“Lo spettro di un altro soggetto politico”

Scambio di corrispondenza pubblicato dal manifesto martedì 7 luglio tra Luigi Fasce e Guido Viale

LUIGI FASCE

Secondo Viale, lo spettro in questione deve inquietare noi suffragette/i “del “nuovo soggetto politico” nuovo” o “costituente della sinistra” invece che il neoliberismo egemone.

Per evitare il terrificante spettro, Viale propone un modello di “cosa” politica di sinistra, sulla base delle ottime esperienze di “Comitato Beni comuni” e “Acqua Bene comune”, certo con la necessità di “strumenti di coordinamento e di comunicazione migliori”.

Dunque, abbiamo come comitati Tsipras a livello territoriale abbiamo contribuito alla elezione di tre deputati nel parlamento europeo. Tre parlamentari che assieme ci scrivono lettere di apprezzamento in cui manifestano il loro sostegno politico ed economico per esortarci a proseguire nel percorso iniziato con la Lista per un’altra Europa con Tsipras.

Dunque i nostri rappresentanti nel Parlamento Ue ci chiedono di continuare. Ce lo chiedono anche i rappresentanti legali della Lista ? Chi sono ? Forse Viale è uno di questi ?

I rappresentanti legali della Lista Tsipras quale collante ideologico pensano di dare a questa nuova forza politica ? Confido ispirati alla Costituzione italiana ! Ma con quale modello organizzativo?

Dai proprietari attuali il logo-contrassegno elettorale deve passare di mano e diventare patrimonio degli iscritti del nuovo partito e del suo, pro tempore, legale rappresentante democraticamente eletto. Nell’ultimo ventennio c’è stata la moda del partito non solo leaderistico ma del padrone per statuto del logo che rappresenta il Partito alle elezioni, con Pannella precursore, poi Berlusconi, Di Pietro, infine Grillo.”. Certo questa appropriazione indebita è stata possibile perché all’art.49 della Costituzione in ben trenta anni di governi di centro-sinistra e con un fortissimo PCI all’opposizione, di disegno di legge attuativo dell’art.49 mai nemmeno l’ombra in Parlamento.

Viale quando scrive “…evitando strutture pesanti e difficili da ridimensionare “ lascia supporre la scelta del tipo di modello organizzativo, temo, sul tipo di quello Radicale di Pannella, composto da tante associazioni autonome, nazionali e/o periferiche, nessuna delle quali può incidere sul potere decisionale del Partito di cui Pannella, senza nemmeno ricoprire la carica di segretario, per atto notarile, è l’unico proprietario del “contrassegno elettorale” per l’uso del quale occorre la sua approvazione. Non abbiamo bisogno di un Partito volatile ma per durare. Abbiamo bisogno di un partito che esprima compiutamente la rappresentanza del Popolo della sinistra. Partito che si possa presentare alle prossime elezioni a tutti i livelli, comunali, regionali politiche.

L’enigma di chi sarà il padrone del “contrassegno elettorale” e del tipo di organizzazione che si vuole attuare spero venga sciolto il 19 luglio p.v.

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GUIDO VIALE:

Luigi Fasce, Comitato Tsipras Genova, non mi piace il tono acido di questa lettera. Il mio scopo era intervenire in modo propositivo in un dibattito in corso. Intanto preciso: non ho proposto un “Comitato Beni comuni” (in realtà si chiama Costituente), né l’azienda speciale Acqua Bene Comune di Napoli come modelli di una “cosa”, leggi partito, di sinistra. Ho menzionato queste esperienze come esempi di una fattiva collaborazione tra intellettuali vicini alla lista L’altra Europa e le iniziative di lotta che le hanno promosse. Inoltre, ho sempre sostenuto che l’associazione titolare del logo della lista, di cui faccio parte, non è un organo politico, non può convocare riunioni, produrre documenti, prendere decisioni che non attengano strettamente a questioni amministrative. L’associazione non è padrona di alcunché, meno che mai dell’organizzazione politica. Anzi, è per ora titolare di un debito di 25-30mila euro (esattamente non si sa, perché stanno arrivando molte multe per affissione abusiva) di cui i suoi soci sono responsabili in solido, e che spero venga ripianato con ulteriori contribuzioni volontarie. Anche io, come tutti, sono e sono stato fin dall’inizio favorevole, quale che ne fosse l’esito elettorale, al proseguimento dell’esperienza nata con la lista. Ho cercato di spiegare come: mettendo al centro i contenuti programmatici che ho esposto nel mio articolo – che rispecchiano i 10 punti della lista – e articolando il nostro percorso per gruppi tematici di intervento, confronto e riflessione, ovviamente coordinati a livello locale e nazionale. In questo concordo con queste conclusioni dell’assemblea ACT del 29 giugno: “Prima ancora che concentrare il dibattito collettivo sulla costituente di un nuovo soggetto politico è invece necessario praticare la sinistra, dare corpo al percorso comune con un’agenda di lotta e iniziativa, campagne tematiche nazionali ed europee, spazi fisici sui territori e pratiche di mutualismo, formazione e solidarietà attiva. La priorità non è la precipitazione organizzativa, ma il precipitarsi sui territori. Non il soggetto politico organizzato, ma lo spazio pubblico dell’alternativa, non una costituente ma una piattaforma d’azione”. Dunque, lo spettro di cui parlo è quello di chi mette l’organizzazione, o il partito, o la sua “costituente”, davanti ai compiti politici che ci aspettano.

Guido Vial

Quale Europa?

Quale Europa vogliamo noi della lista L’altra Europa con Tsipras? L’abbiamo detto e scritto molte volte: vogliamo un’Europa democratica, federalista, solidale, ecologica, inclusiva, pacifica. Ora – ma in parte abbiamo già cominciato a farlo nei mesi scorsi – dobbiamo articolare questo programma.

Democratica: vogliamo una vera costituzione dell’Unione europea, con un governo a base parlamentare, autonomo dai poteri dell’alta finanza e in grado di definire le linee fondamentali della politica economica, sociale, ambientale e culturale; e vogliamo anche preservare l’impianto fondamentale della costituzione italiana e fermare la progressiva erosione dell’area di applicazione della democrazia promossa dal governo Renzi e da quelli che lo hanno preceduto. Ma siamo consapevoli che la democrazia rappresentativa non è più un ordinamento sufficiente a garantire i diritti della persona che sono andati maturando nel corso del secolo scorso se non viene affiancata e integrata da forme di democrazia partecipativa, capaci di investire progressivamente tutte le aree della vita quotidiana: a partire dal lavoro, ma senza trascurare i servizi pubblici, locali e non, l’ambiente, la gestione del territorio e dei beni comuni, la cultura, la salute, l’istruzione e tutto il resto. La democrazia partecipativa (e queste osservazioni valgono anche per il dibattito sulla democrazia all’interno della nostra aggregazione) non è democrazia diretta; ammette la delega, sia con vincolo di mandato che senza, purché il mandato sia revocabile in ogni momento; non prevede, nella misura del possibile, votazioni a maggioranza se non sugli ordini del giorno delle riunioni e richiede un impegno diretto di chi vi partecipa – la cittadinanza attiva – alla gestione delle iniziative, delle lotte o delle attività nei confronti delle quali si esercita. La partecipazione diretta della cittadinanza attiva alla gestione di una risorsa, di un servizio o di una attività, o la rivendicazione condivisa di questa partecipazione, è ciò che li definisce come beni comuni.

Federalismo non deve essere inteso come un rapporto tra Stati, ma come una rivalutazione radicale dei poteri e delle autonomie locali; innanzitutto quelle dei Comuni o delle unioni o associazioni di piccoli Comuni (di ciò che chiamiamo il “territorio”), che sono la componente dell’ordinamento statuale più vicino ai cittadini e in cui è più facile – o meglio, meno difficile – dare vita a forme di democrazia partecipativa.
Solidale vuol dire che gli Stati, le nazioni e i paesi membri dell’Unione devono condividere oneri e responsabilità di un processo orientato all’equilibrio e alla parità di condizioni tra tutti; alla condivisione dei costi e dei benefici del cammino comune; in particolare, occorre perseguire la condivisione dei debiti pubblici, il livellamento dei tassi di interesse e dell’imposizione fiscale, una distribuzione equa degli investimenti comuni. Questo approccio include anche, seppure in forme meno dirette, la solidarietà nei confronti delle altre aree geografiche del pianeta e di tutti gli altri paesi del mondo, a partire da quelli rimasti ai margini dei benefici – ma non dei costi – dello sviluppo industriale ed economico. Ma solidarietà vuol dire anche e soprattutto giustizia sociale all’interno di ogni paese e area geografica; redistribuzione del lavoro, del potere contrattuale, del reddito, degli oneri fiscali, dell’istruzione, dei presidi sanitari; insomma, dei diritti. Senza escludere la solidarietà nei confronti di tutto il vivente e della natura (la “madre Terra”). Ma anzi, facendone un punto centrale del nostro programma.

