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Per l’elaborazione di un documento sul lavoro per il nodo Alba di Milano

Inserito da on Ottobre 17, 2012 – 3:07 pmNo Comment

Alla luce della crisi ambientale, sociale e poi economica e finanziaria con cui si è aperto il nuovo secolo il lavoro si presenta in una molteplicità di sfaccettature (più che il lavoro, i lavori) che è difficile ridurre ad unità sia nell’analisi che, a maggior ragione, nelle rivendicazioni e nell’elaborazione programmatica. Volendo semplificare, abbiamo di fronte per lo meno cinque grandi categorie di attività e di condizioni esistenziali – e un numero anche maggiore di problematiche – a cui ricondurre il concetto di lavoro.

CINQUE RAGGRUPPAMENTI

La prima categoria è il lavoro come è stato inteso e conosciuto per lo più nel secolo scorso: un impiego sostanzialmente permanente alle dipendenze di un’impresa o esercitato in forma autonoma (professionisti, artigiani, agricoltori, commercianti), comunque all’interno di un quadro normativo definito a grandi tratti dalla legge e nella sua specificità da forme di contrattazione collettiva, oppure dalla regolamentazione di un numero definito e limitato di inquadramenti professionali; all’interno di entrambi era in genere prevista una progressione di carriera (anche solo per anzianità), una tutela contro malattie, infortuni e in caso di maternità, una data e un’allocazione certe per il pensionamento, degli ammortizzatori sociali in caso di perdita del posto di lavoro;

La seconda categoria è il lavoro dipendente precario; precario nel senso di privo di qualsiasi garanzia di continuità, di permanenza nella stessa mansione, di progressioni di carriera, di tutele in caso di maternità, malattia, infortunio o di mancato rinnovo dell’ingaggio; con contribuzioni sociali che non garantiscono il raggiungimento di un minimo vitale o di una età certa per il pensionamento. In questo campo, si è assistito, soprattutto in Italia, alla moltiplicazione delle fattispecie di rapporti di lavoro previste dalla legge, cosa che contribuisce ulteriormente allo sventagliamento delle condizioni di lavoro. E’ questa, grosso modo, la condizione del proletariato all’inizio e per tutta la prima fase della rivoluzione industriale, che tre decenni di politiche liberiste stanno re-imponendo in tutto il mondo – e soprattutto in Italia – come condizione di una competitività universale basata sulla compressione del costo del lavoro; e che oggi riguarda la stragrande maggioranza dei pur limitati ingressi nel mondo del lavoro (il problema della disoccupazione giovanile è centrale in tutto il mondo occidentale e non solo in Italia). La precarietà viene spesso confusa con la flessibilità dei regimi di orario – quotidiano, mensile, annuale – che per lo più la accompagna e che in alcuni casi può anche corrispondere a una preferenza del lavoratore o della lavoratrice. Ma si tratta di due aspetti da tenere distinti. Precarietà è mancanza di sicurezza nel presente e nel futuro, ed è una condizione che nessuno è disposto a riconoscere come positivo. La flessibilità dei regimi di orario è una condizione resa largamente possibile dagli sviluppi tecnologici e organizzativi dell’ultimo mezzo secolo, largamente applicabile – ma pochissimo adottata: si pensi al telelavoro – anche nell’ambito del lavoro a tempo indeterminato, quando non è legato a processi produttivi a flusso continuo. E questa, se frutto non di una imposizione, ma di una libera scelta del lavoratore, ancorché negoziata con il datore di lavoro, rappresenta sicuramente una opportunità di cui tenere conto nel delineare il quadro di riferimento del lavoro di domani;

La terza categoria è costituita dal lavoro irregolare, non solo privo di tutele sul lavoro, ma anche dell’esigibilità dei basilari diritti di cittadinanza e di una tutela giudiziaria contro i soprusi: è il lavoro degli immigrati clandestini, di molti immigrati regolari a cui non vengono riconosciuti condizioni di parità con i loro colleghi nativi, spesso aggravata dalla mancanza di un retroterra familiare o di affini su cui fare affidamento per mitigare le sofferenze di una vita di assoluto isolamento sociale ed esistenziale. Ma è anche la condizione di molti lavoratori nativi sfruttati e sottopagati e dei secondi e terzi lavori a cui sono costretti dalle ristrettezze molti lavoratori regolari e che si svolgono per lo più in condizioni di assoluta illegalità;

