SOMOZA CONTRO IL MOSTRO

Ragionando, come sempre – Pubblicato: 10 giugno 2014

Al microfono aperto di Radio Popolare di lunedì 9 giugno non ha partecipato il Dr. Viale, ma Mr Hyde. Non poteva essere Guido Viale, Garante della Lista Tsipras, che per giustificare la scelta da lui rivendicata, e cioè di avere consigliato a Barbara Spinelli di rifugiarsi a Parigi e decidere senza confrontarsi con i Comitati (della lista Tsipras), di rimangiarsi la parola data in campagna elettorale, buttava fango su due candidati. La parola spesa da Barbara Spinelli insieme ad altri, come Moni Ovadia, era sulle loro “candidature di bandiera”e Moni Ovadia, anche lui capolista e anche lui eletto, si è coerentemente dimesso.

Mr Hyde, non sicuramente il Dr. Viale, dichiarava ai microfoni di Radio Popolare che Marco Furfaro, candidato che avrebbe dovuto subentrare a Barbara Spinelli in Centro Italia, è “così giovane e già assettato di poltrone”. E che il sottoscritto, “a tutti i dibattiti ai quali abbiamo partecipato insieme, ha sempre detto che non avrebbe mai aderito al GUE, ma al PSE”. Perché queste palesi quanto inutili e menzogne? Chiedo al Dr. Viale di smentire MrHyde per quanto riguarda le mie modeste opinioni. Lungo 135 incontri con gli elettori, 7 partecipazioni a programmi radiofonici e 6 tribune elettorali televisive, non ho mai detto una cosa simile. Chiamo in causa come testimone proprio il Dr. Viale, con il quale ho condiviso almeno una decina di eventi pubblici e insieme al quale abbiamo sempre risposto alla domanda sulla collocazione europea in perfetta sintonia, e cioè: ”Tsipras non ha posto un vincolo specifico alla Lista Italiana se non quello di seguirlo nelle sue scelte”. Io aggiungevo sempre a questa affermazione “credo impossibile per me aderire al PSE in un quadro di larghe intese e penso che la cosa più logica sia sommare le nostre forze a quelle dei partiti che eleggeranno rappresentanti nella GUE”. Oltre al Dr. Viale, qualche migliaia di cittadini che ho incontrato sono sicuro abbiano capito e condiviso la mia posizione, molto diversa da quanto affermato ieri sera da Mr Hyde a Radio Popolare.

Ma almeno qualcosa mi è chiaro ora: questa leggenda metropolitana della mia collocazione in Europa in caso di elezione ha accompagnato la campagna, finalmente ho capito chi fosse stato a metterla in giro: ovviamente Mr Hyde!.

Rimane il fatto che andrebbe fatto qualcosa per smentire il Mostro. Non è possibile che lo stesso Dr. Viale che qualche ora prima mandava una mail a tutti i candidati all’insegna del vogliamoci bene e andiamo avanti insieme, venga smentito dai microfoni di Radio Popolare da Mr. Hyde qualche ora dopo. Noto che il Mostro è selettivo nel colpire le sue vittime, mai una parola contro i Garanti: quel Camilleri che vota una regola e due minuti dopo chiede una deroga, quel Flores d’Arcais che, colto da furore inquisitorio, toglie il disturbo da solo, nulla contro Barbara Spinelli, che con il suo balletto sul seggio ha creato una frattura forse insanabile, però tre giorni prima delle elezioni attacca Giuliano Pisapia. Poi, mentre tutti stiamo tentando di spegnere l’incendio, va in Radio a gettare benzina. Un modus operandi noto alla sinistra, che con diverse modalità ma la stessa sostanza ha solo provocato sconfitte rovinose.

Su una cosa infine MrHyde ha ragione: la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo sono tutte dei partitini, che speriamo presto non raccolgano più le firme per presentare le liste, non organizzino più migliaia di incontri pubblici, non paghino più volantini e manifesti, non distribuiscano più lettere,né portino più i loro banchetti nei mercati. Basta uno speciale di Micromega per mettere in piede un progetto politico, no?

Alfredo Somoza

——–

Caro Alfredo, hai fatto male a non partecipare al confronto con me al telefono aperto di Radio Popolare a cui eri stato invitato, come hanno fatto male a non parteciparvi i tre o quattro esponenti di SEL che sono stati invitati dopo di te, alcuni dei quali avevano acconsentito, per poi ritirarsi subito dopo (a proposito del cambiare idea…). Verosimilmente un ordine del partito che non vuole confronti.

Ma i confronti servono: se tu o qualcun altro di SEL ci fosse stato avrebbe potuto contraddirmi in diretta e io avrei riconosciuto i miei errori (se mi avessero mostrato che avevo detto qualcosa di sbagliato), oppure avrei motivato meglio le mie affermazioni, se ne fossi restato convinto nonostante le critiche.
Invece ho parlato solo io, rispondendo a tante domande degli ascoltatori che avrebbero potuto interessare anche voi, e alle quali avreste potuto dare risposte differenti dalle mie.
Non ho la registrazione di quello che ho detto e può darsi che al microfono abbia pronunciato qualche parole che con una riflessione più meditata non avrei usato. Ma nelle contestazioni che mi fai non mi riconosco.
Avrei detto che Furfaro “così giovane è già così assetato di poltrone”. Non credo di aver usato queste parole, ma il problema è questo: o Furfaro ritiene di essere il candidato di SEL eletto fortunosamente nelle liste di Tsipras, e allora fa bene a difendere il suo diritto a quel seggio, che non è suo ma del suo partito; oppure Furfaro agisce nel suo proprio interesse. Ma Furfaro non è il candidato di SEL nelle liste di Tsipras, ma un candidato della lista Tsipras che aderisce a SEL. Allora dovrebbe semplicemente decidere se per il successo e il buon proseguimento del progetto che ha messo capo alla lista Tsipras ritiene meglio che in Parlamento ci vada lui o Barbara Spinelli. Tutte le motivazioni sono legittime: ma o Furfaro ritiene di poter rappresentare il progetto nel parlamento europeo meglio di Barbara Spinelli, oppure sta difendendo soltanto una sua più che legittima aspirazione (forse ho detto attaccamento alla poltrona: è una brutta espressione, ma è la sostanza della cosa). Se invece pensa di poter rappresentare il progetto meglio di Barbara Spinelli, o lo pensa perché la ritiene indegna dato che è venuta meno alla parola data (e io ritengo questa argomentazione pretestuosa e ho spiegato già molte volte perché: cambiare idea si può. L’abbiamo fatto tutti molte volte senza vergognarci se avevamo validi motivi per farlo). Oppure pensa che possa rappresentare la lista e il progetto meglio di Barbara Spinelli perché giovane (ma ha 34 anni! Tu ti consideravi giovane a quell’età? A maggior ragione mi lascia basito che venga considerata giovane Eleonora Forenza, che di anni ne ha 38, soprattutto quando qualcuno riferisce a loro il voto de 18-24enni, che hanno votato Tsipras in percentuali molto alte: tra loro c’è quasi una generazione!) o perché precario, mentre Barbara Spinelli non è né l’uno né l’altro. Io dissento drasticamente da questa argomentazione, avanzata non da te, ma sostenuta spesso in altre sedi. La contrapposizione tra giovani è anziani è un’arma dell’establishment (una volta si diceva del padrone). Basta pensare a quanti posti di lavoro ha levato ai giovani il dilazionamento forzato del pensionamento degli anziani. Come pure la contrapposizione tra “precari” (ma c’è ne sono ormai, di precari a oltranza, decine di migliaia di 40 e 50 anni: tutti “giovani”?) e “garantiti” (una condizione che ormai dipende molto più dalle condizioni familiari – un tempo si diceva dalla classe di appartenenza – che dai rapporti di lavoro: il mondo è pieno anche di “precari”, cioè di persone senza un posto fisso, che se la passano benissimo, perché sono garantiti da ben altro). Insomma il fatto che Furfaro sia giovane e precario non lo autorizza secondo me a sostenere che è in grado di rappresentare le lista Tsipras meglio di Barbara Spinelli.
Aggiungo, anche se non fa parte delle idee che esprimi, che far decidere a un’assemblea se Barbara Spinelli debba optare per il collegio centro o per quello sud, dopo che anche Fratoianni e Ferrero avevano concordato che dovesse comunque andare lei in Parlamento, equivale a trasformare le assemblee in uno stadio: cosa che abbiamo visto tante volte ma ci siamo sempre rifiutati di fare,
Quanto alla seconda rimostranza, se ho detto che hai dichiarato più volte che saresti confluito nel gruppo del PSE ho sbagliato e ne faccio ammenda. Se qualcuno me lo avesse fatto notare sul momento, mi sarei corretto immediatamente. Quello che volevo dire e forse ho detto, è che in diversi incontri elettorali che ho fatto con te, più volte ti è stato chiesto in quale gruppo saresti confluito se fossi stato eletto e hai sempre risposto che tu ti eri solo impegnato “a stare con Tsipras”, ma che questo non significava entrare nel GUE, perché la scelta del gruppo era stata lasciata “libera” e si poteva fare la politica di Tsipras anche fuori dal GUE. Ma in quale gruppo parlamentare saresti mai andato, e molti come te, se foste stati eletti? Non è che la scelta sia molto ampia. Forse non saresti andato in nessun gruppo, riducendo in entrambi i casi la forza del GUE, la cui compattezza è però condizione indispensabile per poter scompaginare i disegni delle larghe intese europee. Questa tua posizione, come quella d Ottavia Brugger – un’altra candidata che fa capo a SEL, che ha sottoscritto l’impegno di “stare con Tsipras”, ma poi ha sempre dichiarato che sarebbe andata con i verdi – è un po’ usare la lista Tsipras come un taxi per andare in Parlamento; ed è completamente differente dall’auspicare invece quella riconfigurazione dei gruppi parlamentari che anch’io ho sempre auspicato e che in parte si sta già realizzando (dal GUE sono già uscite alcune formazioni legate a un approccio rigido e molto conservatore alla peggiore tradizione comunista).
Quanto a me, ho attaccato Pisapia perché lo ritengo corresponsabile dell’Expo, dell’idea di farlo in quel modo e di tutto quello che ne è venuto dietro; che non è molto differente da tutto quello che vien dietro al Tav Torino-Lione (ma anche al sottopasso di Firenze) o al Mose e ad altri scempi analoghi. Embè? Dovremmo sostenere l’Expo per non far dispetti a Pisapia?
Comunque tutto ciò potrebbe essere oggetto di una discussione politica e portare a un esito positivo per tutti, se questo tuo testo non fosse attraversato da un tono sarcastico, livido e denigratorio che non si addice a un confronto tra compagni che si considerano parte di uno stesso progetto; e soprattutto se non fosse infiocchettato di insulti non dissimili da quelli da cui viene ricoperta da alcune settimane Barbara Spinelli. Mi paragoni a mr Hayde (contrapponendomi alla mia identità diurna di dr Viale), il che già non è simpatico, solo per poi chiamarmi ripetutamente il Mostro. Non è che ci sia rimasto gran che male; ma mi chiedo, e vi chiedo: è questo il modo di discutere?

