Dobbiamo muoverci (“il manifesto”, 10 aprile 2012)

Crisi del mercato – italiano ed europeo – dell’auto, attacco governativo agli incentivi per le energie rinnovabili, movimenti NoTav, NoTem (Tangenziale esterna milanese) ed altri simili: sono fatti da prendere in considerazione insieme. E insieme, anche, a due altri problemi: chi deve tenere insieme quei fatti? E dove? Di questi tre problemi il più serio è il terzo: perché occorre ricostituire uno spazio pubblico – o molte sedi: una per ciascuno dei territori che sono interessati a quei fatti – dove affrontare la discussione in modo operativo. La soluzione del secondo problema coincide in gran parte con quella del terzo: una volta costituita una sede del genere, la partecipazione di una cittadinanza attiva, e di una schiera di lavoratori che aspettano solo di riprendere in mano il loro destino, è molto più facile: c’è nel paese una spinta alla partecipazione che da anni non si sentiva più (la Valle di Susa insegna). Quanto alla crisi dell’auto, agli incentivi per le rinnovabili e alla resistenza contro le Grandi opere, parlano da sé. Li possiamo riassumere così: Leggi tutto “Dobbiamo muoverci (“il manifesto”, 10 aprile 2012)”

Keynes non basta più (“il manifesto”, 23 febbraio 2012)

L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. E’ in gran parte un’illusione, ma anche se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.

La crisi ambientale offre all’economia delle opportunità e impone dei vincoli: le opportunità sono note (a chi ha interesse per la questione): sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; i territori sono diversi uno dall’altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità.

Ma i vincoli sono altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell’ultimo secolo – dall’edilizia all’automobile, dagli armamenti all’utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari – non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile.

Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori di qualsiasi politica industriale: cioè delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al “mercato”: cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.

In secondo luogo, la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro – qualificato e no – che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, contrazione dei redditi, compressione del welfare. Questo processo ha investito tutti i settori e tutta – o quasi – la gamma delle produzioni e, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti beni-salario. Mentre nelle cittadelle di più antica industrializzazione sono rimaste quasi solo alcune produzioni di beni di investimento di maggiore complessità, molte delle attività di coordinamento e gestione delle attività delocalizzate e alcuni segmenti di produzioni più o meno tradizionali di beni suntuari (ormai riuniti in un’unica categoria merceologica onnicomprensiva, denominata per l’appunto “lusso”).

Tutto ciò ha profondamente alterato l’efficacia delle politiche economiche. Gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di sconto, la politica dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell’Unione europea e soprattutto dell’eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori – e anche creatori – di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti. Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti (diluendoli o moltiplicandoli) su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime) e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese. Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui di recente si è cercato di stimolare la produzione e, con essa, l’occupazione. Raramente oggi gli incrementi di produzione si traducono in aumenti dell’occupazione – a volte innescano salti tecnologici o organizzativi che addirittura la riducono – ma sempre meno la produzione aggiuntiva messa in moto da una politica di sostegno della domanda riguarda lo stesso paese in cui è stata adottata. Lo si è visto con gli incentivi alla rottamazione con cui quasi tutti i paesi occidentali hanno cercato di fare fronte alla crisi del 2008-2009: in molti casi il sostegno all’occupazione nazionale è stato insignificante. Ma questo è particolarmente vero per la maggioranza dei beni-salario il cui consumo potrebbe essere alimentato da un sostegno ai redditi più bassi. Gli effetti riguarderebbero soprattutto beni di importazione a basso costo; il che si traduce solo in maggiori squilibri della bilancia commerciale da finanziare con l’indebitamento.

