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I beni comuni, via alla “pace giusta” (CIPAX Centro interconfessionale per la pace – cantiere 2011-12, 12 gennaio)

Inserito da on Febbraio 2, 2012 – 12:47 pmNo Comment

Il bene comune è una visione unitaria di una società in cui è possibile che tutti quanti – o per ragioni di convenienza o per ragioni morali – si trovino d’accordo su un unico obiettivo e abbraccia per così dire la totalità degli aspetti della condizione umana. È un’utopia in senso positivo, è un’aspirazione che alcuni di noi condividono, altri meno, ma comunque non coincide con l’affermazione che c’è stata negli ultimi tempi del concetto di beni comuni, che è plurale, perché i beni sono tanti – l’acqua, l’aria, il suolo, la biodiversità, poi la cultura, l’arte, l’informazione, i servizi pubblici locali e nazionali ecc. (se ne possono includere tanti o pochi) – ma sono singoli problemi, ciascuno dei quali presenta delle caratteristiche merceologiche, cioè delle caratteristiche fisiche diverse – gestire l’acqua è diverso da gestire la biodiversità o il suolo ecc. – e poi in condizioni storiche molto differenziate.

Recentemente si è andato affermando questo concetto di beni comuni: che è un fronte su cui va data battaglia e questa battaglia è essenziale alla garanzia delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione e a un progresso nel senso della sua vivibilità o addirittura nella possibilità di arrestare la catastrofe imminente che incombe sul pianeta dal punto di vista dei cambiamenti climatici e del deterioramento dell’ambiente.

Questo concetto recente rende completamente superata l’antica contrapposizione a cui siamo stati abituati dal dibattito politico dei decenni passati, cioè quella tra Stato e mercato, tra pubblico e privato. C’è chi diceva “più Stato e meno mercato”, chi diceva “più mercato e meno Stato”, pensando che la contrapposizione fosse tra una gestione privatistica e una gestione pubblica.

I sostenitori della gestione privatistica rivendicano che è l’unica in grado di garantire l’efficiente utilizzo del bene, perché soltanto il privato, per il fatto che ci fa sopra un profitto e proprio per farne un profitto, ha un interesse a utilizzarlo nella maniera migliore possibile, cioè nella maniera che risponde di più agli interessi di tutti.

I sostenitori della gestione pubblica sostengono invece che soltanto la gestione di enti pubblici – Stato, comuni, regioni o province – cioè di enti che facciano parte dell’ordinamento statuale, può garantire la difesa degli interessi di tutti, anche dei più deboli, perché nel mercato privato chi si avvantaggia è chi ha più risorse, più potere.

Questa diatriba è stata completamente superata – per lo meno nell’ambito dei temi investiti dalla rivendicazione dei beni comuni – da quest’altra contrapposizione: alla gestione privata si contrappone non una gestione semplicemente pubblica, cioè dello Stato, dei comuni, degli enti pubblici ecc., ma una gestione partecipata, cioè in cui siano i cittadini a potersi occupare direttamente di come viene gestito il bene. Per esempio nel caso dell’acqua, di come deve essere utilizzata l’acqua, di quali garanzie dobbiamo ottenere per la qualità dell’acqua, a chi deve andare, a che condizioni e così via. Ma, come sapete, bene comune non è soltanto l’acqua, ve ne sono tantissimi altri.

Qui nasce il problema della gestione, perché il bene comune è quello che viene gestito in comune dalla cittadinanza: ovviamente dalla cittadinanza attiva, di chi ha interesse e fa parte in qualche modo di un’organizzazione che può partecipare alla gestione, alla decisione degli indirizzi da dare a questa gestione. Non saranno mai tutti i cittadini, oppure saranno tutti, ma sempre tra tutti ci sarà chi è più attivo e chi meno, chi tira una certa organizzazione e chi invece si mette in coda. Il che non è assolutamente una cosa grave, perché su un singolo tema ci sarà chi tira su quel tema, ma quelli che si metteranno in coda su quel tema saranno magari persone che si daranno più da fare su un altro problema, per esempio i trasporti pubblici o la mobilità o la sanità e così via, tutte cose che afferiscono a questa gestione.

In questa accezione il bene comune è il bene per cui si rivendica e si lotta o per cui ci si dà da fare per ottenere una gestione condivisa; è la gestione condivisa quella che si contrappone alla gestione privata; e non la semplice statizzazione, nazionalizzazione del bene.