Guido Viale

Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)

Buon giorno. Benvenuti

Questo è un incontro di ascolto, come quello dei candidati della scorsa settimana e si inserisce in un percorso generale che dobbiamo definire oggi.  Vogliamo consolidare il nostro risicato ma importante successo elettorale con un impegno a continuare insieme a impegnarsi e a lottare per gli obiettivi e le ragioni contenute nei dieci punti della nostra lista.

La nostra non era e non è una lista di scopo destinata a sciogliersi dopo le elezioni, nessuno di noi lo ha mai pensato.

Abbiamo degli obblighi verso i nostri elettori, che si aspettano molto, forse persino troppo da noi; verso i nostri parlamentari a cui dobbiamo offrire nei territori un ancoraggio sicuro alle battaglie che condurranno con il GUE, insieme ai parlamentari di tanti altri paesi europei. Abbiamo degli obblighi verso tutti noi, cioè verso tutti coloro che si  sono impegnati, a volte fino allo stremo, in questa campagna, a partire dalla raccolta delle firme.

Siamo stati bravi e dobbiamo esserne fieri.

Oggi prenderanno la parola soprattutto i comitati, come la scorsa settimana lo hanno fatto i candidati. Vogliamo sapere (in interventi di 5minuti ciascuno) come hanno lavorato e che problemi hanno incontrato. Ma soprattutto che cosa si aspettano da tutti noi e quali impegni hanno già preso o intendono prendere per il futuro.

Innanzitutto sul piano politico: cioè quali battaglie e quali iniziative considerano prioritarie. Poi sul piano organizzativo: cioè come pensano di tenere  insieme la nostra comunità e quali strutture pensano più adatte a rispondere ai loro bisogni, sia a livello locale che a quello nazionale, con le quali sostituire il gruppo dei garanti e il comitato operativo che ormai hanno esaurito il loro mandato e devono essere sostituiti con qualche cosa d’altro.

Non dobbiamo avere fretta e stringere troppo tempi e vincoli, ma nemmeno permettere che si disperda quello che con tanta fatica abbiamo messo insieme fino ad ora. Per questo garanti e comitato operativo si sono trovati d’accordo nel proporre una assemblea generale a metà luglio (il 19) che va preparata con cura nei territori. Se siete d’accordo da essa dovrà nascere l’organismo del nostro coordinamento futuro, ma anche del collegamento con il nostro gruppo parlamentare. Con tutto il GUE: da oggi facciamo parte di una importante famiglia europea e le nostre iniziative dovranno sempre più avere questo orizzonte.

Abbiamo davanti a noi tre ordini di problemi che circoscrivono e definiscono i nostri impegni futuri: lavoro, democrazia e ambiente.

L’obiettivo primario dell’austerità è la distruzione di tutto quello che di positivo il movimento operaio ha saputo creare nel secolo scorso. Attraverso delocalizzazione, disoccupazione, precariato e azzeramento del diritto del lavoro (che  é il succo del decreto Poletti e del job act, ma prima di esso dei decreti Harz tedeschi, che fanno della Germania il loro modello) vogliono imporci di sostituire alla solidarietà la concorrenza tra i lavoratori. Dobbiamo capire e imparare a rispondere a questo attacco, che è globale, in modo altrettanto generale, con grandi parole d’ordine come reddito di cittadinanza o di base, lotta alle delocalizzazione, requisizione e riconversione della aziende che chiudono, piano generale del lavoro (per questo, tra l’altro, abbiamo aderito al progetto new deal4europe); ma dobbiamo imparare a rispondere anche in modo specifico, impresa per impresa, categoria per categoria, territorio per territorio.

Anche la democrazia è sotto attacco: in Italia con il ddl elettorale e è le riforme costituzionali; ma anche con il patto di stabilità che priva i comuni della loro autonomia per costringerli a cedere le loro funzioni ai privati. In europa con l’abbandono progressivo del progetto federalista, democratico e pacifico su cui era nato il disegno dell’unione europea, consegnando tutto il potere a organi non elettivi, espressione diretta dell’alta finanza. Leggi tutto “Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)”

Lettera di Guido Viale ai candidati e ai comitati della lista L’altra Europa per Tsipras

