della proprietà privata, dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti ma l’esatto contrario. La loro offesa.

Un mondo di tutti

A seguito delle decisioni prese al vertice di Abidjan, nei prossimi mesi l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, agenzia dell’Onu, evacuerà (se ci riesce) 15mila profughi detenuti nella Libia di Serraje. Costo previsto, 80 milioni: 5.300 euro a testa. L’Oim calcola che imbottigliati o imprigionati in Libia ci siano da 700mila a un milione di migranti. Evacuarli tutti costerebbe dunque da 37 a 50 miliardi: Più dei fondi, pubblici e privati, che l’Europa ha promesso di mobilitare per il cosiddetto piano Marshall per l’africa; solo l’evacuazione li assorbirebbe tutti. Ma a quei profughi il viaggio fin lì è costato spesso anche di più, senza contare i riscatti pagati dalle famiglie per salvare quelli di loro sotto tortura; il che, aggiungendovi i 660mila profughi sbarcati in Italia dal 2013, ci dà la misura del drenaggio dai paesi di origine, non solo di uomini e donne nel pieno dell’età e del vigore, ma anche di denaro: a beneficio di mafie e bande armate. Leggi tutto “Un mondo di tutti”

Profughi

In Libano ci sono 1,6 milioni di profughi siriani (oltre a 500mila palestinesi, lì da decenni): il 36 per cento (il 48, con i palestinesi) della popolazione; in Giordania ce ne sono 600mila (su 6 milioni di abitanti, oltre a 1,7 milioni di palestinesi). In Turchia 650mila; in Iraq 250mila; in Iran 2 milioni (più tutti gli afgani). Leggi tutto “Profughi”

Dopo il primo maggio

La risposta alla convocazione del May day – che quest’anno univa a Milano, in un’unica mobilitazione internazionale, il tema consueto del precariato e la denuncia dell’Expò – è stata massiccia e articolata. Tantissimi (più di 30.000), quasi tutti giovani; meno birra degli anni scorsi; ben otto bande di “ottoni” da diversi paesi europei. E poi, cordoni di famiglie che occupano la casa, con i centri sociali che le proteggono; centinaia di lavoratori di colore; forte presenza dei sindacati di base, di anarchici, pacifisti, ambientalisti, animalisti (che nel movimento No-expò hanno un punto di forza), degli Lgbt e dei partitini della sinistra,  questa volta ammessi insegne e bandiere. Leggi tutto “Dopo il primo maggio”

I profughi sono già cittadini europei

L’Europa va ricostruita dalle fondamenta, a partire dalla ridefinizione dei suoi confini. L’Europa che c’è ora si sta sfaldando perché è incapace di fronteggiare le tre principali sfide che i suoi popoli devono affrontare: la sfida ambientale (di cui i cambiamenti climatici sono il risvolto più pericoloso); quella economica, che vuol dire reddito, lavoro, casa per tutti e meno diseguaglianze; e quella dei profughi. Leggi tutto “I profughi sono già cittadini europei”