Dal comizio tenuto a Bari con i candidati pugliesi della lista L’altra Europa e Nichi Vendola

Care compagne e cari compagni,
Care amiche e cari amici,

Siamo qui per chiedervi il voto alla lista L’Altra Europa con Tsipras, e soprattutto per chiedervi di chiederlo a tutti coloro con cui siete in rapporto: in famiglia, tra amici, sul lavoro, nel tempo libero, nei vostri incontri casuali. Voglio spiegarvi innanzitutto che cosa c’è scritto nel simbolo che vi invitiamo a votare, perché lì stanno le ragioni del voto che vi chiediamo.

L’altra Europa vuol dire che noi vogliamo un’Europa diversa, democratica, federalista, ecologica, inclusiva, solidale e non questa Europa, che rischia di sfasciarsi e di sfasciarci perché ci opprime con politiche di austerità che stanno portando i suoi paesi membri e i suoi cittadini, uno dietro l’altro, alla povertà, alla disoccupazione, alla disperazione.

Ma meno che mai pensiamo che la soluzione stia nell’uscire prima dall’euro e poi dall’Europa, perché in un mondo ferocemente globalizzato non c’è più posto per il nazionalismo commerciale e meno che mai per il nazionalismo politico, che è la radice del razzismo e della guerra: proprio ciò che intendeva sventare per sempre il progetto di un’Europa unita e federale, concepito settant’anni fa nel carcere di Ventotene da Altiero Spinelli, padre della nostra capolista in questa circoscrizione. Vogliamo più Europa e non meno Europa.

Per noi un’altra Europa vuol dire NO all’austerity, NO al debito che strangola le nostre economie, SI’ a un reddito decente per tutti, SI’ alla tutela dell’ambiente e della salute, SI’ a un’occupazione finalizzata a salvaguardare ambiente, convivenza e giustizia.

La seconda parte del nostro simbolo, Con Tsipras, vuol dire stare con Syriza, il partito greco nato dall’aggregazione di ben tredici organismi e partiti della sinistra, più litigiosi ancora di quanto lo siamo, o lo siamo stati, noi; ma un’organizzazione che sotto la guida di Alexis Tsipras ha saputo promuovere un processo unitario che in pochi anni lo ha portato a essere il primo partito del paese, e alle prossime elezioni nazionali, il partito incaricato di formare il nuovo governo greco.

Da questo itinerario possiamo imparare una cosa fondamentale: SI PUO’ FARE. Anche noi possiamo imboccare la stessa strada e arrivare allo stesso risultato, invece di continuare a viverci e pensarci rinchiusi nel ghetto di una sinistra eternamente minoritaria.

Su questa strada si è posta la nostra lista. La sua costituzione è un primo importante passo in quella direzione. Chi avrebbe mai immaginato, anche solo quattro mesi fa, che due organizzazioni lontane e spesso contrapposte come SEL e PRC si mettessero insieme grazie alla spinta e al richiamo delle migliaia di compagne e di compagni che hanno messo al primo posto l’unità della sinistra, di tutte le forze della sinistra?

So bene che alcuni di voi in un primo tempo erano contrari a questa soluzione. Ma poi ha prevalso in tutti una spinta di base unitaria e noi siamo ben lieti di aver accolto anche SEL in questa aggregazione dichiaratamente apartitica.

Molto resta ancora da fare. Per esempio, qui a Bari, come in regioni come il Piemonte e l’Abruzzo e in molti altri comuni, abbiamo ancora liste di sinistra diverse e contrapposte. Ma non si può avere tutto subito. L’importante è proseguire sulla strada dell’unità.

Ma come ha fatto Syriza a raggiungere quel risultato straordinario?

Innanzitutto con una ferma opposizione al memorandum della Troika, che è l’equivalente per la Grecia della lettera di Draghi e Trichet che ha ispirato tutti gli ultimi governi italiani.

A questo serve l’autonomia. Anche il Pasok, che è l’equivalente greco del nostro PD, sosteneva di opporsi. Il suo leader, Papandreu, aveva persino indetto un referendum, sicuro che il popolo greco avrebbe respinto quel memorandum. Però ha scelto di piegarsi alla Troika, e sappiamo com’è finita: il Pasok è quasi scomparso e la stessa sorte potrebbe capitare tra non molto tempo anche al PD; che oggi viaggia sulla cresta dell’onda grazie a un mare di promesse, irrealizzabili nel contesto delle politiche di austerity che critica ma non combatte; ma soprattutto legittimandosi agli occhi delle autorità europee con una serie di attacchi frontali alle condizioni dei lavoratori e alla democrazia.

Come la precarizzazione totale del lavoro e la privatizzazione, cioè la svendita, dei beni comuni, dei servizi pubblici locali, di quel che resta dell’industria di Stato. E con riforme della Costituzione e della legge elettorale concordate con il nostro nemico di sempre, e finalizzate a escludere dal Parlamento l’opposizione sociale che noi vogliamo rappresentare.

Oggi Syriza non è solo la forza maggioritaria in Grecia, ma anche il punto di riferimento di quello schieramento di forze europee che condividono con noi la candidatura di Alexis Tsipras e che grazie alla loro autonomia potranno anche ridisegnare i confini tra i raggruppamenti del Parlamento europeo.

Perché condividiamo con molte forze di altri raggruppamenti l’obiettivo di bloccare la riproposizione a livello europeo di quelle politiche di Grosse Koalition o di larghe o strette intese che ci stanno portando al disastro.

Cambiare si può, perché viviamo in un periodo di profonde trasformazioni che possono portarci a una catastrofe per il pianeta, per la democrazia e per i lavoratori o per chi vorrebbe lavorare; oppure possono sfociare in una riforma radicale degli assetti economici e istituzionali della società, a partire proprio da un’altra Europa.

L’altro elemento che ha dato forza a Syriza è l’impegno a sostenere, promuovere e non abbandonare mai le lotte sociali contro l’austerity, contro le privatizzazioni, contro i licenziamenti, contro il taglio delle pensioni, contro la distruzione del territorio; ma anche le tante iniziative di cittadinanza e del volontariato che si sono sviluppate in questo periodo: ambulatori promossi dal volontariato, farmacie autogestite, mercatini, scuole alternative, e tante altre cose simili.

Syriza ci insegna che con le lotte dei lavoratori e dei cittadini che difendono le loro condizioni di vita e la loro stessa vita si deve sempre stare: anche quando non se ne condividono pienamente le forme o gli obiettivi. Perché solo stando con loro è possibile, eventualmente, contribuire a riorientarle in una direzione più efficace.

Qui in Italia di lotte e di iniziative di cittadinanza ne abbiamo tantissime. E ne abbiamo tante anche in qui in Puglia. Ma tra tutte spicca la ribellione dei lavoratori dell’Ilva e dei cittadini di Taranto contro un sistema che ha messo a repentaglio vite e salute, ma anche il posto di lavoro di migliaia e migliaia di loro; a dimostrazione del fatto che ambiente e occupazione non sono obiettivi contrapposti, ma insieme marciano o insieme cadono.

Questa loro ribellione non ha però trovato un sostegno adeguato. Avrebbe potuto e dovuto diventare un riferimento per tutti i movimenti, come le bandiere NoTav lo sono da tempo per tutte le manifestazioni che si svolgono in Italia.

Invece non solo è stata lasciata a se stessa, e alle proprie contraddizioni e abbiamo assistito, nei suoi confronti, anche a comportamenti inaccettabili che non possono avere cittadinanza nella nostra casa comune. Per questo dobbiamo riprendere il filo di un rapporto con le lotte dell’Ilva e dei cittadini di Taranto facendo tutti, come dice Tsipras: “Un passo indietro per farne molti in avanti, insieme”. E’ una cosa che ci riguarda tutti.

Solo così questa nuova ritrovata unità potrà riportarci tutti, umilmente, a imparare dalle lotte degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, e dalle battaglie dei cittadini che difendono il loro diritto al lavoro, alla salute e alla vita.

Concludo ringraziando quanti si sono impegnati e si stanno impegnando in questa nostra battaglia comune, dalla raccolta delle firme alla proposta delle candidature, dalla campagna elettorale vera e propria al nostro impegno unitario che continuerà rafforzato, al di là del 25 maggio. Perché il lavoro che abbiamo ancora da fare, sulle orme di Syriza e di Tsipras, è ancora lungo. Grazie

Grazie.