Milano, 9.06.2014
Carco di riportare sul piano dell’argomentazione un tema affrontato troppo male. Che la decisione di Barbara Spinelli di accettare un seggio nel Parlamento europeo – dopo aver dichiarato all’inizio e nel corso della campagna elettorale che non lo avrebbe fatto – possa suscitare critiche non solo legittime, ma anche comprensibili, è ovvio. Ma dovrebbero rimanere nell’ambito della buona educazione e del rispetto reciproco (“prima le persone”, proclama il nostro slogan: lo siamo tutte e tutti), soprattutto quando provengono dalle nostre file.
La critica più fondata, e la più condivisa, mi sembra essere che Barbara non ha mantenuto fede alla parola data. Non è una critica politica, ma ha un’indubbia rilevanza politica. Barbara dice di aver cambiato idea di fronte a un cambiamento sia del contesto che della sua posizione. Ricorda che cambiare idea si può; e che l’impegno che aveva preso era quello di annunciare in anticipo la sua intenzione di non impegnarsi nel nuovo Parlamento, esattamente come avevano fatto Moni Ovadia e Adriano Prosperi, mettendo a disposizione della lista nel modo più diretto i loro nomi, le loro facce, le loro storie. Non si trattava certo, come ha fatto rilevare, di stringere un “patto” con gli elettori mancando, del patto, la controparte. Anche di fronte a chi allora criticava quella scelta Barbara rispondeva che quelle dichiarazioni, sue e degli altri due candidati nella sua stessa situazione, riguardavano le condizioni del loro impegno nella campagna elettorale, e non avrebbero pregiudicato né il risultato elettorale della lista né il funzionamento della eventuale rappresentanza parlamentare conquistata. Niente di male se qualcuno non condivide queste argomentazioni.
Ma c’è un effluvio di indignazione – e di insulti nei confronti di una persona che ha contribuito più di ogni altra al successo della nostra lista; con tutto il rispetto per l’impegno e il contributo che ciascuno di noi ha dato in base alle proprie forze – o, nella migliore delle ipotesi, di sarcasmi che non invitano certo alla replica e all’argomentazione, che è violenza distruttiva nei riguardi della nostra impresa e che sembra non fermarsi di fronte a niente. Tanto che è difficile distinguere i commenti malevoli dei giornali e su internet, che ci hanno sempre osteggiato con il loro silenzio assoluto, per occuparsi di noi solo nei momenti di un contrasto (è il nostro mestiere! dicono, dimenticando che c’è una deontologia dell’informazione) dai peggiori interventi e dalle peggiori insinuazioni di chi ancora si considera parte della nostra comunità.
Se la decisione di Barbara Spinelli crea dei problemi – e indubbiamente li crea – bisognerebbe affrontarli tenendo la barra diritta (la “cura del processo”, come la chiama Corrado Oddi); non adoperandosi per fare affondare la barca. In questo clima, che in parte si intuisce navigando in internet, ma che sulle mail di Barbara Spinelli si sta rovesciando dieci volte più potente –accanto alle moltissime lettere argomentate di coloro che la sostengono nella sua scelta – è difficile pensare che una persona schiva come lei, non avvezza agli agoni oratori (non è un difetto), ritenga impossibile presentarsi in un’assemblea senza una adeguata protezione da parte dei garanti; che non c’è stata. Soprattutto perché la “torre d’avorio” in cui si sarebbe rinchiusa le è stata costruita intorno proprio da noi garanti, imponendole il silenzio fino a che non si fosse concluso in qualche modo il tentativo di arrivare a una soluzione condivisa tra tutte le parti in causa.
Quel tentativo aveva, sì, portato a un risultato importante: sia Fratoianni che Ferrero avevano concordato che Barbara Spinelli doveva comunque andare in Parlamento, perché questo era indispensabile per il bene della lista; ovvero perché era insostenibile il fatto che, lei disponibile, ne venisse esclusa. Ma in quel tentativo non si era poi provveduto, né da una parte né dall’altra, a coinvolgere Eleonora Forenza e Marco Furfaro. Se sono stati trattati come “carne da macello”, come dice quest’ultimo – ma mi pare un’espressione un po’ forte, perché in tal caso lo sarebbero stati anche tutti coloro che si sono adoperati in ogni modo a portare voti alla lista senza averne una ricompensa in termini di seggi – la responsabilità va ripartita in modo uguale tra entrambe le parti in causa. Purtroppo però quella “trattativa” prometteva chiaramente di prolungarsi alla calende greche e di mantenere sulle braci tutti, perché nessuno dei due interlocutori era disposto a rinunciare al “suo” parlamentare. Con le motivazioni più diverse: tutte legittime o per lo meno sensate, ma che non facevano che esaltare e mettere in evidenza che di spartizione effettivamente si trattava: tutti d’accordo a riconoscere prioritaria la presenza di Barbara Spinelli in parlamento; ma nessuno disposto a una rinuncia. Meglio rompere gli indugi piuttosto che arrivare e affidarsi alla roulette russa del sorteggio finale. Così anche ai garanti è stato imposto un aut aut: o rinunciare alla presenza di Barbara in Parlamento (e tutti l’hanno considerata una perdita insostenibile) o permetterle di assumersi la responsabilità di sciogliere il nodo in assoluta autonomia. E i garanti l’hanno assecondata. Barbara lo ha fatto nel modo più ovvio: scegliendo il collegio dove è residente, dove era capolista, dove ha avuto il numero maggiore di voti.
L’esito non sarebbe stato così traumatico se il caso non avesse voluto che i tre candidati si distribuissero – secondo quanto detto e ripetuto da innumerevoli protagonisti e commentatori – in base a un equilibrio da manuale Cencelli: un terzo a Sel, un terzo a Rifondazione e un terzo alla “società civile. Non mi stancherò mai di ripetere che la società civile non esiste (è un’antica idea di Hegel che ormai usa solo Paolo Flores); e meno che mai esiste “il partito della società civile”, portato in vita solo per inventarsi equilibri inesistenti. La società civile si affianca, e ormai soccombe, alla società incivile, decisamente preponderante; ed entrambe si spartiscono sia gli iscritti ai partiti che quelli che non lo sono (che però non amano vedersi affastellati in un unico raggruppamento parapartitico).
Ecco dunque le ragioni politiche – e dietro di loro quelle morali – per il cosiddetto “voltafaccia” di Barbara Spinelli, ovvero la decisione di rivedere le sue dichiarazioni iniziali. Barbara era la garante principale di un progetto unitario apartitico e inclusivo. Ma se il progetto si fosse trasformato, come in larga misura ha rischiato di fare già durante la campagna elettorale, e come oggi rischiava di fare in una spartizione di spoglie (un terzo, un terzo, un terzo) il suo ruolo le imponeva di interrompere questa deriva. E lo ha fatto, coinvolgendo i garanti, prima che la nostra delegazione nel Parlamento europeo si presentasse sotto forma di una riedizione di una “lista Ingroia con il quorum”. Non poteva finire così: ora siamo entrati in un gruppo parlamentare di dimensioni europee; abbiamo sfondato in Italia con le firme e con i voti, nonostante un silenzio stampa assoluto e una campagna calunniosa nei nostri confronti. Abbiamo davanti prospettive più serie e importanti.
Quello che il suo ruolo di garante le imponeva, Barbara lo poteva fare solo riportando l’attenzione su di sé come depositaria di un sapere e di un giudizio solido sui temi dell’Europa, che nessuno saprebbe trattare meglio di lei da parlamentare; ma soprattutto additando nel suo nome, nel suo lavoro e nella sua presenza in Parlamento, il carattere indiscutibilmente unitario della lista. Ora il risultato immediato sembra contraddire una scelta che è stata una vera assunzione di responsabilità verso gli elettori, verso la lista, verso i suoi attivisti, verso i garanti; ed è finita per passare – grazie soprattutto all’atteggiamento di chi non si è mai posto il problema: ma perché mai l’avrà fatto? – come un comportamento altezzoso di una signora rinchiusa (dai garanti) nel proprio castello. Quell’assunzione di responsabilità merita invece un riconoscimento, e un grazie, a Barbara Spinelli. Glielo dobbiamo tutti.

Barbara Spinelli e il gruppo parlamentare della lista Tsipras

Abbiamo promosso e sostenuto la lista L’altra Europa con Tsipras con due obiettivi di fondo: 1. restituire una rappresentanza parlamentare a un popolo che non lo aveva più da anni; che non è solo quello che resta della sinistra tradizionale, ma, potenzialmente, quello di milioni di cittadine e cittadini che non votano più, o votano per disperazione partiti e liste di cui non condividono quasi niente. E restituirgliela cominciando dal teatro principale del confronto politico odierno, cioè il Parlamento europeo e le politiche dell’Unione europea. 2. Raccogliere intorno a questo progetto unitario, apartitico e inclusivo – nelle sue dichiarazioni di intenti – lungo tutte le fasi della sua realizzazione (sottoscrizione dell’appello, presentazione e selezione delle candidature, raccolta delle firme, campagna elettorale vera e propria e follow-up) quante più forze possibili si dichiarassero e dimostrassero disponibili a unirsi e lavorare insieme per ricostruire una prospettiva fondata sui valori della democrazia, del federalismo, dell’inclusione, della giustizia sociale e ambientale.
Il primo di questi obiettivi è stato raggiunto (“per un pelo”). Ma chi ha condiviso questi nostri sforzi non può non cogliere la differenza che c’è tra l’avere nella nostra rappresentanza solo tre parlamentari, per quanto qualificati, e avere tra loro Barbara Spinelli, che per il nome che porta è un simbolo vivente dell’”altra Europa” che vogliamo; ma che è anche e soprattutto la portatrice di competenze fondamentali e di una straordinaria capacità di giudizio sulle vicende europee, come dimostra la serie ininterrotta di articoli sull’argomento che è andata pubblicando nel corso del tempo. All’estero, dove sono meno attenti agli “equilibri” interni del nostro pollaio (che è una riedizione in sedicesimo del grande pollaio della politica italiana) non hanno dubbi: Barbara Spinelli è un valore aggiunto enorme e si moltiplicano gli appelli da parte degli altri membri della Sinistra Europea e del Gue, compreso Tsipras – ma non solo; anche da parte di membri di altri raggruppamenti; il che fa ben sperare nella possibilità di ridisegnare il perimetro del nostro gruppo parlamentare mantenendo fermo l’impegno a “stare con Tsipras” – a che Barbara sciolga le sue riserve e accetti la nomina.

