Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi quando i popoli in sofferenza sono tanti?

Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello del mondo intero. Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti internazionali di solidarietà contrapposteUna è in campo da decenni, ma è stata resa visibile soprattutto dalle mobilitazioni dette “pro Pal” degli ultimi anni – da quando, cioè, in risposta al macello del 7 ottobre  perpetrato da Hamas è stato avviato lo stermino dei gazawi da parte di Israele – con manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il mondo, animate soprattutto da giovani e studenti, compresi molti esponenti della diaspora ebraica. Attivisti e manifestanti che vedono nelle pratiche genocidiarie di Israele la prefigurazione e la messa a punto delle armi e dei metodi (apartheid, messa fuorilegge, confinamento, deportazioni, uccisioni di massa, legittimazione dello sterminio) con cui la maggioranza dei governi in carica si appresta – o si lascia trascinare, consciamente o inconsciamente, da una deriva senza ritorno – ad affrontare negli anni a venire il conflitto sociale.

Innanzitutto quello con i migranti, destinati a crescere in misura esponenziale e gli immigrati, ma poi, e contemporaneamente, con tutti gli oppositori. Sia nei propri territori e negli ambiti della propria influenza diretta, sia in quelli delle rispettive auto-sancite “pertinenze” e, ove possibile, in tutto “il globo terracqueo”.

L’altra rete di solidarietà è visibile soprattutto a livello interstatuale, nel sostegno che ogni governo continua a dare a Israele; una rete sorretta in misura crescente dagli apparati dello stato profondo – i cosiddetti servizi segreti – e dai nuovi strumenti del capitalismo della sorveglianza di cui l’apparato produttivo di Israele è una “punta di diamante” a livello mondiale. E, come ha dimostrato in un recente rapporto Francesca Albanese, sostenuta anche da una ragnatela di rapporti di collaborazione con imprese e università di tutto il mondo, in particolare nel campo della produzione bellica, della sua progettazione, spesso mascherata dal dual use (civile e militare), e della finanza. Una rete che non appare finora scalfita dalle pur ostentate violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale messe in atto dallo Stato e dall’esercito di Israele e dalle milizie iperprotette dei suoi coloni. Quella solidarietà viene giustificata con il senso di colpa e con il debito morale che l’Occidente ha contratto con la popolazione ebraica per aver partecipato attivamente alla Shoah o per l’inerzia dimostrata nei suoi confronti.

Perché in entrambi questi campi la sostanza della contrapposizione è in parte mascherata e resa di difficile comprensione – come succede peraltro in tuo il mondo – dalla presenza, in ciascuno di essi, di due aggregati sociali sovrapposti, ma di confini indefiniti e variabili. In Israele, quello che nasce come identità di un popolo di profughi e migranti scampati alla Shoah e in cerca di un rifugio non solo dallo sterminio che li aveva colpiti sotto i fascismi del secolo scorso, ma anche dall’antisemitismo ancor oggi diffuso tra le destre europee e americane ben prima che trovasse un rinforzo, certamente equivoco, in una reazione indiscriminata ai crimini perpetrati da Israele in nome di tutto il giudaismo. A questo aggregato si era fin dall’inizio sovrapposta l’iniziativa di un pugno di organizzazioni terroristiche, poi fattesi Stato, che fin dalla loro nascita avevano in programma di cacciare, terrorizzandola, o deportare, se non anche sterminare, tutta la popolazione palestinese da sempre insediata nei territori che essi considerano, o ipocritamente fingono di credere, assegnati da Dio al popolo ebraico.

Analogamente, in Palestina, all’aggregato generato dal risentimento per le violenze subite fin dall’insediamento di stampo coloniale dei nuovi arrivati e per le continue vessazioni quotidiane subite tra una guerra e l’altra si è andata sovrapponendo una rappresentanza che ha scambiato il sostegno fornito alla popolazione, fonte primaria del suo radicamento, con il suo coinvolgimento in una sanguinaria schermaglia di valore esclusivamente simbolico, con il solo scopo di rendere permanente la tensione fra le due comunità. Senza mai cercare la strada della convivenza sulla stessa terra di due comunità ormai presenti entrambe da più generazioni. Mentre Israele ha praticato con metodica continuità, senza mai riconoscerlo, se non recentemente, l’obiettivo di impossessarsi di tutto il territorio “dal fiume al mare”, Hamas lo ha invece apertamente proclamato, lasciando volutamente indeterminata non la sussistenza di Israele come Stato, di cui legittimamente persegue la soppressione, viste le continue violazioni della legalità di cui si è reso responsabile, ma la stessa permanenza del popolo ebraico sulla terra contesa.

