Intervento al convegno nazionale sul lavoro della lista L’altra Europa. Nova Milanese, 11 maggio

Che cos’è il lavoro nella società dominata dal capitalismo finanziario? Dobbiamo riconoscere che il predominio ormai assoluto della finanza ha cambiato profondamente i tratti fondamentali del capitalismo stesso e con essi quelli del lavoro. Il lavoro tende sempre di più ad essere assimilato a un’impresa, unico soggetto che ha cittadinanza legittima nel mondo d’oggi: un’impresa, ovviamente, individuale.
In base ai principi e alla prassi del pensiero unico e del liberismo imperante, nei rapporti tra lavoratori assimilati a imprese individuali deve vigere la piena concorrenza: ogni lavoratore deve considerarsi in competizione con tutti gli altri per accaparrarsi un posto di lavoro – o un lavoro – o per realizzare un progresso di carriera a spese dei suoi colleghi o compagni; o per difenderlo a spese degli altri se sono in vista dei licenziamenti o dei ridimensionamenti produttivi. Questa competizione di tutti contro tutti è il rovesciamento integrale del principio di solidarietà su cui è stata costruita l’intera storia del movimento operaio. Di qui l’obiettivo di abolire la contrattazione generale e, se possibile, anche quella aziendale, per sostituirla con una contrattazione individuale: da impresa a “impresa”.
L’ideologia con cui si giustifica questo rovesciamento è quella del merito: chi progredisce, o anche semplicemente non arretra, lo fa perché è più meritevole degli altri; chi resta o precipita in fondo è responsabile della propria condizione. I favoritismi, in questa concezione, sono solo una riprovevole eccezione a questa regola universale. Ma chi giudica del merito? La gerarchia preesistente: il capo, il manager, il padrone, la banca, il partito, l’amministrazione, ecc. Una gerarchia che non può per definizione essere stata costruita in base al merito: la gerarchia precede il giudizio sul merito.
Per questo l’ideologia del merito è in realtà un meccanismo di promozione del servilismo e dell’accondiscendenza: va avanti, o non resta indietro, chi si conforma maggiormente alle pretese della gerarchia: la competizione universale di tutti contro tutti, trasferita dall’impresa al mondo del lavoro, è la promozione universale del servilismo e della rinuncia alla propria dignità. Per questo la parola d’ordine “Indignatevi” e la rivendicazione della propria dignità sono le premesse esistenziali e culturali di ogni processo di riscatto.
La trasformazione del lavoro in impresa e del lavoratore in imprenditore di se stesso non riguarda solo l’universo sempre più ampio del lavoro precario, delle partite Iva, vere o false che siano, delle collaborazioni, dei contratti a termine, ma investe lo stesso lavoro dipendente a tempo indeterminato (quando ancora c’è), dove ogni lavoratore viene messo in competizione con gli altri all’interno della stessa impresa e valutato in base al “capitale umano” di cui è detentore.
Ma gran parte di quel “capitale” non è individuale; è il frutto della cooperazione; e si dissolve irrevocabilmente quando le maestranze si disperdono, come sta accadendo in tutte le imprese che chiudono, delocalizzano, licenziano o sospendono la produzione per periodi prolungati.
Questi processi di competizione e di precarizzazione investono ovviamente anche il mondo delle imprese: scompaiono i grandi agglomerati produttivi, che erano grandi concentrazioni di lavoro e di lavoratori, sostituiti da una rete mobile, aleatoria e sempre più delocalizzata di fornitori e subfornitori che dipendono da un unico centro di comando multinazionale, sempre più finanziarizzato. Quei fornitori e subfornitori possono essere sostituiti in ogni momento. Il lavoratore viene così esposto a una duplice precarietà: quella relativa ai suoi rapporti con l’azienda che lo occupa o che ne è il committente, e quella relativa al rapporto dell’azienda con la supply-chain, la catena di subfornitura, in cui è inserita.
Questo crea una gigantesca dispersione del lavoro tra ruoli, imprese, catene di subfornitura e soprattutto territori, paesi e continenti diversi. Il che rende pressoché impossibile la sua ricomposizione di fronte a una controparte comune, che sfugge sempre di più alla possibilità di aprire un conflitto nei suoi confronti. L’indebolimento del lavoro rispetto al capitale e allo Stato, e la stessa crisi di adesioni che le organizzazioni sindacali attraversano in tutto il mondo, sono una delle principali conseguenze di questo processo.
Una ricomposizione politica, e prima ancora sociale e culturale, ma anche esistenziale, del lavoro non può quindi svilupparsi che a livello territoriale (senza per questo trascurare nessuna altra strada, comprese quelle già battute del sindacalismo conflittuale). Ma è sul territorio che si possono ricomporre i rapporti diretti tra lavoratori appartenenti a filiere produttive differenti o non direttamente intrecciate, tra lavoratori più o meno stabili e lavoratori precari, tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è nativo e chi è immigrato, tra i loro familiari, ecc.
Un sindacato che si limita alla difesa dei lavoratori sul posto di lavoro, anche se lo fa in forma rigorosa – e non è questo che succede nella maggioranza dei casi – è strategicamente perdente. Anche il tentativo di mettere insieme lavoratori stabili e precari su basi esclusivamente sindacali è destinato all’insuccesso. I tentativi della Fiom in questa direzione si avvantaggiano del fatto che sotto la sua tutela convive sia quasi tutto ciò che resta della grande e media impresa industriale, sia quei grandi serbatoi di precariato che sono i call-center, inclusi, non si sa perché, nel settore metalmeccanico. Ma questo non è bastato per unire in un solo fronte di lotta lavoratori “fordisti” e precari “postfordisti”.
Per questo la Fiom fin dalla manifestazione del 16 ottobre del 2011 ha cercato di farsi anche “soggetto sociale” tra altri soggetti sociali e promotrice di una loro aggregazione. Purtroppo questa indicazione strategica ha avuto un percorso molto accidentato e controverso a livello nazionale (l’accusa è naturalmente quella di voler “farsi partito”), ma anche pochissimi tentativi di traduzione a livello locale: cioè territoriale, là dove si gioca veramente la partita.
Riterritorializzare il conflitto ma soprattutto il progetto di difesa del lavoro e di promozione di un diverso indirizzo economico e produttivo richiede il coinvolgimento di tutti i soggetti presenti sul territorio: oltre al sindacato, le associazioni di cittadinanza, il volontariato, le università e i centri di ricerca, il mondo della scuola e della cultura, le comunità etniche e religiose, la piccola imprenditoria; ma, soprattutto, il governo locale. Un coinvolgimento su un progetto concreto, definito innanzitutto – ma non, ovviamente, in modo esclusivo – su basi territoriali, a partire dalle risorse naturali, umane e tecnologiche presenti sul territorio, che mettano al centro del programma la compatibilità e la sostenibilità ambientale.
Tutto ciò, per cominciare, a partire dalla rivendicazioni di interventi drastici nei confronti della aziende che chiudono, si ridimensionano o delocalizzano. Non è più possibile continuare ad affidare le loro sorti al governo, che interviene con un “tavolo”, per lo più fittizio, impegnato a trovare per ciascuna azienda una nuova proprietà (un nuovo “padrone”) e un nuovo “piano industriale”, anch’esso per lo più fittizio.
Questi piani di riconversione, compresi gli obiettivi di mercato, devono essere elaborati, per lo meno nelle loro linee generali, dalle forze presenti sul territorio e diventare oggetto di vertenze specifiche che le coinvolgano nella loro interezza, mettendo in campo tutte le competenze tecniche, scientifiche e sociali disponibili – e sono molte – presenti sul territorio, o anche altrove, senza escludere la requisizione degli impianti, o il loro esproprio, se si rendono necessari.
Non è un progetto di autogestione della fabbriche abbandonate da parte delle loro maestranze: con poche eccezioni quelle maestranze non hanno né la forza né la capacità di farsi carico di un progetto così ambizioso, anche quando sanno che l’alternativa è la disoccupazione. Occorre che a farsene carico sia la comunità di riferimento nel suo insieme – grande o piccola che sia – attraverso processi di partecipazione diretta al governo – o al co-governo – del territorio e della sua base produttiva.
La riconversione ecologica è questa: sostenibilità ambientale delle produzioni, perché sono le uniche che hanno un futuro in un mondo che sconterà in misura crescente e sempre più rapida il deterioramento ambientale e climatico. Ma anche, e soprattutto, riterritorializzazione delle produzioni e degli sbocchi di mercato – nei limiti, ovviamente della fattibilità – contro la corsa al sempre peggio indotto dalla competizione universale di tutti contro tutti e dalla globalizzazione. Ma anche partecipazione, cioè democrazia da basso – integrata e non contrapposta – agli istituti della democrazia rappresentativa.
Per questo la cosiddetta green economy esprime una visione parziale della riconversione; guarda ai prodotti e ai processi produttivi, ma non alle forme di comando e, soprattutto, non alla valorizzazione delle risorse naturali, umane e tecnologiche dei territori. E a volte sogna la trasformazione del territorio in un ambiente agropastorale e/o culturale (ma a scopo turistico), senza cogliere l’importanza di partire dal patrimonio produttivo che c’è e che rischia l’abbandono, aumentando la dipendenza da chi ancora produce e inquina in modo tradizionale.
C’è un nesso diretto tra le misure che il nostro raggruppamento propone per cambiare radicalmente l’Europa – condono e/o mutualizzazione del debito pubblico, riforma del sistema bancario, lotta al dominio della finanza, fine delle politiche di austerity – e i processi di riappropriazione del territorio e dei suoi beni comuni, a partire dai servizi pubblici locali e dal tessuto produttivo in crisi.
Questo nesso è la conversione ecologica: quei processi non sono possibili senza quelle misure; quelle misure non avrebbero alcuna efficacia se non vengono innescati anche quei processi; non si vincerà in Europa se quelle misure non verranno sostenute da lotte e iniziativa dal basso sempre più radicali nei territori; però questi conflitti devono avere anche l’effetto di attribuire peso crescente alla loro rappresentanza nelle istituzioni europee. E nel mondo.

Come i media preparano un regime

Ci si è chiesto spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato possibile che nel 1931, su oltre milleduecento docenti universitari solo una quindicina avesse rifiutato di giurare fedeltà al fascismo; e come fosse stato possibile che con loro si fossero allineati migliaia di giornalisti, di scrittori, di intellettuali – la totalità di quelli rimasti in funzione – contribuendo tutti insieme a costruire una solida base di consenso alla dittatura di Mussolini.

Oggi, senza nemmeno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere autoritario e incontrollato, a cui peraltro anche allora molti erano già ben predisposti, la corsa ad allinearsi con il potente di turno, magnificandone qualità e operato, ha assunto da due decenni a questa parte un andamento a valanga; per poi accorgersi, una volta usciti temporaneamente o definitivamente di scena i destinatari di tanta ammirazione, che i risultati del loro operare – del loro “fare” in campo economico, sociale, istituzionale e, soprattutto, culturale – erano inconsistenti, negativi, o addirittura drammatici. Ma rimaneva tuttavia, in alcuni angoli riservati del giornalismo cartaceo e televisivo, lo sforzo di un vaglio critico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spiraglio alla legittimazione di un’opposizione.

Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi – “dà con una mano per prendere con l’altra” (e molto di più) è la sintesi del suo operato – il coro delle ovazioni si è fatto assordante; lo spazio che gli riservano giornali e TV è totalitario (come documenta l’osservatorio sulle TV di Pavia); i toni sono perentori; i rimandi alle sue poliedriche capacità incontinenti; il servilismo degli adulatori dilagante (Papa Francesco copia “lo stile di Renzi” ci ha informato un notiziario). Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento; sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un “moderno” autoritarismo. “Moderno” perché è quello auspicato dall’alta finanza, che ormai controlla la politica e le nostre vite; come emerge anche da un documento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si scaglia contro le costituzioni antifasciste e democratiche che ostacolerebbero il proficuo svolgimento degli “affari”. È l’autoritarismo perseguito dalle “riforme” costituzionali ed elettorali di Renzi, tese a cancellare con premio e soglie di sbarramento ogni possibilità di controbilanciare i poteri dei partiti – o del partito – al potere: non solo in Parlamento, ma ovunque; a partire dai Comuni, non certo aiutati a “fare”, bensì paralizzati dai tagli ai bilanci e dal patto di stabilità per costringerli ad abdica dal loro ruolo, che è fornire quei servizi pubblici locali di cui è intessuta l’esistenza quotidiana dei cittadini. Renzi, come Letta, Monti e Berlusconi, vuole costringerli ad alienarli: come aveva fatto Mussolini sostituendo ai consigli comunali i suoi prefetti.

