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Precari e conversione ecologica (il manifesto, 18 aprile 2011)

Inserito da on Ottobre 21, 2011 – 3:50 pmNo Comment

Anche i quattro milioni di precari italiani, come i due milioni di disoccupati, e i milioni di lavoratori “scoraggiati” di cui le statistiche nemmeno tengono conto, anzi, soprattutto loro – e non solo i lavoratori delle aziende in crisi o votate a entrare in crisi in un prossimo futuro – hanno bisogno di una grande conversione ecologica.

Questa economia, questo sistema, prima ancora che questa politica economica non offrono a nessuno di loro alcuna chance, se non una corsa continua verso il sempre peggio. E’ in pieno svolgimento nel nostro paese una competizione al ribasso, destinata a portare allo smantellamento e alla liquidazione di tutto ciò che nell’attuale assetto dei rapporti internazionali non ha la forza per competere: aziende, interi settori, ruoli, saperi, posti di lavoro, redditi.

Ma non è che, in un schumpeteriano processo di “selezione naturale”, per ogni impresa, settore, posizione e reddito che si perde se ne creino uno o più di nuovi. Perché ciò accada bisognerebbe “mettere al lavoro” le energie e le risorse presenti nel del corpo sociale oggi latenti, sopite, sprecate o represse; che sono tantissime. C’è chi sostiene che “il Capitale” lo sta facendo, o lo ha sempre fatto; anche se non le remunera per quello che valgono. D’altronde lo “sfruttamento”, in senso proprio, non è che questo. Ma più passa il tempo e più è difficile dare pieno credito a questo schema. Certamente ciò che viene messo al lavoro non solo non viene remunerato per quel che vale o produce, ma viene pagato sempre meno, pretendendo sempre di più. Ma si ha l’impressione che quello che non viene messo al lavoro sia molto ma molto di più; e sembra comprovarlo il senso di frustrazione che attanaglia migliaia di giovani – e sempre più, anche di meno giovani – precari maltrattati, avviliti, adibiti a funzioni sempre più povere di contenuti, di innovazione, di soddisfazioni, o anche disoccupati o addirittura scoraggiati; mentre dall’altro lato si spremono sempre di più, fino all’ultima frazione di secondo, i sempre meno che sono al lavoro; quando sono al lavoro.

E’ difficile pensare che nel medio periodo (e come dicono i precari, “il nostro tempo è adesso”) ci sia, in Italia o in Occidente, una ripresa economica sufficiente a fare da traino a un aumento dell’occupazione di qualità; in grado di valorizzare le competenze diffuse di lavoratori ricchi di esperienza, dismessi perché troppo vecchi, o di giovani scolarizzati e “masterizzati” o, più spesso, fregati con la costosa frequenza a corsi senza capo né coda. Ancora più difficile pensare che il contratto unico a tempo indeterminato – con libertà di licenziamento senza giustificazioni – da tempo proposto dal senatore PD Pietro Ichino, e ora abbracciato anche dall’ex senatore PD Nicola Rossi e dall’aspirante sostituto di Berlusconi, Luca di Montezemolo, possa contribuire a ricreare il lavoro che non c’è.

Il fatto è che se non si cambia rotta il declino è non solo irreversibile, ma destinato a un’accelerazione. E cambiare rotta vuol dire produrre e consumare altro: altre energie, altri alimenti, altre abitazioni, un’altra mobilità; con fonti rinnovabili, agricoltura sostenibile, veicoli condivisi, un’urbanistica e un’edilizia ecologiche, una educazione permanente fondata sull’alternanza scuola e lavoro, sul recupero della manualità, sull’apertura della scuola e dell’università al modo esterno: che non è il mondo delle imprese e dei loro manager, introdotti surrettiziamente – e gratis – dal ministro Gelmini nei consigli di amministrazione degli atenei; bensì il mondo dei saperi diffusi, delle buone pratiche e delle scuole di vita, di cui il modo del lavoro, della precarietà e della disoccupazione è così ricco.

In questa apertura, di cui il movimento degli studenti e le loro organizzazioni possono e dovrebbero farsi promotori, ci può essere spazio per tutti i saperi e le competenze acquisite, per le esperienze già fatte, ma anche per le aspirazioni, le aspettative, i sogni e i bisogni di cui il popolo disperso dei precari, ma anche il mondo dei lavoratori ancora occupati, e non solo loro, sono portatori.