I PUGNI IN TASCA

Il primo a parlarne – anzi a twittarlo – è stato Matteo Renzi: vado in Europa per battere i pugni sul tavolo. Perché? Perché inverta rotta rispetto alle politiche di austerità. Barbara Spinelli gli aveva subito risposto a nome della lista L’altra Europa con Tsipras: battere i pugni sul tavolo non vuol dire niente; bisogna avere un progetto chiaro su che Europa si vuole e il PD non ce l’ha; per questo continuerà a “navigare” a rimorchio delle Larghe intese (Merkel-Schultz) tedesche ed europee.

Quei pugni Renzi non li ha battuti: ha supplicato la Merkel di concedergli uno 0,2 (zerovirgoladue) per cento in più nel rapporto deficit/pil rispetto a quello che la Commissione europea ha deciso che ci spetti: il che gli avrebbe forse permesso di trovare una piccola copertura meno aleatoria per il suo bonus da 80 euro, ma non certo di cambiare politica economica (i famosi “compiti a casa”: Renzi ha assicurato la Merkel che li avrebbe fatti da solo) e meno che mai di togliere il cappio del debito dal collo del nostro paese. Infatti, mentre Renzi piativa quello 0,2 per cento in più, la Merkel gli ingiungeva di cominciare a pensare al Fiscal Compact: cioè alla restituzione di 50 miliardi di debito all’anno, da aggiungere ai quasi 100 di interessi che già paghiamo. Renzi ha fatto finta di non sentire e la Merkel, che conta sul suo appoggio dopo le elezioni europee, non ha, per il momento, insistito. Così tutto è tornato come prima e il governo, con il fido Padoan, ha continuato ad arrampicarsi sugli specchi (del Quirinale) per “salvare” non il paese, ma gli 80 euro che devono far vincere le elezioni al PD. Così quei pugni, invece che sul tavolo, sono rimasti in tasca, scivolando nel dimenticatoio come tutto quanto Renzi ha detto e fatto nel corso degli ultimi anni; sostituiti da nuove rocambolesche promesse.

A risollevare la bandiera dei pugni battuti sul tavolo, lasciata cadere da Renzi, ci ha pensato Beppe Grillo (anche in questo i due si assomigliano sempre più), immemore degli avvertimenti amichevoli di Barbara Spinelli. Lo ha fatto con una canzoncina abbastanza stupida e brutta, che diventerà il refrain del movimento Cinque stelle, accompagnata da una coreografia di gente che batte i pugni sul tavolo. Gente arrabbiata, come tutti noi (tranne quelli che con la crisi ingrassano). Ma dove portano tutti quei pugni, tutti quei tavoli e tutta quella rabbia? A niente, come tutto quello che dice e fa il movimento Cinque stelle. Quei pugni possono tranquillamente rimetterseli in tasca anche loro. In particolare in queste elezioni europee. Perché quel movimento in Europa non ha alleati né partner (siederà nel Parlamento da solo); non ha un candidato alla Presidenza della Commissione; non ha un programma per l’Europa (pensa solo a una sua affermazione nei confronti del PD in Italia); non ha coerenza di proposte né coesione interna (cosa resa evidente dalla emorragia di parlamentari che il movimento sta subendo; o imponendo); non sa nemmeno se vuole restare in Europa (chiedendo gli eurobond e una Banca che sia prestatore di ultima istanza) o uscire dall’Euro (il che non gli restituirebbe certo un prestatore di ultima istanza: la Banca d’Italia non lo è più dagli anni ’80). Ma si tratta di due alternative – posto che il ritorno alla lira abbia senso – che avrebbero comunque bisogno di un intero bagaglio di misure collaterali, tali da configurare due veri e propri programmi contrapposti: il ritorno alle sovranità nazionali e alle guerre commerciali da un lato; un vero governo federale, democraticamente eletto e fondato sulla solidarietà, dall’altro. Ma su entrambi i versanti l’elaborazione programmatica del movimento Cinque Stelle è prossima allo zero. Leggi tutto “I PUGNI IN TASCA”

UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE PER CAMBIARE L’EUROPA

Nella giornata internazionale per la Terra e di fronte all’ennesimo allarme lanciato dall’IPCC, che è un organismo dell’ONU, sulla minaccia che incombe sul pianeta per via dei cambiamenti climatici indotti dall’uso incontrollato dei combustibili fossili, gli uomini e le donne che governano l’Europa – la sua governance – hanno mostrato un encefalogramma piatto. Alla vigilia di una tornata elettorale che stabilirà la composizione del Parlamento e – forse – anche della Commissione europea, nessuno degli uomini e delle donne di punta di questa classe dirigente ha dato segno di ritenere la possibile fine della vivibilità sul nostro pianeta un argomento degno di attenzione, di riflessione, di decisioni. Non ci si può stupire, allora, che la medesima irresponsabilità, prodotta al tempo stesso da ignoranza, cinismo e opportunismo, quella classe dirigente la esibisca nei confronti di una crisi economica ormai in corso da più di sette anni, che sta devastando le vite di milioni di cittadini europei: in modo dirompente nei paesi più direttamente stremati dalle politiche economiche imposte dalle autorità europee, come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo; in modo più selettivo, e solo per questo meno visibile, in tutti gli altri paesi, dove un numero crescente di lavoratori immigrati e nativi sostengono la crescita della produttività e della competitività con salari e condizioni di lavoro cinesi.

La verità è che quegli uomini e quelle donne non stanno lì per governare, ma per farsi comandare dall’alta finanza, che detiene il controllo dei debiti che loro hanno contratto a nostro nome e che in forza dei diritti del creditore impongono politiche che rispondono direttamente ai loro interessi. La fonte di legittimazione dei parlamenti e dei governi si è così spostata dal voto dei cittadini elettori (che non conta più nulla) a quello dei “mercati”, che sono poi un pugno di banche, di assicurazioni e di speculatori che controllano la finanza mondiale. Non sarà certo da tutti costoro che verranno indicazioni per salvare il pianeta dalla incombente catastrofe ambientale. Loro e i loro figli troveranno sempre un angolo della Terra dove mettere al sicuro i loro miliardi esentasse e dove perpetuare le loro vacanze. Quel trasferimento di poteri dai governi all’alta finanza non è stato però un processo “naturale” e inoppugnabile; è stato, e viene tuttora, alimentato in tutti i modi da leggi, provvedimenti e accordi che “politica” e finanza hanno concordato per confermarsi nei reciproci ruoli: non, come si dice, con un processo di “deregolamentazione”, bensì – come ben ha fatto notare Luciano Gallino – con il varo di sempre nuove regole, leggi e trattati, per garantire al capitale un potere incontrastato a livello globale.

Per questo volere una società diversa, più giusta e più compatibile con gi equilibri ambientali del pianeta richiede una sostituzione radicale della classe dirigente: a livello locale, nazionale, europeo e globale. Un obiettivo certo di grande portata e di lunga lena, ma che ci impone di cominciare a perseguirlo e a realizzarlo qui e ora. Quello che la ristrettezza di vedute di tutta la nostra classe dirigente, obnubilata dai compiti che l’alta finanza le impone giorno per giorno, non riesce a concepire, è la stretta interdipendenza tra la crisi ambientale di cui non vuole prendere atto, e la crisi economica – e sociale – di cui non fa che acuire le conseguenze catastrofiche con le misure che impone per affrontarla. Questa interdipendenza è invece immediatamente visibile in chi guarda al futuro invece di ostinarsi a riproporre un eterno presente che ci trascina verso il disastro: è la possibilità di difendere, sostenere ed espandere occupazione, redditi, servizi sociali, salute, istruzione, benessere, libertà, e persino un nuovo modo di lavorare, più conforme alle nostre attitudini e ai nostri talenti.Una possibilità che è indissolubilmente legata, insieme alla liberazione dalle catene del debito pubblico, a una radicale riconversione dell’apparato produttivo in direzione della sostenibilità ambientale; all’abbandono di produzioni che non hanno più mercato; o che lo hanno solo a condizione di un continuo sforzo di vendita per indurre i consumatori a comprare cose di cui non hanno alcun bisogno; o lo hanno solo facendo danno, e grazie al sostegno degli Stati, come le armi da guerra e molte delle Grandi opere devastanti in programma o in corso di realizzazione; o lo hanno solo se si riuscisse a competere con paesi che hanno salari un terzo o un quinto di quelli europei, sfruttamento del lavoro infantile, licenza di devastare l’ambiente e di escludere qualsiasi misura di sicurezza sul lavoro: che è ciò a cui, passo dopo passo, tendono le misure varate dai nostri governi – e dal governo Renzi con la velocità che lo contraddistingue – per sostenere una irraggiungibile “competitività” del sistema Italia. Questa stretta interdipendenza tra le risposte da dare alla crisi economica e quelle alla crisi ambientale rendono finalmente attuale l’utopia concreta che Alex Langer aveva delineato venti anni fa: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.