Aggiungo che il ripensamento di Barbara è un altro risultato positivo del processo che stiamo attraversando. Barbara non voleva candidarsi ed ha a suo tempo accettato di farlo, dopo molte nostre insistenze, a condizione di poter dichiarare che non avrebbe fatto la parlamentare. Ovviamente abbiamo accettato di malavoglia, perché avere Barbara come capolista – e mi pare che l’abbiamo usata parecchio – è stato sicuramente un fattore determinante del risultato che abbiamo raggiunto. Adesso Barbara ha maturato una nuova decisione non per un suo personale ghiribizzo, ma sotto gli effetti di una vera e propria grandine di inviti, che provengono da ogni parte del nostro elettorato e dei partiti con cui ci siamo associati in questa campagna, che vedono in lei un elemento decisivo per moltiplicare gli effetti del risultato raggiunto. Ma questa sua decisione è il frutto di altre pressioni che abbiamo esercitato su di lei ininterrottamente, durante tutto il corso della campagna elettorale, perché non abbiamo mai rinunciato all’ipotesi di un suo ripensamento. Se, come spero, questa decisione resterà confermata, è da parte sua un’assunzione di responsabilità di fronte a una pressione che proviene dal nostro mondo, e che fa passare in assoluto second’ordine le modalità con cui aveva a suo tempo presentato la sua candidatura. E va anche aggiunto che sia lei che Monia avrebbero preso sicuramente molti ma molti più voti se non si fossero candidati a quelle condizioni. Ma i voti che hanno preso nonostante tutto sono un segnale inequivocabile.
Chi antepone gli equilibri tra le “componenti” della nostra lista – che componenti NON sono, perché la nostra non è una lista di Sel + PRC + altri, ma è una lista unitaria, inclusiva e apartitica – è secondo me totalmente al di fuori della logica del nostro progetto, come l’hanno vissuto e sostenuto decine e decine di migliaia di compagni, di partito e non, che hanno preso parte con grande entusiasmo e grande senso di responsabilità agli sforzi comuni per portarlo a buon fine.
In particolare, per venire al secondo obiettivo, io credo che tutti coloro che hanno partecipato come candidati a questo progetto lo abbiano fatto con spirito di servizio, per far ottenere buoni risultati alla lista e non per conquistare un seggio nel Parlamento europeo. Questo è stato per lo meno l’atteggiamento della maggior parte dei candidati, che sapevano in partenza di non avere alcuna possibilità di spuntarla, ma che lo hanno fatto per portare il loro personale contributo a un’impresa collettiva, che non sarebbe certo finita con le elezioni, ma che avrebbe avuto la sua continuazione anche, se non soprattutto, grazie alla nostra presenza nel Parlamento europeo.
Con uguale spirito di servizio mi aspetterei che entrambi coloro che sono giunti secondi in questa competizione – e che solo dalla rinuncia di Barbara sarebbero promossi al seggio – considerino il vantaggio politico di avere Barbara come rappresentante della LORO lista e del LORO progetto nel Parlamento europeo e le mettano a disposizione la loro rinuncia a sostituirla.
Lo stesso mi aspetterei dai responsabili delle organizzazioni politiche a cui fanno riferimento i due candidati che dovrebbero sostituire Barbara, organizzazioni che invece, come già è successo troppo spesso durante la campagna elettorale, si sono mobilitate solo per i “loro” candidati, e che oggi festeggiano pubblicamente – forse troppo presto – l’elezione del LORO candidato. Non è un candidato loro. E’, in entrambi i casi, e come tutti gli altri, un candidato della lista L’Altra Europa con Tsipras, al cui successo, ma soprattutto al cui ruolo nel Parlamento europeo, anche quelle organizzazioni dovrebbero essere molto interessate.

Sappiamo che non è così: c’è stato chi ha proclamato con insolita tempestività la fine della “lista Tsipras”, o la sua inconsistenza, proprio nello stesso giorno in cui più di cinquanta candidati NON ELETTI prendevano l’impegno non solo a far continuare il progetto di cui sono stati protagonisti indiscussi – cosa inaudita in qualsiasi altro partito politico, dove i candidati non eletti scompaiono dopo le elezioni – ma persino quello di farsene l’asse portante. Allora penso che su questa questione ciascuno si debba schierare. Se per i candidati l’elezione non era e non è stata la condizione del loro impegno, è bene secondo me che non lo sia anche per chi vedesse eventualmente sfumare un suo successo per raggiungere un risultato molto più importante – e che contribuirà sicuramente a far crescere moltissimo tutto il nostro “processo” – come lo è la presenza di Barbara Spinelli come rappresentante unitaria di tutta la lista nel Parlamento europeo.

O ci siamo sbagliati?

L’alternativa è Tsipras

La riduzione della competizione per le elezioni europee a un match frontale, tutto italiano, tra due icone vuote di contenuti quanto piene di invadente presenzialismo ha premiato Renzi e punito Grillo. Ma a perdere sono stati gli italiani o, meglio, ha perso la democrazia. Perché la riforma elettorale, quella del Senato o l’abolizione delle Province volute da Renzi non fanno che ridurne progressivamente il campo di applicazione.

Ha perso il pluralismo: ora c’è un uomo solo al comando di un partito al potere, al comando del governo e arbitro, anche, dei destini dello Stato; e gli altri partiti, satelliti o comprimari, sono in via di sparizione, né hanno molte ragioni per continuare a esistere. E ha perso, rendendo sempre meno sindacabili le scelte del “premier”, la prospettiva di un vero cambiamento: il quadro europeo in cui il PD si inserisce e di cui sarà un garante non consente cambi di rotta.

E insieme a tutte queste cose hanno perso i lavoratori, i disoccupati, i giovani condannati a una condizione di crescente precarietà e impoverimento; e i pensionati condannati a in larga misura alla miseria; anche, e forse soprattutto, quelli che lo hanno votato.

Ma non si è trattato, come sostengono molti commentatori, di una vittoria sul populismo. Renzi non è meno populista di Grillo se per populismo si intende un richiamo identitario: le “riforme”‘, presentate come intervento salvifico, senza specificarne contenuto e conseguenze, e la “rottamazione” del “vecchio”, presentata come programma senza saper specificare in che cosa consista il “nuovo”. Il programma di Grillo, se si eccettua la sua ambivalenza di fondo sull’euro, che è ambivalenza sul ruolo che può e deve avere l’Europa nel determinare un cambio di rotta per tutti, era addirittura più concreto di quello con cui Renzi ha affrontato questa scadenza elettorale. Entrambi comunque avevano gli occhi puntati sugli equilibri interni al pollaio italiano; la resa dei conti con le politiche europee l’avrebbero rimandata a un indeterminato domani: eurobond o uscita dall’euro per uno; ridiscussione dei margini del deficit per l’altro; nessuno dei due sembra rendersi conto che la crisi europea impone una revisione radicale del quadro istituzionale e delle strategie politiche, prima ancora di quelle economiche. Che comunque avrebbero bisogno di un po’ di coerenza; che manca.

Non è stata nemmeno, quindi, una vittoria contro l’antieuropeismo: se per Grillo il problema è inesistente – la sua “indipendenza” da tutto e da tutti gli impedisce di avere alleati e prospettive che vadano al di là delle Alpi e dei mari di casa, per Renzi è l’assoluta subalternità al patto tra Schulz e Merkel, ormai ratificato dall’esito elettorale anche in Europa, che gli impedisce di avere, se non a parole – ma di parole la sua politica non manca mai – una visione delle misure, delle strategie e delle conseguenze di una vera rimessa in discussione dell’austerità. Quell’austerità che l’Europa la sta disintegrando non meno dei risorgenti nazionalismi (e i primi a pagarne le conseguenze saremo noi).

