SCIOGLIERE LA LISTA TSIPRAS?

Sciogliere la lista L’altra Europa – insieme a Sel e PRC – per dare vita da subito a un movimento unico a sinistra del PD, come propone Curzio Maltese, parlamentare europeo eletto nella “lista Tsipras”? I nomi sono conseguenza delle cose (nomina sunt consequentia rerum) dicevano gli antichi. E su quella proposta, che è di buon senso, vanno fatte alcune considerazioni. Innanzitutto sui nomi; poi sulle cose.
Abbiamo passato tre mesi di raccolta firme e di campagna elettorale a spiegare che Tsipras non era il nome di un nuovo medicinale, ma una persona: un leader politico che ci aveva prestato un programma (da completare e rielaborare) e una figura di riferimento super partes (in Italia particolarmente necessaria, visto l’alto tasso di litigiosità). Allora nessuno lo conosceva; adesso cominciano a sentirne parlare; presto occuperà tutte le prime pagine e le aperture dei media. Sarebbe sbagliato non utilizzare proprio ora, in qualche modo, il riferimento a un nome che spiega meglio di qualsiasi discorso quello che vogliamo.
L’altra Europa: quello di mettere al centro del nostro programma – ma anche del nostro operare quotidiano nei territori – l’Europa e la necessità di un cambiamento radicale delle sue politiche a cui è legata ogni possibile svolta a livello nazionale e locale è stato e resta il punto di forza di chi ancora si riconosce nel nostro progetto. E ”altra” indica una alternativa radicale che, in tempi di renzismo imperante, si rivela una discriminante irrinunciabile a tutti i livelli. Oggi poi, a dar corpo e parole a quell’”altra Europa” abbiamo i nostri tre parlamentari, il nostro collegamento con le forze che fanno capo al GUE e soprattutto con le più vive tra di esse.
Poi, specie all’inizio del nostro percorso, abbiamo dovuto spendere un mare di parole per rispondere a tutti coloro che, anche e soprattutto dalle nostre file, deploravano o protestavano perché nel logo della lista non era stata inclusa la parola “sinistra”. Io da anni non mi considero più “di sinistra”, anche se ho sempre evitato di impuntarmi (né intendo farlo ora) in una disputa su questo tema: penso che per la stragrande maggioranza degli elettori la parola sinistra significa PD e dintorni e tutte le pratiche, palesi e occulte, con cui ogni riferimento agli interessi e alle aspirazioni delle classi e dei ceti popolari è stato da tempo abbandonato. Tra l’altro, pur essendone uno dei promotori, non avevo partecipato alle riunioni in cui è stata decisa la rosa di nomi da sottoporre a consultazione tra i sottoscrittori dell’appello che ha dato vita alla lista Tsipras; ma capisco benissimo le motivazioni di chi aveva preso la decisione di non inserirvi comunque il termine “sinistra”: per rivolgersi a un pubblico più ampio di quello che fa tradizionalmente capo alla sinistra storica; e anche a chi vede come il fumo negli occhi molte delle sue pratiche; e per non rinchiudersi in un recinto da cui è difficile uscire, ma soprattutto in cui è difficile fare entrare chi non ne vuol sapere. Capisco il disagio di chi si aggrappa alla parola sinistra come a un’ancora identitaria, dopo aver dovuto abbandonare o mettere in sordina parole come comunista, socialista o progressista; spesso, come accade anche a me, non perché non le condivida, ma perché sono diventate fonte di equivoci. Ma sarebbe un passo indietro rinunciare a quella prova di coraggio che abbiamo saputo dare allora per mettere in evidenza il carattere totalmente nuovo del nostro progetto rispetto agli errori e all’inconcludenza che avevano affondato molti di quelli precedenti. E qui passiamo dai nomi alle cose.
