Le mamme vulcaniche hanno vinto. Berlusconi, Bertolaso e la loro corte dei miracoli hanno perso. Ha vinto la lotta dura. Cortei e manifestazioni a ripetizione non avevano ottenuto niente; quando sono bruciati i compattatori, Terzigno è balzata al centro dell’attenzione. Un brutto precedente per il Governo; una indicazione ineludibile per chi ha delle rivendicazioni da portare avanti: sperando che poliziotti, autisti e addetti ai servizi non si prestino più a fare da capri espiatori per colpe altrui.
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Spin-off Fiat (il manifesto, 15 settembre 2010)
“E’ curioso notare come Morgan Stanley, banca storicamente vicina a Marchionne, non consideri le proiezioni finanziarie sottostanti a Fabbrica Italia, il programma di 20 miliardi di investimenti in 5 anni presentato dalla Fiat al governo per raddoppiare la produzione di auto nel paese e ottenere via libera alla chiusura di Termini Imerese e alle ristrutturazioni prossime venture”. Così Massimo Mucchetti sul Corriere della sera del 13 settembre, analizzando significato e prospettive del cosiddetto spin-off del gruppo, cioè la separazione del comparto auto e relative componenti da quello dei veicoli industriali e delle macchine per il movimento terra.
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Sulla presunta fne della lotta tra operai e padroni (“il manifesto, 30 agosto 2010)
Per Marchionne, per la Marcegaglia e per molti altri che hanno frequentato il meeting di Comunione e liberazione la lotta di classe è un residuo di un passato da superare, così come lo è la conflittualità sindacale o la lotta “tra operai e padroni”.
Così si capisce meglio dove mirassero le tante polemiche fuori tempo massimo contro il ’68 e la sua cultura distruttiva. Però, come giustamente ha fatto notare Adriano Sofri sulla sua piccola posta, la frase “basta lotta tra padroni e operai” prende una sfumatura diversa a seconda che a pronunciarla sia un operaio o un padrone.
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Come far fronte alla deflazione salariale (“il manifesto”, 18 ottobre 2010)
Nel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo “sviluppato”, i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di circa dieci punti percentuali di PIL a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali. L’aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato hanno reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente per vivere decentemente. La crisi ha messo in luce – e continuerà a farlo per anni – la profondità di questa trasformazione.
Infatti una parte rilevante dell’impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l’indebitamento (mutui, acquisti a rate, carte di credito, “prestiti d’onore”, usura) sul cui traffico è ingrassata la finanza internazionale con i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati. Leggi tutto “Come far fronte alla deflazione salariale (“il manifesto”, 18 ottobre 2010)”
Riconversione produttiva (tratto da “il manifesto”, 11 agosto 2010)
Lo scorso dicembre, al COP15 di Copenhagen, tutti i governi del mondo si erano trovati d’accordo nel riconoscere la gravità della minaccia climatica che incombe sul pianeta e la necessità di adottare misure drastiche e urgenti per farvi fronte. Ma quanto a trovare un accordo che ripartisse tra i diversi paesi l’onere delle misure da adottare, o anche solo decidere misure unilaterali che indicassero agli altri la strada da seguire, il fallimento è stato totale. Perché? Leggi tutto “Riconversione produttiva (tratto da “il manifesto”, 11 agosto 2010)”
Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione (tratto da “il foglio 27.08.10)
(questa è la versione originaria dell’articolo, prima dei tagli resi necessari dall’impaginazione)
DAL PATTO PER L’ITALIA A FABBRICA ITALIA
Il manager più riservato e internazionale del mondo industriale italiano, tutto Svizzera e lavoro (in Italia e negli Usa, ma anche in Messico, Brasile, Turchia, Serbia, Polonia, India, Cina e altro), rimasto per anni estraneo ai riti confindustriali e paragovernativi, si è sfilato il maglioncino di ordinanza (ma se lo cambierà mai o è sempre lo stesso?) per presentarsi in maniche di camicia a sostenere le ragioni della Fiat, cioè la sue, al meeting di Comunione e Liberazione: la più governativa delle associazioni del paese (basta guardare il parterre degli invitati, e la dose di applausi tributati a questo e a quello); beninteso dopo le “squadre della libertà” di Vittoria Brambilla, sguinzagliate da Berlusconi in vista delle elezioni. Perché?