E’ questo infatti il quadro di riferimento di ogni progetto ecologico, che deve fare i conti con quella “seconda natura” in cui da tempo è collocata l’umanità: non solo quindi con la natura prodotta dall’evoluzione geologica della crosta terrestre e da quella biologica del vivente, ma anche con quella nostra “natura” che è stata prodotta dalla rivoluzione industriale, dall’avvento dei materiali di sintesi, dalla proliferazione dei prodotti e dei rifiuti – solidi, liquidi e gassosi – generati dalla civiltà dei consumi. Perché in essi e con essi le leggi che presiedono al mondo del vivente – e alla vita umana su questa Terra – continuino a poter operare pienamente e si possa ritrovare un equilibrio fra questi due mondi – quello “naturale” e quello “artificiale” – che restituisca al primo le condizioni per non essere soffocato dal secondo. Tutto ciò riguarda tanto gli impegni dell’Unione europea nel campo delle convenzioni internazionali da cui dipende la salvaguardia degli equilibri climatici e l’integrità dei mari, dei suoli, delle acque della biodiversità, ecc. – un terreno da cui l’Unione, dall’inizio della crisi, si è progressivamente disimpegnata – quanto la difesa di ogni singolo territorio dall’inquinamento locale e dalla manomissione dei suoi assetti.
Inclusiva significa che l’Europa deve cessare di essere vissuta e governata come una “fortezza” sotto assedio da parte di una ”armata” di profughi e migranti alla ricerca di condizioni di vita migliori o addirittura della propria sopravvivenza. In un’Europa solidale, che pratica la giustizia sociale e ambientale, ci deve essere posto per tutti; anche perché l’emarginazione, la clandestinità, la discriminazione razziale – anche quella non più fondata su basi biologiche, ma culturali, che in parte l’ha sostituita; e soprattutto quella che si esercita in forme sempre più marcate contro i poveri e la povertà – sono calamite che non fanno che produrre più emarginazione, più clandestinità, più razzismo, più povertà: in una spirale che ha il suo punto di approdo in uno stato permanente di belligeranza senza sbocchi. L’accoglienza pone invece le premesse per un diverso rapporto con le popolazioni, e a volte anche con le istituzioni, dei paesi di origine dei profughi e dei migranti; un rapporto che può facilitare la composizione dei conflitti che ne hanno determinato l’esodo, o una circolazione di competenze e di relazioni che possono arricchire sia i paesi di origine che quelli di arrivo. Ma l’inclusione vale anche nei confronti di tutte le minoranze e di tutte le forme di diversità e di scostamento dalla norma – che, messe tutte insieme, costituiscono ormai da tempo la vera maggioranza sociale e una condizione permanente di ogni territorio – che interpella innanzitutto, prima di mettere sotto accusa idee e comportamenti altrui, le nostre concezioni e il nostro stile di vita quotidiano.

Pacifica non può voler dire solo impegnata a garantire la pace al proprio interno mentre ai suoi confini imperversano i conflitti più sanguinari – e più pericolosi per la sopravvivenza stessa del genere umano. Vuol dire mettere l’Europa in condizione di poter avere un ruolo attivo nella composizione dei conflitti armati altrui; specie quelli che sono il prodotto più diretto di una difesa oltranzista – e, alla fine, suicida – dei propri interessi, come quelli determinati dalla corsa al controllo delle riserve petrolifere, o quelli alimentati da un’esportazione di armi che risponde esclusivamente alla logica del “business is business”. A livello locale, un’Europa pacifica deve significare attenzione verso tutte quelle attività economiche che in vario modo concorrono ad alimentare quei conflitti armati; e capacità di proporre soluzioni di conversione ecologica per quelle imprese e quella occupazione che ne dipendono.
Ora se queste o altre considerazioni simili rappresentano un primo livello di esplicitazione del nostro programma, è chiaro che la sua ulteriore articolazione non può procedere in forma deduttiva – entrando sempre più nei particolari per una sorta di logica interna agli enunciati fondamentali – ma solo in forma induttiva: mettendo questi principi alla prova dei fatti nei territori o negli ambiti di intervento di ciascuna delle aggregazioni locali che a livello nazionale fanno capo alla nostra lista (o ex-lista). Ma per farlo bisogna evitare di chiudersi in se stessi quasi fossimo un’entità autosufficiente o anche solo parzialmente compiuta, mentre occorre il massimo di apertura del nostro operare: in due direzioni.

Innanzitutto, nel corso della breve esistenza di questo progetto non abbiamo raccolto – sia in termini di adesioni attive che di consenso – che una piccola parte di quel fervore di attività che contraddistingue da anni il nostro paese e che lo rendono assai più vivo e ricco di buone pratiche e di importanti esperienze in termini di analisi, di progettualità e di elaborazioni programmatiche di quanto si riscontra in altri paesi europei, dove pure il conflitto sociale è stato ed è più visibile e più facilmente inquadrabile in termini politici. E’ con queste realtà che ogni nucleo, o nodo, o comitato locale della nostra aggregazione deve cercare di confrontarsi e di prendere iniziative comuni. Per farlo, più che di assemblee generali – locali, o generali, o nazionali – che rischiano di rimescolare sempre le stesse carte, occorre che ci organizziamo, innanzitutto a livello locale, per gruppi di lavoro o per commissioni tematiche. Per fare qualche esempio: difesa del territorio; lotta contro le grandi opere e i grandi eventi (che ne è una specificazione, ma anche un tema assai più complesso); Costituzioni (europea e italiana) e istituzioni (leggi elettorali, poteri locali, patti di stabilità interni ed esterni, TTIP); conversione ecologica del tessuto produttivo e delle aziende in crisi; questione energetica; altra economia (GAS, DES, cooperative sociali, fabbriche occupate, luoghi di socializzazione alternativi, ecc.); diritti e conflitti del lavoro; precariato; pace, ecc. Ma si possono ipotizzare suddivisioni e aggregazioni di temi del tutto differenti. L’importante è che ciascuno di questi raggruppamenti, oltre a promuovere collegamenti nazionali e internazionali (avvalendosi, in questo caso, della nostra presenza nel parlamento europeo e della nostra appartenenza al GUE) sui temi di proprio specifico interesse – ma senza rinchiudersi in una prospettiva settoriale e specialistica – vada alla ricerca dei molti possibili interlocutori, singoli e organizzati, che operano nel rispettivo territorio e che sono stati finora coinvolti solo marginalmente, o per nulla, dalla nostra mobilitazione elettorale; promuovendo con questi un confronto e delle iniziative comuni su un piano di assoluta parità. Questo significa che nel lavoro di articolazione, approfondimento e ulteriore elaborazione di un programma comune attraverso pratiche e iniziative condivise o attraverso lotte e mobilitazioni promosse o sostenute congiuntamente, questi nostri interlocutori debbono aver voce al pari di noi (cioè al pari di chi ha già partecipato alle forme organizzate della lista L’altra Europa). Ciò comporta non solo includere o integrare o modificare taluni aspetti dei nostri punti di partenza (quelli contenuti nell’appello iniziale e poi nei “dieci punti” redatti da Barbara Spinelli); ma anche, eventualmente, in alcuni casi contraddirli. Ma sicuramente arricchirli con una molteplicità di esperienze pratiche condivise attraverso cui il nostro programma si fa, da mera enunciazione, pratica politica quotidiana.
L’altra direzione in cui dovrà svilupparsi la nostra iniziativa è il consolidamento culturale – e perché no? teorico – di quanto saremo in grado di sviluppare con la pratica. Non tanto per merito nostro, quanto per la miseria che contraddistingue ormai da tempo la totalità della politica italiana, intorno al progetto che ha messo capo alla lista L’altra Europa si è andato raccogliendo in pochi mesi il meglio dell’intelligenza italiana. Non c’è bisogno di fare nomi, anche perché sono tantissimi. Finora non abbiamo saputo o potuto valorizzare granché questi apporti; ma ora, usciti dall’emergenza della campagna elettorale, dobbiamo saper offrire a tutti questi nostri interlocutori un terreno di confronto con le nostre pratiche: non per cercare di trasformarli in “intellettuali organici” al nostro progetto; bensì per dare ad esso, nella più assoluta libertà di ciascuno, quel respiro e quella larghezza di vedute indispensabili per affrontare un compito da cui non possiamo prescindere: promuovere la rifondazione, su nuove basi, di una cultura della democrazia che abbracci tutti gli aspetti della vita quotidiana e tutte le pieghe della società. Nessun’altra organizzazione in Europa può contare su un apporto di intelligenze e di impegno civile paragonabile a quello di cui possiamo avvalerci noi. E questo restituisce anche alla nostra piccola rappresentanza parlamentare un peso che il numero ridotto dei suoi membri non le consentirebbe altrimenti di avere.
Anche questa seconda direzione, che è quella della riconquista di un’egemonia culturale indispensabile per garantire un difesa e un sostegno adeguati ai diritti della persona (“prima le persone”), richiede da parte nostra il massimo di aperture, anche in termini organizzativi. Abbiamo davanti a noi due modelli, per ora embrionali, ma che ne svelano le grandi potenzialità: innanzitutto la costituente dei beni comuni che ha visto il concorso del meglio della dottrina giuridica italiana intorno ad alcune iniziative pratiche di occupazione e di lotta come quella del Teatro Valle di Roma e del Municipio dei Beni comuni di Pisa; poi, anche se con un esito più contestato, anche perché ha investito in pieno una difficile sfera istituzionale, la creazione dell’Azienda speciale Acqua Bene Comune di Napoli, come prima traduzione pratica degli obiettivi dei referendum del 2011.

