Domenica scorsa, il 27 maggio 2012, il blog ufficiale di Guido Viale, www.guidoviale.it, è stato vittima di un attacco informatico.
Ci scusiamo per l’interruzione del servizio di questi ultimi giorni, necessari per ripristinare il corretto funzionamento del sito.
L’aggiornamento dei contenuti è ormai tornato alla normalità.
Ascoltando Macao (“il manifesto”, 25 maggio 2012)
“La vostra politica crea il vuoto”: la foto di questo striscione che campeggia su un cerchio di seggiole vuote nel cortile di Palazzo Citterio dove si sono tenute le ultime assemblee di Macao, scattata subito prima dell’irruzione di polizia, carabinieri ed esercito venuti per cacciar via gli occupanti, è il miglior commento ai risultati della tornata elettorale dello scorso weekend. Per capire quel 51 per cento di astensioni – o il successo di Grillo, che miete là dove hanno seminato per anni centinaia di iniziative locali senza rappresentanza ed esposte all’ostilità e all’ostruzionismo delle politiche statali, dei partiti ufficiali e delle amministrazioni locali – basta un colpo d’occhio a quella foto. Sulla Giunta Pisapia, portata al governo di Milano da un’ondata di entusiasmo che aveva per alcuni mesi coagulato larga parte di quelle iniziative in un processo politico vincente, rischia purtroppo di ricadere la responsabilità di aver dato il via a questi sgomberi (e forse a molti altri che potrebbero seguirli nel resto del paese): sia con l’aperta ostilità espressa dal suo Assessore alla cultura; sia con l’acquiescenza, in nome della prevenzione di un “vandalismo” di cui non c’era neppure l’ombra, ai diktat di un’opposizione responsabile, lei sì, del vandalismo che ha devastato la città e calpestato ogni istanza culturale nei decenni di governo delle giunte precedenti; sia con una scelta politica che rimette nelle mani delle autorità costituite – Sovraintendenza, Assessore, Ministri dei Beni culturali e dell’interno, Polizia, Esercito; e Ligresti – il compito di stabilire che cosa è cultura e che cosa no, e di amministrarla in nome e per conto di tutti. Leggi tutto “Ascoltando Macao (“il manifesto”, 25 maggio 2012)”
Benecomunisti, che orrore (“il manifesto”, 11 maggio 2012)
Propongo di non usare mai più il termine “benecomunista”: è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l’acqua, l’atmosfera, l’informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l’appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi – singolo privato o articolazione dello Stato – da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell’esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa. Leggi tutto “Benecomunisti, che orrore (“il manifesto”, 11 maggio 2012)”
Nuovo soggetto politico. Un programma minimo ma ambizioso (“il manifesto”, 21 aprile 2012)
Il «Manifesto per un soggetto politico nuovo» lascia volutamente scoperta la questione del programma perché ne affida l’elaborazione al processo di partecipazione democratica che intende innescare tanto all’interno del «soggetto nuovo» quanto nelle sedi di democrazia sia partecipata che rappresentativa che cerca di promuovere o rinnovare. Tuttavia, poiché «non c’è più tempo» per gli indugi, il problema va affrontato parallelamente al processo di costruzione delle nuove istanze, tenendo presente che l’elaborazione di un programma è un importante momento di autoformazione e di educazione alla cittadinanza. E, quindi, di superamento della dicotomia dirigenti/diretti e anche – forse – di quella privato/politico; ma è anche uno strumento di promozione, di generalizzazione e di collegamento delle lotte che sono all’origine, manifesta o latente, della domanda politica a cui il «Manifesto» intende dare risposta. Bene hanno fatto quindi Lucarelli e Mattei a dare inizio al dibattito sul programma (il manifesto del 17.04). Aggiungo questo mio contributo. Non ci troviamo di fronte a una «tabula rasa»: possiamo contare su una molteplicità di esperienze, di conflitti e di buone pratiche che hanno bisogno soprattutto di aver voce in un contesto più generale: cosa che finora è stata loro negata. Ma i nodi da sciogliere, o da non eludere, tra coloro che si riconoscono o si riconosceranno nel processo che il «Manifesto» intende promuovere sono molti. Leggi tutto “Nuovo soggetto politico. Un programma minimo ma ambizioso (“il manifesto”, 21 aprile 2012)”
Dobbiamo muoverci (“il manifesto”, 10 aprile 2012)
Crisi del mercato – italiano ed europeo – dell’auto, attacco governativo agli incentivi per le energie rinnovabili, movimenti NoTav, NoTem (Tangenziale esterna milanese) ed altri simili: sono fatti da prendere in considerazione insieme. E insieme, anche, a due altri problemi: chi deve tenere insieme quei fatti? E dove? Di questi tre problemi il più serio è il terzo: perché occorre ricostituire uno spazio pubblico – o molte sedi: una per ciascuno dei territori che sono interessati a quei fatti – dove affrontare la discussione in modo operativo. La soluzione del secondo problema coincide in gran parte con quella del terzo: una volta costituita una sede del genere, la partecipazione di una cittadinanza attiva, e di una schiera di lavoratori che aspettano solo di riprendere in mano il loro destino, è molto più facile: c’è nel paese una spinta alla partecipazione che da anni non si sentiva più (la Valle di Susa insegna). Quanto alla crisi dell’auto, agli incentivi per le rinnovabili e alla resistenza contro le Grandi opere, parlano da sé. Li possiamo riassumere così: Leggi tutto “Dobbiamo muoverci (“il manifesto”, 10 aprile 2012)”
Su “Romanzo di una strage”
Invio il testo di due lettere sul film Romanzo di una strage, indirizzate a Repubblica. La prima è stata pubblicata il 3 aprile, unitamente alla risposta di Miguel Gotor, che riporto. La seconda, come mi aspettavo, non è stata e non sarà pubblicata. Infatti, in questo paese il commissario Calabresi è come un cavo ad alta tensione: chi lo tocca viene fulminato (a meno che non lo faccia senza accorgersene, come è avvenuto a Giordana e Tozzi, che non sembrano avere un’idea molto chiara di quello di cui parlano).