Su questo esperienze passate ci insegnano che di per sé il fatto che un bene venga nazionalizzato, il fatto che un servizio sia in mano pubblica o addirittura che tutta l’economia nazionale sia in mano pubblica, come è avvenuto per settant’anni nei paesi comunisti, non è assolutamente di per sé garanzia di una gestione migliore. La buona gestione nasce dove c’è partecipazione e democrazia.

Questa forma di gestione partecipata, che in alcuni luoghi si è già realizzata – non siamo al grado zero, ci sono già delle esperienze da cui possiamo trarre ispirazione – è lo strumento essenziale per promuovere la transizione verso un’economia compatibile con i limiti ambientali e con le esigenze di maggiore equità: sia a livello sociale che a livello planetario; tra i diversi paesi e i diversi territori.

Faccio una piccola parentesi su questo tema. ‘Conversione ecologica’ è un termine che non ho inventato io; è stato introdotto nel lessico politico da un personaggio che quasi tutti voi avrete sentito nominare e qualcuno avrà anche conosciuto, Alex Langer: una persona che di conversioni se ne intendeva parecchio, perché era nato in una famiglia ebraica e si era convertito giovanissimo al cattolicesimo – lui, non la famiglia. Era andato a studiare in un collegio di gesuiti e già lì si era trovato in forte contrasto con la gestione culturale e complessiva del collegio e si era schierato su posizioni abbastanza eretiche. Poi è scoppiato il movimento studentesco. Alex gli studi universitari li ha fatti a Firenze, era in contatto con Don Milani, che tra l’altro gli aveva ingiunto di smettere di studiare, di lasciar perdere; lui per fortuna non l’ha fatto. (Io, senza essere in contatto con Don Milani a suo tempo l’ho fatto e poi ho dovuto recuperare i miei studi quando avevo oltre trent’anni). Ha militato nel movimento studentesco prima, poi in un gruppo della sinistra rivoluzionaria in cui militavo anch’io a quell’epoca che si chiamava Lotta Continua, poi ha fondato le liste verdi in Italia, poi è diventato deputato del consiglio regionale del Trentino Alto Adige, poi è diventato deputato europeo. E il Parlamento europeo l’ha incaricato di farsi missionario e portatore di pace in tutte le zone del pianeta dove c’erano conflitti. Per cui ha cominciato a girare come una trottola in Sudamerica, in Palestina e, soprattutto, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla Jugoslavia dove in quel periodo era scoppiata la guerra. Si era impegnato tanto in questa campagna per la pace anche perché era altoatesino, di lingua tedesca in una regione dove le comunità italiana e quella tedesca erano in conflitto. Questi conflitti venivano fomentati da iniziative statali e culturali di soffocamento reciproco dell’identità culturale. Alex era perfettamente consapevole che la sua esperienza in una terra di convivenza di due comunità in conflitto lo poteva aiutare a riportare la pace in situazioni analoghe. E tanto si era impegnato in questa battaglia da perderci la vita, perché si è suicidato nel 1995 proprio di fronte al fallimento evidente dei suoi tentativi. Si è suicidato tra l’altro una settimana prima della strage di Srebrenica, che è stato il massacro più grande e crudele compiuto in Europa dopo le stragi della Shoah.

In tutti questi cambiamenti di collocazione Alex ha ovviamente mantenuto una coerenza con se stesso e con la propria ispirazione fondamentale; ma quando ha tirato fuori il termine ‘conversione ecologica’ ha spiegato nei suoi scritti di preferire il termine ‘conversione’ a molti altri a cui aveva fatto riferimento nel corso della sua vita – ‘rivoluzione’, ‘riforma’, ‘transizione’, ‘cambiamento’, ‘mutamento’, e così via – perché il termine ‘conversione’ ha una duplice valenza, una di carattere soggettivo e una di carattere oggettivo, una di carattere personale e una di carattere sociale.

La dimensione soggettiva personale consiste in un cambiamento del proprio stile di vita in direzione di una maggiore sobrietà, di una maggiore conciliazione con l’ambiente, di una maggiore riconciliazione col prossimo. Non ci può essere, sosteneva Alex, nessun cambiamento sociale radicale se non siamo noi innanzitutto nel nostro foro interiore, ma anche nelle nostre prassi quotidiane, a cambiare stile di vita. E questo si ripercuote ovviamente nel modello di consumo che adottiamo, in come viviamo tutti i giorni, che tipo di spesa e di beni utilizziamo.

Ma Alex con la sua esperienza politica era perfettamente consapevole anche del fatto che non si cambia il mondo esclusivamente con l’etica delle intenzioni, ma che è necessario anche cambiare la struttura sociale, perché il termine ‘conversione’ andava applicato tanto ai comportamenti individuali quanto all’organizzazione, in particolare, ovviamente, a quella della produzione, di cosa si produce e di come lo si produce. Anche qui in direzione di una maggiore compatibilità con l’ambiente e di una maggiore compatibilità con le istanze di equità sociale a livello locale e a livello planetario.