Una riprova non marginale di questo clima è il modo in cui stampa e media seguono la campagna elettorale europea, confinandola interamente in un confronto Renzi-Grillo (con Berlusconi ormai ai margini) privo di contenuti programmatici e tutto incentrato sulle diverse forme di “carisma” che i due leader esibiscono. In questo contesto il silenzio calato sulla lista L’altra Europa con Tsipras, l’unica che si presenta con un programma per cambiare radicalmente l’Europa (che è l’argomento di cui è proibito parlare) e non per abbandonarla insieme all’euro, né per continuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come passaggio obbligato per tornare alla “crescita”. Della lista L’altra Europa stampa e televisioni hanno seguito e ingigantito le difficoltà incontrate nel corso della sua formazione, per poi calare una cortina di silenzio totale sulla sua esistenza a sui suoi successi. La venuta di Tsipras a Palermo, con un teatro pieno, la gente in piedi e mille persone rimaste fuori ad ascoltare, con una visita all’albero di Falcone accompagnato da centinaia di sostenitori e con l’incontro con il sostituto Di Matteo, non ha meritato nemmeno un cenno o una riga. Nemmeno la consegna delle 220 mila firme raccolte per consentire la partecipazione della liste alle elezioni, un risultato su cui molti media avevano scommesso che non sarebbe mai stato raggiunto, ha avuto la minima menzione.

L’apertura della campagna elettorale al teatro Gobetti di Torino con la partecipazione di Gustavo Zagrebelski e altre centinaia di sostenitori è anch’essa scomparsa nel nulla.

Quando si accenna di sfuggita alla lista L’altra Europa, per lo più per denigrare o sbeffeggiare i tanti intellettuali di valore che la sostengono – ribattezzati “professoroni”; e solo per questo se ne parla – il suo programma viene assimilato a quello dei no-euro, dei nazionalisti o addirittura dei fascisti. Perché “se non si è con Renzi non si può che essere contro l’Europa”. Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’ Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo. Eppure non è mancato agli stessi giornali e telegiornali lo spazio per occuparsi del congresso del “nuovo” (il 14°) partito comunista fondato da Rizzo, della presentazione della lista elettorale Stamina, della riammissione dei Verdi alla competizione elettorale anche senza aver raccolto le firme (mentre chi le ha raccolte non ha meritato nemmeno una riga). Il tutto viene completato con la presentazione di sondaggi che danno la lista per morta: sono i tre divulgati dalle televisioni di regime, mentre tutti gli altri sondaggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbarramento, ma non vengono resi noti.

Io, che ho lavorato anche in una società di sondaggi, so bene come si fa ad orientarli (e anche a falsificarli) e quanto contribuiscano a “orientare” e a manipolare la realtà. Giornali occupati dalla stigmatizzazione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affrontare questa campagna elettorale senza un euro di finanziamenti di stato o di pubblicità. E così via. Poco per volta, e a volte impercettibilmente, si scivola verso un nuovo regime e in questa temperie persino le critiche all’operato di Renzi vengono proposte come ragioni per un sostegno dovuto e ineluttabile.

Tipico da questo punto di vista, perché riassume una parabola che coinvolge un po’ tutti i commentatori politici che in qualche modo devono misurarsi con numeri e dati che contraddicono frontalmente le dichiarazioni del leader, è l’editoriale (l’omelia settimanale) di Eugenio Scalfari comparso sul numero pasquale di Repubblica. In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza copertura finanziaria, che gli servirà per stravincere le elezioni europee, anche se è basata un una serie di imbrogli contabili che presto verranno alla luce. Ma – scrive Scalfari, che pure, in margine a una critica alla riforma del Senato proposta da Renzi manifesta, senza sottolinearla, la consapevolezza che la sua riforma elettorale stravolgerà completamente l’assetto democratico del nostro paese – c’è da augurarsi comunque che quell’imbroglio funzioni; perché così il governo si rafforzerà, recupererà anche in Europa il prestigio perduto e la crescita potrà ripartire.

Il che mostra in che conto Scalfari tenga “questa Europa”: quella a cui stiamo sacrificando le ormai molte “generazioni perdute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vecchiaia e la vita stessa di un numero crescente di cittadini, di lavoratori e di imprenditori, e l’intero tessuto produttivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia – e non solo lui – della crescita (il “flogisto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gallino: tutti ne parlano e nessuno sa che cosa sia). Ma soprattutto mostra dove porta questa teoria, o visione, o percezione, sempre più diffusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiaggia”. Così, quando si sarà compiuto il disastro economico, sociale e istituzionale a cui ci sta trascinando quella sua cavalcata fatta di vuote promesse, di trucchi contabili e di nessuna capacità di progettare un vero cambiamento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tornare indietro.

È per questo che bisogna fermarlo qui e ora, a partire da un rovesciamento dei pronostici – meglio sarebbe chiamarli auspici di regime – tutti a favore delle destre nazionaliste e razziste mascherate dietro la campagna anti-euro, o delle larghe intese tra PPE e PSE, con le quali la politica economica, fiscale e monetaria dell’Unione dovrebbe proseguire indisturbata il suo cammino di distruzione.

Fare default non vuol dire lasciare l’euro

Dal 2009, anno in cui il premier Papandreou ha dovuto dare conto dello stato comatoso delle finanze della Grecia, che i governi precedenti avevano “nascosto” – ma che non era certo un segreto per chi l’aveva fatta indebitare fino al collo per vendergli le sue merci, le sue armi, i suoi mastodontici impianti per le olimpiadi, incassando poi anche gli interessi sui crediti concessi: Francia e Germania in testa – quel paese ha ristrutturato due volte il suo debito.

Cioè ha fatto due volte default, con il consenso – meglio sarebbe dire, su imposizione – della Troika e soprattutto del governo tedesco. Quei debiti sono anche il frutto della corruzione dei governi greci, come da noi sono il frutto di vent’anni di malgoverno italiano; ma in entrambi i casi quei governi sono stati tenuti in piedi proprio dagli Stati forti dell’Unione per continuare a fare i loro affari; e vengono tenuti in piedi anche adesso per spennare i cittadini dei paesi vessati dal malgoverno. Sono loro, non noi, a essere vissuti “al di sopra delle proprie possibilità”, come ci viene invece rinfacciato tutti i giorni, per attribuirci la causa di una crisi che solo loro hanno provocato.

In ogni caso, la ristrutturazione del debito greco era insufficiente e tardiva: qualche anno prima avrebbe potuto sortire un effetto; fatto in ritardo, e solo per rinviare un inevitabile crack, non ha certo risanato le finanze della Grecia, il cui debito ha continuato ad aumentare mentre il PIL precipitava. Però, in cambio di quel taglio, è stata imposta alla Grecia la svendita di tutte le imprese pubbliche e di tutti i beni comuni del paese (una cosa che i sindaci italiani, strangolati dal patto di stabilità interno, conoscono bene); senza con questo portare il minimo contributo alla riduzione del debito e della montagna di interessi che gravano su di esso.

In compenso il tessuto produttivo della Grecia è stato azzerato, migliaia di dipendenti pubblici e di lavoratori del settore privato sono stati licenziati, la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti, il salario di quelli rimasti e le pensioni sono state dimezzati, il servizio sanitario nazionale è stato ridotto all’osso, le medicine sono sparite, la mortalità infantile è raddoppiata, Università e televisione pubblica sono state chiuse (restano aperte solo quelle private), milioni di inquilini sono stati sfrattati, gran parte della popolazione è alla fame e si nutre con i doni o le svendite degli agricoltori che portano in città i loro prodotti invenduti, oppure frugando nei cassonetti della spazzatura e così via.Però i ricchi non sono mai stati così bene: non pagano le tasse e vivono con i profitti dei capitali esportati. Leggi tutto “Fare default non vuol dire lasciare l’euro”

TSIPRAS CONTRO TOLOMEO

Alcuni anni fa – eravamo già in piena crisi – dopo una trasmissione in cui un noto economista di “sinistra”, nonché columnist di un importante quotidiano, si era a lungo diffuso sulla necessità rimettere in moto la “crescita”, gli avevo chiesto: ma davvero pensi che l’economia italiana possa tornare a crescere a breve? Mi aveva risposto in modo perentorio: in Italia non ci sarà più crescita per almeno dieci anni. Da allora quell’economista-columnist ha pubblicato articoli su articoli su come il paese può riprendere a crescere; ora, subito, ovviamente; non fra dieci anni. A un altro economista-columnist che aveva pubblicato, insieme a un terzo collega – successivamente risucchiato nel buco nero della lista “Fermiamo il declino” di Oscar Giannino – un articolo molto citato dove sosteneva che, per “fermare lo spread”, bisognava vendere subito tutte le imprese di Stato, avevo chiesto, qualche mese dopo, se non avesse cambiato idea. Perché quello che si può ricavare da una vendita simile è irrisorio rispetto alla montagna del debito pubblico italiano. Mi aveva risposto di sì; considerava quell’articolo un errore. Da allora ha continuato a scrivere articoli su articoli per propugnare la vendita di tutti gli asset di Stato. E per occuparsi meglio della cosa è diventato anche un consigliere di Renzi.

Questi episodi, insieme ad altre riflessioni, mi hanno convinto che gli economisti mainstream, o la grande maggioranza di essi, non credono assolutamente in quello che scrivono. Sanno benissimo, o sospettano fortemente, che con le loro ricette, o soprattutto a causa di esse, le cose non possono che andare sempre peggio. Ma allora, perché lo fanno? Perché non raccontano quello che veramente pensano? Il fatto è che non riescono a uscire dalla gabbia concettuale in cui li imprigiona la loro disciplina, ormai assurta al rango di “pensiero unico”, senza più distinzioni tra “destra” e “sinistra”. Non sanno ragionare senza il puntello di categorie che rimandano a un mondo che non esiste e non è mai esistito, dove tutto ruota intorno a un “mercato” immaginario, eretto a supremo regolatore del creato, e a cui istituzioni, politica, cultura, ambiente, e la vita stessa di miliardi di esseri umani, non possono fare altro che adattarsi (o cercare di farlo) adottando come unica regola di condotta una lotta di tutti contro tutti. Che loro chiamano concorrenza o competitività. Però, al termine mercato (al singolare) con il quale designano per lo più un meccanismo anonimo, impersonale, trasparente, agìto in modo preterintenzionale da milioni o miliardi di individui, hanno da tempo sostituito il termine “mercati” (al plurale), che allude invece a un potere opaco – anonimo solo perché i suoi detentori agiscono nell’ombra – concentrato in mano a pochissime entità che dominano il mondo con la finanza. Ecco spiegata in modo semplice la loro afasia su ciò che sta succedendo: una gigantesca espropriazione di miliardi di esseri umani per concentrare la ricchezza in un pugno sempre più ristretto di privilegiati. Molti di loro, in realtà, lo sanno benissimo e dietro a tanta teoria non c’è che la difesa dell’ordine esistente, per quante critiche, peraltro assolutamente marginali, gli rivolgano.

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La mia risposta a Carlo Formenti

C’è ovviamente una vena di disprezzo per gli “intellettuali” – da contrapporre alla “rude razza pagana” o alle “mani callose” degli operai – nell’appellativo “partito dei professori” che Carlo Formenti, in una “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”, pubblicata da alfabeta, affibbia alla lista “L’altra Europa per Tsipras”. La cosa curiosa è che tra i sette garanti della lista solo due sono professori; gli altri no. Lo è invece l’autore di quell’articolo. E’ un approccio al problema del lavoro intellettuale ancora diffuso negli ambiti più tradizionalisti di una sinistra ormai defunta, che può anche essere la manifestazione di una sana diffidenza. Ma quando è alimentato dall’alto mi ricorda l’intervento di un operaio (senza mani callose) che nel corso di una recente assemblea aveva così esordito: “Gli intellettuali, scusate la parola, ecc…”. Conosco Carlo Formenti soprattutto attraverso i libri (scusate la parola…) che ha scritto; ma stavolta questo professore in incognito ha fatto cilecca. Non sa niente e crede di sapere tutto. Non sa niente perché nella fase della sua costituzione, della lista “L’altra Europa” non si può sapere quasi niente, se non parlando, ma Formenti non lo fa, del contesto in cui è nata o della domanda sociale, politica e culturale a cui cerca di dare risposta. Una risposta in gran parte da definire attraverso il concorso dei movimenti a cui la lista fa appello, mettendo a frutto la loro esperienza, le loro buone pratiche e anche, ovviamente, il contributo degli i “intellettuali” che hanno dato la loro adesione.