La caratteristica della lista L’altra Europa che ci ha permesso di raggiungere il pur modesto risultato che abbiamo conseguito è insopprimibilmente legata a una condizione enunciata a chiare lettere nell’appello iniziale: “Una lista composta in coerenza con il programma, che candidi persone, anche con appartenenze partitiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio”. Su questo punto si è svolta all’epoca con alcuni dei nostri interlocutori una prova di forza, vinta solo in parte (e, per la parte non vinta, pagata a duro prezzo in termini elettorali), che ha dato a gran parte del nostro elettorato la conferma che si stava percorrendo una strada nuova rispetto ai pessimi precedenti delle liste Arcobaleno e Ingroia. Sarebbe fatale abbandonare quella impostazione nelle prossime competizioni elettorali, ma forse essa è già stata ora la fonte delle divisioni con cui ci siamo presentati alle elezioni in Calabria e in Emilia Romagna. La lista L’altra Europa si può anche sciogliere, come propone Curzio Maltese; a condizione però di non essere considerata, e di non comportarsi, come una delle “componenti” di un accordo tra partner, accanto a SEL, a Rifondazione e, magari, ad Azione Civile e al Pdci. Noi siamo un’altra cosa; e abbiamo un’altra storia.
Non so a che cosa alludesse Nichi Vendola quando nel suo intervento al seminario di Transform! di Firenze lamentava di aver subito, lui e il suo partito, dei gravi torti durante la campagna elettorale, come se entrambi venissero trattati dal resto della lista come dei semplici “portatori di consenso”. Vorrei ricordare, fuor di polemica, che l’analisi del voto ha mostrato che questo ruolo, se mai c’è è stato, ha avuto un esito molto parziale: solo un terzo dei voti raccolti da SEL nel 2013 è confluito nella lista l’Altra Europa (e tra questi, molti, come il mio, confluiti allora su SEL non per adesione politica, ma solo per evitare l’astensione o il voto ai cinque stelle o a consolidare il precedente della lista Ingroia). Mentre l’idea di trattare la lista Tsipras come una ”lista di scopo” o un esperimento finito – poco più di un taxi per cercare di portare qualcuno dei “loro” nel Parlamento europeo, ben sapendo che da soli non ce l’avrebbero fatta – ha trovato casa soprattutto tra le file di SEL: da parte di alcuni che poi, coerentemente, sono confluiti nel PD; e di altri che si sono invece candidati (ma perché mai?) a partecipare alla guida di quel taxi, pur considerandolo da rottamare.
Il problema è molto serio e ha a che fare con quella necessità di “cambiare anche le facce, i leader, la generazione alla guida, gli strumenti e gli stili di comunicazione” di cui parla Curzio Maltese. Perché finché i programmi sono solo parole non è difficile mettersi d’accordo; ma poi ci sono pratiche, specie a livello locale (che sono spesso quelle che tengono in vita, attraverso alleanze con il PD, alcuni partiti; e la cosa non riguarda solo SEL) che le sconfessano, a volte platealmente, proclamando una cosa per fare esattamente l’opposto. Come dichiararsi per l’acqua pubblica e poi votarne la privatizzazione, o quella dei servizi pubblici locali (e addirittura insediandosi nelle aziende privatizzate); o come chiamare il Tav Torino Lione un orrendo buco nella montagna per poi sostenere una giunta capofila nel perseguitare il popolo NO-Tav; o come tacere di fronte allo scempio di un’intera città in cambio di qualche incarico e di qualche finanziamento; o appoggiare tutto ciò che rappresenta uno disastro sia per il territorio che per il bilancio di un ente locale sostenendo che solo così lo si può modificare. Viste sotto questa luce, è vero che le elezioni locali sono “le più pericolose”. Sono pratiche che devono finire una volta per sempre perché squalificano qualsiasi aggregazione che non le sappia escludere. Prenderne atto è la strada maestra per ritrovarsi, da militanti e attivisti, tutti insieme. Che è quello che (quasi) tutti vogliamo. Questo è ovviamente, come quello di Curzio Maltese, un contributo del tutto personale a un dibattito già in corso da tempo

L’altra Europa

L’Altra Europa è nata e si è sviluppata mettendo in campo alcune idee chiare e coerenti tra loro: la centralità dell’Europa per qualsiasi processo di trasformazione politica, il rifiuto dell’austerità e la necessità di ripudiare il debito, l’inclusione nei confronti di migranti e minoranze di ogni genere, la conversione ecologica come unica prospettiva in grado di affrontare in forme adeguate la crisi ambientale e quella economica e occupazionale, il carattere apartitico della lista; poi raccogliendo adesioni intorno a questa piattaforma e immergendosi nella società – nelle piazze, nelle assemblee, nei luoghi di lavoro – per raccogliere le firme e farsi conoscere; infine gestendo senza mezzi una campagna elettorale affidata prevalentemente, se non esclusivamente, agli incontri diretti e al passa parola.