Ora a distanza di 15 anni, non sulla base di pensieri astratti ma di esperienze concrete che sono state fatte, credo che su questi due corni della proposta di Alex noi possiamo realizzare degli approfondimenti: che cosa vuol dire cambiamento dello stile di vita, cambiamento del modello di consumo, che cosa lo può permettere? Evidentemente delle scelte individuali che noi compiamo, ma le condizioni per poter rendere effettivo e operante un cambiamento dello stile di vita è il passaggio da consumi di tipo individuale a consumi di tipo condiviso.

Consumi di tipo individuale sono quelli che pratichiamo tutti i giorni quando andiamo al mercato o al supermercato e scegliamo tra i vari prodotti che ci sono, compatibilmente col nostro portafoglio, quello che ci pare più conforme alle nostre esigenze e in molti casi molti di noi fanno attenzione di sprecare il meno possibile, di ridurre gli imballaggi è così via. Però le alternative che ci vengono offerte sono molto poche e in particolare molto spesso l’alternativa che vorremmo non è a disposizione; il mercato, il supermercato o l’organizzazione dei servizi pubblici non ce la offre. Per esempio tra trasporto pubblico e trasporto privato: ci sono delle circostanze in cui il trasporto pubblico non ci offre il passaggio di cui noi avremmo bisogno.

Il consumo condiviso non è il consumo comune, collettivo; quello in cui tutti mangiano la stessa cosa o si vestono allo stesso modo, come può avvenire in un collegio o in una comunità. E’ il consumo in cui le scelte vengono fatte in comune: ciascuno mantiene la propria individualità, ma all’interno di una organizzazione in cui ci si mette d’accordo su cosa comprare e da chi comprare.

Faccio un esempio degli anni recenti (non c’era ai tempi di Alex) di cos’è un consumo condiviso: il GAS, Gruppo di Acquisto Solidale. Il GAS si è sviluppato in moltissimi paesi, ma in Italia in maniera esponenziale nel corso degli ultimi 3-4 anni, anche per motivi economici. Credo che sappiate tutti cos’è un GAS: è un gruppo di famiglie, da 3-4 a 50 (di più in genere non ce ne stanno, perché il GAS è fondato su dei rapporti personali che sono molto importanti), che decidono – inizialmente in genere in campo alimentare – di rifornirsi direttamente dal produttore: o dall’agricoltore che produce certi beni o da piccole industrie alimentari che li trasformano: pasta, pomodori ecc.

Il primo vantaggio è che si salta la mediazione commerciale e quindi si risparmia. Magari il bene costa anche di più perché è ecologico e di qualità, ma rispetto a quanto te lo fa pagare un negozio con lo stesso standard di qualità si risparmia. Risparmia anche il produttore, cioè l’agricoltore o la piccola azienda, perché anche loro saltano la mediazione commerciale.

Secondo vantaggio: è una sede di crescita della cultura ambientale e sociale, perché all’interno del GAS per fare gli acquisti io devo sapere bene che cosa voglio acquistare, quali sono gli standard di qualità che pretendo – per esempio cibo ecologico – come deve essere coltivato il prodotto o lavorato perché mantenga quelle qualità. E quindi acquisto conoscenza. Anche qui non tutti alla stessa maniera, ma un GAS dove non c’è nessuno che si intende di queste cose non funziona, quindi con le buone o con le cattive bisogna acquisire questa conoscenza. E contemporaneamente trasmetterla o stimolarla nel produttore, perché il produttore se vuole vendere al GAS deve uniformarsi a quegli standard di qualità. Questa è la radice della trasformazione di quei produttori in produttori ecocompatibili che praticano un’industria o un’agricoltura o una trasformazione compatibile con l’ambiente. Il GAS poi si può estendere anche ad altri settori, come l’abbigliamento, la mobilità, le fonti rinnovabili di energia e così via.

C’è una terza qualità del GAS che è molto importante ed è la socialità: nel GAS molte persone si uniscono non tanto per acquistare dei beni, ma perché trovano una sede per ricominciare a fare gruppo, a fare comunità, ad avere relazioni dirette con altri che condividono quegli stessi valori, dentro una società che invece tende a isolare ciascuno nel proprio guscio: nella propria famiglia, nella propria individualità, nei propri interessi personali. E questo non va assolutamente sottovalutato.