Le politiche keynesiane che hanno sorretto lo sviluppo dei cosiddetti “trenta (anni) gloriosi” erano tarate sul contesto di uno Stato nazionale ancora in gran parte in possesso delle principali leve della politica economica (e che non per questo aveva rinunciato a sviluppare anche una robusta politica industriale adatta alle condizioni dell’epoca: per esempio nel campo della siderurgia, degli approvvigionamenti energetici, della navigazione, della infrastrutturazione e, ovviamente, degli armamenti; per sconfinare magari in campi, come l’alimentare o l’automobile, da cui avrebbe forse potuto esentarsi). Ma oggi un ragionamento sulle “vie di uscita” dalla crisi sviluppato in un quadro nazionale (come quello al cui interno hanno funzionato per alcuni decenni le politiche keynesiane), o anche continentale, ma privo di riferimenti ai vincoli e alle opportunità indotti dalla crisi ambientale non è più plausibile. Non ha più molto senso ragionare su meri aggregati economici espressi in termini monetari, senza tener conto che nessuna politica economica è più praticabile senza una contestuale politica industriale che orienti e condizioni l’oggetto delle produzioni e le modalità (individuali o condivise) del consumo di molti beni e servizi. Questo, a mio avviso, è un limite inemendabile delle analisi e delle proposte correnti di stampo keynesiano, come quelle peraltro esemplari di Giorgio Lunghini sul manifesto del 16 febbraio (Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi).

Non solo; una politica industriale che faccia riferimento alla crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili – la “conversione ecologica” – non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: con un ridimensionamento e una rilocalizzazione delle produzioni in prossimità (relativa) dei mercati di smercio; o in un rapporto diretto – o comunque meno esposto alle alee di un interscambio non programmato – tra produzione e consumo. Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione, della competitività (l’idolo del nostro tempo) ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ed è anche, a mio avviso, l’unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell’occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell’occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti; la politica salariale della Grecia (salari minimi quasi al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.

La Grecia siamo noi (“il manifesto”, 17 febbraio 2012)

 A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla BCE, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura impostale dalla cosiddetta Troika (BCE, Commissione europea e FMI) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del PIL) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del PIL. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo. Leggi tutto “La Grecia siamo noi (“il manifesto”, 17 febbraio 2012)”

“Una conversione ambientale per battere banche e finanza” (da “Liberazione” del 5 gennaio 2012)

di Vittorio Bonanni

Oltre a non condividere ovviamente le ricette che l’Europa sta adottando per uscire dalla crisi di fatto assecondando chi la crisi l’ha provocata, Guido Viale va oltre nelle sue considerazioni. Fino a paventare una rivoluzione ecologica che porti a riformulare completamente la politica. Con lui abbiamo fatto il punto della situazione partendo comunque dalla strada intrapresa dalla Grecia da un lato e da Monti in Italia dall’altro per pagare il debito.

Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, ha detto oggi (ieri per chi legge ndr) che in questa fase stanno trionfando delle “idee fallite”. Sulle quali però in molti insistono e scommettono…
Su questo punto Fassina ed io concordiamo pienamente. Il problema è che dietro questo magazzino di idee fallite che è il liberismo si nascondono invece degli interessi molto corposi a cui il governo Monti è di fatto subordinato. E insisto nel dire che non è subordinato soltanto per una coincidenza di interessi, determinata dalla presenza di banchieri nel proprio governo o perché molto condizionato ancora da maggioranze precedenti che lo sostengono. Ma perché totalmente sottomesso al dogma della mancanza di alternative e dal fatto che non ci sono altre possibilità che accettare misure dettate da processi economici governati dalla finanza internazionale. Leggi tutto ““Una conversione ambientale per battere banche e finanza” (da “Liberazione” del 5 gennaio 2012)”

Il primo vagito del governo: ripensare il nucleare (il manifesto, 20 novembre 2011)

E l’ambiente? E’ scomparso dai radar, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa; e in tutto il mondo. Non solo a livello locale, ma anche a quello globale.