Dopo il 25 maggio, sfruttando il modesto successo ottenuto, occorreva valorizzare i collegamenti messi a disposizione dall’ingresso nel Parlamento europeo e nel GUE e, anche grazie ad essi, mettere quella piattaforma alla prova dei problemi e dei contesti, nazionali e locali, che lo sviluppo degli avvenimenti mette all’ordine del giorno; ma anche dei rapporti con le tante organizzazioni, di base e non, locali e nazionali, che non avevano preso parte, o avevano guardato con diffidenza, a quel percorso. Entrambe queste cose sono state fatte finora poco e male, incagliando spesso l’organizzazione in un’assurda contrapposizione tra l’impegno a mantener vivo l’orizzonte europeo del progetto e la necessità di misurarsi con le emergenze, anche e soprattutto locali, del “fare politica” giorno per giorno. Di questo contrasto la disputa intorno all’opportunità di presentare alle elezioni regionali delle liste che si richiamano esplicitamente all’esperienza dell’Altra Europa è stata forse il centro.
Ma l’Altra Europa non si è presentata in Europa, né si presenterà in Italia, o si presenta in qualche Regione o in qualche Comune, per “amministrare bene” l’austerity: la miseria che politiche decise altrove impongono (questa, peraltro, è l’illusione che ha affondato l’esperienza dei sindaci arancioni); bensì perché i parlamentari, i consiglieri ed eventualmente i sindaci eletti si facciano punto di riferimento e di aggregazione per le mobilitazioni e le lotte contro di essa. Per questo le liste regionali che si rifanno all’Altra Europa sono parte integrante del processo di promozione di un soggetto politico nuovo, indipendentemente dai risultati che conseguiranno e a cui certo occorre lavorare perché siano positivi. Quelle liste sono anch’esse una componente della costruzione di un programma generale; che non è (solo) l’enunciazione di obiettivi astratti e già noti, ma la ricerca e la verifica della loro efficacia nel promuovere mobilitazione, lotte, e con esse il radicamento sociale di un’organizzazione.