La quarta categoria è rappresentata dall’autoimprenditorialità non regolamentata: è la posizione delle le partite IVA senza ordini professionali, quando non sono il mero mascheramento di un lavoro dipendente in condizioni di precarietà (nel qual caso si rientra nella seconda categoria). Ma anche di molti “operatori dell’ingegno” – come gli artisti di strada – o di persone costrette a ricorrere all’arte di arrangiarsi per sopravvivere, che per l’esiguità dei propri introiti nemmeno possono aprire una partita IVA. Si tratta sicuramente di una minoranza, anche se consistente, che capitalizza, per vocazione o più spesso per forza, competenze, ingegno o manualità per operare, singolarmente o in forma associata, come imprenditori di se stessi. La sua importanza è strategica, perché in molti casi è la principale fonte di innovazione per quelle imprese che la mettono al lavoro nei modi più diversi – magari anche soltanto rubandogli le idee – ma anche per i movimenti di contestazione che spesso li vedono protagonisti. Il problema fondamentale di questa categoria di lavoratori è l’aleatorietà della loro condizione professionale, non solo non riconosciuta, ma spesso illegale ed esposta a varie forme di persecuzione (si pensi agli artisti di strada, o ai manutentori senza un laboratorio e una clientela fissa) e, quando riconosciuta, sottoposta a un regime fiscale e contributivo senza contropartite che si configura come un vero e proprio sfruttamento da parte dello Stato e dei suoi organi.
La crescente precarietà indotta sui lavoratori della prima categoria dalla crisi e dalla sua gestione da parte dei governi, la contrazione dei diritti democratici e delle forme di partecipazione alla vita pubblica a cui è progressivamente sottoposta tutta la popolazione e l’attacco spietato agli istituti del welfare stanno gradualmente riducendo sia le distanze che le differenze tra queste quattro categorie di lavoratori, nonché, come vedremo, la loro distinzione dall’area del non lavoro. E tuttavia le modalità con cui rispondere ai problemi specifici di ciascuna di esse continuano a presentare numerose differenze;

La quinta categoria dei lavori è costituita da quell’insieme di attività legate alla riproduzione dell’esistenza umana – quelle che Illic catalogava come “lavoro ombra” – ma a cui il secolo scorso non ha mai riconosciuto la qualità di lavoro, riservando questa considerazione alle attività retribuite e la qualifica di lavoratore al cosiddetto breadwinner. Il modo in cui i secolo scorso ha preso in considerazione queste attività – in verità, molto raramente, a parte la sporadica rivendicazione di un salario al lavoro domestico – è stato nell’ambito della cosiddetta conciliazione tra tempi di lavoro e tempi della cura: e sempre considerando quest’ultima come un’incombenza prettamente femminile. Rispetto a questo approccio, il problema di questa categoria di lavoratrici, che in pratica abbraccia l’universo femminile, è duplice: da un lato rivendicare e ottenere un’equa ripartizione dei carichi familiari tra maschi e femmine all’interno dei nuclei di convivenza – tenendo conto della loro insuperabile diversità quando sono in gioco gravidanza e maternità – e una conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro ombra conforme alle esigenze di entrambi; dall’altro partecipare alle rivendicazioni – di reddito, innanzitutto; ma anche di opportunità occupazionali e di progressioni di carriera – lo sfondamento del cosiddetto “soffitto di cristallo” – compatibili con la propria condizione: una rivendicazione che accomuna tutti i lavoratori disoccupati o “scoraggiati”: cioè la totalità della popolazione in età lavorativa.

Per completare il quadro analitico va detto che tutte e cinque le categorie di lavoro qui individuate – e non solo la quinta – sono attraversate da una consolidata e visibile discriminazione, a tutti i livelli di posizione, di carriera e di reddito, nei confronti della componente femminile della forza lavoro: discriminazione che si manifesta innanzitutto nei diversi tassi di partecipazione alle forze di lavoro, nella differenza di reddito, e di inquadramento, anche a parità di mansione, nei catenacci imposti alle progressioni di carriera, nelle riserve – a volte consolidate da pratiche illegali come le lettere di dimissioni in bianco – al momento dell’assunzione di donne in età fertile e nelle difficoltà che le stesse incontrano nel reinserimento dopo il distacco più o meno lungo dal posto di lavoro che accompagna il periodo della maternità. Per finire infine nella diffusa esposizione a molestie sessuali in tutti gli ambiti lavorativi, che a volte sconfinano in veri e propri ricatti mirati allo scambio tra prestazioni sessuali e assunzione, o mancato licenziamento, o progressione di carriera; e che, per la parte più debole del lavoro precario e privo di diritti può sfociare nella imposizione della prostituzione come unico “sbocco lavorativo” rimasto aperto.