Tre anni fa c’erano alcune decine, forse qualche centinaio di GAS in Italia, oggi ce ne sono alcune migliaia di quelli registrati; poi ce ne sono molti altri che marciano per conto loro, non si sono associati a nessuna rete, quindi non si sa neppure che esistono. Quindi sono cresciuti moltissimo, però restano una iniziativa assolutamente minoritaria. Ma provate a pensare che cosa succederebbe se un’amministrazione comunale di una città grande come Roma, ma anche di una media città, appoggiasse queste iniziative: non nel costituire un GAS cittadino unico, perché abbiamo detto che il GAS funziona quando è fondato su dei rapporti diretti, ma nel trasferire conoscenza: come si fa a gestire, come si amministra un GAS, a chi bisogna rivolgersi, come coinvolgere i produttori in un cambiamento delle loro pratiche, come indirizzare verso dei produttori che garantiscano certi standard di qualità. Questo permetterebbe a una città di cambiare l’agricoltura circostante e di costruire quell’agricoltura di prossimità e di vicinanza che è uno degli obiettivi e delle condizioni della sostenibilità ambientale. Questo è l’aspetto soggettivo: passaggio dal consumo individuale al consumo collettivo.

L’aspetto oggettivo è dovuto al fatto che le cose che vengono prodotte e consumate oggi nel mondo sono insostenibili, non si può andare avanti così e quindi bisogna intervenire per cambiare e il modo in cui le si produce, con meno sprechi e meno ingiustizie, e le cose che si producono perché siano prodotti più compatibili con i limiti dell’ambiente. Questo interessa ovviamente tutta l’economia ma sostanzialmente 4 o 5 settori fondamentali.

Il primo settore è l’energia, compreso il risparmio energetico. Occorre passare in tempi rapidi, perché il tempo stringe, da un’economia fondata sui combustibili fossili a un’economia fondata sulle fonti energetiche rinnovabili e sull’efficienza energetica. Perché lo spreco di energia che oggi si compie non è sostenibile ricorrendo esclusivamente alle fonti rinnovabili, anche se le fonti rinnovabili sono di per sé sufficienti ad alimentare una vita decente e decorosa per tutto il genere umano, 7 miliardi quanti siamo e 10 come probabilmente saremo tra 40 anni.

Il secondo settore è l’agricoltura e ho già detto perché. Cioè un’agricoltura di prossimità, un’agricoltura ecologica, un’agricoltura che non vada a petrolio come succede attualmente: fertilizzanti, pesticidi, motorizzazione, trasporto, catena del freddo, manipolazione dei prodotti ecc. sono tutte attività ad altissimo consumo di petrolio, incompatibili con la sopravvivenza della vita umana. Il pianeta sopravviverà anche se il genere umano si estingue, ma questo pianeta è incompatibile con un’agricoltura di questo genere, a partire dal fatto che andiamo incontro a epoche di scarsità alimentare, anche perché destiniamo sempre di più le derrate alimentari per gli animali e adesso anche per le automobili con i biocombustibili.

Il terzo settore è la manutenzione del territorio sia in città che fuori città, perché l’Italia è esposta continuamente a delle manomissioni che provocano dei morti, dei feriti, dei danni, ma soprattutto fanno perdere al territorio quelle caratteristiche che ne costituivano la peculiarità.

Il quarto settore è la gestione delle risorse, che tutti noi conosciamo da un altro lato, come gestione dei rifiuti. Ma i rifiuti prima di essere rifiuti sono risorse e quindi per valorizzare i rifiuti bisogna intervenire a monte, cioè fare in modo che le risorse vengano utilizzate con meno sprechi e soprattutto in maniera che quando il bene in cui sono confluite cessa di avere un’utilità o una ragione per essere posseduto possa essere in qualche maniera riciclato e recuperato integralmente. Quindi facendo scomparire la gestione stessa dei rifiuti.

L’ultimo settore è la mobilità. Il mondo, i 7 miliardi di abitanti di questa terra e i 10 che ci saranno, non possono muoversi in automobile come facciamo noi, non è materialmente possibile, né per disponibilità di spazio, né per disponibilità di risorse e di combustibile, né soprattutto per capacità dell’atmosfera di assorbire tutte le emissioni che questo produrrebbe, anche se funzionassero con veicoli elettrici. Quindi il problema è di passare da una mobilità fondata sul mezzo individuale, l’automobile, a una mobilità fondata su mezzi condivisi: non solo autobus, treni, navi, aerei quando è necessario, anche auto; ma auto che siano a disposizione di tutti, che non stiano ferme 22 ore al giorno come in media stanno, occupando tra l’altro la sede stradale e impedendo agli altri di passare, ma che quando non la usa qualcuno la usi qualcun altro, oppure che possa essere utilizzata contemporaneamente da 4-5 persone che fanno gli stessi percorsi alla stessa ora. Tutte cose possibili, già oggi con le tecnologie che esistono.