Va da sé che un approccio come quello qui delineato ha bisogno di strumenti e strutture di coordinamento: un sito, una presenza molto ben controllata sui social network, un ufficio stampa che promuova la nostra presenza sui media e – perché no? – in prosieguo di tempo, un giornale o una rivista on line o cartacea; o una radio. E ha bisogno di denaro, che forse la nostra piccola affermazione elettorale ci potrà mettere a disposizione in misura leggermente maggiore della miseria che abbiamo conosciuto finora. Certamente ha anche bisogno di incontri e riunioni fisiche periodiche e di qualcuno, possibilmente a rotazione, che le convochi, le coordini o vi partecipi, evitando però la creazione di strutture troppo pesanti, che poi è difficile ridimensionare.
Ma è implicito che questo approccio ha un bersaglio polemico in qualcosa che si aggira nelle nostre riunioni e nelle nostre comunicazioni come uno spettro. Questo qualcosa è il nuovo “soggetto politico”, o il “soggetto politico nuovo”, a volte declinato in una più indeterminata “soggettività politica”, ovvero in una “costituente della sinistra”, per non parlare di chi propone senz’altro di “fare un partito” e ne fissa anche i tempi di fondazione. Ho più volte messo in guardia in passato, nell’ambito della mia militanza nel gruppo Alba, dai rischi impliciti nel ricorso al termine soggetto e ai suoi succedanei. E’ un termine che apparentemente esalta l’iniziativa e l’autonomia di un agire comune, ma che in realtà finisce spesso per rinchiuderlo in qualcosa di solido, di sostanziale, di autosufficiente, soprattutto quando non è riferito ad alcunché di presente, ma a una meta da raggiungere in tempi più o meno certi. In altre parole, e ne abbiamo davanti agli occhi un bell’esempio nei nostri scambi di mail dell’ultimo mese, rischia di distogliere il nostro dibattito politico dall’impegno a sviluppare nella pratica quotidiana il tema dell’Europa che vogliamo (nei termini in cui l’ho delineata sopra), dell’Italia che vogliamo o, più in generale della società che vogliamo. Non sto parlando del “sol dell’avvenire” in cui ritengo che nessuno di noi creda più, per lo meno nei termini in cui ha funzionato come motore politico delle lotte del movimento operaio nel secolo scorso, e anche prima. Parlo di una visione del futuro che vede il conflitto e la partecipazione, variamente intrecciati tra loro, come componenti permanenti di una dinamica sociale in cui a ogni generazione tocca fare i conti con le acquisizioni e le sconfitte di quella precedente. Si rischia così di confinare il nostro dibattito al tema di come costruire il nuovo soggetto, o il nuovo partito, o la nuova sinistra, sottintendendo che la individuazione e la definizione delle modalità attraverso cui trasformare con la pratica quotidiana i rapporti sociali ne discendano automaticamente; o comunque vengano “dopo”. E trascurando, per di più, la dimensione europea e internazionale in cui fin dall’inizio abbiamo voluto collocare la nostra iniziativa. Per cui il discorso sulle pur necessarie iniziative da prendere, anche in termini organizzativi, per non disperdere quanto è stato realizzato nel corso dell’esperienza che abbiamo fatto insieme con la lista L’altra Europa rischia di assorbire e risucchiare in un buco nero tutto il resto.

La prima vera riforma di Renzi

Come tutte le altre, anche la riforma della Pubblica Amministrazione promossa da Renzi consiste di grandi annunci e di pochi provvedimenti immediati che bastonano alcuni per far contenti altri, rimandando il “sodo” al dopo. Si dimezzano i permessi sindacali; si impone una mobilità anche territoriale (fino a 50 chilometri, che non sono pochi) e si allarga l’area dello spoil system nelle posizioni apicali. Il bastone è per i pubblici dipendenti, identificati come causa dell’inefficienza dell’”azienda Italia”. Quelli da far contenti sono i politici che potranno avere dirigenti obbedienti e i Brunetta di turno: cioè chi pensa, e non sono pochi, “pubblici dipendenti = fannulloni”. Quanto al riordino della PA, verrà in un secondo tempo… Ma intorno alla Pubblica Amministrazione si accumula in realtà un groviglio di problemi che investono l’insieme della società italiana:

Il primo è quello della produttività: l’Italia, si dice, continua a perdere posizioni nei confronti dei partner europei. Ma la produttività del lavoro si misura con il rapporto tra valore aggiunto (che aggregato a livello nazionale è il PIL) e ore lavorate. Ad aumentare queste (il denominatore) a parità di prodotto concorrono molti costi amministrativi (ingenti perché sono troppi, in termini di tempo e impegno di personale, gli adempimenti a cui fare fronte, dietro a cui si realizzano spesso vere e proprie estorsioni) e molte finte assunzioni di chi sta lì e non produce niente. Mentre a ridurre il valore aggiunto (il numeratore) concorre tutto ciò che viene registrato come costo diverso da quello del lavoro: sia le tangenti in senso stretto, nascoste sotto altre voci, che le regalìe e le consulenze di cui è gravato chiunque lavori in tutto o in parte per la pubblica amministrazione; poi i costi di un’urbanizzazione selvaggia (la logistica di un tessuto produttivo costruito senza piani non perdona) e quelli di una infrastrutturazione distorta perché il sistema dei trasporti manca di un disegno complessivo. Sono tutte cose che dipendono dalla “politica”, ma che passano attraverso la pubblica amministrazione, incidendo spesso sui costi dell’impresa ben più di quello del lavoro o dei guadagni di produttività prodotti dagli investimenti.

Il secondo problema si chiama: pubblico o privato? Stato o mercato? Finché ci si attiene al dogma che privato è efficiente e pubblico no, non se ne esce. Perché l’intreccio tra pubblico e privato è talmente stretto – specie, ma non solo, quando sono in ballo opere e servizi pubblici o forniture connesse – che è impossibile distinguere tra l’uno e l’altro. Il pubblico, si dice, è sottoposto a tutte le pressioni della politica, del clientelismo, del familismo; non ha un criterio per misurare le sue performance, perché l’unico criterio valido è il profitto, cioè il rapporto costi ricavi, a cui presta attenzione solo chi rischia in proprio un capitale. Per questo Renzi continua l’attacco contro i servizi pubblici, per privatizzarli. Ora, solo per fare un esempio, confrontate quell’affermazione con questa: “il Mazzacurati spiega che il magistrato delle acque non è in grado di assumere 30 o 40 persone, ‘allora gliele assumiamo noi’”. (Corriere della sera, 15.6.2014). “Noi” sta per Consorzio Venezia nuova, ente privato; il magistrato delle acque, invece, è un ente pubblico. E’ così dappertutto. Perché l’alternativa non è pubblico o privato; ma è tra pubblico e privato, da un lato, e comune, cioè trasparente e partecipato, dall’altro. Ci torneremo.

Il terzo problema si chiama merito: è l’ideologia ufficiale della competizione di tutti contro tutti, estesa dal mondo delle imprese a quello del lavoro. Ogni lavoratore deve mettersi in competizione con i suoi compagni: per un avanzamento o per evitare un arretramento, che può anche essere il licenziamento; e i lavoratori di ogni impresa devono mettersi in competizione con quelli di tutte le altre per non soccombere insieme alla “loro” impresa. La stessa logica si vuole introdurre nella PA. Il concetto di merito, che nasconde le diseguali condizioni di partenza, ma anche la diseguaglianza dei vincoli a cui si è soggetti o dei contesti in cui si opera, è ciò che dovrebbe decidere chi vince e chi perde e legittimarne il risultato. Ma chi decide del merito? La gerarchia, cioè chi si trova già “al di sopra”; e non per merito, ma per qualche altro motivo. Altrimenti con la storia del merito si risalirebbe all’infinito. Così affidando ai dirigenti il compito di valutare se stessi e i propri dipendenti, non si fa che perpetuare i vizi che si pretende di correggere.
Il quarto problema si chiama spending review. Il governo deve cavare dalla spesa pubblica 30 miliardi in tre anni per far fronte ai vincoli di bilancio. Anzi, dal 2016 dovrà cavarne fuori altri 50 ogni ano per rispettare il fiscal compact. Come si fa? Si tagliano i servizi per ripagare debito e interessi e si affida ai dirigenti della PA il compito di decidere quali servizi tagliare. Se non ci riescono si procederà con “tagli lineari”. In ogni caso la qualità del servizio pubblico peggiora drasticamente e si potrà dire che privato è bello; anche nei casi, come la sanità, in cui il privato si regge interamente sui soldi pubblici.

Come se ne esce? Come ovunque, la soluzione è una combinazione di partecipazione e conflitto. Partecipazione vuol dire che ad affrontare i problemi – inefficienza, corruzione, clientelismo, privilegi, opacità – e a definire le soluzioni non possono che essere, in forma condivisa, gli interessati: i dipendenti pubblici, ufficio per ufficio e servizio per servizio, in un confronto aperto con gli utenti e con la cittadinanza, che quel servizio lo paga con le tasse, o con una loro rappresentanza. In ogni struttura della PA che eroga un servizio, come un ospedale, un ufficio finanziario, un’anagrafe o una scuola – o qualcosa di presunto tale, come un Mose o un Expo – chi si trova a lavorare al suo interno o ai suoi confini ne sa abbastanza per ricostruire, in un confronto aperto con colleghi, cittadinanza attiva e utenti, un quadro di insieme. Presupposto e fine di questo confronto è la trasparenza.

