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Sulla presunta fne della lotta tra operai e padroni (“il manifesto, 30 agosto 2010)

Inserito da on Ottobre 9, 2011 – 1:34 pmNo Comment

Per Marchionne, per la Marcegaglia e per molti altri che hanno frequentato il meeting di Comunione e liberazione la lotta di classe è un residuo di un passato da superare, così come lo è la conflittualità sindacale o la lotta “tra operai e padroni”.
Così si capisce meglio dove mirassero le tante polemiche fuori tempo massimo contro il ’68 e la sua cultura distruttiva. Però, come giustamente ha fatto notare Adriano Sofri sulla sua piccola posta, la frase “basta lotta tra padroni e operai” prende una sfumatura diversa a seconda che a pronunciarla sia un operaio o un padrone.

In effetti per tutti costoro quello che è superato, o che va superato, è la lotta degli operai contro i padroni, o dei lavoratori contro le imprese e i loro imprenditori, perché l’altra, quella dei padroni contro gli operai è in pieno corso e va a gonfie vele. Come altro si può intendere, infatti, la situazione di quelle migliaia di lavoratori lasciati sul lastrico da padroni, spesso bancarottieri, che si sono impossessati di un’impresa per distruggerla o ridimensionarla grazie ai meccanismi messi in campo dalla finanza internazionale. O le delocalizzazioni fatte per liberarsi di una manodopera troppo costosa. O la diffusione del lavoro precario che distrugge qualsiasi possibilità di costruirsi una vita e un futuro? O la tesi del ministro Tremonti, secondo cui la normativa sulla sicurezza sul lavoro (L. 626) è ormai insostenibile per le imprese, nonostante che le morti sul lavoro ufficialmente accertate siano diverse migliaia all’anno, e che altrettante, e forse più, siano quelle non accertate, perché morti “bianche” provocate dal lavoro “nero”.

L’accondiscendenza politica e sindacale nei confronti del primato assoluto dell’impresa – che è l’ideologia sottostante a tutte queste prese di posizione – ha impregnato talmente il sentire comune che nell’affrontare questi temi i loro corifei non si rendono nemmeno più conto di quello che dicono. Sentite per esempio Marchionne al meeting di Rimini: “Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti”. Pensa di parlare di tre degli operai che ha fatto licenziare per rappresaglia contro la Fiom, ma messa così la stessa frase potrebbe essere letta in un altro modo. Quali sono “i diritti di pochi”? Non sono forse quelli dei padroni della fabbrica? O, meglio, degli azionisti di riferimento (gli altri fanno parte del “parco buoi”) e dei manager che si sono scelti e che guadagnano, tutti quanti, milioni di euro all’anno: 3-400 volte di più dei “molti” che lavorano per loro. E chi sono quei “molti” i cui diritti vengono “piegati” dai “pochi”: quelli che un picchetto o un’assemblea in fabbrica ha magari dissuaso dal cedere al ricatto dell’azienda? O quelli “piegati” a dire di sì in un referendum sotto la minaccia di perdere per sempre il loro posto di lavoro? E ancora (E’ sempre Marchionne che parla): “La dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti”. Certo la dignità e i diritti di alcuni “tre”, per esempio Marchionne, Elkann e Montezemolo, oppure Tremonti, Sacconi e la Sig.ra Marcegaglia, non sembrano messi in discussione. Ma che dire di migliaia di lavoratori posti di fronte al diktat di accettare condizioni di lavoro inaccettabili, contrarie alla loro dignità (ma si è mai vista la “pausa mensa” a fine turno, dopo otto ore di lavoro quasi senza pause? E perché non li si lascia andare a mangiare a casa loro? Perché siano pronti per il lavoro straorinario) e contrari ai loro diritti (quello, sacrosanto di garantirsi un brandello di vita familiare libera da turni e straordinari; o quello di scioperare). Questa storia della fine della lotta tra operai e padroni, con cui i vincenti di oggi si riempiono la bocca trattando i diritti dei perdenti come carta straccia, ricorda da vicino la storia della “fine delle ideologie”. In realtà, a scomparire dai radar è stata solo l’ideologia socialista, con le sue varianti anarchica e comunista. Le altre, quella liberale, trasformata in liberismo e in “pensiero unico” è più viva che mai (anche se è più che mai un morto che cammina). E la dottrina cristiana della chiesa, trasformata in fondamentalismo cattolico (“diritto alla vita” contro i diritti di chi vive), anche.

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