La tutela dell’ambiente, a livello globale come a livello locale, richiede misure che incidono radicalmente sull’assetto sociale e istituzionale di governo dell’economia: non solo più giustizia ed equità nella ripartizione delle risorse a livello geografico – tra i diversi paesi – e a livello sociale – tra le diverse classi – ma anche e soprattutto autogoverno dei processi di produzione e distribuzione delle risorse: cioè riterritorializzazione al posto di globalizzazione. La rete ha reso possibile la circolazione istantanea dell’informazione su tutto il globo e sempre più, con la riduzione del digital divide, tra tutti gli abitanti della Terra; e le migrazioni hanno ormai trasformato ogni paese e città in entità multietniche, mettendo il tema della convivenza tra diversi al centro delle alternative politiche della nostra epoca; sono entrambi fatti positivi. Ma la “libera” circolazione planetaria delle merci e dei capitali – che si è tradotta in giganteschi processi di delocalizzazione delle attività produttive e in una corsa selvaggia alla competitività che azzera tutte le conquiste realizzate dai movimenti sociali e democratici degli ultimi due secoli e mezzo e in un’aggressione senza remore alle risorse del pianeta e all’integrità dei suoi equilibri – è la vera minaccia che incombe oggi sul tutti noi: sia sulla capacità della Terra di continuare a produrre e a rigenerare le risorse e gli equilibri ambientali necessari alla vita del genere umano che sulla possibilità di conservare i risultati e continuare a perseguire gli obiettivi di due secoli di lotte per la giustizia sociale e per assetti democratici sempre più avanzati.
Il tema della riconversione ambientale delle strutture produttive, sia a livello locale che planetario, va dunque messo al centro non solo di un programma di governo dell’Europa radicalmente nuovo, ma anche e soprattutto di processi di formazione di una nuova classe dirigente europea, capace di garantire a tutti i suoi cittadini e le sue cittadine un cambio di rotta radicale e permanente. Nel definire i primi passi di un processo di ampio respiro come questo i criteri a cui occorre ispirarsi possono essere sintetizzati in pochi punti dirimenti:

1. Non ci può essere vera capacità di governo senza capacità di ascolto. Gli attuali governanti europei, e soprattutto quelli italiani, non prestano più alcuna attenzione alle esigenze e alle aspettative del loro elettorato: prima delle persone, contano per loro le esigenze dell’economia che, nel contesto attuale, non sono che le disposizioni dell’alta finanza;

2. Il meccanismo attraverso cui si seleziona una nuova classe dirigente non può che essere quello della partecipazione. Partecipazione alle lotte, alle iniziative di cittadinanza, alle campagne e alle battaglie politiche e culturali; non partecipazione alla vita asfittica di aziende o autoreferenziale di partiti trasformati in trampolini di lancio per carriere e per indebite appropriazioni;

3. Non si parte da zero. Diffusa sul territorio c’è già un’ampia varietà di competenze professionali e di capacità di autogoverno sviluppate sottotraccia in tutti i paesi europei da centinaia di migliaia di cittadini e di lavoratori e lavoratrici in anni di emarginazione dai centri di potere e da ruoli istituzionali. Una nuova classe dirigente deve saper valorizzare queste competenze diffuse di ordine sia tecnico che sociale. Senza mettere al lavoro e valorizzare quello che tutti i cittadini hanno imparato o possono sapere – soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi in contesti di condivisione – per il fatto stesso di vivere o di lavorare in un determinato ambito territoriale non è possibile far emergere né sottoporre a verifica nuovi approcci ai problemi economici e sociali con cui superare l’attuale situazione di stallo e di involuzione della politica e della società;

4. Combinare insieme competenze tecnico-scientifiche e saperi che derivano dalle esperienze condivise dei cittadini e delle cittadine che intendiamo rappresentare è l’obiettivo che ci ha spinto a presentarci alle prossime elezioni sotto le insegne della lista L’altra Europa con Tsipras. I nostri candidati e i nostri parlamentari saranno assistiti, già durante la campagna elettorale e soprattutto una volta raggiunto il Parlamento europeo, sia da team di intellettuali e di esperti che appoggiano la nostra lista, organizzati in base alle rispettive competenze professionali o disciplinari, sia dalle associazioni e dai comitati che l’hanno promossa o che si aggiungeranno ad essa nel corso del tempo. E’ questo un sistema che coniuga la democrazia rappresentativa e quella partecipativa. Sarà il modello di un modo di operare destinato a investire poco per volta tutti gli ambiti in cui ci proponiamo di combattere gli attuali assetti economici e sociali dell’Europa e le loro conseguenze sulle nostre vite e i nostri affari quotidiani. I nostri parlamentari non governeranno l’Europa dei prossimi cinque anni, né saranno forse decisivi per stabilire chi debba farlo. Ma metteranno all’ordine del giorno problemi e soluzioni vere, il resto è affidato alle lotte sociali che si svilupperanno in tutto il continente;

5. C’è, anche tra le nostre file chi queste cose non le ha ancora capite e non cerca di praticarle, continuando a riprodurre una logora riproposizione delle proprie identità perdenti e perdute. Per questo le linee di demarcazione tra chi è con noi, chi è contro di noi e chi va conquistato a una nuova prospettiva sono interamente da ridisegnare nel modo più aperto e solidale.

Intervento al convegno nazionale sul lavoro della lista L’altra Europa. Nova Milanese, 11 maggio