Invece Formenti sembra già sapere che in quella lista, o verso quella lista, convergono Vendola, che ha appena affrontato – e perso – un congresso in cui proponeva esattamente il contrario, Civati e i cinque stelle dissidenti, che per ora stanno facendo tutt’altre operazioni, Toni Negri che ha detto che appoggia Tsipras ma le lezioni non gli interessano, Bifo che gli ha inviato un assist alla propria candidatura “di puro marchio democristiano”, Casarini (ma l’ha imbroccata per puro caso), ecc. E sbaglia persino sostenendo che Paolo Flores e Barbara Spinelli (che scrive su la Repubblica) fanno capo al Fatto Quotidiano. Ma le critiche sostanziali di Formenti riguardano due questioni: l’idea di cercare una “terza via” tra mercatismo ed euroscetticismo; e le modalità di scelta dei candidati. A Formenti non piace l’espressione “terza via” che gli ricorda Blair; ma è una questione nominalistica, perché la terza via di Blair e dei suoi epigoni rientra a pieno titolo nel mercatismo – o liberismo – mentre la strada proposta da Tsipras e dalla lista “L’altra Europa” respinge tanto il liberismo imperante nella governance europea, e non solo, quanto l’idea di salvarsi attraverso un recupero delle sovranità nazionali in campo monetario, fiscale, tariffario, ecc. Formenti non dice se condivide o no questa “seconda via” (ben riassunta nella proposta di “uscire dall’euro”) e liquida la questione affermando che “questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri”. Non si capisce però se per distruzione e ricostruzione “sulle ceneri” Formenti intende che dobbiamo passare anche noi per un disastro come quello della Grecia (“ceneri”); oppure sciogliere il vincolo europeo per tornare alle sovranità nazionali (“quest’Europa può solo essere distrutta”); però sa già che “i professori” di queste cose non vogliono parlare. E perché? Di che altro si dovrebbe parlare in questa campagna elettorale per definire un percorso che eviti sia il mercatismo imperante che l’euroscetticismo (e il fascismo) in ascesa?

In realtà, mettendo insieme l’appello dei “professori”, cioè dei promotori della lista e la dichiarazione programmatica di Tsipras, che i promotori (ora garanti) hanno condiviso, abbiamo un programma politico quasi completo, certamente da articolare, integrare, approfondire e correggere, con cui però Formenti non si confronta. In quelle dichiarazioni si parte proprio dal presupposto che oggi “gli Stati [europei] da soli non sono in grado di esercitare sovranità” e che per questo solo l’Europa può e deve cambiare fondamentalmente. Deve darsi una nuova Costituzione, i mezzi finanziari per creare lavoro, con una politica ambientale adeguata alle dimensioni della crisi planetaria, con una riconversione del sistema produttivo dove si indicano anche i settori di più urgente intervento; deve respingere il fiscal compact, mettere al centro il superamento delle diseguaglianze e lo stato di diritto, promuovere la ricerca, l’istruzione e la cultura, affrontare mafia e criminalità organizzata e invertire rotta nelle politiche adottate contro i migranti. Nella sua Dichiarazione programmatica, a sua volta, Tsipras precisa tre principi che impegneranno i parlamentari eletti nelle liste che lo appoggiano per offrire un punto di riferimento concreto alle lotte sociali sempre più intense contro le politiche liberiste adottate dall’UE.

I tre principi riguardano la fine dell’austerità, attraverso misure che includono anche la rinegoziazione del debito e la messa in mora del suo rimborso; la trasformazione ecologica della produzione e una politica di inclusione, diretta innanzitutto ai migranti e ai diritti civili dei cittadini. Il tutto articolato in ben dieci punti che nel loro insieme costituiscono una ricostituzione dalle radici dell’Unione europea. Forse proprio quella che anche Formenti auspica, anche se, al di là del suo furore distruttivo, non ci dice che Europa vorrebbe e nemmeno se anche per lui è l’Europa il terreno fondamentale dove si decidono gli esiti di un conflitto che ancora non si è dispiegato pienamente, ma di cui si moltiplicano i focolai e che il nostro progetto cerca di consolidare in un fronte unitario. Quanto alla scelta dei candidati, sfiderei Formenti, che per sua fortuna non ha dovuto confrontarsi con un problema del genere, a trovare un sistema più democratico di quello adottato per formare la lista L’altra Europa con Tsipras. Associazioni, comitati e organizzazioni varie, compresi i partiti che sostengono la lista, hanno presentato le loro proposte, dopo averle discusse al loro interno, a un comitato allargato a cui tutti gli interessati hanno potuto partecipare.

Questo comitato le ha sottoposto quelle proposte a uno screening per ricomporle secondo criteri di buon senso. In cui ha certamente un posto di riguardo la “visibilità” dei candidati: per far parlare di una lista e di un programma su cui è calato il più assoluto silenzio di stampa e media. Ma ii criteri sostanziali sono il rispetto di un equilibrio tra generi, di età, provenienza territoriale e appartenenza a mondi politico-culturali differenti (la lista si propone esattamente questo). Una serie di criteri che non lascia molto spazio alla discrezionalità. D’altronde le elezioni europee consentono ben tre voti di preferenza, che possono ribaltare molte delle scelte compiute. Quanto ai “professori”, cioè ai garanti, non sono stati loro a formare le liste; il loro ruolo era quello di proporre al comitato alcune (poche) candidature di rilievo e di dirimere le questioni controverse. Formenti, ergendosi a paladino della selezione dei candidati in assemblea o tramite un voto on-line sembra aver dimenticato come si sono svolte e concluse le assemblee che hanno preceduto solo un anno fa il disastro di Rivoluzione Civile (le assemblee occupate per imporre i candidati di uno o dell’altro partito, che è quello che si voleva evitare), o come si svolgono i periodici voti on line del movimento cinque stelle, con cui, in questo caso, non si vuole avere niente da condividere. In una non-organizzazione come la lista L’altra Europa, nata praticamente dal nulla per supplire alle carenze o rimediare alle divisioni di chi per anni si è autonominato rappresentante della sinistra, riuscendo a lasciare milioni di cittadine e cittadini senza alcuna rappresentanza e consegnandoli all’astensione, al movimento cinque stelle o a un voto al PD dato controvoglia, non credo che si potesse trovare un modo di scegliere i candidati più condiviso o democratico di questo.

Un programma per l’Europa

Qual è il programma con cui la lista L’altra Europa con Tsipras si confronta con il suo potenziale elettorato? Abbiamo sempre detto che quel programma si costruisce in corso d’opera, attraverso la partecipazione di chi sostiene il nostro progetto e soprattutto dei tanti gruppi organizzati che hanno buone pratiche o lotte esemplari da proporre come modelli da generalizzare. Naturalmente il tutto si deve sviluppare lungo i binari che sono stati tracciati dall’appello di Barbara Spinelli e dei promotori e dalla dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras. Vale a dire che con questo progetto si respinge tanto l’accettazione passiva delle politiche di austerità che stanno portando un numero crescente di cittadini europei e l’intero edificio dell’Unione verso la catastrofe, quanto l’idea che si possa “uscire dalla crisi” con un recupero delle sovranità nazionali – ben sintetizzato dalla proposta di “uscire dall’euro” – a cui si affiancano spesso reviviscenze nazionalistiche o, peggio, fasciste. Noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza. Una buona traccia intorno a cui lavorare per definire il nostro programma sono i dieci punti elencati nella dichiarazione programmatica di Tsipras.

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Ricostruire l’Europa


L’Europa sta marciando verso la sua dissoluzione. A spingere verso il baratro l’Unione e, insieme a lei – uno a uno o tutti insieme – la maggioranza dei paesi membri, sono i falsi europeisti e una cultura formalmente “liberista”, ma in realtà ragionieristica e statalista che la governano nell’ interesse di un pugno di grandi banche di affari, di assicurazioni, di fondi di investimento, di grandi società multinazionali, di speculatori privati che ormai controllano la metà della ricchezza dell’intero pianeta. La catastrofe a cui va incontro l’Unione la si vede innanzitutto ai suoi confini: nell’impotenza dimostrata nella crisi ukraìna (analoga a quella di un ventennio fa nella crisi jugoslava), ma anche nell’inconsistenza della sua politica nei confronti del conflitto tra Israele e Palestina, delle trascorse primavere arabe, del disfacimento di una Libia ormai preda di anonimi “signori della guerra”, del conflitto sociale in Turchia, ed altro. L’arma che l’Unione europea avrebbe dovuto usare e non ha messo in campo non è solo una chiara linea di condotta diplomatica (che non esiste); è soprattutto un sostegno sostanziale alle forze democratiche in campo, nel nome di una solidarietà capace di attraversare i confini. Ma come potrebbe mai mettere in atto una politica del genere una Unione che non ha niente da eccepire contro forze razziste e apertamente antidemocratiche come quelle al governo in Ungheria, che dell’Unione è paese membro? E che, in nome di una contabilità meschina e atroce, massacra il suo stesso popolo, come ha fatto e continua a fare in Grecia; e come sta facendo con Italia, Spagna e Portogallo? E che chiama questa politica una medicina, come ha fatto anni fa con la Grecia il nostro ministro Padoan, che si appresta a somministrare anche a noi lo stesso trattamento?

Quale trattamento? L’”austerity”: che in Italia significa, già oggi, pareggio di bilancio (la negazione di tutta la migliore scienza economica del secolo scorso): un obiettivo inattuabile, ma inserito lo stesso nella Costituzione per dare una dimostrazione pratica che della Costituzione ce ne si può e ce ne si deve fregare. Ma a partire dal 2015, “austerity” vorrà dire anche cominciare a restituire alle banche il mostruoso debito pubblico italiano (oltre 2100 miliardi) che si è andato accumulando esclusivamente sommando anno dopo anno gli interessi che i creditori hanno maturato prestando denaro allo Stato. Questo significa estrarre dalle tasche di chi paga le tasse (e non certo da quelle degli evasori), quasi cento miliardi all’anno per pagare gli interessi sul debito e, dall’anno prossimo, altri cinquanta miliardi all’anno, per vent’anni, per restituirne una parte: insieme, ogni anno, un decimo del PIL italiano. A queste condizioni il debito pubblico italiano, come quelli della Grecia (che ha già fatto default due volte, anche se nessuno lo dice), del Portogallo e domani di diversi altri paesi dell’Unione, sono insostenibili e portano diritto e filato al crack. Nessuno degli economisti appesi come a un cappio al mito reazionario della crescita del PIL come unica via da seguire per “sanare” i bilanci (cioè per continuare a ingrassare banche, speculatori ed evasori seduti, nei loro paradisi fiscali, su una montagna di denaro che non sanno più come impiegare) ha finora provato a spiegare come è possibile, non dico “rilanciare la crescita”, ma tenere in piedi il tessuto produttivo e sociale di un paese, con una simile pietra al collo. E magari, quegli stessi economisti si chiedono come mai la diseguaglianza sociale continua ad aumentare. E ci spiegano che è colpa di lavoratori, disoccupati, giovani e pensionati che continuano a “vivere al di sopra delle loro possibilità”…

