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La classe non è acqua (il manifesto, luglio 2011)

Inserito da on Ottobre 24, 2011 – 2:03 pmNo Comment

Ho ricevuto, tramite il manifesto, questa critica da alcuni economisti. In calce la mia risposta. Già che ci siamo inserisco anche la risposta che ho dato ad alcune critiche alle mie posizioni relative al problema crescita-decrescita…

di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Massimiliano Tomba, Giovanna Vertova

 

Compriamo (o ‘scarichiamo’ on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C’è di peggio, però. Ogni tanto lo leggiamo. Come oggi, 8 luglio, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti.
Il primo dice, molto spesso, cose giuste. Tuttavia nel suo articolo dell’8 luglio deraglia, quando infila, quasi fosse una ovvietà, una frase secondo cui l’intervento dello stato sarebbe impedito dal fatto che “mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating.” Il secondo parla della necessità di superare una “vecchia certezza”, quella secondo cui sarebbe “imprescindibile” il legame reddito-lavoro.
Sarebbe interessante sapere che teoria economica ha in mente Viale, e su cosa Campetti basi la sua affermazione. Vero é che una tesi come la sua è stata attribuita tempo fa dalla stampa a Maurizio Landini. E’ anche stato riportato con sussiego che Landini non avrebbe letto Marx. Certo, viene da pensare, leggersi il Capitale non è un obbligo. Pure in qualche caso aiuterebbe, come qui: basti il riferimento al salario di sussistenza per la classe dei lavoratori, dunque per il proletariato nella sua interezza, del tutto indipendentemente dalla produttività.
Se no si finisce puramente e semplicemente per avallare una supposizione, senza una base teorica né coerente né consistente, ma solo sloganistica, secondo cui il processo di valorizzazione avverrebbe nell’etere delle relazioni, con un corto circuito tra loro mercificazione e loro messa al lavoro.
Aiuterebbe anche avere una idea di economia meno corrotta dalla teoria dominante, in tutti i suoi diversi filoni, che è ciò che sta dietro l’idea di Viale secondo cui la politica economica di oggi patirebbe una “mancanza di soldi” e “si avrebbe paura di rompere i tabù”, ostaggio delle agenzie di rating. Non c’è nessuna “oggettiva” mancanza di soldi, né si tratta di cose separate. La “mancanza di soldi” è una costrizione politica, applicata con il braccio armato delle agenzie di rating. Una legge dura come il marmo, ma tutto meno che naturale.
I denari pubblici non mancano ma vengono resi scarsi dall’imposizione di portare il bilancio pubblico in pareggio. Non é un tabù, bensì una scelta precisa di classe che in Europa lega la deflazione salariale, perseguita dalla politica monetaria e dalla flessibilizzazione del lavoro, alla decurtazione del reddito sociale tramite i tagli alla spesa pubblica. E’ questa una scelta che Alain Parguez chiama una rareté désirée, una ‘scarsità’ voluta e prodotta, per i rapporti di classe e di potere, anche geopolitici. Se no ci si illude che basti ingabbiare le agenzie di rating, o uscire dall’euro, per far scomparire il problema. Che è politico e sociale, non ‘tecnico’.
Forse dovremmo smetterla di credere a vincoli spuri, o di pronunciare autocritiche incomprensibili per quelle che tutto sommato sono esigenze politiche di breve termine, magari scambiando pezzi di ceto politico che si riciclano per espressione di movimento.
Contro ogni apparenza, in questo modo il manifesto sovente riproduce una visione caricaturale della sinistra e del movimento dei lavoratori (‘produttivisti’ e ‘lavoristi’), in una sorta di desiderante auspicio di una ripetizione dell’esperienza del ‘movimento dei movimenti’. Fallito però, e non a caso, nonostante la sua ricchezza. Bisognerebbe finalmente chiedersi il perché. Noi crediamo ancora che il problema sia il capitalismo, e i rapporti di classe, e rapporti di classe centrati sul lavoro – che tutto è meno che un bene comune. Checché se ne dica, la classe non è acqua.
Senza stare su questo terreno, non si capisce nulla della crisi globale, della crisi europea, della devastazione del lavoro, dell’attacco alla riproduzione. La questione è l’appropriazione dei beni comuni solo in conseguenza delle modalità della produzione e riproduzione capitalistica. Se qualcuno crede che il primo piano di discorso ‘spiazzi’ il secondo, è fuori strada: si sveglino i sognatori. Ed è su questo terreno che la questione del genere e la questione della natura possono essere affrontate, incrociando naturalmente la questione del lavoro.
E’ impossibile prescindere dal lungo e paziente lavoro della critica e della lotta che ci attendono. Una critica e una lotta che nascono in un momento e in un luogo precisi: la messa in questione, nelle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, di ‘cosa’, ‘come’ e ‘quanto’, e ‘dove’ produrre. Una “tradizione” che forse a tutt’oggi è più ricca di molte delle ‘novità’ che insegue il manifesto. Di tutto abbiamo bisogno meno che di scorciatoie e corti circuiti.
Certo non se ne esce se non con una riattivazione del conflitto di classe in senso stretto, non affogandolo in un generico movimentismo; e con un intervento politico forte sulla composizione della produzione, non rimuovendo la questione con i giochi di prestigio.
E’ di questo che si dovrebbe ragionare. Non dei ‘soldi che mancano’ o delle ennesime confusioni sul reddito e il lavoro, già demistificate sulle pagine del manifesto anni fa. Il manifesto dovrebbe su questo aprire una discussione, una discussione vera, per andare avanti, non indietro: riproponendo stili di ragionamento “forte”, su una scala almeno europea. E a quella discussione siamo disponibili.

