Home » Approfondimenti

Antagonismo e solidarietà

Submitted by on Febbraio 9, 2026 – 3:51 pmNo Comment

Infierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è un crimine; ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel lessico politico, soprattutto nelle varianti di “buonista” e “incattivimento”). Ma è meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova hanno subito 25 anni fa ad opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda. Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. Un ricordo rinfocolato nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso degli anni, non ultima quella ad almeno tre persone non impegnate negli scontri nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino, non segnalate né commentate.

E’ evidente che un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse rivolte dagli organi del Governo e della sua maggioranza a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non, scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati, di essere sostenitori e complici di Hamas, o direttamente terroristi, non ha suscitato nelle nuove generazioni una speciale simpatia per la polizia e i suoi mandanti, asserragliati, con armi, accordi, veti e legittimazione, nel sostegno allo sterminio dei palestinesi.

Certo quella contrapposizione non giustifica una aggressione gratuita, ma può contribuire a spiegarla e comprenderla. Molti di quei giovani vedono nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima ancora che materiale, a cui gli assetti sociali vigenti li condannano. Alcuni non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di decine di migliaia di persone; anzi, pensano che coinvolgerle nello scontro qualifichi in senso di un maggiore antagonismo la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza ma con intenti diversi dal loro; quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada”, (senza prospettiva e senza volontà di averne) in opposizione alla solidarietà con le diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti (quella che Bologna chiama “ricomposizione”).

La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri. L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa.

Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti. Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza, dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo; o nella nostra incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai insegnare, al di fuori – quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta la bandiera di un’alternativa, la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si riconoscono nel nostro linguaggio che sentono impregnato di ipocrisia?

L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non temere – la loro autonomia; aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal conformismo e dalle mode; e spazi di informazione e culturali sottratti al controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due orientamenti possano confluire in una prospettiva comune: come quelli in cui si stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo dall’attuale compagine governativa. E’ una storia che dura da tempo sotto i governi e le amministrazioni più diverse: in nome della proprietà privata, dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti ma l’esatto contrario. La loro offesa.