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Sull’importanza della difesa e della rivendicazione della dignità (il manifesto, 5 marzo 2011)

Inserito da on Ottobre 19, 2011 – 3:46 pmNo Comment

(il testo è leggermente diverso da quello comparso sul manifesto, che non ha tenuto conto delle ultime correzioni)

Da molti incontri e dibattiti a cui mi è capitato di partecipare ho ricavato l’impressione che venga sottovalutata la rilevanza di un tema “pre-politico”, che ha avuto un enorme peso nelle mobilitazioni degli ultimi mesi e che può averne uno ancora maggiore nella costruzione di un fronte di lotta unitario. Le manifestazioni delle donne del 13 febbraio sono state indette in nome della dignità del loro genere. Questo ha permesso a molti altri temi più “politici” di emergere e farsi strada dentro questo contenitore generale: la denuncia del precariato, della disoccupazione esplicita e implicita (il cosiddetto “lavoro scoraggiato”), della disparità retributiva, del “soffitto di cristallo” nelle carriere, della mancanza di servizi sociali, della permanenza di un intollerabile squilibrio nella distribuzione dei carichi domestici, della coazione alla clausura serale per evitare violenze e molestie per strada (ne dimentico sicuramente molti altri). Da solo, nessuno di questi temi avrebbe avuto la capacità – e infatti non l’ha avuta – di imporsi all’attenzione pubblica con la forza che ha avuto il 13 febbraio, di guadagnare la piazza, di dare alle donne consapevolezza delle loro possibilità e delle loro ragioni. La rivendicazione della dignità ha aperto a tutte un varco gigantesco.

I no nei referendum di Pomigliano e Mirafiori sono stati anch’essi, innanzitutto, un’altra rivendicazione di dignità. Probabilmente nessuno di coloro che hanno votato no si aspettava di vincere; e tantomeno di ottenere qualcosa di diverso da quello che si voleva imporre con il sì. Tuttavia quei no hanno aperto un varco alla Fiom, che li ha sostenuti. E, poi, a un vasto schieramento di lavoratori, precari e no, di comitati di lotta, di esponenti della “società civile” che hanno deciso di sostenerli in un processo che alla fine ha costretto una riluttante CGIL alla proclamazione dello sciopero generale (che è solo un primo passo verso altre mete, ancora tutte da definire).

Nella rivolta di studenti e ricercatori (e di uno ahimè sparuto gruppo di docenti) contro la legge Gelmini non c’è solo la denuncia della paralisi a cui è stata ridotta l’università; c’è soprattutto la rivolta contro il degrado e il disprezzo in cui vengono relegati conoscenze, ricerca, saperi critici, desiderio di appropriarsene, sforzi e dignità degli studenti. Ancor più le mobilitazioni degli studenti medi, che già l’anno scorso avevano accompagnato la rivolta di genitori e insegnanti contro i tagli alla scuola – dalle elementari alle secondarie – erano caratterizzate da una denuncia, sintetizzata nella frase icastica, mille volte ripetuta, “ci vogliono cretini e ignoranti”: che è l’epitome di una rivendicazione di dignità. La lotta per la difesa della cultura (quella che per il ministro Tremonti “non si mangia” e quindi non merita rispetto. Lui mangia ben altro!) nasce dallo stesso sentire.

Chiunque negli ultimi anni (o anche prima) sia andato all’estero o entrato in contatto con qualche cittadino di un altro Stato europeo non può non essere rimasto umiliato dalla constatazione che “gli altri” ci guardano ormai come marziani e ci chiedono e richiedono come facciamo a farci governare da un gangster, che è anche un clown, e anche un malato di satiriasi che compra a vagonate le ragazze. C’è qualcosa dentro ciascuno di noi che ci rode e alimenta un impulso irrefrenabile – tanto più fastidioso quanto più impotente – a liberaci in qualsiasi modo da questa condanna. D’altronde è proprio l’art. 41 della Costituzione, quello che il governo vorrebbe abolire, ad affermare che l‘iniziativa economica non può esercitarsi, oltre che contro l’utilità sociale, la libertà e la sicurezza, anche contro la dignità umana. Quella che Berlusconi vorrebbe toglierci per sempre.

La rivendicazione della propria dignità è una aspirazione che si radica nella individualità di ciascuno e ciascuna, ma che trova riscontri e punti di approdo solo in un processo condiviso di reciproco riconoscimento: riconoscimento del valore, delle capacità, delle potenzialità, ma anche delle difficoltà, delle sofferenze, delle debolezze reciproche. In una parola, in un contesto di solidarietà. In quanto tale la rivendicazione della propria dignità è l’esatto opposto della competitività, della volontà e della ricerca di una affermazione a spese degli altri, che è stata ed è il fondamento, più o meno esplicito, dello Zeitgeist; cioè dello spirito del tempo che ha dominato gli ultimi trent’anni e che si è concretizzato nel cosiddetto “pensiero unico”.