Se noi guardiamo un aspetto particolare di questa transizione vediamo che sostanzialmente è il passaggio dalla dimensione macro alla dimensione micro. Facciamo l’esempio dell’energia. L’economia fondata sui combustibili fossili è basata su grandi impianti, grandi campi petroliferi, grande estrazione di metano o miniere di minerali, gasdotti, oleodotti, flotte petroliere, flotte carbonifere, grandi raffinerie, grandi centrali termoelettriche (non parliamo del nucleare), grande rete di trasmissione di elettricità fino a destinazione o di trasporto della benzina fino ai distributori dove noi la compriamo.

L’economia fondata sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica, anche se non esclude il ricorso a situazioni del genere – purtroppo non la esclude – ha in sé una logica completamente differente: gli impianti devono essere quanto più piccoli, distribuiti sul territorio, differenziati a seconda delle caratteristiche e delle esigenze di consumo del territorio e quindi molto differenziati da un territorio all’altro.

Facciamo l’esempio dell’energia fotovoltaica: tetto per tetto, casa per casa, campo per campo, azienda per azienda, va visto che fabbisogno di energia c’è, che possibilità di generarla c’è (perché non tutti i tetti stanno al sole, non tutti sono esposti in maniera positiva), che altre forme di energia in quel territorio sono sfruttabili; e tutte vanno integrate fra di loro, ma con una diffusione sul territorio che in ogni area è diversa dalle altre. Poi ci sono situazioni in cui c’è bisogno di molta energia perché ci sono ancora produzioni che hanno bisogno di molta energia, e altre dove invece si possono compiere risparmi grossi energetici.

Lo stesso vale per l’efficienza energetica, cioè ogni casa deve cercare di consumare meno energia possibile, bisogna coibentarla, bisogna attrezzare riscaldamento e rinfrescamento in modo che consumino il meno possibile e ogni casa è diversa dall’altra, ogni appartamento è diverso dall’altro. E anche l’esigenza specifica, perché alcuni in casa ci stanno tutto il giorno, altri ci vanno solo la notte perché lavorano da un’altra parte; la casa molto spesso viene riscaldata lo stesso tutto il giorno senza nessuna utilità, ma con grande danno per tutti.

Allora per operare una transizione di questo genere c’è bisogno di saperi, di conoscenze che soltanto chi vive su quel territorio può avere. Non può essere un cambiamento, operato dall’alto, gestito da un governo centrale. Certo ci vogliono le risorse e quindi bisogna mettere a disposizione i quattrini, ma nessun governo potrà mai decidere non solo cosa ci vuole in casa mia per risparmiare o che mezzo devo usare io per andare da casa al lavoro, se lo voglio fare insieme ad altri e non usare la mia automobile. Ci deve essere un’organizzazione a livello territoriale in cui, oltre ai saperi tecnici e specialistici indispensabili per gestire degli impianti, delle attrezzature di questo genere, ci sia anche il concorso degli abitanti di quel territorio, di quei quartieri, di quei condomini, di quelle case ecc, che devono mettere in piazza le loro esigenze, le loro disponibilità e devono confrontarsi con gli altri. Perché ciascuno ovviamente tende a massimizzare i suoi bisogni e a minimizzare quelli degli altri, ma se c’è un confronto reale, alla fine si può trovare un punto d’accordo. E comunque, se non si trova un punto d’accordo si sa comunque come la pensano gli altri e con chi si ha a che fare.

Questa esigenza fondamentale non c’è in un’economia fondata sui combustibili fossili, ma invece è essenziale per gestire un’economia fondata sulle fonti rinnovabili; non c’è nell’agricoltura estensiva che oggi caratterizza a livello mondiale l’alimentazione del pianeta (peggio che col petrolio: 4-5 società a livello internazionale controllano le principali derrate agricole, le sementi e così via; l’agricoltura e l’alimentazione mondiale sono più concentrate dell’industria petrolifera e energetica); non c’è a livello di gestione del territorio, perché lì si fanno le grandi opere (il ponte di Messina, il tunnel del TAV Torino-Lione, ecc.) e non si fanno le piccole opere di riassetto del territorio che sono quelle che permettono di salvaguardarlo. Sono tutte cose che si possono fare solo con una partecipazione diretta dei cittadini.