Ma le elezioni europee sono alle porte e, anche se L’Europarlamento conta poco, i partiti che vogliono tornarci per farlo contare sempre meno sono proprio quelli che hanno sostenuto a spada tratta l’austerity per anni. Che però è impopolare e fa perdere voti; per questo quegli stessi partiti ora non perdono occasione per dire che quella medicina era sbagliata e che bisogna riprendere (moderatamente) a spendere. Un recente rapporto della Commissione Affari economici del Parlamento Europeo è drastico in questo giudizio; salvo poi ripetere che i vincoli di bilancio vanno mantenuti. Che cosa significa tutto ciò? Significa che si deve spendere qualcosa in più per non perdere le elezioni; per poi recuperare quei fondi da un’altra parte. Gli exploits di Renzi vanno esattamente in questa direzione; per questo difficilmente incontreranno in Europa un’opposizione rigida fino al giorno delle elezioni. Poi si tratterà di far tornare i conti. Di riprendere a fare “i compiti a casa”, per usare l’espressione più stupida che una politica senza più dignità abbia finora inventato, ma che ha costituito l’unica fonte di legittimazione dei governi di Monti e di Letta. Ora Renzi si fa gioco di quell’espressione; ma solo per dire che lui, i “compiti a casa”, li fa da solo, perché è il primo della classe; senza bisogno che glielo ricordi la maestra, cioè Angela Merkel. Infatti, Renzi “regala” (con i nostri soldi) 85 euro al mese a chi ha già un lavoro, e fa spere che li recupererà (li andrà a prendere, dopo le elezioni europee) con la spending review: cioè nella scuola (la sua ministra dell’istruzione ha già fatto sapere che gli insegnanti in Italia sono troppi…), nella sanità, nelle pensioni (anche se per ora nega); ma soprattutto taglieggiando ulteriormente, con il patto di stabilità – come si fa da anni – i Comuni: per costringerli a vendere a banche e privati (largamente foraggiati dalla Cassa Depositi e Prestiti, che amministra i risparmi di milioni di piccoli depositanti) i servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, gase ed elettricità, trasporti, scuole materne e asili, assistenza agli anziani) e i nostri beni comuni (suoli, edifici storici, fabbriche, caserme e aree dismesse, spiagge e quant’altro). Ma soprattutto Renzi compensa il mondo confindustriale, che voleva appropriarsi anche di quegli 85 euro, rendendo permanente e obbligatorio il lavoro precario. I “compiti a casa” fatti da Renzi “da solo” non sono meglio di quelli dettati dalla maestra; che comunque resta sempre là a vigilare.

La risposta più grottesca a questo modo di procedere, ma anche la più “popolare”, che per questo dà la misura del degrado culturale (una vera e propria “dittatura dell’ignoranza”) in cui l’ideologia liberista ha fatto precipitare l’opinione pubblica è “l’uscita dall’euro”; il recupero della sovranità monetaria per riprendere, ciascuno per conto proprio, la via della “crescita”. La parola magica è “svalutazione”: una misura che l’euro non consente e la BCE non persegue. Svalutando una moneta tornata nazionale, si dice, riprenderanno le esportazioni e con esse gli investimenti, l’occupazione, i salari e il PIL, così da ripagare anche interessi e debito (che nel frattempo sarà raddoppiato, perché resterà contabilizzato in euro sempre più rivalutati). Ma se tutti i paesi che escono dall’euro (posto che sia fattibile) competono a chi svaluta di più, le esportazioni non aumenteranno e a subirne le conseguenze sarà il potere di acquisto dei salari. D’altronde, le imprese italiane che si sono attrezzate per “competere” sui mercati globali hanno continuato a esportare nonostante l’euro. Quelle soccombenti – e sono tante! – hanno ormai perso la gara, non solo in termini di salari (più di tanto, infine, non si possono abbassare) e di tutela di ambiente e salute; ma soprattutto in tecnologie: con i fondi per la ricerca azzerati o finiti nelle tasche dei baroni universitari è difficile reggere anche nei confronti delle economie emergenti, che la ricerca la finanziano, eccome! Ma la pretesa più ridicola dei fautori dell’uscita dall’euro è l’dea che in questo modo la Banca centrale (in questo caso la Banca d’Italia) torni a essere “prestatore di ultima istanza”: cioè torni a finanziare una spesa pubblica in deficit, invece di farla finanziare da banche nazionali e internazionali, che poi impongono la loro volontà al governo. Dimenticano, costoro, che il primo paese a negare alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza (con il fatidico “divorzio” tra Governo e Banca d’Italia, che ha fornito il modello allo statuto della BCE) è stato proprio il nostro paese. E non per sbaglio, bensì per creare un vincolo insormontabile all’aumento dei salari e della spesa per il welfare. Se ora, tornando alla lira, tocca poi fare anche una battaglia in Italia per annullare quel “divorzio”, tanto vale sferrare la battaglia direttamente in Europa, dove potremo trovare al nostro fianco, se non i governi dei paesi dell’Europa del Sud (Francia compresa), certamente le forze decise a incalzarli su questo terreno. E non solo nel futuro Parlamento europeo, ma, cosa ben più importante, nelle lotte e nelle iniziative sociali e culturali contro l’austerity e le sue conseguenze.

L’Unione europea va dunque ricostruita dalle sue fondamenta (che sono quelle della Carta di Ventotene), come se fosse uscita, o dovesse uscire, da una guerra. Una guerra combattuta questa volta non con gli eserciti, le bombe e i carri armati, ma con le banche, il debito e gli spread. Che cosa significa questa asserzione? Significa che l’Europa che dobbiamo proporre a coloro cui chiediamo di ascoltarci, per definirne i connotati insieme a loro e con loro costruire e assemblare le forze per imporla, è un’Europa democratica (con un Parlamento che ne riformi la costituzione per rendere effettivi i propri poteri e i diritti di tutti); federale (non di un federalismo tra Stati o Regioni, ma tra autonomie locali – Comuni e territori – capaci di imporre le proprie esigenze ai livelli superiori di governo); pacifica (attrattiva per tutte le forze democratiche dei paesi sopraffatti da guerre civili o dittature); fondata sulla partecipazione della cittadinanza attiva (che può esercitarla in forme efficaci soltanto a partire dalle istituzioni di prossimità; cioè, ancora una volta, dai Comuni); orientata alla sostenibilità ambientale (cioè a una radicale riconversione produttiva, che è l’unica strada per garantire occupazione, reddito, salute e istruzione alla stragrande maggioranza della popolazione); inclusiva (che non trascura gli ultimi per privilegiare i penultimi, perché sa che in questo modo non si fa che dividerci e lasciare il campo libero alle forze dell’oppressione e dello sfruttamento); creativa (perché il lavoro libero, e liberamente scelto, è il solo a produrre innovazione, benessere e valorizzazione di quanto di meglio ciascuno può volere per sé e può dare agli altri).

L’EUROPA AL BIVIO

Sul cammino dell’alta finanza

L’Europa è a un bivio. Da una parte c’è una strada già segnata e intensamente frequentata dagli organi centrali dell’Unione europea (Commissione, Consiglio e BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (IMF), dai Governi dei paesi membri, dai partiti che li sostengono e, soprattutto, dall’alta finanza che domina il mondo, che governa un’economia ormai globalizzata, che detta i principi e impone le scelte a cui tutti – comprese le costituzioni democratiche che intralciano le sue attività – devono adeguarsi. Forse non è stata prestata sufficiente attenzione allo slittamento semantico implicito nella graduale sostituzione del termine “mercato” (al singolare), fino a ieri presentato come l’ambiente ideale per risolvere, nel senso di una loro ottimizzare, i problemi di tutti e di ciascuno, con il termine “mercati” (al plurale), che indica invece, in ultima analisi, un numero molto ristretto di attori: i protagonisti dell’alta finanza internazionale, che “votano” al posto nostro, cioè che decidono che cosa debbano fare i governi di ogni paese e come debbano essere riformate leggi e costituzioni. Quello slittamento allude alla transizione da un meccanismo anonimo, perché agito da tutti e da ciascuno, ma in teoria perfettamente trasparente (un meccanismo che in realtà non è mai esistito allo stato “puro”) a un potere opaco – e anonimo solo perché i suoi detentori preferiscono agire nell’ombra – che ha finito per polarizzare in misura crescente la società verso le punte estreme di una ricchezza e un potere immensi, da un lato, e di una povertà e ricattabilità crescenti dall’altro. In questo scivolamento semantico si riflette cioè il passaggio da una versione ottimistica del liberismo, che vede nel trionfo dell’economia di mercato in tutti gli ambiti della vita sociale la strada del progresso e del benessere, a una visione cupa e pessimistica, che presenta “i mercati” come potenze oscure a cui bisogna però sottomettersi per non incorrere nella catastrofe (il default) che esse possono provocare in ogni momento.

La costruzione europea sotto attacco

In ogni caso quella strada, che è l’assetto attuale del capitalismo, oggi si manifesta in Europa nelle politiche di austerity imposte dall’alto, senza nessuna considerazione per i danni che provocano; ma domani potrebbe anche sfociare in orientamenti diversi o più laschi, che sarebbero però sempre imposti sotto il rigido controllo dell’alta finanza e nell’esclusivo interesse dei suoi profitti. Quella strada sta in realtà portando alla dissoluzione quell’edificio europeo alla cui costruzione avevano concorso, con alterno impegno, le politiche adottate dagli Stati membri nella seconda metà del secolo scorso, dopo il disastro provocato da due guerre mondiali e la sconfitta delle dittature che ne incarnavano la logica in tempo di pace. E sta anche portando l’intera popolazione dell’Unione – con l’eccezione del numero sempre più ristretto dei suoi beneficiari – verso un intenso e feroce peggioramento delle sue condizioni di vita, del suo tessuto produttivo, dell’occupazione, dei redditi da lavoro. Un peggioramento che oggi investe i paesi più periferici (i cosiddetti PIIGS) lungo una traiettoria di cui la Grecia rappresenta, agli occhi di tutti, l’esito finale e obbligato; ma che è destinato a coinvolgere progressivamente anche i paesi che oggi sembrano più “forti” e i cui governi, in nome di un successo ottenuto in gran parte a spese dei loro partner europei più deboli, hanno trasformato in religione le ragioni contingenti di quel loro precario successo.

Anche se non tutti i suoi membri hanno adottato la moneta unica, la dissoluzione della zona dell’euro sotto la pressione di spinte centrifughe o del progressivo accentramento del suo governo nelle mani di un numero di paesi sempre più ristretto trascinerebbe con sé l’intero impianto dell’Unione Europea, riportando tutto il continente a una condizione di guerra commerciale di tutti contro tutti, in un mondo globalizzato dove ormai nessuna singola nazione potrà mai più “farcela da sola”. Ma dato il livello di integrazione ormai raggiunto dall’Unione, un esito del genere potrebbe preludere anche a un progressivo sfaldamento dell’unità delle singole nazioni: non in direzione di un decentramento federalista dei poteri, bensì verso una proliferazione di conflitti acuti e forse persino di guerre locali, come è successo a suo tempo ai margini dell’Unione, nella ex-Jugoslavia; o rischia di succedere oggi in Ukraina, e non solo.

Infine, quella è una strada su cui transitano persone e merci sorde di fronte ai rischi a cui stanno portando il riscaldamento del pianeta, i mutamenti climatici che esso comporta, la produzione di armi di distruzione di massa, l’inquinamento dell’aria, dei suoli e dell’acqua, la distruzione della biodiversità, l’imperativo di produrre sempre di più perché, per il pensiero dominante, soltanto con la crescita infinita della manomissione dell’ambiente si possono garantire condizioni di vita decenti a tutti. Quelle condizioni che, viceversa, proprio perseguendo un approccio del genere le oligarchie al potere non sono più in grado di offrire a nessuno che non faccia parte della loro cerchia sempre più ristretta.

