L’acqua inonda la politica. Il dopo referendum (il manifesto, 7 giugno 2011)

Che cosa lega i risultati dei referendum – se riusciranno a scavalcare i cavalli di frisia della Corte Costituzionale e del quorum – al “vento che cambia” delle ultime elezioni amministrative (un vento sempre più simile a quello che riempie le piazze di Atene e della Spagna contro l’azzeramento di ogni aspettativa per le nuove – e le vecchie – generazioni, ma che ha un preciso riscontro nelle rivolte che stanno cambiando il panorama politico del Mediterraneo e del Medio Oriente)? Per rimanere in Italia, con un occhio però ai paesi vicini, e al di là del ripudio di un modo di governare e di uno stile di vita che si è imposto per due decenni e più a tutto il paese, uno dei punti su cui tenere gli occhi puntati sono le opportunità che si aprirebbero con l’abrogazione dell’art. 23 bis della finanziaria 2008 (la norma che impone privatizzazione e svendita dei servizi pubblici locali), restituendo a sindaci e amministrazioni comunali le leve di una politica economica e industriale: quella che governo e opposizione, prigionieri del pensiero unico secondo cui non ci sono alternative al dominio dei mercati e della finanza, hanno da tempo rinunciato anche solo a formulare. Il quesito referendario restituisce ai sindaci – se lo vogliono – la possibilità di disporre di un insieme di “bracci operativi” per realizzare il loro mandato: che non è svendere il territorio per incassare oneri urbanistici al posto dell’Ici, o “salvare l’ordine pubblico” minacciato dai migranti musulmani; ma mettere in grado di governarsi tutti coloro che abitano su un territorio. Leggi tutto “L’acqua inonda la politica. Il dopo referendum (il manifesto, 7 giugno 2011)”

Sulle potenzialità di un revamping del gruppo Fincantieri (il manifesto, 28 maggio 2011)

L’Italia è naturalmente dotata di due straordinarie autostrade del mare in grado di collegare, una – il Tirreno – Trapani, Palermo e Napoli con Livorno, La Spezia, Genova e Savona; ma anche con Marsiglia, senza bisogno di scavalcare o perforare le Alpi con un'”autostrada ferroviaria” (il TAV Torino-Lione ) tanto costosa quanto inutile e dannosa; o di scavalcare lo stretto di Messina con un ponte altrettanto assurdo. L’altra – il mare Adriatico – Catania, Crotone e Bari con Ancona, Ravenna e Trieste. Se tutto il traffico merci di lunga percorrenza che attraversa la penisola e tutto il traffico automobilistico di carattere turistico – o anche solo una loro quota consistente – fossero deviati su queste autostrade, la rete viaria in terraferma sarebbe sgombra e a disposizione di chi ha da percorrere itinerari più brevi; i consumi energetici e le emissioni di gas serra si ridurrebbero drasticamente; e così pure l’inquinamento. Ma, soprattutto, si ridurrebbero i costi del trasporto e se ne avvantaggerebbe molto la famosa competitività delle produzioni italiane che oggi la Confindustria e il sistema delle imprese italiane sembrano inseguire quasi esclusivamente attraverso la compressione del costo e dei ritmi di lavoro e il ricorso al lavoro precario o a quello in nero.

L’idea di utilizzare di più e meglio le autostrade del mare italiane non è una grande trovata: se ne parla da decenni e la prospettiva aveva preso una dimensione concreta con il Piano nazionale dei trasporti messo a punto dal primo Governo Prodi sotto la direzione della professoressa Vittadini. Ma poi non se ne è fatto quasi nulla e oggi il traffico di cabotaggio via mare copre una percentuale infima di quello che da Nord a Sud – e viceversa – intasa le nostra autostrade e satura il numero sempre più ridotto di convogli che trasportano merci “su ferro”.

Se le autostrade del mare italiane venissero attivate, quand’anche, come è giusto, gradualmente, gli impianti di Fincantieri avrebbero lavoro assicurato per almeno i prossimi vent’anni, e anche oltre. Gli operai e i tecnici di Fincantieri le navi le sanno costruire; di tutti i tipi. Oggi la loro azienda si è concentrata su quelle da crociera, e sta perdendo il mercato; perché la domanda è debole e il lavoro per questo tipo di navigli si fa quasi tutto fuori dai cantieri; e sulle navi da guerra, perché il mercato dei massacri invece “tira”. Ma in un segmento di mercato come questo i paesi committenti, giustamente, hanno detto: se le navi sapete farle, venite a farle da noi; così Fincantieri ha portato all’estero i suoi cantieri, ma non i loro operai; questi, caso mai, li importa dai paesi dell’Est: costano meno, sono più ricattabili e ce ne si può sbarazzare più facilmente.