In questo conflitto assistiamo alla trasformazione di quello che a tutti gli effetti si può considerare un conflitto tra colonialisti e colonizzati, dominatori e dominati, e anche, con non poche eccezioni, ricchi e poveri, in una contrapposizione tra opposti nazionalismi: valvola di sfogo di tutte le destre al governo (e non solo loro) in tutti i Paesi del mondo, che ai palestinesi sostituiscono gli immigrati e le rispettive minoranze e alle vittime della Shoah i loro discendenti sostituiscono la propria vittimizzazione a opera delle sinistre, del “comunismo”, della globalizzazione, della cultura woke e via andando.

Perché, viste le premesse, quel conflitto appare irrisolvibile nei termini imposti dalla forma-Stato. Non è più praticabile, se mai lo è stata, la formula dei “due popoli due Stati”, né la soluzione di uno Stato unico (e di chi? A partire dai suoi apparati militari e industriali, dei suoi territori, delle sue relazioni internazionali…). L’unica via di uscita è quella di una confederazione di comunità autonome, in parte miste, in parte etniche, anche prive di continuità territoriale, ma aperte a nuovi ingressi e nuove configurazioni, a partire da un ritorno graduale e programmato dei profughi e degli esuli palestinesi. Questa soluzione, certamente difficile anche solo da pensare nelle condizioni attuali, ma priva di alternative diverse dalla guerra permanente o dallo sterminio di un intero popolo, offre però a tutto il mondo il paradigma di una possibile soluzione dei conflitti sociali trasformati in contrapposizioni tra opposti nazionalismi: a partire dalle guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo, in Turchia, in Iran, ecc. E’ su una via di uscita come questa che dovrebbe concentrarsi la riflessione a cui ci richiama il massacro in terra di Palestina.

Terra Viva

Cronaca e commenti sull’inaugurazione di Expò e gli scontri del 1° maggio hanno offuscato non solo la partecipazione di massa al Mayday, ma anche il lato grottesco di una manifestazione svoltasi il 2 maggio, alla presenza di Maurizio Martina, ministro dell’Expò e, in subordine, dell’agricoltura, alla cascina Triulza (il green washing dell’Expò) con la presentazione di Terra Viva: un manifesto messo a punto dall’associazione Navdanya di Vandana Shiva, cui hanno collaborato, tra gli altri, anche Andrea Baranes e Piero Bevilacqua. Leggi tutto “Terra Viva”

L’immaginario spazio a sinistra del Pd

Quando par­liamo di sociale, ci rife­riamo alle rela­zioni tra le per­sone — e, da qual­che tempo, anche quelle con il vivente in genere — nella vita di tutti i giorni. Ma nel lin­guag­gio poli­tico, sociale si rife­ri­sce alle modi­fi­ca­zioni di quei rap­porti con l’azione col­let­tiva: ini­zia­tive con­di­vise da una plu­ra­lità di attori che indi­chiamo con il ter­mine gene­rico di movi­menti. Leggi tutto “L’immaginario spazio a sinistra del Pd”

Spettabile Comitato Operativo Transitorio,

Spettabile Comitato Operativo Transitorio (e in gran parte permanente) de L’Altra Europa con Tsipras,
Vi scrivo per segnalarvi una situazione imbarazzante, causata da decisioni da voi arbitrariamente assunte, che non riguardano solo la mia persona, ma – credo – la stragrande maggioranza degli attivisti e dei sostenitori de L’Altra Europa. Leggi tutto “Spettabile Comitato Operativo Transitorio,”

Prepariamoci al Giubileo

Il prossimo 8 novembre l’anno diventerà “santo”. Perché per quella data papa Francesco ha indetto un giubileo, che durerà fino al novembre del 2016. Giubileo è una parola di origine ebraica che indica una ricorrenza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Palestina di un tempo, il popolo di Israele condonava i debiti, liberava i servi e restituiva i beni ai proprietari che li avevano perduti. Papa Francesco ha indetto il prossimo giubileo (straordinario, perché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della misericordia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giubileo si possa comunque aprire un confronto: non con “il mondo cattolico” – termine vuoto e finzione di bassa politica – ma con quei cattolici che credono veramente in quello che professano (una componente importante di coloro che si battono per un mondo diverso). E se avremo anche la benedizione del papa, tanto meglio. Leggi tutto “Prepariamoci al Giubileo”

A chi serve l’indipendenza della BCE?