Che cos’è il lavoro nella società dominata dal capitalismo finanziario? Dobbiamo riconoscere che il predominio ormai assoluto della finanza ha cambiato profondamente i tratti fondamentali del capitalismo stesso e con essi quelli del lavoro. Il lavoro tende sempre di più ad essere assimilato a un’impresa, unico soggetto che ha cittadinanza legittima nel mondo d’oggi: un’impresa, ovviamente, individuale.
In base ai principi e alla prassi del pensiero unico e del liberismo imperante, nei rapporti tra lavoratori assimilati a imprese individuali deve vigere la piena concorrenza: ogni lavoratore deve considerarsi in competizione con tutti gli altri per accaparrarsi un posto di lavoro – o un lavoro – o per realizzare un progresso di carriera a spese dei suoi colleghi o compagni; o per difenderlo a spese degli altri se sono in vista dei licenziamenti o dei ridimensionamenti produttivi. Questa competizione di tutti contro tutti è il rovesciamento integrale del principio di solidarietà su cui è stata costruita l’intera storia del movimento operaio. Di qui l’obiettivo di abolire la contrattazione generale e, se possibile, anche quella aziendale, per sostituirla con una contrattazione individuale: da impresa a “impresa”.
L’ideologia con cui si giustifica questo rovesciamento è quella del merito: chi progredisce, o anche semplicemente non arretra, lo fa perché è più meritevole degli altri; chi resta o precipita in fondo è responsabile della propria condizione. I favoritismi, in questa concezione, sono solo una riprovevole eccezione a questa regola universale. Ma chi giudica del merito? La gerarchia preesistente: il capo, il manager, il padrone, la banca, il partito, l’amministrazione, ecc. Una gerarchia che non può per definizione essere stata costruita in base al merito: la gerarchia precede il giudizio sul merito.
Per questo l’ideologia del merito è in realtà un meccanismo di promozione del servilismo e dell’accondiscendenza: va avanti, o non resta indietro, chi si conforma maggiormente alle pretese della gerarchia: la competizione universale di tutti contro tutti, trasferita dall’impresa al mondo del lavoro, è la promozione universale del servilismo e della rinuncia alla propria dignità. Per questo la parola d’ordine “Indignatevi” e la rivendicazione della propria dignità sono le premesse esistenziali e culturali di ogni processo di riscatto.
La trasformazione del lavoro in impresa e del lavoratore in imprenditore di se stesso non riguarda solo l’universo sempre più ampio del lavoro precario, delle partite Iva, vere o false che siano, delle collaborazioni, dei contratti a termine, ma investe lo stesso lavoro dipendente a tempo indeterminato (quando ancora c’è), dove ogni lavoratore viene messo in competizione con gli altri all’interno della stessa impresa e valutato in base al “capitale umano” di cui è detentore.
Ma gran parte di quel “capitale” non è individuale; è il frutto della cooperazione; e si dissolve irrevocabilmente quando le maestranze si disperdono, come sta accadendo in tutte le imprese che chiudono, delocalizzano, licenziano o sospendono la produzione per periodi prolungati.
Questi processi di competizione e di precarizzazione investono ovviamente anche il mondo delle imprese: scompaiono i grandi agglomerati produttivi, che erano grandi concentrazioni di lavoro e di lavoratori, sostituiti da una rete mobile, aleatoria e sempre più delocalizzata di fornitori e subfornitori che dipendono da un unico centro di comando multinazionale, sempre più finanziarizzato. Quei fornitori e subfornitori possono essere sostituiti in ogni momento. Il lavoratore viene così esposto a una duplice precarietà: quella relativa ai suoi rapporti con l’azienda che lo occupa o che ne è il committente, e quella relativa al rapporto dell’azienda con la supply-chain, la catena di subfornitura, in cui è inserita.
Questo crea una gigantesca dispersione del lavoro tra ruoli, imprese, catene di subfornitura e soprattutto territori, paesi e continenti diversi. Il che rende pressoché impossibile la sua ricomposizione di fronte a una controparte comune, che sfugge sempre di più alla possibilità di aprire un conflitto nei suoi confronti. L’indebolimento del lavoro rispetto al capitale e allo Stato, e la stessa crisi di adesioni che le organizzazioni sindacali attraversano in tutto il mondo, sono una delle principali conseguenze di questo processo.
Una ricomposizione politica, e prima ancora sociale e culturale, ma anche esistenziale, del lavoro non può quindi svilupparsi che a livello territoriale (senza per questo trascurare nessuna altra strada, comprese quelle già battute del sindacalismo conflittuale). Ma è sul territorio che si possono ricomporre i rapporti diretti tra lavoratori appartenenti a filiere produttive differenti o non direttamente intrecciate, tra lavoratori più o meno stabili e lavoratori precari, tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è nativo e chi è immigrato, tra i loro familiari, ecc.
Un sindacato che si limita alla difesa dei lavoratori sul posto di lavoro, anche se lo fa in forma rigorosa – e non è questo che succede nella maggioranza dei casi – è strategicamente perdente. Anche il tentativo di mettere insieme lavoratori stabili e precari su basi esclusivamente sindacali è destinato all’insuccesso. I tentativi della Fiom in questa direzione si avvantaggiano del fatto che sotto la sua tutela convive sia quasi tutto ciò che resta della grande e media impresa industriale, sia quei grandi serbatoi di precariato che sono i call-center, inclusi, non si sa perché, nel settore metalmeccanico. Ma questo non è bastato per unire in un solo fronte di lotta lavoratori “fordisti” e precari “postfordisti”.
Per questo la Fiom fin dalla manifestazione del 16 ottobre del 2011 ha cercato di farsi anche “soggetto sociale” tra altri soggetti sociali e promotrice di una loro aggregazione. Purtroppo questa indicazione strategica ha avuto un percorso molto accidentato e controverso a livello nazionale (l’accusa è naturalmente quella di voler “farsi partito”), ma anche pochissimi tentativi di traduzione a livello locale: cioè territoriale, là dove si gioca veramente la partita.
Riterritorializzare il conflitto ma soprattutto il progetto di difesa del lavoro e di promozione di un diverso indirizzo economico e produttivo richiede il coinvolgimento di tutti i soggetti presenti sul territorio: oltre al sindacato, le associazioni di cittadinanza, il volontariato, le università e i centri di ricerca, il mondo della scuola e della cultura, le comunità etniche e religiose, la piccola imprenditoria; ma, soprattutto, il governo locale. Un coinvolgimento su un progetto concreto, definito innanzitutto – ma non, ovviamente, in modo esclusivo – su basi territoriali, a partire dalle risorse naturali, umane e tecnologiche presenti sul territorio, che mettano al centro del programma la compatibilità e la sostenibilità ambientale.
Tutto ciò, per cominciare, a partire dalla rivendicazioni di interventi drastici nei confronti della aziende che chiudono, si ridimensionano o delocalizzano. Non è più possibile continuare ad affidare le loro sorti al governo, che interviene con un “tavolo”, per lo più fittizio, impegnato a trovare per ciascuna azienda una nuova proprietà (un nuovo “padrone”) e un nuovo “piano industriale”, anch’esso per lo più fittizio.
Questi piani di riconversione, compresi gli obiettivi di mercato, devono essere elaborati, per lo meno nelle loro linee generali, dalle forze presenti sul territorio e diventare oggetto di vertenze specifiche che le coinvolgano nella loro interezza, mettendo in campo tutte le competenze tecniche, scientifiche e sociali disponibili – e sono molte – presenti sul territorio, o anche altrove, senza escludere la requisizione degli impianti, o il loro esproprio, se si rendono necessari.
Non è un progetto di autogestione della fabbriche abbandonate da parte delle loro maestranze: con poche eccezioni quelle maestranze non hanno né la forza né la capacità di farsi carico di un progetto così ambizioso, anche quando sanno che l’alternativa è la disoccupazione. Occorre che a farsene carico sia la comunità di riferimento nel suo insieme – grande o piccola che sia – attraverso processi di partecipazione diretta al governo – o al co-governo – del territorio e della sua base produttiva.
La riconversione ecologica è questa: sostenibilità ambientale delle produzioni, perché sono le uniche che hanno un futuro in un mondo che sconterà in misura crescente e sempre più rapida il deterioramento ambientale e climatico. Ma anche, e soprattutto, riterritorializzazione delle produzioni e degli sbocchi di mercato – nei limiti, ovviamente della fattibilità – contro la corsa al sempre peggio indotto dalla competizione universale di tutti contro tutti e dalla globalizzazione. Ma anche partecipazione, cioè democrazia da basso – integrata e non contrapposta – agli istituti della democrazia rappresentativa.
Per questo la cosiddetta green economy esprime una visione parziale della riconversione; guarda ai prodotti e ai processi produttivi, ma non alle forme di comando e, soprattutto, non alla valorizzazione delle risorse naturali, umane e tecnologiche dei territori. E a volte sogna la trasformazione del territorio in un ambiente agropastorale e/o culturale (ma a scopo turistico), senza cogliere l’importanza di partire dal patrimonio produttivo che c’è e che rischia l’abbandono, aumentando la dipendenza da chi ancora produce e inquina in modo tradizionale.
C’è un nesso diretto tra le misure che il nostro raggruppamento propone per cambiare radicalmente l’Europa – condono e/o mutualizzazione del debito pubblico, riforma del sistema bancario, lotta al dominio della finanza, fine delle politiche di austerity – e i processi di riappropriazione del territorio e dei suoi beni comuni, a partire dai servizi pubblici locali e dal tessuto produttivo in crisi.
Questo nesso è la conversione ecologica: quei processi non sono possibili senza quelle misure; quelle misure non avrebbero alcuna efficacia se non vengono innescati anche quei processi; non si vincerà in Europa se quelle misure non verranno sostenute da lotte e iniziativa dal basso sempre più radicali nei territori; però questi conflitti devono avere anche l’effetto di attribuire peso crescente alla loro rappresentanza nelle istituzioni europee. E nel mondo.

Come i media preparano un regime

Ci si è chiesto spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato possibile che nel 1931, su oltre milleduecento docenti universitari solo una quindicina avesse rifiutato di giurare fedeltà al fascismo; e come fosse stato possibile che con loro si fossero allineati migliaia di giornalisti, di scrittori, di intellettuali – la totalità di quelli rimasti in funzione – contribuendo tutti insieme a costruire una solida base di consenso alla dittatura di Mussolini.