Una visione del mondo che nella sua dimensione strutturale si chiama liberismo: una dottrina che giustifica (più che praticare) la competizione universale – una versione totalizzante di “darwinismo sociale” – come soluzione “naturale” di tutti i problemi, sistema ottimale per “allocare le risorse” e promuovere il benessere di tutti. Ma che a livello personale ha comportato la promozione e la legittimazione universale del servilismo. Perché il modo più efficace, rapido e facile per farsi strada a spese degli altri è quello di asservirsi totalmente a chi sta più in alto nella gerarchia sociale. Il mercimonio di corpi, pensieri, azioni, scritti, voti, trasmissioni, dichiarazioni, affiliazioni politiche a cui Berlusconi ci ha assuefatto da anni non è che la punta dell’iceberg; la parte più grottesca e visibile, di un sentire che permea tutto l’universo dominato dal pensiero unico.

Non si tratta di una questione di “valori”. E’ un fatto strutturale; che si radica nei comportamenti quotidiani di una moltitudine di soggetti; nei condizionamenti a cui ciascuno di noi è sottoposto da una precarietà sempre più diffusa, che investe ogni aspettio del vivere associato; non solo il lavoro, ma tutto: reddito, casa, famiglia, scuola, assistenza, relazioni, traffico, salute, futuro. Non è un problema solo italiano: in Francia ha scalato le classifiche un pamphlet (ora tradotto anche in italiano) di Stéphane Hessel, 93enne già membro della resistenza francese, dal titolo Indignatvi! E l’ultimo saggio di Serge Latouche (un autore su cui mantengo molte riserve) mette comunque al centro della sua proposta di decrescita la riconquista della dignità della persona. Segno che il problema non nasce solo da Berlusconi. L’esempio maggiore del valore e del peso della dignità ci viene comunque in questo momento dalle rivolte dei popoli arabi.

E’ sbagliato allora vedere in quei fattori prepolitici, di cui l’antiberlusconismo è stato indubbiamente un catalizzatore, ma che ha coinvolto anche tanti – studenti, lavoratori, intellettuali, disoccupati: uomini e donne – che di Berlusconi sono stati e forse saranno ancora elettori, un elemento “sviante”, che rischia di indirizzare il movimento verso falsi obiettivi. Magari predisponendo il terreno a una alternativa a Berlusconi che salvaguardi e perpetui i tratti più significativi e “strutturali” della sua politica. E’ sbagliato per due motivi.

Il primo è che siamo entrati in un’epoca di grandi sconvolgimenti: nessun economista – o quasi – aveva previsto la crisi in corso; e nessuno sa veramente se e come se ne uscirà. Ma nessun politologo aveva previsto l’esplosione delle rivolte in Medio Oriente; e nessuno si azzarda a prevedere se e come ne usciremo. In particolare, come ne uscirà l’Italia di Berlusconi. Quel che è certo è che una via di uscita fondata sul petrolio a basso costo (per continuare a far marciare – e vendere – milioni e milioni di automobili; e tutto il resto) e sul “patto di stabilità” che l’Europa sta mettendo a punto per vincolarci al saccheggio dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori non ha molte chance di resistere alle turbolenze in corso.

Il secondo motivo è che l’inventario dei danni prodotti da anni di berlusconismo (al governo come all’opposizione) non è ancora stato fatto; e non potrà essere fatto fino a che Berlusconi resterà al governo. Ma alla fine verrà alla luce un mondo di macerie: nel tessuto produttivo, nell’occupazione, nell’ambiente, nella Pubblica amministrazione, nella cultura, nella politica, nello “spirito pubblico”. Nessuno lo sa meglio di chi vorrebbe o potrebbe prenderne il posto.

Se Berlusconi continua a governare, non è perché si è comprato venti o trenta deputati come si è comprato ottanta o cento escort per le sue notti brave. E’ perché nessun “potere forte” ha per ora interesse a metterlo in crisi; altrimenti lo farebbe nel giro di una settimana. E non perché quei poteri forti non sentano il peso di un governo inconcludente; che però, fin che dura, consente a tutti – Confindustria, Fiat, Chiesa, Mafia, Forze Armate, Massoneria – di seguire la propria strada. Che (vedi Fiat; vedi Chiesa) non è comunque una strada di grande respiro. Ma una volta fatto fuori Berlusconi, e azzerato il suo potere affabulatorio – di cui la sua capacità di risorgere dalle proprie ceneri come l’araba fenice, o dalla propria bara come Nosferatu, è una componente essenziale, a cui la cosiddetta sinistra ha dato tutto il contributo che poteva – ai nuovi padroni toccherebbe il compito di prendere in carico quel mondo di macerie. E nessuno, per ora, ha ancora trovato il coraggio o la convenienza a farlo

Dobbiamo prepararci a farlo noi. Non noi “di sinistra” (che sarà mai?) Ma noi che vogliamo riappropriarci della nostra dignità. Come? Nessuno lo sa ancora. Ma molti di noi sanno che cosa vorrebbero fare e con chi. Si tratta di ricreare uno spazio pubblico, mille spazi pubblici, dove del “che fare”, senza sentirsi condizionati dall’impotenza dei partiti di opposizione, si torni a parlare “alla grande”, in un libero confronto. Il mondo sta cambiando, e molto in fretta. Se in meglio o in peggio dipende anche da ciascuno di no

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