 

I REFERENDUM SUL LAVORO

Venendo ora al punto delle politiche e delle rivendicazioni di cui in parte si è già deciso e in parte si propone che Alba si faccia promotrice, bisogna sia distinguere le diverse esigenze delle categorie così individuate, sia identificare quanto può concorrere a unificare le diverse istanze del lavoro/lavori in un programma unitario: sempre tenendo conto che il nostro compito è quello , da un lato, di raccogliere e farci portatori delle istanze espresse dalle lotte e dalle manifestazioni di dissenso a cui riusciremo a prendere parte; e, dall’altro, di fungere da stimolo e da catalizzatore per far sì che, attraverso forme di partecipazione diretta, la molteplicità dei soggetti del lavoro a cui facciamo riferimento arrivino a formulare delle risposte concrete ai loro problemi. Non tocca a noi di Alba, invece, definire “a priori”, se non attraverso un quadro generale di riferimento come questo, ovvero nella misura in cui ciascuno di noi partecipa di un contesto di lotta e di rivendicazioni a partire dalla propria collocazione lavorativa, gli obiettivi specifici di ciascuna di queste categoria – e in gran parte non saremmo neppure in grado di farlo anche se lo volessimo. Ripercorrendo le distinzioni introdotte sopra, possiamo per ora abbozzare le seguenti osservazioni:

Innanzitutto Alba è da martedì 11 settembre impegnata nella promozione dei referendum contro l’articolo 8 del decreto di agosto 2011 e contro la manomissione dell’art 18 dello statuto dei lavoratori: il che vuol dire impegnarsi a fondo, con altri soggetti, nella raccolta delle firme, ma anche mettere in chiaro con tutti il valore assolutamente discriminante che questa posizione ha nei confronti di coloro che a vario titolo hanno sostenuto le politiche del lavoro del governo Monti e ne difenderanno il mantenimento. Apparentemente la questione riguarda solo una parte dei lavoratori della prima categoria (i dipendenti a tempo indeterminato delle aziende con più di 15 addetti). In realtà si tratta di un pilastro di tutte le politiche di resistenza contro il ritorno a un dominio assoluto e incondizionato dell’impresa sui propri dipendenti. Perché con l’art. 8 è di fatto abolita sia la contrattazione che la legislazione del lavoro, a cui è ora possibile “derogare” a favore di intese ad hoc tra l’impresa e un qualsiasi sindacato di comodo, lasciando scoperti, e senza nemmeno la tutela di un contratto di categoria, tutti i lavoratori delle imprese minori che non possono contare su una contrattazione aziendale. Con l’art. 18, più che la libertà di licenziare – che l’impresa ha sempre mantenuto, anche senza dover dimostrarne la necessità – viene reintrodotto in azienda come diritto dell’impresa la possibilità di ricattare tutti i lavoratori, e quindi di far loro accettare discipline di fabbrica, condizioni di lavoro e di sicurezza sul lavoro discrezionali, spezzando la solidarietà tra chi si espone maggiormente e il resto delle maestranze. Il crollo delle garanzie per chi rappresenta un presidio del lavoro a tempo indeterminato all’interno delle imprese comporta pertanto la perdita di ogni riferimento per chi, da una condizione di lavoro precario, rivendica diritti e tutele che le politiche del governo Monti – e di quelli precedenti – stanno cercando di abolire completamente. Per questo Alba deve combattere le tesi di chi contrappone il lavoro precario a quello “tutelato”, sostenendo che i “privilegi” del secondo sono di ostacolo al progresso del primo. E che le tutele degli anziani ostacolano l’ingresso al lavoro dei giovani. Al tempo stesso deve sforzarsi per far sì che i sindacati più legati ai lavoratori – e qualsiasi organizzazione di lavoratori in azienda – si battano per l’estensione delle tutele a tutti i lavoratori precari, perché la mano libera sulle condizioni di questi ultimi è la causa principale della progressiva erosione dei diritti conquistati dai lavoratori a tempo indeterminato.