Ho letto e riletto l’articolo di Miguel Gotor sui misteri di Piazza Fontana (Repubblica, 1.4.2012) cercando di venirne a capo. E ho capito quanto segue: che le critiche di Sofri al libro di Cucchiarelli sono giuste, ma lui non è legittimato a farle perché condannato per l’omicidio Calabresi e forse tormentato (non si sa se dalla condanna o dall’omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente). Che la ricostruzione di Cucchiarelli non ha alcun fondamento, ma lui può dire quello che vuole, perché la sua non è un’opera storica, come pensa Sofri, bensì “un’inchiesta”. Che la strage di Piazza Fontana non è stato “un complotto”, ma un ordinario meccanismo di lotta politica condotta da uno o più corpi dello Stato. Che di fatto Sofri dà ragione a Cucchiarelli perché il solo parlare delle sue tesi (e non anche il fatto di ricavarne un film) ridà fiato a quel clima di ambiguità e mistero con cui un libro pubblicato nel 2009 ha alimentato e legittimato il clima di violenza degli anni ’70. Cioè, per l’appunto, di 43 anni fa. Guido Viale, Milano.
NON so dove e come Guido Viale abbia potuto desumere dal mio articolo ciò che sostiene di avere capito leggendolo. Tuttavia, dai momento che anche sul “Corriere della Sera” di ieri Pierluigi Battista scrive che avrei addirittura «intimato al silenzio Adriano Soffi», desidero tranquillizzare i miei due interpreti: penso (e mi trovo a disagio solo nel doverla puntualizzare apparendomi dei tutto evidente) che Sofri abbia ogni diritto a intervenire pubblicamente sulla vicenda di Piazza Fontana e non solo, come peraltro ha già fatto più volte in passato E in modo assai efficace, tanto che nei miei lavori su Aldo Moro mi sono ripetutamente avvalso delle sue analisi. Il problema è che il film di Giordana rilancia la tesi di un libro mediocre: per confutarla Sofri (e anche io) siamo stati costretti a parlarne regalando a quel testo un’immeritata pubblicità. Come storico mi dispiace. (Miguel Gotor)
Scusate se torno sull’argomento, ma resto esterrefatto (come 43 anni fa) di fronte alla leggerezza con cui si affrontano certi argomenti. Scrivono Giordana e Tozzi nella lettera di autodifesa del loro film Romanzo di una strage (Repubblica, 4 aprile) di aver raccontato “i servizi [segreti] impegnati non a deviarsi, ma a fare il loro lavoro”. Dunque ritengono normale che il lavoro dei “servizi” sia fare, o far fare, o lasciar fare, delle stragi ai fascisti per accusarne gli anarchici o la sinistra: in nome di una “doppia lealtà” – “alla Costituzione antifascista e alla necessità della lotta al comunismo” – che è “la cifra della nostra democrazia”. Chissà quante altre cose sono state comprese nel “lavoro” dei servizi da allora in poi…Ma il vero problema è la figura del Commissario Calabresi, che il film presenta indissolubilmente abbarbicata a quella di Giuseppe Pinelli (simul stabunt, simul cadent). Rientrava anche nei suoi compiti quella “duplice lealtà” che ha guidato la persecuzione e la diffamazione degli anarchici per una strage fatta da altri? Guido Viale. Milano
L’estremismo del capitale (“il manifesto”, 27 marzo 2012)
Ferruccio de Bortoli in un suo editoriale sul Corriere della Sera di sabato ritiene che il rischio che le imprese usino la riforma dell’art. 18 per liberarsi anche dei lavoratori scomodi (come ho sostenuto sul manifesto) oltre che di quelli anziani o logorati dal lavoro (come ipotizzato lo stesso giorno dal prof. Mariucci su l’Unità) rispecchi «una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe che non corrisponde più alla realtà della stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro». Poi si chiede se le minacce dei capi a cui facevo riferimento nel mio articolo del giorno prima – «Appena passa l’abolizione dell’art. 18 siete fuori!» – rappresentino effettivamente «il clima che si respira nelle fabbriche, al di là di qualche isolato episodio». Rispondo: forse non in tutte; ma in molte aziende certamente sì. Altrimenti non si capirebbe come mai decine di migliaia di lavoratori abbiano risposto immediatamente, superando spesso anche le divisioni sindacali, alla dichiarazione di sciopero di Fiom e Cgil.