 Un cantiere in costruzione

Dal lato opposto del bivio c’è una strada ancora in gran parte da costruire, non solo perché manca per ora di un progetto organico, ma soprattutto perché manca – o non è ancora emerso alla luce del sole – un numero di attori sufficiente a metterne all’ordine del giorno la costruzione, a realizzarla, e a cominciare a frequentarla, “sottraendo traffico” alla strada dominata dall’alta finanza. La direzione di questa strada non è univoca né del tutto chiara, ma non è nemmeno avvolta nelle nebbie: è una direzione in parte già consolidata negli obiettivi, nelle lotte e nelle buone pratiche di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, di disoccupate e disoccupati, di cittadine e cittadini, e in parte ancora inespressa e tuttavia condivisa in forme vaghe e spesso indeterminate, da altri milioni e milioni di cittadine e cittadini europei. E’ la direzione di un’umanità che vuole rappacificarsi con l’ambiente in cui vive senza rinunciare ai benefici che l’evoluzione della scienza e della tecnica consente; che non per questo intende rinunciare al conflitto – che è la molla della civiltà e dell’innovazione – ma vorrebbe riportarlo quanto più possibile in un ambito che escluda sangue e violenza; che cerca in tutti i modi di difendere la propria dignità; che lavora per recuperare una propria autonomia e un benessere personale in contesti di condivisione e di crescita collettiva. Certo, espressi in questi termini, quegli obiettivi non sono ancora esplicitamente perseguiti dalla maggioranza della popolazione (siamo cioè ancora molto lontani da quel fatidico 99 per cento proclamato da Occupy Wall Street). Ma il numero degli attori che stanno lavorando, e da tempo, al cantiere di questa strada è molto maggiore di quanto le cronache, i media e l’indagine sociale ed economica lascino trasparire.

Non che manchino poi proposte, anche rigorosamente documentate e sostenute da un numero crescente di autorevoli studiosi – soprattutto in campo economico e giuridico – su come dovrebbe essere costruita questa nuova strada; o anche, più modestamente, su come tirarsi fuori dalla palude dell’austerity, i cui miasmi stanno soffocando ovunque benessere, convivenza civile e, sempre più, come in Grecia, persino la sopravvivenza.

Tre percorsi paralleli

L’attenzione dei più si concentra sui meccanismi che tengono bloccata la spesa pubblica, vagheggiando il ritorno a un mondo di ieri, in cui il sostegno ai redditi più bassi, il potenziamento degli istituti del welfare, e il supporto di un’industria di stato o di una politica industriale dirigista nei settori portanti dell’economia avevano garantito – in Europa, ma non nel mondo – trent’anni di sviluppo economico quasi ininterrotto. Premessa irrinunciabile di questa prospettiva è la rinegoziazione radicale dei trattati che vincolano le politiche economiche ai diktat della banca centrale: fiscal compact, pareggio di bilancio, two packs, ecc.

Altri fanno notare che limitarsi ad affidare la ripresa dell’occupazione, dei redditi e del benessere alla mera riproposizione di un massiccio sostegno a domanda e offerta di quelle produzioni che hanno sorretto la crescita di molte economie nel corso degli anni – magari supportandole ora anche con massicce iniezioni di ricerca di base e applicata finanziata dallo Stato – non farebbe che accelerare la corsa verso il baratro: verso un disastro planetario per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente; e verso una competizione sempre più serrata di tutti contro tutti, destinata a scaricarsi dalle imprese sui lavoratori perché producano sempre di più guadagnando sempre di meno: che è esattamente ciò che ha portato all’impasse dei giorni nostri.

Serve invece una radicale riconversione verso produzioni nuove che permettano di recuperare un rapporto rispettoso con l’ambiente in cui viviamo e di ricondurre l’attività economica e la gestione del territorio e delle comunità che lo abitano entro i limiti della sostenibilità: in campo energetico e in quelli dell’agricoltura e dell’alimentazione, innanzitutto; e, a seguire, nella manutenzione del territorio, del paesaggio, degli assetti urbani, del patrimonio edilizio e monumentale, nella gestione della mobilità, nel recupero di risorse dagli scarti della produzione e del consumo, oltreché, naturalmente, nei campi dell’istruzione, della ricerca e della promozione culturale. Una transizione che non può essere affidata solo all’innovazione tecnologica e alla sostituzione di prodotti a elevato impatto ambientale con prodotti maggiormente sostenibili, che è l’essenza di ciò che viene presentato come green economy; richiede un cambiamento radicale di paradigma nelle soluzioni organizzative e gestionali. In sintesi, un sovvertimento radicale dell’organizzazione sociale esistente.

Per questo, infine, molti mettono l’accento sulle trasformazioni di ordine politico e istituzionale che entrambi questi approcci richiedono come loro pre-condizione: l’Europa deve trasformare se stessa in una federazione di popoli governati in modo democratico (attualmente non lo sono affatto), decentrato (restituendo potere e risorse alle istituzioni della democrazia di prossimità: Comuni e territori, e non Stati nazionali e Regioni che, in molti casi, non sono che piccoli Stati), partecipato (affiancando una democrazia partecipativa di prossimità a quella rappresentativa), capace di sottoporre a un controllo dal basso gli strumenti centralizzati del governo dell’economia (la moneta, i tassi di interesse, la dimensione e la destinazione della spesa pubblica, la Banca centrale e il sistema bancario, gli investimenti per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione), quelli della politica estera (il ripudio della guerra, la cooperazione internazionale, l’organizzazione della difesa, l’immigrazione) e delle politiche sociali (il reddito di cittadinanza, la previdenza, la sanità, la contrattazione delle condizioni di lavoro, l’orario di lavoro, ecc.).

L’utopia reazionaria del ritorno alle sovranità nazionali

Tutti e tre questi approcci guardano all’Europa come a un terreno irrinunciabile della lotta politica che deve portare, nelle intenzioni di chi li promuove o li sostiene, a una maggiore integrazione sia culturale che delle economie e delle istituzioni sociali dei paesi membri e a una maggiore eguaglianza sia tra paesi diversi che all’interno di ciascuno di essi. Per questo si tratta di approcci radicalmente opposti a quelli che individuano la strada per uscire dalla crisi economica e delle istituzioni europee in un ritorno alle sovranità nazionali in campo monetario (“uscita dall’euro” e svalutazioni competitive), tariffario (protezionismo), fiscale (spesa pubblica finanziata dalla banca centrale nazionale) e produttivo (nazionalizzazioni senza prospettare nuove forme di controllo sull’operato delle imprese). Il paradosso di queste proposte è che, pur presentandosi come alternativa al predominio incontrastato delle dottrine liberiste, rimangono interamente interne alla loro logica: pensare di recuperare competitività e spazio per le esportazioni di ogni singolo paese sui mercati internazionali attraverso la svalutazione della propria valuta, in una gara di competitività al ribasso tra paesi impegnati tutti sulla stessa strada, significa ritenere che ciò che è stato possibile in questi anni alla Germania in Europa o alla Cina nel mondo sia replicabile da tutti; senza tener conto del fatto che ai surplus commerciali dei paesi “vincenti” devono corrispondere necessariamente dei deficit di quelli perdenti. Che è il ruolo, quest’ultimo, che è stato fatto giocare all’Italia e ai PIIGS in questi anni in Europa. E questo, proprio in quel contesto di business as usual (cioè insistendo su produzioni che stanno perdendo mercato) che impone che alla competitività dei paesi membri non vengano imposti limiti e regole: limiti e regole che soltanto la rinegoziazione e la riformulazione generale dei trattati europei potrebbero e dovranno introdurre. Inoltre, un approccio fondato sul recupero di una evanescente sovranità nazionale non tiene conto né dei problemi connessi al sempre più pesante impatto ambientale delle produzioni in essere – e del sistema che le genera – né del fatto che nel corso degli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato, e quello che aveva favorito lo sviluppo economico tra sessanta e trent’anni fa – in particolare la divisione internazionale del lavoro del tempo e la connessa distribuzione settoriale dei “punti di forza” – non funziona più altrettanto bene né adesso né funzionerà più in futuro; proprio perché altre sono le cose da fare e da produrre.

Chi porterà avanti quel progetto?

Il problema sembra quindi quello di “dare gambe” a un progetto che integri tra di loro – nella misura del possibile – i tre approcci europeisti di cui sopra. O, piuttosto, quello di valorizzarne le elaborazioni e riformularne congiuntamente i termini alla luce delle indicazioni che si possono ricavare dalle dinamiche e dalle impasse in cui sono incorsi o stanno incorrendo in tutto il continente europeo i movimenti sociali in atto o in gestazione. Negli ultimi tre anni, a partire dalle primavere arabe, dal movimento 15 maggio in Spagna e dalle mobilitazioni contro le politiche imposte dalla Troika in Grecia, passando per Occupy Wall Sreet e Occupy the World negli Stati Uniti, per approdare, per ora, all’occupazione di Piazza Tashkin in Turchia e alla rivolta contro le spese folli per le Olimpiadi in Brasile – e senza mettere nel conto le decine di migliaia di rivolte in Cina, che hanno costretto il governo di quel paese a invertire rotta, e altro ancora – il mondo ha assistito a una grande mobilitazione contro le diseguaglianze economiche e sociali, contro le politiche dei Governi che le tollerano o le promuovono, contro il predominio dell’alta finanza che le impone ovunque. Quelle mobilitazioni non si sono certo dissolte nel nulla, ma hanno dato vita a organismi e iniziative di base che si sviluppano prevalentemente nei coni d’ombra che i media producono numerosi intorno alle aree messe a fuoco in forme sempre più conformisticamente omogenee. Anche in Italia c’è stato e c’è tutt’ora un grande fermento di iniziative e di lotte che non accenna a ridursi, anche perché le condizioni di vita della maggioranza della popolazione sono in via di netto peggioramento e per molti hanno già raggiunto un punto di non ritorno. Nel nostro paese però è prevalsa una frammentazione delle mobilitazioni che non è riuscita finora a trovare che pochi momenti significativi di confluenza. Ma non va dimenticato che alla mobilitazione mondiale contro la globalizzazione liberista del 15 ottobre 2011 l’Italia aveva dato il contributo di gran lunga maggiore, sia in termini numerici che di varietà delle presenze sociali in piazza; e questo nonostante che la manifestazione di Roma fosse poi finita male per l’iniziativa congiunta delle forze dell’ordine e di una componente gratuitamente violenta dei manifestanti. Ma questa frammentazione è tuttavia accompagnata da una intensità di elaborazioni, di sperimentazioni, di buone pratiche, di vita associativa e di lotte esemplari che ha pochi riscontri in altri paesi europei.

Il problema del nostro rapporto con l’Europa e del modo in cui costruire la strada verso l’Europa che vogliamo, verso un’Europa che raccolga le rivendicazioni e le istanze espresse dalle lotte e dai movimenti sociali di questi anni viene così a coincidere con il problema dell’organizzazione. Qual è il “soggetto” in grado di promuovere questa trasformazione di portata internazionale? E come allargare, interconnettere e omogeneizzare – lasciando perdere il termine “unificare”, che rischia di travalicare gli intenti e le peculiarità irriducibili delle istanze che vorrebbe sostenere – quegli spezzoni di resistenza e di opposizione al dominio della attuale governance europea? Quelle manifestazione della ricerca di un’alternativa che potrebbero costituire la linfa e il motore di questa transizione?

Si tratta innanzitutto di creare un “ponte”, anzi, molti “ponti” (Alex Langer, che era un vero europeista, amava molto questa metafora, che d’altronde ben si combina con quella della strada da costruire utilizzata in questa sede) tra realtà differenti per dimensioni, per rilevanza, per composizione sociale, per cultura, per tradizione, per radicamento territoriale, per il diverso grado di intensità con cui ciascuna di esse vive la crisi. Oltreché, ovviamente, per nazionalità e per lingua madre: un fattore, questo, che non solo rende complicata la comunicazione tra i popoli dell’Europa, ma avviluppa e rinserra spesso ciascuno di noi in problematiche particolari che coloro che appartengono a un diverso universo linguistico hanno difficoltà a comprendere e far proprie. In tutti i casi è comunque essenziale rispettare le diverse specificità, cercando di ricavarne un arricchimento per tutti.

Il sociale e il politico

Tutto qui? potrebbe chiedere un sostenitore della “forma partito” o, più in generale, di una soggettività politica sostanzialista. Il tema rimanda in realtà a qualcosa di più generale: al superamento o alla dissoluzione della distinzione tra il sociale e il politico, tra i movimenti e la loro direzione, tra i cittadini e la loro rappresentanza, nelle istituzioni e non. Il Novecento aveva “risolto” quella distinzione in termini di dialettica tra avanguardia e masse, o tra azione sindacale – in senso lato – e partito; o partiti. Ma il Novecento, nel corso della sua evoluzione, ha anche finito per assorbire nei meccanismi della gestione statuale del potere tutte le istituzioni storiche che i movimenti sociali si erano dati nel corso delle lotte e dei conflitti che hanno concorso a instaurare le moderne forme di democrazia a suffragio universale e di Stato sociale nelle nazioni dell’Occidente. E ora, ma è da tempo che ciò succede, i movimenti si riaffacciano sulla scena del conflitto in forme in cui le distinzioni tra iniziativa dal basso e rappresentanza e tra sociale e politico sono sostanzialmente azzerate. Ciò affonda definitivamente anche il tentativo di sostituire al modello in via di tramonto della forma partito, o del “soggetto politico”, una concezione “pesante” e sostanzialista della rappresentanza: cioè una concezione che non si limiti a designare con questo termine una pattuglia piccola o grande di parlamentari o di consiglieri nelle istituzioni della democrazia rappresentativa, ma la ponga al centro del processo organizzativo della transizione verso una società diversa, cercando così di sottrarsi all’ambivalenza intrinseca del “soggetto”.