Saperi, competenze, esperienze, aspirazioni, aspettative, sogni e bisogni vanno sottoposti a una verifica condivisa di fattibilità in uno “spazio pubblico” finalmente aperto al confronto tra chi non ha mai avuto la possibilità di incontrarsi. Una verifica di fattibilità articolata per obiettivi, progetti e programmi, che ne definisca dimensioni, modalità, tempi, localizzazioni, costi, interlocutori (i potenziali “stakeholder”); mantenendo i piedi per terra, ma senza piegarsi al diktat della mancanza di risorse. I soldi ci sono (ne hanno molti i ricchi, anche se è sempre più difficile riprenderglieli); le risorse (soprattutto il cosiddetto “capitale umano”) sono molte di più di quelle attualmente impegnate, perché la maggior parte giace inutilizzata o viene sprecata. Ma senza progetti e programmi nati da un impegno e un confronto congiunto di bisogni, interessi e competenze diverse anche le rivendicazioni non hanno gambe per camminare.

L’ultimo approdo del liberismo, la big society propugnata nel Regno Unito dal governo Cameron, vorrebbe mettere al lavoro quelle risorse gratis, per risparmiare sui budget pubblici, e poi devolverli alla finanza internazionale per tapparne i buchi. Difficile riuscirci in un panorama di desolazione, disperazione e soprusi come quello attuale. Ma certo il liberismo le risorse le sa individuare, e lo vediamo all’opera nel saccheggio dei beni comuni, dei servizi pubblici locali, delle residue forme di welfare, nell’evasione fiscale, nel ricorso al lavoro nero, nella contiguità con criminalità organizzata, nel cinico sfruttamento della disperazione di chi si è visto rubare presente e futuro.

Con la prospettiva di riprendere in mano la gestione della propria vita e dei propri affari molte di quelle risorse possono essere messe in valore con un approccio differente. Non c’è solo il mercato per mettere all’opera le risorse esistenti. E, soprattutto, non lo può e non lo sa più fare il mercato esposto alla concorrenza internazionale più sregolata, dove tutti sono destinati prima o dopo a perdere e nessuno può mai vincere. La riterritorializzazione di programmi e progetti, l’economia e la democrazia a chilometri zero, invece, possono rimettere in moto molte cose. Lo hanno fatto e lo hanno dimostrato con tanti esempi e buone pratiche di “altra economia”.

Lo potrebbero fare su una scala infinitamente più ampia se solo ricevessero dalle amministrazioni e dai governi locali, anche senza risorse aggiuntive, la legittimazione e l’appoggio necessari a diffondersi e moltiplicarsi. Si possono promuovere accordi che scavalchino l’intermediazione del mercato, o che l’accorcino; promuovere forme di scambio modellate sul principio del baratto; rivalutare l’usato se impariamo a prenderne cura e a ripararlo; promuovere il dono se i destinatari sono noti e non surroga i mancati adempimenti di chi ci governa. Soprattutto, si possono elaborare progetti e piattaforma sulla cui base rivendicare una diversa allocazione delle risorse esistenti. Naturalmente non sno cose che “vanno da sé”. Provocano conflitti, richiedono impegno, chiamano alla lotta.

In ogncaso, uno spazio pubblico ricreato in queste forme può diventare una scuola di autoformazione e di crescita per tutta la cittadinanza attiva; ma anche il vivaio di una nuova imprenditoria o la sede di una riconversione di un’imprenditoria senza più futuro lungo le vecchie strade. Non bisogna averne paura: le imprese e gli imprenditori (singoli, sociali, collettivi, pubblici o privati) servono. Quello che si rivendica poi bisogna saperlo fare senza delegalo a una qualsiasi controparte; e l’occupazione, qualsiasi forma di occupazione che impegni con reciproca soddisfazione chi la rivendica e la vuole conquistare, è sempre un’impresa: cioè un progetto da formulare e realizzare in forme tali da poterne mantenere il controllo nelle mani di chi lo ha promosso e voluto: non solo i lavoratori che vi sono direttamente impegnati, ovviamente, ma anche tutte le componenti organizzate e le istituzioni della cittadinanza attiva che hanno partecipato alla sua elaborazione e alla sua realizzazione. L’importante è cominciare.

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