Home » Lavoro bene comune

I beni comuni non sono una categoria merceologica (intervento al Cipax, 12 gennaio 2012)

Inserito da on Gennaio 12, 2012 – 6:30 pmNo Comment

I beni comuni non sono una categoria merceologica, né si riducono alle risorse naturali indispensabili alla vita, come l’acqua, l’aria, la biodiversità, ecc. Stefano Rodotà, che da tempo si occupa della materia, ha messo in guardia contro una recente tendenza a estendere la categoria di “bene comune” a cose che per loro natura non lo sono. Questa tendenza è riconducibile al tentativo di associare questioni che sono comunque al centro di una mobilitazione o di uno scontro politico a una battaglia che recentemente ha avuto il suo punto di forza nel risultato del referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Tipico da questo punto di vista è la parola d’ordine lanciata dalla Fiom oltre un anno fa secondo cui “il lavoro è un bene comune”.

Propriamente parlando il bene comune è una risorsa dalla cui fruizione non può essere escluso nessuno, pena la privazione, per la persona esclusa, di una componente essenziale dei suoi diritti di uomo e di cittadino. Così, nel mondo moderno, accanto a risorse che sono condizioni essenziali della vita e della sua riproducibilità, come le già citate acqua e aria, si possono porre prodotti artificiali, come l’accesso all’energia, alla mobilità, ai servizi sanitari, o a manifestazioni delle facoltà superiori dell’uomo come l’informazione, la cultura, l’arte, ecc. Ma a garanzia di questa non esclusione dalla fruizione devono intervenire forme di gestione del bene incompatibili tanto con la proprietà privata – per lo meno fino alla soglia al di sotto della quale l’accesso al bene è un’esigenza vitale o un diritto irrinunciabile – quanto con la mera proprietà pubblica, intesa come proprietà dello Stato o di una sua articolazione. La quale riproduce, a un livello più alto, tutte le potenzialità di esclusione proprie della proprietà privata. La gestione dei beni comuni deve essere una gestione condivisa: nel senso che tutti i potenziali fruitori possono – non necessariamente devono – partecipare alle decisioni relative al modo in cui il bene viene utilizzato o fruito.

Le modalità di questa condivisione possono essere le più varie e differenziarsi tra loro sia in base alle circostanze storiche – la riappropriazione di una risorsa come bene comune è sempre un work-in-progress, mai completamente compiuto – sia alle caratteristiche del bene e delle forme prevalenti della sua fruizione, sia al livello di competenza e di maturità sociale e culturale di quella parte della cittadinanza che ne rivendica l’esercizio.

Recenti studi, a partire da quello pionieristico de premio Nobel Elinor Ostrom, passando, in Italia, per i nomi di Stefano Rodotà, Ugo Mattei e Alberto Lucarelli, hanno cercato di dare fondamento e consistenza giuridica a questa forma di gestione che esclude – o mette in secondo piano – la proprietà; ma l’indagine storica, valgan per tutte quelle della Ostrom, dimostra che la gestione condivisa di un bene comune è una pratica antica e ben nota in una pluralità di comunità etniche e storiche e che essa, per l’appunto, varia nei modi e nelle regole, a seconda del contesto storico sociale e del bene in questione.

Se accettiamo questo approccio, è chiaro che la categoria dei beni comuni non esclude a priori nessuna delle risorse materiali o spirituali che occupano il panorama della vita moderna; ma anche che l’inclusione di una risorsa nella categoria dei beni comuni dipende strettamente dal grado in cui si è affermata la pratica o, per lo meno, la rivendicazione, di una sua gestione comune e condivisa. Ed è altresì chiaro che questa questione è il nocciolo duro di uno scontro in corso a livello planetario, che assume le forme più diverse nei diversi contesti; ma che vede ovunque contrapporsi l’approccio liberista, che vede, da un lato, nella privatizzazione del controllo e della gestione delle risorse le condizioni irrinunciabili di un loro uso efficiente e produttivo e, dall’altro, le varie forme di resistenza a questo “pensiero unico”. Queste ultime scartano come non decisiva la contrapposizione tra pubblico e privato, e tra Stato e mercato – anche sulla base delle esperienze negative che la mera “nazionalizzazione” o statalizzazione delle risorse e delle attività produttive ha dato di sé: sia nei paesi del blocco comunista a economia pianificata, che in molte esperienza realizzate nel corso del secolo scorso in Occidente – e vedono invece nella riappropriazione condivisa di una serie di risorse e di attività le condizioni essenziali di una gestione democratica tanto del potere che delle attività economiche fondamentali.

Seguendo questo approccio, ci soffermeremo su alcuni nodi fondamentali che interessano tanto i processi di realizzazione quanto la rivendicazione di una gestione condivisa dei beni comuni.