Non si capisce perché solo Raffaele Cantone, e solo ora, debba avere accesso a dati come bandi, gare, contratti e bilanci che, resi noti a tutti per tempo e in forma leggibile, costituiscono uno dei presupposti ineludibili della democrazia: cioè la trasparenza; ovvero, open data, come la chiama Massimo Villone sul manifesto del 12.6.2014. Tesi con cui concordo, mentre dissento dall’altro rimedio proposto: il whisteblower, cioè affidare all’iniziativa del singolo la denuncia di ciò che non funziona o che è apertamente illegale, garantendogli adeguate protezioni. Naturalmente ben venga il whistleblower; ma quello di cui c’è bisogno è un’azione collettiva: la possibilità per i dipendenti, in contradditorio con utenti e contribuenti, di entrare nel merito di come deve essere organizzato e funzionare il loro servizio e di che cosa deve essere soppresso, cambiato, o denunciato come illegale. Naturalmente nel rispetto delle competenze specialistiche, che devono però essere anche loro sottoposte a un contraddittorio tra pari. (In un contesto del genere diventerebbe più semplice anche affrontare la mobilità interna: liberare gli uffici affollati da personale inutile, perché inutili sono le pratiche e le attività che svolge, per trasferirlo su base volontaria, con decisioni condivise e con adeguati percorsi di formazione, ad altri servizi). Si tratta nel complesso di un’opera di autoeducazione alla condivisione delle responsabilità e un presupposto essenziale per rifondare dal basso la democrazia. Ed è anche l’unico metodo efficace per riportare la spesa pubblica non entro i parametri del fiscal compact, ma entro quelli della sostenibilità sociale e ambientale. Il Mose dovrebbe insegnarlo a tutti, e una volta per tutte. Naturalmente, per iniziare e portare avanti un processo del genere occorre entrare in conflitto con la dirigenza. E non solo.
Utopia? vi chiederete. No. C’è anche chi ha già cercato di mettere in pratica questa linea di condotta di elementare buon senso. Due anni fa avevo avanzato su questo giornale una proposta del genere. Mi aveva risposto una dipendente del Comune – guarda caso! – di Venezia, documentando un’iniziativa simile che aveva preso con numerosi colleghi: avevano fatto parecchie riunioni e messo a punto altrettante proposte; ma il processo era stato ben presto bloccato dalla dirigenza. In quella lettera non si parlava al Mose. Ma è chiaro che un Comune che da anni si regge in quel modo, un processo di condivisione del genere non se lo poteva permettere.

SOMOZA CONTRO IL MOSTRO

Ragionando, come sempre – Pubblicato: 10 giugno 2014

Al microfono aperto di Radio Popolare di lunedì 9 giugno non ha partecipato il Dr. Viale, ma Mr Hyde. Non poteva essere Guido Viale, Garante della Lista Tsipras, che per giustificare la scelta da lui rivendicata, e cioè di avere consigliato a Barbara Spinelli di rifugiarsi a Parigi e decidere senza confrontarsi con i Comitati (della lista Tsipras), di rimangiarsi la parola data in campagna elettorale, buttava fango su due candidati. La parola spesa da Barbara Spinelli insieme ad altri, come Moni Ovadia, era sulle loro “candidature di bandiera”e Moni Ovadia, anche lui capolista e anche lui eletto, si è coerentemente dimesso.

Mr Hyde, non sicuramente il Dr. Viale, dichiarava ai microfoni di Radio Popolare che Marco Furfaro, candidato che avrebbe dovuto subentrare a Barbara Spinelli in Centro Italia, è “così giovane e già assettato di poltrone”. E che il sottoscritto, “a tutti i dibattiti ai quali abbiamo partecipato insieme, ha sempre detto che non avrebbe mai aderito al GUE, ma al PSE”. Perché queste palesi quanto inutili e menzogne? Chiedo al Dr. Viale di smentire MrHyde per quanto riguarda le mie modeste opinioni. Lungo 135 incontri con gli elettori, 7 partecipazioni a programmi radiofonici e 6 tribune elettorali televisive, non ho mai detto una cosa simile. Chiamo in causa come testimone proprio il Dr. Viale, con il quale ho condiviso almeno una decina di eventi pubblici e insieme al quale abbiamo sempre risposto alla domanda sulla collocazione europea in perfetta sintonia, e cioè: ”Tsipras non ha posto un vincolo specifico alla Lista Italiana se non quello di seguirlo nelle sue scelte”. Io aggiungevo sempre a questa affermazione “credo impossibile per me aderire al PSE in un quadro di larghe intese e penso che la cosa più logica sia sommare le nostre forze a quelle dei partiti che eleggeranno rappresentanti nella GUE”. Oltre al Dr. Viale, qualche migliaia di cittadini che ho incontrato sono sicuro abbiano capito e condiviso la mia posizione, molto diversa da quanto affermato ieri sera da Mr Hyde a Radio Popolare.

Ma almeno qualcosa mi è chiaro ora: questa leggenda metropolitana della mia collocazione in Europa in caso di elezione ha accompagnato la campagna, finalmente ho capito chi fosse stato a metterla in giro: ovviamente Mr Hyde!.

Rimane il fatto che andrebbe fatto qualcosa per smentire il Mostro. Non è possibile che lo stesso Dr. Viale che qualche ora prima mandava una mail a tutti i candidati all’insegna del vogliamoci bene e andiamo avanti insieme, venga smentito dai microfoni di Radio Popolare da Mr. Hyde qualche ora dopo. Noto che il Mostro è selettivo nel colpire le sue vittime, mai una parola contro i Garanti: quel Camilleri che vota una regola e due minuti dopo chiede una deroga, quel Flores d’Arcais che, colto da furore inquisitorio, toglie il disturbo da solo, nulla contro Barbara Spinelli, che con il suo balletto sul seggio ha creato una frattura forse insanabile, però tre giorni prima delle elezioni attacca Giuliano Pisapia. Poi, mentre tutti stiamo tentando di spegnere l’incendio, va in Radio a gettare benzina. Un modus operandi noto alla sinistra, che con diverse modalità ma la stessa sostanza ha solo provocato sconfitte rovinose.

Su una cosa infine MrHyde ha ragione: la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo sono tutte dei partitini, che speriamo presto non raccolgano più le firme per presentare le liste, non organizzino più migliaia di incontri pubblici, non paghino più volantini e manifesti, non distribuiscano più lettere,né portino più i loro banchetti nei mercati. Basta uno speciale di Micromega per mettere in piede un progetto politico, no?

Alfredo Somoza

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Caro Alfredo, hai fatto male a non partecipare al confronto con me al telefono aperto di Radio Popolare a cui eri stato invitato, come hanno fatto male a non parteciparvi i tre o quattro esponenti di SEL che sono stati invitati dopo di te, alcuni dei quali avevano acconsentito, per poi ritirarsi subito dopo (a proposito del cambiare idea…). Verosimilmente un ordine del partito che non vuole confronti.

