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Sulla riterritorializzazione del processo economico (“il manifesto”, 24 ottobre 2010)

Inserito da on Ottobre 9, 2011 – 1:56 pmNo Comment

La riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo dominanti è un’utopia, come sostiene Asor Rosa in un articolo sul manifesto del 14.10 Sì, è un’utopia concreta; nel senso che aveva dato a questo termine Alex Langer. E’ cioè un progetto praticabile, ma al tempo stesso radicalmente alternativo allo stato di cose esistente. E’ praticabile per due motivi. Il primo è che non ci sono alternative: prima o poi – più prima che poi: pochi decenni e, in alcuni casi, pochi anni – il pianeta Terra entrerà in uno stato di sofferenza irreversibile, dove continuare con l’attuale regime produttivo sarà comunque impossibile.

Ma imboccare una strada diversa non sarà né facile né rapido: lo faranno meglio quelli che avranno già accumulato una certa esperienza in proposito e, soprattutto, che avranno coinvolto in questa prospettiva la maggioranza degli attori che dovranno farsene carico: cioè l’insieme della popolazione, ciascuno, e ciascuna categoria sociale, per la parte che gli potrà competere. La seconda ragione è che per la prima volta la questione ambientale si combina in modo incontestabile con la questione dell’occupazione; e con essa, con quelle del reddito, dei consumi e dell’equità sociale. La situazione dell’industria automobilistica, di cui la vicenda della Fiat di Pomigliano e Termini Imerese è solo un caso particolare, rende tutto ciò evidente.

Il prodotto auto è inquinante, sia nella fase di utilizzo (contribuisce ad almeno il 14 per cento delle emissioni climalteranti), sia in quella di produzione (dall’estrazione, trasporto e lavorazione delle materie prime e delle risorse energetiche alla produzione e al montaggio dei componenti, con un impatto almeno equivalente), sia nella sua infrastrutturazione (strade, viadotti, gallerie, svincoli, parcheggi, ma soprattutto assetti urbani impraticabili senza automobile: insieme si arriva vicini al 50 per cento delle emissioni). Inoltre, la capacità produttiva del settore è e resterà sovradimensionata: in Occidente e in Giappone la cosa è palese; nei paesi emergenti lo diventerà presto: i programmi di sviluppo del comparto e di motorizzazione della popolazione sono impraticabili. Infine, in questo campo la concorrenza è spietata: impegna non solo i marchi (le imprese), ma anche gli Stati e i sindacati e, attraverso questi, i lavoratori; chiamati a schierarsi come soldati in difesa della propria impresa, in una guerra contro altre imprese, altri Stati, altri lavoratori. In questa competizione i contendenti sono destinati a cadere uno a uno come birilli. Per primi i più deboli, e la Fiat e tra questi: non prima di aver svenduto però – se si segue il percorso proposto, volgarmente chiamato BAU (business as usual) – diritti, livelli salariali, benessere (per chi ce l’ha ancora), salute, vita e famiglia. E portando allo sfacelo quanto resta della grande industria italiana. La manifestazione del 16 a Roma ha dato un segnale e offerto un riferimento a tutti coloro che, non solo alla Fiat, non solo nell’industria in genere, e non solo nella platea degli occupati, intendono opporsi a questa prospettiva. Il problema è collegare a questo no un’alternativa, e un percorso (una road map) per imboccarla e realizzarla.

Nell’industria dell’auto – come in quasi tutti i settori industriali, a cominciare dall’industria degli armamenti: l’unica che in Italia “tira” a pieno ritmo; grazie alla spesa pubblica e alle “guerre umanitarie” – ci sono risorse tecniche e umane (maestranze, quadri, know how, e anche impianti) per avviare gradualmente produzioni diverse: soprattutto nel settore energetico, che è quello a cui spetta un’assoluta priorità nel progetto di riconversione (impianti di microcogenerazione diffusa, turbine eoliche, microidrauliche e marine, pompe geotermiche, pannelli fotovoltaici e impianti solari termici e termodinamici). Il mercato di questi prodotti in parte si “paga da sé”, con i risparmi che permette di realizzare; in parte è incentivato, e potrebbe esserlo molto di più se si rinunciasse a interventi “a perdere”, come il nucleare e altre “grandi opere”. Ma a guidare un processo del genere certamente non potrebbe essere l’attuale management della Fiat, tutto proiettato nella corsa verso il baratro della competizione in un settore senza avvenire. Di fronte al ricatto “o accettate questo diktat – e tutti quelli che verranno dopo – o si chiude” l’unica risposta possibile è quella contrapporgli un’alternativa praticabile: se l’azienda non è più in grado di garantire diritti e occupazione ai suoi dipendenti, passi la mano ad altri: accollandosi, almeno in parte, i costi delle conversione.