  1. La prima osservazione è questa: l’idea di una gestione condivisa dei beni comuni ha nel mondo contemporaneo una matrice libertaria, “di sinistra”, o addirittura di estrema sinistra. Ma la realizzazione della gestione condivisa non è né di destra né di sinistra: ad essa può partecipare chiunque, indipendentemente dai suoi orientamenti, e la gestione condivisa è per l’appunto un’arena dove le diverse ipotesi o soluzioni proposte si confrontano. Chi l’ha proposta e ha lottato per la sua affermazione può poi ritrovarsi in minoranza tra i soggetti che partecipano alla sua realizzazione o alla sua rivendicazione;
  2. A confronto avremo sempre e comunque una concezione processuale e una concezione statutaria del bene comune. La concezione statutaria punta a definire fin dall’inizio le regole della gestione e a promuovere sulla loro base la partecipazione; la concezione processuale punta invece innanzitutto al coinvolgimento di una platea quanto più ampia possibile dei soggetti potenzialmente interessati alla gestione del bene, con una particolare attenzione a dare voce ai soggetti esclusi o marginali, contando che le regole di funzionamento si possano definire – e correggere – in corso d’opera. Nessuno di questi due approcci è valido a priori; vanno commisurati al contesto operativo e combinati sulla base degli esiti del processo, facendo comunque attenzione a che la rigidità delle regole non soffochi il processo di coinvolgimento, che non avviene mai secondo moduli prestabiliti;
  3. Possiamo scandire il processo del coinvolgimento dei soggetti potenzialmente interessati alla gestione condivisa di un bene comune in tre stadi. L’ultimo, il più definito, è quello della democrazia deliberativa. Si decide secondo regole certe gli indirizzi da dare alla gestione del bene e questi devono essere fatti propri dall’autorità o dall’amministrazione competente, sotto il controllo dei soggetti che hanno preso parte alla deliberazione, e di altri che si possono aggiungere in seguito. Lo stadio intermedio è quello del confronto tra le diverse ipotesi e soluzioni proposte. La difficoltà è che non siamo abituali a farlo: secoli di espropriazione del potere deliberativo ci hanno resi intolleranti e incapaci di ricorrere all’arma della persuasione (la verifica più grottesca di questo dato sono, per chi ne ha esperienza, le assemblee condominiali). Da questo punto di vista la partecipazione a un processo di gestione condivisa di un bene – o anche solo della sua rivendicazione – è per tutti una scuola di democrazia e di tolleranza. Ma la prima fase è forse la più difficile: molti soggetti, improvvisamente coinvolti in un processo di partecipazione, e abituati a considerare la propria esclusione una condizione naturale”, non riescono per un tempo più o meno lungo ad attenersi al tema: hanno bisogno di sfogarsi, di “vomitare” in pubblico le proprie frustrazioni, di sentirsi accolti e rispettati. Guai a considerare questa fase una perdita di tempo: è un pre-requisito fondamentale della democrazia partecipata;
  4. La partecipazione di chi rivendica o cerca di attuare una gestione condivisa di un bene è, e nella società contemporanea resterà per lungo tempo, un processo conflittuale: uno scontro quotidiano e serrato contro chi aspira a, o ne ha già realizzata, o ne sostiene, l’appropriazione privata. I processi partecipativi sono per l’appunto il terreno dove si costruisce e si consolida la forza e l’organizzazione per opporsi a una gestione privata o escludente;
  5. Nei processi partecipativi, e fino a che non è stato formalizzato e accettato un sistema di regole, non si vota: a partecipare non è mai la totalità dei soggetti interessati e chi partecipa non può pretendere di rappresentarli. Partecipa perché ha un’idea e un’esperienza da far valere e da mettere a disposizione degli altri. Se non si raggiunge il consenso di una larghissima maggioranza si dovrà riproporre il confronto a partire da una base più ampia: di carattere territoriale (coinvolgendo altri soggetti) o settoriale (introducendo nuove tematiche) in modo da scompaginare gli schieramenti precostituiti. Se l’accordo non viene comunque raggiunto si apre il conflitto: le diverse tesi in campo cercheranno di far valere le loro ragioni al di fuori del contesto partecipativo, fino a che la modificazione dei rapporti di forza non permetteranno di riaprire il confronto su basi diverse;
  6. La democrazia partecipativa e la gestione condivisa dei beni comuni si costruiscono sui saperi (tecnici e sociali) diffusi tra la popolazione; ma sono al tempo stesso una scuola straordinaria per approfondire, promuovere e diffondere questi saperi;
  7. La riappropriazione condivisa di un bene comune, anche del più generale e diffuso, come l’atmosfera – per preservarla dal sovraccarico di gas di serra – o la cultura – per renderla accessibile a tutti – è un processo che richiede e al tempo stesso promuove la “territorializzazione” dei processi; il riavvicinamento tra produzione e consumo, tra utenza e gestione. Certo questo processo non riguarda la mera informazione – i bit, che circolano liberamente su tutto il globo – ma riguarda gli atomi: la gestione concreta di risorse, impianti, strutture, istituzioni, ecc. La condivisione è tanto più forte quanto più è basata di rapporti diretti e relazioni di prossimità;
  8. Al di là dell’acqua bene comune, oggi il terreno fondamentale dello scontro tra privatizzazione e gestione condivisa è costituita dai servizi pubblici locali. Costituire a livello territoriale (quartiere, circoscrizione, città, area vasta; ma anche condominio o compound) delle sedi dove gli indirizzi dei servizi pubblici locali vengano affrontati e discussi in una prospettiva di gestione condivisa è un’attività in cui tutti possono impegnarsi.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia, 2006.
  • Ugo Mattei, Edoardo Reviglio, Stefano Rodotà, (a cura di), Invertire la rotta, Idee per una riforma della proprietà pubblica. Il Mulino, Bologna
  • Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari
  • Alberto Lucarelli “Beni comuni, dalla teoria all’azione politica”, Laterza, Bari

 

Questo è il testo del mio intervento sui Beni Comuni tenuto al Cipax, Centro Interconfessionale per la Pace (un’associazione culturale e di promozione sociale con esclusive finalità di solidarietà sociale) il 12 gennaio 2012.

Tag:, ,