L’EUROPA AL BIVIO

Sul cammino dell’alta finanza

L’Europa è a un bivio. Da una parte c’è una strada già segnata e intensamente frequentata dagli organi centrali dell’Unione europea (Commissione, Consiglio e BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (IMF), dai Governi dei paesi membri, dai partiti che li sostengono e, soprattutto, dall’alta finanza che domina il mondo, che governa un’economia ormai globalizzata, che detta i principi e impone le scelte a cui tutti – comprese le costituzioni democratiche che intralciano le sue attività – devono adeguarsi. Forse non è stata prestata sufficiente attenzione allo slittamento semantico implicito nella graduale sostituzione del termine “mercato” (al singolare), fino a ieri presentato come l’ambiente ideale per risolvere, nel senso di una loro ottimizzare, i problemi di tutti e di ciascuno, con il termine “mercati” (al plurale), che indica invece, in ultima analisi, un numero molto ristretto di attori: i protagonisti dell’alta finanza internazionale, che “votano” al posto nostro, cioè che decidono che cosa debbano fare i governi di ogni paese e come debbano essere riformate leggi e costituzioni. Quello slittamento allude alla transizione da un meccanismo anonimo, perché agito da tutti e da ciascuno, ma in teoria perfettamente trasparente (un meccanismo che in realtà non è mai esistito allo stato “puro”) a un potere opaco – e anonimo solo perché i suoi detentori preferiscono agire nell’ombra – che ha finito per polarizzare in misura crescente la società verso le punte estreme di una ricchezza e un potere immensi, da un lato, e di una povertà e ricattabilità crescenti dall’altro. In questo scivolamento semantico si riflette cioè il passaggio da una versione ottimistica del liberismo, che vede nel trionfo dell’economia di mercato in tutti gli ambiti della vita sociale la strada del progresso e del benessere, a una visione cupa e pessimistica, che presenta “i mercati” come potenze oscure a cui bisogna però sottomettersi per non incorrere nella catastrofe (il default) che esse possono provocare in ogni momento.

La costruzione europea sotto attacco

In ogni caso quella strada, che è l’assetto attuale del capitalismo, oggi si manifesta in Europa nelle politiche di austerity imposte dall’alto, senza nessuna considerazione per i danni che provocano; ma domani potrebbe anche sfociare in orientamenti diversi o più laschi, che sarebbero però sempre imposti sotto il rigido controllo dell’alta finanza e nell’esclusivo interesse dei suoi profitti. Quella strada sta in realtà portando alla dissoluzione quell’edificio europeo alla cui costruzione avevano concorso, con alterno impegno, le politiche adottate dagli Stati membri nella seconda metà del secolo scorso, dopo il disastro provocato da due guerre mondiali e la sconfitta delle dittature che ne incarnavano la logica in tempo di pace. E sta anche portando l’intera popolazione dell’Unione – con l’eccezione del numero sempre più ristretto dei suoi beneficiari – verso un intenso e feroce peggioramento delle sue condizioni di vita, del suo tessuto produttivo, dell’occupazione, dei redditi da lavoro. Un peggioramento che oggi investe i paesi più periferici (i cosiddetti PIIGS) lungo una traiettoria di cui la Grecia rappresenta, agli occhi di tutti, l’esito finale e obbligato; ma che è destinato a coinvolgere progressivamente anche i paesi che oggi sembrano più “forti” e i cui governi, in nome di un successo ottenuto in gran parte a spese dei loro partner europei più deboli, hanno trasformato in religione le ragioni contingenti di quel loro precario successo.

Anche se non tutti i suoi membri hanno adottato la moneta unica, la dissoluzione della zona dell’euro sotto la pressione di spinte centrifughe o del progressivo accentramento del suo governo nelle mani di un numero di paesi sempre più ristretto trascinerebbe con sé l’intero impianto dell’Unione Europea, riportando tutto il continente a una condizione di guerra commerciale di tutti contro tutti, in un mondo globalizzato dove ormai nessuna singola nazione potrà mai più “farcela da sola”. Ma dato il livello di integrazione ormai raggiunto dall’Unione, un esito del genere potrebbe preludere anche a un progressivo sfaldamento dell’unità delle singole nazioni: non in direzione di un decentramento federalista dei poteri, bensì verso una proliferazione di conflitti acuti e forse persino di guerre locali, come è successo a suo tempo ai margini dell’Unione, nella ex-Jugoslavia; o rischia di succedere oggi in Ukraina, e non solo.

Infine, quella è una strada su cui transitano persone e merci sorde di fronte ai rischi a cui stanno portando il riscaldamento del pianeta, i mutamenti climatici che esso comporta, la produzione di armi di distruzione di massa, l’inquinamento dell’aria, dei suoli e dell’acqua, la distruzione della biodiversità, l’imperativo di produrre sempre di più perché, per il pensiero dominante, soltanto con la crescita infinita della manomissione dell’ambiente si possono garantire condizioni di vita decenti a tutti. Quelle condizioni che, viceversa, proprio perseguendo un approccio del genere le oligarchie al potere non sono più in grado di offrire a nessuno che non faccia parte della loro cerchia sempre più ristretta.

 Un cantiere in costruzione

Dal lato opposto del bivio c’è una strada ancora in gran parte da costruire, non solo perché manca per ora di un progetto organico, ma soprattutto perché manca – o non è ancora emerso alla luce del sole – un numero di attori sufficiente a metterne all’ordine del giorno la costruzione, a realizzarla, e a cominciare a frequentarla, “sottraendo traffico” alla strada dominata dall’alta finanza. La direzione di questa strada non è univoca né del tutto chiara, ma non è nemmeno avvolta nelle nebbie: è una direzione in parte già consolidata negli obiettivi, nelle lotte e nelle buone pratiche di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, di disoccupate e disoccupati, di cittadine e cittadini, e in parte ancora inespressa e tuttavia condivisa in forme vaghe e spesso indeterminate, da altri milioni e milioni di cittadine e cittadini europei. E’ la direzione di un’umanità che vuole rappacificarsi con l’ambiente in cui vive senza rinunciare ai benefici che l’evoluzione della scienza e della tecnica consente; che non per questo intende rinunciare al conflitto – che è la molla della civiltà e dell’innovazione – ma vorrebbe riportarlo quanto più possibile in un ambito che escluda sangue e violenza; che cerca in tutti i modi di difendere la propria dignità; che lavora per recuperare una propria autonomia e un benessere personale in contesti di condivisione e di crescita collettiva. Certo, espressi in questi termini, quegli obiettivi non sono ancora esplicitamente perseguiti dalla maggioranza della popolazione (siamo cioè ancora molto lontani da quel fatidico 99 per cento proclamato da Occupy Wall Street). Ma il numero degli attori che stanno lavorando, e da tempo, al cantiere di questa strada è molto maggiore di quanto le cronache, i media e l’indagine sociale ed economica lascino trasparire.

Non che manchino poi proposte, anche rigorosamente documentate e sostenute da un numero crescente di autorevoli studiosi – soprattutto in campo economico e giuridico – su come dovrebbe essere costruita questa nuova strada; o anche, più modestamente, su come tirarsi fuori dalla palude dell’austerity, i cui miasmi stanno soffocando ovunque benessere, convivenza civile e, sempre più, come in Grecia, persino la sopravvivenza.

Tre percorsi paralleli

L’attenzione dei più si concentra sui meccanismi che tengono bloccata la spesa pubblica, vagheggiando il ritorno a un mondo di ieri, in cui il sostegno ai redditi più bassi, il potenziamento degli istituti del welfare, e il supporto di un’industria di stato o di una politica industriale dirigista nei settori portanti dell’economia avevano garantito – in Europa, ma non nel mondo – trent’anni di sviluppo economico quasi ininterrotto. Premessa irrinunciabile di questa prospettiva è la rinegoziazione radicale dei trattati che vincolano le politiche economiche ai diktat della banca centrale: fiscal compact, pareggio di bilancio, two packs, ecc.

Altri fanno notare che limitarsi ad affidare la ripresa dell’occupazione, dei redditi e del benessere alla mera riproposizione di un massiccio sostegno a domanda e offerta di quelle produzioni che hanno sorretto la crescita di molte economie nel corso degli anni – magari supportandole ora anche con massicce iniezioni di ricerca di base e applicata finanziata dallo Stato – non farebbe che accelerare la corsa verso il baratro: verso un disastro planetario per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente; e verso una competizione sempre più serrata di tutti contro tutti, destinata a scaricarsi dalle imprese sui lavoratori perché producano sempre di più guadagnando sempre di meno: che è esattamente ciò che ha portato all’impasse dei giorni nostri.

Serve invece una radicale riconversione verso produzioni nuove che permettano di recuperare un rapporto rispettoso con l’ambiente in cui viviamo e di ricondurre l’attività economica e la gestione del territorio e delle comunità che lo abitano entro i limiti della sostenibilità: in campo energetico e in quelli dell’agricoltura e dell’alimentazione, innanzitutto; e, a seguire, nella manutenzione del territorio, del paesaggio, degli assetti urbani, del patrimonio edilizio e monumentale, nella gestione della mobilità, nel recupero di risorse dagli scarti della produzione e del consumo, oltreché, naturalmente, nei campi dell’istruzione, della ricerca e della promozione culturale. Una transizione che non può essere affidata solo all’innovazione tecnologica e alla sostituzione di prodotti a elevato impatto ambientale con prodotti maggiormente sostenibili, che è l’essenza di ciò che viene presentato come green economy; richiede un cambiamento radicale di paradigma nelle soluzioni organizzative e gestionali. In sintesi, un sovvertimento radicale dell’organizzazione sociale esistente.

Per questo, infine, molti mettono l’accento sulle trasformazioni di ordine politico e istituzionale che entrambi questi approcci richiedono come loro pre-condizione: l’Europa deve trasformare se stessa in una federazione di popoli governati in modo democratico (attualmente non lo sono affatto), decentrato (restituendo potere e risorse alle istituzioni della democrazia di prossimità: Comuni e territori, e non Stati nazionali e Regioni che, in molti casi, non sono che piccoli Stati), partecipato (affiancando una democrazia partecipativa di prossimità a quella rappresentativa), capace di sottoporre a un controllo dal basso gli strumenti centralizzati del governo dell’economia (la moneta, i tassi di interesse, la dimensione e la destinazione della spesa pubblica, la Banca centrale e il sistema bancario, gli investimenti per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione), quelli della politica estera (il ripudio della guerra, la cooperazione internazionale, l’organizzazione della difesa, l’immigrazione) e delle politiche sociali (il reddito di cittadinanza, la previdenza, la sanità, la contrattazione delle condizioni di lavoro, l’orario di lavoro, ecc.).

L’utopia reazionaria del ritorno alle sovranità nazionali

Tutti e tre questi approcci guardano all’Europa come a un terreno irrinunciabile della lotta politica che deve portare, nelle intenzioni di chi li promuove o li sostiene, a una maggiore integrazione sia culturale che delle economie e delle istituzioni sociali dei paesi membri e a una maggiore eguaglianza sia tra paesi diversi che all’interno di ciascuno di essi. Per questo si tratta di approcci radicalmente opposti a quelli che individuano la strada per uscire dalla crisi economica e delle istituzioni europee in un ritorno alle sovranità nazionali in campo monetario (“uscita dall’euro” e svalutazioni competitive), tariffario (protezionismo), fiscale (spesa pubblica finanziata dalla banca centrale nazionale) e produttivo (nazionalizzazioni senza prospettare nuove forme di controllo sull’operato delle imprese). Il paradosso di queste proposte è che, pur presentandosi come alternativa al predominio incontrastato delle dottrine liberiste, rimangono interamente interne alla loro logica: pensare di recuperare competitività e spazio per le esportazioni di ogni singolo paese sui mercati internazionali attraverso la svalutazione della propria valuta, in una gara di competitività al ribasso tra paesi impegnati tutti sulla stessa strada, significa ritenere che ciò che è stato possibile in questi anni alla Germania in Europa o alla Cina nel mondo sia replicabile da tutti; senza tener conto del fatto che ai surplus commerciali dei paesi “vincenti” devono corrispondere necessariamente dei deficit di quelli perdenti. Che è il ruolo, quest’ultimo, che è stato fatto giocare all’Italia e ai PIIGS in questi anni in Europa. E questo, proprio in quel contesto di business as usual (cioè insistendo su produzioni che stanno perdendo mercato) che impone che alla competitività dei paesi membri non vengano imposti limiti e regole: limiti e regole che soltanto la rinegoziazione e la riformulazione generale dei trattati europei potrebbero e dovranno introdurre. Inoltre, un approccio fondato sul recupero di una evanescente sovranità nazionale non tiene conto né dei problemi connessi al sempre più pesante impatto ambientale delle produzioni in essere – e del sistema che le genera – né del fatto che nel corso degli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato, e quello che aveva favorito lo sviluppo economico tra sessanta e trent’anni fa – in particolare la divisione internazionale del lavoro del tempo e la connessa distribuzione settoriale dei “punti di forza” – non funziona più altrettanto bene né adesso né funzionerà più in futuro; proprio perché altre sono le cose da fare e da produrre.

Chi porterà avanti quel progetto?

Il problema sembra quindi quello di “dare gambe” a un progetto che integri tra di loro – nella misura del possibile – i tre approcci europeisti di cui sopra. O, piuttosto, quello di valorizzarne le elaborazioni e riformularne congiuntamente i termini alla luce delle indicazioni che si possono ricavare dalle dinamiche e dalle impasse in cui sono incorsi o stanno incorrendo in tutto il continente europeo i movimenti sociali in atto o in gestazione. Negli ultimi tre anni, a partire dalle primavere arabe, dal movimento 15 maggio in Spagna e dalle mobilitazioni contro le politiche imposte dalla Troika in Grecia, passando per Occupy Wall Sreet e Occupy the World negli Stati Uniti, per approdare, per ora, all’occupazione di Piazza Tashkin in Turchia e alla rivolta contro le spese folli per le Olimpiadi in Brasile – e senza mettere nel conto le decine di migliaia di rivolte in Cina, che hanno costretto il governo di quel paese a invertire rotta, e altro ancora – il mondo ha assistito a una grande mobilitazione contro le diseguaglianze economiche e sociali, contro le politiche dei Governi che le tollerano o le promuovono, contro il predominio dell’alta finanza che le impone ovunque. Quelle mobilitazioni non si sono certo dissolte nel nulla, ma hanno dato vita a organismi e iniziative di base che si sviluppano prevalentemente nei coni d’ombra che i media producono numerosi intorno alle aree messe a fuoco in forme sempre più conformisticamente omogenee. Anche in Italia c’è stato e c’è tutt’ora un grande fermento di iniziative e di lotte che non accenna a ridursi, anche perché le condizioni di vita della maggioranza della popolazione sono in via di netto peggioramento e per molti hanno già raggiunto un punto di non ritorno. Nel nostro paese però è prevalsa una frammentazione delle mobilitazioni che non è riuscita finora a trovare che pochi momenti significativi di confluenza. Ma non va dimenticato che alla mobilitazione mondiale contro la globalizzazione liberista del 15 ottobre 2011 l’Italia aveva dato il contributo di gran lunga maggiore, sia in termini numerici che di varietà delle presenze sociali in piazza; e questo nonostante che la manifestazione di Roma fosse poi finita male per l’iniziativa congiunta delle forze dell’ordine e di una componente gratuitamente violenta dei manifestanti. Ma questa frammentazione è tuttavia accompagnata da una intensità di elaborazioni, di sperimentazioni, di buone pratiche, di vita associativa e di lotte esemplari che ha pochi riscontri in altri paesi europei.

Il problema del nostro rapporto con l’Europa e del modo in cui costruire la strada verso l’Europa che vogliamo, verso un’Europa che raccolga le rivendicazioni e le istanze espresse dalle lotte e dai movimenti sociali di questi anni viene così a coincidere con il problema dell’organizzazione. Qual è il “soggetto” in grado di promuovere questa trasformazione di portata internazionale? E come allargare, interconnettere e omogeneizzare – lasciando perdere il termine “unificare”, che rischia di travalicare gli intenti e le peculiarità irriducibili delle istanze che vorrebbe sostenere – quegli spezzoni di resistenza e di opposizione al dominio della attuale governance europea? Quelle manifestazione della ricerca di un’alternativa che potrebbero costituire la linfa e il motore di questa transizione?

Si tratta innanzitutto di creare un “ponte”, anzi, molti “ponti” (Alex Langer, che era un vero europeista, amava molto questa metafora, che d’altronde ben si combina con quella della strada da costruire utilizzata in questa sede) tra realtà differenti per dimensioni, per rilevanza, per composizione sociale, per cultura, per tradizione, per radicamento territoriale, per il diverso grado di intensità con cui ciascuna di esse vive la crisi. Oltreché, ovviamente, per nazionalità e per lingua madre: un fattore, questo, che non solo rende complicata la comunicazione tra i popoli dell’Europa, ma avviluppa e rinserra spesso ciascuno di noi in problematiche particolari che coloro che appartengono a un diverso universo linguistico hanno difficoltà a comprendere e far proprie. In tutti i casi è comunque essenziale rispettare le diverse specificità, cercando di ricavarne un arricchimento per tutti.

