Terra e cielo devastati. E noi in mezzo

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dalla interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi.

Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente.

Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza.

Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi.

Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? E’ un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaura con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità che può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti.

Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo.

Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale.

E’ evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali (leggi padroni e sindacati) che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale.

Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.

Un programma per l’Europa? C’è già

L’Europa, insieme alla sua figliastra, l’Unione Europea, si sta dissolvendo perché non ha più una visione del suo ruolo e del suo futuro, né una ragione per tenere insieme i suoi sparsi membri. Molti accorrono al suo capezzale per cercare di ridargliene una.

C’è chi propone che recuperi “competitività” (per non sparire) investendo soldi che non ha in informatica, armi e tecnologia: ricetta vecchia come il cucù che ha fatto la fortuna del suo principale propagandista, ma non della sua destinataria (l’Europa, appunto). C’è invece chi, nelle vesti di critico critico, propone di rilanciare l’Europa inventando un nuovo welfare: non quello in via di dissoluzione, che non ha futuro, ma un welfare diverso, innovativo, efficiente, meno assistenziale, che potrebbe farle recuperare i suoi valori positivi (quelli negativi, come colonialismo, razzismo, militarismo, sovranismo, nazismo, meglio dimenticarli) non più sostenibili alla vecchia maniera. Né l’una né l’altra ricetta, né quelle intermedie, sembrano avere però molto appeal; ma tant’è…

In realtà l’Europa una “visione” e una ragione di esistere ce le ha da tempo; ma le hanno offuscate entrambe i suoi governanti, concordi solo nella corsa per spennare i rispettivi paesi finanziando l’industria delle armi per sostenere la guerra alla Russia e quella ai migranti. Quella visione nascosta circola però da tempo tra le schiere disperse ma sempre più numerose delle persone che si mobilitano per la pace (e contro tutte le guerre), per la Palestina (e contro il genocidio perpetrato da Israele), per salvaguardare il proprio territorio (contro la speculazione edilizia e le Grandi opere devastanti ), per salvare vite e accogliere profughi e migranti (contro respingimenti, torture e “remigrazione”), per la costruzione di comunità fondate su rapporti di cura e mutuo appoggio (reciprocità, contro l’individualismo, la competizione, il consumismo, lo sfruttamento e lo spreco di talenti umani e risorse della Terra). E per tanto altro. E’ una visione che abbina indissolubilmente la salvaguardia degli equilibri ecologici della Terra e il perseguimento di giustizia ed eguaglianza tra gli esseri umani; la pace con il pianeta e quella tra i popoli e che ha in sé una dimensione sia spirituale, culturale, che fisica, materiale. E si compendia in due nomi: Alex Langer e papa Francesco. Ma quella visione non avrebbe potuto sopravvivere all’oblio e all’indifferenza dei potenti della Terra se non fosse stata condivisa (spesso inconsapevolmente, perché chiamata spesso con altri nomi) da migliaia e migliaia di persone. Si tratta, in una formula, della “conversione ecologica”: l’unico approccio che potrebbe restituire all’Europa il ruolo che si era autoassegnata alcuni decenni fa per poi trasformarlo in pura finzione; ma anche un ruolo attuale, nel portare a mediazione le guerre in corso; se non fosse essa stessa parte in causa, apertamente schierata a sostegno degli uni contro gli altri.

La conversione ecologica non è un progetto e meno che mai un sistema da instaurare, un punto di arrivo definito; è un processo in fieri che per tradursi in programmi ha bisogno del concorso attivo – questo sì, consapevole – di tutti coloro a cui deve essere affidata la sua realizzazione: a partire, oggi, dalla “convergenza” sotto il suo ombrello delle tante visioni, sigle, organizzazioni, progetti che si stanno accorgendo di avere in comune molto di più di quello che le separa. Ma soprattutto è una visione condivisa che può permettere a tutti di farsi parte del confronto diretto con l’inconcludenza (nel migliore delle ipotesi), l’irresponsabilità, l’inerzia, l’ipocrisia e il cinismo (nel peggiore e più realistico dei casi) dell’establishment europeo e con la sua attuale dedizione alla guerra.

Non c’è traccia, nelle proposte che hanno accesso al dibattito politico pubblico sul futuro dell’Europa, di qualcosa che assomigli anche solo da lontano alla conversione ecologica. Non c’è nemmeno traccia, se non con qualche accenno burocratico e formale, di una preoccupazione per lo stato dell’”ambiente”, per la morte della “natura”, per il futuro catastrofico della Terra. Eppure ha appena fatto, e presto rifarà, un caldo da matti, con tante conseguenze ormai note: tanto da far capire a (quasi) tutti che il nostro pianeta ha ormai imboccato una deriva senza più molte vie di uscita. Ma in quei consessi ufficiali lo stato della Terra resta “il convitato di pietra.

Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore, dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via. Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo?

Disastro Climatico. Un lavoro ancora tutto da fare

C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi (per non parlare dei virus e delle epidemie in vista). Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica.

Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici.

Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e  competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi…

A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là  dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”?

“Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. E’ il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito.

Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi quando i popoli in sofferenza sono tanti?

Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello del mondo intero. Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti internazionali di solidarietà contrapposteUna è in campo da decenni, ma è stata resa visibile soprattutto dalle mobilitazioni dette “pro Pal” degli ultimi anni – da quando, cioè, in risposta al macello del 7 ottobre  perpetrato da Hamas è stato avviato lo stermino dei gazawi da parte di Israele – con manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il mondo, animate soprattutto da giovani e studenti, compresi molti esponenti della diaspora ebraica. Attivisti e manifestanti che vedono nelle pratiche genocidiarie di Israele la prefigurazione e la messa a punto delle armi e dei metodi (apartheid, messa fuorilegge, confinamento, deportazioni, uccisioni di massa, legittimazione dello sterminio) con cui la maggioranza dei governi in carica si appresta – o si lascia trascinare, consciamente o inconsciamente, da una deriva senza ritorno – ad affrontare negli anni a venire il conflitto sociale.

Innanzitutto quello con i migranti, destinati a crescere in misura esponenziale e gli immigrati, ma poi, e contemporaneamente, con tutti gli oppositori. Sia nei propri territori e negli ambiti della propria influenza diretta, sia in quelli delle rispettive auto-sancite “pertinenze” e, ove possibile, in tutto “il globo terracqueo”.

L’altra rete di solidarietà è visibile soprattutto a livello interstatuale, nel sostegno che ogni governo continua a dare a Israele; una rete sorretta in misura crescente dagli apparati dello stato profondo – i cosiddetti servizi segreti – e dai nuovi strumenti del capitalismo della sorveglianza di cui l’apparato produttivo di Israele è una “punta di diamante” a livello mondiale. E, come ha dimostrato in un recente rapporto Francesca Albanese, sostenuta anche da una ragnatela di rapporti di collaborazione con imprese e università di tutto il mondo, in particolare nel campo della produzione bellica, della sua progettazione, spesso mascherata dal dual use (civile e militare), e della finanza. Una rete che non appare finora scalfita dalle pur ostentate violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale messe in atto dallo Stato e dall’esercito di Israele e dalle milizie iperprotette dei suoi coloni. Quella solidarietà viene giustificata con il senso di colpa e con il debito morale che l’Occidente ha contratto con la popolazione ebraica per aver partecipato attivamente alla Shoah o per l’inerzia dimostrata nei suoi confronti.

Perché in entrambi questi campi la sostanza della contrapposizione è in parte mascherata e resa di difficile comprensione – come succede peraltro in tuo il mondo – dalla presenza, in ciascuno di essi, di due aggregati sociali sovrapposti, ma di confini indefiniti e variabili. In Israele, quello che nasce come identità di un popolo di profughi e migranti scampati alla Shoah e in cerca di un rifugio non solo dallo sterminio che li aveva colpiti sotto i fascismi del secolo scorso, ma anche dall’antisemitismo ancor oggi diffuso tra le destre europee e americane ben prima che trovasse un rinforzo, certamente equivoco, in una reazione indiscriminata ai crimini perpetrati da Israele in nome di tutto il giudaismo. A questo aggregato si era fin dall’inizio sovrapposta l’iniziativa di un pugno di organizzazioni terroristiche, poi fattesi Stato, che fin dalla loro nascita avevano in programma di cacciare, terrorizzandola, o deportare, se non anche sterminare, tutta la popolazione palestinese da sempre insediata nei territori che essi considerano, o ipocritamente fingono di credere, assegnati da Dio al popolo ebraico.

Analogamente, in Palestina, all’aggregato generato dal risentimento per le violenze subite fin dall’insediamento di stampo coloniale dei nuovi arrivati e per le continue vessazioni quotidiane subite tra una guerra e l’altra si è andata sovrapponendo una rappresentanza che ha scambiato il sostegno fornito alla popolazione, fonte primaria del suo radicamento, con il suo coinvolgimento in una sanguinaria schermaglia di valore esclusivamente simbolico, con il solo scopo di rendere permanente la tensione fra le due comunità. Senza mai cercare la strada della convivenza sulla stessa terra di due comunità ormai presenti entrambe da più generazioni. Mentre Israele ha praticato con metodica continuità, senza mai riconoscerlo, se non recentemente, l’obiettivo di impossessarsi di tutto il territorio “dal fiume al mare”, Hamas lo ha invece apertamente proclamato, lasciando volutamente indeterminata non la sussistenza di Israele come Stato, di cui legittimamente persegue la soppressione, viste le continue violazioni della legalità di cui si è reso responsabile, ma la stessa permanenza del popolo ebraico sulla terra contesa.