Oggi, senza nemmeno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere autoritario e incontrollato, a cui peraltro anche allora molti erano già ben predisposti, la corsa ad allinearsi con il potente di turno, magnificandone qualità e operato, ha assunto da due decenni a questa parte un andamento a valanga; per poi accorgersi, una volta usciti temporaneamente o definitivamente di scena i destinatari di tanta ammirazione, che i risultati del loro operare – del loro “fare” in campo economico, sociale, istituzionale e, soprattutto, culturale – erano inconsistenti, negativi, o addirittura drammatici. Ma rimaneva tuttavia, in alcuni angoli riservati del giornalismo cartaceo e televisivo, lo sforzo di un vaglio critico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spiraglio alla legittimazione di un’opposizione.

Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi – “dà con una mano per prendere con l’altra” (e molto di più) è la sintesi del suo operato – il coro delle ovazioni si è fatto assordante; lo spazio che gli riservano giornali e TV è totalitario (come documenta l’osservatorio sulle TV di Pavia); i toni sono perentori; i rimandi alle sue poliedriche capacità incontinenti; il servilismo degli adulatori dilagante (Papa Francesco copia “lo stile di Renzi” ci ha informato un notiziario). Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento; sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un “moderno” autoritarismo. “Moderno” perché è quello auspicato dall’alta finanza, che ormai controlla la politica e le nostre vite; come emerge anche da un documento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si scaglia contro le costituzioni antifasciste e democratiche che ostacolerebbero il proficuo svolgimento degli “affari”. È l’autoritarismo perseguito dalle “riforme” costituzionali ed elettorali di Renzi, tese a cancellare con premio e soglie di sbarramento ogni possibilità di controbilanciare i poteri dei partiti – o del partito – al potere: non solo in Parlamento, ma ovunque; a partire dai Comuni, non certo aiutati a “fare”, bensì paralizzati dai tagli ai bilanci e dal patto di stabilità per costringerli ad abdica dal loro ruolo, che è fornire quei servizi pubblici locali di cui è intessuta l’esistenza quotidiana dei cittadini. Renzi, come Letta, Monti e Berlusconi, vuole costringerli ad alienarli: come aveva fatto Mussolini sostituendo ai consigli comunali i suoi prefetti.

Una riprova non marginale di questo clima è il modo in cui stampa e media seguono la campagna elettorale europea, confinandola interamente in un confronto Renzi-Grillo (con Berlusconi ormai ai margini) privo di contenuti programmatici e tutto incentrato sulle diverse forme di “carisma” che i due leader esibiscono. In questo contesto il silenzio calato sulla lista L’altra Europa con Tsipras, l’unica che si presenta con un programma per cambiare radicalmente l’Europa (che è l’argomento di cui è proibito parlare) e non per abbandonarla insieme all’euro, né per continuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come passaggio obbligato per tornare alla “crescita”. Della lista L’altra Europa stampa e televisioni hanno seguito e ingigantito le difficoltà incontrate nel corso della sua formazione, per poi calare una cortina di silenzio totale sulla sua esistenza a sui suoi successi. La venuta di Tsipras a Palermo, con un teatro pieno, la gente in piedi e mille persone rimaste fuori ad ascoltare, con una visita all’albero di Falcone accompagnato da centinaia di sostenitori e con l’incontro con il sostituto Di Matteo, non ha meritato nemmeno un cenno o una riga. Nemmeno la consegna delle 220 mila firme raccolte per consentire la partecipazione della liste alle elezioni, un risultato su cui molti media avevano scommesso che non sarebbe mai stato raggiunto, ha avuto la minima menzione.

L’apertura della campagna elettorale al teatro Gobetti di Torino con la partecipazione di Gustavo Zagrebelski e altre centinaia di sostenitori è anch’essa scomparsa nel nulla.

Quando si accenna di sfuggita alla lista L’altra Europa, per lo più per denigrare o sbeffeggiare i tanti intellettuali di valore che la sostengono – ribattezzati “professoroni”; e solo per questo se ne parla – il suo programma viene assimilato a quello dei no-euro, dei nazionalisti o addirittura dei fascisti. Perché “se non si è con Renzi non si può che essere contro l’Europa”. Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’ Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo. Eppure non è mancato agli stessi giornali e telegiornali lo spazio per occuparsi del congresso del “nuovo” (il 14°) partito comunista fondato da Rizzo, della presentazione della lista elettorale Stamina, della riammissione dei Verdi alla competizione elettorale anche senza aver raccolto le firme (mentre chi le ha raccolte non ha meritato nemmeno una riga). Il tutto viene completato con la presentazione di sondaggi che danno la lista per morta: sono i tre divulgati dalle televisioni di regime, mentre tutti gli altri sondaggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbarramento, ma non vengono resi noti.

Io, che ho lavorato anche in una società di sondaggi, so bene come si fa ad orientarli (e anche a falsificarli) e quanto contribuiscano a “orientare” e a manipolare la realtà. Giornali occupati dalla stigmatizzazione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affrontare questa campagna elettorale senza un euro di finanziamenti di stato o di pubblicità. E così via. Poco per volta, e a volte impercettibilmente, si scivola verso un nuovo regime e in questa temperie persino le critiche all’operato di Renzi vengono proposte come ragioni per un sostegno dovuto e ineluttabile.

Tipico da questo punto di vista, perché riassume una parabola che coinvolge un po’ tutti i commentatori politici che in qualche modo devono misurarsi con numeri e dati che contraddicono frontalmente le dichiarazioni del leader, è l’editoriale (l’omelia settimanale) di Eugenio Scalfari comparso sul numero pasquale di Repubblica. In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza copertura finanziaria, che gli servirà per stravincere le elezioni europee, anche se è basata un una serie di imbrogli contabili che presto verranno alla luce. Ma – scrive Scalfari, che pure, in margine a una critica alla riforma del Senato proposta da Renzi manifesta, senza sottolinearla, la consapevolezza che la sua riforma elettorale stravolgerà completamente l’assetto democratico del nostro paese – c’è da augurarsi comunque che quell’imbroglio funzioni; perché così il governo si rafforzerà, recupererà anche in Europa il prestigio perduto e la crescita potrà ripartire.

Il che mostra in che conto Scalfari tenga “questa Europa”: quella a cui stiamo sacrificando le ormai molte “generazioni perdute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vecchiaia e la vita stessa di un numero crescente di cittadini, di lavoratori e di imprenditori, e l’intero tessuto produttivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia – e non solo lui – della crescita (il “flogisto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gallino: tutti ne parlano e nessuno sa che cosa sia). Ma soprattutto mostra dove porta questa teoria, o visione, o percezione, sempre più diffusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiaggia”. Così, quando si sarà compiuto il disastro economico, sociale e istituzionale a cui ci sta trascinando quella sua cavalcata fatta di vuote promesse, di trucchi contabili e di nessuna capacità di progettare un vero cambiamento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tornare indietro.

È per questo che bisogna fermarlo qui e ora, a partire da un rovesciamento dei pronostici – meglio sarebbe chiamarli auspici di regime – tutti a favore delle destre nazionaliste e razziste mascherate dietro la campagna anti-euro, o delle larghe intese tra PPE e PSE, con le quali la politica economica, fiscale e monetaria dell’Unione dovrebbe proseguire indisturbata il suo cammino di distruzione.

Fare default non vuol dire lasciare l’euro

Dal 2009, anno in cui il premier Papandreou ha dovuto dare conto dello stato comatoso delle finanze della Grecia, che i governi precedenti avevano “nascosto” – ma che non era certo un segreto per chi l’aveva fatta indebitare fino al collo per vendergli le sue merci, le sue armi, i suoi mastodontici impianti per le olimpiadi, incassando poi anche gli interessi sui crediti concessi: Francia e Germania in testa – quel paese ha ristrutturato due volte il suo debito.