Il sociale e il politico

Tutto qui? potrebbe chiedere un sostenitore della “forma partito” o, più in generale, di una soggettività politica sostanzialista. Il tema rimanda in realtà a qualcosa di più generale: al superamento o alla dissoluzione della distinzione tra il sociale e il politico, tra i movimenti e la loro direzione, tra i cittadini e la loro rappresentanza, nelle istituzioni e non. Il Novecento aveva “risolto” quella distinzione in termini di dialettica tra avanguardia e masse, o tra azione sindacale – in senso lato – e partito; o partiti. Ma il Novecento, nel corso della sua evoluzione, ha anche finito per assorbire nei meccanismi della gestione statuale del potere tutte le istituzioni storiche che i movimenti sociali si erano dati nel corso delle lotte e dei conflitti che hanno concorso a instaurare le moderne forme di democrazia a suffragio universale e di Stato sociale nelle nazioni dell’Occidente. E ora, ma è da tempo che ciò succede, i movimenti si riaffacciano sulla scena del conflitto in forme in cui le distinzioni tra iniziativa dal basso e rappresentanza e tra sociale e politico sono sostanzialmente azzerate. Ciò affonda definitivamente anche il tentativo di sostituire al modello in via di tramonto della forma partito, o del “soggetto politico”, una concezione “pesante” e sostanzialista della rappresentanza: cioè una concezione che non si limiti a designare con questo termine una pattuglia piccola o grande di parlamentari o di consiglieri nelle istituzioni della democrazia rappresentativa, ma la ponga al centro del processo organizzativo della transizione verso una società diversa, cercando così di sottrarsi all’ambivalenza intrinseca del “soggetto”.

Certamente, data la varietà e la frammentazione delle modalità in cui i movimenti si manifestano, ci sono e ci saranno sempre, da un lato, organismi che privilegiano la dimensione politica generale del loro agire e che si assumono per questo, accettati e condivisi o no che siano, ruoli che hanno a che fare con una regìa dei movimenti in campo (Alba è uno di questi); e dall’altro, organismi gelosi invece della loro connotazione sociale e restii a espandere in termini politici la loro iniziativa; ma nonostante ciò, o forse proprio perché non accettano di essere “rappresentati” da altri, pienamente se non compiutamente “politici” anch’essi.

Ci troviamo in realtà di fronte a un passaggio che mette in discussione non solo la storia recente e meno recente delle sinistre nate dall’evoluzione del movimento operaio, ma persino un tratto costitutivo della modernità: la distinzione tra la sfera del politico, della rappresentanza, degli istituti che si presentano come il prodotto del contratto sociale diverso e separato dai “soggetti” che lo hanno realizzato – e l’ambito degli interessi fondamentali che quella sfera dovrebbe rappresentare, e che in qualche modo rappresenta. Ma solo finché la cittadinanza si presenta di fronte ad essa nella forma di individui atomizzati e isolati. Quella forma in cui si radica l’idea che non si possano esprimere legittimamente i propri interessi se non attraverso la mediazione delle istituzioni: cosa palesemente falsa, soprattutto al giorno d’oggi. Perché quegli interessi hanno cessato da tempo di sentirsi “rappresentati” – e l’estraneità e il rigetto della politica in Europa e in tutto il mondo occidentale ne è una conseguenza non congiunturale, ma strutturale – soprattutto quando quella cittadinanza si ricompone in forme condivise, come movimento di lotta, o come sperimentazione di nuove pratiche di lavoro e di vita.

Oggi infatti la condivisione e i legami sociali costruiti dentro un agire collettivo sono l’ambito privilegiato, se non esclusivo, della maturazione e dello sviluppo dell’autonomia personale del singolo; mentre l’individuo isolato, l’homo oeconomicus (se mai esistesse), il Robinson Crosué anonimamente immerso nella società di massa vivono in balia di tutti i condizionamenti che pubblicità, media, “mercati” e sfera separata della politica esercitano su di loro. L’individuo che dovrebbe essere il soggetto e l’attore del patto sociale che legittima le istituzioni è stato completamente assorbito da queste ultime, e ora deve affidare la salvaguardia della propria persona e della propria individualità alla rivolta, alla ribellione, alla lotta, alla decisione di imboccare un cammino diverso da quello che gli è stato prospettato; cioè alla ridefinizione della sua identità in un processo collettivo.

Soggetto e rappresentanza

Così, grazie o a causa di quella ambivalenza, sia il “soggetto politico” che la sua “rappresentanza” vivono come poli di una continua oscillazione che finisce, da un lato, per ricondurre tutte le istituzioni all’iniziativa creatrice e costituente del soggetto (Il “comune” di Negri e Hardt non è che l’ultimo approdo di una concezione bulimica, ipertrofica e totalizzante della soggettività – vecchia di cinquant’anni – secondo cui le istituzioni del capitale non sono che il prodotto dell’iniziativa, ieri della classe operaia, oggi della “moltitudine”); dall’altro, a ridurre l’iniziativa politica e sociale alla sua rappresentanza, o alla sua capacità di “autorappresentarsi. Ma in entrambi i casi si finisce così per azzerare il rapporto dialettico, conflittuale, ma anche “contrattuale”, tra movimento e istituzioni. Contrattuale nel senso della continua rinegoziazione dei termini di un rapporto tra due contraenti che rimangono distinti e per lo più contrapposti; ma entrambi al tempo stesso sociali (in quanto espressione di interessi consolidati di parte) e politici (in quanto mettono in discussione la gestione del potere).

Per questo occorre accettare il dato, sostanzialmente estraneo alla cultura della sinistra legata alla storia del movimento operaio, che la costruzione di un’organizzazione non sia un processo unico, ma possa avvenire solo per strati sovrapposti o per comparti contigui relativamente indipendenti tra loro e non sempre interconnessi o facilmente collegabili. Per esempio, un’eventuale rappresentanza parlamentare – che non deve per forza configurarsi come “partito”, pur potendo costituire un punto di riferimento importante per la maturazione di uno o molti movimenti – dovrà sì connettersi il più possibile con le forme organizzate del suo elettorato, ma non potrà mai dipenderne. Oppure, le buone pratiche tese a sperimentare forme di vita, di lavoro e di consumo alternative hanno un lungo percorso da compiere per potersi innestare, e portare un contributo sostanziale, a un movimento di disoccupati o di lavoratori precari o a dei lavoratori in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro (e viceversa); o a comunità che si battono contro la devastazione dell’ambiente in cui vivono. E ancora, studenti e operai, scuola e lavoro possono trovare momenti di unità in mobilitazioni comuni, ma poi la strada di un collegamento più stretto e più produttivo – portare la scuola in fabbrica e in azienda e i problemi del lavoro nelle scuole e all’università, non solo in termini di reciproca comprensione, ma anche in quelli di una comune elaborazione di progetti di riconversione produttiva – è un’altra cosa; eppure è una prospettiva irrinunciabile. Già oggi le pratiche di un diverso approccio al consumo che si sono andate affermando con i Gruppi di acquisto solidale hanno reso disponibili anche un modo diverso di intendere l’alimentazione e offerto uno sbocco commerciale ad alcune enclave di agricoltura sostenibile; ma coinvolgere in un processo del genere un’intera cittadinanza e i governi locali del territorio è un processo organizzativo di tutt’altra dimensione. Lo stesso vale per il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, per l’efficienza energetica degli edifici e delle imprese, per la mobilità sostenibile, per la gestione dei rifiuti, ecc.

Decostruzioni

Infine, oltre a porsi in una prospettiva costituente con queste pratiche, occorre anche adottare un approccio “decostruttivo”, un impegno alla dissoluzione progressiva dei legami e dei vincoli su cui è costruita l’attuale organizzazione sociale, a partire dalle strutture dell’impresa, della pubblica amministrazione e delle forze armate così come sono organizzate oggi. Solo ostacolandone il funzionamento ordinario (che ordinario non è mai, perché frode e processi “estrattivi” si annidano sempre in ogni angolo di istituzioni sottratte all’imperativo della trasparenza e del controllo pubblico) possono nascere embrioni di una gestione alternativa delle attività produttive, del governo locale, della gestione dell’”ordine”. Quest’ultimo tema – la gestione dell’ordine – è tanto più importante se non si vuole eludere un problema che il discorso politico sull’organizzazione tende da tempo a trattare sempre meno, o con una visione sempre più corta: che è il tema della forza e del crescente potere, non solo militare, ma anche politico ed economico, che le forze armate tendono ad avere in tutte le società di un mondo ormai globalizzato (e che proprio per questo non dovrebbe più conoscere guerre), fino a diventare spesso gli arbitri delle sorti di un intero paese. Se sono caduti da tempo i miti della presa del Palazzo d’Inverno, o l’attesa di una liberazione delle città ad opera di una guerriglia che parta dalle campagne del mondo, il bagno di sangue in cui sono precipitati alcuni dei paesi – come Libia e Siria, ma anche Yemen e Barhein – che avrebbero forse voluto e potuto unirsi al movimento delle primavere arabe e contribuire alla sua generalizzazione, rendono evidente un dato di fondo, che d’altronde ci viene confermato dall’esito, per ora, della vicenda egiziana. Il monopolio statale della forza, oggi visivamente incarnato in Italia dalle “forze dell’ordine” (Polizia e Carabinieri, con un back-office in larga parte della magistratura), ma sempre più compenetrato – in Campania come in Valle di Susa e in molti altri posti ancora – da una presenza invasiva delle Forze armate, non può essere messo in forse che a partire dal loro interno: attraverso l’allentamento dei vincoli che legano l’esecuzione degli ordini a una gestione antidemocratica e antipopolare dei diversi corpi. L’obbedienza, diceva già Don Milani, non è una virtù…Il modello su cui occorre lavorare è verosimilmente quello, pacifico, della rivoluzione dei garofani in Portogallo, che l’isolamento internazionale, l’insufficiente consolidamento delle organizzazioni delle forze rivoluzionarie e la mancanza di un’ipotesi praticabile e di lungo periodo di gestione del potere non erano stati in grado, allora, di tenere in vita a lungo.

Su tutti questi temi l’organizzazione si forma sia attraverso campagne di opinione e battaglie culturali per affermare un punto di vista concreto, praticabile, diverso e opposto a quello del pensiero unico dominante – per esempio, su temi come la pace, il reddito di base incondizionato, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la democrazia nei posti di lavoro, il valore della cultura indipendentemente dalla sua redditività, la difesa a oltranza del diritto alla dignità, all’esercizio della cittadinanza, alla pensione, alla protezione sanitaria, all’istruzione, ecc. – sia attraverso le lotte per la difesa del posto di lavoro, per condizioni di lavoro sicure a dignitose, per la difesa del potere di acquisto di stipendi e salari o contro il precariato; sia, ancora, attraverso la mobilitazione sociale di una comunità contro lo scempio e la manomissione del suo territorio, o per fare spazio e dare forza a un diverso modo di vivere e di lavorare; quella lotta di cui la Valle di Susa rappresenta l’esempio più chiaro e luminoso.

La conversione ecologica

Ma qual è la leva che può portare all’integrazione tra questi differenti livelli? E promuovere una loro progressiva interconnessione a livello europeo? A mio avviso il tema è quello della conversione ecologica di produzioni e consumi; tema che ingloba anche quello della giustizia sociale e ambientale. La conversione ecologica è anche e soprattutto il passaggio graduale – ovunque le condizioni tecniche e la disponibilità di risorse lo rendano possibile – dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal gerarchico al partecipato, in un generale orientamento alla riterritorializzazione dei processi economici. Per esempio, in campo energetico, dai grandi impianti di estrazione, trasporto, combustione, raffinazione dei combustibili fossili, e di vettoriamento dell’energia elettrica o dal carburante che se ne ricava, allo sfruttamento delle fonti rinnovabile in modalità diffuse, distribuite su tutto il territorio, con impianti piccoli e diversificati per fonti e per carichi, collocati e dimensionati attraverso un coinvolgimento e una partecipazione diretta degli utenti. In agricoltura è il passaggio dalle coltivazioni intensive che consumano dieci volte più calorie di origine fossile di quante ne producano in termini biologici, a una agricoltura di prossimità, ecologica e multifunzionale. O, ancora, il passaggio da una mobilità incentrata sull’auto privata, che è una modalità di trasporto infestante che produce congestione, e che proprio per questo è diventato di fatto un sistema unico estremamente rigido, a una mobilità flessibile, fondata sulla condivisione dei veicoli; ecc. Sono tutte operazioni a elevata intensità di lavoro che creano molta nuova occupazione sia altamente qualificata che non. Inoltre tendono a, o rendono comunque conveniente, una forte rilocalizzazione di molti processi produttivi, anche a causa della crescita irreversibile dei costi complessivi dei trasporti. Le rilocalizzazioni sono peraltro fenomeni già in parte in corso, invertendo i processi con cui le delocalizzazioni degli ultimi decenni hanno finito per “desertificare” molte delle zone industrialmente più evolute del mondo. Certo non tutto può essere riterritorializzato: innanzitutto un processo del genere può riguardare solo la produzione di beni e servizi alla persona, e non quella di saperi, creazioni artistiche e informazioni, che devono rimanere beni comuni che circolano, a disposizione di tutta l’umanità. E, comunque, il commercio internazionale, e con esso la capacità di esportare, rimangono condizioni ineludibili per mantenere in vita un sistema produttivo evoluto come quello su cui dovrà contare lo stesso processo di riconversione.

Ma la conversione ecologica deve comunque riuscire a ridimensionare quella competizione globale sempre più serrata, dove per vincere la concorrenza si spingono verso il basso salari, condizioni di lavoro, tutele dell’ambiente e della salute, condizioni di vita, sostegno ai più deboli, trasformando tutti e ciascuno in soldati di un esercito al comando dei rispettivi capitani d’industria o dei gestori della finanza pubblica del proprio paese. E a quella competizione selvaggia deve saper opporre una politica di accordi, il più possibile diretti e non intermediati, tra produttori e utilizzatori o consumatori finali, capace di garantire l’efficienza dei processi produttivi non attraverso una concorrenza selvaggia, ma attraverso procedure di benchmaking (cioè di confronto con le performances tecniche più evolute), senza mai rinunciare alla salvaguardia dei diritti inalienabili dei lavoratori, della popolazione e dei territori investiti da questi processi. Questa non è l’abolizione del mercato, perché lo scambio tra produzione e consumo avverrà sempre per il tramite di un prezzo e di un passaggio di denaro; ma è un contenimento drastico dei vincoli imposti dalla concorrenza in ambiti dove accettarli significa produrre deserti occupazionali, distruzione di intere comunità, desertificazione del territorio. E’ ovvio che, in un contesto del genere, i rapporti di prossimità (km0) tra produzione e consumo presentino un netto vantaggio sulle “catene lunghe” di un mercato globalizzato, regolato solo dalla competizione sui costi.

Il ruolo dei governi locali

Ma decisivo nel promuovere questo processo – che ovviamente sarà sempre un work in progress, continuamente rimesso in discussione da innovazioni tecniche, cambiamenti del contesto locale e internazionale, comparsa di nuovi attori e nuovi protagonisti – sarà il ruolo delle amministrazioni locali: municipalità, Comuni e associazioni di piccoli Comuni, governi del “territorio”. La riterritorializzazione dei processi può infatti essere promossa solo restituendo ai governi locali i poteri necessari a portare avanti la realizzazione di questo obiettivo. D’altra parte una restituzione del genere può avvenire soltanto nell’ambito di una democrazia partecipata, di prossimità, che vada ad affiancarsi a quella rappresentativa, adeguatamente rivitalizzata dall’apertura ai processi partecipativi. Una delle condizioni essenziali della riconversione è proprio l’impegno di una cittadinanza attiva – che ovviamente non coinvolge in misura uguale tutti, né tutti sugli stessi temi – capace di mettere a disposizione del processo i propri saperi, sia tecnici e professionali che sociali (cioè quelli che si possono acquisire soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi tra coloro che vivono e lavorano in uno stesso territorio). In un contesto del genere un ruolo centrale spetterà alla rinascita del mutualismo, che oggi, in molte situazioni riprende e rinnova moduli organizzativi che hanno accompagnato la nascita del movimento operaio a partire da un secolo e mezzo fa.

Rinegoziazione dei vincoli finanziari, conversione ecologica, riterritorializzazione delle produzioni e federalismo municipale si possono dunque saldare in un processo comune che ha il suo perno nella trasformazioni delle produzioni e dei servizi essenziali in “beni comuni”. Che sono tali – cioè comuni – se e solo quando la loro produzione è sottoposta a una gestione democratica e partecipata; o, per lo meno, è oggetto di una rivendicazione condivisa in tal senso. Ma questo è un processo generale che, per procedere lungo quella strada che è ancora in gran parte da costruire, ha bisogno del concorso e del contributo specifico di ogni singolo territorio, delle comunità che lo abitano, dei saperi locali e generali della popolazione, e di un impegno personale di tutta la cittadinanza attiva. Il bisogno di organizzazione, in un contesto “liquido” come quello determinato dall’evoluzione sociale ed economica prodotta dalla globalizzazione, si traduce allora in una pluralità di iniziative e di organismi in grado di farsi promotori e registi di questi processi, in un rapporto di interconnesione reciproca sempre più stretto.