Di qua nasce l’esigenza di legare strettamente la partecipazione alla rivendicazione dei beni comuni. I beni comuni sono quelli su cui la popolazione o una parte attiva della cittadinanza rivendica o riesce a realizzare delle forme di controllo che possono essere le più varie, che tendenzialmente devono essere totali e radicali, ma che naturalmente in un processo di transizione devono nascere intanto da una rivendicazione e dalla consapevolezza che se non ci si mette insieme per operare queste scelte in comune, e quindi per condividerle, la transizione non avverrà mai.

Qui inizia la seconda parte della mia relazione. Dei beni comuni avete già parlato e ne parlerete ancora in altri incontri; a me era stato affidato il compito di dire che cosa vuol dire gestire in comune un bene comune. Ovviamente non lo potevo fare se non facevo questa premessa. Ma a questo punto arriva la questione fondamentale, cioè il fatto che questa gestione non è per niente facile: questo è il problema centrale davanti a cui noi oggi ci troviamo.

Intanto cosa sono i beni comuni? Sono quelli su cui noi riteniamo vada affermata una gestione comune. Non tutto: a differenza del comunismo, dello statalismo, in cui tutto deve essere nazionalizzato, statalizzato ecc. qui si tratta di gestire in comune, in forma condivisa – quindi mantenendo la propria individualità – solo quelle cose, quegli aspetti delle cose che coinvolgono tutti quanti. Per esempio nel GAS c’è una gestione comune degli acquisti, però poi ciascuno acquista individualmente e c’è un risultato comune nell’operatività dei GAS, cioè il fatto che l’agricoltura si trasformi in agricoltura eco compatibile, però restano i singoli agricoltori che sono aziende che lavorano non dico per il profitto ma sicuramente per il guadagno, per realizzare i loro redditi.

La prima cosa che voglio dire è che l’idea del bene comune è un’idea radicale, se volete di sinistra, comunque libertaria. Ma quando si realizza la gestione dei beni comuni o un processo che rivendica la gestione dei beni comuni, ci partecipano tutti, anche quelli che non la pensano come noi. Questa è una cosa fondamentale.

Faccio qui riferimento ad una esperienza che ho fatto direttamente: io ho coordinato per un anno nel 2008 un Forum Rifiuti Campania, cioè un organismo di partecipazione della cittadinanza attiva che aveva il compito, quando è stato istituito, di indicare delle strade per uscire dall’emergenza. Naturalmente poi, pochi mesi dopo, con il governo Berlusconi, è arrivato il commissario Bertolaso che l’ha esautorato completamente. Però ha continuato a lavorare per un certo periodo. Siccome la partecipazione è partecipazione della cittadinanza attiva, ci partecipavano tutti gli organismi disponibili. C’erano i comitati che facevano le barricate contro le discariche, i comitati che facevano la promozione della raccolta differenziata, le associazioni ambientaliste, i sindacati, i Comuni, quelli che erano più disponibili a promuovere la raccolta differenziata, ci partecipava l’associazione degli industriali, ci partecipava la Camera di commercio, tutte nello stesso organismo. Non era facile tenerli insieme, però tale era la gravità della situazione e il fatto che in quella situazione nessuno ci voleva rimanere, che c’era la consapevolezza da parte di tutti che per un certo periodo conveniva stare insieme, cercare di trovare una strada comune piuttosto che lasciare le cose così come stavano. Quindi per otto mesi siamo andati avanti a discutere di varie soluzioni e avevamo anche imboccato una serie di strade positive, che tra l’altro sono quelle che oggi in parte si cerca di riprendere. Ma ad un certo punto una parte dei partecipanti ha detto “no, se qua si discute di inceneritore io non ci sto, bisogna escludere tutti quelli che vogliono parlare di inceneritori”.

Così si chiude la discussione. Invece gli organismi di partecipazione sono organismi in cui le tesi più differenti devono riuscire a entrare a confronto e, secondo me, se il confronto è completo ed esauriente. vince sempre la tesi migliore, la tesi che ha maggiore fondamento. E chi di noi partecipa a un organismo di questo genere essendo convinto delle proprie tesi deve andare lì sicuro di poter avere la meglio. Al limite devono essere gli altri che dicono: “visto che prevale la tua tesi me ne vado io” e si riapre un conflitto, non è che tutte le cose siano lisce, ma la prima condizione per la partecipazione è che ci possono partecipare tutti, quale che sia il loro orientamento.