In questo conflitto assistiamo alla trasformazione di quello che a tutti gli effetti si può considerare un conflitto tra colonialisti e colonizzati, dominatori e dominati, e anche, con non poche eccezioni, ricchi e poveri, in una contrapposizione tra opposti nazionalismi: valvola di sfogo di tutte le destre al governo (e non solo loro) in tutti i Paesi del mondo, che ai palestinesi sostituiscono gli immigrati e le rispettive minoranze e alle vittime della Shoah i loro discendenti sostituiscono la propria vittimizzazione a opera delle sinistre, del “comunismo”, della globalizzazione, della cultura woke e via andando.

Perché, viste le premesse, quel conflitto appare irrisolvibile nei termini imposti dalla forma-Stato. Non è più praticabile, se mai lo è stata, la formula dei “due popoli due Stati”, né la soluzione di uno Stato unico (e di chi? A partire dai suoi apparati militari e industriali, dei suoi territori, delle sue relazioni internazionali…). L’unica via di uscita è quella di una confederazione di comunità autonome, in parte miste, in parte etniche, anche prive di continuità territoriale, ma aperte a nuovi ingressi e nuove configurazioni, a partire da un ritorno graduale e programmato dei profughi e degli esuli palestinesi. Questa soluzione, certamente difficile anche solo da pensare nelle condizioni attuali, ma priva di alternative diverse dalla guerra permanente o dallo sterminio di un intero popolo, offre però a tutto il mondo il paradigma di una possibile soluzione dei conflitti sociali trasformati in contrapposizioni tra opposti nazionalismi: a partire dalle guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo, in Turchia, in Iran, ecc. E’ su una via di uscita come questa che dovrebbe concentrarsi la riflessione a cui ci richiama il massacro in terra di Palestina.

Terra Viva

Cronaca e commenti sull’inaugurazione di Expò e gli scontri del 1° maggio hanno offuscato non solo la partecipazione di massa al Mayday, ma anche il lato grottesco di una manifestazione svoltasi il 2 maggio, alla presenza di Maurizio Martina, ministro dell’Expò e, in subordine, dell’agricoltura, alla cascina Triulza (il green washing dell’Expò) con la presentazione di Terra Viva: un manifesto messo a punto dall’associazione Navdanya di Vandana Shiva, cui hanno collaborato, tra gli altri, anche Andrea Baranes e Piero Bevilacqua. Leggi tutto “Terra Viva”

L’immaginario spazio a sinistra del Pd

Quando par­liamo di sociale, ci rife­riamo alle rela­zioni tra le per­sone — e, da qual­che tempo, anche quelle con il vivente in genere — nella vita di tutti i giorni. Ma nel lin­guag­gio poli­tico, sociale si rife­ri­sce alle modi­fi­ca­zioni di quei rap­porti con l’azione col­let­tiva: ini­zia­tive con­di­vise da una plu­ra­lità di attori che indi­chiamo con il ter­mine gene­rico di movi­menti. Leggi tutto “L’immaginario spazio a sinistra del Pd”

Spettabile Comitato Operativo Transitorio,

Spettabile Comitato Operativo Transitorio (e in gran parte permanente) de L’Altra Europa con Tsipras,
Vi scrivo per segnalarvi una situazione imbarazzante, causata da decisioni da voi arbitrariamente assunte, che non riguardano solo la mia persona, ma – credo – la stragrande maggioranza degli attivisti e dei sostenitori de L’Altra Europa. Leggi tutto “Spettabile Comitato Operativo Transitorio,”

Prepariamoci al Giubileo

Il prossimo 8 novembre l’anno diventerà “santo”. Perché per quella data papa Francesco ha indetto un giubileo, che durerà fino al novembre del 2016. Giubileo è una parola di origine ebraica che indica una ricorrenza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Palestina di un tempo, il popolo di Israele condonava i debiti, liberava i servi e restituiva i beni ai proprietari che li avevano perduti. Papa Francesco ha indetto il prossimo giubileo (straordinario, perché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della misericordia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giubileo si possa comunque aprire un confronto: non con “il mondo cattolico” – termine vuoto e finzione di bassa politica – ma con quei cattolici che credono veramente in quello che professano (una componente importante di coloro che si battono per un mondo diverso). E se avremo anche la benedizione del papa, tanto meglio. Leggi tutto “Prepariamoci al Giubileo”

A chi serve l’indipendenza della BCE?

Karl Polanyi includeva il denaro, insieme al lavoro e alla terra (che noi oggi possiamo chiamare, in modo più comprensivo, ambiente) tra le “merci fittizie”: beni la cui trasformazione in merce è causa di dissoluzione di ogni legame sociale e, alla lunga, della convivenza stessa. In termini attuali, possiamo tradurre il concetto di merce fittizia in quello di “bene comune”. Leggi tutto “A chi serve l’indipendenza della BCE?”

Casa comune o coalizione sociale?

Per raccogliere le proposte di Landini e Rodotà di dar vita a una coalizione sociale che superi ciò che ha finora impedito in Italia la nascita di un fronte di opposizione adeguato – un progetto che verrà battezzato il 28 marzo – è forse opportuno partire da una questione che non è solo terminologica. Leggi tutto “Casa comune o coalizione sociale?”