L’elemento principale del discrimine tra chi governa e chi ne combatte i modi e gli obiettivi è la connessione tra crisi ambientale e crisi economica: cioè il progetto della conversione ecologica come combinazione irrinunciabile delle risposte a entrambe queste crisi. L’establishment europeo, e di conseguenza quello italiano – ma anche quello della governance globale – si trovano da tempo senza una visione e una strategia di ampio respiro e si limitano a rappezzare giorno per giorno i guasti che essi stessi producono. Certo, puntano a comprimere redditi e diritti della popolazione al limite della sussistenza (e anche oltre), a distruggere lo stato sociale e a privatizzare tutto l’esistente, a partire da quello che resta della natura, del patrimonio storico, dei beni comuni e dei servizi pubblici. Ma questi obiettivi non configurano un orizzonte sociale definito, un assetto sociale coerente, bensì la sommatoria di spinte e interessi discordanti, che si combinano insieme sempre meno, fino a suscitare uno stato di caos e di belligeranza armata permanente, ormai evidenti in Afghanistan come in Medio Oriente, in Libia come in Ucraina. Un caos che, esattamente come la crisi economica europea, è stato provocato sì da soggetti e interessi ben identificati; ma che è sempre di più subito, e non agito. Che cosa hanno mai da promettere alle popolazioni di cui devono comunque ottenere un certo grado di consenso, per lo meno passivo? Niente, se non il ritornello della “crescita” che né arriva né risolverebbe alcunché. E che cosa abbiamo invece da prospettare noi, con la conversione ecologica? Una strada sensata per affrontare i nodi delle due crisi epocali tra loro connesse, da percorrere “passo dopo passo”, combinando in forme diverse partecipazione e conflitto, ma sempre mettendo al centro il sostegno dell’occupazione, del reddito, dell’inclusione, della sostenibilità, della salute, della convivenza pacifica, della salvaguardia del patrimonio professionale e impiantistico del tessuto produttivo. E’ un confronto innanzitutto culturale – ma di una cultura che si misura giorno per giorno con i problemi concreti della vita di ciascuno – che è possibile tradurre in parole semplici, che possono e devono tornare a circolare come buon senso diffuso, premessa irrinunciabile di una autentica egemonia anche in campo sociale e politico. Leggi tutto “L’altra Europa”

Il discorso del papa

Dal discorso del papa nel suo incontro del 28 ottobre con i movimenti popolari possiamo ricavare un programma politico e sociale di respiro planetario dal quale non potremo più prescindere, perché raccoglie in larga parte le istanze che orientano il nostro operato, proiettandole su uno scenario che ingloba l’intero pianeta. Certo, le parole del papa sono un distillato di saperi, esperienze e riflessioni sedimentato in anni di lotte sociali, soprattutto dell’America Latina (ma non mancano riferimenti a contesti a noi più familiari come quello europeo). Ma se a ispirarlo fosse stato invece dio, e se dio la pensasse così, ben venga anche lui tra di noi: a verificare la traduzione delle sue parole in iniziative e in mobilitazioni sarà la verifica dei fatti. La piattaforma delineata in nell’incontro con il papa ha tre nomi: lavoro, terra e casa: “diritti sacri”, li definisce il pontefice.
Sul lavoro il papa dice: “Non esiste peggiore povertà materiale di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro”. Occorre rivendicare e ottenere “una remunerazione degna, la sicurezza sociale, una copertura pensionistica, la possibilità di avere un sindacato”. “La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti” sono il frutto “di un sistema economico che mette i benefici [il profitto] al di sopra dell’uomo”. E qui il papa accenna un tema a lungo trattato da Zigmund Bauman (in Vite di scarto); d’altronde tra i suoi interlocutori ci sono i cartoneros, che vivono recuperando rifiuti. Quel sistema iniquo è il prodotto “di una cultura dello scarto che considera l’essere umano come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare”. Alle forme tradizionali di sfruttamento e di oppressione se ne è aggiunta infatti un’altra, quella di rendere gli esseri umani superflui: “quelli che non si possono integrare, gli esclusi, sono scarti, eccedenze…Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non la persona umana”. Così “si scartano i bambini e si scartano gli anziani perché non servono, non producono”. E “lo scarto dei giovani” ha portato ad “annullare un’intera generazione… per poter mantenere e riequilibrare un sistema nel quale al centro c’è il dio denaro”. E in chi, come i cartoneros, vive proprio recuperando scarti, il papa vede un’allusione a un modo completamente alternativo di concepire il lavoro: “Nonostante questa cultura dello scarto, delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato, ma voi con la vostra abilità artigianale, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti…Questo, oltre che lavoro, è poesia!”