E’ possibile ridimensionare il potere dell’alta finanza?

Naturalmente tutti questi processi potranno svilupparsi solo in un quadro che veda drasticamente ridimensionato il potere che la finanza esercita sulle vite di tutta la popolazione mondiale attraverso l’economia del debito (debito delle famiglie, delle imprese, dei lavoratori autonomi, delle banche, degli Stati) e un sistema che allo sfruttamento del lavoro affianca ormai da tempo, e con sempre maggiore intensità, meccanismi di tipo estrattivo: quelli che si attuano attraverso la riproduzione all’infinito del debito – e la crescita infinita degli interessi da pagare – e la dilatazione senza fine della massa monetaria che circola e avvolge nella sua rete l’intero pianeta.

Il ridimensionamento di quel potere difficilmente sarà realizzabile in modo graduale e consensuale; è assai più probabile che si materializzi attraverso una serie traumatica di shock. Sia che a provocarli siano nuovi e ripetuti fallimenti delle istituzioni finanziarie che continuano a operare lungo la strada che ha portato alla crisi del 2008 tuttora in corso; sia che facciano seguito a dichiarazioni generalizzate di insolvenza – default – da parte dei governi più indebitati (un problema che accomuna i paesi dell’Europa del sud ai paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo; e ne vedremo presto le conseguenze). Anche se queste insolvenze venissero realizzate in forma graduale e selettiva (ristrutturazione del debito, moratoria, giubileo) per ridurne l’impatto sulla popolazione, si tratta comunque di misure che sicuramente le istituzioni finanziarie globali non sarebbero disposte a subire senza mettere in atto tutto il potere di ricatto e di ritorsione a loro disposizione. Per questo anticipare quanto più possibile i processi di riterritorializzazione e promuovere sistemi monetari locali indipendenti e paralleli alla circolazione della moneta europea è anche un modo per difendersi e prevenire gli effetti più devastanti di quelle ritorsioni.

Aziende in crisi

Pmi-sul-lastrico-sblocco-dei-pagamenti-Pa-unica-via-d-uscita_h_partbChe fare quando il padrone di un’azienda decide di chiuderla, o di trasferirla all’estero per pagare meno tasse, o per pagare meno gli operai, o per poter inquinare l’ambiente senza tante storie? A lume di naso, la prima cosa da fare è requisire l’azienda (i sindaci hanno il potere di farlo, se non altro per motivi di ordine pubblico) e impedirgli di portar via i macchinari. Poi bisognerebbe bloccargli i conti e farsi restituire i fondi che, 90 probabilità su 100, ha già ricevuto dallo Stato sotto forma di contributi a fondo perduto, credito agevolato, sconti fiscali e contributivi (ma qui dovrebbero intervenire anche altre istituzioni: Governo e magistratura). A maggior ragione questo vale se l’imprenditore in questione pone delle condizioni inaccettabili per “restare”: per esempio dimezzare i salari, come all’Electrolux.
Ma quello che non bisognerebbe assolutamente fare è cercare un nuovo padrone, che è invece il modo in cui il Governo italiano finge di affrontare le situazioni di crisi (sul tema sono aperti al Ministero dello Sviluppo economico più di 160 “tavoli”). Se ci fosse un “imprenditore” o un gruppo disposto a rilevare l’impresa alle condizioni esistenti si sarebbe già fatto avanti per conto suo. E infatti, le poche aziende italiane che vanno ancora bene, soprattutto sui mercati esteri, trovano facilmente dei compratori: sono state svendute quasi tutte. Ma quelle che non reggono più hanno bisogno di un’altra cura: devono riconvertire la produzione e cercare nuovi sbocchi, possibilmente nei campi che hanno un futuro, perché sono quelli nei quali la crisi ambientale renderà presto inderogabile investire. Naturalmente una riconversione del genere non può gravare solo sulle spalle delle maestranze abbandonate. Devono farsene carico, accanto a loro, Sindaci e amministratori locali, sindacati, Università e centri di ricerca, associazioni civiche e ambientali del territorio, comitati di lotta e di sostegno. Perché è proprio nel territorio, o nei territori che sono teatro di vicende analoghe, che si devono andare a cercare gli sbocchi per i nuovi assetti produttivi. A condizione, ovviamente, di trovare le risorse finanziarie per farlo. Ma cercarle è più facile quando si ha tra le mani un progetto credibile. D’altronde, è questa la ragione di fondo per battersi contro il patto di stabilità che si scarica sulla finanza locale, inibendo al governo dei territori qualsiasi iniziativa autonoma in campo economico e sociale.
Viceversa, se un nuovo padrone – o imprenditore – si fa avanti solo ora, è perché si aspetta dallo Stato condizioni di favore – cioè un sacco di soldi – e possiamo essere sicuri che lo fa per intascarseli, e non per mandare avanti l’azienda. Un esempio illuminante: i due bancarottieri che si erano fatti avanti per rilevare l’impianto Fiat di Termini Imerese. I risultati si vedono: l’impianto è ancora a lì, vuoto, a quattro anni da quando si sa per certo che sarebbe stato dismesso; e quegli aspiranti imprenditori si sono dissolti nel nulla; o sono in galera. Un’azienda che “se ne vuole andare” non ha alcun interesse a lasciare a un potenziale concorrente marchio, brevetti, mercati, o anche solo una manodopera ben addestrata; e quindi farà di tutto per rendere oneroso e non redditizio il subentro. La Jabil di Cassina de’ Pecchi fa scuola; li c’era tutto per andare avanti: manodopera competente, impianti e prodotti di avanguardia, clienti interessati; ma la proprietà non intende favorire un potenziale concorrente e preferisce mandare tutto in malora. Per questo, se arrivano delle multinazionali che comprano un’azienda dal precedente proprietario che si “sfila”, lo fanno solo per portarsi via marchio e know-how, e chiudere dopo qualche anno, dopo essere stati ben rifocillati dallo Stato. È questo il caso di tante esperienza che abbiamo sotto gli occhi: Alcoa, Alcatel, Jabil, Nokia, Lucent, Lucchini, Maflow, Micron Technology, e chi più ne ha più ne metta. Quando il Governo dice che bisogna attrarre investitori esteri, non è certo a impianti come questi che pensa. Pensa solo a “fare cassa” vendendo quello che funziona ancora o che comunque rende: autostrade, ferrovie, poste, ENI, Enel, Terna, ecc.
Insomma, le minacce di “andarsene” o la decisione di chiudere o vendere sono altrettante mosse di una corsa al ribasso per spremere sempre di più i lavoratori, mettendo quelli di un paese contro quelli di un altro, o quelli di uno stabilimento contro quelli di un altro: la vicenda Electrolux insegna. Se si accettano le regole della globalizzazione liberista, che affida alla concorrenza al ribasso l’organizzazione e la distribuzione territoriale e settoriale della produzione, a questa logica non c’è scampo. Ma, obiettano i cultori dell’ortodossia economica (che in questo ambito accomuna liberisti e keynesiani), per non sottostare a questa logica una strada c’è: passare a produzioni a più alto valore aggiunto e maggiori margini: invece di produrre utilitarie, produrre Maserati e Jeep, invece di lavatrici e frigo, impianti industriali di refrigerazione, ecc. Più in generale, passare a produzioni a maggior contenuto di tecnologie e di ricerca. Come se fosse semplice! Intanto per i prodotti ad alto valore aggiunto bisogna trovare un mercato, per lo più già occupato da qualcun altro. Per esempio, la Fiat (ora FCA) ha ben poche carte in mano per sottrarre quote del mercato europeo di fascia alta a Mercedes, BMW o Audi. Per questo la produzione automobilistica di FCA Italia, e con essa i suoi stabilimenti, sono in gran parte condannati a morte. Per additare una via di uscita all’impasse in cui si sta avvitando l’economia italiana (ma non solo quella italiana) i teorici dell’ortodossia ricorrono a una vecchia teoria dello sviluppo degli anni ’60 di Albert Hirschman, detta delle “anitre volanti”: le economie sono come uno stormo di anatre che volano una dietro l’altra. Mano a mano che quelle di testa passano a livelli tecnologici e più avanzati, quelle che seguono vanno a occupare le posizioni abbandonate dalle prime; e così, tutte insieme, promuovono lo sviluppo globale. Ma quella teoria rispecchiava l’andamento delle cose cinquant’anni fa (Stati Uniti in testa e, a seguire, Europa, Giappone, Corea, ecc.). Ma oggi non funziona più per il semplice motivo che molti dei paesi a più bassi livelli salariali e di protezione dell’ambiente, che proprio per questo sono diventate le manifatture del mondo (prima tra essi, la Cina), oggi sono anche molto più avanti di noi – e non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa – nella ricerca scientifica e tecnologica: è devastante competere con loro sui livelli salariali, anche se molte imprese non vedono altra strada per cercare di sopravvivere; ma in molti casi è anche impossibile competere sui livelli tecnologici; soprattutto in Italia dove istruzione e ricerca sono ambiti disprezzati e negletti. Che fare, allora?
C’è un ambito in cui l’Italia e l’Europa mantengono ancora qualche vantaggio “competitivo” (ma meglio sarebbe dire, in questo caso, cooperativo), anche se è anch’esso in via di smantellamento per via delle teorie liberiste che riducono tutto al dollar-value, al denaro. Quest’ambito è la complessità sociale, l’abitudine alla vita associata, una dimensione fondamentale della socialità, il radicamento in una tradizione di cui il patrimonio culturale rappresenta la stratificazione incompresa (e per questo trascurata). È un fattore che non può essere costruito, ricostruito, o recuperato in pochi anni e di cui lo sviluppo tumultuoso delle economie emergenti ha privato gran parte delle rispettive comunità proprio nei loro punti di maggior forza; senza l’accortezza di conservarlo o di sostituirlo con qualcosa di equivalente.
È questo il presupposto di una ricostruzione su basi federaliste di un’economia europea autosufficiente (ma non autarchica), non competitiva (nel senso di non più impegnata in quella corsa al ribasso che è sotto gli occhi di tutti), che sappia utilizzare le tecnologie disponibili e i saperi diffusi, sia tecnici che “esperienziali”, per riagganciare la produzione ai bisogni condivisi della popolazione attraverso il potenziamento di una nuova “generazione” di servizi pubblici locali in forme partecipate, sotto il controllo dei governi dei territori: in campo energetico (impianti diffusi, differenziati e interconnessi di utilizzo delle fonti rinnovabili ed efficientamento dei carichi energetici) e in quello agroalimentare (agricoltura di qualità ed industria alimentare a km0); nel campo di una mobilità flessibile, integrando trasporto di massa e trasporto personalizzato, sia di merci che di passeggeri, attraverso la condivisione dei veicoli; nel campo del recupero e della valorizzazione delle risorse (quello che noi oggi chiamiamo gestione dei rifiuti), nella salvaguardia e nella valorizzazione del territorio (assetti idrogeologici, urbanistici, paesaggistici, monumentali, industria turistica, ecc.) e, soprattutto, nei campi della cultura, della ricerca, dell’istruzione, della difesa della salute fisica e mentale di tutti.
Ecco, allora, per concludere, profilarsi un destino diverso per le aziende abbandonate e senza più sbocchi; ecco un ruolo strategico per le amministrazioni locali che intendono farsi carico delle condizioni di vita, ma anche del patrimonio di esperienza, di conoscenza, di saperi tecnici, di abitudine alla cooperazione delle maestranze messe alla porta dai loro datori di lavoro; ed ecco, infine, il presupposto irrinunciabile per promuovere un’alternativa di governo, a partire dall’iniziativa locale, per far fronte al caos a cui ci sta condannando l’attuale governance europea. Detta così sembra un’utopia: ma andiamo incontro a tempi in cui prospettare soluzioni estreme e finora “impensabili” diventerà necessario.

Una lista di cittadinanza alle elezioni europee – [ inviato a Huffingtonpost il 4.1.2014]

Se ne parla ormai da tempo. Sono intervenuti tra gli altri Barbara Spinelli, Paolo Flores, Roberto Musacchio e Alfonso Gianni. Riprovare a proporre per le elezioni europee una lista che “di cittadinanza” cerchi di riunire in un fronte comune, e su un programma condiviso, i mille organismi base che operano nel paese e un numero crescente di personalità – giornalisti, scrittori docenti, artisti e uomini di spettacolo – impegnati a contrastare senza se e senza ma la politica delle larghe intese e di una governance europea completamente asservite alle esigenze della grande finanza? A molti di noi il solo pensiero di ripetere un’esperienza fallimentare come “cambiare si può”, per vedersi poi scippare il progetto dall’Ingroia di turno – magari affiancato dagli altri revenant della cosiddetta “sinistra radicale”, accomunati nella imposizione di un altro aborto politico, morale ed elettorale come fu Rivoluzione civile – fa accapponare la pelle.
Ma è altrettanto deprimente consentire che siano le ambizioni – vere o supposte, ribadite o negate – di quei “signori della politica” a bloccare a tempo indeterminato qualsiasi tentativo di restituire una sponda istituzionale a un popolo disperso, disilluso e sbandato, e tuttavia impegnato in mille iniziative di base e in lotte sempre più dure la cui posta in gioco è ormai spesso la sopravvivenza stessa dei suoi protagonisti.
Non c’è bisogno di essere dei patiti della rappresentanza parlamentare per capire quale effetto rivitalizzante potrebbe avere oggi, per un movimento e per una cittadinanza attiva che in anni di lotte non hanno ancora ottenuto l’ombra di un riconoscimento, una campagna unitaria contro l’austerity e a sostegno di un’altra Europa: un’Europa fondata non sulla finanza e sui diktat della BCE, ma sulla conversione ecologica di produzioni e consumi, sul reddito minimo garantito per tutti, su uno stretto controllo delle attività finanziarie, sulla restituzione delle loro prerogative, e delle relative risorse, a municipi e governi locali e, attraverso di essi, alla democrazia partecipata, alla rinascita e alla salvaguardia dei territori, alla gestione condivisa dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Sono questioni che in parte stanno al centro anche dell’appello a Napolitano, Barroso e Draghi – sottoscritto da Etienne Balibar e altri intellettuali italiani e pubblicato dal manifesto – per una svolta radicale dell’Unione Europea che la sottragga al giogo della finanza e del neoliberismo, senza peraltro che venga indicata la strada per imporre, o anche solo mettere all’ordine del giorno, un cambio di rotta del genere.
Per di più nell’anno che viene questa battaglia potrebbe non essere condotta in solitudine e potrebbe invece iscriversi in una mobilitazione comune di liste e di movimenti politici che in Grecia come in Portogallo e in Spagna, ma anche in Francia e in Germania, e in molti altri paesi, può trovare un’intesa sugli obiettivi dei movimenti che hanno riempito le piazze e animato un dibattito politico completamente nuovo in Europa e nel mondo nel corso degli ultimi anni. Obiettivi che nelle prossime elezioni europee possono trovare punti fondamentali di coagulo nel proposito di rinegoziare i trattati europei e nella candidatura alla presidenza della Commissione europea di Alexis Tsipras, segretario di Syriza, che della lotta contro i memorandum e le loro conseguenze catastrofiche per la società greca – ma anche contro le reviviscenze naziste indotte dalle politiche di austerity – sono insieme simboli e protagonisti.
Non siamo ancora pronti, ribattono in molti, anche tra coloro che non sono pregiudizialmente contrari a una partecipazione autonoma alle competizioni elettorali – soprattutto a livello locale – ma che sono usciti scottati, o sono stati scettici fin dall’inizio, nei confronti di “cambiare si può”. La strada da percorrere – dicono – è ancora lunga e non si può accorciare. Certo che non siamo ancora pronti! Da un punto di vista organizzativo, ma anche in termini politici, non siamo mai – o quasi mai – stati così divisi; così “a pezzi”. E’ il frutto delle sconfitte subite; o, meglio, delle vittorie che si sono tradotte in un nulla di fatto: si è vinto il referendum sull’acqua e sui servizi pubblici locali, e Governi, Parlamento e Presidente della Repubblica ne hanno completamente ignorato gli esiti, procedendo come bulldozer sulla strada delle privatizzazioni. Si sono vinte – con candidati che sono stati sostenuti da una straordinaria quanto inedita mobilitazione di base – le elezioni amministrative in diverse grandi città e loro si sono messi a fare l’Expò, l’american cup, a privatizzare acqua e trasporti, a trattare sprezzantemente qualsiasi mobilitazione di base. Si sono occupate decine di edifici, di fabbriche, di teatri per farne delle sedi dove progettare e mettere in pratiche nuove forme di cultura, di convivenza, di lavoro comune, di ricomposizione sociale e queste sperimentazioni sono state trattate come problemi di ordine pubblico. Poi hanno continuato a bastonare in tutti i modi (con il manganello e con la toga, ma anche con il gas CS e con cronache false e altrettanto asfissianti) i NoTav della Val di Susa e nessuno ha preso la parola contro la criminalizzazione di un movimento che è – anche – un baluardo contro le combine dilagante tra politica e mafia. E così all’Ilva, all’Alcoa, alla Jabil, negli ospedali, nelle scuole, all’Università, tra i disoccupati, i pensionati, gli esodati e le mille altre categorie senza lavoro, senza reddito, senza pensione, ecc.
Ma se ragioniamo in questo modo, senza apprezzare anche la forza e la chiarezza di tutto il fermento sociale che si è andato sviluppando nel corso degli ultimi anni, pronti a un passo successivo non lo saremo mai. Mentre i tempi incalzano. Il movimento del “9dicembre” – detto, soprattutto dalla stampa di regime, dei “forconi” – dovrebbe farci capire che oggi prepararsi e agire sono la stessa cosa; che è urgente mettere a disposizione un punto di riferimento chiaro e dalle radici solide alle molte realtà sociali in cui si riflette la scomparsa di criteri e strumenti per orientarsi nel caos sociale che investe tutti. E che è inderogabile prospettare la costruzione di una sponda istituzionale – ma anche e innanzitutto culturale e sociale: cioè aperta, flessibile e non dogmatica – ai fermenti che agitano una società stremata da sei anni di austerity, da venti di malapolitica e da altri decenni ancora di malgoverno.
Non a qualsiasi costo. Come molti di noi – ma purtroppo non tutti – si sono ritirati per tempo dallo stravolgimento di “cambiare si può” in “Rivoluzione civile”, così è bene mettere in chiaro che imboccare di nuovo, nelle mutate condizioni dell’oggi, e con alle spalle l’esperienza grottesca della lista Ingroia, la strada di una proposta nuova per un’altra Europa vuol dire chiudere le porte a qualsiasi tentativo di stravolgerla in senso partitico: sia per quanto riguarda simboli e definizione dei suoi connotati che per l’elaborazione del programma, per la scelta delle candidature (nessuna riproposizione di già eletti o di funzionari di partito), per la destinazione di eventuali finanziamenti pubblici (non dovranno mai più tenere in piedi partiti inconsistenti e relative burocrazie), così come per l’interlocuzione con il corpo elettorale prima e dopo l’eventuale elezione dei nuovi parlamentari.
Quello che si propone è portare nel Parlamento europeo dei rappresentanti che rispondano alle ragioni di chi li ha votati. Certo, la democrazia rappresentativa esclude giustamente mandati imperativi per gli eletti; per l’esercizio dei quali vanno promosse e affiancate altre forme di democrazia, in particolare quella partecipativa che impegna direttamente la cittadinanza attiva, soprattutto a livello locale. Ma la rappresentanza parlamentare non preclude comunque un rapporto serrato tra rappresentanti ed elettori: sia nella conduzione della campagna elettorale che, soprattutto, nella definizione delle scelte che si effettuano in Parlamento e nei rapporti con le altre forze politiche. E’ su questo, soprattutto, che ci si dovrebbe impegnare con i movimenti e con le organizzazioni disposte a essere partecipi di questo progetto.
Dire che le condizioni per un’iniziativa del genere ci sono già sarebbe illusorio. Ma si può lavorare d’impegno per farle emergere. Un’altra occasione del genere non si presenterà molto presto. E a quel punto potrebbe davvero essere troppo tardi.