Meno che mai quella di Renzi è stata una vittoria della speranza contro il rancore. Se nell’ultimo anno il movimento cinque stelle ha dato prova della sua sostanziale inconcludenza, dovuta al controllo ferreo che i suoi due leader pretendono di esercitare su quadri e parlamentari che forse un ruolo più propositivo potrebbero e vorrebbero averlo, la motivazione di fondo del voto a Renzi è stata un clima da “ultima spiaggia”. Paradigma di questo atteggiamento sono gli editoriali su Repubblica di Eugenio Scalfari, che non approva praticamente alcuna delle misure varate da Renzi e meno che mai i suoi progetti, ma che invitava a votarlo lo stesso perché “non c’è alternativa”.

Così, se con queste elezioni la parabola del movimento cinque stelle ha imboccato irrevocabilmente una curva discendente, mentre Renzi sembra invece sulla cresta dell’onda – forse raggiunta troppo in fretta per poter consolidare una posizione del genere – è il vuoto di prospettive e la mancanza di una proposta di respiro strategico per riformare l’Europa a condannarlo a sgonfiarsi altrettanto rapidamente. Il che succederà inevitabilmente – pensate alla parabola di uno come Monti! – non appena Renzi dovrà fare i conti con quella governance europea che forse immagina di riuscire a conquistare con la stessa facilità, superficialità e disinvoltura con cui si è impadronito, gli uni dopo le altre, di primarie, partito, governo ed elettorato. Ma là, invece, c’è la “scorza dura” dell’alta finanza, che Renzi non si è mai nemmeno sognato di voler intaccare, ma che non è certo disposta a concedergli qualcosa che vada al di là di un sostegno formale e simbolico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’).

Ma come Grillo sta lasciando dietro di sé, in modo forse irreversibile, perché non facile da prosciugare, un mare di macerie (la politica trasformata in pernacchia, come Berlusconi l’aveva, prima di lui, e aprendogli la strada, trasformata in barzelletta e licenza), così anche Renzi lascerà dietro la sua prossima quanto inevitabile parabola, altri danni irreversibili: danni alla democrazia e alla costituzione; danni al diritto del lavoro e alle condizioni dei lavoratori, precari e non (se ancora, di questi ultimi, ce ne sono); danni alla scuola, alla sanità, al welfare, alle autonomie locali (che da sindaco non ha mai difeso dal patto di stabilità); danni a quel che resta della macchina dello Stato, smantellandone i capisaldi in nome del risparmio e dell’efficienza; danni al sistema delle imprese e dei servizi pubblici, messi in svendita per fare cassa; danni all’ambiente con la moltiplicazione di Grandi opere e Grandi eventi che nella mitologia del PD dovrebbero rilanciare l’economia e, soprattutto, danni alla tenuta morale della cittadinanza, messa per la terza o la quarta volta alla prova di una politica fondata sulle apparenze.

Di fronte a questo panorama, di cui l’elettorato non potrà evitare di prendere atto in tempi stretti, i risultati della lista L’altra Europa con Tsipras rappresentano un piccolo ma importante episodio di resistenza; perché in quella lista, e in nessun’altra proposta di livello nazionale, è contenuto il nucleo di un’alternativa possibile e praticabile alla perpetrazione di politiche destinate a portare allo sfascio l’intero continente, Germania compresa. Certamente i numeri di quella lista non sono esaltanti, anche se lo sono quelli di alcuni dei suoi partner europei. Però sono il frutto di un lavoro di conquista, voto per voto, consenso per consenso, impegno per impegno, che ha coinvolto migliaia di sostenitori delle più diverse provenienze, che non avevano certo come obiettivo finale o esclusivo il risultato elettorale.

Ma che proprio sperimentando, almeno in parte, e non senza molte contraddizioni, forme nuove, o profondamente rinnovate, di condivisione e di coesione, fondate su nuove pratiche, sono ben determinati ad andare avanti lungo la strada appena intrapresa. E non ciascuno per conto suo, o facendo ricorso alle proprie appartenenze, ma tutti insieme, aprendosi a quel mondo di delusi, di arrabbiati, di abbandonati, di incerti che la crisi del movimento cinque stelle e il mutamento antropologico del PD si stanno lasciando e continueranno a lasciarsi dietro le spalle.

In questa piccola affermazione, i voti di preferenza raccolti da due capolista come Barbara Spinelli e Moni Ovadia, che hanno messo il loro nome, la loro faccia e un mare di fatica a disposizione del progetto per rappresentarne il carattere unitario, sono una importante dimostrazione di quella spinta a un radicale rinnovamento delle proprie identità che fin dall’inizio è stata la cifra di quella nostra intrapresa. In pochi anni, sotto la guida di Alexis Tsipras, Syriza, da piccola aggregazione di identità differenti si è fatta partito di governo. Dunque, si può fare. Quel nome nel simbolo della lista non è stato messo per caso.

Expò, Milano e Pisapia. Alcune considerazioni sul “grande evento”

Ma Pisapia sarebbe stato eletto sindaco di Milano se in campagna elettorale avesse detto che non avrebbe fatto l’Expò? Questa domanda, fondamentale per discriminare due culture contrapposte, è stata posta da Gad Lerner verso la fine dell’incontro su Expò e corruzione promosso dalla lista L’altra Europa con Tsipras, che si è svolto a Milano giovedì 15 maggio, alla presenza dello stesso Pisapia, di Sergio Rizzo, Gerardo Colombo e Curzio Maltese. La mia risposta è stata: SI’.

Pisapia è stato eletto, sull’onda di quella mobilitazione straordinaria per partecipazione entusiasmo e creatività che aveva accompagnato l’insediamento di altri sindaci come De Magistris, Zedda e Doria, e che era stata alimentata dalla campagna e dal successo dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua, dei servizi pubblici locali, contro il nucleare e il “conflitto di interessi”. Pisapia era stato eletto per porre fine alle malefatte di Letizia Moratti, il sindaco che l’aveva preceduto. E tra tutte quelle malefatte – che sono tante – la peggiore è senz’altro l’Expò: il progetto di un “Grade evento”, occasione di un impegno pluriennale in una serie di cosiddette “Grandi Opere”, che, come la stragrande maggioranza delle Grandi opere, non aveva e non ha nessuna giustificazione razionale se non quella di distribuire commesse e incassare tangenti per tenere in piedi un “modello di sviluppo” – in realtà un comitato di affari impregnato di corruzione e di rapporti con la mafia – che per anni, sotto le precedenti amministrazioni, aveva già devastato la città e il suo hinterland. Si badi bene: le tangenti sono una conseguenza – un epifenomeno – e non la causa di questo modello. Se ci fossero solo le tangenti, il territorio e le comunità che lo abitano non ne riceverebbero danni irreparabili. Il vero danno sono le Grandi opere in quanto tali, la devastazione del territorio e delle relazioni sociali nelle comunità che lo abitano; e il modello di businness di cui sono espressione, che è fondato sull’indifferenza per le esigenze delle comunità locali, sul comando di banche e finanza, sul subappalto del subappalto, che apre le porte alle mafie, sul precariato – e ora anche sul lavoro gratuito – che hanno fatto dell’Expò un vero laboratorio dell’Italia e dell’Europa che vuole Renzi – e, ovviamente, sulla corruzione. E i Grandi eventi, concentrato di Grandi opere, sono il compendio di tutto ciò. Leggi tutto “Expò, Milano e Pisapia. Alcune considerazioni sul “grande evento””

Uber: multinazionali e mobilità del futuro

Uber è una multinazionale del trasporto passeggeri creata da Google e finanziata da Goldman Sachs, due delle maggiori potenze economiche del capitalismo finanziario del nostro tempo. Come tutte le società di questo tipo, Uber risponde al modello di business e di impresa imposto dalle forme attuali del capitalismo: una “testa” finanziaria transnazionale e una rete di subappalti che generalizzano il precariato in tutte le sue forme, cioè sia come lavoro dipendente che come lavoro autonomo o come impresa. Uber non ha struttura né personale, se non un numero limitato di manager che gestiscono i suoi affari nei diversi paesi in cui opera. Per il resto, utilizza uno stuolo di avvocati per combattere in tribunale chi si oppone al suo business, squadre di programmatori messi a disposizione da Google, i gestori delle carte di credito e poi, da un lato, tante imprese o di singoli operatori di noleggio con conducente (NCC), nella posizione di fornitori del servizio nella versione Uber Black, cioè lusso, con tariffe superiori a quelle dei taxi, da un lato; e qualsiasi persona disposta a mettere a disposizione se stessa e la propria auto, per poche ore, pochi giorni o tutto il tempo, nella versione economica (Uber pop), con tariffe concorrenziali nei confronti dei taxi.