 

L’ABROGAZIONE DEI CONTRATTI ATIPICI E IL REDDITO DI CITTADINNZA

Il problema del precariato va affrontato nella specificità di ogni rapporto di lavoro, mettendo al centro l’abolizione delle 46 tipologie di contratto introdotte dalla legge Biagi per sostituirle con non più di tre, e penalizzando i rapporti cosiddetti atipici con dei minimi salariali maggiori di quelli applicati al lavoro a tempo indeterminato: senza eccezione alcuna. Ma bisogna mettere in chiaro con i lavoratori a tempo indeterminato ancora presenti nella aziende, e con tutta la popolazione del paese, che la diffusione del lavoro precario è la principale causa sia del peggioramento delle condizioni di lavoro anche per chi ha un posto fisso, sia delle perdite di produttività delle imprese che lo hanno usato per risparmiare sul costo del lavoro invece di promuovere il progresso tecnologico, sia – quindi -del declino complessivo di tutto il sistema industriale e produttivo del paese. Per questo occorre che la difesa dei diritti dei lavoratori precari sia fatta propria dai lavoratori a tempo indeterminato occupati nelle stesse aziende; il che non toglie la necessità che i lavoratori precari, a qualsiasi delle tre categorie indicate precedentemente appartengano, si dotino di strumenti organizzativi specifici per affrontare la specificità delle proprie condizioni e delle proprie rivendicazioni.

Ma il problema della precarietà, della disoccupazione e dell’inoccupazione (di chi non cerca nemmeno più un lavoro) va affrontato alla radice e per questo Alba ha fatto proprio l’obiettivo di un reddito universale di cittadinanza a cui abbiano accesso tutti i cittadini e i residenti sul territorio. Questa rivendicazione, che corrisponde a un istituto in varie forme già in vigore in tutti i paesi dell’Unione europea, richiede ovviamente molti approfondimenti che Alba non ha ancora sviluppato e può assumere le forme e i significati più diversi.

A un primo livello esso non è che un’indennità di disoccupazione (sufficiente a vivere!) a cui abbiano accesso non solo i lavoratori e le lavoratrici a tempo indeterminato che hanno perso il loro posto o quelli/e precari/e nel periodo di inattività tra un contratto e l’altro, ma anche le persone in cerca di primo impiego. Il suo scopo è sottrarre la popolazione al ricatto della disoccupazione e della miseria ad essa collegata.

A un livello più elaborato, è un reddito di base garantito a tutti i cittadini, dalla culla alla tomba, che riassorbe tutte le altre forme di reddito riconducibili al welfare, dalle borse di studio alle pensioni, dalla indennità di disoccupazione o di malattia al salario minimo garantito. In questa accezione le persone occupate, i pensionati e i percettori di altre indennità percepirebbero dalle aziende che le impiegano o dagli enti che erogano i benefici soltanto la differenza tra la retribuzione o il reddito di loro spettanza e l’importo del reddito cittadinanza. Il costo delle retribuzioni per le aziende, delle pensioni e delle altre indennità per gli enti erogatori ne verrebbe drasticamente ridotto, a fronte di un aumento degli oneri fiscali per finanziare il reddito di cittadinanza universale a carico della fiscalità generale; oneri che ovviamente che verrebbero a gravare anche sulle aziende e dovrebbero colpire in forma progressiva su tutti i cittadini con un reddito eccedente quello di cittadinanza.

In una prospettiva ancora più costruttiva, il reddito di cittadinanza diventa uno strumento non per liberare le persone dal lavoro – cioè per “farsi mantenere dallo Stato”, come sostengono i fautori del lavoro come attività coatta – ma per liberare il lavoro dalla coazione, e renderlo un’attività liberamente scelta e autodeterminata. In questa accezione diventa decisiva una integrazione sempre più stretta tra accesso al reddito di cittadinanza e iniziative civiche promosse a livello locale: non per costringerne i beneficiari a un lavoro malpagato di seconda categoria – come prevedono i programmi di workfare – ma per offrire una prospettiva di condivisione e di socialità a iniziative di imprenditoria sociale e culturale di milioni di giovani e meno giovani.