Ma i confronti servono: se tu o qualcun altro di SEL ci fosse stato avrebbe potuto contraddirmi in diretta e io avrei riconosciuto i miei errori (se mi avessero mostrato che avevo detto qualcosa di sbagliato), oppure avrei motivato meglio le mie affermazioni, se ne fossi restato convinto nonostante le critiche.
Invece ho parlato solo io, rispondendo a tante domande degli ascoltatori che avrebbero potuto interessare anche voi, e alle quali avreste potuto dare risposte differenti dalle mie.
Non ho la registrazione di quello che ho detto e può darsi che al microfono abbia pronunciato qualche parole che con una riflessione più meditata non avrei usato. Ma nelle contestazioni che mi fai non mi riconosco.
Avrei detto che Furfaro “così giovane è già così assetato di poltrone”. Non credo di aver usato queste parole, ma il problema è questo: o Furfaro ritiene di essere il candidato di SEL eletto fortunosamente nelle liste di Tsipras, e allora fa bene a difendere il suo diritto a quel seggio, che non è suo ma del suo partito; oppure Furfaro agisce nel suo proprio interesse. Ma Furfaro non è il candidato di SEL nelle liste di Tsipras, ma un candidato della lista Tsipras che aderisce a SEL. Allora dovrebbe semplicemente decidere se per il successo e il buon proseguimento del progetto che ha messo capo alla lista Tsipras ritiene meglio che in Parlamento ci vada lui o Barbara Spinelli. Tutte le motivazioni sono legittime: ma o Furfaro ritiene di poter rappresentare il progetto nel parlamento europeo meglio di Barbara Spinelli, oppure sta difendendo soltanto una sua più che legittima aspirazione (forse ho detto attaccamento alla poltrona: è una brutta espressione, ma è la sostanza della cosa). Se invece pensa di poter rappresentare il progetto meglio di Barbara Spinelli, o lo pensa perché la ritiene indegna dato che è venuta meno alla parola data (e io ritengo questa argomentazione pretestuosa e ho spiegato già molte volte perché: cambiare idea si può. L’abbiamo fatto tutti molte volte senza vergognarci se avevamo validi motivi per farlo). Oppure pensa che possa rappresentare la lista e il progetto meglio di Barbara Spinelli perché giovane (ma ha 34 anni! Tu ti consideravi giovane a quell’età? A maggior ragione mi lascia basito che venga considerata giovane Eleonora Forenza, che di anni ne ha 38, soprattutto quando qualcuno riferisce a loro il voto de 18-24enni, che hanno votato Tsipras in percentuali molto alte: tra loro c’è quasi una generazione!) o perché precario, mentre Barbara Spinelli non è né l’uno né l’altro. Io dissento drasticamente da questa argomentazione, avanzata non da te, ma sostenuta spesso in altre sedi. La contrapposizione tra giovani è anziani è un’arma dell’establishment (una volta si diceva del padrone). Basta pensare a quanti posti di lavoro ha levato ai giovani il dilazionamento forzato del pensionamento degli anziani. Come pure la contrapposizione tra “precari” (ma c’è ne sono ormai, di precari a oltranza, decine di migliaia di 40 e 50 anni: tutti “giovani”?) e “garantiti” (una condizione che ormai dipende molto più dalle condizioni familiari – un tempo si diceva dalla classe di appartenenza – che dai rapporti di lavoro: il mondo è pieno anche di “precari”, cioè di persone senza un posto fisso, che se la passano benissimo, perché sono garantiti da ben altro). Insomma il fatto che Furfaro sia giovane e precario non lo autorizza secondo me a sostenere che è in grado di rappresentare le lista Tsipras meglio di Barbara Spinelli.
Aggiungo, anche se non fa parte delle idee che esprimi, che far decidere a un’assemblea se Barbara Spinelli debba optare per il collegio centro o per quello sud, dopo che anche Fratoianni e Ferrero avevano concordato che dovesse comunque andare lei in Parlamento, equivale a trasformare le assemblee in uno stadio: cosa che abbiamo visto tante volte ma ci siamo sempre rifiutati di fare,
Quanto alla seconda rimostranza, se ho detto che hai dichiarato più volte che saresti confluito nel gruppo del PSE ho sbagliato e ne faccio ammenda. Se qualcuno me lo avesse fatto notare sul momento, mi sarei corretto immediatamente. Quello che volevo dire e forse ho detto, è che in diversi incontri elettorali che ho fatto con te, più volte ti è stato chiesto in quale gruppo saresti confluito se fossi stato eletto e hai sempre risposto che tu ti eri solo impegnato “a stare con Tsipras”, ma che questo non significava entrare nel GUE, perché la scelta del gruppo era stata lasciata “libera” e si poteva fare la politica di Tsipras anche fuori dal GUE. Ma in quale gruppo parlamentare saresti mai andato, e molti come te, se foste stati eletti? Non è che la scelta sia molto ampia. Forse non saresti andato in nessun gruppo, riducendo in entrambi i casi la forza del GUE, la cui compattezza è però condizione indispensabile per poter scompaginare i disegni delle larghe intese europee. Questa tua posizione, come quella d Ottavia Brugger – un’altra candidata che fa capo a SEL, che ha sottoscritto l’impegno di “stare con Tsipras”, ma poi ha sempre dichiarato che sarebbe andata con i verdi – è un po’ usare la lista Tsipras come un taxi per andare in Parlamento; ed è completamente differente dall’auspicare invece quella riconfigurazione dei gruppi parlamentari che anch’io ho sempre auspicato e che in parte si sta già realizzando (dal GUE sono già uscite alcune formazioni legate a un approccio rigido e molto conservatore alla peggiore tradizione comunista).
Quanto a me, ho attaccato Pisapia perché lo ritengo corresponsabile dell’Expo, dell’idea di farlo in quel modo e di tutto quello che ne è venuto dietro; che non è molto differente da tutto quello che vien dietro al Tav Torino-Lione (ma anche al sottopasso di Firenze) o al Mose e ad altri scempi analoghi. Embè? Dovremmo sostenere l’Expo per non far dispetti a Pisapia?
Comunque tutto ciò potrebbe essere oggetto di una discussione politica e portare a un esito positivo per tutti, se questo tuo testo non fosse attraversato da un tono sarcastico, livido e denigratorio che non si addice a un confronto tra compagni che si considerano parte di uno stesso progetto; e soprattutto se non fosse infiocchettato di insulti non dissimili da quelli da cui viene ricoperta da alcune settimane Barbara Spinelli. Mi paragoni a mr Hayde (contrapponendomi alla mia identità diurna di dr Viale), il che già non è simpatico, solo per poi chiamarmi ripetutamente il Mostro. Non è che ci sia rimasto gran che male; ma mi chiedo, e vi chiedo: è questo il modo di discutere?

Guido Viale

Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)

Buon giorno. Benvenuti

Questo è un incontro di ascolto, come quello dei candidati della scorsa settimana e si inserisce in un percorso generale che dobbiamo definire oggi.  Vogliamo consolidare il nostro risicato ma importante successo elettorale con un impegno a continuare insieme a impegnarsi e a lottare per gli obiettivi e le ragioni contenute nei dieci punti della nostra lista.

La nostra non era e non è una lista di scopo destinata a sciogliersi dopo le elezioni, nessuno di noi lo ha mai pensato.

Abbiamo degli obblighi verso i nostri elettori, che si aspettano molto, forse persino troppo da noi; verso i nostri parlamentari a cui dobbiamo offrire nei territori un ancoraggio sicuro alle battaglie che condurranno con il GUE, insieme ai parlamentari di tanti altri paesi europei. Abbiamo degli obblighi verso tutti noi, cioè verso tutti coloro che si  sono impegnati, a volte fino allo stremo, in questa campagna, a partire dalla raccolta delle firme.

Siamo stati bravi e dobbiamo esserne fieri.

Oggi prenderanno la parola soprattutto i comitati, come la scorsa settimana lo hanno fatto i candidati. Vogliamo sapere (in interventi di 5minuti ciascuno) come hanno lavorato e che problemi hanno incontrato. Ma soprattutto che cosa si aspettano da tutti noi e quali impegni hanno già preso o intendono prendere per il futuro.

Innanzitutto sul piano politico: cioè quali battaglie e quali iniziative considerano prioritarie. Poi sul piano organizzativo: cioè come pensano di tenere  insieme la nostra comunità e quali strutture pensano più adatte a rispondere ai loro bisogni, sia a livello locale che a quello nazionale, con le quali sostituire il gruppo dei garanti e il comitato operativo che ormai hanno esaurito il loro mandato e devono essere sostituiti con qualche cosa d’altro.

Non dobbiamo avere fretta e stringere troppo tempi e vincoli, ma nemmeno permettere che si disperda quello che con tanta fatica abbiamo messo insieme fino ad ora. Per questo garanti e comitato operativo si sono trovati d’accordo nel proporre una assemblea generale a metà luglio (il 19) che va preparata con cura nei territori. Se siete d’accordo da essa dovrà nascere l’organismo del nostro coordinamento futuro, ma anche del collegamento con il nostro gruppo parlamentare. Con tutto il GUE: da oggi facciamo parte di una importante famiglia europea e le nostre iniziative dovranno sempre più avere questo orizzonte.

Abbiamo davanti a noi tre ordini di problemi che circoscrivono e definiscono i nostri impegni futuri: lavoro, democrazia e ambiente.

L’obiettivo primario dell’austerità è la distruzione di tutto quello che di positivo il movimento operaio ha saputo creare nel secolo scorso. Attraverso delocalizzazione, disoccupazione, precariato e azzeramento del diritto del lavoro (che  é il succo del decreto Poletti e del job act, ma prima di esso dei decreti Harz tedeschi, che fanno della Germania il loro modello) vogliono imporci di sostituire alla solidarietà la concorrenza tra i lavoratori. Dobbiamo capire e imparare a rispondere a questo attacco, che è globale, in modo altrettanto generale, con grandi parole d’ordine come reddito di cittadinanza o di base, lotta alle delocalizzazione, requisizione e riconversione della aziende che chiudono, piano generale del lavoro (per questo, tra l’altro, abbiamo aderito al progetto new deal4europe); ma dobbiamo imparare a rispondere anche in modo specifico, impresa per impresa, categoria per categoria, territorio per territorio.