Karl Polanyi includeva il denaro, insieme al lavoro e alla terra (che noi oggi possiamo chiamare, in modo più comprensivo, ambiente) tra le “merci fittizie”: beni la cui trasformazione in merce è causa di dissoluzione di ogni legame sociale e, alla lunga, della convivenza stessa. In termini attuali, possiamo tradurre il concetto di merce fittizia in quello di “bene comune”. Leggi tutto “A chi serve l’indipendenza della BCE?”

Casa comune o coalizione sociale?

Per raccogliere le proposte di Landini e Rodotà di dar vita a una coalizione sociale che superi ciò che ha finora impedito in Italia la nascita di un fronte di opposizione adeguato – un progetto che verrà battezzato il 28 marzo – è forse opportuno partire da una questione che non è solo terminologica. Leggi tutto “Casa comune o coalizione sociale?”

Denaro e sterminio

Il programma T4 doveva provvedere alla soppressione dei disabili. Con esso i nazisti sperimentarono le camere a gas, che poi avrebbero utilizzato in modo industriale per sterminare il popolo ebraico e gli zingari.
L’eliminazione dei disabili, gestita da personale medico professionista, veniva condotta al riparo dallo sguardo del pubblico, soprattutto da quello dei loro parenti. Ma il programma, viceversa, era propagandato e giustificato: con proclami, manifesti, discorsi, trasmissioni, articoli sui giornali: ogni disabile era una bocca in più da sfamare a spese del resto della popolazione, ostacolandone il cammino verso la meta comune. Si calcolava persino quanto pesasse sui conti nazionali ciascuna di quelle bocche. Così, sotto il nazismo, il popolo tedesco si assuefaceva, un po’ per volta, all’idea che le persone “inutili”, che erano “un peso” per lo Stato, o dannose per il radioso futuro della sua razza e della sua cultura, dovessero essere eliminate. E che fosse giusto farlo. Senza accorgersene? No. Certo né le soppressioni “cliniche” dei disabili, né le fucilazioni di massa degli ebrei, né l’attività industriale dei campi di sterminio si svolgevano sotto i suoi occhi. Ma tra questo e sostenere che non ne sapesse niente, e che non trovasse tutto ciò necessario, se non “normale”, ci passa.
A me non piace l’uso dei termini nazista o fascista, o di loro equivalenti, per stigmatizzare cose del tutto differenti. Quanti nuovi Hitler abbiamo avuto negli ultimi anni? Milosevic, Saddam, Bin Laden, Gheddafi, Al Baghdadi. Diventati tali, in genere, solo dopo che si era deciso di eliminarli. Prima andavano benissimo. E quanti nuovi fascismi? Con l’ovvio rischio di consumare parole e riferimenti, rendendoli progressivamente meno espressivi. Ma per quanto riguarda le politiche di sterminio, il rigetto di questo abuso linguistico non può esimerci dal prendere atto che noi in Europa (e certo non solo in Europa; ma cominciamo da casa nostra) stiamo gradualmente scivolando lungo un percorso che dovrebbe allarmarci. Stiamo varando e legittimando una politica di sterminio dei profughi che cercano una via di salvezza nei nostri paesi. Anche noi teniamo lontane quelle loro morti e ce ne accorgiamo solo quando “bucano lo schermo” per il loro numero. Ma intanto c’è, sia nelle istituzioni che nell’”arena” politica, chi le giustifica – e chi se ne fa un vanto – con motivazioni che ricordano il programma T4. Salvarli, con Mare Nostrum, costa troppo. Non possiamo permettercelo. Meno che mai può permetterselo l’Europa, alle prese con le strette di bilancio delle sue politiche. Al massimo si può finanziare un programma come Triton, che ha come scopo non salvare quei profughi, ma respingerli. In fondo al mare. E poi, diciamola tutta: se li salviamo ne incoraggiamo altri a provarci ancora (in realtà non “incoraggiamo” nessuno, come dimostrano le statistiche: con Triton, che li vuole mandare a fondo, ci sono più sbarchi che con Mare Nostrum, che cercava di salvarli). Ci provano e ci proveranno perché sono esseri umani che non hanno altra scelta che tentare uno sbarco in Europa. A qualsiasi costo; anche quello di una morte atroce, del cui rischio non sono certo ignari. Leggi tutto “Denaro e sterminio”

Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015

Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.