Perché il Governo Berlusconi è di fatto diventata la “cinghia di trasmissione” tra le pretese del mondo delle imprese italiane, messo alle strette dalla globalizzazione, e i sindacati di stretta osservanza governativa: Cisl e Uil (la Fismic è una nuova edizione di un vecchio sindacato aziendale). Leggi tutto “Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione (tratto da “il foglio 27.08.10)”
Un raccolta di articoli sul tema della riconversione a proposito della Fiat di Termini Imerese, Pomigliano, Mirafiori (luglio 2010)
TERMINI IMERESE
Un’”anticipazione” di Repubblica del 21 aprile scorso attribuiva alla Fiat un ambizioso piano industriale Fiat-Chrysler da 5,5 milioni di vetture all’anno per il 2015 (2,7 milioni Fiat e 2,8 milioni Chrysler). Un piano molto vicino, anche senza Opel, ai 6 milioni di auto all’anno che mesi fa Marchionne aveva fissato come obiettivo irrinunciabile per non scomparire in un mercato dell’auto sempre più competitivo. Leggi tutto “Un raccolta di articoli sul tema della riconversione a proposito della Fiat di Termini Imerese, Pomigliano, Mirafiori (luglio 2010)”
Emergenza rifiuti in Campania (da “Venerdì” di Repubblica 2010)
Nella gestione dell’emergenza rifiuti in Campania Bertolaso ha messo a punto gli ingredienti che avrebbero caratterizzato la successiva gestione delle emergenze da parte della “cricca. Questi ingredienti sono il sequestro della popolazione “assistita”, la militarizzazione del territorio, la concentrazione del potere e dei fondi nelle mani di una struttura che non risponde a nessuno, la deroga alle leggi vigenti e, soprattutto, la spettacolarizzazione, vantando, con l’aiuto dei media, risultati tanto strabilianti quato fittizi. Leggi tutto “Emergenza rifiuti in Campania (da “Venerdì” di Repubblica 2010)”
Risposta a Carla Ravaioli
Devo una risposta a Carla Ravaioli che sul manifesto dell’8 luglio (Caro Viale, non fare un passo indietro) mi accusa di soprassedere alle premesse di quanto vado da tempo sostenendo, cioè la necessità di una “conversione ecologica” dell’apparato produttivo (e del relativo modello di consumi), cosa particolarmente evidente, tra l’altro, nelle industrie e negli impianti di produzione che non hanno avvenire perché senza più mercato. Le premesse da me “dimenticate” – se ho capito bene – riguardano il fatto che l’insostenibilità degli attuali sistemi di produzione e modelli consumo è intrinseca al capitalismo e che quella riconversione è possibile solo con il superamento della società capitalistica. Non è un’accusa nuova. Rivolta sia a me che ad altri, ricorre spesso nei dibattiti sulla crisi o sull’ambiente a cui mi capita di partecipare.
Quell’accusa è fondata: se l’auspicio di una conversione ecologica, senza ulteriori specificazioni riferite a fatti o contesti circostanziati che aiutino a definirne o precisarne contenuti o percorsi è una banalità, il rimando al “superamento del capitalismo” come condizione della sua realizzazione, senza entrare nel merito delle situazioni in cui si manifestano le criticità (quelle che una volta si chiamavano le “contraddizioni”), lo è ancor di più; e io, come altri, cerco di evitare sia l’una che l’altra. Cerco cioè di non avallare enunciati come quelli che sia Francesco Forte che Carla Ravaioli mi attribuiscono, secondo cui “il capitalismo è un imbroglio e l’economia di mercato una mistificazione”. Sarà anche vero, ma con pensieri come questi non si va lontano.
Perché ricondurre tutto al “capitalismo” dà a molti una falsa sicurezza e a volte addirittura un senso di superiorità: la convinzione di “saperla lunga”; così “lunga” che non vale la pena entrare nel merito di problemi particolari. Invece “ne sappiamo” sempre troppo poco; e quello che sappiamo lo dobbiamo per lo più ai contributi di studiosi o militanti che si sono confrontati con situazioni specifiche e circostanziate, anche se la forza del loro pensiero o della loro prassi deriva dalla capacità di inquadrare quei problemi in un approccio generale: agire localmente e pensare globalmente.