Questo è sicuramente il clima che si respira negli stabilimenti Fiat, dove una sentenza di appello ha sancito che il licenziamento di tre operai, iscritti o delegati della Fiom, è stata una rappresaglia antisindacale. Da mesi poi si ripetono, su giornali e talk show, denunce del fatto che dalle riassunzioni nello stabilimento Fiat di Pomigliano sono stati esclusi completamente gli iscritti alla Fiom. Leggi tutto “L’estremismo del capitale (“il manifesto”, 27 marzo 2012)”
La posta in gioco (“il manifesto”, 23 marzo 2012)
L’azzeramento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una misura per rendere “flessibile” il mercato del lavoro, ma per rendere “rigidi” (fino al parossismo) il regime di fabbrica e la stretta sui ritmi di lavoro. Certamente nei prossimi mesi e anni ci saranno, uno a uno, o, meglio, quattro a quattro ogni quattro mesi, decine di migliaia di licenziamenti individuali per “motivi economici”. Sappiamo già chi verrà colpito, perché da qualche mese i capi girano nei reparti e minacciano i delegati non allineati e gli operai che resistono all’intensificazione del lavoro, annunciando loro che, “appena passa l’abolizione dell’art. 18, sei fuori!”. Leggi tutto “La posta in gioco (“il manifesto”, 23 marzo 2012)”
La parola alle nostre Conferenze di produzione (“il manifesto”, 11 marzo 2012)
Immaginiamo il prof. Monti travestito da studente (ovviamente fuori corso) che si presenta a un esame di economia alla Bocconi, di cui è stato anche Rettore; e che alla domanda: “Quando si presenta un’analisi costi benefici?” risponde “Dopo l’approvazione del progetto”. Bocciato (sia Monti che il progetto) senza se e senza ma. Eppure è proprio questo che ha sostenuto Monti, vestito (e non travestito) da Presidente del Consiglio. Ma non è la sola insensatezza che ha detto sul Tav: c’è anche la promessa di viaggiare da Milano a Parigi in 4 ore (cioè, ad almeno 400 km/h tra Torino e Lione compresi i 57 e più chilometri di galleria); e l’improvvisa trasformazione in “low-cost” (a basso costo) dell’opera: grazie al rinvio sine die dei lavori per le tratte fuori galleria (ma chi ha detto che la Commissione Europea sia disposta a cofinanziare un affare simile?). Con questi assi nella manica il Governo Monti ha annunciato una grande campagna di informazione (e di repressione) sul Tav. Complimenti! Leggi tutto “La parola alle nostre Conferenze di produzione (“il manifesto”, 11 marzo 2012)”
La guerra dei due mondi (“il manifesto”, 4 marzo 2012)
Quello in atto in Valle di Susa è un autentico “scontro di civiltà”: la manifestazione dispiegata di due modi contrapposti e paradigmatici di concepire e di vivere i rapporti sociali, le relazioni con il territorio, l’attività economica, la cultura, il diritto, la politica. Per questo esso suscita tanta violenza – e inaudita, per un contesto che ufficialmente non è in guerra – da parte dello Stato; e tanta determinazione – inattesa, per chi non ne comprende la dinamica – da parte di un’intera comunità. Quale che sia l’esito, a breve e sul lungo periodo, di questo confronto impari, è bene che tutte le persone di buona volontà si rendano conto della posta in gioco: può essere di grande aiuto per gli abitanti della Valle di Susa; ma soprattutto di grande aiuto per le battaglie di tutti noi.
Da una parte c’è una comunità, che non è certo il retaggio di un passato remoto, che si è andata costituendo e consolidando nel corso di 23 anni di contrapposizione a un progetto distruttivo e insensato, dopo aver subito e sperimentato per i precedenti 10 anni gli effetti devastanti di un’altra Grande Opera: l’A32 Torino-Bardonecchia. Leggi tutto “La guerra dei due mondi (“il manifesto”, 4 marzo 2012)”