RISPOSTA
Milano, 11.7.2011

Gentili accademici, mi dispiace essere incorso nelle vostre critiche, dato che di alcuni di voi nutro la massima stima (di altri non posso, perché, nella mia insipienza, non ho mai letto nemmeno uno scritto). La cosa che più mi dispiacerebbe è però che voi smetteste di comprare o di leggere il manifesto per colpa mia. Per questo cerco di spiegarmi.
Premetto che io Il Capitale l’ho letto e, in gioventù, anche studiato. Però le vostre critiche mi fanno pensare – e solo ora – di non averne capito abbastanza. Un’altra cosa che non capisco – e non lo dico certo per dissociarmi, è che cosa accomuni il mio articolo, oggetto delle vostre critiche, a quello di Loris Campetti. Per cui rispondo solo a ciò che rinfacciate direttamente a me.
Altra premessa: mi considero un divulgatore e non un teorico e faccio grandi sforzi per rinchiudere quello che cerco di comunicare nello spazio ristretto del numero delle battute concesso in un quotidiano, per di più di ristretta foliazione. Se scrivessi un testo accademico – cosa che non ho mai fatto né mai farò – o un rapporto di lavoro – che è stato ciò che mi ha impegnato maggiormente nella mia vita professionale – in cui la precisione fa aggio sulla lunghezza, avrei forse aggiunto qualche inciso in più. Se però le espressioni che ho usato lasciassero adito a errori che potrebbero portare i lettori su un cammino sviante, dovrei riconoscere di essere venuto meno ai miei doveri di divulgatore. In tal caso ne farei sicuramente ammenda.
Le vostre critiche sembrano appuntarsi su due frasi che ho usato: “mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating”. Ok. Non ho mai detto però che la “mancanza di soldi” o che “il tabù del pareggio di bilancio” siano fatti naturali. Anzi, ho scritto che, di fronte a una sollevazione della Grecia – e a maggior ragione di tutti i paesi sotto scacco – soprattutto se appoggiati, volenti o nolenti, dai rispettivi governi, i soldi si troverebbero: “Basterebbe quindi che Papandreu…si schierasse dalla parte dei suoi concittadini che si oppongono alla svendita del paese. L’Unione Europea sarebbe allora costretta ad aprire la borsa, non solo per la Grecia, ma per tutti gli Stati membri in difficoltà”. Addirittura ho precisato che “per un’operazione del genere [cioè ”trovare i soldi”] non mancano proposte operative di ingegneria finanziaria”.
Non ho neanche mai scritto, come si evince invece dalle vostre critiche, che il problema sia “ingabbiare le agenzie di rating”. Anzi, ho scritto, anche se in un precedente articolo: “le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale…che sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini”. Il problema sarebbe quindi quello di “ingabbiare”, per usare la vostra espressione, non le società di rating, ma la finanza internazionale; che è come a dire “ingabbiare” il capitale. Obiettivo che credo ci accomuni, magari in una formulazione più appropriata. Ma non son certo io ad aver parlato di “ingabbiare”.
La sostanza delle nostre divergenze – se ci sono – e della vostra irritazione – che sicuramente c’è – rimanda forse, se ho capito bene, alla vostra tesi secondo cui “l’appropriazione dei beni comuni [si verifica] solo in conseguenza delle modalità della produzione e della riproduzione capitalistica”. Ma chi ha mai scritto il contrario? Certo non io. Quello che penso io è che una politica di riappropriazione dei beni comuni – che vuole dire lotta per il loro controllo diffuso e condiviso – mina le basi “territoriali” del potere del capitale: quelle che più direttamente coinvolgono il lavoro vivo; il quale “vive” sempre in un qualche territorio. La lotta per i beni comuni, e per far diventare “comuni”, o più comuni, certi beni è lotta di classe? Anche, ma non solo. Forse è di qui in poi che non andiamo più d’accordo.
Con immutata stima, Guido Viale.