Cioè ha fatto due volte default, con il consenso – meglio sarebbe dire, su imposizione – della Troika e soprattutto del governo tedesco. Quei debiti sono anche il frutto della corruzione dei governi greci, come da noi sono il frutto di vent’anni di malgoverno italiano; ma in entrambi i casi quei governi sono stati tenuti in piedi proprio dagli Stati forti dell’Unione per continuare a fare i loro affari; e vengono tenuti in piedi anche adesso per spennare i cittadini dei paesi vessati dal malgoverno. Sono loro, non noi, a essere vissuti “al di sopra delle proprie possibilità”, come ci viene invece rinfacciato tutti i giorni, per attribuirci la causa di una crisi che solo loro hanno provocato.

In ogni caso, la ristrutturazione del debito greco era insufficiente e tardiva: qualche anno prima avrebbe potuto sortire un effetto; fatto in ritardo, e solo per rinviare un inevitabile crack, non ha certo risanato le finanze della Grecia, il cui debito ha continuato ad aumentare mentre il PIL precipitava. Però, in cambio di quel taglio, è stata imposta alla Grecia la svendita di tutte le imprese pubbliche e di tutti i beni comuni del paese (una cosa che i sindaci italiani, strangolati dal patto di stabilità interno, conoscono bene); senza con questo portare il minimo contributo alla riduzione del debito e della montagna di interessi che gravano su di esso.

In compenso il tessuto produttivo della Grecia è stato azzerato, migliaia di dipendenti pubblici e di lavoratori del settore privato sono stati licenziati, la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti, il salario di quelli rimasti e le pensioni sono state dimezzati, il servizio sanitario nazionale è stato ridotto all’osso, le medicine sono sparite, la mortalità infantile è raddoppiata, Università e televisione pubblica sono state chiuse (restano aperte solo quelle private), milioni di inquilini sono stati sfrattati, gran parte della popolazione è alla fame e si nutre con i doni o le svendite degli agricoltori che portano in città i loro prodotti invenduti, oppure frugando nei cassonetti della spazzatura e così via.Però i ricchi non sono mai stati così bene: non pagano le tasse e vivono con i profitti dei capitali esportati. Leggi tutto “Fare default non vuol dire lasciare l’euro”

TSIPRAS CONTRO TOLOMEO

Alcuni anni fa – eravamo già in piena crisi – dopo una trasmissione in cui un noto economista di “sinistra”, nonché columnist di un importante quotidiano, si era a lungo diffuso sulla necessità rimettere in moto la “crescita”, gli avevo chiesto: ma davvero pensi che l’economia italiana possa tornare a crescere a breve? Mi aveva risposto in modo perentorio: in Italia non ci sarà più crescita per almeno dieci anni. Da allora quell’economista-columnist ha pubblicato articoli su articoli su come il paese può riprendere a crescere; ora, subito, ovviamente; non fra dieci anni. A un altro economista-columnist che aveva pubblicato, insieme a un terzo collega – successivamente risucchiato nel buco nero della lista “Fermiamo il declino” di Oscar Giannino – un articolo molto citato dove sosteneva che, per “fermare lo spread”, bisognava vendere subito tutte le imprese di Stato, avevo chiesto, qualche mese dopo, se non avesse cambiato idea. Perché quello che si può ricavare da una vendita simile è irrisorio rispetto alla montagna del debito pubblico italiano. Mi aveva risposto di sì; considerava quell’articolo un errore. Da allora ha continuato a scrivere articoli su articoli per propugnare la vendita di tutti gli asset di Stato. E per occuparsi meglio della cosa è diventato anche un consigliere di Renzi.

Questi episodi, insieme ad altre riflessioni, mi hanno convinto che gli economisti mainstream, o la grande maggioranza di essi, non credono assolutamente in quello che scrivono. Sanno benissimo, o sospettano fortemente, che con le loro ricette, o soprattutto a causa di esse, le cose non possono che andare sempre peggio. Ma allora, perché lo fanno? Perché non raccontano quello che veramente pensano? Il fatto è che non riescono a uscire dalla gabbia concettuale in cui li imprigiona la loro disciplina, ormai assurta al rango di “pensiero unico”, senza più distinzioni tra “destra” e “sinistra”. Non sanno ragionare senza il puntello di categorie che rimandano a un mondo che non esiste e non è mai esistito, dove tutto ruota intorno a un “mercato” immaginario, eretto a supremo regolatore del creato, e a cui istituzioni, politica, cultura, ambiente, e la vita stessa di miliardi di esseri umani, non possono fare altro che adattarsi (o cercare di farlo) adottando come unica regola di condotta una lotta di tutti contro tutti. Che loro chiamano concorrenza o competitività. Però, al termine mercato (al singolare) con il quale designano per lo più un meccanismo anonimo, impersonale, trasparente, agìto in modo preterintenzionale da milioni o miliardi di individui, hanno da tempo sostituito il termine “mercati” (al plurale), che allude invece a un potere opaco – anonimo solo perché i suoi detentori agiscono nell’ombra – concentrato in mano a pochissime entità che dominano il mondo con la finanza. Ecco spiegata in modo semplice la loro afasia su ciò che sta succedendo: una gigantesca espropriazione di miliardi di esseri umani per concentrare la ricchezza in un pugno sempre più ristretto di privilegiati. Molti di loro, in realtà, lo sanno benissimo e dietro a tanta teoria non c’è che la difesa dell’ordine esistente, per quante critiche, peraltro assolutamente marginali, gli rivolgano.

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La mia risposta a Carlo Formenti

C’è ovviamente una vena di disprezzo per gli “intellettuali” – da contrapporre alla “rude razza pagana” o alle “mani callose” degli operai – nell’appellativo “partito dei professori” che Carlo Formenti, in una “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”, pubblicata da alfabeta, affibbia alla lista “L’altra Europa per Tsipras”. La cosa curiosa è che tra i sette garanti della lista solo due sono professori; gli altri no. Lo è invece l’autore di quell’articolo. E’ un approccio al problema del lavoro intellettuale ancora diffuso negli ambiti più tradizionalisti di una sinistra ormai defunta, che può anche essere la manifestazione di una sana diffidenza. Ma quando è alimentato dall’alto mi ricorda l’intervento di un operaio (senza mani callose) che nel corso di una recente assemblea aveva così esordito: “Gli intellettuali, scusate la parola, ecc…”. Conosco Carlo Formenti soprattutto attraverso i libri (scusate la parola…) che ha scritto; ma stavolta questo professore in incognito ha fatto cilecca. Non sa niente e crede di sapere tutto. Non sa niente perché nella fase della sua costituzione, della lista “L’altra Europa” non si può sapere quasi niente, se non parlando, ma Formenti non lo fa, del contesto in cui è nata o della domanda sociale, politica e culturale a cui cerca di dare risposta. Una risposta in gran parte da definire attraverso il concorso dei movimenti a cui la lista fa appello, mettendo a frutto la loro esperienza, le loro buone pratiche e anche, ovviamente, il contributo degli i “intellettuali” che hanno dato la loro adesione.

Invece Formenti sembra già sapere che in quella lista, o verso quella lista, convergono Vendola, che ha appena affrontato – e perso – un congresso in cui proponeva esattamente il contrario, Civati e i cinque stelle dissidenti, che per ora stanno facendo tutt’altre operazioni, Toni Negri che ha detto che appoggia Tsipras ma le lezioni non gli interessano, Bifo che gli ha inviato un assist alla propria candidatura “di puro marchio democristiano”, Casarini (ma l’ha imbroccata per puro caso), ecc. E sbaglia persino sostenendo che Paolo Flores e Barbara Spinelli (che scrive su la Repubblica) fanno capo al Fatto Quotidiano. Ma le critiche sostanziali di Formenti riguardano due questioni: l’idea di cercare una “terza via” tra mercatismo ed euroscetticismo; e le modalità di scelta dei candidati. A Formenti non piace l’espressione “terza via” che gli ricorda Blair; ma è una questione nominalistica, perché la terza via di Blair e dei suoi epigoni rientra a pieno titolo nel mercatismo – o liberismo – mentre la strada proposta da Tsipras e dalla lista “L’altra Europa” respinge tanto il liberismo imperante nella governance europea, e non solo, quanto l’idea di salvarsi attraverso un recupero delle sovranità nazionali in campo monetario, fiscale, tariffario, ecc. Formenti non dice se condivide o no questa “seconda via” (ben riassunta nella proposta di “uscire dall’euro”) e liquida la questione affermando che “questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri”. Non si capisce però se per distruzione e ricostruzione “sulle ceneri” Formenti intende che dobbiamo passare anche noi per un disastro come quello della Grecia (“ceneri”); oppure sciogliere il vincolo europeo per tornare alle sovranità nazionali (“quest’Europa può solo essere distrutta”); però sa già che “i professori” di queste cose non vogliono parlare. E perché? Di che altro si dovrebbe parlare in questa campagna elettorale per definire un percorso che eviti sia il mercatismo imperante che l’euroscetticismo (e il fascismo) in ascesa?

