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Introduzione al libro “Indumenti usati: una problematica globale per agire eticamente”

Inserito da on Maggio 30, 2013 – 10:00 amNo Comment

“Dalla culla alla tomba”: questo slogan, ripreso dalla definizione di un welfare integrale, concepito per garantire condizioni di sicurezza a tutti i cittadini e per tutte le età della loro vita, è stato anche, per anni, il paradigma della forma più avanzata di product stewardship; vale a dire di attenzione per tutta le fasi della vita utile di un prodotto. Questa attenzione ha dato vita a una metodologia, la LCA (Life Cycle Assessment) tesa a misurare l’impatto ambientale di un prodotto incrociando consumi di materia e di energia ed emissioni di inquinanti imputabili a ciascun prodotto, all’interno di tipologie ben definite, con le diverse fasi del suo ciclo di vita; fasi raggruppate in quattro categorie fondamentali: produzione, distribuzione, consumo e smaltimento. Senonché, in un approccio che è proprio della civiltà industriale e probabilmente inscindibile dai suoi presupposti, quel “ciclo di vita” terminava con la fine della permanenza del prodotto nelle mani del “consumatore”: cioè di chi lo aveva comprato. Tutt’al più prendeva in considerazione anche gli impatti ambientali connessi al suo funerale, cioè allo smaltimento delle sue spoglie ormai inutilizzabili (per chi se ne era sbarazzato, trasformandolo con ciò in un rifiuto), sia che queste fossero destinate a venir sotterrate in una discarica, sia che venissero “nobilitate” attraverso il passaggio nel forno di un inceneritore, sia che venissero in tutto o in parte valorizzate con il riciclo e la loro trasformazione in cosiddette “materie prime seconde”. Con quest’ultimo passaggio cominciava comunque un nuovo ciclo di vita di un nuovo prodotto, destinato a ripercorrere di nuovo le stesse fasi.

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Questo approccio, d’altronde, rispecchiava fedelmente i limiti dell’economia politica, cioè della disciplina che ha guidato – o rispecchiato ex-post – tutta l’evoluzione della società industriale sotto il dominio dell’economia di mercato, del sistema capitalistico e del regime d’impresa. Le cui branche canoniche – produzione, distribuzione, circolazione e consumo – si sono sì frantumate, nel corso degli anni, nella miriade di materie e indirizzi che oggi affollano le facoltà e i dipartimenti di economia; ma che continuano a spegnere i loro riflettori una volta che il prodotto – la merce – ha concluso il proprio ciclo di vita con la dismissione da parte del consumatore. Senonché spesso, e sempre più spesso, i prodotti della produzione industriale, e soprattutto quelli della civiltà dei consumi, non concludono affatto la loro esistenza quando vengono dismessi dai loro possessori, e nemmeno si limitano a passare a “miglior vita” sotto forma di materie prime seconde; ma rivivono una seconda, e a volte anche una terza autentica vita sotto forma di “beni di seconda mano”, di “usato”, nelle mani di un secondo o di un terzo possessore. Certo una qualche attenzione per il mondo dell’usato, più da parte degli statistici e dei commercianti che da parte degli economisti, c’è stata anche in passato: soprattutto per beni di elevato valore come le abitazioni e le automobili; ma in gran parte con un approccio che li considera “mercati a se stanti”, senza vedere come il mercato dell’usato influenzi quello del nuovo, e viceversa.

La novità importante di questo studio sviluppato del centro L’Occhio del Riciclone, che parte da un’attenzione specifica per il mercato dell’usato nel settore dell’abbigliamento, sta proprio, invece, nell’aver raggiunto la piena consapevolezza di quanto e come il mercato del “nuovo” e quello dell’usato si influenzino reciprocamente; e nell’aver dimostrato con un approccio di respiro internazionale – l’unico in grado di affrontare i problemi di un’economia globalizzata – quanto “la seconda vita delle cose” (è il titolo di un altro pregevole studio sul mercato dell’usato prodotto dallo stesso centro) sia determinante per l’evoluzione non solo delle caratteristiche e dei prezzi dei prodotti, ma anche, e in misura ben più sostanziosa, per la localizzazione planetaria dei centri della loro produzione.

I due fenomeni più vistosi evidenziati da questo approccio sono, da un lato, il declino registrato nel corso degli ultimi due decenni della compravendita di abbigliamento usato nei paesi dell’Occidente sviluppato; un mercato “spiazzato”, per una concorrenza sul fattore prezzo, abbinato a una qualità sempre più scadente, da parte dell’abbigliamento nuovo, “alla moda”, e in gran parte “usa e getta”, prodotto nel sudest asiatico e soprattutto in Cina. Dall’altro, e contestualmente, l’invasione dei mercati dei paesi che una volta chiamavamo del “Terzo mondo” da parte di un flusso di abbigliamento usato, raccolto spesso con intenti benefici nei paesi sviluppati, che ha però soffocato per anni la possibilità di sviluppare un’industria dell’abbigliamento locale, che non sarebbe stata in grado di competere con la qualità e i prezzi degli abiti usati dismessi dall’”Occidente”.

Oggi entrambi questi fenomeni sembrano arrivati a una svolta. La crisi economica e la riduzione dei redditi delle fasce sociali più deboli dei paesi occidentali ha rivitalizzato tra questi la ricerca di prodotti a basso prezzo di qualità migliore, cioè in grado di durare; ha ridotto le preclusioni nei confronti degli abiti usati (che non sono più vissuti come stimmate di una condizione di esclusione); e sta mettendo in evidenza che un usato di buona qualità, magari con la possibilità di adattarlo alla moda con dei piccoli interventi di sartoria, è preferibile a un nuovo usa-e-getta, fatto per essere indossato non più di qualche volta.

Analogamente, nel corso degli ultimi anni, la diffusione di tecnologie, di istruzione e il libero accesso all’informazione sulle “tendenze” della moda hanno messo in grado molti paesi, fino ad allora destinatari privilegiati dei flussi di abiti usati raccolti in Occidente, di sviluppare una propria industria dell’abbigliamento in grado di competere sia con i prodotti nuovi di bassa qualità e bassi prezzi di origine cinese, sia con l’usato di migliore qualità, ma di prezzo relativamente elevato proveniente dai paesi sviluppati.

Tuttavia il commercio degli abiti usati, sia quello gestito da ONG e da altre istituzioni benefiche, sia quello controllato da imprese e operatori privati orientati al profitto (ma molto spesso queste alternative si intrecciano o si fondono ripartendosi i compiti) continua a mantenere un importante spazio a livello sia nazionale che internazionale. Ha però bisogno di essere razionalizzato per restituire una ragion d’essere a ciascun anello della complessa catena che ne caratterizza la gestione, che tra la raccolta dai consumatori originari alla vendita al dettaglio ai consumatori finali deve attraversare molte altre transazioni e diverse operazioni tecniche, quali cernita, selezione, igienizzazione, riparazione, trasporto, instradamento, suddivisione. Questo studio, oltre a fornire una panoramica aggiornata di questi circuiti, ha ricavato, dalle informazioni raccolte e dalle analisi sviluppate, alcuni interessati ipotesi di riorganizzazione e razionalizzazione dei circuiti internazionali di raccolta, trattamento e commercializzazione degli abiti usati che possono essere di grande interesse per tutti gli operatori del settore.

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