Anche la democrazia è sotto attacco: in Italia con il ddl elettorale e è le riforme costituzionali; ma anche con il patto di stabilità che priva i comuni della loro autonomia per costringerli a cedere le loro funzioni ai privati. In europa con l’abbandono progressivo del progetto federalista, democratico e pacifico su cui era nato il disegno dell’unione europea, consegnando tutto il potere a organi non elettivi, espressione diretta dell’alta finanza. Leggi tutto “Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)”

Lettera di Guido Viale ai candidati e ai comitati della lista L’altra Europa per Tsipras

Milano, 9.06.2014
Carco di riportare sul piano dell’argomentazione un tema affrontato troppo male. Che la decisione di Barbara Spinelli di accettare un seggio nel Parlamento europeo – dopo aver dichiarato all’inizio e nel corso della campagna elettorale che non lo avrebbe fatto – possa suscitare critiche non solo legittime, ma anche comprensibili, è ovvio. Ma dovrebbero rimanere nell’ambito della buona educazione e del rispetto reciproco (“prima le persone”, proclama il nostro slogan: lo siamo tutte e tutti), soprattutto quando provengono dalle nostre file.
La critica più fondata, e la più condivisa, mi sembra essere che Barbara non ha mantenuto fede alla parola data. Non è una critica politica, ma ha un’indubbia rilevanza politica. Barbara dice di aver cambiato idea di fronte a un cambiamento sia del contesto che della sua posizione. Ricorda che cambiare idea si può; e che l’impegno che aveva preso era quello di annunciare in anticipo la sua intenzione di non impegnarsi nel nuovo Parlamento, esattamente come avevano fatto Moni Ovadia e Adriano Prosperi, mettendo a disposizione della lista nel modo più diretto i loro nomi, le loro facce, le loro storie. Non si trattava certo, come ha fatto rilevare, di stringere un “patto” con gli elettori mancando, del patto, la controparte. Anche di fronte a chi allora criticava quella scelta Barbara rispondeva che quelle dichiarazioni, sue e degli altri due candidati nella sua stessa situazione, riguardavano le condizioni del loro impegno nella campagna elettorale, e non avrebbero pregiudicato né il risultato elettorale della lista né il funzionamento della eventuale rappresentanza parlamentare conquistata. Niente di male se qualcuno non condivide queste argomentazioni.
Ma c’è un effluvio di indignazione – e di insulti nei confronti di una persona che ha contribuito più di ogni altra al successo della nostra lista; con tutto il rispetto per l’impegno e il contributo che ciascuno di noi ha dato in base alle proprie forze – o, nella migliore delle ipotesi, di sarcasmi che non invitano certo alla replica e all’argomentazione, che è violenza distruttiva nei riguardi della nostra impresa e che sembra non fermarsi di fronte a niente. Tanto che è difficile distinguere i commenti malevoli dei giornali e su internet, che ci hanno sempre osteggiato con il loro silenzio assoluto, per occuparsi di noi solo nei momenti di un contrasto (è il nostro mestiere! dicono, dimenticando che c’è una deontologia dell’informazione) dai peggiori interventi e dalle peggiori insinuazioni di chi ancora si considera parte della nostra comunità.
Se la decisione di Barbara Spinelli crea dei problemi – e indubbiamente li crea – bisognerebbe affrontarli tenendo la barra diritta (la “cura del processo”, come la chiama Corrado Oddi); non adoperandosi per fare affondare la barca. In questo clima, che in parte si intuisce navigando in internet, ma che sulle mail di Barbara Spinelli si sta rovesciando dieci volte più potente –accanto alle moltissime lettere argomentate di coloro che la sostengono nella sua scelta – è difficile pensare che una persona schiva come lei, non avvezza agli agoni oratori (non è un difetto), ritenga impossibile presentarsi in un’assemblea senza una adeguata protezione da parte dei garanti; che non c’è stata. Soprattutto perché la “torre d’avorio” in cui si sarebbe rinchiusa le è stata costruita intorno proprio da noi garanti, imponendole il silenzio fino a che non si fosse concluso in qualche modo il tentativo di arrivare a una soluzione condivisa tra tutte le parti in causa.
Quel tentativo aveva, sì, portato a un risultato importante: sia Fratoianni che Ferrero avevano concordato che Barbara Spinelli doveva comunque andare in Parlamento, perché questo era indispensabile per il bene della lista; ovvero perché era insostenibile il fatto che, lei disponibile, ne venisse esclusa. Ma in quel tentativo non si era poi provveduto, né da una parte né dall’altra, a coinvolgere Eleonora Forenza e Marco Furfaro. Se sono stati trattati come “carne da macello”, come dice quest’ultimo – ma mi pare un’espressione un po’ forte, perché in tal caso lo sarebbero stati anche tutti coloro che si sono adoperati in ogni modo a portare voti alla lista senza averne una ricompensa in termini di seggi – la responsabilità va ripartita in modo uguale tra entrambe le parti in causa. Purtroppo però quella “trattativa” prometteva chiaramente di prolungarsi alla calende greche e di mantenere sulle braci tutti, perché nessuno dei due interlocutori era disposto a rinunciare al “suo” parlamentare. Con le motivazioni più diverse: tutte legittime o per lo meno sensate, ma che non facevano che esaltare e mettere in evidenza che di spartizione effettivamente si trattava: tutti d’accordo a riconoscere prioritaria la presenza di Barbara Spinelli in parlamento; ma nessuno disposto a una rinuncia. Meglio rompere gli indugi piuttosto che arrivare e affidarsi alla roulette russa del sorteggio finale. Così anche ai garanti è stato imposto un aut aut: o rinunciare alla presenza di Barbara in Parlamento (e tutti l’hanno considerata una perdita insostenibile) o permetterle di assumersi la responsabilità di sciogliere il nodo in assoluta autonomia. E i garanti l’hanno assecondata. Barbara lo ha fatto nel modo più ovvio: scegliendo il collegio dove è residente, dove era capolista, dove ha avuto il numero maggiore di voti.
L’esito non sarebbe stato così traumatico se il caso non avesse voluto che i tre candidati si distribuissero – secondo quanto detto e ripetuto da innumerevoli protagonisti e commentatori – in base a un equilibrio da manuale Cencelli: un terzo a Sel, un terzo a Rifondazione e un terzo alla “società civile. Non mi stancherò mai di ripetere che la società civile non esiste (è un’antica idea di Hegel che ormai usa solo Paolo Flores); e meno che mai esiste “il partito della società civile”, portato in vita solo per inventarsi equilibri inesistenti. La società civile si affianca, e ormai soccombe, alla società incivile, decisamente preponderante; ed entrambe si spartiscono sia gli iscritti ai partiti che quelli che non lo sono (che però non amano vedersi affastellati in un unico raggruppamento parapartitico).
Ecco dunque le ragioni politiche – e dietro di loro quelle morali – per il cosiddetto “voltafaccia” di Barbara Spinelli, ovvero la decisione di rivedere le sue dichiarazioni iniziali. Barbara era la garante principale di un progetto unitario apartitico e inclusivo. Ma se il progetto si fosse trasformato, come in larga misura ha rischiato di fare già durante la campagna elettorale, e come oggi rischiava di fare in una spartizione di spoglie (un terzo, un terzo, un terzo) il suo ruolo le imponeva di interrompere questa deriva. E lo ha fatto, coinvolgendo i garanti, prima che la nostra delegazione nel Parlamento europeo si presentasse sotto forma di una riedizione di una “lista Ingroia con il quorum”. Non poteva finire così: ora siamo entrati in un gruppo parlamentare di dimensioni europee; abbiamo sfondato in Italia con le firme e con i voti, nonostante un silenzio stampa assoluto e una campagna calunniosa nei nostri confronti. Abbiamo davanti prospettive più serie e importanti.
Quello che il suo ruolo di garante le imponeva, Barbara lo poteva fare solo riportando l’attenzione su di sé come depositaria di un sapere e di un giudizio solido sui temi dell’Europa, che nessuno saprebbe trattare meglio di lei da parlamentare; ma soprattutto additando nel suo nome, nel suo lavoro e nella sua presenza in Parlamento, il carattere indiscutibilmente unitario della lista. Ora il risultato immediato sembra contraddire una scelta che è stata una vera assunzione di responsabilità verso gli elettori, verso la lista, verso i suoi attivisti, verso i garanti; ed è finita per passare – grazie soprattutto all’atteggiamento di chi non si è mai posto il problema: ma perché mai l’avrà fatto? – come un comportamento altezzoso di una signora rinchiusa (dai garanti) nel proprio castello. Quell’assunzione di responsabilità merita invece un riconoscimento, e un grazie, a Barbara Spinelli. Glielo dobbiamo tutti.

Barbara Spinelli e il gruppo parlamentare della lista Tsipras

Abbiamo promosso e sostenuto la lista L’altra Europa con Tsipras con due obiettivi di fondo: 1. restituire una rappresentanza parlamentare a un popolo che non lo aveva più da anni; che non è solo quello che resta della sinistra tradizionale, ma, potenzialmente, quello di milioni di cittadine e cittadini che non votano più, o votano per disperazione partiti e liste di cui non condividono quasi niente. E restituirgliela cominciando dal teatro principale del confronto politico odierno, cioè il Parlamento europeo e le politiche dell’Unione europea. 2. Raccogliere intorno a questo progetto unitario, apartitico e inclusivo – nelle sue dichiarazioni di intenti – lungo tutte le fasi della sua realizzazione (sottoscrizione dell’appello, presentazione e selezione delle candidature, raccolta delle firme, campagna elettorale vera e propria e follow-up) quante più forze possibili si dichiarassero e dimostrassero disponibili a unirsi e lavorare insieme per ricostruire una prospettiva fondata sui valori della democrazia, del federalismo, dell’inclusione, della giustizia sociale e ambientale.
Il primo di questi obiettivi è stato raggiunto (“per un pelo”). Ma chi ha condiviso questi nostri sforzi non può non cogliere la differenza che c’è tra l’avere nella nostra rappresentanza solo tre parlamentari, per quanto qualificati, e avere tra loro Barbara Spinelli, che per il nome che porta è un simbolo vivente dell’”altra Europa” che vogliamo; ma che è anche e soprattutto la portatrice di competenze fondamentali e di una straordinaria capacità di giudizio sulle vicende europee, come dimostra la serie ininterrotta di articoli sull’argomento che è andata pubblicando nel corso del tempo. All’estero, dove sono meno attenti agli “equilibri” interni del nostro pollaio (che è una riedizione in sedicesimo del grande pollaio della politica italiana) non hanno dubbi: Barbara Spinelli è un valore aggiunto enorme e si moltiplicano gli appelli da parte degli altri membri della Sinistra Europea e del Gue, compreso Tsipras – ma non solo; anche da parte di membri di altri raggruppamenti; il che fa ben sperare nella possibilità di ridisegnare il perimetro del nostro gruppo parlamentare mantenendo fermo l’impegno a “stare con Tsipras” – a che Barbara sciolga le sue riserve e accetti la nomina.