Eppure, se uno dei cardini della riconversione produttiva del sistema economico è costituito da una mobilità che riduca il suo impatto sul territorio (e sul pianeta), il passaggio modale dalla strada al mare è una soluzione irrinunciabile. Ma allora, perché non la si imbocca con maggiore determinazione? I tracciati – i mari – ci sono già: a farli ci ha pensato la Natura, mentre quelli stradali e ferroviari bisogna costruirli a caro prezzo, devastando il paesaggio. Mancano i convogli: cioè le navi Ro-Ro (roll in-roll out), che sono quelle che possono attraccare senza rimorchiatore, caricando e scaricando in pochissimo tempo i mezzi. Quali mezzi? Tecnicamente, nel trasporto merci, è sufficiente far viaggiare i rimorchi, senza imbarcare anche le motrici con l’autista al seguito; anche se la cosa, come vedremo, è alquanto complicata. Poi mancano i caselli autostradali, cioè porti adeguatamente attrezzati per smistare grandi volumi di questo traffico. Realizzarli darebbe molto lavoro alle città portuali e, soprattutto, contribuirebbe a riqualificare la loro attività. Perché se le merci viaggiano in container, o anche sfuse, possono essere caricate su un convoglio ferroviario per proseguire il loro cammino. Ma se viaggiano su un bilico, un autorimorchio, sarebbe opportuno che il rimorchio venisse sganciato dalla motrice al momento dell’imbarco e riagganciato da un’altra motrice, con un altro autista, quando riprende il viaggio via terra. Far viaggiare motrici e autisti su una nave raddoppia inutilmente i vettori e il personale viaggiante; e con essi i costi, anche se comunque è sempre più economico del trasporto su strada.

Ma perché lo stesso rimorchio sia preso in carico da due motrici diverse – una prima dell’imbarco e l’altra dopo lo sbarco – bisogna che i loro autisti siano d’accordo e se non sono entrambi dipendenti da una grande impresa di trasporto, ma sono dei “padroncini”, come oggi in Italia succede nel novanta per cento dei casi, bisogna che a metterli d’accordo sia un’organizzazione comune: per esempio una delle multinazionali di logistica che ha in carico l’intero itinerario del carico. Ma questa, se e quando c’è, si avvale per lo più di imprese di spedizione in subappalto; e sono queste, a loro volta, a reclutare i “padroncini”, che non sono che il terzo o anche il quarto anello di questa catena; quando non sono loro a farsi reclutare sulla piazza, insieme al loro camion, come dei braccianti a giornata ingaggiati da un padrone saltuario ogni volta diverso. La grande impresa, però, preferisce beneficiare dei vantaggi offerti dalla concorrenza selvaggia tra una miriade di operatori, dove lo spazio offerto a mezzi fuori norma e ad autisti spericolati dell’Europa dell’Est è in continua crescita.

L’alternativa è allora un consorzio – magari obbligatorio, o, meglio, l’affiliazione al quale sia vincolante per l’accesso alle navi Ro-Ro – che provveda, con il ricorso alle tecnologie più moderne, a coordinare imbarchi e sbarchi, a ottimizzare i carichi e i percorsi, a garantire i carichi di ritorno, a contrattare le tariffe con le controparti e con i vettori navali, a escludere i mezzi fuori norma e gli autisti che mettono a rischio la propria e l’altrui vita con orari di guida troppo lunghi e tempi di percorrenza troppo corti. Gli autisti – tutti, autonomi o dipendenti – ci guadagnerebbero in soldi e salute; il paese in qualità dell’ambiente e in sicurezza sulle strade; il “sistema delle imprese” in competitività e autonomia. Ma chi pagherà tutto questo?

Se solo i fondi destinati a due opere totalmente inutili come il TAV Torino-Lione e il ponte sullo stretto fossero destinati a un programma del genere (per esempio alla ristrutturazione dei porti e del loro hinterland) un buon tratto di questo percorso sarebbe già garantito. Inoltre, a promuovere il passaggio al trasporto intermodale lungo le autostrade del mare potrebbe concorrere un graduale aumento delle tariffe autostradali (purché a incassarle non sia Benetton e servano a finanziare il nuovo sistema) e i fondi dell’Unione europea destinati (come il programma Marco Polo) al finanziamento del trasporto a minore impatto ambientale. Ma il problema prioritario è quello di affrontare due delicati passaggi, evitando che i diktat del liberismo annientino i vantaggi che si possono ricavare da questa soluzione; garantire con accordi di programma le transazioni tra Fincantieri, che dovrà costruire le navi, e l’armatore – o, meglio, un consorzio di armatori – che dovrà gestire la flotta Ro-Ro; e poi, le transazioni tra questo e il consorzio, o i consorzi, di autotrasportatori che quella flotta dovranno utilizzarla. L’uno non si tiene senza l’altro: se gli armatori non avranno un mercato garantito dagli autotrasportatori non potranno a loro volta offrire un mercato garantito a Fincantieri perché avvii questa nuova linea produttiva.