Osservazioni sull’assemblea del 20-12

Ciao Guido,
scusami ma non posso sentire e leggere ancora di “esodati”, soprattutto se scritto da te.

Allora, come postato su fb, ti dico che:

I SENZA REDDITO e SENZA PENSIONE carissimo Giudo, sono almeno 1 milione,

e NOI NON siamo PIÙ disoccupati over 50 come piace, al potere e ai sindacati chiamarci,

NOI SIAMO SENZA REDDITO e SENZA PENSIONE e nessuno più è “esodato”!!!!

Nonostante le affermazioni dei due schifosi piddini parlanti in assemblea:

Moiraghi, il primo intervenuto che, da quasi due anni, è il Resp. Comunicazione – Eventi

dei “Comitati esodati” di cui faceva parte anche l’esodato più famoso d’Italia Michele Carugi

oggi in pensione con ben 7.000 euro netti al mese – faceva il tagliatore di teste… – che ha

dichiarato da Santoro che si rifiuta di pagare il piccolo contributo…

Il secondo poi… tale Ardizio che si arroga pure l’onore di aver organizzato il primo pullman

“unitario” il 20 gennaio 2012 che invece fu organizzato dall’ex vice presidente di ATDAL

e da me.

Naturalmente ho mail e testimoni di quanto affermo. Non l’hai visto quando mi ha preso a !panciate” ?

Di questi Kapo nazisti, caro Giudo, stai parlando…

I Kapo dei 250mila che anche tu purtroppo, citi come “esodati” e che ti assicuro, “esodati” NON

lo sono affatto, sono ex mobilitati rimasti senza nulla come noi, noi che però siamo senza nulla

anche da molto più tempo in quanto NON “tutelati” da nessuno, men che meno dai sindacati.

Che anche tu ed anche “il manifesto”, continuiate con le falsità in atto da due anni e costruite dal PD

e dalla CGIL, è davvero insostenibile.

Scusami Guido, sai che ti adoro ma credo sia ora che anche la cosiddetta sinistra,

cominci a dire la verità.

Ciao

20--12-2

Dilva

P.S.: quell’assemblea era anche e gorse sopratutto, uno spot per il “nuovo” partito di patta: Partito del Lavoro

(nemmeno dei lavoratori…), infatti erano presenti Ferrero, Salvi e Nicolosi, seduto vicino a me…

parte la campagna contro la legge Fornero che sta devastando il paese – [Il Manifesto 22.12.2013]

Venerdì 20 dicembre a Milano, in una sala della Provincia, si è svolta un’assemblea “autoconvocata” (cioè promossa dai partecipanti e non dai sindacati di riferimento) di 150 Rsu (le rappresentanze sindacali unitarie, quelle elette direttamente dai lavoratori degli enti o delle aziende; da non confondere con le Rsa, che sono quelle nominate dalle strutture confederali). Vi hanno partecipato anche alcuni delegati del movimento degli “esodati” (che sono ancora quasi 250mila, nonostante che il Governo dia per risolto il problema) e dei “Disoccupati over 50”, che non si sa quanti siano, ma sicuramente più di un milione. Tema dell’incontro: il lancio di una campagna nazionale per l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni. La vignetta che accompagnava il manifesto di convocazione forniva un’immagine folgorante della situazione che si è venuta a creare nel nostro paese con il varo di questa legge: tre lavoratori anziani, curvi e stremati, sono impegnati in un lavoro di scavo stradale mentre tre giovani “sfaccendati”, cioè disoccupati, li stanno a guardare. La vulgata mainstream che cerca di contrapporre i giovani agli anziani, sostiene che i “privilegi” degli uni sono la causa delle privazioni degli altri. La realtà è molto differente: imponendo agli anziani di rimanere al lavoro, quando ce l’hanno, fino allo sfinimento, e anche oltre, si chiude l’accesso al lavoro ai giovani, costringendoli a all’inattività, alla dipendenza economica, alla miseria e alla depressione; il tutto a beneficio di chi incassa i proventi dei “risparmi” realizzati con il taglio alle pensioni: che è l’alta finanza, quella che detiene gran parte del debito pubblico dell’Italia e incassa ogni anno miliardi di interessi.
Il Presidente di Confindustria ha detto che la situazione italiana è paragonabile a quella di un paese uscito dalla guerra (arriva in ritardo, c’è chi queste cose le prevede e dice da anni: ma dov’era allora Squinzi? A sostenere, insieme a Confindustria, i governi che ci hanno portato a questo disastro). Ma la situazione è anche peggiore di ciò che sostiene Squinzi, che misura tutto in termini di produzione, fatturati, profitti, PIL. Perché l’Italia è ormai, più di ogni altro paese (in Germania si è appena decisa una riduzione dell’età pensionabile) la terra dove lavorano – quando lavorano – solo più i “vecchi”; con una produttività (quella tanto cara ai soloni di Confindustria) che nella maggior parte delle mansioni diminuisce verticalmente con l’età; mentre i giovani – sia quelli che hanno studiato che quelli che non hanno potuto farlo – stanno a casa a spese dei genitori o dei nonni pensionati (fin che restano in vita); oppure vanno all’estero per cercare di sopravvivere.
Gli interventi che si sono succeduti dal palco dell’assemblea forniscono un quadro drammatico di questo disastro: come si fa a fare la maestra d’asilo – si chiedevano in molte – o l’insegnante fino a 67 anni? E con classi sempre più numerose, senza sostegno per i portatori di handicap e i figli dei migranti, mentre – per esempio – nelle scuole materne di Torino non c’è più una sola educatrice al di sotto dei 45 anni? Parla una maestra di scuola materna che dovrà restare al lavoro ancora per molti anni, mentre sua figlia, che ha lo stesso diploma, resta a casa perché non ci sono più assunzioni. E gli ospedali – stesso problema – si riempiranno di infermieri e infermiere ultrasessantenni, magari con le stampelle o il pannolone – il loro – da cambiare? E che senso ha imporre a un impiegato ultrasessantenne di arrabattarsi su programmi informatici che cambiano continuamente e che un giovane di 20 anni imparerebbe a usare in un batter d’occhio, senza nemmeno frequentare un corso? Questo e altro nei lavori che sono a contatto con il pubblico, e che tutti possiamo vedere. Poi ci sono i lavori che si svolgono dietro i cancelli di una fabbrica o di un cantiere (dove è vietato entrare ai non addetti ai lavori), che sono per lo più molto più pesanti, non solo in termini di stress, ma di vera e propria fatica fisica, oltre che di pericoli. Un anziano o un’anziana (e la legge Fornero colpisce a morte soprattutto le donne) non ce la possono fare: vedevano a stento e con molta apprensione, il traguardo dei 60 e dei 63 anni (e chi ha cominciato a lavorare da ragazzo o da ragazza, quello dei 35 e dei 40 anni di anzianità); e adesso se lo vedono spostato in avanti come in nessun altro paese in Europa o nel mondo…E li assale la disperazione. Perché dietro i “risparmi” realizzati sulla pelle di chi deve andare in pensione di sono vite ed esistenze distrutte.
E che non ce la si possa proprio fare è confermato da chi ha preso la parola per conto dei disoccupati over 50. “Non ci prende più nessuno, anche se sappiamo fare bene il nostro mestiere: sei troppo vecchio ci dicono, e questo lavoro non lo puoi più fare”. Ma non prendono nemmeno i giovani, perché devono tenersi gli anziani che hanno in organico fino all’età di Matusalemme; o, più probabilmente, inventarsi una crisi o una ristrutturazione aziendale, o una delocalizzazione per sbarazzarsene. Per i giovani, poi – che sono stati al centro di tutti i discorsi – il futuro proprio non c’è. Disoccupati o precari, alla pensione non ci arriveranno mai; o, quando ci arriveranno, sarà al livello di quella sociale, al di sotto della sopravvivenza, nonostante tutti i contributi che avranno dovuto sborsare nei periodi in cui avranno lavorato. E una pensione complementare, un’assicurazione sulla vita (il “secondo pilastro” del sistema pensionistico “ammodernato”), chi se la può permettere?
Per di più, il tasso di conversione rischia di ridurre le pensioni al 50 per cento del salario, o anche meno, perché è legato al calcolo della speranza di vita. Ma la speranza di vita, ricorda un operaio, non è la stessa per uno che ha cominciato a lavorare a 14 o a 16 anni in un cantiere e ha continuato per tutta la vita a lavorare con fatica e per uno che ha vissuto in una casa borghese, ha sempre fatto lavori di ufficio e non si è mai negato una vacanza, un’alimentazione sana o una cura medica!
Molti mettono sotto accusa non solo la legge Fornero, ma tutte le riforme pensionistiche successive alla legge Dini (1995). Vogliono ritornare alla legge del 1969 e al sistema retributivo. Perché i fondi dell’Inps non sono dello Stato, che li tratta come se fossero cosa sua, usando i contributi dei precari (la gestione speciale) e dei degli operai (la gestione ordinaria) per tappare i buchi delle casse in passivo (compresa quella dei dirigenti d’azienda, che hanno sfruttato gli operai quando erano al comando delle imprese, e li sfruttano anche adesso che sono in pensione); o per coprire i contributi dei dipendenti pubblici che lo Stato non ha mai versato e che ora, con l’unificazione con l’Inpdap rischiano di trascinare nel baratro i conti dell’Inps, nonostante che di fatto siano in forte attivo. “I fondi dell’Inps sono dei lavoratori che hanno versato i contributi” dicono in tanti, e “vogliamo tornare a gestirli noi, come si faceva con le casse di mutuo soccorso”.
Dall’assemblea del 20 dicembre partirà dunque una campagna per l’abrogazione della legge Fornero che si articolerà in ogni città e in ogni azienda o ente e che sarà coordinata da un gruppo volontario dei Rsu presenti. L’obiettivo immediato è portare i sindacati confederali e di base e i partiti a fare proprio questo obiettivo (“E’ una battaglia che abbiamo perso perché non l’abbiamo mai combattuta; non ce l’hanno mai fatta combattere. Ma adesso le cose devono cambiare!”). Molti dei presenti si accingono a dare battaglia al congresso della CGIL (la maggioranza dei presenti è iscritta a questo sindacato): “Perché, se continuano su questa strada, anche i sindacati rischiano di fare la fine dei partiti”. Ma la campagna verrà condotta comunque, indipendentemente dall’esito di questa battaglia congressuale, in forma autonoma (cioè, autoconvocata). Così questa iniziativa si va ad aggiungere ad altre battaglie di lavoratori, che si sono già sviluppate al di fuori della gestione sindacale o contro di essa: come lo sciopero dei lavoratori dell’Amt di Genova o dell’Ataf di Firenze contro la privatizzazione dell’azienda; o la rivolta dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti di Taranto o, nonostante tutte le loro ambiguità, i blocchi stradali del 9 dicembre, che in molte città hanno visto una forte partecipazione di lavoratori, disoccupati e precari. Il paese è alle corde, ma i lavoratori stanno riprendendo la parola. E non solo a parole. Prima o poi Governo e partiti, Confindustria e sindacati, dovranno farci.

Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa

“Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa. E’ la nostra debolezza, ma paradossalmente la nostra forza. I default della Grecia o del Portogallo o perfino della Spagna , semmai dovessero verificarsi…sarebbero certamente sgradevoli ma sopportabili dall’Europa. Un default dell’Italia no, sconquasserebbe l’Europa intera  con conseguenze negative non trascurabili perfino in Usa: il sistema bancario europeo (e non soltanto) ne sarebbe devastato…è questa la spada di Brenno che Letta può gettare sul tavolo della discussione con gli altri membri dell’Unione a cominciare dalla Germania”.

Queste parole di Eugenio Scalfari su Repubblica del 1.12. segnano, se prese sul serio, una svolta radicale nella linea politica di questo giornale che da giorno della “salita” al governo prima di Monti e poi di Letta è stato, al livello delle opinioni che “contano”, il principale puntello di quei due Governi e dei relativi Presidenti del Consiglio, che hanno fatto dell’accettazione incondizionata dei diktat economico-finanziari di Germania, BCE e Unione Europea la ragione stessa della loro esistenza e della loro legittimazione. Soprattutto perché a livello nazionale non hanno invece fatto altro che massacrare la popolazione che avrebbero dovuto guidare “fuori dalla crisi” e si sono entrambi rivelati tanto ridicoli quanto inetti (tanto per non rivangare altro, con il dramma degli esodati il primo o e la farsa dell’IMU il secondo).

Ora Scalfari ci spiega  una cosa che già sanno persino uno studente del primo anno di economia o un bancario a inizio carriera: che quando il debito è consistente, il coltello dalla parte del manico (la “spada di Brenno”) ce l’ha il debitore e non il creditore. A condizione di saperlo/a e volerlo/a usare. Con l’Europa la posta in gioco è alta: si tratta di rinegoziare radicalmente i trattati dell’Unione e gli accordi della zona euro per riformare la BCE (e farne un prestatore di ultima istanza), azzerare il fiscal compact (eliminando l’obbligo di far rientrare il debito pubblico al 60 per cento del PIL in vent’anni), il pareggio di bilancio (e qui la spada di Brenno andrebbe rivolta contro i parlamentari italiani che l’hanno votato), la mano libera alla finanza (vietando il traffico di derivati di ogni genere non sostenuti da adeguati sottostanti), la “libera” circolazione dei capitali (con una vera tassa sulle transazioni finanziarie), rivedere l’unione bancaria (introducendo il vincolo della separazione tra banca commerciale e banca d’affari) e sostituire alla moneta “unica” una moneta “comune” (con flessibilità interna tra i vari Stati); e molte altre cose ancora. Altrimenti, kaputt.

Una minaccia che all’Italia costerebbe ben poco, perché è comunque il destino a cui le politiche, in successione, di Tremonti, di Monti e di Letta – cioè della BCE e, per suo tramite, dell’alta finanza internazionale – l’hanno condannata da tempo; come hanno fatto con la Grecia e con gli altri nostri compagni di sventura: Spagna, Portogallo, Bulgaria, oggi; e domani Francia, Ungheria e via andando.