Parlando della terra – intesa nel duplice significato di ambiente (il pianeta Terra) e di suolo, oggetto del lavoro dei contadini, largamente presenti all’incontro, con la loro associazione planetaria Via campesina – il papa si appella innanzitutto al senso profondo del lavoro contadino, che non è quello di sfruttare e devastare la terra con l’agrobusiness, ma quello di custodirla: coltivandola e facendolo “in comunità”. Per questo occorre combattere “lo sradicamento di tanti fratelli contadini” provocato dall’accaparramento delle terre, dalla deforestazione, dall’appropriazione dell’acqua, da pesticidi inadeguati”. Quella separazione “non è solo fisica ma anche esistenziale e spirituale” e rischia di portare all’estinzione le comunità rurali. Il nemico di questa cultura contadina, come dei diritti del lavoro, è la speculazione finanziaria, che “condiziona il prezzo degli alimenti trattandoli come una merce qualsiasi” provocando quell’altra “dimensione del processo globale” che è la fame, proprio mentre si scartano e si buttano via tonnellate di alimenti.
Sulla casa (che vuol dire abitare in un contesto sociale di prossimità), il papa vuole “che tutte le famiglie abbiano una casa e che tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono”. E aggiunge, “un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere, ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato”. E’ proprio grazie a questi rapporti, dove ancora esistono, che “nei quartieri popolari sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti”, perché “lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito, ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato”. “Quanto sono belle – aggiunge – le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo”. Siamo talmente assuefatti a vedere situazioni di deprivazione da chiamare chi è senza casa, compresi i bambini, “persone senza fissa dimora”: un eufemismo che è il colmo dell’ipocrisia. Ma “dietro ogni eufemismo – ricorda – c’è un delitto”. E’ il delitto degli sgomberi forzati, che interessano milioni di abitanti vittime del grabbing della terra, ma anche degli slums urbani e di tante situazioni di casa nostra.
In tutti e tre questi ambiti – lavoro, terra e casa – l’ostacolo che si frappone alla realizzazione degli obiettivi per cui si battono i poveri della Terra è “l’impero del denaro”; il capitalismo finanziario, diremmo noi. Ma “i poveri non solo subiscono l’ingiustizia, ma lottano anche contro di essa”. E “non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi… non stanno ad aspettare a braccia conserte piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai” o che vanno “nella direzione di anestetizzare o di addomesticare”. “Vogliono essere protagonisti, si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà che esiste fra quanti soffrono…e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato”. Quella solidarietà “è molto di più di alcuni atti di generosità”. E’ partecipazione: “pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. Parole con cui viene messo in discussione tutto l’universo della proprietà privata, che è sempre appropriazione: un atto, un agire contro altri, e non uno stato, una realtà immutabile. Per questo “la solidarietà intesa nel suo senso più profondo è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari”. E ancora: “Che bello quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore” (parole che non rimandano a un aldilà, ma a questo mondo e a questa vita). Dunque, che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio”. Ed è anche il nostro.
Quell’uragano è la conversione ecologica. Perché accanto al dio denaro, causa prima della miseria in cui si dibattono i poveri, gli altri suoi bersagli sono la guerra e la devastazione dell’ambiente: “Non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo pace e se distruggiamo il pianeta” (e qui il papa annuncia una prossima enciclica sull’ecologia). “Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro vengono sanati”. E “un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura…per sostenere il ritmo frenetico del consumo”. Ma “il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. E’ un dono di cui dobbiamo prenderci cura” utilizzandolo a beneficio di tutti.
“Dobbiamo cambiare – dice il papa – dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno”. Ed ecco allora un elenco delle virtù che cambiano il mondo: “Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati”; e praticando “una cultura dell’incontro, così diversa dalla xenofobia, dalla discriminazione e dall’intolleranza”. Si tratta di una lotta al tempo stesso globale e locale: nasce dai rapporti di prossimità, ma abbraccia tutto il pianeta: “So che lavorate ogni giorno in cose vicine, concrete, nel vostro territorio, nel vostro quartiere, nel vostro posto di lavoro: ma vi invito anche a continuare a cercare questa prospettiva più ampia, che i vostri sogni volino alto e abbraccino il tutto!”.