Ma un vero e proprio vuoto di pensiero – e di prassi – fa capolino nell’allusione, sempre più vaga, al “superamento del capitalismo”. Che cos’è? Una volta si diceva socialismo, comunismo, dittatura del proletariato, rivoluzione. Oggi quelle parole nessuno – o quasi – osa più pronunciarle: non perché manchi il coraggio, come pensa Carla Ravaioli; ma perché non sappiamo più che cosa vogliano dire; o se lo sappiamo, o pensiamo di saperlo, non lo vogliamo più. Uno Stato che pianifichi produzioni e consumi, e magari anche le nostre vite e la nostra morte, non lo desidera più nessuno. Molto spesso, dietro l’invocazione di un maggiore intervento dello Stato, di questo Stato, qui e ora, si nasconde solo la pigrizia mentale di chi ha comunque avallato le briglie sciolte al mercati, perché “non c’è alternativa”. Il che probabilmente sta alla base della dismissione di quella che per tutto il secolo scorso era stata la “sinistra”. La società di domani va pensata e costruita giorno per giorno, per tentativi ed errori, senza grandi modelli reali, o immaginari, a cui far riferimento; attrezzandosi, per quanto è possibile, per far fronte a passaggi drammatici e rotture improvvise.
Qualcuno dice “decrescita” ed è sicuramente un’idea sensata: i limiti del pianeta, come ci ricorda Carla Ravaioli, sono incontestabili. Ma quando di fronte alle otto “erre” di Latouche si prospettano problemi concreti, o percorsi da individuare e intraprendere, la sensazione che se ne trae è quella di un vuoto pneumatico. Se è una battaglia culturale – che ovviamente ha anche dei risvolti pratici – contro il feticcio della crescita, ben venga; forse andrebbe condotta con più modestia, cercando di fare i conti con i molti problemi a cui nessuno di noi sa ancora dare una risposta.
A ricondurre però a un denominatore comune molto del pensiero, della prassi e delle lotte più radicali e incisive degli ultimi anni è probabilmente la rivendicazione di una gestione condivisa, o partecipata, o per lo meno negoziata, dei beni comuni: sia che si tratti di impedirne una appropriazione privata; sia che si tratti di rendere disponibile a tutti beni, materiali o immateriali, che sono già da tempo sottoposti a un regime proprietario; in entrambi i casi, aprendo le porte o imboccando la strada di una gestione che non è né dello Stato né “del mercato”; bensì il perno della ricostituzione di uno “spazio pubblico” che è la sede costitutiva della politica intesa come autogoverno. La conversione ecologica è interamente affidata a itinerari del genere. Ma la distanza che separa questi sforzi e questi percorsi dall’ideale di una società equa e sostenibile e dalla capacità di condizionare o destituire le sedi da cui oggi si esercita il potere è, com’è ovvio, e con qualche eccezione importante e istruttiva, ancora molto grande. E non può essere colmata solo a parole.
Risposta a una lettera pubblicata sul Manifesto
Anche io auspico, e non da ora, una società dove tutti lavorino e si lavori meno; e dove i lavori pesanti e ingrati vengano distribuiti a turno.
Quella società lo Stato che pianifica l’economia non la ha mai realizzata – e neanche tentata – né nella versione “stalinista” dello Stato monopolista, né in quella “socialdemocratica”, che combina Stato e mercato nel governo dell’economia. Questo non vuol dire che nel capitalismo si viva meglio (né ora né in passato; un’”epoca d’oro del capitalismo” per me non è mai esistita).
Vuol dire semplicemente che occorre esplorare nuove vie e che, forse, al concetto di “piano” come governo dell’economia va dato un altro significato: non il controllo, e nemmeno la “direzione”, dello Stato sui processi produttivi, ma soluzioni e sistemi di gestione in continua ridefinizione, fondati sulla condivisione, sulla partecipazione e sulla negoziazione, che potenzino e valorizzino il bisogno e la capacità dei membri di una comunità di associarsi tra loro liberamente. Anche solo riconoscere ed evidenziare queste potenzialità in molti processi in corso è un passo avanti. Infine, io sui ponteggi non ho mai lavorato; ma se non avere le mani callose dovesse togliere a qualcuno il diritto di parola, forse persino la redazione del manifesto, e con lei questo giornale, dovrebbero scomparire.
Ovviamente non sono d’accordo (G.V.)