E’ questa una violazione della normativa europea sulla concorrenza? Può darsi, ma non è detto. Se una potenza come la Volkswagen ha potuto fare non solo un accordo di programma, ma una vera e propria società con un’azienda di distribuzione dell’energia elettrica per assicurare un mercato captive, cioè garantito, ai propri microcogeneratori, senza doversi esporre alla concorrenza di altri produttori di impianti analoghi, non si vede perché, all’interno di un programma finalizzato alla salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza stradale, non si possano stringere accordi per garantire un mercato a una così importante riconversione produttiva.

Dunque la palla è in mano ai centomila e più autotrasportatori italiani che intasano le strade e le autostrade del belpaese: un popolo indisciplinato peggio di un’assemblea di condomini e tendenzialmente conservatore almeno quanto i camioneros che quarant’anni fa avevano messo alle strette il Cile di Allende; ma anche un popolo che si trova sempre più con l’acqua alla gola e che governi di destra e di sinistra hanno cercato di “tener buono” con gli sconti sulle accise del gasolio messi al bando dall’Unione europea (e la cui abolizione potrebbe essere un’altra possibile fonte di finanziamento di un loro associazionismo ambientalmente consapevole). La palla passa dunque alla politica. E purtroppo non è, o non è solo, una politica che si possa promuovere dal basso, senza una prospettiva complessiva a livello almeno nazionale. Ma per concretizzare e consolidare l’appoggio e la solidarietà con i lavoratori di Fincantieri da parte di tutte le categorie sociali che in questi giorni si manifesta nelle città colpite dai piani di ristrutturazione dell’azienda non c’è altra strada. E ancora una volta tocca alla FIOM fare da punto di riferimento di un’aggregazione sociale che vada al di là della protesta. La posta in gioco è talmente alta, e il rischio per i lavoratori coinvolti nel settore (le maestranze di Fincantieri; ma certo non solo loro) è talmente grande, che un impegno nel merito dovrebbe e potrebbe coinvolgere molti altri soggetti. L’importante è cominciare.

Una risposta alle critiche Luigi Cavallaro alle mie posizioni sul Sessantotto

I trent’anni che la pubblicistica ha definito “gloriosi” erano stati caratterizzati in Occidente dall’egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l’omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l’impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi “sviluppati”. Parallelamente all’organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un “ascensore sociale” in grado di trasformare, nell’avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell’industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell’Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, “concertata” o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall’organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa all’America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta. Leggi tutto “Una risposta alle critiche Luigi Cavallaro alle mie posizioni sul Sessantotto”

Il Mayday di Milano (3 maggio 2011)

Nella giornata di domenica scorsa, come ormai da diversi anni, la ricorrenza del primo maggio a Milano ha dato una rappresentazione visiva di un tratto fondamentale della nostra società; e soprattutto delle sue dinamiche.

Al mattino la banda del Comune si è portata dietro, nel corteo “ufficiale, uno sparuto gruppo di affiliati alle tre confederazioni, un altrettanto sparuto gruppo di affiliati ai partiti di centro sinistra (più Sel e Rifondazione che PD) qualche rappresentanza di aziende in crisi e una piccola delegazione di migranti. Pochi slogan, niente musica se non quella della banda. Dietro, come tutti gli anni, diverse migliaia di militanti di Lotta Comunista, usciti dalla catacomba della loro quotidianità, dove nessuno mai li incontra e non incontrano mai nessuno, ma affluiti da tutta Italia per questo appuntamento annuale che gli restituisce “visibilità”. Leggi tutto “Il Mayday di Milano (3 maggio 2011)”

Sul razzismo (il manifesto, 10 maggio 2011)

Volevano liberare il territorio patrio, e quello delle nazioni conquistate – il loro Lebensraum – dalla presenza degli ebrei; per impedire che gli contaminassero razza e costumi; ma non pensavano ancora allo sterminio. Prima avevano cercato di chiuderli nei ghetti: ma “loro” erano troppi e ancora troppo visibili. E si erano resi conto che con i pogrom – famoso è quello della notte dei cristalli – non avrebbero mai risolto il “loro” problema. Poi avevano pensato di deportarli in un paese lontano, in Madagascar; ma era troppo difficile, soprattutto in tempo di guerra. Allora hanno cominciato a ucciderli dove li avevano appena rastrellati, fucilandoli sull’orlo delle fosse comuni che gli avevano fatto scavare. Ma lo spettacolo era sconvolgente e gli schizzi di sangue gli macchiavano le divise. Alla fine hanno inventato le camere a gas e i campi di sterminio: un sistema “asettico”, dove hanno convogliato per sopprimerli sei milioni di ebrei. E’ la storia della Shoah. Leggi tutto “Sul razzismo (il manifesto, 10 maggio 2011)”