Ma non è solo l’auto, e non è solo l’industria energetica, a richiedere una riconversione ecologica. Agricoltura (in Italia in grande sofferenza) e industria alimentare, edilizia (e assetti urbani), mobilità, gestione dei rifiuti (salvaguardia delle risorse), delle acque, del territorio, scuola, ricerca e formazione sono tutti settori in cui un cambio di rotta è necessario e urgente. E in cui le condizioni di una conversione sono già in parte presenti nelle competenze e negli impianti oggi impegnati nelle produzioni e nelle gestioni da abbandonare: basta pensare al passaggio dalle “grandi opere” di ingegneria civile alla salvaguardia del territorio e alla ristrutturazione e messa in sicurezza di impianti ed edifici. In tutti i casi citati, il principio guida della riconversione dovrà essere necessariamente la graduale “riterritorializzazione” di produzioni e mercati attraverso una loro sempre più stretta prossimità: in agricoltura, nella generazione energetica, nel recupero di scarti e rifiuti, nel riassetto degli edifici e del territorio, nella formazione permanente. Un sistema in cui a circolare per il mondo siano soprattutto informazioni, saperi e culture – bit – e le persone che ne sono portatori, e sempre meno, anche per via dei costi e degli impatti crescenti che avrà il trasporto, le risorse e i beni fisici: gli atomi.

E’ questa l’unica vera alternativa alle “guerre commerciali”; cioè al mero protezionismo, da tempo impraticabile; ma anche alla rincorsa delle valute che imperversa oggi, o alla gara a chi “esporta” di più a spese dei competitori più deboli e delle relative popolazioni. Ed è anche la risposta alla teoria dei “vasi comunicanti” proposta da Eugenio Scalfari e ricordata da Asor Rosa. Certamente è giusto che le differenze tra salari, diritti e livelli di vita dei paesi industrializzati e quelli dei paesi emergenti – ma anche tra questi e le regioni che non “emergono” affatto – si vadano attenuando, come di fatto già avviene. Ma l’unico modo per rendere il processo graduale e meno traumatico per tutti è quello di guidare ogni territorio – che è cosa differente da “ogni Stato” – verso la sicurezza alimentare, l’autosufficienza energetica, il rispetto dell’ambiente, la promozione sociale e culturale dei propri abitanti.

Ma chi farà tutto ciò? Ogni possibile road map deve partire da una constatazione: per guidare, o anche solo concepire e progettare, un percorso del genere ci vuole una nuova classe dirigente; quella attuale, sia di parte politica che industriale, non è assolutamente all’altezza del compito, né in grado di attrezzarsi per diventarlo: è indissolubilmente imprigionata nel dogma tatcheriano (TINA: there is no alternative) secondo cui non ci sono alternative al liberismo e al dispotismo dell’impresa. Certamente, nella formazione di una nuova classe dirigente, molte competenze e molti portatori di competenze potranno essere rilevati dai gruppi oggi al comando, ma solo se un magnete sufficientemente forte riuscirà a staccarli, a pezzi e bocconi, dalla rete di complicità – e di irresponsabilità – che attualmente li lega. Lavorare perché si crei, dentro i rapporti di produzione e gli assetti politici attuali, una nuova e diversa classe dirigente non è compito da poco né di breve durata, mentre il tempo stringe.

Ma proprio per questo bisogna cominciare subito e qualcosa si può fare fin da ora. Aiuta, nel definire una road map, il fatto che l’ambito privilegiato della riconversione sia il territorio. Certamente essa è un processo che non potrà avere esiti positivi se non a livello superiore: nazionale, continentale e planetario. Ma è sui territori, a partire dalle loro specificità, sia geografiche e produttive che sociali, politiche e culturali, che le cose devono partire; i livelli sovraordinati potranno esserne investiti e coinvolti solo se i territori saranno in grado di esercitare su di essi pressioni adeguate. Per fortuna non siano soli, né in Italia, né in Europa, né nel mondo. Molti altri sono al lavoro come noi, o come potremmo fare noi, e meglio di noi.