Certamente, data la varietà e la frammentazione delle modalità in cui i movimenti si manifestano, ci sono e ci saranno sempre, da un lato, organismi che privilegiano la dimensione politica generale del loro agire e che si assumono per questo, accettati e condivisi o no che siano, ruoli che hanno a che fare con una regìa dei movimenti in campo (Alba è uno di questi); e dall’altro, organismi gelosi invece della loro connotazione sociale e restii a espandere in termini politici la loro iniziativa; ma nonostante ciò, o forse proprio perché non accettano di essere “rappresentati” da altri, pienamente se non compiutamente “politici” anch’essi.

Ci troviamo in realtà di fronte a un passaggio che mette in discussione non solo la storia recente e meno recente delle sinistre nate dall’evoluzione del movimento operaio, ma persino un tratto costitutivo della modernità: la distinzione tra la sfera del politico, della rappresentanza, degli istituti che si presentano come il prodotto del contratto sociale diverso e separato dai “soggetti” che lo hanno realizzato – e l’ambito degli interessi fondamentali che quella sfera dovrebbe rappresentare, e che in qualche modo rappresenta. Ma solo finché la cittadinanza si presenta di fronte ad essa nella forma di individui atomizzati e isolati. Quella forma in cui si radica l’idea che non si possano esprimere legittimamente i propri interessi se non attraverso la mediazione delle istituzioni: cosa palesemente falsa, soprattutto al giorno d’oggi. Perché quegli interessi hanno cessato da tempo di sentirsi “rappresentati” – e l’estraneità e il rigetto della politica in Europa e in tutto il mondo occidentale ne è una conseguenza non congiunturale, ma strutturale – soprattutto quando quella cittadinanza si ricompone in forme condivise, come movimento di lotta, o come sperimentazione di nuove pratiche di lavoro e di vita.

Oggi infatti la condivisione e i legami sociali costruiti dentro un agire collettivo sono l’ambito privilegiato, se non esclusivo, della maturazione e dello sviluppo dell’autonomia personale del singolo; mentre l’individuo isolato, l’homo oeconomicus (se mai esistesse), il Robinson Crosué anonimamente immerso nella società di massa vivono in balia di tutti i condizionamenti che pubblicità, media, “mercati” e sfera separata della politica esercitano su di loro. L’individuo che dovrebbe essere il soggetto e l’attore del patto sociale che legittima le istituzioni è stato completamente assorbito da queste ultime, e ora deve affidare la salvaguardia della propria persona e della propria individualità alla rivolta, alla ribellione, alla lotta, alla decisione di imboccare un cammino diverso da quello che gli è stato prospettato; cioè alla ridefinizione della sua identità in un processo collettivo.

Soggetto e rappresentanza

Così, grazie o a causa di quella ambivalenza, sia il “soggetto politico” che la sua “rappresentanza” vivono come poli di una continua oscillazione che finisce, da un lato, per ricondurre tutte le istituzioni all’iniziativa creatrice e costituente del soggetto (Il “comune” di Negri e Hardt non è che l’ultimo approdo di una concezione bulimica, ipertrofica e totalizzante della soggettività – vecchia di cinquant’anni – secondo cui le istituzioni del capitale non sono che il prodotto dell’iniziativa, ieri della classe operaia, oggi della “moltitudine”); dall’altro, a ridurre l’iniziativa politica e sociale alla sua rappresentanza, o alla sua capacità di “autorappresentarsi. Ma in entrambi i casi si finisce così per azzerare il rapporto dialettico, conflittuale, ma anche “contrattuale”, tra movimento e istituzioni. Contrattuale nel senso della continua rinegoziazione dei termini di un rapporto tra due contraenti che rimangono distinti e per lo più contrapposti; ma entrambi al tempo stesso sociali (in quanto espressione di interessi consolidati di parte) e politici (in quanto mettono in discussione la gestione del potere).

Per questo occorre accettare il dato, sostanzialmente estraneo alla cultura della sinistra legata alla storia del movimento operaio, che la costruzione di un’organizzazione non sia un processo unico, ma possa avvenire solo per strati sovrapposti o per comparti contigui relativamente indipendenti tra loro e non sempre interconnessi o facilmente collegabili. Per esempio, un’eventuale rappresentanza parlamentare – che non deve per forza configurarsi come “partito”, pur potendo costituire un punto di riferimento importante per la maturazione di uno o molti movimenti – dovrà sì connettersi il più possibile con le forme organizzate del suo elettorato, ma non potrà mai dipenderne. Oppure, le buone pratiche tese a sperimentare forme di vita, di lavoro e di consumo alternative hanno un lungo percorso da compiere per potersi innestare, e portare un contributo sostanziale, a un movimento di disoccupati o di lavoratori precari o a dei lavoratori in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro (e viceversa); o a comunità che si battono contro la devastazione dell’ambiente in cui vivono. E ancora, studenti e operai, scuola e lavoro possono trovare momenti di unità in mobilitazioni comuni, ma poi la strada di un collegamento più stretto e più produttivo – portare la scuola in fabbrica e in azienda e i problemi del lavoro nelle scuole e all’università, non solo in termini di reciproca comprensione, ma anche in quelli di una comune elaborazione di progetti di riconversione produttiva – è un’altra cosa; eppure è una prospettiva irrinunciabile. Già oggi le pratiche di un diverso approccio al consumo che si sono andate affermando con i Gruppi di acquisto solidale hanno reso disponibili anche un modo diverso di intendere l’alimentazione e offerto uno sbocco commerciale ad alcune enclave di agricoltura sostenibile; ma coinvolgere in un processo del genere un’intera cittadinanza e i governi locali del territorio è un processo organizzativo di tutt’altra dimensione. Lo stesso vale per il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, per l’efficienza energetica degli edifici e delle imprese, per la mobilità sostenibile, per la gestione dei rifiuti, ecc.

Decostruzioni

Infine, oltre a porsi in una prospettiva costituente con queste pratiche, occorre anche adottare un approccio “decostruttivo”, un impegno alla dissoluzione progressiva dei legami e dei vincoli su cui è costruita l’attuale organizzazione sociale, a partire dalle strutture dell’impresa, della pubblica amministrazione e delle forze armate così come sono organizzate oggi. Solo ostacolandone il funzionamento ordinario (che ordinario non è mai, perché frode e processi “estrattivi” si annidano sempre in ogni angolo di istituzioni sottratte all’imperativo della trasparenza e del controllo pubblico) possono nascere embrioni di una gestione alternativa delle attività produttive, del governo locale, della gestione dell’”ordine”. Quest’ultimo tema – la gestione dell’ordine – è tanto più importante se non si vuole eludere un problema che il discorso politico sull’organizzazione tende da tempo a trattare sempre meno, o con una visione sempre più corta: che è il tema della forza e del crescente potere, non solo militare, ma anche politico ed economico, che le forze armate tendono ad avere in tutte le società di un mondo ormai globalizzato (e che proprio per questo non dovrebbe più conoscere guerre), fino a diventare spesso gli arbitri delle sorti di un intero paese. Se sono caduti da tempo i miti della presa del Palazzo d’Inverno, o l’attesa di una liberazione delle città ad opera di una guerriglia che parta dalle campagne del mondo, il bagno di sangue in cui sono precipitati alcuni dei paesi – come Libia e Siria, ma anche Yemen e Barhein – che avrebbero forse voluto e potuto unirsi al movimento delle primavere arabe e contribuire alla sua generalizzazione, rendono evidente un dato di fondo, che d’altronde ci viene confermato dall’esito, per ora, della vicenda egiziana. Il monopolio statale della forza, oggi visivamente incarnato in Italia dalle “forze dell’ordine” (Polizia e Carabinieri, con un back-office in larga parte della magistratura), ma sempre più compenetrato – in Campania come in Valle di Susa e in molti altri posti ancora – da una presenza invasiva delle Forze armate, non può essere messo in forse che a partire dal loro interno: attraverso l’allentamento dei vincoli che legano l’esecuzione degli ordini a una gestione antidemocratica e antipopolare dei diversi corpi. L’obbedienza, diceva già Don Milani, non è una virtù…Il modello su cui occorre lavorare è verosimilmente quello, pacifico, della rivoluzione dei garofani in Portogallo, che l’isolamento internazionale, l’insufficiente consolidamento delle organizzazioni delle forze rivoluzionarie e la mancanza di un’ipotesi praticabile e di lungo periodo di gestione del potere non erano stati in grado, allora, di tenere in vita a lungo.

Su tutti questi temi l’organizzazione si forma sia attraverso campagne di opinione e battaglie culturali per affermare un punto di vista concreto, praticabile, diverso e opposto a quello del pensiero unico dominante – per esempio, su temi come la pace, il reddito di base incondizionato, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la democrazia nei posti di lavoro, il valore della cultura indipendentemente dalla sua redditività, la difesa a oltranza del diritto alla dignità, all’esercizio della cittadinanza, alla pensione, alla protezione sanitaria, all’istruzione, ecc. – sia attraverso le lotte per la difesa del posto di lavoro, per condizioni di lavoro sicure a dignitose, per la difesa del potere di acquisto di stipendi e salari o contro il precariato; sia, ancora, attraverso la mobilitazione sociale di una comunità contro lo scempio e la manomissione del suo territorio, o per fare spazio e dare forza a un diverso modo di vivere e di lavorare; quella lotta di cui la Valle di Susa rappresenta l’esempio più chiaro e luminoso.

La conversione ecologica

Ma qual è la leva che può portare all’integrazione tra questi differenti livelli? E promuovere una loro progressiva interconnessione a livello europeo? A mio avviso il tema è quello della conversione ecologica di produzioni e consumi; tema che ingloba anche quello della giustizia sociale e ambientale. La conversione ecologica è anche e soprattutto il passaggio graduale – ovunque le condizioni tecniche e la disponibilità di risorse lo rendano possibile – dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal gerarchico al partecipato, in un generale orientamento alla riterritorializzazione dei processi economici. Per esempio, in campo energetico, dai grandi impianti di estrazione, trasporto, combustione, raffinazione dei combustibili fossili, e di vettoriamento dell’energia elettrica o dal carburante che se ne ricava, allo sfruttamento delle fonti rinnovabile in modalità diffuse, distribuite su tutto il territorio, con impianti piccoli e diversificati per fonti e per carichi, collocati e dimensionati attraverso un coinvolgimento e una partecipazione diretta degli utenti. In agricoltura è il passaggio dalle coltivazioni intensive che consumano dieci volte più calorie di origine fossile di quante ne producano in termini biologici, a una agricoltura di prossimità, ecologica e multifunzionale. O, ancora, il passaggio da una mobilità incentrata sull’auto privata, che è una modalità di trasporto infestante che produce congestione, e che proprio per questo è diventato di fatto un sistema unico estremamente rigido, a una mobilità flessibile, fondata sulla condivisione dei veicoli; ecc. Sono tutte operazioni a elevata intensità di lavoro che creano molta nuova occupazione sia altamente qualificata che non. Inoltre tendono a, o rendono comunque conveniente, una forte rilocalizzazione di molti processi produttivi, anche a causa della crescita irreversibile dei costi complessivi dei trasporti. Le rilocalizzazioni sono peraltro fenomeni già in parte in corso, invertendo i processi con cui le delocalizzazioni degli ultimi decenni hanno finito per “desertificare” molte delle zone industrialmente più evolute del mondo. Certo non tutto può essere riterritorializzato: innanzitutto un processo del genere può riguardare solo la produzione di beni e servizi alla persona, e non quella di saperi, creazioni artistiche e informazioni, che devono rimanere beni comuni che circolano, a disposizione di tutta l’umanità. E, comunque, il commercio internazionale, e con esso la capacità di esportare, rimangono condizioni ineludibili per mantenere in vita un sistema produttivo evoluto come quello su cui dovrà contare lo stesso processo di riconversione.