Seconda condizione. Sempre in quest’esperienza c’è stato un altro conflitto molto grande tra chi voleva innanzitutto che questo organismo si desse uno statuto, delle regole e addirittura che una legge venisse approvata dalla regione per istituzionalizzarlo e chi diceva: “no, cerchiamo di allargare il più possibile la partecipazione”. Perché non è che la gente viene così spontaneamente: alcuni sì, io prima di aprire il Forum sono stato quattro mesi a contattare individualmente, organizzazione per l’organizzazione, spiegando cosa volevo fare, con chi si sarebbero trovati a confrontarsi, se erano disposti a ragionare, ecc. Quelli che hanno detto sì, e non sono tutti, hanno preso parte a questo Forum. Ma la cosa andava allargandosi e poi un Forum regionale aveva bisogno di articolarsi in Forum provinciali, Forum locali, ecc.. Cioè la partecipazione si può allargare, nel senso che diventa sempre più capillare, ma a condizione che non si pongano regole troppo rigide: se fin dall’inizio si vota come si deve fare, chi deve comandare, chi deve fare il presidente, quali sono gli ordini del giorno, ecc., senza accettare che ci sia una certa fluidità è molto difficile. D’altronde non si può lasciare adito a tutti di intervenire, di parlare, di dire quello che vogliono, altrimenti diventa un’assemblea di condominio. Non che le assemblee di condominio siano di per sé una cosa brutta: è una cosa bellissima; ma in genere dimostrano quanto siamo incapaci di gestire i nostri beni comuni. Perché l’assemblea di condominio in fondo è l’assemblea di casa nostra: se non siamo nemmeno capaci di gestire casa nostra è molto difficile che siamo capaci di gestire l’acqua. Dobbiamo imparare. Queste sono scuole per apprendere la democrazia dal vivo: non attraverso una lezione cattedratica come quello che sto facendo io, ma imparandola facendola. Comunque non si può lasciare a tutti la parola senza limiti, ma contemporaneamente non si possono fissare regole troppo rigide, sennò quelli che sono esclusi restano esclusi. Per esempio una regola che avevamo stabilito è che a un Forum di questo genere partecipano soltanto organizzazioni, per esempio comitati che mandano un delegato, due delegati magari a rotazione, che prendono degli impegni nei confronti della loro organizzazione, che non vengono lì a parlare a vuoto, vengono lì a dire cosa pensa la loro organizzazione di quel problema e a riferire che cosa si è detto nel forum, nell’organismo partecipativo, di quel problema. Per andare avanti in questo processo, perché questo garantisce che chi interviene in un organismo di partecipazione attiva si assume delle responsabilità e non viene lì a titolo puramente gratuito.

La terza condizione è la più delicata ed è che, proprio perché bisogna allargare la partecipazione e proprio perché la partecipazione è il mezzo per coinvolgere nella gestione della cosa pubblica, in particolare dei beni comuni, chi tradizionalmente ne è escluso, perché è escluso socialmente dalla cultura, dalla vita pubblica, dal benessere in genere – sono le fasce più emarginate della società – il loro eventuale ingresso in un organismo di partecipazione, che è complicato per tutti, per loro lo è ancora di più. Cioè prima di arrivare a gestire in maniera ordinata una discussione e a deliberare qualcosa c’è una fase in cui è il fatto di partecipare che è la cosa principale; è il fatto di poter tirare fuori gli elementi che costituiscono la propria condizione e che sono alla radice del proprio scontento, della propria volontà di cambiare e di portare un contributo.

Questa è l’esperienza fondamentale che io ho fatto una quarantina di anni fa, prima nel movimento degli studenti, ma soprattutto nel movimento degli operai della Fiat Mirafiori nel 1969: erano assemblee che si svolgevano tutti i giorni, con centinaia di operai completamente spoliticizzati, alcuni apertamente di destra o fascisti, perché venivano da zone del mezzogiorno dove la cultura in cui erano stati allevati era questa; ma preso contatto con la fabbrica avevano capito che cosa gli stavano facendo. In genere poi la deliberazione era molto limitata, si decideva che volantino fare il giorno dopo, se continuare uno sciopero che c’era o se interromperlo: non era orse una deliberazione molto importante, ma non è che si discutesse solo di questo: arrivavano questi ragazzi che in genere erano giovani perché era un reclutamento di nuova manodopera e raccontavano la loro storia: “sono nato nel sud, zappavo, non avevo le scarpe, non avevo i vestiti, sono venuto qua, adesso dormo nella sala d’aspetto della stazione….”. Cioè questa fase di un qualsiasi processo partecipativo – ma riguarda poi anche molti di noi acculturati e politicizzati – cioè l’elemento di conoscersi, di tirar fuori chi si è, di scambiare delle esperienza esistenziali è la condizione per tenere unito un gruppo e costituire una sede dove si deve decidere. Non si può pensare ad un processo puramente formale e istituzionalizzato.