In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!

Intervento di Guido Viale al seminario Crisi, Grecia, Italia, Europa di Rifondazione comunista e GUENGL, 31.1.2015

Facciamo attenzione a non ridurre il nostro sostegno alla Grecia a un confronto tra politiche economiche alternative: spesa pubblica contro austerity. O peggio, euro sì, euro no. È in realtà uno scontro tra le condizioni di possibilità di una politica sociale per le persone e una politica che mette al centro di tutto il denaro. Il nostro sostegno alla Grecia deve riprendere e tradurre nelle condizioni del nostro paese soprattutto i termini di questo scontro.

Accanto alla scarsa attenzione del nuovo Governo greco, già da molti rilevata, per le questioni di genere, altrettanto potremmo dire per la questione ambientale, nonostante che essa fosse in rilievo nel programma in dieci punti di Tsipras. Su entrambi questi fronti non spetta a noi dare dei suggerimenti a Syriza, ma non possiamo nemmeno “soprassedere”. Dobbiamo tradurre questi rilievi nella capacità di esplicitare e promuovere delle politiche, valide per tutta l’Europa, che mettano al centro la questione di genere e quella ambientale, in forme capaci di offrire anche al governo greco uno sbocco positivo a questa impasse.
Ma abbiamo di fronte un’altra questione grande come una casa, che rischiamo di ignorare, ma che potrebbe travolgerci tutti. Dobbiamo ridisegnare la nostra mappa mentale di che cosa è l’Europa, della sua struttura sociale e dei suoi confini. Come ho scritto altrove, l’Europa non finisce ai suoi confini politici o amministrativi. Intorno a questi confini c’è ormai da tempo uno stato permanente di belligeranza armata dai fronti mobili: in Israele, Iraq, Libia, Siria, Turchia, Ucraina; per non parlare di paesi più lontani, ma quasi altrettanto influenti sul contesto europeo come Afghanistan, Pakistan, Eritrea, Somalia, Niger e Nigeria. Queste situazioni ci riguardano direttamente per tre motivi:
Primo, perché come alleati degli USA e membri della NATO, abbiamo – intendo dire, i governi italiani hanno – contribuito a scatenare questi conflitti e non abbiamo una politica per riricondurli a un contesto di convivenza.
Secondo, perché quei fronti di guerra sempre più mobili e incontrollabili tendono e tenderanno sempre più a riprodursi nei territori europei in due forme: innanzitutto scavando un solco sempre più profondo tra nativi europei e comunità di immigrati, anche di seconda e terza generazione. Ma anche con il moltiplicarsi di iniziative terroristiche: iniziative non di importazione, ma che maturano nel seno stesso della radicalizzazione degli animi e delle scelte in comunità solidamente presenti nel territorio europeo.
Terzo, perché quello stato di belligeranza endemica sta creando un esercito non più di migranti in cerca di lavoro e di una vita migliore, ma di milioni di profughi (profughi non solo di guerra, ma anche economici e ambientali); un esercito che preme e premerà sempre più sui confini dell’Europa e che vedono le autorità europee impegnate a cercare di arginare con mezzi sempre più violenti e crudeli.
Così, al di qua e al di là dei confini formali dell’Unione Europea sono state attivate politiche di confinamento, di deportazione, di sfruttamento, di persecuzione sistematica di minoranze, come i Rom, di displaced person in cerca di salvezza e di asilo, di lavoratori in condizioni di schiavitù reclutati tra migranti regolari e non. Una situazione che sta trasformando radicalmente i connotati delle nostre società. Siamo scivolati senza quasi accorgercene dentro un assetto sociale fondato su molti apartheid (che non sono quelli renziani tra “lavoro sicuro” e lavoro precario, bensì tra chi gode ancora di alcuni diritti di cittadinanza, o pensa di avere ancora il diritto di rivendicarli (il diritto di avere diritti, di cui parla Rodotà) e chi ne viene escluso per sempre e per principio, per legge o in via di fatto. Questo apartheid alimenta a sua volta la paura di precipitare in quello stato di persone senza diritti anche tra chi appartiene al primo gruppo e offre grandi occasioni di proselitismo agli imprenditori della paura, senza che i loro veri o presunti avversari, cioè i partiti e la cultura di sinistra, abbiano messo a punto strumenti, o anche solo buone intenzioni, per contrastare quest’ondata reazionaria. Anzi, spesso sono loro ad anticiparla, anche se difficilmente ne ricavano i frutti.