In realtà, mettendo insieme l’appello dei “professori”, cioè dei promotori della lista e la dichiarazione programmatica di Tsipras, che i promotori (ora garanti) hanno condiviso, abbiamo un programma politico quasi completo, certamente da articolare, integrare, approfondire e correggere, con cui però Formenti non si confronta. In quelle dichiarazioni si parte proprio dal presupposto che oggi “gli Stati [europei] da soli non sono in grado di esercitare sovranità” e che per questo solo l’Europa può e deve cambiare fondamentalmente. Deve darsi una nuova Costituzione, i mezzi finanziari per creare lavoro, con una politica ambientale adeguata alle dimensioni della crisi planetaria, con una riconversione del sistema produttivo dove si indicano anche i settori di più urgente intervento; deve respingere il fiscal compact, mettere al centro il superamento delle diseguaglianze e lo stato di diritto, promuovere la ricerca, l’istruzione e la cultura, affrontare mafia e criminalità organizzata e invertire rotta nelle politiche adottate contro i migranti. Nella sua Dichiarazione programmatica, a sua volta, Tsipras precisa tre principi che impegneranno i parlamentari eletti nelle liste che lo appoggiano per offrire un punto di riferimento concreto alle lotte sociali sempre più intense contro le politiche liberiste adottate dall’UE.

I tre principi riguardano la fine dell’austerità, attraverso misure che includono anche la rinegoziazione del debito e la messa in mora del suo rimborso; la trasformazione ecologica della produzione e una politica di inclusione, diretta innanzitutto ai migranti e ai diritti civili dei cittadini. Il tutto articolato in ben dieci punti che nel loro insieme costituiscono una ricostituzione dalle radici dell’Unione europea. Forse proprio quella che anche Formenti auspica, anche se, al di là del suo furore distruttivo, non ci dice che Europa vorrebbe e nemmeno se anche per lui è l’Europa il terreno fondamentale dove si decidono gli esiti di un conflitto che ancora non si è dispiegato pienamente, ma di cui si moltiplicano i focolai e che il nostro progetto cerca di consolidare in un fronte unitario. Quanto alla scelta dei candidati, sfiderei Formenti, che per sua fortuna non ha dovuto confrontarsi con un problema del genere, a trovare un sistema più democratico di quello adottato per formare la lista L’altra Europa con Tsipras. Associazioni, comitati e organizzazioni varie, compresi i partiti che sostengono la lista, hanno presentato le loro proposte, dopo averle discusse al loro interno, a un comitato allargato a cui tutti gli interessati hanno potuto partecipare.

Questo comitato le ha sottoposto quelle proposte a uno screening per ricomporle secondo criteri di buon senso. In cui ha certamente un posto di riguardo la “visibilità” dei candidati: per far parlare di una lista e di un programma su cui è calato il più assoluto silenzio di stampa e media. Ma ii criteri sostanziali sono il rispetto di un equilibrio tra generi, di età, provenienza territoriale e appartenenza a mondi politico-culturali differenti (la lista si propone esattamente questo). Una serie di criteri che non lascia molto spazio alla discrezionalità. D’altronde le elezioni europee consentono ben tre voti di preferenza, che possono ribaltare molte delle scelte compiute. Quanto ai “professori”, cioè ai garanti, non sono stati loro a formare le liste; il loro ruolo era quello di proporre al comitato alcune (poche) candidature di rilievo e di dirimere le questioni controverse. Formenti, ergendosi a paladino della selezione dei candidati in assemblea o tramite un voto on-line sembra aver dimenticato come si sono svolte e concluse le assemblee che hanno preceduto solo un anno fa il disastro di Rivoluzione Civile (le assemblee occupate per imporre i candidati di uno o dell’altro partito, che è quello che si voleva evitare), o come si svolgono i periodici voti on line del movimento cinque stelle, con cui, in questo caso, non si vuole avere niente da condividere. In una non-organizzazione come la lista L’altra Europa, nata praticamente dal nulla per supplire alle carenze o rimediare alle divisioni di chi per anni si è autonominato rappresentante della sinistra, riuscendo a lasciare milioni di cittadine e cittadini senza alcuna rappresentanza e consegnandoli all’astensione, al movimento cinque stelle o a un voto al PD dato controvoglia, non credo che si potesse trovare un modo di scegliere i candidati più condiviso o democratico di questo.

Un programma per l’Europa

Qual è il programma con cui la lista L’altra Europa con Tsipras si confronta con il suo potenziale elettorato? Abbiamo sempre detto che quel programma si costruisce in corso d’opera, attraverso la partecipazione di chi sostiene il nostro progetto e soprattutto dei tanti gruppi organizzati che hanno buone pratiche o lotte esemplari da proporre come modelli da generalizzare. Naturalmente il tutto si deve sviluppare lungo i binari che sono stati tracciati dall’appello di Barbara Spinelli e dei promotori e dalla dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras. Vale a dire che con questo progetto si respinge tanto l’accettazione passiva delle politiche di austerità che stanno portando un numero crescente di cittadini europei e l’intero edificio dell’Unione verso la catastrofe, quanto l’idea che si possa “uscire dalla crisi” con un recupero delle sovranità nazionali – ben sintetizzato dalla proposta di “uscire dall’euro” – a cui si affiancano spesso reviviscenze nazionalistiche o, peggio, fasciste. Noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza. Una buona traccia intorno a cui lavorare per definire il nostro programma sono i dieci punti elencati nella dichiarazione programmatica di Tsipras.

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Ricostruire l’Europa


L’Europa sta marciando verso la sua dissoluzione. A spingere verso il baratro l’Unione e, insieme a lei – uno a uno o tutti insieme – la maggioranza dei paesi membri, sono i falsi europeisti e una cultura formalmente “liberista”, ma in realtà ragionieristica e statalista che la governano nell’ interesse di un pugno di grandi banche di affari, di assicurazioni, di fondi di investimento, di grandi società multinazionali, di speculatori privati che ormai controllano la metà della ricchezza dell’intero pianeta. La catastrofe a cui va incontro l’Unione la si vede innanzitutto ai suoi confini: nell’impotenza dimostrata nella crisi ukraìna (analoga a quella di un ventennio fa nella crisi jugoslava), ma anche nell’inconsistenza della sua politica nei confronti del conflitto tra Israele e Palestina, delle trascorse primavere arabe, del disfacimento di una Libia ormai preda di anonimi “signori della guerra”, del conflitto sociale in Turchia, ed altro. L’arma che l’Unione europea avrebbe dovuto usare e non ha messo in campo non è solo una chiara linea di condotta diplomatica (che non esiste); è soprattutto un sostegno sostanziale alle forze democratiche in campo, nel nome di una solidarietà capace di attraversare i confini. Ma come potrebbe mai mettere in atto una politica del genere una Unione che non ha niente da eccepire contro forze razziste e apertamente antidemocratiche come quelle al governo in Ungheria, che dell’Unione è paese membro? E che, in nome di una contabilità meschina e atroce, massacra il suo stesso popolo, come ha fatto e continua a fare in Grecia; e come sta facendo con Italia, Spagna e Portogallo? E che chiama questa politica una medicina, come ha fatto anni fa con la Grecia il nostro ministro Padoan, che si appresta a somministrare anche a noi lo stesso trattamento?