Seguono alcune raccomandazioni relative all’organizzazione e alla riconfigurazione della democrazia: “Non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide… e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo; i movimenti liberi hanno una propria dinamica, dobbiamo cercare di camminare insieme”. E “i movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie. E’ impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature…esige che noi creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi… con animo costruttivo, senza risentimento, con amore”.
Mi sono limitato a pochi commenti. E ho ben poco da aggiungere.

Occupare le fabbriche?

Occupare le fabbriche, come prospettato giorni fa dal segretario nazionale della FIOM? La manifestazione del 25 ottobre potrebbe essere un punto di partenza. Sarebbe, da un lato, una risposta forte a una politica che non contempla alcuna soluzione credibile per sostenere sia l’occupazione generale che quella delle aziende in via di dismissione. Dall’altro, gli impianti occupati potrebbero diventare un punto di riferimento per aggregare le tante forze disperse nei territori che si oppongono alla devastazione dell’occupazione, dei redditi, dell’ambiente, della scuola, dei beni comuni, dei servizi pubblici, della convivenza civile; di tutte le cose a cui ci obbligano a rinunciare i vincoli europei che Renzi ci impone.
Molte delle imprese medio-grandi in crisi sono il frutto di quegli investimenti esteri che per il Governo dovrebbero far “ripartire” l’Italia e che invece si sono rivelati e si stanno rivelando la fossa dell’apparato produttivo e dell’occupazione del paese: basta ricordare, accanto a quello della AST di Terni, nomi come Alcoa, Sevestal, Jabil, Nokia, Alstom, Maflow e, prossimamente, Ilva (dato che chi la comprerà lo farà solo per mettere i piedi in Europa, acquisirne il mercato e abbandonarla al destino che le è stato assegnato fin da quando ai Riva è stata data mano libera per spremere uomini, impianti e città fino al loro totale esaurimento. E la Fiat (ora FCA) non è da meno.
Ma poi? Bisogna dirsi e dire chiaramente che senza un cambiamento radicale del quadro politico ed economico attuale, italiano ed europeo, le lotte, sia quelle condotte in forma “blanda” (con scioperi scadenzati) che quelle che adottano forme “dure” come l’occupazione, non hanno sbocchi. Nessuno convincerà mai una multinazionale che ha deciso di smantellare un impianto perché le conviene a rinunciare ai propri progetti: al massimo ne procrastinerà le scadenze in cambio di un finanziamento pubblico e/o della rinuncia a diritti e quote di salario delle maestranze, per poi portare a termine con più calma i suoi progetti di delocalizzazione. Meno che mai ci si può aspettare qualcosa dalla ricerca di un nuovo padrone (che è la “politica industriale” del praticata dal Ministero dello Sviluppo Economico). Se non conveniva a uno non conviene neanche all’altro, se non per lucrare qualche ulteriore beneficio dalle finanze pubbliche: basta pensare alla farsa della riconversione della Fiat di Termini Imerese…
Ma non è nemmeno possibile che siano le maestranze, operai e tecnici, a prendere in mano le sorti di un’azienda in via di dismissione: in un’economia globalizzata, non ne avrebbero la forza. E lo sanno. A meno che al loro fianco si schieri un’intera comunità, a partire dalle maestranze delle aziende vicine o connesse, dai governi locali (sindaci e Regioni), dall’associazionismo civico e ambientale del territorio, dalle Università e dai centri di ricerca, ecc. Tutti insieme a costituire l’embrione di una nuova governance, democratica e partecipata, non più solo aziendale, ma “territoriale”. Occorre cioè cercare nel tessuto sociale le forze e le risorse che i protagonisti della globalizzazione stanno ritirando dai territori e dalle comunità locali; e in nuovi accordi con le imprese fornitrici e utilizzatrici, programmati e non affidati solo al mercato, gli sbocchi alternativi su cui costruire il progetto di una conversione ecologica di processi e prodotti. Progetti del genere, anche solo per arrivare alla definizione di una piattaforma di rivendicazioni organiche e condivise, non si improvvisano.