Nel primo caso Uber non assume nessuna responsabilità sulle condizioni (salario, orario, sicurezza, regolarità) alle quali vengono assunti gli autisti delle società di NCC. Nel secondo, chiunque può diventare un operatore di Uber e il controllo sulla sicurezza dei veicoli e dell’autista è interamente affidato alla discrezionalità della società capofila; cioà Uber stessa. Anche per quello che riguarda le tariffe, non esiste alcun controllo pubblico. Vengono determinate da Uber, nella versione pop, con un compenso riconosciuto all’autista di 48 centesimi al minuto, misurati sul cellulare dell’autista, se si degna di farlo. Nella versione Black, la tariffa è del tutto discrezionale, tranne che per alcuni percorsi fissi. In entrambi i casi, a riscuotere la tariffa, tramite prelievo dalla carta di credito del cliente, è Uber. Per questo Uber non è, come pretende di essere, un mero intermediario tra domanda e offerta di spostamenti, né tantomeno, un mero algoritmo immateriale, ma un vero e proprio fornitore di servizi. Che però non è soggetto alle regole a cui tutti gli altri devono sottostare.
Di fatto, con questo modello di business, l’obiettivo di Uber non può essere che l’occupazione di tutto lo spazio del trasporto a domanda urbano ed extraurbano, e il raggiungimento, con un dumping reso possibile dalla sua potenza finanziaria, di una posizione monopolistica in ogni città. Perché, una volta espulsi tutti i taxisti e gli operatori indipendenti di NCC, questo permetterà a Uber di imporre ai passeggeri le condizioni che vorrà. Si tratta in altre parole di un progetto di privatizzazione e di deregolamentazione totale del trasporto a domanda, senza nemmeno ricorrere a un passaggio di mano, ma semplicemente minando dal basso le condizioni operative dello stesso. Leggi tutto “Uber: multinazionali e mobilità del futuro”

Dal comizio tenuto a Bari con i candidati pugliesi della lista L’altra Europa e Nichi Vendola

Care compagne e cari compagni,
Care amiche e cari amici,

Siamo qui per chiedervi il voto alla lista L’Altra Europa con Tsipras, e soprattutto per chiedervi di chiederlo a tutti coloro con cui siete in rapporto: in famiglia, tra amici, sul lavoro, nel tempo libero, nei vostri incontri casuali. Voglio spiegarvi innanzitutto che cosa c’è scritto nel simbolo che vi invitiamo a votare, perché lì stanno le ragioni del voto che vi chiediamo.

L’altra Europa vuol dire che noi vogliamo un’Europa diversa, democratica, federalista, ecologica, inclusiva, solidale e non questa Europa, che rischia di sfasciarsi e di sfasciarci perché ci opprime con politiche di austerità che stanno portando i suoi paesi membri e i suoi cittadini, uno dietro l’altro, alla povertà, alla disoccupazione, alla disperazione.

Ma meno che mai pensiamo che la soluzione stia nell’uscire prima dall’euro e poi dall’Europa, perché in un mondo ferocemente globalizzato non c’è più posto per il nazionalismo commerciale e meno che mai per il nazionalismo politico, che è la radice del razzismo e della guerra: proprio ciò che intendeva sventare per sempre il progetto di un’Europa unita e federale, concepito settant’anni fa nel carcere di Ventotene da Altiero Spinelli, padre della nostra capolista in questa circoscrizione. Vogliamo più Europa e non meno Europa.

Per noi un’altra Europa vuol dire NO all’austerity, NO al debito che strangola le nostre economie, SI’ a un reddito decente per tutti, SI’ alla tutela dell’ambiente e della salute, SI’ a un’occupazione finalizzata a salvaguardare ambiente, convivenza e giustizia.

La seconda parte del nostro simbolo, Con Tsipras, vuol dire stare con Syriza, il partito greco nato dall’aggregazione di ben tredici organismi e partiti della sinistra, più litigiosi ancora di quanto lo siamo, o lo siamo stati, noi; ma un’organizzazione che sotto la guida di Alexis Tsipras ha saputo promuovere un processo unitario che in pochi anni lo ha portato a essere il primo partito del paese, e alle prossime elezioni nazionali, il partito incaricato di formare il nuovo governo greco.

Da questo itinerario possiamo imparare una cosa fondamentale: SI PUO’ FARE. Anche noi possiamo imboccare la stessa strada e arrivare allo stesso risultato, invece di continuare a viverci e pensarci rinchiusi nel ghetto di una sinistra eternamente minoritaria.

Su questa strada si è posta la nostra lista. La sua costituzione è un primo importante passo in quella direzione. Chi avrebbe mai immaginato, anche solo quattro mesi fa, che due organizzazioni lontane e spesso contrapposte come SEL e PRC si mettessero insieme grazie alla spinta e al richiamo delle migliaia di compagne e di compagni che hanno messo al primo posto l’unità della sinistra, di tutte le forze della sinistra?

So bene che alcuni di voi in un primo tempo erano contrari a questa soluzione. Ma poi ha prevalso in tutti una spinta di base unitaria e noi siamo ben lieti di aver accolto anche SEL in questa aggregazione dichiaratamente apartitica.

Molto resta ancora da fare. Per esempio, qui a Bari, come in regioni come il Piemonte e l’Abruzzo e in molti altri comuni, abbiamo ancora liste di sinistra diverse e contrapposte. Ma non si può avere tutto subito. L’importante è proseguire sulla strada dell’unità.

Ma come ha fatto Syriza a raggiungere quel risultato straordinario?

Innanzitutto con una ferma opposizione al memorandum della Troika, che è l’equivalente per la Grecia della lettera di Draghi e Trichet che ha ispirato tutti gli ultimi governi italiani.

A questo serve l’autonomia. Anche il Pasok, che è l’equivalente greco del nostro PD, sosteneva di opporsi. Il suo leader, Papandreu, aveva persino indetto un referendum, sicuro che il popolo greco avrebbe respinto quel memorandum. Però ha scelto di piegarsi alla Troika, e sappiamo com’è finita: il Pasok è quasi scomparso e la stessa sorte potrebbe capitare tra non molto tempo anche al PD; che oggi viaggia sulla cresta dell’onda grazie a un mare di promesse, irrealizzabili nel contesto delle politiche di austerity che critica ma non combatte; ma soprattutto legittimandosi agli occhi delle autorità europee con una serie di attacchi frontali alle condizioni dei lavoratori e alla democrazia.

Come la precarizzazione totale del lavoro e la privatizzazione, cioè la svendita, dei beni comuni, dei servizi pubblici locali, di quel che resta dell’industria di Stato. E con riforme della Costituzione e della legge elettorale concordate con il nostro nemico di sempre, e finalizzate a escludere dal Parlamento l’opposizione sociale che noi vogliamo rappresentare.

Oggi Syriza non è solo la forza maggioritaria in Grecia, ma anche il punto di riferimento di quello schieramento di forze europee che condividono con noi la candidatura di Alexis Tsipras e che grazie alla loro autonomia potranno anche ridisegnare i confini tra i raggruppamenti del Parlamento europeo.

Perché condividiamo con molte forze di altri raggruppamenti l’obiettivo di bloccare la riproposizione a livello europeo di quelle politiche di Grosse Koalition o di larghe o strette intese che ci stanno portando al disastro.

Cambiare si può, perché viviamo in un periodo di profonde trasformazioni che possono portarci a una catastrofe per il pianeta, per la democrazia e per i lavoratori o per chi vorrebbe lavorare; oppure possono sfociare in una riforma radicale degli assetti economici e istituzionali della società, a partire proprio da un’altra Europa.