Se la “svolta” di Scalfari segnala che alla fine anche un elementare buon senso si vede ormai costretto a prospettare soluzioni radicali, fino a oggi esecrate come la più irresponsabile delle ipotesi – “pericoloso anche solo nominarla”: così, per esempio, Felice Roberto Pizzuti – è però altamente improbabile che qualcuno dia seguito a quel suo consiglio: Letta non ha la tempra né la cultura per farlo; non ha una forza politica che lo sorregga in un passo di questa portata, avendo abbracciato – su indicazione di Napolitano – la strada del “galleggiamento” giorno per giorno; ma soprattutto non ha a disposizione un “piano B”: un’ipotesi per affrontare i problemi nel caso che le controparti rispondano picche al suo ricatto (perché di ricatto si tratta, anche se sarebbe una mossa sacrosanta).

Sulla tempra e la cultura di Letta (come su quelle di Monti, un “tecnico” portato in palma di mano da mezza Europa – la sua – e da tutto l’establishment italiano, e rivelatosi poi, insieme al cagnolino Empy, una mezza calzetta), sorvoliamo. Sulla sua forza politica, anche: i partiti delle larghe intese – ora ridotte a intese molto strette – sono allo sfascio: non sanno nemmeno come si chiameranno domani, né se esisteranno ancora. Quanto al “piano B”, non si tratta di bazzecole, o di misure che possano essere affidate a un “consulente esterno” qualsiasi, come un Bondi o un Cottarelli sulla spending review; o a ministri che non sono stati nemmeno capaci di calcolare il reddito medio dei deputati europei, avendo alle spalle tutto il personale tecnico dell’Istat, come Giovannini; o l’impatto dell’abolizione dell’IMU, come Saccomanni, che pure ha diretto per anni, chissà come, la Banca d’Italia.

Il “piano B” è una strategia che richiede studi, confronti, verifiche e soprattutto consenso: tutte cose che l’attuale compagine di governo non ha la minima idea di che cosa siano. Ma che mancano anche a chi ricorre alla formula semplicistica e demagogica di “uscire dall’euro”: quasi che si potesse tornare alle cose di una volta: quando bastava svalutare la moneta per recuperare competitività e mercati di esportazione. Quella convinzione rappresenta in realtà la quintessenza del liberismo: l’idea che sia il mercato a regolare l’economia e che una variazione dei prezzi internazionali basti per rilanciare lo sviluppo. Un  “piano B” invece non può che essere una strategia. Una strategia che deve poter funzionare tanto nel caso, assai improbabile, che l’Italia venga esclusa o si autoescluda dall’euro, o in quello, assai più verosimile, che l’euro si dissolva – nel caos di una serie di default incontrollati – per via delle sue contraddizioni, quanto nel caso che tutte o le principali richieste relative a una rinegoziazione dei trattati venissero accolte: perché il riordino del sistema finanziario che detta legge in Europa e nel mondo è sì necessario, ma di sicuro non sufficiente.

Al suo fianco ci vuole un programma per rimettere in piedi l’economia reale, cioè reddito, occupazione e servizi sociali (scuola, sanità, cultura, pensioni, ecc.); che non vuol dire rilanciare l’araba fenice della “crescita” (“che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”), ma valorizzare le competenze umane e il patrimonio di impianti, di know-how e di risorse materiali e ambientali che il trend economico in atto sta mandando in malora a livello locale, nazionale, europeo e mondiale.

Vaste programme”, avrebbe detto de Gaulle. Si dia il caso, però, che quello a cui né Letta, né Monti, né Tremonti, né Scalfari, né tutti quelli come lui non hanno mai pensato, sia invece da anni – anzi, da decenni – al centro della riflessione, degli sforzi, delle buone pratiche, del confronto e dei dibattiti che coinvolgono milioni e milioni di donne e di uomini di buona volontà, riuniti in comitati, movimenti, associazioni, forum e reti di varia natura e impegnati, anche se nessuno ne parla, in lotte, anche durissime e a volte mortali, in tutti gli angoli del pianeta, Italia compresa.

E’ un programma di radicale conversione ecologica dell’apparato economico e degli stili di vita (ovvero dei modelli di consumo) teso a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale e dai mutamenti climatici in corso (ciò di cui, ancora una volta, si è fatto beffe il vertice COP 19, riunito a Varsavia dal 23 al 29 novembre con i delegati di tutti i “governi Letta” del mondo) e, al tempo stesso, teso a valorizzare al massimo le risorse umane, materiali, ambientali e tecnologiche di cui l’umanità può disporre per rendere meno iniqua la distribuzione del potere e della ricchezza e più accettabile la condizione umana per tutti. Non si tratta di utopie astratte, ma di progetti concreti, alla portata di tutti, perché imperniati su una partecipazione attiva (da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni) e sulla ri-terrritorializzazione dei processi economici: cioè sul riavvicinamento sia fisico che organizzativo tra produzione e consumo; tutto l’opposto dell’accentramento politico e finanziario in corso e della globalizzazione dei mercati che mette in concorrenza tra loro miliardi di individui, di cui si sono nutriti tanto lo “sviluppo” degli ultimi decenni, quanto le politiche di risanamento che hanno ridotto, oggi la Grecia e domani l’Italia, a una condizione peggiore di quella di un paese devastato dalla guerra.

E’ un programma che non può essere perseguito a livello nazionale, perché è al tempo stesso locale – le cose vanno fatte innanzitutto là dove tutti possono partecipare alla loro realizzazione – e sovranazionale: i problemi di fondo sono quasi ovunque gli stessi, come uguali per tutti sono i poteri da abbattere o da riformare. Per questo la partita fondamentale per tutti noi si giocherà nel prossimo futuro a livello Europeo: proprio come dice Scalfari. Ma a giocarla dobbiamo essere noi tutti, trovando la strada per far sentire la nostra voce a livello europeo; e non Letta e i suoi pari, che non ne saranno mai capaci.

Risposta a Guido Viale

Caro Guido,

 

scusa innanzitutto per il ritardo della risposta, dovuto sia al giusto ruminare le belle cose che hai scritto sia, forse, a una condizione diffusa di difficoltà ad assecondare la legittima passione (e responsabilità) per la dimensione “politica”, difficoltà dovute a una condizione di sempre maggiore asservimento che egemonizza le nostre vite (anche con questa finalità, tutto sommato: non permetterci di occuparci dell’energia che potrebbe farcele cambiare, queste vite così insoddisfatte).

Il primo gesto da non dimenticare è così ringraziarti per le tue parole e per la tua sincerità, che è un modo per aver cura delle cose. Ho deciso infine di scriverti almeno parzialmente e in modo libero, a partire da un coinvolgimento biografico che, in una certa strana maniera, ha occupato un bel pò dei miei ultimi mesi in forma inaspettata.

Comincio dunque a rispondere su un tema che tu poni all’inizio delle tue riflessioni, quello dell’ambiguità della definizione di “soggetto politico nuovo”. Mi pare infatti che sia proprio questo uno dei punti decisivi per capire come poter rilanciare il senso dell’iniziativa di ALBA.

Tu fai un legittimo riferimento alla decostruzione che la categoria di soggetto ha subito nell’ultimo secolo (diciamo da Nietzsche in poi). Questa decostruzione filosofica coinvolge direttamente la sfera politica, nel momento in cui la critica al soggetto si rivolge alla violenza che tale categoria reca con sé in quanto esso finisce per irrigidire il nostro modo di stare dentro il mondo delle relazioni. Alto-basso, essenziale-accidentale, maschile-femminile, identità-differenza. Il soggetto garantisce un ordine sociale fondato sull’autorità di una forza gerarchicamente indicata come sostanziale. Fino al punto che ogni assunzione di soggettività è necessariamente una soggettivazione, ogni politica è una biopolitica.

Dunque, radicalizzando il tuo discorso ben oltre la sua lettera, la contraddizione teorica del Manifesto per un soggetto politico nuovo starebbe proprio qui: nell’aver tentato di criticare gli effetti della soggettivazione moderna (i dualismi e le gerarchie della politica, a partire dal potere patriarcale per finire con l’autoriproduzione del ceto politico) ponendosi come obiettivo qualcosa che appare ancora – anche solo nell’ambiguità delle parole – come la loro causa: il soggetto politico, appunto. Tutti gli errori empirici di cui è stato costellato questo anno e mezzo di vita sarebbero in fondo niente altro che conseguenze dirette di questa contraddizione teorica: non può essere un altro soggetto a criticare il soggetto moderno né a raccoglierne un’eredità emendata dall’irreversibilità della sua consumazione.

Questo tuo ragionamento lo condivido in pieno, se non fosse che esso non fa i conti con un convitato di pietra, che si chiama rappresentanza. Provo a spiegarmi con più sensatezza.

Come sai c’è un libro di Zizek – che come tutti i suoi libri si possono o amare incondizionatamente o allo stesso modo odiare – che ha un titolo in italiano utile per questa discussione. Si intitola: Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica.

La prima parte del titolo si può assumere a sintesi del tuo legittimo rammemorarci di quanto il soggetto e le sue innumerevoli versioni e riproposizioni siano ormai consumati e poco credibili. La consumazione del soggetto non è cosa pacifica ma è cosa sofferente: il soggetto è scabroso e ciò è tanto più vero per la dimensione della politica. Mi pare questa un’ombra necessaria della tesi che orientava il Manifesto per un soggetto politico nuovo: i partiti sono finiti non solo nella loro materia concreta ma anche nella loro forma legittimata dal novecento. Ma noi che ne subiamo la fine rischiamo di esserne travolti come Nietzsche: proclamando che dio è morto, di finire impazziti piuttosto che davvero liberati dall’oppressione della morale degli schiavi. Certo, tra la distopia della follia e l’utopia inumana del godimento senza fine vi è una saggia via di mezzo che corrisponde a una tonalità politica che nel Manifesto io ho ritrovato (magari sbagliandomi): che chi proclama la fine della forma partito riconosce al contempo la propria orfanità. Non siamo né pazzi né superuomini, siamo politicamente orfani. E come si sa, l’orfanità è una condizione di partenza che va incontro a elaborazioni opposte: c’è chi s’irrigidisce nella nostalgia del padre e chi invece assume la propria condizione per immaginare il nuovo. Ecco il punto politico della faccenda e, forse, l’ambiguità di questo anno e mezzo di vita: non abbiamo ancora scelto come elaborare il lutto, dopo esserci dichiarati pubblicamente orfani. Ma questo stadio della vicenda non riguarda soltanto ALBA, riguarda per esempio la maturità politica di tutti quelli che si sentono orfani politicamente e ondeggiano tra la rabbia per la morte, la disperata urgenza di trovare un altro padre, il desiderio di tessere e immaginare una novità all’altezza di una crisi di sistema. Proviamo a identificarli, questi modelli di reazione all’orfanità predicata:

a. La rabbia della fine. Non è difficile riconoscere in molti atteggiamenti messi in atto in questo periodo una sintomatica della rabbia. Alcuni nostri (miei per primo) atteggiamenti durante CSP, per esempio; o anche questa incessante necessità di decostruire ogni discorso seppellendolo sempre nel sospetto di non essere fino in fondo nuovo, di essere ancora coinvolto con ciò che è morto. Ma c’è un altro sintomo con cui bisogna fare i conti e che, a mio avviso, rappresenta una questione di non poco conto. Dentro il Manifesto, ma anche dentro le cose che tu scrivi e in genere all’interno di ogni proposta politica che sta fuori dal recinto istituzionale e che tutti noi ormai frequentiamo, vi è la consapevolezza diffusa che l’humus che abbia conservato e riprodotto i semi della buona politica, immaginato e elaborato modelli di convivenza che sono già prefigurazione di un mondo divenuto altro, che abbia custodito le “virtù che cambiano il mondo”, questo humus sta sui territori, nei movimenti, nell’associazionismo diffuso e nella resistenza alla cattiva politica che fa da milizia armata dei poteri finanziari. Ora, io credo che questa consapevolezza sia più un’idea regolativa che altro. Non nel senso che non vi sia tutto questo e che tutto questo non sia oggi custodito solo lì. Ma nel senso che tale dote si scontra con un’interdizione della semantica del discorso politico, con un’incapacità di comprendere che, se la politica concerne le nostre vite e le nostre relazioni, i modi in cui scegliamo di vivere insieme, il politico concerne una risignificazione dei discorsi, delle pratiche in cui si decide collettivamente, delle argomentazioni, delle forme in cui si ascolta e ci si mette in discussione. A me pare che se la crisi del politico concerne in modo irreversibile la sfera istituzionale e i suoi soggetti per eccellenza – i partiti, la crisi della politica abbia contagiato (in modo reversibile, sennò non avrebbe senso neanche dialogare tra noi) in qualche modo parassitario anche gli spazi che ne possono rappresentare la cura. Vi sia cioè una crisi politica della società con cui dobbiamo fare i conti ciascuno di noi per primo. La malattia riguarda noi, anzi, riguarda me innanzitutto. Riguarda una violenza che concerne l’incapacità anche solo di praticare discorsi politici in cui il narcisismo non sia la guida e l’oriente degli incontri. Concerne questo delirante affermare che l’esito di un discorso politico debba coincidere con l’esito preteso e immaginato dal mio discorso privato (e con ciò, nel costringere ogni discorso che nasce come nuovo a piegarsi sempre alla stessa forza, allo stesso significato potente, maschile e violento della forza). Finisce per esercitarsi nell’incapacità, da parte dei movimenti, di dis-identificarsi fino in fondo. Solo allora può nascere una semantica nuova del discorso politico, a mio avviso. Sia detto per inciso: sono personalmente persuaso che un modello di questa crisi della capacità di distinzione tra semantica del discorso identitario e semantica del discorso politico sia quello che troppi ancora riaffermano come un modello di nuova politica: il referendum sull’acqua. Esso non è stato vinto perché tutti siamo improvvisamente guariti e divenuti veri animali politici, ma perché il suo scopo e la sua stessa configurazione referendaria rendevano quell’occasione ottima per non far sentire nessuna differente identità minacciata. Ecco perché quel referendum, la cui vittoria rappresenta l’unica ottima notizia degli ultimi anni, nonostante questo non è un modello riproponibile rispetto alla rappresentanza politica.

Certo, bisogna saper distinguere i sintomi e l’eziologia di questa “malattia” cui faccio riferimento. Sono infatti convinto che essa, dentro i territori, sia più una reazione che una semplice assuefazione al narcisismo dominante del nostro tempo (che è anzi oggetto della reazione). Vi è una diffidenza strutturale e del tutto giustificata nei confronti di tutto ciò che suona come “politico”, dal momento che in questi anni la politica è stata la dimensione contro cui si è stati costretti a difendersi. La rabbia è dunque nei confronti di un padre maledetto che non solo non ci ha fatto da padre, ma ci ha violentati e continua ossessivamente a depredare le nostre vite. Tutto giusto e la questione è forse semplicemente questa: può un figlio deprivato diventare un buon padre? O la sua rabbia è così radicale che non ci resta altro che accettare che divenga autodistruttiva? L’unica soluzione è rifiutare il modello dei padri rifiutando anche di poter essere noi stessi dei padri (cioè che vi siano semantiche liberanti del discorso politico)? Di sicuro questa è una delle sensazioni più forti di questo anno, la sensazione della sterilità.

b. la disperata urgenza di trovare un altro padre. Questa reazione mi pare quella più pericolosa e assai diffusa (spesso anche nella forma ipernarcisistica non dell’attendere un padre ma dell’esserlo per altri). E su questo io concordo con la tua critica a una scorciatoia soggettivistica che non possiamo permetterci. Tenendo però conto che essa è presente tra le persone che sono coinvolte dentro ALBA o che hanno semplicemente firmato il Manifesto. Essa si nutre dell’idea che la differenza tra “nuovo soggetto politico” e “soggetto politico nuovo” sia solo un gioco infantile di intellettuali e vanifichi proprio quell’ammonimento da cui si deve partire e che tu ricordi: “non c’è più tempo”. Solo che, come avviene del resto ogni volta che non c’è più tempo, si può reagire o agire, si può essere impulsivi o coraggiosi. Su questo la tua analisi è del tutto condivisibile, almeno per me: stiamo attenti a non soggettivare troppo, presi dall’ansia di doverci muovere, perché un eccesso di soggettività è un ritorno al luogo da cui ci siamo allontanati col Manifesto. E qui voglio essere ancora più chiaro, provando a sintetizzare alcuni sentimenti elaborati in questo periodo. Mi pare evidente che vi sia ancora una frattura tra coloro che pensano che la politica nuova si debba fare a partire dalla “crisi irreversibile dei partiti” e tra quelli che invece pensano si debba fare a partire dalla “crisi irreversibile della forma-partito”. È su questo, a mio avviso, che si gioca la critica al soggetto che tu ci ricordi. Nel primo caso il difetto è contingente, non strutturale: vi è una semplice deduzione empirica della crisi dei partiti. È evidente che in questo caso non si ponga la questione del soggetto, ma semplicemente della sua identità: dei cattivi soggetti a cui prima o poi contrapporre dei buoni soggetti. Come se un’etica del soggetto possa redimere la politica dei soggetti. E che, insomma, arriverà prima o poi il padre buono o, meglio ancora, lo faremo arrivare noi. Rispetto evidentemente questa lettura ma non la condivido (e credo, se non interpreto male, che neanche tu la stia condividendo). Ciò che è in gioco è infatti, molto più profondamente, un disaccordo sull’analisi complessiva della crisi sistemica in atto. In questo primo caso è come se si dicesse: la gravità della crisi non riguarda le forme delle connessioni politiche ma semplicemente la loro versione effettuale. Ma con ciò stesso, a mio avviso, si sottovaluta la crisi attuale: che non è una semplice crisi economico finanziaria, non è una semplice crisi di credibilità. È, appunto, una crisi strutturale, concerne cioè le forme che sostanziano le connessioni sociali e, inevitabilmente, coinvolge anche le forme della rappresentanza politica. L’idea che un nuovo soggetto politico – emendato dalla malaerba – possa tirarci fuori dalle secche dentro cui siamo è più o meno come l’argomento manifestatomi da un professore ordinario che domina dentro l’Università da trentanni che suona più o meno in questo modo: “poiché è da trentanni che l’Università è in crisi solo io, che conosco l’Università da trentanni, posso contribuire a salvarla”. Ecco, io credo invece che persino se ci fossero partiti credibili essi non potrebbero essere buoni (più o meno come penso che persino se ci fossero professori ordinari credibili, essi non potrebbero più essere buoni!). Semplicemente perché ciò che è messo in discussione è il livello formale, cioè tradizionalmente il modo in cui la materia si soggettivizza, si fa sostanza. Vi è da fare una deduzione trascendentale della crisi della forma partito e il suo esito sarà niente altro che la laconica constatazione che un modello di società è in crisi nel suo complesso e che ogni tentativo di resistenza regressiva (cioè di nostalgia di un padre) comporta un’analisi ancora parziale (e per certi versi rassicurante e paternalista) delle metamorfosi in atto.

