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Una recensione del libro di Marco Panara, “La malattia dell’Occidente” Laterza

Inserito da on Ottobre 9, 2011 – 2:46 pmNo Comment

Marco Panara, editorialista economico di Repubblica, ha pubblicato un libro sul rapporto tra il “valore del lavoro”, la crisi economica e la difficile ripresa dei paesi sviluppati (La malattia dell’Occidente, Laterza, pp. 151, € 16).

Il testo è scritto in un linguaggio piano e accessibile. L’intento è divulgativo: la globalizzazione ha reso il mondo al tempo stesso più grande (perché ha allargato a molti paesi emergenti gli spazi del mercato) e più piccolo (perché le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni e la rivoluzione dei trasporti riconducibile soprattutto all’introduzione del container hanno annullato o ridotto drasticamente le distanze).

A fare le spese di questo processo sono stati soprattutto i lavoratori dell’Occidente, ritrovatisi a competere con milioni di salariati dei paesi emergenti, ormai in grado di produrre in molti comparti le stesse cose con remunerazioni inferiori, condizioni di lavoro peggiori e un welfare inesistente. Di qui la migrazione di molte produzioni verso il Sudest asiatico e l’America Latina, che ha costretto i lavoratori dei paesi “ricchi” a subire l’arresto della corsa al “benessere” degli anni del dopoguerra (i cosiddetti “Trenta gloriosi”) e ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie, una sistematica decurtazione del welfare e, soprattutto, una riduzione drastica della quota del PIL attribuita al lavoro dipendente. Per nascondere e compensare quest’ultimo fattore si è sviluppata in Occidente, a partire dalla “rivoluzione” tatcheriana, quell’economia del debito che è all’origine della “bolla” esplosa nel 2008. La “materia prima” della bolla è costituita dalle vendite a rate, dalla diffusione delle carte di credito, dai “prestiti di onore”, ma soprattutto dai mutui (sia subprime, cioè difficilmente redimibili, che non) che per un decennio hanno permesso a milioni di “consumatori” di accedere non solo a una nuova casa, ma anche a nuovi prestiti grazie all’apparente, e in realtà fittizio, aumento del valore delle loro abitazioni, ancora tutte da pagare. Ma su questo “collaterale” è stato poi costruito un castello, reso possibile dalle politiche di deregulation, fatto di prodotti finanziari derivati, che al momento dell’esplosione della bolla ha messo a rischio l’intero sistema economico mondiale. Così molti Governi sono stati costretti a indebitarsi come mai avevano fatto per salvare il sistema finanziario, mentre la crisi si è poi trasmessa all’”economia reale”, dapprima con lo stallo della produzione, poi con quella dell’occupazione, di cui non si vede la fine; anche perché i Governi, già pesantemente indebitati, non riescono più a utilizzare la spesa pubblica in funzione anticiclica.

Fin qui la ricostruzione della dinamica della crisi non presenta sostanziali novità rispetto a molta altra pubblicistica sull’argomento. Ma a monte e a valle di questa analisi Panara pone il problema del “valore del lavoro”. Che cosa intenda con questa espressione non è chiaro. Manca nel libro una esplicita distinzione tra quanto vale, a prezzi di mercato, la prestazione di chi lavora e quanto vale, sempre a prezzi di mercato, quello che il lavoratore produce. A volte pare che i due valori siano indissolubilmente legati; a volte risultano invece seriemente divaricati, perché tra essi si inserisce, e nelle forme più diverse, la rendita; che è però soprattutto il guadagno di chi produce danaro con il danaro, cioè della finanza, che per Panara è la vera fonte di distorsione del mercato. C’è nel libro una fiducia mai argomentata in un mercato “efficiente”, che nella ricostruzione dei fatti non si incontra mai, né in Italia, dove niente funziona, né nel resto del mondo. Perché la finanziarizzazione del mercato è, sì, ciò che ha portato al disastro attuale, ma anche ciò che ha sostenuto la domanda senza la quale non ci sarebbe stato né lo sviluppo dei paesi emergenti, né la pace – o la stagnazione? – dei paesi debitori, su cui si è retta la globalizzazione. Vero è che quando passa alle terapie per restituire valore, non solo economico, ma anche e soprattutto sociale, al lavoro, Panara, accanto a ricette ovvie come un maggiore impegno nella formazione e nel sostegno all’innovazione, ne individua una terza, fondamentale: “Tenere nel circuito una parte delle risorse che ogni anno ne escono”. Panara fa l’esempio delle fonti energetiche rinnovabili; ma lo stesso vale per quasi tutti i settori che hanno un valore strategico nella prospettiva di una riconversione ambientale dell’apparato produttivo: agricoltura, alimentazione, mobilità, gestione del territorio, gestione dei rifiuti. Non è la ricetta di un irrealistico protezionismo, ma quella di una “riterritorializzazione” delle produzioni, avvicinandole, con una revisione radicale delle regole del mercato, alle sedi del loro consumo o del loro utilizzo.

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