Ma per chi vede nella conversione ecologica delle produzioni, dei consumi e dei servizi pubblici una via obbligata per salvare presente e futuro – e i dirigenti della FIOM, a partire da Landini, si sono espressi più volte in tal senso – è ora di passare dalle parole ai fatti. Non si può delegare al Governo, e a una politica industriale inesistente, di cui manca ormai persino il concetto, un compito che può nascere solo da una profonda convinzione personale, da un impegno diretto e dalla pratica dell’obiettivo. Per dare senso alle lotte e ai conflitti occorre mettersi all’opera: convocare, in una versione aggiornata di quelle che una volta si chiamavano conferenze di produzione, i potenziali interlocutori, singoli, associati e istituzionali (intelligenze e competenze disperse sul territorio non mancano certo) e cominciare a vagliare e a concretizzare le ipotesi in campo.
Utopia? Nostalgia comunitaria? Localismo reazionario? Ma guardiamoci intorno! Quanto pensiamo che possano durare l’attuale assetto dell’Europa e delle sue politiche, rimandando di giorno in giorno una resa dei conti con lo sfascio ambientale, sociale ed economico che stanno producendo? Abbiamo ormai la guerra in casa: in Medio Oriente, in Libia, in Ucraina, accanto e dentro il nostro continente; e abbiamo milioni di profughi che premono ai suoi confini. Dell’una e degli altri non ci libereremo facilmente. Innanzitutto, perché più che di guerre si tratta di uno stato permanente di belligeranza armata e sanguinaria, prodotto di politiche che l’Europa ha perseguito per decenni, senza mai assumersi la responsabilità di cercare una soluzione. E perché respingere quei profughi dalla “fortezza Europa” sarà sempre più difficile, costoso, inefficace e criminale (un crimine contro l’umanità: un’altra guerra). Mentre se accolta e sostenuta, quell’umanità dolente, sempre più simile a molti di noi, ormai “profughi in patria”, potrebbe rivelarsi una solida base per costruire la pace nei loro paesi di origine; e rapporti consolidati con chi è rimasto ad aspettarli; e un’alternativa di governo pacifica e democratica al caos che è già qui tra noi.
Poi, abbiamo (i nostri governi hanno) promosso e accettato politiche di resa incondizionata alla finanza mondiale e alla perpetuazione del suo potere sulla vita di Stati, Governi, imprese, comunità e territori. Una resa che non prevede vie di uscita consensuali perché in ogni momento chi ha in mano i cordoni della borsa ha la possibilità di strangolare e disseccare le basi stesse della nostra sussistenza; a meno di una rottura radicale con le “regole” del gioco.
Guardiamo alla Grecia, che è il nostro futuro, se non già il nostro presente in molte aree del paese, a partire dal Mezzogiorno. E’ come un paese distrutto dalla guerra: quella guerra senza armi con cui la finanza globale conduce la “sua” lotta di classe. Altro che ripresa! Basta che si prospetti un cambio radicale degli assetti politici e subito la finanza mondiale, che ha ormai trasferito su Stati membri e sulla BCE gli oneri delle sue speculazioni dissennate, torni a mordere, mettendo in forse i finti equilibri di uno scenario di crescita che non ha più fondamento. E per quanti anni pensiamo che l’euro, così com’è, possa ancora durare? Sia che si arrivi al suo dissolvimento per l’improbabile uscita volontaria di uno Stato dopo l’altro (il ritorno alle valute nazionali), illudendosi di ritrovare così una sovranità ormai perduta, sia che si subisca lo stesso esito per l’incapacità dell’establishment politico-finanziario di mantenere in piedi quegli equilibri, in entrambi i casi, senza una svolta politica radicale, quello che ci aspetta non è un nuovo ordine continentale, ma un caos diffuso e tragico.