Viste le dimensioni che sta assumendo questa deriva, dovrebbe essere chiaro che non riuscire a fermarla, e non adoperarsi e attrezzarsi per farlo, rischia di far precipitare l’Europa di nuovo nell’abisso. Lo dico in piena consapevolezza perché seguo da vicino il lavoro di Barbara Spinelli e dei suoi assistenti in Italia e nel Parlamento europeo, dove Barbara ha concentrato i suoi sforzi su questo tema e ne ha ricavato anche informazioni e collegamenti, relativi a tutto il contesto europeo, che cominciano a delineare un quadro complessivo che fa rabbrividire. Di fronte a questa situazione la contesa sulle percentuali di deficit di bilancio, e persino quella sull’euro, può legittimamente apparire non solo una disputa inadeguata alla dimensione dei problemi da affrontare, ma addirittura un modo di nasconderli.
Ma rinunciare a mettere al centro delle nostre politiche questa revisione della nostra immagine dell’Europa ci induce a trascurare anche un’occasione storica. Occasione che è data innanzitutto dai legami, sia materiali che culturali e linguistici, ma anche solo immaginari e sempre di più religiosi, che essi mantengono o rinnovano con i loro paesi di origine. Politiche di accoglienza e di sostegno per questo esercito di sbandati, potrebbero avere una enorme importanza nel promuovere le basi di un’alternativa di governo e di pace nei loro paesi da cui provengono. E anche, ovviamente, per la creazione di una grande comunità di popoli intorno al Mediterraneo.
Dobbiamo capire e valorizzare meglio le opportunità offerte da questo contesto, da questa nuova e diversa visione dell’Europa. Abbiamo lasciato cadere nel caos gli spunti offerti dalle primavere arabe (che pure hanno fatto da innesco per fenomeni per noi molto importanti come il movimento M15 in Spagna e Occupy Wall street e Occupy the world (e poi anche per l’ascesa di Syriza e di Podemos), per non aver saputo prospettare per tempo, con la nostra iniziativa politica, un’alternativa di governo anche per loro di fronte al fallimento delle politiche liberiste e autoritarie contro cui quelle primavere si erano ribellate.
Oggi un nuovo importantissimo spunto di riflessione, ma anche di azione, ci viene offerto dalla resistenza contro lo Stato islamico sostenuta dalla popolazione di Kobane e del Rojava in Siria: si tratta di una comunità che si autogoverna in modo federalista, democratico, egualitario. Che resiste in armi, nonostante la disparità delle forze, all’offensiva jihadista. Ma soprattutto che è capace di prospettare una piena parità di genere nel cuore di un conflitto armato che ha proprio nella perpetuazione e nella estremizzazione del dominio dell’uomo sulla donna la sua posta principale. È alla conquista di questa parità di genere, e non ai bombardamenti, anche quando fossero necessari – ma vengono effettuati in un contesto degradato in cui rischiano di non finire mai – che dobbiamo guardare se vogliamo trovare l’arma vincente capace di scardinare alla radice le derive integraliste che attraversano tanto il mondo islamico che quello di cultura “occidentale”. Derive di cui si alimentano i conflitti sempre più acuti che si sviluppano sia ai confini che nel cuore dell’Europa.
Credo che la rivoluzione femminista abbia dato a tutti noi molti spunti per capire l’importanza anche politica della lotta contro il patriarcato. Ma quello che dobbiamo fare ora è tradurre quegli spunti in strumenti e in forme di lotta radicalmente nuovi. È questo, anche, il contributo che possiamo dare, non con suggerimenti, ma con la pratica degli obiettivi, a chi oggi è impegnato – come e più di noi, come i compagni di Syriza – sul fronte della lotta contro l’austerità e la schiavitù del debito. Lavoriamo perché questo sacrosanto fronte di lotta contro l’austerity, che ha oggi in Grecia il suo caposaldo, non venga travolto da insorgenze sociali ancora più drammatiche e catastrofiche per la democrazia e per la convivenza.