Aggiungo che il ripensamento di Barbara è un altro risultato positivo del processo che stiamo attraversando. Barbara non voleva candidarsi ed ha a suo tempo accettato di farlo, dopo molte nostre insistenze, a condizione di poter dichiarare che non avrebbe fatto la parlamentare. Ovviamente abbiamo accettato di malavoglia, perché avere Barbara come capolista – e mi pare che l’abbiamo usata parecchio – è stato sicuramente un fattore determinante del risultato che abbiamo raggiunto. Adesso Barbara ha maturato una nuova decisione non per un suo personale ghiribizzo, ma sotto gli effetti di una vera e propria grandine di inviti, che provengono da ogni parte del nostro elettorato e dei partiti con cui ci siamo associati in questa campagna, che vedono in lei un elemento decisivo per moltiplicare gli effetti del risultato raggiunto. Ma questa sua decisione è il frutto di altre pressioni che abbiamo esercitato su di lei ininterrottamente, durante tutto il corso della campagna elettorale, perché non abbiamo mai rinunciato all’ipotesi di un suo ripensamento. Se, come spero, questa decisione resterà confermata, è da parte sua un’assunzione di responsabilità di fronte a una pressione che proviene dal nostro mondo, e che fa passare in assoluto second’ordine le modalità con cui aveva a suo tempo presentato la sua candidatura. E va anche aggiunto che sia lei che Monia avrebbero preso sicuramente molti ma molti più voti se non si fossero candidati a quelle condizioni. Ma i voti che hanno preso nonostante tutto sono un segnale inequivocabile.
Chi antepone gli equilibri tra le “componenti” della nostra lista – che componenti NON sono, perché la nostra non è una lista di Sel + PRC + altri, ma è una lista unitaria, inclusiva e apartitica – è secondo me totalmente al di fuori della logica del nostro progetto, come l’hanno vissuto e sostenuto decine e decine di migliaia di compagni, di partito e non, che hanno preso parte con grande entusiasmo e grande senso di responsabilità agli sforzi comuni per portarlo a buon fine.
In particolare, per venire al secondo obiettivo, io credo che tutti coloro che hanno partecipato come candidati a questo progetto lo abbiano fatto con spirito di servizio, per far ottenere buoni risultati alla lista e non per conquistare un seggio nel Parlamento europeo. Questo è stato per lo meno l’atteggiamento della maggior parte dei candidati, che sapevano in partenza di non avere alcuna possibilità di spuntarla, ma che lo hanno fatto per portare il loro personale contributo a un’impresa collettiva, che non sarebbe certo finita con le elezioni, ma che avrebbe avuto la sua continuazione anche, se non soprattutto, grazie alla nostra presenza nel Parlamento europeo.
Con uguale spirito di servizio mi aspetterei che entrambi coloro che sono giunti secondi in questa competizione – e che solo dalla rinuncia di Barbara sarebbero promossi al seggio – considerino il vantaggio politico di avere Barbara come rappresentante della LORO lista e del LORO progetto nel Parlamento europeo e le mettano a disposizione la loro rinuncia a sostituirla.
Lo stesso mi aspetterei dai responsabili delle organizzazioni politiche a cui fanno riferimento i due candidati che dovrebbero sostituire Barbara, organizzazioni che invece, come già è successo troppo spesso durante la campagna elettorale, si sono mobilitate solo per i “loro” candidati, e che oggi festeggiano pubblicamente – forse troppo presto – l’elezione del LORO candidato. Non è un candidato loro. E’, in entrambi i casi, e come tutti gli altri, un candidato della lista L’Altra Europa con Tsipras, al cui successo, ma soprattutto al cui ruolo nel Parlamento europeo, anche quelle organizzazioni dovrebbero essere molto interessate.

Sappiamo che non è così: c’è stato chi ha proclamato con insolita tempestività la fine della “lista Tsipras”, o la sua inconsistenza, proprio nello stesso giorno in cui più di cinquanta candidati NON ELETTI prendevano l’impegno non solo a far continuare il progetto di cui sono stati protagonisti indiscussi – cosa inaudita in qualsiasi altro partito politico, dove i candidati non eletti scompaiono dopo le elezioni – ma persino quello di farsene l’asse portante. Allora penso che su questa questione ciascuno si debba schierare. Se per i candidati l’elezione non era e non è stata la condizione del loro impegno, è bene secondo me che non lo sia anche per chi vedesse eventualmente sfumare un suo successo per raggiungere un risultato molto più importante – e che contribuirà sicuramente a far crescere moltissimo tutto il nostro “processo” – come lo è la presenza di Barbara Spinelli come rappresentante unitaria di tutta la lista nel Parlamento europeo.

O ci siamo sbagliati?

L’alternativa è Tsipras

La riduzione della competizione per le elezioni europee a un match frontale, tutto italiano, tra due icone vuote di contenuti quanto piene di invadente presenzialismo ha premiato Renzi e punito Grillo. Ma a perdere sono stati gli italiani o, meglio, ha perso la democrazia. Perché la riforma elettorale, quella del Senato o l’abolizione delle Province volute da Renzi non fanno che ridurne progressivamente il campo di applicazione.

Ha perso il pluralismo: ora c’è un uomo solo al comando di un partito al potere, al comando del governo e arbitro, anche, dei destini dello Stato; e gli altri partiti, satelliti o comprimari, sono in via di sparizione, né hanno molte ragioni per continuare a esistere. E ha perso, rendendo sempre meno sindacabili le scelte del “premier”, la prospettiva di un vero cambiamento: il quadro europeo in cui il PD si inserisce e di cui sarà un garante non consente cambi di rotta.

E insieme a tutte queste cose hanno perso i lavoratori, i disoccupati, i giovani condannati a una condizione di crescente precarietà e impoverimento; e i pensionati condannati a in larga misura alla miseria; anche, e forse soprattutto, quelli che lo hanno votato.

Ma non si è trattato, come sostengono molti commentatori, di una vittoria sul populismo. Renzi non è meno populista di Grillo se per populismo si intende un richiamo identitario: le “riforme”‘, presentate come intervento salvifico, senza specificarne contenuto e conseguenze, e la “rottamazione” del “vecchio”, presentata come programma senza saper specificare in che cosa consista il “nuovo”. Il programma di Grillo, se si eccettua la sua ambivalenza di fondo sull’euro, che è ambivalenza sul ruolo che può e deve avere l’Europa nel determinare un cambio di rotta per tutti, era addirittura più concreto di quello con cui Renzi ha affrontato questa scadenza elettorale. Entrambi comunque avevano gli occhi puntati sugli equilibri interni al pollaio italiano; la resa dei conti con le politiche europee l’avrebbero rimandata a un indeterminato domani: eurobond o uscita dall’euro per uno; ridiscussione dei margini del deficit per l’altro; nessuno dei due sembra rendersi conto che la crisi europea impone una revisione radicale del quadro istituzionale e delle strategie politiche, prima ancora di quelle economiche. Che comunque avrebbero bisogno di un po’ di coerenza; che manca.

Non è stata nemmeno, quindi, una vittoria contro l’antieuropeismo: se per Grillo il problema è inesistente – la sua “indipendenza” da tutto e da tutti gli impedisce di avere alleati e prospettive che vadano al di là delle Alpi e dei mari di casa, per Renzi è l’assoluta subalternità al patto tra Schulz e Merkel, ormai ratificato dall’esito elettorale anche in Europa, che gli impedisce di avere, se non a parole – ma di parole la sua politica non manca mai – una visione delle misure, delle strategie e delle conseguenze di una vera rimessa in discussione dell’austerità. Quell’austerità che l’Europa la sta disintegrando non meno dei risorgenti nazionalismi (e i primi a pagarne le conseguenze saremo noi).

Meno che mai quella di Renzi è stata una vittoria della speranza contro il rancore. Se nell’ultimo anno il movimento cinque stelle ha dato prova della sua sostanziale inconcludenza, dovuta al controllo ferreo che i suoi due leader pretendono di esercitare su quadri e parlamentari che forse un ruolo più propositivo potrebbero e vorrebbero averlo, la motivazione di fondo del voto a Renzi è stata un clima da “ultima spiaggia”. Paradigma di questo atteggiamento sono gli editoriali su Repubblica di Eugenio Scalfari, che non approva praticamente alcuna delle misure varate da Renzi e meno che mai i suoi progetti, ma che invitava a votarlo lo stesso perché “non c’è alternativa”.

Così, se con queste elezioni la parabola del movimento cinque stelle ha imboccato irrevocabilmente una curva discendente, mentre Renzi sembra invece sulla cresta dell’onda – forse raggiunta troppo in fretta per poter consolidare una posizione del genere – è il vuoto di prospettive e la mancanza di una proposta di respiro strategico per riformare l’Europa a condannarlo a sgonfiarsi altrettanto rapidamente. Il che succederà inevitabilmente – pensate alla parabola di uno come Monti! – non appena Renzi dovrà fare i conti con quella governance europea che forse immagina di riuscire a conquistare con la stessa facilità, superficialità e disinvoltura con cui si è impadronito, gli uni dopo le altre, di primarie, partito, governo ed elettorato. Ma là, invece, c’è la “scorza dura” dell’alta finanza, che Renzi non si è mai nemmeno sognato di voler intaccare, ma che non è certo disposta a concedergli qualcosa che vada al di là di un sostegno formale e simbolico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’).

