Nella puntata dell’infedele del 10 ottobre scorso, a cui ho partecipato, ho sostenuto che per salvare le banche gli Stati Uniti avevano speso 2.000 miliardi di dollari e in Europa erano stati spesi 2000 miliardi di euro, pari a circa 3.000 miliardi di dollari. Claudio Costamagna, presente alla trasmissione, mi ha contestato sostenendo che I prestiti alle banche statunitensi erano stati quasi tutti restituitie lo Stato ci aveva anche guadagnato, ma che in Europa non era stata assolutamente impegnata una somma simile, portando come esempio l’Italia, dove effettivamente i fondi mobilitati a favore delle banche sono stati “solo” alcuni miliardi di euro. Ho chiesto a Costamagna quanto era stato speso nel Regno Unito per salvare le banche e mi ha risposto 20, al massimo 30 miliardi di sterline (30-40 miliardi di euro). Repubblica del 14.10.2011 pubblica due tabelle relative agli interventi effettuati a favore delle banche. Negli Usa l’intervento assomma a 2.809,6 miliardi di dollari, di cui 2.028,4 effettivamente utilizzati, al netto delle restituzioni. In Europa l’intervento assomma a 2.178 miliardi di euro (di cui 1.221,2 effettivamente utilizzati, sempre al netto delle restituzioni. Nel Regno Unito l’intervento assomma a una cifra equivalente a 1,090,4 miliardi di euro, di cui 649,1 utilizzati al netto delle restituzioni. Costamagna ha lavorato per ventanni in Goldman Sachs, forse la maggiore, sicuramente la più potente banca del mondo. O è un incompetente o è in malafede. Per conto di chi? Guido Viale
Ho mandato questo post al blog di Gad Lerner
Scusi Viale io per istinto mi fido di lei e non di Costamagna, ma lei è o non è un economista che lavora in un istituto di ricerche? Non mi dirà che le sue fonti sono gli articoli di Repubblica, no? Una discussione seria dovrebbe confrontare interpretazioni diverse dello stesso dato; quando non si è d’accordo nemmeno sull’affidabilità del dato di patenza non si va molto lontano. Ora, possibile che non ci sia ua fonte ufficiale cui fare riferimento?
Non ho una formazione universitaria da economista e da tempo non lavoro più in un istituto di ricerche. Non mi sono peraltro mai occupato di finanza pubblica, ma da qualche tempo ho dovuto cominciare a farlo – da autodidatta – perché mi sono reso conto che è ormai impossibile affrontare in termini propositivi qualsiasi argomento politico – dalla scuola alla ricerca, dalla sanità alla mobilità, dall’occupazione alla conversione ecologica, dalla cultura allo sport – senza sentirsi dire che “la cosa non si può fare” perché i vincoli economici e la situazione finanziaria non lo permettono e che alla situazione attuale “non c’è alternativa”.
Ho intrapreso allora un percorso individuale di “alfabetizzazione finanziaria” che in misura diversa tutti coloro che ritengono ancora che un altro mondo è possibile dovrebbero intraprendere; e che ovviamente sarebbe più facile e costruttivo da imboccare se lo si facesse insieme. Per questo dò molta importanza alla proposta di
aprire un grande processo pubblico di audit sul debito italiano (che ovviamente rimanda allo stato della finanza internazionale), come si è fatto in Grecia e in Spagna e, prima ancora, in Equador e in Bolivia.
Quanto alle cifre degli interventi pubblici, per quel poco che ne so ritengo che siano molto ballerine perché i governi e le banche centrali tendono a nasconderle e a confondere le acque e anche gli economisti professionisti non mi sembra che abbiano le idee molto chiare in proposito. Per questo l’audit servirebbe molto anche a loro.
In ogni caso gli ordini di grandezza sono quelli che ho citato io – ma forse anche dieci volte maggiori – e non quelli di Costamagna. Di questo sono sicuro.
Non ho una formazione universitaria da economista e da tempo non lavoro più in un istituto di ricerche. Non mi sono peraltro mai occupato di finanza pubblica, ma da qualche tempo ho dovuto cominciare a farlo – da autodidatta – perché mi sono reso conto che è ormai impossibile affrontare in termini propositivi qualsiasi argomento politico – dalla scuola alla ricerca, dalla sanità alla mobilità, dall’occupazione alla conversione ecologica, dalla cultura allo sport – senza sentirsi dire che “la cosa non si può fare” perché i vincoli economici e la situazione finanziaria non lo permettono e che alla situazione attuale “non c’è alternativa”.
Ho intrapreso allora un percorso individuale di “alfabetizzazione finanziaria” che in misura diversa tutti coloro che ritengono ancora che un altro mondo è possibile dovrebbero intraprendere; e che ovviamente sarebbe più facile e costruttivo da imboccare se lo si facesse insieme. Per questo dò molta importanza alla proposta di
aprire un grande processo pubblico di audit sul debito italiano (che ovviamente rimanda allo stato della finanza internazionale), come si è fatto in Grecia e in Spagna e, prima ancora, in Equador e in Bolivia.
Quanto alle cifre degli interventi pubblici, per quel poco che ne so ritengo che siano molto ballerine perché i governi e le banche centrali tendono a nasconderle e a confondere le acque e anche gli economisti professionisti non mi sembra che abbiano le idee molto chiare in proposito. Per questo l’audit servirebbe molto anche a loro.
In ogni caso gli ordini di grandezza sono quelli che ho citato io – ma forse anche dieci volte maggiori – e non quelli di Costamagna. Di questo sono sicuro.