 

LA DIFESA DEL POTERE DI ACQUISTO

Vista la situazione di crisi e il dilagare della disoccupazione, difficilmente nei prossimi anni le lotte per aumenti salariali o anche solo per adeguamenti delle retribuzioni all’aumento del costo della vita potranno avere successo; o anche solo venir promosse con una adeguata credibilità: basti vedere quello che succede in Grecia, in Portogallo e in Spagna, paesi che precedono solo di pochi passi l’Italia sulla strada del dissesto. E’ assolutamente necessario che chi vede il suo reddito eroso di giorno in giorno dall’inflazione, dal blocco delle retribuzioni e delle pensioni, dall’aumento delle imposte e delle tariffe trovi sul territorio iniziative e forme di organizzazione per affrontare il problema del costo della vita in forme nuove e condivise. Misure come le guide al consumo consapevole, i gruppi di acquisto solidale, le banche del tempo, la promozione dei mercati dell’usato e dell’artigianato di riparazione, la lotta contro il caro affitti (ma anche l’introduzione di sistemi di moneta locale, cioè di certificati di credito non convertibili, accettati a pagamento di beni, servizi e prestazioni a circolazione locale) possono avere un peso notevole nell’alleviamento delle condizioni dei lavoratori. Soprattutto se realizzati con un coinvolgimento delle amministrazioni locali, nei confronti delle quali va comunque rivendicato un impegno prioritario nel sostegno e nella diffusioni di interventi nel campo del welfare municipale avanzate sulla base di circostanziati analisi (audit) dei bilanci degli enti locali. Su questo piano Alba deve fin da ora impegnarsi.

 

IL SOSTEGNO AL LAVORO FEMMINILE

I problemi del cosiddetto lavoro ombra riguardano innanzitutto la lotta delle donne contro i loro partner e contro l’organizzazione patriarcale della società per una ripartizione più equilibrata delle attività “domestiche” legate alla riproduzione. Ma questa lotta non può limitarsi alla mobilitazione e alle battaglie culturali contro le strutture del potere patriarcale né esser confinato a un contenzioso quotidiano all’interno della coppia o della famiglia mononucleare. E non può nemmeno essere delegata a un mero rafforzamento degli istituti del welfare. Deve trovare delle sedi in cui poter essere agita in forme pratiche e condivise. Un terreno di un rimescolamento generale dei ruoli può essere offerto dai gruppi di acquisto solidale e dalle banche del tempo, dove a essere in gioco – accanto alla spesa quotidiana, alla sua organizzazione in forme condivise, e a molti altri compiti che possono essere distribuiti tra gli associati o nella rete dei contatti che ciascuno può mettere a disposizione – è l’organizzazione stessa della vita familiare in un contesto di rottura del suo isolamento e di apertura al resto del mondo. L’accesso a un reddito di cittadinanza potrebbe rappresentare un cambiamento radicale nella condizione dei milioni di donne – una percentuale molto più alta che nel resto dell’Europa – a cui è attualmente precluso un accesso al mondo del lavoro retribuito.
Su questa base è anche più facile definire le rivendicazioni relative a una riorganizzazione degli istituti del welfare e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; soprattutto nella prospettiva di una riduzione degli orari di lavoro, che è un obiettivo che risponde innanzitutto alle esigenze della lotta per promuovere nuova occupazione.

 

LA RICONVERSIONE PRODUTTIVA

Infine già ora e sempre più nei prossimi mesi, il centro della conflittualità intorno al tema del lavoro sarà costituito dalle mobilitazione contro la chiusura di aziende, il licenziamento dei lavoratori e la smobilitazione di interi settori industriali. Queste lotte devono vedere ovunque un sostegno critico di Alba, anche quando le rivendicazioni – come la continuità di produzioni senza mercato, senza futuro, o addirittura dannose, vedi i casi di Fiat, del Sulcis o dell’Ilva di Taranto e Trieste – appaiono difficilmente condivisibili. La difesa a oltranza del mantenimento dei posti di lavoro esistenti – fino a che la riconversione produttiva dell’azienda o del territorio non avrà creato le condizioni per una loro collocazione in mansioni diverse e meno pesanti – deve essere per noi un obiettivo che va sempre sostenuto. Questo per Alba deve restare il punto di dissenso più radicale nei confronti del liberismo, che propugna invece il licenziamento, naturalmente in vista di una riassunzione in imprese più innovative, di chi è occupato in aziende senza futuro.