In questo anno, ALBA è stata immune da questa tentazione? Certo che no. Anzi, credo che vi sia stata una insistenza non tanto sul soggetto (che è necessaria per quanto dirò alla fine), quanto sull’immediatezza della sua prospettiva e proposta. Ci siamo spesso comportati da “soggetto”, perlopiù senza volerlo ma spesso senza neanche provare a innovare le forme della soggettivazione. E non avendo affatto lavorato sull’immaginazione creativa, è stato quasi inevitabile finire per sostanziarci attraverso la forma-partito. Faccio solo un esempio: abbiamo dato luogo a una campagna di “tesseramento” (che solo col tempo è diventata semplicemente “adesione”) le cui procedure erano così complicate che neanche un partito vero le richiederebbe (d’altra parte il partito “vero” si alimenta di tessere “false”…). E anche lo statuto, di qualità altissima, comporta un eccesso di regole, come se trovare una nuova forma di connessione fosse il punto di partenza di ALBA e non il suo punto di arrivo, sul quale dover ancora elaborare. Abbiamo sostituito alla forma del partito un formalismo che ci ha ingessato e che ha anche costretto le nostre aspettative alla delusione: come se fosse possibile, in questo stadio, poterci contare, poterci appunto già identificare come un nuovo soggetto politico (ulteriore inciso: non mi interessa sapere quanti siano gli iscritti ad ALBA, perché sono certo che coloro che hanno ascoltato e recepito con interesse il Manifesto e che sono interessati a quell’analisi della società e delle pratiche politiche siano ancora tanti e che essi, legittimamente, possano non volere essere iscritti, cioè non “formalizzare” ciò che ancora si deve delineare nella sua “forma”. Considerare il numero degli iscritti come un fallimento o come un successo è proiettare su ALBA la forma partito e, con ciò, proclamarne il fallimento di principio).

Abbiamo anche difettato nella pratica democratica sia, da un lato, trascurando la dimensione non formale ma sostanziale della partecipazione e della deliberazione condivisa (evocando alcune volte il centralismo democratico con qualche ragione, non occupandoci delle forme della relazione a partire almeno dalla fecondità discorsiva della differenza di genere) sia, dall’altro, eccedendo nella richiesta ipertrofica di condividere ogni decisione; ogni cosa, persino ogni parola, deve essere condivisa e deliberata da tutti (cioè ogni parola di una comunità collettiva deve corrispondere a ogni parola del mio discorso privato, ALBA deve coincidere con le mie aspettative e, alla fine dei conti, deve coincidere con me! O un altro esempio di questo “narcisismo politico”: il fatto che ognuno universalizzi le proprie analisi e le proprie esperienze individuali. Se io ho avuto esperienze sgradevoli con qualcuno di un’associazione, quell’intera associazione è inaffidabile; se ho letto un articolo che definisce una cosa in certi termini, ho già le conoscenze necessarie per proporre una posizione a tutti su quella stessa cosa, ecc. La fine della “semantica del discorso politico”, come ho già scritto).

Non siamo stati in grado infine né di far lievitare i processi sui territori (per cause ogni volta differenti, per cui rifuggo anche qui dall’approssimazione di chi universalizza la propria esperienza e il proprio punto di vista) né di offrire alle lotte locali una credibile (e conosciuta) sponda e un riconoscimento d’insieme a livello nazionale (senza farne però un contenitore che sussuma dall’alto le particolarità). Insomma, è evidente che ci siamo o identificati troppo o dis-identificati troppo. Avrai capito che su questo io ritengo la tua critica non solo legittima ma del tutto condivisibile, almeno a titolo personale. E credo che sia anche da qui che si debba ripartire. Ma c’è un punto su cui divergo che la terza reazione può servire a illustrare.

c. il desiderio di immaginare il nuovo. Un orfano può lavorare sulla perdita per immaginarsi come nuovo. Può, ad esempio, trasformare la sua orfanità in una fraternità diffusa. Di sicuro questa elaborazione ha luogo solo se il nuovo è davvero nuovo, cioè non rimuove ciò da cui parte – che è la perdita, il lutto, l’assenza. Ciò che c’era è andato perduto per sempre. Ma cosa resta e come pensarlo, il nuovo che resta dopo che il vecchio è andato perduto? Anche qui, uscendo dalla metafora, io incontro negli scambi che mi coinvolgono due opzioni possibili. La prima si può sintetizzare così: il nuovo è tutt’altro rispetto al vecchio, necessariamente. Non può essere allora un “soggetto politico nuovo” perché, in quanto resta “soggetto politico”, non sarà mai davvero “nuovo”. La critica decostruttiva al soggetto politico non può presupporre un’”etica della ricostruzione”. Ma cosa resta della politica, fuori dal soggetto? Resta tanto, non c’è dubbio. Resta la politica come pratica di relazione e stile di vita, resta il potere costituente dei movimenti e delle comunità politiche che, rapsodicamente, possono farsi rete. Resta l’azione politica senza più alcuna necessità di “coscienza politica” (che presupporrebbe un deposito sostanziale, un soggetto o un partito). Tutte espressioni di una “liberazione” auspicabile e terapeutica, rispetto alla strozzatura del mondo che abitiamo. E spesso sono tentato anche io dal credere che questo sia tutto ciò che si possa avere: che questa biopolitica positiva da giocare nei nostri spazi privati (o intersoggettivi) sia l’unica forma intatta della politica. Poi però penso che si perde anche troppo e forse la nostra responsabilità è anche quella di evitarlo. Queste forme di critica ad ogni possibilità del soggetto sono forme tipicamente postmoderne. Uso questo termine senza alcun livore teorico ma nella consapevolezza che solo ora, dinanzi a una crisi così radicale, è legittimo definirsi postmoderni. Solo ora che la modernità è messa in crisi dallo stesso soggetto che l’aveva messa in piedi, il Capitale.

Cosa si perde, allora? Si perdono alcune eredità politiche della modernità che a mio avviso sono ancora le forme più radicali e preziose per pensare il conflitto sociale in termini di emancipazione per tutti (non le uniche certamente, non più): l’universalismo dei diritti, per esempio, per cui il potere costituente di una comunità che crede che l’acqua debba restare pubblica si autotrascende nella necessaria lotta per universalizzare tale diritto (non sono semplicemente i beni comuni ma è il diritto dei beni comuni a costruire la società dei beni comuni); il primato della politica sull’economia (quello per cui, in ultima istanza, oggi si è radicali anche semplicemente proponendo posizioni di neokeynesismo), la rappresentanza politica. Ed è proprio questo il punto decisivo, il convitato di pietra rispetto alla questione che proponi e anche rispetto all’anno e mezzo che c’è stato. Torno a Zizek e al suo sottotitolo, che evocava la necessità di una “ontologia politica”. Ecco, noi siamo ancora disorientati tra la voglia di rinunciare a qualunque ontologia politica, facendo a meno di qualunque soggettivazione, e la voglia di eccedere in ontologia politica, finendo per fare di essa la riproposizione dei soggetti (e delle loro forme) di cui abbiamo teorizzato la fine. Io credo, molto più semplicemente, che non si tratta di fare né l’una né l’altra cosa ma di riconoscere che solo lavorando sulla novità della sua forma e della sua organizzazione si possa davvero offrire un soggetto emendato dalle forme precedenti e capace di rigenerare la dimensione della rappresentanza, attraverso la quale riannodare i fili dell’universalismo perduto, dei diritti smarriti, della democrazia umiliata. Quel che io credo è che per ripartire con fedeltà agli intenti originari dobbiamo riconcentrarci essenzialmente su questo: lavorare per immaginare, teorizzare e praticare forme nuove di rappresentanza, a partire da un lavoro di “disincastro” dagli immaginari discorsivi più diffusi e violenti (di nuovo la differenza di genere come una pratica che emenda i nostri discorsi politici, innanzitutto), per continuare con una maggiore diffusione e condivisione della formazione con tempi più lunghi e meno “internettiani”, o con una modalità di partecipazione davvero più orizzontale ma anche più attenta alle “parole umanizzanti” (per esempio inserendo alcuni semplici accorgimenti che altri hanno già suggerito: non è più lecito scrivere mail che abbiano come unico obiettivo quello di distruggere qualcosa. Chiunque distrugge qualcosa deve contestualmente edificare qualcosa); offrire un modello più inclusivo e credibile di rapporto tra i nodi e il “centro”, ma anche chiarendoci sul fatto che l’autonomia dei nodi deve essere non solo una bella parola ma soprattutto una bella responsabilità (per i nodi stessi!): la priorità dei nodi implica che spetta ad essi lavorare sul territorio, costruirsi credibilità, rapporti sinceri, proporsi in forma di spazio pubblico e non come una nuova identità; lavorare sulla deliberazione inclusiva ma anche ricordandoci che essa, come tu giustamente sottolinei, non è una forma della democrazia diretta (e neanche una forma della “democrazia del pubblico”, in cui l’elemento di decisione è tutto sbilanciato sul versante della diffidenza, del sospetto e dell’ipercontrollo nei confronti di coloro che hanno un qualche compito di sintesi) ma presuppone e richiede la cura delle relazioni personali, la conoscenza e la fiducia, la lenta costruzione di una comunità politica e di discorsi e grammatiche condivise. Tante sono le cose da fare e a cui dedicarsi. Ma il loro effetto non sarebbe né dovrebbe essere, a mio parere, quello di de-soggettivare, quanto quello di ri-soggettivare a partire da forme nuove. Non è sul soggetto o meno che si gioca il futuro, ma molto più sulla sua capacità di manifestarsi o meno come nuovo. In questo anno e mezzo siamo stati forse troppo occupati a non apparire un partito pur dovendo sembrare un soggetto, senza la tenace fiducia che, affinché entrambe le cose possano avvenire credibilmente, vi è bisogno di lavorare su quella novità cui il Manifesto faceva riferimento in forma quasi programmatica. Insomma, e poi davvero chiudo:

  1. Porsi la questione della rappresentanza significa riconoscere la necessità di un’ontologia politica. È la democrazia rappresentativa a richiedere un soggetto fittizio, che finora è stato la forma partito. Fare a meno di ogni soggettivazione – non solo della forma partito – vuol dire consapevolmente uscire da quella prospettiva, con tutti i rischi che ciò può comportare (e in fondo dandola vinta al potere del Capitale che, in questo momento, altro non vuole che destrutturare tutto il sistema dello Stato, cominciando dal diritto e dalla democrazia rappresentativa).
  2. La rappresentanza non coincide né con la forma partito né con le scadenze elettorali. Se non coincide con la prima, vuol dire che dobbiamo cercare altre forme di mediazione che partano almeno dallo spostamento della sovranità verso i luoghi vissuti (dunque i comuni, una sorta di “federalismo municipale”) e da una diffusione il più possibile ampia e non oligarchica del discorso, del sapere, della decisione e della delega (le forme che definiscono l’organizzazione, in fondo). Se non coincide con le scadenze elettorali vuol dire che la rappresentanza deve innanzitutto dedicarsi a costruire comunità politiche riconoscibili e credibili e, all’interno dei luoghi dove si può fare della politica uno spazio di relazioni, provare sempre a costruire azioni politiche condivise che possano agire il conflitto anche sul piano elettorale. Per questo credo sia necessario che vi sia un’attenzione alla dimensione elettorale con una preferenza per gli appuntamenti locali (non tralasciando certamente un’attenzione e una insistenza affinché si producano anche significativi processi di novità a livello nazionale ed europeo. Di essi vi è bisogno anche per dare spinta al lavoro sul territorio, ma non scordandosi dove sta la priorità, dove è più lecito costruire processi innovativi e credibilità solide, dove sia più facile impegnarsi direttamente). Questo è il mio giudizio, sono pronto sia a rivederlo sia a prendere strade differenti, se le persone sceglieranno altro. L’essenziale è capire che lavorare sulla rappresentanza non vuol dire lavorare soltanto sulle scadenze elettorale e che, al contempo, questa consapevolezza può farci scegliere cosa fare e dove farlo (non il come farlo, quello credo non possa essere in discussione e debba coincidere, in negativo, con l’insistenza per stare del tutto fuori dal recinto dei partiti e, in positivo, ribadendo la necessità di “liste di cittadinanza attiva” a tutti i livelli) con più leggerezza, generosità e anche disincanto (quanto siamo poco indulgenti nei confronti dei nostri errori: ci prenderemo terribilmente sul serio?).
  3. Siamo dentro il paradosso per cui dopo un anno e mezzo il Manifesto appare perlopiù inattuato nonostante le sue analisi appaiano sempre più profetiche, urgenti e, se posso permettermi, uniche (nel senso che non mi pare vi siano ancora prospettive e proposte che siano riuscite a convalidarsi come credibili e complete in eguale misura). Un paradosso pieno di latenza positive, direi! Proprio per questo, sarebbe irresponsabile lasciare questo spazio incompiuto. Ma per compierlo fino in fondo bisogna ricominciare dal soggetto nuovo, né dalla fine del soggetto né da un nuovo soggetto.
    1. Infine tutto questo ha senso nella misura in cui ci assumiamo una responsabilità comune a partire dalla capacità di spostarsi dai nostri errori e dalle nostre prospettive. La mia prima parola politica, adesso, è sempre questa: la crisi della politica e della società è tale per cui io, prima di ogni altro, sono stato contagiato. Io sono malato e lo sono, mio malgrado, nelle mie pratiche di discorso, nelle mie azioni che presuppongono un certo modo maschile di rapportarmi al femminile, nelle mie aspettative e nei miei giudizi. Questo anno e mezzo mi ha sempre più persuaso che la crisi è così grave che solo una vera e propria metamorfosi spirituale potrà salvare ciò che vale la pena salvare (altro no, non tengo a tutto ciò che sta andando perduto). Ma ciascuno di noi è disponibile a riconoscere che il proprio punto di vista è malato e solo allora cominciare a parlare? Ciascuno di noi accetterebbe di perdonare più facilmente chi sbaglia per generosità piuttosto che chi giudica con severità? Credo che, se dovessi dire quale sia la proprietà nascosta su cui si gioca la capacità di trasformare la forma della rappresentanza, indicherei il tema della forza. Non vi può essere una rappresentanza nuova con la stessa “forza”. E la forza è un modo con cui costruiamo il nostro percorso sia fuori di noi (pensiamo a quanto siamo stati incapaci di “forza” dinanzi ai partiti di “CSP” – forse perché abbiamo disperatamente cercato alla fine di essere “forti come loro”, forti della loro stessa forza), sia dentro i nostri rapporti e le pratiche con cui cerchiamo di presentarci sui territori e alle persone. Scriveva Simone Weil: “c’è una sola scelta da fare. O bisogna riconoscere che nell’universo, accanto alla forza, opera un principio diverso dalla forza, o bisogna riconoscerla come forza unica e sovrana anche per le relazioni umane”. Se non affrontiamo questo problema così profondo eppure così concreto, saremo sempre in balia dell’impotenza o dell’eccesso di prepotenza. Ma se crediamo a un principio diverso dalla forza, dobbiamo anche impegnarci affinché esso sia incarnato nell’organizzazione che ci diamo e nella rappresentanza per cui scegliamo di impegnarci.

 

Sergio Labate

Soggetto politico nuovo

L’urgenza delle scadenze che si moltiplicano e si sovrappongono non può esimerci da una riflessione sul periodo che ci separa dal lancio del nostro manifesto e sulle cose che ci hanno insegnato le pratiche in cui siamo stati impegnati in questo anno e mezzo; anche perché incombono sia la prima verifica del nostro statuto, sia il rinnovo del comitato operativo di Alba.