Così è la democrazia formale rappresentativa, che sappiamo che non serve quasi per niente e che viene calpestata quotidianamente, ma certamente non siamo favorevoli a che venga abolita. La democrazia partecipativa può convivere con la democrazia rappresentativa per una lunghissima fase di qui al futuro, però quella che coinvolge le persone è la democrazia partecipativa, dove la gente viene e partecipa perché ha qualcosa di suo da mettere in comune. La democrazia rappresentativa è quella dove uno va a votare – ci vanno sempre meno, tranne quando è in gioco una questione come l’acqua, per chi ha capito cos’era, che non era solo l’acqua ma erano i beni comuni – e questo è un evento di democrazia diretta, ma fatto attraverso l’apparato istituzionale dello stato.

La quarta cosa è che qui c’è un conflitto, cioè la democrazia partecipativa per la gestione condivisa di un bene non va bene a tutti, c’è una serie di persone – magari, come dicono quelli di Occupy Wall Street, sono l’1% della popolazione contro il 99% – che di quel bene si vuole appropriare in maniera privata. E’ solo l’1% ma ha molti difensori dalla sua parte perché in parte li ha comprati in parte li ha ingannati. E poi, come ha ribadito Rossana Rossanda in un dibattito che abbiamo fatto prima di Natale a Firenze, una grande parte di quel 99% non sa di farne parte e quindi è vero che potenzialmente è in conflitto con l’1%; ma non lo sa. Quindi il processo di coinvolgimento è appunto una cosa che richiede la pazienza, la gradualità e gli strumenti di cui vi dicevo. Però è importante tener presente che appunto il conflitto è essenziale, non è che le cose possono marciare pacificamente.

L’ultima cosa che mi preme ricordarvi è che la democrazia partecipativa, e quindi la gestione condivisa di un bene comune o la rivendicazione di gestire in maniera partecipata un bene comune, marcia contemporaneamente all’acquisizione di saperi ed è indissolubile da questo, cioè non è possibile partecipare senza acculturarsi e contemporaneamente le sedi di partecipazione sono scuole in cui s’impara non soltanto a gestire la democrazia ma si imparano anche cose tecniche.

L’esempio più calzante che posso farvi di questo è l’esperienza dei No Tav in Val di Susa, perché questa è intanto una comunità di 80.000 persone che resiste da vent’anni alle campagne più spregevoli e spietate di falsificazione dei termini dello scontro e sono arrivate fino all’occupazione militare del territorio: io sono stato in Val di Susa e lì ci sono 1700 militari che occupano un cantiere che non è stato ancora aperto e tutte le sere sparano dei grossi candelotti con dei gas CS che sono gas di guerra, proibiti dalle convenzioni internazionali, contro gli abitanti e anche contro le vigne e le coltivazioni che sono lì intorno.

Se voi interrogate qualcuno favorevole al tunnel vi dirà semplicemente che questa è la modernizzazione, che questo è il progresso, che questo è il collegamento con l’Europa e poi non sa andare avanti. Quel tunnel è completamente inutile e dannosissimo, non serve assolutamente a niente e costa una cifra pazzesca.

Se voi interrogate qualsiasi abitante della Val di Susa, anche una persona di 80 anni senza istruzione – perché quelli giovani un po’ di istruzione ce l’hanno, ma ci sono lì dei contadini anziani che hanno la terza o la quinta elementare – vi sanno spiegare tutto sul sistema dei trasporti in Italia. Sono cresciuti in vent’anni intorno a uno sviluppo della consapevolezza sui problemi dell’ambiente, sull’uranio, sull’amianto, sui pericoli che ci sono, su come viene scavata una galleria, su dove vanno le terre di risulta che ne derivano e quali sono i danni che possono provocare, ma soprattutto sul sistema dei trasporti e sul perché quel tunnel è inutile: vi sanno spiegare tutto. Questa popolazione non è stata ingannata da chi ha guidato questo processo, ma è stata istruita, si è istruita e ha resistito vent’anni proprio perché ha acquisito sapere. Gli avversari di questa popolazione sono dei perfetti ignoranti. Infatti non troverete nessun esperto di trasporti in Italia che difenda quell’operazione, perché è assolutamente vergognosa. La difendono economisti, politici e soprattutto grandi imprese che hanno interesse a fare queste cose.

Quindi dai GAS (50 famiglie) alla Val di Susa (80.000 abitanti), in entrambi i casi – ma anche in tutti quelli di cui ho avuto esperienza o conoscenza – la crescita della democrazia e della partecipazione è un processo consustanziale alla crescita dei saperi e dell’informazione.

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