Soltanto stando al financo dei lavoratori in lotta in modo critico potremo avere voce in capitolo per orientarne le rivendicazioni verso obiettivi più sostenibili, che sono quelli di una radicale riconversione ecologica delle aziende, valorizzando al massimo competenze, esperienze, know-how delle maestranze e impianti e attrezzature dell’impresa. Dovrà essere questo, verosimilmente, il centro del nostro programma sul lavoro, affrontando di petto uno dei problemi più spinosi che si trova oggi di fronte la lotta sindacale: cioè l’incapacità, per chi sta sulla frontiera delle lotte per la difesa del posto di lavoro, di sostenere di fronte ai lavoratori che soltanto una radicale riconversione produttiva, e non la ricerca di un nuovo padrone, o di “nuovi modelli”, o di una tecnologia più aggiornata, può garantire il lavoro di chi già è occupato, e anche un nuovo lavoro per chi ancora non lo ha.

Naturalmente creare le condizioni di questa riconversione è un’operazione complessa, che dovrebbe vedere Alba impegnata in tutte le situazioni di crisi: in questo potrebbe consistere la novità del nostro impegno rispetto a tutte le altre formazioni esistenti, movimento per la decrescita compreso. Creare queste condizioni vuol dire innanzitutto scartare le proposte insostenibili e nocive sulla base di una conoscenza effettiva dei problemi. Una soluzione del genere è, per esempio, la proposta, in cui sono caduti i minatori del Sulcis, di mantenere aperta la miniera per includerla nella sperimentazione di un impianto per la cattura del carbonio: una tecnologia finalizzata alla perpetuazione dell’economia del carbone, senza grandi probabilità di successo anche sul piano tecnico, e comunque pericolosissima perché foriera del rischio di una moltiplicazione delle emissioni di carbonio per le prossime generazioni. Ma lo è anche la proposta di impegnare lo stabilimento di Termini Imerese dismesso dalla Fiat nella produzione prima di un suv di lusso e poi di un suv supereconomico (e infatti sono andati a monte entrambi i progetti, perdendo quattro anni in trattative fasulle e votate al fallimento) o l’idea di supplire alla crisi di mercato della Fiat con la produzione dell’auto elettrica, comunque destinata a una nicchia.

L’identificazione delle produzioni a cui riconvertire gli stabilimenti in crisi può essere portata a buon fine solo con il coinvolgimento dei lavoratori delle aziende – che conoscono le proprie potenzialità meglio di chiunque altro – di tutta la comunità che insiste sul loro territorio, attraverso le sue associazioni e, possibilmente, con la partecipazione attiva dei governi locali. Ciò richiede un’analisi tecnica delle potenzialità produttive dell’impianto in cui siano coinvolte sia le sue maestranze che altri tecnici del settore. Ma deve essere la comunità, possibilmente attraverso le proprie amministrazioni locali, a garantire una base di partenza al mercato delle nuove produzioni, in un processo di drastica riterritorializzazione degli sbocchi commerciali. Il caso degli impianti e delle attrezzature per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili – pale eoliche, pannelli solari, fotovoltaici e termici, impianti solari dinamici, centrali e impianti a biomasse, impianti geotermici, ecc. – e per l’efficienza energetica – impianti di microcogenerazione, infissi e materiali per l’isolamento termico degli edifici, ecc. – o il caso della mobilità sostenibile – treni, autobus, mezzi ma soprattutto software e apparecchiature per il governo del trasporto flessibile – è da questo punto di vista, esemplare.

A coloro che considerano questa prospettiva una mera utopia si deve rispondere che verosimilmente non esistono altre possibilità e che l’alternativa a una progressiva deindustrializzazione del paese è solo questa. Poi, e solo poi, cioè quando uno o più progetti di massima sono definiti, si pone il problema del finanziamento dell’intervento: in parte sul mercato (per esempio nel caso delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile); in parte rivendicando una diversa destinazione della spesa pubblica (nel caso, per esempio, delle tante “piccole opere” da sostenere in luogo delle poche dannosissime grandi opere su cui punta il governo per promuovere la cosiddetta “crescita”). E soprattutto attraverso una revisione radicale della spesa pubblica (una spending review fatta rendendo pubblici i criteri e le voci di tutte le spese) e il ritorno a politiche di deficit spending: il che mette in campo la necessità di rinegoziare alla base i criteri di partecipazione all’eurozona (materia che ovviamente deve essere oggetto di una diversa trattazione).