La prendo da lontano. Ho sottoscritto il manifesto per l’autorevolezza dei sui primi firmatari, la stima che nutro nei confronti del loro lavoro (nella misura in cui lo conosco) e la totale condivisione del suo incipit: “Non c’è più tempo” (che non vuol dire attendersi dei risultati subito – nessuno, credo, lo ha mai pensato – ma non rimandare a domani quello che può essere fatto oggi). Condivido tutte le critiche – politiche, culturali e morali – che il manifesto rivolge all’attuale assetto politico istituzionale del nostro paese e del mondo in generale. Condivido pienamente il principio di fare della invenzione e della pratica di nuove forme di democrazia il filo conduttore per il rinnovamento della politica, della morale e della società. Condivido il rimando all’importanza delle passioni e delle “virtù” e, ovviamente, l’obiettivo, non solo inattuato, ma scarsamente perseguito, di mettere la differenza di genere al centro di una ridefinizione della politica.

Su altri punti della sua formulazione nutrivo fin dall’inizio molte perplessità: alcune le ho manifestate subito, altre me le sono tenute per me, perché non le consideravo dirimenti. Adesso, alla luce di quanto abbiamo sperimentato in quest’anno e mezzo, penso che valga invece la pena sottoporle alla vostra attenzione. Preciso che la mia firma tra quelle dei promotori è stata aggiunta all’ultimo momento e che non ho avuto alcun ruolo né nella stesura né nella promozione del manifesto; cioè che non mi includo tra le firme “autorevoli” di cui sopra.

Alla base del manifesto ritengo ci sia un uso non sempre chiaro e distinto delle espressioni “percorso” (“proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano a riappropriarsi…del potere di contare e di decidere”), “spazio politico” (“dentro questo spazio…si muoverebbe una pluralità di attori politici nuovi”) e “soggetto politico” (“bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di nuova partenza”). A volte queste espressioni sembrano – a me – essere state usate in modo intercambiabile (indicano tutte il “il nuovo inizio”); a volte sembrano invece riproporre la dicotomia novecentesca tra partito (il “soggetto politico nuovo”) e organizzazioni di massa (lo “spazio” e il “percorso”); tra direzione politica e sedi della partecipazione; tra “avanguardia” e “masse”. Perché?

Condivido con Gustavo Zagrebesky – per ragioni sicuramente diverse e forse opposte alle sue – la diffidenza per l’espressione “soggetto politico”, ancorché “nuovo”. Soggetto è un termine complesso e problematico, che ha dietro di sé un ampio – e lungo – retroterra filosofico, che in qualche modo rimanda ai concetti di “sostanziale”, “solido”, “monolitico”. Anche nella sua accezione letterale, che si intreccia con quella filosofica, soggetto è ciò che “sta sotto” – un po’ come “suddito”, “sottoposto”, o “sostrato”: qualcuno o qualcosa che prende forma da un’entità o da un potere superiore. È vero che nell’età moderna soggetto e soggettività hanno subito una torsione radicale del loro significato originario, venendo a indicare autonomia, iniziativa, potere costituente (della realtà stessa, e non solo dell’ordinamento sociale o politico); e che con questo passaggio il cielo era disceso in qualche modo sulla terra; o l’uomo era salito in cielo e si era fatto creatore. Ma da almeno un secolo la critica “destrutturante” della filosofia contemporanea si è adoperata per mostrare, dietro la pretesa di attribuire alla soggettività un potere costituente, la permanenza di quell’originario retroterra semantico “sostanzialista”.

Ora non si può pretendere che il linguaggio politico tenga conto della storia e delle controversie che hanno accompagnato l’evoluzione del significato filosofico di un termine che è ormai di uso quotidiano e assai diffuso. Ma quel retroterra semantico rispunta spesso inconsapevolmente e condiziona pesantemente i termini in cui si svolge il nostro dibattito politico, portandoci a volte dove non vorremmo mai arrivare. E da lì, secondo me, da un linguaggio che veicola idee di cui pensavamo di esserci liberati, che si originano molti dei problemi che abbiamo incontrato.

La prima manifestazione di questo equivoco è la frequente ricomparsa nel nostro dibattito del quesito se Alba sia “il soggetto politico nuovo” oppure soltanto uno degli attori che devono o possono concorrere alla sua formazione. Ai fautori della prima di queste alternative andrebbe ricordato che il nostro intento, così come si è andato configurando nello sforzo di riempire di contenuti la griglia formale definita dal manifesto, è quello di cambiare l’organizzazione e la strutture della società non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo, ivi compresi i rapporti di genere e l’aggressione della specie umana all’ambiente in cui vive. La sproporzione tra la consistenza delle nostre forze e la vastità dei nostri intenti dovrebbe trattenerci dall’idea di costituire un “soggetto politico nuovo” attraverso l’accumulo di progressive adesioni alla nostra organizzazione o al nostro programma. Una pretesa che molto spesso sembra essere all’origine della frustrazione o dell’irritazione di alcuni compagni per il fatto che la nostra presenza non viene adeguatamente rimarcata o i nostri comunicati non vengono presi in considerazione: se il problema fondamentale è far crescere quel “soggetto” che è Alba, è evidente che non stiamo andando nella direzione giusta. Così la sproporzione tra intenti generali e realtà quotidiana del nostro fare rischia di riportare i primi alla misura della seconda: di rinchiuderci cioè in una prospettiva ridotta nello spazio (l’Italia e il confronto con glia altri “soggetti” politici in campo) e nel tempo (il “giorno per giorno”).

Viceversa, i fautori della seconda alternativa – indubbiamente più sensata: il “soggetto politico nuovo” come aggregazione di forze diverse e tra loro indipendenti – sembrano sì attendere “l’avvento” del soggetto politico nuovo da un processo di cui Alba sarà solo uno degli attori, ma l’esito di questo approccio è per molti versi analogo al precedente. Non Alba come “lievito” per contribuire alla crescita delle forze in campo presenti e future, ma la costruzione o la comparsa di un unico soggetto, certamente “plurale”, ma pur sempre unitario: un’entità con molte facce ma un’unica testa: cioè un unico indirizzo e un’unica direzione; pur sempre un monolite. Volenti o nolenti, quel soggetto politico è tendenzialmente sintetico, maschile, unico; destinato a  fagocitare tutti gli altri (aspiranti) soggetti.

Le conseguenze di questo equivoco non hanno tardato a manifestarsi fin dalla nostra seconda assise, quella di Parma, in cui è stato – troppo frettolosamente, secondo me – varato uno statuto di Alba che ne ha pesantemente condizionato i successivi sviluppi: è stata allora scartata un’ipotesi organizzativa che prevedeva adesioni collettive ad Alba (del tipo: “un collettivo – ovviamente a carattere locale o settoriale – che aderisce ad Alba costituisce per ciò stesso un “nodo” dell’organizzazione), per asseverare in modo esclusivo le adesioni individuali (cioè la crescita dell’organizzazione su se stessa intorno al suo nucleo originario). Qual è la differenza?

Nel primo caso Alba sarebbe diventata una rete di collegamento tra collettivi o singoli attivisti – ciascuno dei quali impegnato comunque in una o più organismi, o attività, o iniziative di carattere locale o settoriale – che si sforzano di assumere un punto di vista generale; l’attivismo e la “militanza” dei suoi membri si sarebbero sviluppati prevalentemente all’interno di collettivi che si sarebbe cercato, senza necessariamente riuscirvi, di orientare verso proposte e iniziative di carattere più generale; ma l’iniziativa sarebbe comunque restata saldamente in mano ai collettivi – aderissero o no ad Alba – e il compito della rete – dei singoli compagni o delle organizzazioni che ne fanno parte, ma soprattutto dei suoi organi e dei suoi strumenti di coordinamento – sarebbe stato raccogliere e cercare di generalizzare le proposte e le iniziative che promanano o crescono all’interno di quei collettivi; e non, invece, quello di sovrapporsi ad essi, cercando di coinvolgerli in iniziative decise in base a considerazioni politiche di ordine generale (cioè in base a ciò che ci accomuna agli altri “soggetti politici”, ovvero ai partiti tradizionali, e che ci fa sentire frustrati ogni volta che non riusciamo a far rimarcare la nostra presenza e le nostre differenze).

Nel secondo caso, che è la strada che abbiamo imboccato senza rendercene completamente conto, si ripropone, volenti o nolenti, l’impianto di un “centralismo” più o meno “democratico”. I nodi si configurano sempre più come “sezioni” di partito – e la vita all’interno dei nodi, ne ho esperienza diretta, tende a chiudersi su se stessa – e il comitato operativo finisce per comportarsi come un “comitato centrale” di antica memoria, che per lo più si sforza di coinvolgere i nodi in iniziative che non sono maturate al loro interno, e di “rappresentare” l’organizzazione con la frustrante emissione di comunicati di cui, nel contesto “sovietico” del quadro politico e dell’informazione in cui ci troviamo a operare, quasi nessuno tiene conto. La “forma partito”, per usare un’espressione che non amo, si impossessa così di quel substrato che avrebbe voluto essere “soggetto” in senso costituente.

La manifestazione più evidente, e persino grottesca, di questa dinamica l’abbiamo incontrata con l’esperienza frustrante di cambiare si può. L’intento era buono: promuovere un’aggregazione dal basso di organismi, comitati e singoli che si riconoscevano in un programma comune dai contenuti quasi per tutti scontati e in un progetto a cui molti – molti di più di coloro che hanno partecipato alle nostre assemblee – erano pronti ad aderire, come dimostra anche la delusione provata da tantissime persone che non avevano partecipato a quelle assemblee, ma che contavano sul suo seguito. Ma per motivi di tempo – l’anticipazione di una scadenza a cui guardava comunque già il manifesto; ma anche, forse, un colpevole ritardo della nostra organizzazione – questo progetto si è configurato come un’adesione a un progetto lanciato “dall’alto” (i firmatari dell’appello) senza coinvolgimenti in prima persona di organizzazioni di base. Impossessarsene, snaturarlo ed emarginare Alba, è stato così un esito quasi obbligato. L’equivoco che ci ha portato a quella disfatta è stata probabilmente la fiducia che abbiamo accordato a De Magistris (il cavallo di troia per l’ingresso nel progetto di Ingroia e del suo seguito) e al suo fantomatico “movimento arancione”, per il fatto di aver continuato a considerarlo la prosecuzione dell’iniziativa del febbraio 2012 “Comuni per i beni comuni”, che era un’idea – precedente la stessa costituzione di Alba – di grande respiro, ma subito snaturata dalla gestione più che sciatta, verticistica e, ovviamente, senza seguito, che ne aveva fatto De Magistris.

Di più. Dal giorno del lancio del nostro manifesto sono molte di più le adesioni “autorevoli” che si sono perse per strada di quelle, altrettanto autorevoli, che sono state acquisite. Ma, ancor peggio, sono infinitamente di più le adesioni perse di attivisti impegnati in qualche meandro di una rete di movimenti variegata come mai lo è stata prima d’ora in Italia di quelle che sono state acquisite in questi ambiti. È per me del tutto evidente che sia le “perdite” che le mancate acquisizioni – non tutte, ma in gran parte – sono dovute al fatto che gli iniziali sottoscrittori del manifesto, e molte delle persone che abbiamo incrociato successivamente nel corso della nostra attività, non se la sono sentita di venir rinchiusi nel perimetro di un’organizzazione che si andava configurando sempre più – nonostante le intenzioni contrarie di tutti i suoi membri – come un ennesimo partitino; che oggi è in gran parte l’immagine di sé che Alba proietta all’esterno. In altre parole, abbiamo finito per mettere del buon vino nuovo in una botte molto vecchia.

Che cosa avrebbe potuto diventare Alba se avesse seguito un percorso meno tradizionale? Uno spazio pubblico aperto, certamente contendibile e conteso tra chi pensa di poter coinvolgere il PD – e più in generale, quel che resta della “sinistra europea” – in un percorso di recupero della sovranità popolare e chi invece, come la maggior parte dei sottoscrittori del manifesto, considerava e considera questa prospettiva una mera illusione e volge lo sguardo altrove. Che è un po’ la situazione che si è venuta a produrre con il corteo dello scorso 12 ottobre. Situazione non episodica, perché l’abbiamo già incontrata, in altre forme, nel nostro breve passato (pensiamo solo al quotidiano il manifesto), e torneremo a incrociarla molte volte in futuro, per lo meno fino allo sfascio definitivo di PD e associati. Ma in questa contesa lo spazio di una prospettiva di radicale rinnovamento sarebbe stata molto più forte e meno facilmente emarginabile.

Lo conferma, forse, il fatto che, proprio per le insufficiente aperture di Alba e, soprattutto, per la nostra sostanziale assenza da gran parte delle attività in cui sono impegnate le forze che hanno dato vita alla manifestazione del 19 – non ne faccio ovviamente una colpa a nessuno: si fa quel che si può – siamo stati completamente isolati dalla seconda manifestazione (e anche dallo sciopero del 18). Se un ruolo di “medio periodo” si può individuare per la nostra organizzazione, e proprio per lo spirito che caratterizza il nostro manifesto, è quello di tenere aperto uno spazio che contrasti e attenui la divaricazione tra le due componenti di un fronte che le piazze del 12 e del 19 ottobre hanno messo in evidenza.

Cancellare l’immagine di marginalità in cui ci siamo rinchiusi e sforzarsi di proiettarne una diversa – Alba come rete di attivisti impegnati in organismi territoriali o settoriali che si tengono in contatto per cercare di far maturare, all’interno dei collettivi in cui operano, l’esigenza di iniziative, collegamenti e progetti più generali – è oggi un’impresa in gran parte pregiudicata, ma non impossibile. Richiede però una ridiscussione radicale della nostra collocazione nel panorama sociale e politico nazionale ed europeo e degli strumenti con cui cerchiamo di operare.

Vale la pena a questo punto, però, fare i conti con le nostre forze. Alba non è nato da uno o più insediamenti sociali preesistenti (d’altronde sono sempre meno le organizzazioni che presentano queste caratteristiche: Fiom, sindacati di base, qualche centro sociale e poche altre). E’ nata da una convergenza di visioni intenzionate a impegnarsi in un progetto concreto. Ma è largamente disertata dalle persone con meno di 50 anni, e ancora di più dai giovani. Ma oggi mi pare che non siamo nemmeno in grado di contare le adesioni o di procedere a un vero, ancorché parziale, rinnovo del comitato operativo, se la mole di attività che incombe su di esso continua a seguire la traiettoria imboccata in quest’anno e mezzo di vita. D’altronde non è un segreto che nella maggior parte delle grandi città, da Venezia a Napoli, passando per Milano, Torino Padova e Roma, Alba si è dissolta o sta attraversando momenti veramente critici.

Il secondo rilievo al manifesto che avevo, questo sì, esplicitato fin dall’inizio riguarda un approccio secondo me eccessivamente rigido al tema della democrazia, che peraltro costituisce la griglia che struttura tutto il documento, giustamente vuota di contenuti programmatici, in attesa che a riempirla fossero la pratica politica e il lavoro teorico della nuova formazione. Condivido la grande attenzione che il manifesto dedica alla elaborazione e al rispetto delle regole che dovrebbero presiedere alla discussione e alle decisioni interne. Un’attenzione che si è concretizzata nel forte rilievo attribuito al metodo “party” nella definizione degli indirizzi fondamentali dell’organizzazione. Si tratta però di regole che non sempre hanno potuto essere seguite puntualmente, neanche nelle riunioni in cui sono state formalmente adottate, perché la realtà e le esigenze di un’organizzazione finiscono spesso per prevalere, contro la volontà stessa dei partecipanti, sugli aspetti formali.

Ma la democrazia nei processi partecipativi che coinvolgono non solo la struttura di Alba, ma i movimenti di massa o le manifestazioni molecolari di una loro insorgenza ed ai quali ci siamo impegnati a prendere parte nella misura delle nostre capacità e possibilità, non possono essere sottoposte a regole – “norme e calendarizzazione” per usare i termini del manifesto – altrettanto stringenti, pena il rischio di soffocarli o di ingessarli in “statuti” che li snaturano (ne ho molteplici esperienze dirette).

Nella più parte dei casi la democrazia partecipativa si sviluppa in contesti conflittuali che non lasciano molto spazio a una formalizzazione rigida delle sue regole. In altri casi siamo noi stessi a dover spingere le situazioni in cui operiamo verso contesti conflittuali – e per questo sicuramente meno “regolabili” a priori – perché questa è la strada obbligata di una loro generalizzazione.

Conflitto non significa necessariamente scontro frontale o ricorso alla forza – anche se personalmente non mi sento di escludere a priori nessuna di queste eventualità – perché la “mitezza” a cui si fa riferimento nel manifesto è innanzitutto la strada per scompaginare le file dell’avversario, per promuovere al suo interno la diserzione, per favorire una diversa e più favorevole dislocazione delle forze in campo. In questo contesto la partecipazione è democratica se, e perché, “dà voce” ad attori individuali o collettivi che nella vita ordinaria non ne hanno; o la cui voce viene sovrastata da chi si arroga il potere di parlare in loro vece. Ma questo è quasi sempre un processo convulso. D’altronde ne abbiamo una riprova grandiosa nel movimento NoTav della Valle di Susa: forse l’esperienza più vasta, duratura e articolata di democrazia partecipata nell’Italia e nell’Europa degli ultimi cinquant’anni (ma molte lotte operaie e studentesche sono, da questo punto di vista, altrettanto esemplari).