Quale trattamento? L’”austerity”: che in Italia significa, già oggi, pareggio di bilancio (la negazione di tutta la migliore scienza economica del secolo scorso): un obiettivo inattuabile, ma inserito lo stesso nella Costituzione per dare una dimostrazione pratica che della Costituzione ce ne si può e ce ne si deve fregare. Ma a partire dal 2015, “austerity” vorrà dire anche cominciare a restituire alle banche il mostruoso debito pubblico italiano (oltre 2100 miliardi) che si è andato accumulando esclusivamente sommando anno dopo anno gli interessi che i creditori hanno maturato prestando denaro allo Stato. Questo significa estrarre dalle tasche di chi paga le tasse (e non certo da quelle degli evasori), quasi cento miliardi all’anno per pagare gli interessi sul debito e, dall’anno prossimo, altri cinquanta miliardi all’anno, per vent’anni, per restituirne una parte: insieme, ogni anno, un decimo del PIL italiano. A queste condizioni il debito pubblico italiano, come quelli della Grecia (che ha già fatto default due volte, anche se nessuno lo dice), del Portogallo e domani di diversi altri paesi dell’Unione, sono insostenibili e portano diritto e filato al crack. Nessuno degli economisti appesi come a un cappio al mito reazionario della crescita del PIL come unica via da seguire per “sanare” i bilanci (cioè per continuare a ingrassare banche, speculatori ed evasori seduti, nei loro paradisi fiscali, su una montagna di denaro che non sanno più come impiegare) ha finora provato a spiegare come è possibile, non dico “rilanciare la crescita”, ma tenere in piedi il tessuto produttivo e sociale di un paese, con una simile pietra al collo. E magari, quegli stessi economisti si chiedono come mai la diseguaglianza sociale continua ad aumentare. E ci spiegano che è colpa di lavoratori, disoccupati, giovani e pensionati che continuano a “vivere al di sopra delle loro possibilità”…

Ma le elezioni europee sono alle porte e, anche se L’Europarlamento conta poco, i partiti che vogliono tornarci per farlo contare sempre meno sono proprio quelli che hanno sostenuto a spada tratta l’austerity per anni. Che però è impopolare e fa perdere voti; per questo quegli stessi partiti ora non perdono occasione per dire che quella medicina era sbagliata e che bisogna riprendere (moderatamente) a spendere. Un recente rapporto della Commissione Affari economici del Parlamento Europeo è drastico in questo giudizio; salvo poi ripetere che i vincoli di bilancio vanno mantenuti. Che cosa significa tutto ciò? Significa che si deve spendere qualcosa in più per non perdere le elezioni; per poi recuperare quei fondi da un’altra parte. Gli exploits di Renzi vanno esattamente in questa direzione; per questo difficilmente incontreranno in Europa un’opposizione rigida fino al giorno delle elezioni. Poi si tratterà di far tornare i conti. Di riprendere a fare “i compiti a casa”, per usare l’espressione più stupida che una politica senza più dignità abbia finora inventato, ma che ha costituito l’unica fonte di legittimazione dei governi di Monti e di Letta. Ora Renzi si fa gioco di quell’espressione; ma solo per dire che lui, i “compiti a casa”, li fa da solo, perché è il primo della classe; senza bisogno che glielo ricordi la maestra, cioè Angela Merkel. Infatti, Renzi “regala” (con i nostri soldi) 85 euro al mese a chi ha già un lavoro, e fa spere che li recupererà (li andrà a prendere, dopo le elezioni europee) con la spending review: cioè nella scuola (la sua ministra dell’istruzione ha già fatto sapere che gli insegnanti in Italia sono troppi…), nella sanità, nelle pensioni (anche se per ora nega); ma soprattutto taglieggiando ulteriormente, con il patto di stabilità – come si fa da anni – i Comuni: per costringerli a vendere a banche e privati (largamente foraggiati dalla Cassa Depositi e Prestiti, che amministra i risparmi di milioni di piccoli depositanti) i servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, gase ed elettricità, trasporti, scuole materne e asili, assistenza agli anziani) e i nostri beni comuni (suoli, edifici storici, fabbriche, caserme e aree dismesse, spiagge e quant’altro). Ma soprattutto Renzi compensa il mondo confindustriale, che voleva appropriarsi anche di quegli 85 euro, rendendo permanente e obbligatorio il lavoro precario. I “compiti a casa” fatti da Renzi “da solo” non sono meglio di quelli dettati dalla maestra; che comunque resta sempre là a vigilare.

La risposta più grottesca a questo modo di procedere, ma anche la più “popolare”, che per questo dà la misura del degrado culturale (una vera e propria “dittatura dell’ignoranza”) in cui l’ideologia liberista ha fatto precipitare l’opinione pubblica è “l’uscita dall’euro”; il recupero della sovranità monetaria per riprendere, ciascuno per conto proprio, la via della “crescita”. La parola magica è “svalutazione”: una misura che l’euro non consente e la BCE non persegue. Svalutando una moneta tornata nazionale, si dice, riprenderanno le esportazioni e con esse gli investimenti, l’occupazione, i salari e il PIL, così da ripagare anche interessi e debito (che nel frattempo sarà raddoppiato, perché resterà contabilizzato in euro sempre più rivalutati). Ma se tutti i paesi che escono dall’euro (posto che sia fattibile) competono a chi svaluta di più, le esportazioni non aumenteranno e a subirne le conseguenze sarà il potere di acquisto dei salari. D’altronde, le imprese italiane che si sono attrezzate per “competere” sui mercati globali hanno continuato a esportare nonostante l’euro. Quelle soccombenti – e sono tante! – hanno ormai perso la gara, non solo in termini di salari (più di tanto, infine, non si possono abbassare) e di tutela di ambiente e salute; ma soprattutto in tecnologie: con i fondi per la ricerca azzerati o finiti nelle tasche dei baroni universitari è difficile reggere anche nei confronti delle economie emergenti, che la ricerca la finanziano, eccome! Ma la pretesa più ridicola dei fautori dell’uscita dall’euro è l’dea che in questo modo la Banca centrale (in questo caso la Banca d’Italia) torni a essere “prestatore di ultima istanza”: cioè torni a finanziare una spesa pubblica in deficit, invece di farla finanziare da banche nazionali e internazionali, che poi impongono la loro volontà al governo. Dimenticano, costoro, che il primo paese a negare alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza (con il fatidico “divorzio” tra Governo e Banca d’Italia, che ha fornito il modello allo statuto della BCE) è stato proprio il nostro paese. E non per sbaglio, bensì per creare un vincolo insormontabile all’aumento dei salari e della spesa per il welfare. Se ora, tornando alla lira, tocca poi fare anche una battaglia in Italia per annullare quel “divorzio”, tanto vale sferrare la battaglia direttamente in Europa, dove potremo trovare al nostro fianco, se non i governi dei paesi dell’Europa del Sud (Francia compresa), certamente le forze decise a incalzarli su questo terreno. E non solo nel futuro Parlamento europeo, ma, cosa ben più importante, nelle lotte e nelle iniziative sociali e culturali contro l’austerity e le sue conseguenze.

L’Unione europea va dunque ricostruita dalle sue fondamenta (che sono quelle della Carta di Ventotene), come se fosse uscita, o dovesse uscire, da una guerra. Una guerra combattuta questa volta non con gli eserciti, le bombe e i carri armati, ma con le banche, il debito e gli spread. Che cosa significa questa asserzione? Significa che l’Europa che dobbiamo proporre a coloro cui chiediamo di ascoltarci, per definirne i connotati insieme a loro e con loro costruire e assemblare le forze per imporla, è un’Europa democratica (con un Parlamento che ne riformi la costituzione per rendere effettivi i propri poteri e i diritti di tutti); federale (non di un federalismo tra Stati o Regioni, ma tra autonomie locali – Comuni e territori – capaci di imporre le proprie esigenze ai livelli superiori di governo); pacifica (attrattiva per tutte le forze democratiche dei paesi sopraffatti da guerre civili o dittature); fondata sulla partecipazione della cittadinanza attiva (che può esercitarla in forme efficaci soltanto a partire dalle istituzioni di prossimità; cioè, ancora una volta, dai Comuni); orientata alla sostenibilità ambientale (cioè a una radicale riconversione produttiva, che è l’unica strada per garantire occupazione, reddito, salute e istruzione alla stragrande maggioranza della popolazione); inclusiva (che non trascura gli ultimi per privilegiare i penultimi, perché sa che in questo modo non si fa che dividerci e lasciare il campo libero alle forze dell’oppressione e dello sfruttamento); creativa (perché il lavoro libero, e liberamente scelto, è il solo a produrre innovazione, benessere e valorizzazione di quanto di meglio ciascuno può volere per sé e può dare agli altri).