Tra il 28 novembre e il 10 dicembre si terrà a Durban (Sudafrica) la COP 17, l’ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all’origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha ormai rinunciato – a causa della “crisi” – a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto qualcosa da dire). Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell’attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati. Leggi tutto “Il primo vagito del governo: ripensare il nucleare (il manifesto, 20 novembre 2011)”

Cosa farei se fossi ministro dell’ambiente (Micromega, novembre 2011)

La tutela dell’ambiente non è una attività settoriale ma “trasversale”, come era nei principi ispiratori della legge istituiva del Ministero dell’ambiente italiano (1986), al cui vaglio dovrebbero essere sottoposte tutte le iniziative e le attività promosse dagli altri ministeri, da altri organismi dell’ordinamento pubblico come dall’imprenditoria privata.

La tutela dell’ambiente è finalizzata alla sostenibilità dei modelli di consumo e dei sistemi di produzione e richiede la messa in atto di politiche sociali, economiche e industriali sostenibili. Leggi tutto “Cosa farei se fossi ministro dell’ambiente (Micromega, novembre 2011)”

Mobilità urbana (per la rivista “Asilo politico”)

La mobilità di uomini e merci in una città è come la circolazione del sangue nel corpo umano: ciò che li tiene in vita. Se poi aggiungiamo anche i mezzi per la raccolta dei rifiuti e le auto e i bus con cui ciascuno di noi torna a casa dal lavoro, stanco e sfatto, accanto alla circolazione arteriosa avremo anche quella venosa Per il governo di una città il controllo della mobilità é quindi un compito irrinunciabile, non delegabile a un cuore artificiale, esterno, estraneo al corpo urbano, che obbedisce a un’altra logica. Ma lo stesso vale per molti altri servizi pubblici locali, a partire dall’acqua (andata e ritorno: servizio idrico integrato), energia (gas ed elettricità), mercati generali e macelli: tutte cose che sono la linfa e l’alimento della vita urbana. Per non parlare dei circuiti culturali, che sono ciò attraverso cui la città pensa e si mette in grado di autogestirsi. Certo, in tutti questi campi, accanto al necessario c’é anche il superfluo, e non é detto che tutto debba circolare lungo gli stessi canali. Ma se uno, molti, o tutti questi circuiti vengono consegnati a una società commerciale (una SpA, pubblica, privata o mista), la cui logica é, e non può non essere, fare profitti, “fare finanza”, crescere; e per crescere allontanarsi dai destinatari dei servizi erogati, che sono servizi “di prossimità”, il governo della città passa nelle mani di questa società e il sindaco si ritrova con un pugno di mosche in mano. Se la SpA é ancora pubblica o mista, incasserà degli utili, con cui provvedere a qualche necessità non più finanziata dai trasferimenti statali: ma sono denari pagati dai cittadini: dividendi sul loro asservimento. Leggi tutto “Mobilità urbana (per la rivista “Asilo politico”)”

Intervista su “La conversione ecologica” (18 aprile 2011)

Il suo ultimo libro si chiama La conversione ecologica e ha un sottotitolo che colpisce: Non c’è alternativa. Possiamo riassumere in poche parole la tesi centrale del su libro?

La tesi centrale di questo libro, che non è un saggio unitario, ma una raccolta di testi, ovviamente rivisti, pubblicati nel corso del tempo e in occasione e organi di stampa differente può riassumersi in poche parole: la crisi n corso non è solo finanziaria o economica; è soprattutto occupazionale e ambientale e non è possibile rimediare ai guasti crescenti che crea nel tessuto sociale di tutti i paesi del mondo se non imboccando la strada di una radicale trasformazione in senso ecologico, cioè ambientalmente e socialmente compatibile, di tutto l’apparato produttivo e dei modelli di consumo che lo sorreggono. A questa prospettiva non c’è alternativa, se non un esito catastrofico per tutti. Leggi tutto “Intervista su “La conversione ecologica” (18 aprile 2011)”

L’Apocalisse è già qui (il manifesto, 17 marzo 2011)

Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l’apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?

Non o non solo – come sostengono più o meno tutti i media ufficiali – che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l’infrastruttura e l’organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall’infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte – e per lo più – moltiplicano quei danni, com’è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami. Leggi tutto “L’Apocalisse è già qui (il manifesto, 17 marzo 2011)”