Il servilismo (il manifesto, 30 aprile 2011)

La piaga che affligge il paese è il servilismo. Non è una piaga esclusivamente nostrana; è diffusa in tutto il mondo, e per ragioni strutturali che poco hanno a che fare con i “valori” propugnati da chi lo pratica. Ma in nessun paese è così pervasiva, consolidata e ostentata come da noi. Non è un fenomeno esclusivo del nostro tempo; è vecchio come il mondo. Gli antichi Greci disprezzavano gli schiavi – prigionieri catturati in guerra o comprati e venduti – perché avevano preferito servire invece di morire. Il feudalesimo – un regime da non rimpiangere, per molti versi riproposto da alcuni tratti della nostra epoca – era fondato su un patto personale che implicava l’asservimento a tutti i livelli gerarchici. Ma quella fedeltà era regolata da un codice che impegnava tanto il signore che il vassallo. Oggi invece il servilismo è “nomade”: si offre e materializza di volta in volta a seconda delle convenienze: la compravendita di deputati con cui l’Italia si governa e fa mostra di sé al resto del mondo ne è una delle manifestazioni più esplicite. Leggi tutto “Il servilismo (il manifesto, 30 aprile 2011)”

Su una possibile riconversione delle ex carrozzerie Bertone, ora della Fiat (il manifesto, 23 aprile 2011)

Ci risiamo. Adesso è il turno delle carrozzerie Bertone. Il ricatto è sempre quello: o fate quel che dico IO – rinunciate alla salute (quel poco che vi resta), ma anche ad ammalarvi; alla famiglia (vi aspettano diciotto turni più gli straordinari); ai diritti (quello di sciopero e quello di scegliere i vostri rappresentanti); ai ricorsi in tribunale (Marchionne è allergico ai giudici come Berlusconi; molto meglio gli “arbitri” introdotti da Sacconi) – o si chiude e me ne vado altrove. Leggi tutto “Su una possibile riconversione delle ex carrozzerie Bertone, ora della Fiat (il manifesto, 23 aprile 2011)”

Precari e conversione ecologica (il manifesto, 18 aprile 2011)

Anche i quattro milioni di precari italiani, come i due milioni di disoccupati, e i milioni di lavoratori “scoraggiati” di cui le statistiche nemmeno tengono conto, anzi, soprattutto loro – e non solo i lavoratori delle aziende in crisi o votate a entrare in crisi in un prossimo futuro – hanno bisogno di una grande conversione ecologica. Leggi tutto “Precari e conversione ecologica (il manifesto, 18 aprile 2011)”

Intervista su “La conversione ecologica” (18 aprile 2011)

Il suo ultimo libro si chiama La conversione ecologica e ha un sottotitolo che colpisce: Non c’è alternativa. Possiamo riassumere in poche parole la tesi centrale del su libro?

La tesi centrale di questo libro, che non è un saggio unitario, ma una raccolta di testi, ovviamente rivisti, pubblicati nel corso del tempo e in occasione e organi di stampa differente può riassumersi in poche parole: la crisi n corso non è solo finanziaria o economica; è soprattutto occupazionale e ambientale e non è possibile rimediare ai guasti crescenti che crea nel tessuto sociale di tutti i paesi del mondo se non imboccando la strada di una radicale trasformazione in senso ecologico, cioè ambientalmente e socialmente compatibile, di tutto l’apparato produttivo e dei modelli di consumo che lo sorreggono. A questa prospettiva non c’è alternativa, se non un esito catastrofico per tutti. Leggi tutto “Intervista su “La conversione ecologica” (18 aprile 2011)”

“Repubblica” ha pubblicato una mia breve nota sulle origini dell’ambientalismo

I tagli purtroppo l’hanno massacrata. Qui la ripropongo nella sua forma originale.

All’origine di quell’amalgama che è oggi l’ambientalismo si possono individuare diversi filoni con paternità e sviluppi differenti.

Il primo è l’ecologismo in senso stretto: un approccio alla natura che individua nell’interconnessione tra le diverse specie che popolano un territorio le condizioni della loro esistenza, della loro evoluzione, della loro diffusione: tre fattori che in ogni ecosistema concorrono a costituire equilibri che non devono essere alterati troppo rapidamente. La “capacità di carico” di un ecosistema è un limite oltre i quali la diffusione di una determinata specie si arresta perché compromette le basi della sua sopravvivenza. Questo vale anche per il “carico” che la specie umana impone all’ambiente. Pioniere di questo approccio, con una forte impronta etica, era stato il naturalista statunitense Aldo Leopold (1887-1948). Leggi tutto ““Repubblica” ha pubblicato una mia breve nota sulle origini dell’ambientalismo”