Ma la conversione ecologica deve comunque riuscire a ridimensionare quella competizione globale sempre più serrata, dove per vincere la concorrenza si spingono verso il basso salari, condizioni di lavoro, tutele dell’ambiente e della salute, condizioni di vita, sostegno ai più deboli, trasformando tutti e ciascuno in soldati di un esercito al comando dei rispettivi capitani d’industria o dei gestori della finanza pubblica del proprio paese. E a quella competizione selvaggia deve saper opporre una politica di accordi, il più possibile diretti e non intermediati, tra produttori e utilizzatori o consumatori finali, capace di garantire l’efficienza dei processi produttivi non attraverso una concorrenza selvaggia, ma attraverso procedure di benchmaking (cioè di confronto con le performances tecniche più evolute), senza mai rinunciare alla salvaguardia dei diritti inalienabili dei lavoratori, della popolazione e dei territori investiti da questi processi. Questa non è l’abolizione del mercato, perché lo scambio tra produzione e consumo avverrà sempre per il tramite di un prezzo e di un passaggio di denaro; ma è un contenimento drastico dei vincoli imposti dalla concorrenza in ambiti dove accettarli significa produrre deserti occupazionali, distruzione di intere comunità, desertificazione del territorio. E’ ovvio che, in un contesto del genere, i rapporti di prossimità (km0) tra produzione e consumo presentino un netto vantaggio sulle “catene lunghe” di un mercato globalizzato, regolato solo dalla competizione sui costi.

Il ruolo dei governi locali

Ma decisivo nel promuovere questo processo – che ovviamente sarà sempre un work in progress, continuamente rimesso in discussione da innovazioni tecniche, cambiamenti del contesto locale e internazionale, comparsa di nuovi attori e nuovi protagonisti – sarà il ruolo delle amministrazioni locali: municipalità, Comuni e associazioni di piccoli Comuni, governi del “territorio”. La riterritorializzazione dei processi può infatti essere promossa solo restituendo ai governi locali i poteri necessari a portare avanti la realizzazione di questo obiettivo. D’altra parte una restituzione del genere può avvenire soltanto nell’ambito di una democrazia partecipata, di prossimità, che vada ad affiancarsi a quella rappresentativa, adeguatamente rivitalizzata dall’apertura ai processi partecipativi. Una delle condizioni essenziali della riconversione è proprio l’impegno di una cittadinanza attiva – che ovviamente non coinvolge in misura uguale tutti, né tutti sugli stessi temi – capace di mettere a disposizione del processo i propri saperi, sia tecnici e professionali che sociali (cioè quelli che si possono acquisire soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi tra coloro che vivono e lavorano in uno stesso territorio). In un contesto del genere un ruolo centrale spetterà alla rinascita del mutualismo, che oggi, in molte situazioni riprende e rinnova moduli organizzativi che hanno accompagnato la nascita del movimento operaio a partire da un secolo e mezzo fa.

Rinegoziazione dei vincoli finanziari, conversione ecologica, riterritorializzazione delle produzioni e federalismo municipale si possono dunque saldare in un processo comune che ha il suo perno nella trasformazioni delle produzioni e dei servizi essenziali in “beni comuni”. Che sono tali – cioè comuni – se e solo quando la loro produzione è sottoposta a una gestione democratica e partecipata; o, per lo meno, è oggetto di una rivendicazione condivisa in tal senso. Ma questo è un processo generale che, per procedere lungo quella strada che è ancora in gran parte da costruire, ha bisogno del concorso e del contributo specifico di ogni singolo territorio, delle comunità che lo abitano, dei saperi locali e generali della popolazione, e di un impegno personale di tutta la cittadinanza attiva. Il bisogno di organizzazione, in un contesto “liquido” come quello determinato dall’evoluzione sociale ed economica prodotta dalla globalizzazione, si traduce allora in una pluralità di iniziative e di organismi in grado di farsi promotori e registi di questi processi, in un rapporto di interconnesione reciproca sempre più stretto.

E’ possibile ridimensionare il potere dell’alta finanza?

Naturalmente tutti questi processi potranno svilupparsi solo in un quadro che veda drasticamente ridimensionato il potere che la finanza esercita sulle vite di tutta la popolazione mondiale attraverso l’economia del debito (debito delle famiglie, delle imprese, dei lavoratori autonomi, delle banche, degli Stati) e un sistema che allo sfruttamento del lavoro affianca ormai da tempo, e con sempre maggiore intensità, meccanismi di tipo estrattivo: quelli che si attuano attraverso la riproduzione all’infinito del debito – e la crescita infinita degli interessi da pagare – e la dilatazione senza fine della massa monetaria che circola e avvolge nella sua rete l’intero pianeta.

Il ridimensionamento di quel potere difficilmente sarà realizzabile in modo graduale e consensuale; è assai più probabile che si materializzi attraverso una serie traumatica di shock. Sia che a provocarli siano nuovi e ripetuti fallimenti delle istituzioni finanziarie che continuano a operare lungo la strada che ha portato alla crisi del 2008 tuttora in corso; sia che facciano seguito a dichiarazioni generalizzate di insolvenza – default – da parte dei governi più indebitati (un problema che accomuna i paesi dell’Europa del sud ai paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo; e ne vedremo presto le conseguenze). Anche se queste insolvenze venissero realizzate in forma graduale e selettiva (ristrutturazione del debito, moratoria, giubileo) per ridurne l’impatto sulla popolazione, si tratta comunque di misure che sicuramente le istituzioni finanziarie globali non sarebbero disposte a subire senza mettere in atto tutto il potere di ricatto e di ritorsione a loro disposizione. Per questo anticipare quanto più possibile i processi di riterritorializzazione e promuovere sistemi monetari locali indipendenti e paralleli alla circolazione della moneta europea è anche un modo per difendersi e prevenire gli effetti più devastanti di quelle ritorsioni.

Aziende in crisi

Pmi-sul-lastrico-sblocco-dei-pagamenti-Pa-unica-via-d-uscita_h_partbChe fare quando il padrone di un’azienda decide di chiuderla, o di trasferirla all’estero per pagare meno tasse, o per pagare meno gli operai, o per poter inquinare l’ambiente senza tante storie? A lume di naso, la prima cosa da fare è requisire l’azienda (i sindaci hanno il potere di farlo, se non altro per motivi di ordine pubblico) e impedirgli di portar via i macchinari. Poi bisognerebbe bloccargli i conti e farsi restituire i fondi che, 90 probabilità su 100, ha già ricevuto dallo Stato sotto forma di contributi a fondo perduto, credito agevolato, sconti fiscali e contributivi (ma qui dovrebbero intervenire anche altre istituzioni: Governo e magistratura). A maggior ragione questo vale se l’imprenditore in questione pone delle condizioni inaccettabili per “restare”: per esempio dimezzare i salari, come all’Electrolux.
Ma quello che non bisognerebbe assolutamente fare è cercare un nuovo padrone, che è invece il modo in cui il Governo italiano finge di affrontare le situazioni di crisi (sul tema sono aperti al Ministero dello Sviluppo economico più di 160 “tavoli”). Se ci fosse un “imprenditore” o un gruppo disposto a rilevare l’impresa alle condizioni esistenti si sarebbe già fatto avanti per conto suo. E infatti, le poche aziende italiane che vanno ancora bene, soprattutto sui mercati esteri, trovano facilmente dei compratori: sono state svendute quasi tutte. Ma quelle che non reggono più hanno bisogno di un’altra cura: devono riconvertire la produzione e cercare nuovi sbocchi, possibilmente nei campi che hanno un futuro, perché sono quelli nei quali la crisi ambientale renderà presto inderogabile investire. Naturalmente una riconversione del genere non può gravare solo sulle spalle delle maestranze abbandonate. Devono farsene carico, accanto a loro, Sindaci e amministratori locali, sindacati, Università e centri di ricerca, associazioni civiche e ambientali del territorio, comitati di lotta e di sostegno. Perché è proprio nel territorio, o nei territori che sono teatro di vicende analoghe, che si devono andare a cercare gli sbocchi per i nuovi assetti produttivi. A condizione, ovviamente, di trovare le risorse finanziarie per farlo. Ma cercarle è più facile quando si ha tra le mani un progetto credibile. D’altronde, è questa la ragione di fondo per battersi contro il patto di stabilità che si scarica sulla finanza locale, inibendo al governo dei territori qualsiasi iniziativa autonoma in campo economico e sociale.
Viceversa, se un nuovo padrone – o imprenditore – si fa avanti solo ora, è perché si aspetta dallo Stato condizioni di favore – cioè un sacco di soldi – e possiamo essere sicuri che lo fa per intascarseli, e non per mandare avanti l’azienda. Un esempio illuminante: i due bancarottieri che si erano fatti avanti per rilevare l’impianto Fiat di Termini Imerese. I risultati si vedono: l’impianto è ancora a lì, vuoto, a quattro anni da quando si sa per certo che sarebbe stato dismesso; e quegli aspiranti imprenditori si sono dissolti nel nulla; o sono in galera. Un’azienda che “se ne vuole andare” non ha alcun interesse a lasciare a un potenziale concorrente marchio, brevetti, mercati, o anche solo una manodopera ben addestrata; e quindi farà di tutto per rendere oneroso e non redditizio il subentro. La Jabil di Cassina de’ Pecchi fa scuola; li c’era tutto per andare avanti: manodopera competente, impianti e prodotti di avanguardia, clienti interessati; ma la proprietà non intende favorire un potenziale concorrente e preferisce mandare tutto in malora. Per questo, se arrivano delle multinazionali che comprano un’azienda dal precedente proprietario che si “sfila”, lo fanno solo per portarsi via marchio e know-how, e chiudere dopo qualche anno, dopo essere stati ben rifocillati dallo Stato. È questo il caso di tante esperienza che abbiamo sotto gli occhi: Alcoa, Alcatel, Jabil, Nokia, Lucent, Lucchini, Maflow, Micron Technology, e chi più ne ha più ne metta. Quando il Governo dice che bisogna attrarre investitori esteri, non è certo a impianti come questi che pensa. Pensa solo a “fare cassa” vendendo quello che funziona ancora o che comunque rende: autostrade, ferrovie, poste, ENI, Enel, Terna, ecc.
Insomma, le minacce di “andarsene” o la decisione di chiudere o vendere sono altrettante mosse di una corsa al ribasso per spremere sempre di più i lavoratori, mettendo quelli di un paese contro quelli di un altro, o quelli di uno stabilimento contro quelli di un altro: la vicenda Electrolux insegna. Se si accettano le regole della globalizzazione liberista, che affida alla concorrenza al ribasso l’organizzazione e la distribuzione territoriale e settoriale della produzione, a questa logica non c’è scampo. Ma, obiettano i cultori dell’ortodossia economica (che in questo ambito accomuna liberisti e keynesiani), per non sottostare a questa logica una strada c’è: passare a produzioni a più alto valore aggiunto e maggiori margini: invece di produrre utilitarie, produrre Maserati e Jeep, invece di lavatrici e frigo, impianti industriali di refrigerazione, ecc. Più in generale, passare a produzioni a maggior contenuto di tecnologie e di ricerca. Come se fosse semplice! Intanto per i prodotti ad alto valore aggiunto bisogna trovare un mercato, per lo più già occupato da qualcun altro. Per esempio, la Fiat (ora FCA) ha ben poche carte in mano per sottrarre quote del mercato europeo di fascia alta a Mercedes, BMW o Audi. Per questo la produzione automobilistica di FCA Italia, e con essa i suoi stabilimenti, sono in gran parte condannati a morte. Per additare una via di uscita all’impasse in cui si sta avvitando l’economia italiana (ma non solo quella italiana) i teorici dell’ortodossia ricorrono a una vecchia teoria dello sviluppo degli anni ’60 di Albert Hirschman, detta delle “anitre volanti”: le economie sono come uno stormo di anatre che volano una dietro l’altra. Mano a mano che quelle di testa passano a livelli tecnologici e più avanzati, quelle che seguono vanno a occupare le posizioni abbandonate dalle prime; e così, tutte insieme, promuovono lo sviluppo globale. Ma quella teoria rispecchiava l’andamento delle cose cinquant’anni fa (Stati Uniti in testa e, a seguire, Europa, Giappone, Corea, ecc.). Ma oggi non funziona più per il semplice motivo che molti dei paesi a più bassi livelli salariali e di protezione dell’ambiente, che proprio per questo sono diventate le manifatture del mondo (prima tra essi, la Cina), oggi sono anche molto più avanti di noi – e non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa – nella ricerca scientifica e tecnologica: è devastante competere con loro sui livelli salariali, anche se molte imprese non vedono altra strada per cercare di sopravvivere; ma in molti casi è anche impossibile competere sui livelli tecnologici; soprattutto in Italia dove istruzione e ricerca sono ambiti disprezzati e negletti. Che fare, allora?
C’è un ambito in cui l’Italia e l’Europa mantengono ancora qualche vantaggio “competitivo” (ma meglio sarebbe dire, in questo caso, cooperativo), anche se è anch’esso in via di smantellamento per via delle teorie liberiste che riducono tutto al dollar-value, al denaro. Quest’ambito è la complessità sociale, l’abitudine alla vita associata, una dimensione fondamentale della socialità, il radicamento in una tradizione di cui il patrimonio culturale rappresenta la stratificazione incompresa (e per questo trascurata). È un fattore che non può essere costruito, ricostruito, o recuperato in pochi anni e di cui lo sviluppo tumultuoso delle economie emergenti ha privato gran parte delle rispettive comunità proprio nei loro punti di maggior forza; senza l’accortezza di conservarlo o di sostituirlo con qualcosa di equivalente.
È questo il presupposto di una ricostruzione su basi federaliste di un’economia europea autosufficiente (ma non autarchica), non competitiva (nel senso di non più impegnata in quella corsa al ribasso che è sotto gli occhi di tutti), che sappia utilizzare le tecnologie disponibili e i saperi diffusi, sia tecnici che “esperienziali”, per riagganciare la produzione ai bisogni condivisi della popolazione attraverso il potenziamento di una nuova “generazione” di servizi pubblici locali in forme partecipate, sotto il controllo dei governi dei territori: in campo energetico (impianti diffusi, differenziati e interconnessi di utilizzo delle fonti rinnovabili ed efficientamento dei carichi energetici) e in quello agroalimentare (agricoltura di qualità ed industria alimentare a km0); nel campo di una mobilità flessibile, integrando trasporto di massa e trasporto personalizzato, sia di merci che di passeggeri, attraverso la condivisione dei veicoli; nel campo del recupero e della valorizzazione delle risorse (quello che noi oggi chiamiamo gestione dei rifiuti), nella salvaguardia e nella valorizzazione del territorio (assetti idrogeologici, urbanistici, paesaggistici, monumentali, industria turistica, ecc.) e, soprattutto, nei campi della cultura, della ricerca, dell’istruzione, della difesa della salute fisica e mentale di tutti.
Ecco, allora, per concludere, profilarsi un destino diverso per le aziende abbandonate e senza più sbocchi; ecco un ruolo strategico per le amministrazioni locali che intendono farsi carico delle condizioni di vita, ma anche del patrimonio di esperienza, di conoscenza, di saperi tecnici, di abitudine alla cooperazione delle maestranze messe alla porta dai loro datori di lavoro; ed ecco, infine, il presupposto irrinunciabile per promuovere un’alternativa di governo, a partire dall’iniziativa locale, per far fronte al caos a cui ci sta condannando l’attuale governance europea. Detta così sembra un’utopia: ma andiamo incontro a tempi in cui prospettare soluzioni estreme e finora “impensabili” diventerà necessario.