Una nuova classe dirigente ha bisogno di saperi, sia di carattere tecnico sia di carattere sociale, intesi come conoscenza del proprio territorio e delle sue potenzialità; entrambi sono abbondantemente diffusi tra la popolazione – sia occupata che non – tanto che comitati di base, associazioni, movimenti e organismi dell’”altra economia” hanno dimostrato di saper crescere solo attraverso una sempre maggiore valorizzazione delle rispettive conoscenze. Ha bisogno di una legittimazione, di finanziamenti e di altre e differenti competenze, presenti nelle amministrazioni locali o in una parte di esse; cosa che può solo nascere da una adeguata pressione dal basso. Ha bisogno di imprese e di imprenditori per mettere la loro esperienza al servizio di nuovi progetti; e questi possono in parte essere forniti – e formati – dal terzo settore; in parte dalle imprese messe alle strette dalla crisi (non sempre guidate da pirati come molti dei bancarottieri saliti alla ribalta delle cronache). E ha bisogno, infine, di una sede in cui queste tre componenti – imprese, amministrazioni e associazionismo – possano aprire un confronto e provare a lavorare insieme alla definizione di progetti di riconversione specifici. E questa la sede privilegiata di selezione e formazione di una nuova e diversa classe dirigente. Dopo la manifestazione del 16 la Fiom potrebbe farsi promotrice – con le dovute cautele, cioè senza alimentare eccessive aspettative nell’immediato – di incontri preparatori del genere in tutte le situazioni di crisi.

La vicenda dell’Electrolux di Scandicci, dismessa dalla multinazionale che la controllava e riconvertita alla produzione di pannelli fotovoltaici grazie alla lotta dei lavoratori, all’appoggio di sindacati e Regione, ma soprattutto all’impegno di molti Comuni toscani a installare nei propri edifici gli impianti prodotti, usufruendo peraltro di incentivi che permettono di fare l’operazione a costo zero, è esemplare: di fronte alla prospettiva di un mercato di avviamento sicuro non è stato difficile trovare anche degli imprenditori che ne assumessero la gestione. Purtroppo i soggetti prescelti non sembrano all’altezza del compito; soprattutto, pare, perché attratti da alternative di speculazione sull’immobile rilevato. Ma ciò denuncia soltanto la debolezza di un processo di selezione che avrebbe forse potuto essere più rigoroso se sottoposto a un controllo pubblico e più trasparente. Sbagliando si impara.

Un’esperienza – fallimentare – come quella del Forum Rifiuti Campania, a cui ho partecipato direttamente, aveva dimostrato a suo tempo che di fronte a situazioni estreme la disponibilità a discutere e prospettare alternative matura anche in seno ad alcune imprese e alcune amministrazioni pubbliche. Certamente è mancata a quell’esperienza (di qui il fallimento) il sostegno dell’assessorato regionale, che pure l’aveva promossa e poi l’ha lasciata cadere malamente; ma non quello di molti sindaci e assessori volonterosi; ed era mancata soprattutto, anche da parte di chi scrive, la capacità di valutare, nonostante le difficoltà incontrate quotidianamente le potenzialità di una sede del genere: anche in vista di future scadenze, come quelle della Fiat di Pomigliano e del relativo indotto, che avrebbero potuto esserne coinvolte.

Nel dibattito su proprietà pubblica e privatizzazioni, Stato e mercato, si sta facendo strada una “terza via”; che non è quella di Tony Blair e Anthony Giddens, ma quella del controllo dal basso di beni e risorse da acquisire alla sfera dei beni comuni. Una sfera che non è un’entità metafisica, come sembrerebbe emergere dal mantra su un “comune” trasformato in sostanza che impregna il mondo, né un ambito definito una volta per tutte; bensì il risultato possibile, e sempre a rischio, di mobilitazioni, di lotte, e soprattutto di alternative progettuali. Il caso dell’Elettrolux allude alle straordinarie potenzialità che un controllo dal basso esercitato sui governi locali offre alla promozione di un mercato riterritorializzato e alla rilocalizzazione delle relative produzioni. La legge che espropria definitivamente gli Enti locali della possibilità di dotarsi di strumenti di intervento economico – ed eventualmente di sottoporli a un controllo dal basso – instaura in realtà un regime di predazione dove, in nome di una falsa concorrenza, l’unico soggetto a essere privato della cosiddetta libera iniziativa – e della possibilità di lavorare alla riconversione produttiva del territorio – è il Municipio: l’amministrazione che potrebbe e dovrebbe rappresentare più direttamente le istanze e i bisogni dei cittadini. Il terzo passo della road map è sicuramente la lotta contro questo sopruso.

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