Ma come Grillo sta lasciando dietro di sé, in modo forse irreversibile, perché non facile da prosciugare, un mare di macerie (la politica trasformata in pernacchia, come Berlusconi l’aveva, prima di lui, e aprendogli la strada, trasformata in barzelletta e licenza), così anche Renzi lascerà dietro la sua prossima quanto inevitabile parabola, altri danni irreversibili: danni alla democrazia e alla costituzione; danni al diritto del lavoro e alle condizioni dei lavoratori, precari e non (se ancora, di questi ultimi, ce ne sono); danni alla scuola, alla sanità, al welfare, alle autonomie locali (che da sindaco non ha mai difeso dal patto di stabilità); danni a quel che resta della macchina dello Stato, smantellandone i capisaldi in nome del risparmio e dell’efficienza; danni al sistema delle imprese e dei servizi pubblici, messi in svendita per fare cassa; danni all’ambiente con la moltiplicazione di Grandi opere e Grandi eventi che nella mitologia del PD dovrebbero rilanciare l’economia e, soprattutto, danni alla tenuta morale della cittadinanza, messa per la terza o la quarta volta alla prova di una politica fondata sulle apparenze.

Di fronte a questo panorama, di cui l’elettorato non potrà evitare di prendere atto in tempi stretti, i risultati della lista L’altra Europa con Tsipras rappresentano un piccolo ma importante episodio di resistenza; perché in quella lista, e in nessun’altra proposta di livello nazionale, è contenuto il nucleo di un’alternativa possibile e praticabile alla perpetrazione di politiche destinate a portare allo sfascio l’intero continente, Germania compresa. Certamente i numeri di quella lista non sono esaltanti, anche se lo sono quelli di alcuni dei suoi partner europei. Però sono il frutto di un lavoro di conquista, voto per voto, consenso per consenso, impegno per impegno, che ha coinvolto migliaia di sostenitori delle più diverse provenienze, che non avevano certo come obiettivo finale o esclusivo il risultato elettorale.

Ma che proprio sperimentando, almeno in parte, e non senza molte contraddizioni, forme nuove, o profondamente rinnovate, di condivisione e di coesione, fondate su nuove pratiche, sono ben determinati ad andare avanti lungo la strada appena intrapresa. E non ciascuno per conto suo, o facendo ricorso alle proprie appartenenze, ma tutti insieme, aprendosi a quel mondo di delusi, di arrabbiati, di abbandonati, di incerti che la crisi del movimento cinque stelle e il mutamento antropologico del PD si stanno lasciando e continueranno a lasciarsi dietro le spalle.

In questa piccola affermazione, i voti di preferenza raccolti da due capolista come Barbara Spinelli e Moni Ovadia, che hanno messo il loro nome, la loro faccia e un mare di fatica a disposizione del progetto per rappresentarne il carattere unitario, sono una importante dimostrazione di quella spinta a un radicale rinnovamento delle proprie identità che fin dall’inizio è stata la cifra di quella nostra intrapresa. In pochi anni, sotto la guida di Alexis Tsipras, Syriza, da piccola aggregazione di identità differenti si è fatta partito di governo. Dunque, si può fare. Quel nome nel simbolo della lista non è stato messo per caso.

Expò, Milano e Pisapia. Alcune considerazioni sul “grande evento”

Ma Pisapia sarebbe stato eletto sindaco di Milano se in campagna elettorale avesse detto che non avrebbe fatto l’Expò? Questa domanda, fondamentale per discriminare due culture contrapposte, è stata posta da Gad Lerner verso la fine dell’incontro su Expò e corruzione promosso dalla lista L’altra Europa con Tsipras, che si è svolto a Milano giovedì 15 maggio, alla presenza dello stesso Pisapia, di Sergio Rizzo, Gerardo Colombo e Curzio Maltese. La mia risposta è stata: SI’.

Pisapia è stato eletto, sull’onda di quella mobilitazione straordinaria per partecipazione entusiasmo e creatività che aveva accompagnato l’insediamento di altri sindaci come De Magistris, Zedda e Doria, e che era stata alimentata dalla campagna e dal successo dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua, dei servizi pubblici locali, contro il nucleare e il “conflitto di interessi”. Pisapia era stato eletto per porre fine alle malefatte di Letizia Moratti, il sindaco che l’aveva preceduto. E tra tutte quelle malefatte – che sono tante – la peggiore è senz’altro l’Expò: il progetto di un “Grade evento”, occasione di un impegno pluriennale in una serie di cosiddette “Grandi Opere”, che, come la stragrande maggioranza delle Grandi opere, non aveva e non ha nessuna giustificazione razionale se non quella di distribuire commesse e incassare tangenti per tenere in piedi un “modello di sviluppo” – in realtà un comitato di affari impregnato di corruzione e di rapporti con la mafia – che per anni, sotto le precedenti amministrazioni, aveva già devastato la città e il suo hinterland. Si badi bene: le tangenti sono una conseguenza – un epifenomeno – e non la causa di questo modello. Se ci fossero solo le tangenti, il territorio e le comunità che lo abitano non ne riceverebbero danni irreparabili. Il vero danno sono le Grandi opere in quanto tali, la devastazione del territorio e delle relazioni sociali nelle comunità che lo abitano; e il modello di businness di cui sono espressione, che è fondato sull’indifferenza per le esigenze delle comunità locali, sul comando di banche e finanza, sul subappalto del subappalto, che apre le porte alle mafie, sul precariato – e ora anche sul lavoro gratuito – che hanno fatto dell’Expò un vero laboratorio dell’Italia e dell’Europa che vuole Renzi – e, ovviamente, sulla corruzione. E i Grandi eventi, concentrato di Grandi opere, sono il compendio di tutto ciò. Leggi tutto “Expò, Milano e Pisapia. Alcune considerazioni sul “grande evento””

Uber: multinazionali e mobilità del futuro

Uber è una multinazionale del trasporto passeggeri creata da Google e finanziata da Goldman Sachs, due delle maggiori potenze economiche del capitalismo finanziario del nostro tempo. Come tutte le società di questo tipo, Uber risponde al modello di business e di impresa imposto dalle forme attuali del capitalismo: una “testa” finanziaria transnazionale e una rete di subappalti che generalizzano il precariato in tutte le sue forme, cioè sia come lavoro dipendente che come lavoro autonomo o come impresa. Uber non ha struttura né personale, se non un numero limitato di manager che gestiscono i suoi affari nei diversi paesi in cui opera. Per il resto, utilizza uno stuolo di avvocati per combattere in tribunale chi si oppone al suo business, squadre di programmatori messi a disposizione da Google, i gestori delle carte di credito e poi, da un lato, tante imprese o di singoli operatori di noleggio con conducente (NCC), nella posizione di fornitori del servizio nella versione Uber Black, cioè lusso, con tariffe superiori a quelle dei taxi, da un lato; e qualsiasi persona disposta a mettere a disposizione se stessa e la propria auto, per poche ore, pochi giorni o tutto il tempo, nella versione economica (Uber pop), con tariffe concorrenziali nei confronti dei taxi.

Nel primo caso Uber non assume nessuna responsabilità sulle condizioni (salario, orario, sicurezza, regolarità) alle quali vengono assunti gli autisti delle società di NCC. Nel secondo, chiunque può diventare un operatore di Uber e il controllo sulla sicurezza dei veicoli e dell’autista è interamente affidato alla discrezionalità della società capofila; cioà Uber stessa. Anche per quello che riguarda le tariffe, non esiste alcun controllo pubblico. Vengono determinate da Uber, nella versione pop, con un compenso riconosciuto all’autista di 48 centesimi al minuto, misurati sul cellulare dell’autista, se si degna di farlo. Nella versione Black, la tariffa è del tutto discrezionale, tranne che per alcuni percorsi fissi. In entrambi i casi, a riscuotere la tariffa, tramite prelievo dalla carta di credito del cliente, è Uber. Per questo Uber non è, come pretende di essere, un mero intermediario tra domanda e offerta di spostamenti, né tantomeno, un mero algoritmo immateriale, ma un vero e proprio fornitore di servizi. Che però non è soggetto alle regole a cui tutti gli altri devono sottostare.
Di fatto, con questo modello di business, l’obiettivo di Uber non può essere che l’occupazione di tutto lo spazio del trasporto a domanda urbano ed extraurbano, e il raggiungimento, con un dumping reso possibile dalla sua potenza finanziaria, di una posizione monopolistica in ogni città. Perché, una volta espulsi tutti i taxisti e gli operatori indipendenti di NCC, questo permetterà a Uber di imporre ai passeggeri le condizioni che vorrà. Si tratta in altre parole di un progetto di privatizzazione e di deregolamentazione totale del trasporto a domanda, senza nemmeno ricorrere a un passaggio di mano, ma semplicemente minando dal basso le condizioni operative dello stesso. Leggi tutto “Uber: multinazionali e mobilità del futuro”