Una lista di cittadinanza alle elezioni europee – [ inviato a Huffingtonpost il 4.1.2014]

Se ne parla ormai da tempo. Sono intervenuti tra gli altri Barbara Spinelli, Paolo Flores, Roberto Musacchio e Alfonso Gianni. Riprovare a proporre per le elezioni europee una lista che “di cittadinanza” cerchi di riunire in un fronte comune, e su un programma condiviso, i mille organismi base che operano nel paese e un numero crescente di personalità – giornalisti, scrittori docenti, artisti e uomini di spettacolo – impegnati a contrastare senza se e senza ma la politica delle larghe intese e di una governance europea completamente asservite alle esigenze della grande finanza? A molti di noi il solo pensiero di ripetere un’esperienza fallimentare come “cambiare si può”, per vedersi poi scippare il progetto dall’Ingroia di turno – magari affiancato dagli altri revenant della cosiddetta “sinistra radicale”, accomunati nella imposizione di un altro aborto politico, morale ed elettorale come fu Rivoluzione civile – fa accapponare la pelle.
Ma è altrettanto deprimente consentire che siano le ambizioni – vere o supposte, ribadite o negate – di quei “signori della politica” a bloccare a tempo indeterminato qualsiasi tentativo di restituire una sponda istituzionale a un popolo disperso, disilluso e sbandato, e tuttavia impegnato in mille iniziative di base e in lotte sempre più dure la cui posta in gioco è ormai spesso la sopravvivenza stessa dei suoi protagonisti.
Non c’è bisogno di essere dei patiti della rappresentanza parlamentare per capire quale effetto rivitalizzante potrebbe avere oggi, per un movimento e per una cittadinanza attiva che in anni di lotte non hanno ancora ottenuto l’ombra di un riconoscimento, una campagna unitaria contro l’austerity e a sostegno di un’altra Europa: un’Europa fondata non sulla finanza e sui diktat della BCE, ma sulla conversione ecologica di produzioni e consumi, sul reddito minimo garantito per tutti, su uno stretto controllo delle attività finanziarie, sulla restituzione delle loro prerogative, e delle relative risorse, a municipi e governi locali e, attraverso di essi, alla democrazia partecipata, alla rinascita e alla salvaguardia dei territori, alla gestione condivisa dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Sono questioni che in parte stanno al centro anche dell’appello a Napolitano, Barroso e Draghi – sottoscritto da Etienne Balibar e altri intellettuali italiani e pubblicato dal manifesto – per una svolta radicale dell’Unione Europea che la sottragga al giogo della finanza e del neoliberismo, senza peraltro che venga indicata la strada per imporre, o anche solo mettere all’ordine del giorno, un cambio di rotta del genere.
Per di più nell’anno che viene questa battaglia potrebbe non essere condotta in solitudine e potrebbe invece iscriversi in una mobilitazione comune di liste e di movimenti politici che in Grecia come in Portogallo e in Spagna, ma anche in Francia e in Germania, e in molti altri paesi, può trovare un’intesa sugli obiettivi dei movimenti che hanno riempito le piazze e animato un dibattito politico completamente nuovo in Europa e nel mondo nel corso degli ultimi anni. Obiettivi che nelle prossime elezioni europee possono trovare punti fondamentali di coagulo nel proposito di rinegoziare i trattati europei e nella candidatura alla presidenza della Commissione europea di Alexis Tsipras, segretario di Syriza, che della lotta contro i memorandum e le loro conseguenze catastrofiche per la società greca – ma anche contro le reviviscenze naziste indotte dalle politiche di austerity – sono insieme simboli e protagonisti.
Non siamo ancora pronti, ribattono in molti, anche tra coloro che non sono pregiudizialmente contrari a una partecipazione autonoma alle competizioni elettorali – soprattutto a livello locale – ma che sono usciti scottati, o sono stati scettici fin dall’inizio, nei confronti di “cambiare si può”. La strada da percorrere – dicono – è ancora lunga e non si può accorciare. Certo che non siamo ancora pronti! Da un punto di vista organizzativo, ma anche in termini politici, non siamo mai – o quasi mai – stati così divisi; così “a pezzi”. E’ il frutto delle sconfitte subite; o, meglio, delle vittorie che si sono tradotte in un nulla di fatto: si è vinto il referendum sull’acqua e sui servizi pubblici locali, e Governi, Parlamento e Presidente della Repubblica ne hanno completamente ignorato gli esiti, procedendo come bulldozer sulla strada delle privatizzazioni. Si sono vinte – con candidati che sono stati sostenuti da una straordinaria quanto inedita mobilitazione di base – le elezioni amministrative in diverse grandi città e loro si sono messi a fare l’Expò, l’american cup, a privatizzare acqua e trasporti, a trattare sprezzantemente qualsiasi mobilitazione di base. Si sono occupate decine di edifici, di fabbriche, di teatri per farne delle sedi dove progettare e mettere in pratiche nuove forme di cultura, di convivenza, di lavoro comune, di ricomposizione sociale e queste sperimentazioni sono state trattate come problemi di ordine pubblico. Poi hanno continuato a bastonare in tutti i modi (con il manganello e con la toga, ma anche con il gas CS e con cronache false e altrettanto asfissianti) i NoTav della Val di Susa e nessuno ha preso la parola contro la criminalizzazione di un movimento che è – anche – un baluardo contro le combine dilagante tra politica e mafia. E così all’Ilva, all’Alcoa, alla Jabil, negli ospedali, nelle scuole, all’Università, tra i disoccupati, i pensionati, gli esodati e le mille altre categorie senza lavoro, senza reddito, senza pensione, ecc.
Ma se ragioniamo in questo modo, senza apprezzare anche la forza e la chiarezza di tutto il fermento sociale che si è andato sviluppando nel corso degli ultimi anni, pronti a un passo successivo non lo saremo mai. Mentre i tempi incalzano. Il movimento del “9dicembre” – detto, soprattutto dalla stampa di regime, dei “forconi” – dovrebbe farci capire che oggi prepararsi e agire sono la stessa cosa; che è urgente mettere a disposizione un punto di riferimento chiaro e dalle radici solide alle molte realtà sociali in cui si riflette la scomparsa di criteri e strumenti per orientarsi nel caos sociale che investe tutti. E che è inderogabile prospettare la costruzione di una sponda istituzionale – ma anche e innanzitutto culturale e sociale: cioè aperta, flessibile e non dogmatica – ai fermenti che agitano una società stremata da sei anni di austerity, da venti di malapolitica e da altri decenni ancora di malgoverno.
Non a qualsiasi costo. Come molti di noi – ma purtroppo non tutti – si sono ritirati per tempo dallo stravolgimento di “cambiare si può” in “Rivoluzione civile”, così è bene mettere in chiaro che imboccare di nuovo, nelle mutate condizioni dell’oggi, e con alle spalle l’esperienza grottesca della lista Ingroia, la strada di una proposta nuova per un’altra Europa vuol dire chiudere le porte a qualsiasi tentativo di stravolgerla in senso partitico: sia per quanto riguarda simboli e definizione dei suoi connotati che per l’elaborazione del programma, per la scelta delle candidature (nessuna riproposizione di già eletti o di funzionari di partito), per la destinazione di eventuali finanziamenti pubblici (non dovranno mai più tenere in piedi partiti inconsistenti e relative burocrazie), così come per l’interlocuzione con il corpo elettorale prima e dopo l’eventuale elezione dei nuovi parlamentari.
Quello che si propone è portare nel Parlamento europeo dei rappresentanti che rispondano alle ragioni di chi li ha votati. Certo, la democrazia rappresentativa esclude giustamente mandati imperativi per gli eletti; per l’esercizio dei quali vanno promosse e affiancate altre forme di democrazia, in particolare quella partecipativa che impegna direttamente la cittadinanza attiva, soprattutto a livello locale. Ma la rappresentanza parlamentare non preclude comunque un rapporto serrato tra rappresentanti ed elettori: sia nella conduzione della campagna elettorale che, soprattutto, nella definizione delle scelte che si effettuano in Parlamento e nei rapporti con le altre forze politiche. E’ su questo, soprattutto, che ci si dovrebbe impegnare con i movimenti e con le organizzazioni disposte a essere partecipi di questo progetto.
Dire che le condizioni per un’iniziativa del genere ci sono già sarebbe illusorio. Ma si può lavorare d’impegno per farle emergere. Un’altra occasione del genere non si presenterà molto presto. E a quel punto potrebbe davvero essere troppo tardi.