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Cambiare il clima o cambiare il sistema?

Inserito da on Luglio 29, 2019 – 1:13 pmNo Comment

Change the system not the climate: questo slogan diffuso in tutto il mondo basta a spiegare perché le destre, i conservatori, le persone contente della loro condizione sono quasi tutti negazionisti climatici. Temono un cambiamento del sistema che potrebbe far perdere il loro potere o minacciare il loro grande o piccolo benessere. Non è solo ignoranza del fatto che la crisi climatica, andando avanti, distruggerà il benessere di tutti. Naomi Klein lo ha spiegato molto bene nel suo libro Una rivoluzione ci salverà: i boss dell’industria petrolifera e affini sanno da tempo, meglio di molti di noi, che il pianeta sta andando incontro a un disastro; ma sanno anche che uscire dall’economia dei fossili non può essere un semplice fatto tecnico. Comporta un “cambio di paradigma”, il passaggio da un’economia in cui il potere è concentrato e centralizzato grazie al controllo degli idrocarburi (e del capitale necessario a sfruttarli) a un sistema di poteri diffusi, reso possibile dall’autonomia energetica di comunità e territori alimentati dalle fonti rinnovabili. Un decentramento che finirebbe per investire tutti gli altri settori portanti dell’economia: agricoltura, alimentazione, mobilità, costruzioni, gestione delle risorse, assetto del territorio: la conversione ecologica. Per questo la lotta (o l’impegno) per il clima ha dei nemici (o degli avversari) spietati, e per molto tempo ancora si dovrà sviluppare in termini di “noi” contro “loro”. Sicuramente, mano a mano che le cose si aggraveranno (e si stanno già aggravando a una velocità spaventosa) la “zona grigia” dell’indifferenza (o dell’ignoranza) si assottiglierà; ma passerà dalla nostra parte solo se sapremo prospettare, con i fatti e non a parole, un avvenire più sereno e prospero di quello fondato sulla difesa a oltranza di finti privilegi fondati sul business as usual, che oggi ha la sua manifestazione più vistosa nelle misure – vedi Trump e Salvini, entrambi negazionisti a oltranza – per tenere lontani i migranti dal “nostro” presunto benessere. Per questo la lotta per il clima deve riuscire a legarsi in forme condivise, e non con sovrapposizioni meccaniche, a tutti i principali temi che oggi sono oggetto di mobilitazioni democratiche e partecipate, a partire da quelle per la difesa di un territorio e della comunità che lo abita, o per la salvaguardia delle condizioni di vita sia di chi lavora che di chi un lavoro non lo ha.
Dobbiamo adoperarci per dividere e scompaginare le fila degli avversari, ma per molto tempo non potremo contare su una loro resa all’evidenza dei fatti e sulla loro collaborazione. E qui veniamo al punto più delicato. Greta ha più volte affermato che i nostri nemici più pericolosi non sono i negazionisti ma quelli che a parole condividono i nostri timori e i nostri obiettivi e poi con i fatti li negano. Per questo la lotta per il clima è molto più difficile di quanto potrebbe sembrare: professarsi tout court negazionisti è sempre più difficile (persino Trump e il suo staff danno segni di cedimento), ma prima di abbandonare privilegi e posizioni di potere legati agli attuali assetti economici e sociali ci sono molte carte false da giocare. Spesso si sente dire nel movimento Fridays for future che certi temi non vanno affrontati perché sono “divisivi”, allontano potenziali adepti invece di includerli. Questo è vero se in gioco ci sono etichette “ideologiche” o, peggio, partitiche: molti per esempio insistono sul carattere “anticapitalistico” che il movimento per il clima ha o dovrebbe avere. Ma se questo carattere non si concretizza in obiettivi e pratiche concrete è una pura affermazione di principio che sicuramente allontana molta gente e ne avvicina poca; altrettanto ideologico, peraltro, è aspettarsi che il sistema “si riformi da solo”, senza passare attraverso conflitti molto aspri e cambiamenti radicali: è la posizione di chi pensa – o spera – che tutto possa più o meno continuare come prima, con i pannelli solari e le pale eoliche al posto dei pozzi petroliferi e dei gasdotti e piantando qualche milione di alberi (pare che invece ce ne vogliano mille miliardi, e ancora non basterebbe a riassorbire la CO2 già emessa), ma continuando ad andare in automobile, mangiare carne tutti i giorni, andare in vacanza in aereo e fare le Olimpiadi con la neve artificiale…
Questo discorso è emerso in maniera chiara a proposito del Tav Torino-Lione: se non si può dire che è un progetto che va in direzione opposta a quella necessaria ad azzerare al più presto le emissioni climalteranti (e lo dicono autorevoli e documentati  studiosi di tutte le discipline che hanno a che fare con il clima), perché questo allontanerebbe i molti (?) favorevoli a quel treno – ma lo stesso vale per i molti conflitti ambientali in corso in Italia e nel mondo – allora le nostre enunciazioni sull’emergenza climatica assumerebbero, sì, il carattere di una mera enunciazione ideologica e finirebbero per alienarci i molti che – ben prima di Fridays for future, se non altro per motivi anagrafici – sono scesi in campo per la difesa dell’ambiente e per la giustizia sociale.
Per non essere ideologici bisogna diventare operativi: non possiamo limitarci a “fare pressioni” sulle autorità (a tutti i livelli, dal quartiere alle Nazioni unite), anche se questo resta un compito inderogabile. Non possiamo delegare ai governi (a tutti i livelli, dal Comune alla Commissione europea) il compito di tradurre in programmi, progetti e interventi le nostre ansie. Dobbiamo sì “dire la verità”, ma anche “agire” e “coinvolgere” istituzioni, comitati, esperti, concittadine e concittadini per diventare tutti protagonisti del cambiamento.