L’ultimo problema è quello del management: in un contesto così definito l’ingresso nelle aziende in crisi di un novo “padrone” non è da escludersi a priori, se ci sono le condizioni per un controllo dal basso del suo operato. Ma la soluzione più probabile è quella di un management collettivo nel quadro di una proprietà pubblica – magari tramite esproprio – che lasci spazio a un forte controllo dal basso; il che evidentemente comporta un cambiamento radicale del quadro nazionale ed europeo delle politiche industriali. Ma questo è proprio ciò che l’aggravarsi della crisi metterà all’ordine del giorno entro breve, e non solo in Italia. Resta comunque il fatto che un mutamento di rotta di questo genere richiede un ricambio radicale delle “classi dirigenti”: cioè sia del personale delle amministrazioni pubbliche, specie nei governi locali, sia dei management aziendali. E pone il problema della formazione di questo personale in un processo di confronto collettivo con le esigenze dei territori e delle comunità che lo abitano: una questione di cui Alba deve farsi fin da subito parte diligente.

La prospettiva della conversione produttiva fornisce anche una risposta a molte delle aspettative di stabilizzazione, o di un impiego più coinvolgente, di milioni di lavoratori e lavoratrici precari/e oggi parcheggiati/e nella disoccupazione senza nessuna prospettiva. Perché il programma della riconversione può avere un punto di partenza, e di forza, nelle aziende in crisi, ma riguarda in generale tutti i settori portanti dell’economia: energia, agricoltura, mobilità, educazione, ricerca, gestione delle risorse (e dei rifiuti), gestione del territorio, edilizia sostenibile, cultura, ecc. Per questo la proposta avanzata da Luciano Gallino e discussa da Alba all’assemblea di Parma, del finanziamento statale di uno o più milioni di nuovi posti di lavoro si combina bene con la prospettiva di tradurla in progetti di riconversione elaborati in forma partecipata a livello locale.

 

I RUOLI DI ALBA MILANO

Venendo ora al modo in cui il nodo di Alba Milano può cercare di tradurre in pratica questo approccio, al primo posto, per le conseguenze che può avere sugli schieramenti politici e sugli equilibri sociali del paese, va messo l’impegno per la raccolta delle firme per i referendum, che costituisce anche una buona occasione per “uscire all’esterno”, farci conoscere, entrare in contatto e impegnare un grande numero di soggetti disponibili a unirsi in questa battaglia.

Il secondo punto è quello di sostenere le lotte delle aziende in crisi, a partire dalla Jabil-Nokia (ma sono centinaia le aziende grandi e piccole della provincia che si trovano nella stessa situazione) cercando di promuovere sedi di incontro dei lavoratori con la cittadinanza, con le amministrazioni locali e con degli esperti per verificare le potenzialità dell’impresa di proseguire la produzione con un diverso assetto proprietario o di riconvertirla valorizzando i propri impianti e know-how e impegnando gli altri soggetti coinvolti nella promozione di nuovi sbocchi di mercato: ciò che richiede una verifica a tutto campo delle potenzialità produttive e di mercato dell’impresa.

Come terzo punto possiamo approfondire l’impegno di chi già vi partecipa nel movimento dei GAS, per sollevare tutti i problemi indicati in questa nota.

Molti dei centri sociali milanesi (e in tutta Italia) sono di fatto dei punti di aggregazione di lavoratori precari e il centro Pianoterra è la sede del movimento San Precario, che ne rappresenta uno dei punti di forza (in particolare nell’organizzazione del Mayday), ma non è il solo. I nostri contatti con i centri sociali dovrebbero focalizzare il tema del lavoro precario e studiare le condizioni per promuovere-partecipare a una campagna generale per il reddito di cittadinanza. Anche la nostra partecipazione al comitato per l’audit del Comune di Milano può essere coinvolto in molte delle tematiche presentate in queste note.

Infine la scuola, l’Università e la ricerca costituiscono un ambito privilegiato del “lavoro di Alba” sul lavoro. Su questi temi il gruppo educazione di Alba Milano ha prodotto un corposo documento (Per una scuola bene comune) a cui si rimanda.

 

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