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Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione (tratto da “il foglio 27.08.10)

Inserito da on Ottobre 9, 2011 – 9:12 amNo Comment

(questa è la versione originaria dell’articolo, prima dei tagli resi necessari dall’impaginazione)

DAL PATTO PER L’ITALIA A FABBRICA ITALIA

Il manager più riservato e internazionale del mondo industriale italiano, tutto Svizzera e lavoro (in Italia e negli Usa, ma anche in Messico, Brasile, Turchia, Serbia, Polonia, India, Cina e altro), rimasto per anni estraneo ai riti confindustriali e paragovernativi, si è sfilato il maglioncino di ordinanza (ma se lo cambierà mai o è sempre lo stesso?) per presentarsi in maniche di camicia a sostenere le ragioni della Fiat, cioè la sue, al meeting di Comunione e Liberazione: la più governativa delle associazioni del paese (basta guardare il parterre degli invitati, e la dose di applausi tributati a questo e a quello); beninteso dopo le “squadre della libertà” di Vittoria Brambilla, sguinzagliate da Berlusconi in vista delle elezioni. Perché?
Perché il Governo Berlusconi è di fatto diventata la “cinghia di trasmissione” tra le pretese del mondo delle imprese italiane, messo alle strette dalla globalizzazione, e i sindacati di stretta osservanza governativa: Cisl e Uil (la Fismic è una nuova edizione di un vecchio sindacato aziendale).

E non da ora. Ricordate il “Patto per l’Italia” del 2002? Probabilmente no, perché non se ne è fatto niente. Cisl e Uil avevano rotto il fronte sindacale con la CGIL per firmare un accordo con il terzo governo Berlusconi: in cambio di una tregua sindacale e dell’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, settecento milioni (poche briciole) per rafforzare il welfare. Ma non sarebbero arrivate nemmeno quelle.
A gennaio di quest’anno nuova rottura dell’unità sindacale per votare un sistema di contrattazione nazionale che di fatto annulla i contratti in vigore. Per concedere “deroghe” agli accordi già sottoscritti. Ma in tempi di crisi le deroghe, si sa, sono sempre al ribasso. Ovviamente per i lavoratori. L’accordo – o diktat – di Pomigliano, benedetto da tutta la compagine governativa come l’alba di una nuova epoca nelle “relazioni industriali”, da estendere subito (nonostante ne venisse ribadita l’assoluta eccezionalità) a quante più aziende e gruppi possibile, non era altro che un’altra serie di deroghe, non solo al contratto nazionale ancora in vigore, ma anche alla legge e alla Costituzione. La “Newco” costituita dal notaio – ma non ancora in funzione; e chissà per quanto…- non è che un altro sistema per legittimare altre deroghe. Dal “Patto per l’Italia” a “Fabbrica Italia”: il segmento nazionale di un per ora fantomatico piano industriale da sei milioni di vetture all’anno, di cui quasi un milione e mezzo dovrebbero venir prodotte qui, ma esportate per due terzi nel resto del mondo. Sullo sfondo la promessa – altrettanto fantomatica ed evanescente – di investire in Italia venti miliardi di euro; in primo piano il tentativo di riportare il lavoro italiano ai tempi di Davide Copperfield.
Nessuno (tranne alcuni esperti del mercato automobilistico) sembra essersi chiesto come sia mai possibile raggiungere risultati del genere in un mondo in cui si riapre la prospettiva di una nuova recessione, in un mercato dell’auto paralizzato da una capacità produttiva sovradimensionata del 30-40 per cento, in cui peraltro le quote della Fiat, dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, perdono colpi più di tutte le altre. Caso ha voluto che l’intervento di Marchionne in difesa di questo passaggio ai modi bruschi – o più che bruschi – coincidesse con l’annuncio della cassa integrazione a Melfi, la fabbrica gioiello del gruppo, per “adeguamento” alla situazione del mercato.
In questa escalation antioperaia l’uomo dal maglioncino è stato (da alcuni) deposto dagli altari e scaraventato nel girone destinato (in altri tempi) a Vittorio Valletta. Neanche per sogno! Valletta aveva raso al suolo, con le spicce – l’organizzazione operaia della Fiat – uscita vittoriosa dagli scioperi contro gli occupanti tedeschi – ma in cambio offriva agli operai salari che erano il doppio di quelli delle altre fabbriche e un sistema di welfare aziendale di pretto stampo paternalistico (mutua, case, colonie estive, impianti sportivi); il tutto in un paese lanciato verso il “miracolo economico” dentro un mondo (occidentale) che attraversava gli anni d’oro (o “gloriosi”) del capitalismo. Niente di tutto questo con Marchionne. I salari degli operai Fiat, se commisurati con il loro potere di acquisto (e con gli affitti delle abitazioni) non sono molto superiori a quelli degli operai polacchi di Tychy o serbi di Kargujevak. Di fringe benefit per gli operai italiani non ce ne sono più; il welfare state è alle corde. E, soprattutto, nessuno, tranne Francesco Forte, vede più all’orizzonte qualche chance di sviluppo. Si corre, addosso agli operai, per evitare il peggio. E di fronte allo stillicidio di morti bianche, Tremonti comunica seraficamente che la normativa sulla sicurezza – peraltro molto poco rispettata – è ormai insostenibile.
Ma che cosa ci guadagnano i sindacati paragovernativi da questi scambi? Il finanziamento e l’accrescimento del ruolo – con i soldi dei lavoratori e delle imprese; non certo con quelli del governo – degli organismi bilaterali: strutture destinate ad avere un peso crescente nella gestione delle relazioni industriali e, soprattutto, delle crisi aziendali. Per trasformare i sindacati in strumenti di regime, indipendenti dal consenso operaio. Inamovibili, sul modello di regimi come quelli di Putin e Lukascenko, a cui si ispira da tempo il “liberale” Berlusconi.
E’ quello che occorre per mettersi al passo con i tempi, afferma Marchionne, che vista la ragione sociale del meeting che lo ospita, non dimentica di esaltare le virtù morali degli uomini e delle donne della Fiat che ha costruito. Ma i tempi che corrono non sono quelli raccontati da Berlusconi; e il mercato non è quello immaginato da Marchionne. I tempi sono quelli dell’ondata di scioperi che sta investendo la Cina (con aumenti salariali a colpi del 30 per cento); o quelli dell’intasamento delle strade che, sempre in Cina, creano ingorghi che durano un mese e che solo la fantasia di un Cortàzar – e di un Lucio Dalla – era riuscita a immaginare. E sono quelli della crisi irreversibile del modello liberista che ci sta ripiombando nella recessione, del picco del petrolio, dei cambiamenti climatici, dei disastri ambientali. Insomma, della improrogabile necessità di una conversione ambientale dell’apparato produttivo e dei nostri modelli di consumo. Tutti temi che rendono evidente che il caso Fiat – e soprattutto dei suoi lavoratori – non può essere separato da un progetto, che non c’è, di contenimento del declino industriale dell’Italia. Non sarà l’auto a portarcene fuori; caso mai ci farà sprofondare nel gorgo sempre di più.

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