Se un nucleo organizzato può giovarsi di una modalità di discussione e decisione che ricalca, seppure informalmente, l’articolazione in gruppi e report del metodo party, soluzioni del genere sono per lo più impraticabili nei momenti di mobilitazione; e molto spesso un’eccessiva formalizzazione è proprio il metodo più efficace per smorzare la mobilitazione. Una verifica sul campo della evoluzione del Laboratorio di Napoli “per una Costituente dei beni comuni” a cui fa riferimento il nostro manifesto gioverebbe grandemente a una riflessione su questo punto.

Tutto ciò dovrebbe guidarci nel definire meglio il rapporto tra democrazia partecipativa, democrazia rappresentativa e democrazia diretta. E innanzitutto quello tra “movimenti” e “istituzioni”: i primi sono instabili e soggetti ad alti e bassi; le seconde sono assai più “solide” (anche troppo) e tanto più solide quanto più impermeabili. Ma i primi hanno una capacità di elaborare proposte e contenuti, e di imporli con la forza della mobilitazione, che le seconde non hanno, a meno di mettersi al servizio dei movimenti; in compenso hanno un “potere legittimante” a cui i movimenti, per la loro stesa natura, non possono aspirare. Come sostiene il manifesto, entro l’orizzonte temporale in cui ci è consentito riflettere e prospettare il futuro, entrambe queste forme di democrazia, quella partecipata e quella rappresentativa, sono destinate a convivere. Ma la democrazia partecipativa è sempre il risultato di un apporto che non può ridursi al mero prendere parte alle decisioni o alle scelte, come invece è – o dovrebbe essere; perché spesso non è nemmeno questo – la democrazia rappresentativa basata sul voto ogni tot anni. Partecipare vuol dire mettere a disposizione di un collettivo saperi, esperienze, saper fare, attività ed emozioni di cui la democrazia rappresentativa non sa che farsene.

Per questo la democrazia partecipativa non va confusa con la democrazia diretta (quella dei referendum o delle consultazioni on-line), perché la prima presuppone appunto apporti personali (tanto maggiori quanto più è democrazia di prossimità, quella che si realizza nel contesto di incontri tra persone afferenti allo stesso territorio) e processi condivisi di riflessione, di crescita e di maturazione che la seconda esclude o comunque non contempla. Inoltre la democrazia partecipativa non esclude processi di delega, purché con vincolo di mandato e revocabilità dei delegati; processi che vanno invece esclusi sia nella democrazia rappresentativa che in quella diretta.

Il terzo rilievo – non al manifesto che non ne fa mai menzione – ma alla sua interpretazione prevalente all’interno di Alba, rilievo che ho più volte esplicitato senza tuttavia insistervi a sufficienza (ma che ora vedo ripreso da Revelli e Pepino nell’introduzione del libro Grammatica dell’indignazione, e che ho già sentito a Bari in bocca a Giuseppe De Marzo) riguarda la connotazione di Alba come organizzazione “di” o “della sinistra”. Io, che non mi considero “di sinistra” – ma che non per questo sono di destra o di centro – penso non solo che questa connotazione sia un recinto che ci isola da un numero molto elevato di potenziali interlocutori con cui potremmo invece condividere molti dei temi che ci vedono impegnati, ma anche che ci squalifichi agli occhi dei molti per i quali “sinistra” vuol dire PD. O anche solo “politica”, intesa come malaffare, prepotenza, accaparramento, che sono accuse – più che giustificate – che investono prevalentemente le forze della sinistra, ufficiale e non,  assai più impegnate nella difesa del valore astratto della “politica” – senza ulteriori specificazioni – delle  organizzazioni di centro e di destra, che dell’antipolitica fanno spesso la loro bandiera.

Ma la ragione che mi rende diffidente verso questa connotazione è soprattutto un’altra: troppo spesso – e non certo in Alba – l’essere o il dichiararsi “di sinistra” viene vissuto e praticato come un alibi; o come una forma di pigrizia mentale, per esimersi dal mettere in discussione le proprie convinzioni: cioè per non andare a fondo su temi e interrogativi che ci uniscono e ci possono unire ad altri al di fuori del nostro “recinto” – in questo caso della “sinistra” – e che con ciò stesso ci mettono in conflitto con altri. Così come su temi che invece potrebbero dividerci. Per poi scoprire, magari, che su molti argomenti dirimenti, come immigrazione, amnistia, meritocrazia, Grandi opere, euro, per non parlare del rapporto tra i generi; oppure su temi quali aborto, eutanasia, omosessualità – o, ancora, sul termine più equivoco di tutti, che è “violenza” – la pensiamo diversamente, o pratichiamo comportamenti tra loro incompatibili. Quindi, meglio eliminare quella che per me è una ingombrante etichetta – l’essere “di sinistra” – e andare al fondo delle cose.

A parte alcuni paradossi, che non riguardano – spero – Alba, ma il cosiddetto “popolo della sinistra”, una ridefinizione, con parole nuove e non logorate dall’uso e dell’abuso da parte dei media, ci aiuterebbe molto a ridefinire la nostra collocazione, e ci fornirebbe forse un linguaggio per entrare più facilmente in comunicazione con persone che appartengono a un ambiente culturale diverso dal nostro, o anche uno schieramento apparentemente opposto.

 

 

 

Le vicende parallele

Le vicende parallele della ministra Cancellieri, più che sospettata di indebiti interventi per far scarcerare una rampolla del clan Ligresti, e del Presidente della Regione Puglia, colto in flagranti risate nel celebrare uno che toglie il microfono a un cronista per impedirgli di chieder conto dei morti provocati dall’Ilva, suggeriscono alcune considerazioni. Entrambe le vicende sono frutto di intercettazioni. Viva le intercettazioni! Non so quanto servano in sede giudiziaria (sicuramente un po’ sì), ma certo hanno offerto a sociologi, cronisti e opinione pubblica un materiale indispensabile per capire di che pasta è fatta l’Italia. Evidenziano le familiarità complice di una ministra della Giustizia (già ministra degli Interni, Prefetto e Commissario della Repubblica, ultra-protetta dalla destra, berlusconiana e oltre) con un clan da almeno trent’anni crocevia di crimini accertati, di corruzione della politica e di manomissione dei bilanci aziendali; e di un simbolo della sinistra radicale con il factotum (factotum=che fa tutto, compresi i reati, per conto di chi lo manda) della famiglia Riva, di cui da 17 anni sono arcinote – e solo in parte già accertate dai tribunali – le malefatte che hanno trasformato in un Lager la fabbrica e la città di cui sono padroni. Siamo governati così e per questo l’Italia va a fondo.

Niente potrà cambiare senza un ricambio radicale non solo delle politiche, ma anche delle classi dirigenti – politiche, imprenditoriali, manageriali, e accademiche – che ci hanno portato al disastro attuale. Già, ma con chi e che cosa sostituirle? Anche solo concepire un’idea del genere sembra un’utopia, non solo perché i loro membri sono attaccati al proprio potere come una cozza allo scoglio (e non potrebbe essere altrimenti, visti i privilegi che si sono auto-concessi), ma perché ci hanno fatto credere di essere detentori di saperi e competenze insostituibili. Invece scopriamo giorno per giorno che ciò di cui sono competenti è solo farsi gli affari propri, e che il responsabile di un GAS (gruppo di acquisto solidale) ne sa forse di più di quegli amministratori delegati che hanno mandato a fondo Telecom, Alitalia, Siemens, Fiat, Finmeccanica e via andando; o che i sostenitori del TAV (tutti governativi) non sanno assolutamente niente di quel progetto di cui ogni abitante della Val di Susa conosce ogni minimo particolare tecnico; o che il promotore di un circolo culturale di provincia ne sa di più del cattedratico che ruba i lavori ai ricercatori precari per pubblicarli a suo nome; o che (facile) un medico del lavoro onesto ne sa più del ministro Lorenzetti. allora cominciamo a dire che le risorse per promuovere quel ricambio ci sono.

Commento a Flores

C‘era molta più affinità e unità di intenti tra i partecipanti alle due manifestazioni del 12 e del 19 ottobre a Roma di quanta ce ne fosse tra i rispettivi promotori, che in parte hanno voluto, e in parte hanno comunque ritenuto ineluttabile, che tra quei due “popoli” ci fosse il minor dialogo possibile. Da un lato ha giocato la paura, più che motivata, che la manifestazione del 19 degenerasse nell’inutile e controproducente riproposizione di uno scontro di piazza: e a innescare quei timori non era certo stata solo la forsennata campagna di stampa che annunciava una giornata di fuoco (una campagna che non si è mai fermata: neanche dopo, sostituendo agli scontri che non c’erano stati due piccole scaramucce innescate ai margini del corteo). Pesava, e pesa ancora, il ricordo della giornata del 15 ottobre 2011 – una mobilitazione internazionale – che a Roma aveva visto una partecipazione di popolo quale mai ce ne erano state in anni recenti (e che avrebbe dovuto concludersi in un’acampada come quelle che hanno costituito il cuore delle mobilitazioni di questi anni a Madrid, Barcellona, New York, Il Cairo e Istambul), e che era stata mandata in fumo da una prevaricazione – prontamente raccolta dalle “forze del disordine” – da cui non si sono mai dissociati alcuni promotori del corteo del 19, mentre altri apertamente vi si richiamavano.

Dall’altro ha giocato l’eccessiva genericità dell’appello a difendere e attuare la costituzione, che qualcuno ha anche parafrasato, ribattezzandolo “La via modesta” (dato che quella “maestra” è un libro, appena uscito, di Napolitano), senza nascondere un sostanziale scetticismo nei confronti del richiamo alla costituzione, spesso giudicata nient’altro che “un pezzo di carta”. Ma ha pesato soprattutto la decisione di non allargare al di là della cerchia dei cinque promotori l’arco delle organizzazioni disposte a impegnarsi per fare della manifestazione del 12, come era stato promesso, nient’altro che l’inizio di una mobilitazione che avrebbe dovuto investire e svilupparsi in tutte le città e in tutto il paese. E questo, come era già apparso evidente nell’assemblea preparatoria dell’8 settembre, non solo per proteggersi da intrusioni partitiche, che comunque non sono, come sempre, mancate; ma per non mettere in discussione non tanto i vincoli economici imposti dalla governance europea – un tema su cui ormai non è difficile trovare un accordo di facciata, per lo meno finché resta nel cielo di un’astratta discussione teorica – quanto il loro garante in Italia: quello senza il quale non ci sarebbero né le “larghe intese” né la permanente reviviscenza di Berlusconi: cioè Giorgio Napolitano.

Certo non è difficile immaginare, e anche verificare, che i partecipanti a entrambe le manifestazioni vorrebbero altro o di più. Da un lato, se la costituzione non va solo difesa ma “attuata”, perché è un programma politico di lotta, andavano e andrebbero subito avviate iniziative concrete sui temi più scottanti: il diritto alla casa, al lavoro, al reddito, alla salute; iniziative che in tutti i casi mettono in campo questioni radicali, del tipo: che fare delle centinaia di migliaia di alloggi sfitti e invenduti, in presenza di centinaia di migliaia di famiglie senza casa? Che fare delle aziende chiuse, abbandonate dai vecchi padroni, già vendute e rivendute tra pubblico e privati, e ancora alla ricerca di qualcuno che le rilevi (a pagamento, cioè mettendoci dei soldi pubblici), per continuare a mandarle in malora (vedi Ilva, Lucchini, Alcoa, Jabil, Nokia, Lucent, Telecom, Alitalia, ma anche Ansaldo, Fincantieri, Fiat, e tante, tante altre)? Non è ora di requisirle e di metterle in mano a una governance di maestranze, comunità e autorità locali, assistite da un piano nazionale di riconversione che le sostenga nella ricerca di nuovi sbocchi? E che fare per prevenire il dissesto del territorio? Continuare a scavare il tunnel Torino-Lione che la Francia non vuole o invitare anche sul palco i rappresentanti del movimento NoTav?  E come dare un reddito di base a precari e disoccupati? Non è ora di ridimensionare non solo l’acquisto degli F35, ma tutta la spesa e gli impegni militari dell’Italia?

Ma non è solo l’Europa a non volere queste cose; c’è tutto il governo e i partiti che lo sostengono, e c’è Napolitano che ce lo ha imposto. Ma per perseguire anche una sola di quelle misure, bisogna “battere i pugni sul tavolo” e minacciare ai nostri partner europei di trascinare anche loro in quello sfracello a cui ci hanno condannato – come hanno condannato la Grecia – contando di rimanerne indenni. E allora il problema è di lavorare per dare un seguito, ma anche una rappresentanza politica, alle aspirazioni di chi, nonostante la grande risposta all’appello alla mobilitazione del 12, continua a ritrovarsi chiuso in un angolo senza sbocchi dall’imperativo della ”stabilità” – cioè del disastro economico, politico e morale che è davanti agli occhi di tutti – imposto dalle “larghe intese”.

D’altra parte, se partecipanti e promotori della manifestazione del 19 ottobre hanno considerato una vittoria – cioè una tappa importante di un cammino che si prospetta molto lungo – il fatto di essere ricevuti dal ministro Lupi, pur sapendo in anticipo che non avrebbe gli dato niente, è perché anche a loro è ormai chiaro che la lotta va condotta su tutti i fronti, e che dare ai movimenti una rappresentanza politica non vuol dire tradire i loro obiettivi, ma moltiplicare gli strumenti di lotta. D’altronde, anche per loro, i vincoli europei – e tutto quel che ne segue – sono un problema, che la concretezza degli obiettivi per cui si battono non rende meno urgente affrontare.

Apparentemente, dunque, ci sono le condizioni per una marcia di avvicinamento tra quei due “popoli” (che spesso, nella vita e nelle lotte quotidiane, si trovano uno di fianco all’altro); mentre accentuare gli elementi di divisione e contrapposizione sarebbe, questo sì, devastante. Ma quali potrebbero essere le tappe di questa marcia?

Innanzitutto la consapevolezza ci una discriminante fondamentale che ci separa dai protagonisti delle larghe intese, anche se e quando queste venissero meno, soprattutto per quanto riguarda il nostro rapporto con l’Europa, perché è li che si gioca la vera partita. Vanno rigettati in blocco i vincoli che stanno portando uno dietro l’altro i paesi europei verso la catastrofe greca (altro che ripresa alle porte, continuamente promessa, per l’anno successivo, dal 2008 in poi!) Su questo obiettivo vanno ricercate alleanze e unità di intenti con le forze emergenti dai movimenti di tutti gli altri paesi europei e si può trovare una sponda in un vasto arco di forze e di singole personalità che ormai si sono convinte che la strada imboccata dalla governance europea è senza sbocchi. L’Europa che noi vogliamo è quella federalista delle autonomie locali, della democrazia partecipata, della riconversione ambientale delle produzioni e dei consumi, del reddito di base per tutti, dell’accoglienza, dei diritti della persona e dei lavoratori fuori e dentro i luoghi di lavoro; e non quella del dominio incontrastato delle banche e dei “mercati” che votano al posto nostro. E proprio perché la partita si gioca in campo europeo vanno respinti senza esitazioni tutti i richiami a chiusure nazionali o nazionalistiche dentro i confini di uno Stato che non ha più veri poteri, e nessuna possibilità di tornare a esercitarli in quanto Stato: come il respingimento dei migranti e dei profughi, la discriminazione dello “straniero”, la santificazione di tradizioni, per lo più inventate, come strumento di coesione sociale, il ritorno a una valuta nazionale, invece della rifondazione dell’euro su basi politiche condivisibili, come se in un’economia ormai globalizzata l’apparato economico italiano fosse in grado di riprendere la strada di un tempo senza una sua radicale riconversione e riterritorializzazione in senso ambientale.

In secondo luogo vanno prese le distanze dai tentativi di far credere che si possa stare contemporaneamente di qua e di là: con il Pd e contro le sue scelte  (e di questo la senatrice Laura Puppato, che ha partecipato al corteo contro la modifica dell’art. 138, e poi ha votato per la sua deroga, è l’emblema; un’ambiguità mortale di cui sono affetti anche molti altri, dentro e fuori i partiti della “sinistra radicale”, specialmente quando questi sono al governo negli enti locali. Per esempio, sono contro le privatizzazioni e poi le votano…). Ma occorre guardarsi anche dai tentativi ricorrenti – e in questo le cautele dei promotori della manifestazione del 12 non erano solo opportunistiche – di mettere il proprio marchio e le proprie bandiere su movimenti che possono crescere solo se sono chiamati a riconoscersi esclusivamente nei propri obiettivi di lotta e in scelte effettuate in modo condiviso. Perché lo scippo effettuato da Ingroia e dal suo seguito di dinosauri nei confronti del tentativo, certo maldestro, di promuovere la lista di base “cambiaresipuò” al tempo delle passate elezioni politiche, e l’esito disastroso di quel colpo di mano, ha fatto ai movimenti e alle loro aspirazioni non meno danno della giornata violenta del 15 ottobre 2011. Molte altre cose, a partire dalle leadership, vengono dopo o è meglio evitarle del tutto. Anche in questo caso la vicenda di Ingroia insegna qualcosa.