L’altro elemento che ha dato forza a Syriza è l’impegno a sostenere, promuovere e non abbandonare mai le lotte sociali contro l’austerity, contro le privatizzazioni, contro i licenziamenti, contro il taglio delle pensioni, contro la distruzione del territorio; ma anche le tante iniziative di cittadinanza e del volontariato che si sono sviluppate in questo periodo: ambulatori promossi dal volontariato, farmacie autogestite, mercatini, scuole alternative, e tante altre cose simili.

Syriza ci insegna che con le lotte dei lavoratori e dei cittadini che difendono le loro condizioni di vita e la loro stessa vita si deve sempre stare: anche quando non se ne condividono pienamente le forme o gli obiettivi. Perché solo stando con loro è possibile, eventualmente, contribuire a riorientarle in una direzione più efficace.

Qui in Italia di lotte e di iniziative di cittadinanza ne abbiamo tantissime. E ne abbiamo tante anche in qui in Puglia. Ma tra tutte spicca la ribellione dei lavoratori dell’Ilva e dei cittadini di Taranto contro un sistema che ha messo a repentaglio vite e salute, ma anche il posto di lavoro di migliaia e migliaia di loro; a dimostrazione del fatto che ambiente e occupazione non sono obiettivi contrapposti, ma insieme marciano o insieme cadono.

Questa loro ribellione non ha però trovato un sostegno adeguato. Avrebbe potuto e dovuto diventare un riferimento per tutti i movimenti, come le bandiere NoTav lo sono da tempo per tutte le manifestazioni che si svolgono in Italia.

Invece non solo è stata lasciata a se stessa, e alle proprie contraddizioni e abbiamo assistito, nei suoi confronti, anche a comportamenti inaccettabili che non possono avere cittadinanza nella nostra casa comune. Per questo dobbiamo riprendere il filo di un rapporto con le lotte dell’Ilva e dei cittadini di Taranto facendo tutti, come dice Tsipras: “Un passo indietro per farne molti in avanti, insieme”. E’ una cosa che ci riguarda tutti.

Solo così questa nuova ritrovata unità potrà riportarci tutti, umilmente, a imparare dalle lotte degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, e dalle battaglie dei cittadini che difendono il loro diritto al lavoro, alla salute e alla vita.

Concludo ringraziando quanti si sono impegnati e si stanno impegnando in questa nostra battaglia comune, dalla raccolta delle firme alla proposta delle candidature, dalla campagna elettorale vera e propria al nostro impegno unitario che continuerà rafforzato, al di là del 25 maggio. Perché il lavoro che abbiamo ancora da fare, sulle orme di Syriza e di Tsipras, è ancora lungo. Grazie

Grazie.

I PUGNI IN TASCA

Il primo a parlarne – anzi a twittarlo – è stato Matteo Renzi: vado in Europa per battere i pugni sul tavolo. Perché? Perché inverta rotta rispetto alle politiche di austerità. Barbara Spinelli gli aveva subito risposto a nome della lista L’altra Europa con Tsipras: battere i pugni sul tavolo non vuol dire niente; bisogna avere un progetto chiaro su che Europa si vuole e il PD non ce l’ha; per questo continuerà a “navigare” a rimorchio delle Larghe intese (Merkel-Schultz) tedesche ed europee.

Quei pugni Renzi non li ha battuti: ha supplicato la Merkel di concedergli uno 0,2 (zerovirgoladue) per cento in più nel rapporto deficit/pil rispetto a quello che la Commissione europea ha deciso che ci spetti: il che gli avrebbe forse permesso di trovare una piccola copertura meno aleatoria per il suo bonus da 80 euro, ma non certo di cambiare politica economica (i famosi “compiti a casa”: Renzi ha assicurato la Merkel che li avrebbe fatti da solo) e meno che mai di togliere il cappio del debito dal collo del nostro paese. Infatti, mentre Renzi piativa quello 0,2 per cento in più, la Merkel gli ingiungeva di cominciare a pensare al Fiscal Compact: cioè alla restituzione di 50 miliardi di debito all’anno, da aggiungere ai quasi 100 di interessi che già paghiamo. Renzi ha fatto finta di non sentire e la Merkel, che conta sul suo appoggio dopo le elezioni europee, non ha, per il momento, insistito. Così tutto è tornato come prima e il governo, con il fido Padoan, ha continuato ad arrampicarsi sugli specchi (del Quirinale) per “salvare” non il paese, ma gli 80 euro che devono far vincere le elezioni al PD. Così quei pugni, invece che sul tavolo, sono rimasti in tasca, scivolando nel dimenticatoio come tutto quanto Renzi ha detto e fatto nel corso degli ultimi anni; sostituiti da nuove rocambolesche promesse.

A risollevare la bandiera dei pugni battuti sul tavolo, lasciata cadere da Renzi, ci ha pensato Beppe Grillo (anche in questo i due si assomigliano sempre più), immemore degli avvertimenti amichevoli di Barbara Spinelli. Lo ha fatto con una canzoncina abbastanza stupida e brutta, che diventerà il refrain del movimento Cinque stelle, accompagnata da una coreografia di gente che batte i pugni sul tavolo. Gente arrabbiata, come tutti noi (tranne quelli che con la crisi ingrassano). Ma dove portano tutti quei pugni, tutti quei tavoli e tutta quella rabbia? A niente, come tutto quello che dice e fa il movimento Cinque stelle. Quei pugni possono tranquillamente rimetterseli in tasca anche loro. In particolare in queste elezioni europee. Perché quel movimento in Europa non ha alleati né partner (siederà nel Parlamento da solo); non ha un candidato alla Presidenza della Commissione; non ha un programma per l’Europa (pensa solo a una sua affermazione nei confronti del PD in Italia); non ha coerenza di proposte né coesione interna (cosa resa evidente dalla emorragia di parlamentari che il movimento sta subendo; o imponendo); non sa nemmeno se vuole restare in Europa (chiedendo gli eurobond e una Banca che sia prestatore di ultima istanza) o uscire dall’Euro (il che non gli restituirebbe certo un prestatore di ultima istanza: la Banca d’Italia non lo è più dagli anni ’80). Ma si tratta di due alternative – posto che il ritorno alla lira abbia senso – che avrebbero comunque bisogno di un intero bagaglio di misure collaterali, tali da configurare due veri e propri programmi contrapposti: il ritorno alle sovranità nazionali e alle guerre commerciali da un lato; un vero governo federale, democraticamente eletto e fondato sulla solidarietà, dall’altro. Ma su entrambi i versanti l’elaborazione programmatica del movimento Cinque Stelle è prossima allo zero. Leggi tutto “I PUGNI IN TASCA”

UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE PER CAMBIARE L’EUROPA

Nella giornata internazionale per la Terra e di fronte all’ennesimo allarme lanciato dall’IPCC, che è un organismo dell’ONU, sulla minaccia che incombe sul pianeta per via dei cambiamenti climatici indotti dall’uso incontrollato dei combustibili fossili, gli uomini e le donne che governano l’Europa – la sua governance – hanno mostrato un encefalogramma piatto. Alla vigilia di una tornata elettorale che stabilirà la composizione del Parlamento e – forse – anche della Commissione europea, nessuno degli uomini e delle donne di punta di questa classe dirigente ha dato segno di ritenere la possibile fine della vivibilità sul nostro pianeta un argomento degno di attenzione, di riflessione, di decisioni. Non ci si può stupire, allora, che la medesima irresponsabilità, prodotta al tempo stesso da ignoranza, cinismo e opportunismo, quella classe dirigente la esibisca nei confronti di una crisi economica ormai in corso da più di sette anni, che sta devastando le vite di milioni di cittadini europei: in modo dirompente nei paesi più direttamente stremati dalle politiche economiche imposte dalle autorità europee, come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo; in modo più selettivo, e solo per questo meno visibile, in tutti gli altri paesi, dove un numero crescente di lavoratori immigrati e nativi sostengono la crescita della produttività e della competitività con salari e condizioni di lavoro cinesi.

La verità è che quegli uomini e quelle donne non stanno lì per governare, ma per farsi comandare dall’alta finanza, che detiene il controllo dei debiti che loro hanno contratto a nostro nome e che in forza dei diritti del creditore impongono politiche che rispondono direttamente ai loro interessi. La fonte di legittimazione dei parlamenti e dei governi si è così spostata dal voto dei cittadini elettori (che non conta più nulla) a quello dei “mercati”, che sono poi un pugno di banche, di assicurazioni e di speculatori che controllano la finanza mondiale. Non sarà certo da tutti costoro che verranno indicazioni per salvare il pianeta dalla incombente catastrofe ambientale. Loro e i loro figli troveranno sempre un angolo della Terra dove mettere al sicuro i loro miliardi esentasse e dove perpetuare le loro vacanze. Quel trasferimento di poteri dai governi all’alta finanza non è stato però un processo “naturale” e inoppugnabile; è stato, e viene tuttora, alimentato in tutti i modi da leggi, provvedimenti e accordi che “politica” e finanza hanno concordato per confermarsi nei reciproci ruoli: non, come si dice, con un processo di “deregolamentazione”, bensì – come ben ha fatto notare Luciano Gallino – con il varo di sempre nuove regole, leggi e trattati, per garantire al capitale un potere incontrastato a livello globale.

Per questo volere una società diversa, più giusta e più compatibile con gi equilibri ambientali del pianeta richiede una sostituzione radicale della classe dirigente: a livello locale, nazionale, europeo e globale. Un obiettivo certo di grande portata e di lunga lena, ma che ci impone di cominciare a perseguirlo e a realizzarlo qui e ora. Quello che la ristrettezza di vedute di tutta la nostra classe dirigente, obnubilata dai compiti che l’alta finanza le impone giorno per giorno, non riesce a concepire, è la stretta interdipendenza tra la crisi ambientale di cui non vuole prendere atto, e la crisi economica – e sociale – di cui non fa che acuire le conseguenze catastrofiche con le misure che impone per affrontarla. Questa interdipendenza è invece immediatamente visibile in chi guarda al futuro invece di ostinarsi a riproporre un eterno presente che ci trascina verso il disastro: è la possibilità di difendere, sostenere ed espandere occupazione, redditi, servizi sociali, salute, istruzione, benessere, libertà, e persino un nuovo modo di lavorare, più conforme alle nostre attitudini e ai nostri talenti.Una possibilità che è indissolubilmente legata, insieme alla liberazione dalle catene del debito pubblico, a una radicale riconversione dell’apparato produttivo in direzione della sostenibilità ambientale; all’abbandono di produzioni che non hanno più mercato; o che lo hanno solo a condizione di un continuo sforzo di vendita per indurre i consumatori a comprare cose di cui non hanno alcun bisogno; o lo hanno solo facendo danno, e grazie al sostegno degli Stati, come le armi da guerra e molte delle Grandi opere devastanti in programma o in corso di realizzazione; o lo hanno solo se si riuscisse a competere con paesi che hanno salari un terzo o un quinto di quelli europei, sfruttamento del lavoro infantile, licenza di devastare l’ambiente e di escludere qualsiasi misura di sicurezza sul lavoro: che è ciò a cui, passo dopo passo, tendono le misure varate dai nostri governi – e dal governo Renzi con la velocità che lo contraddistingue – per sostenere una irraggiungibile “competitività” del sistema Italia. Questa stretta interdipendenza tra le risposte da dare alla crisi economica e quelle alla crisi ambientale rendono finalmente attuale l’utopia concreta che Alex Langer aveva delineato venti anni fa: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.

La tutela dell’ambiente, a livello globale come a livello locale, richiede misure che incidono radicalmente sull’assetto sociale e istituzionale di governo dell’economia: non solo più giustizia ed equità nella ripartizione delle risorse a livello geografico – tra i diversi paesi – e a livello sociale – tra le diverse classi – ma anche e soprattutto autogoverno dei processi di produzione e distribuzione delle risorse: cioè riterritorializzazione al posto di globalizzazione. La rete ha reso possibile la circolazione istantanea dell’informazione su tutto il globo e sempre più, con la riduzione del digital divide, tra tutti gli abitanti della Terra; e le migrazioni hanno ormai trasformato ogni paese e città in entità multietniche, mettendo il tema della convivenza tra diversi al centro delle alternative politiche della nostra epoca; sono entrambi fatti positivi. Ma la “libera” circolazione planetaria delle merci e dei capitali – che si è tradotta in giganteschi processi di delocalizzazione delle attività produttive e in una corsa selvaggia alla competitività che azzera tutte le conquiste realizzate dai movimenti sociali e democratici degli ultimi due secoli e mezzo e in un’aggressione senza remore alle risorse del pianeta e all’integrità dei suoi equilibri – è la vera minaccia che incombe oggi sul tutti noi: sia sulla capacità della Terra di continuare a produrre e a rigenerare le risorse e gli equilibri ambientali necessari alla vita del genere umano che sulla possibilità di conservare i risultati e continuare a perseguire gli obiettivi di due secoli di lotte per la giustizia sociale e per assetti democratici sempre più avanzati.
Il tema della riconversione ambientale delle strutture produttive, sia a livello locale che planetario, va dunque messo al centro non solo di un programma di governo dell’Europa radicalmente nuovo, ma anche e soprattutto di processi di formazione di una nuova classe dirigente europea, capace di garantire a tutti i suoi cittadini e le sue cittadine un cambio di rotta radicale e permanente. Nel definire i primi passi di un processo di ampio respiro come questo i criteri a cui occorre ispirarsi possono essere sintetizzati in pochi punti dirimenti:

1. Non ci può essere vera capacità di governo senza capacità di ascolto. Gli attuali governanti europei, e soprattutto quelli italiani, non prestano più alcuna attenzione alle esigenze e alle aspettative del loro elettorato: prima delle persone, contano per loro le esigenze dell’economia che, nel contesto attuale, non sono che le disposizioni dell’alta finanza;

2. Il meccanismo attraverso cui si seleziona una nuova classe dirigente non può che essere quello della partecipazione. Partecipazione alle lotte, alle iniziative di cittadinanza, alle campagne e alle battaglie politiche e culturali; non partecipazione alla vita asfittica di aziende o autoreferenziale di partiti trasformati in trampolini di lancio per carriere e per indebite appropriazioni;

3. Non si parte da zero. Diffusa sul territorio c’è già un’ampia varietà di competenze professionali e di capacità di autogoverno sviluppate sottotraccia in tutti i paesi europei da centinaia di migliaia di cittadini e di lavoratori e lavoratrici in anni di emarginazione dai centri di potere e da ruoli istituzionali. Una nuova classe dirigente deve saper valorizzare queste competenze diffuse di ordine sia tecnico che sociale. Senza mettere al lavoro e valorizzare quello che tutti i cittadini hanno imparato o possono sapere – soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi in contesti di condivisione – per il fatto stesso di vivere o di lavorare in un determinato ambito territoriale non è possibile far emergere né sottoporre a verifica nuovi approcci ai problemi economici e sociali con cui superare l’attuale situazione di stallo e di involuzione della politica e della società;

4. Combinare insieme competenze tecnico-scientifiche e saperi che derivano dalle esperienze condivise dei cittadini e delle cittadine che intendiamo rappresentare è l’obiettivo che ci ha spinto a presentarci alle prossime elezioni sotto le insegne della lista L’altra Europa con Tsipras. I nostri candidati e i nostri parlamentari saranno assistiti, già durante la campagna elettorale e soprattutto una volta raggiunto il Parlamento europeo, sia da team di intellettuali e di esperti che appoggiano la nostra lista, organizzati in base alle rispettive competenze professionali o disciplinari, sia dalle associazioni e dai comitati che l’hanno promossa o che si aggiungeranno ad essa nel corso del tempo. E’ questo un sistema che coniuga la democrazia rappresentativa e quella partecipativa. Sarà il modello di un modo di operare destinato a investire poco per volta tutti gli ambiti in cui ci proponiamo di combattere gli attuali assetti economici e sociali dell’Europa e le loro conseguenze sulle nostre vite e i nostri affari quotidiani. I nostri parlamentari non governeranno l’Europa dei prossimi cinque anni, né saranno forse decisivi per stabilire chi debba farlo. Ma metteranno all’ordine del giorno problemi e soluzioni vere, il resto è affidato alle lotte sociali che si svilupperanno in tutto il continente;

5. C’è, anche tra le nostre file chi queste cose non le ha ancora capite e non cerca di praticarle, continuando a riprodurre una logora riproposizione delle proprie identità perdenti e perdute. Per questo le linee di demarcazione tra chi è con noi, chi è contro di noi e chi va conquistato a una nuova prospettiva sono interamente da ridisegnare nel modo più aperto e solidale.