Un caos che farà venir meno per sempre la possibilità di credere e far credere che con un aggiustamento di bilancio qui, una stretta ai diritti di lavoratori e cittadini là, un taglio agli istituti sociali costruiti in un secolo e mezzo di lotte del movimento operaio (scuola, sanità, pensioni, servizi pubblici, governo del territorio) tutto possa tornare “in ordine“. O addirittura rimettersi in marcia; “come prima”. No. Oggi guardare al futuro vuol dire progettare, attraverso conflitto e partecipazione, un assetto sociale completamente diverso: che certo riguarda l’intero paese, e l’Europa tutta, e il resto del mondo; ma che trova le forze per essere prima concepito, poi rivendicato ed infine promosso o imposto, solo nell’iniziativa nei territori: casa per casa, strada per strada, azienda per azienda, Comune per Comune; insieme a tutto ciò che di positivo ogni comunità può offrire in termini di beni comuni. C’è tanto da fare e tanto da riconvertire: a partire dall’assetto del territorio, che non possiamo più lasciare in mano a coloro che ci governano, perché lo trattano come un mulo da carico, ricoprendolo di tunnel, autostrade, cemento, Grandi Opere e Grandi Eventi che lo sfibrano; per poi farci ritrovare tutti a bagno e ricoperti di fango da una natura che si ribella a questo scempio. C’è un lavorio di ripensamento radicale del nostro futuro su cui tutti gli uomini e le donne di buona volontà devono cominciare a cimentarsi nella concretezza delle situazioni, ognuna diversa dall’altra. Una fabbrica occupata, un Municipio occupato, molte aziende occupate potrebbero diventare la sede di questi ripensamenti, molto più efficaci di tanti inefficienti uffici studi.

Ventuno organizzazioni

Ventun organizzazioni del Nord e del Sud del mondo (in Italia Fairwatch), in rappresentanza di oltre 200 milioni di persone, hanno sottoscritto e un appello in 10 punti che indica le misure per evitare che i cambiamenti climatici in corso raggiungano un punto di non ritorno. E’ un appello alla mobilitazione contro la convocazione da parte del Presidente dell’ONU Ban Ki Moon di un Vertice sul clima il 23 settembre a cui ha invitato solo leader politici e manager del big business, con una scarsa e compiacente delegazione di associazioni ambientali, per avallare uno “scippo” della lotta ai cambiamenti climatici da parte di chi vuole usare questa emergenza planetaria per fare business, con misure e politiche non vincolanti, a carattere privatistico, che mirano solo al profitto e sono sicuramente inefficaci.
Se i dieci punti della dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras, integrati e specificati in un work in progress tutt’ora in corso, hanno offerto ai promotori, ai sostenitori e agli elettori della lista L’altra Europa – ma anche a chi ha guardato a questo progetto con interesse, anche se non l’ha votato – un punto di riferimento per collocare in un contesto europeo l’iniziativa delle forze antagoniste alle politiche di austerity, questi nuovi “dieci punti” possono ora permettere a tutti di riconoscersi e di partecipare a uno schieramento di ampiezza e di respiro planetari. Ritroviamo in questo appello molti dei punti sinteticamente presenti nel manifesto da cui è nata la Lista L’altra Europa; oltre a promuovere e sostenere una mobilitazione su un tema di vitale importanza per il futuro di tutti e quasi scomparso dall’agenda dell’establishment italiano, europeo e mondiale, occorre ricondurre e far vivere quegli obiettivi di carattere globale nel vivo dell’iniziativa politica locale e quotidiana.
Le rivendicazioni di questo appello sono state definite sulla base delle acquisizioni dell’IPCC, la commissione scientifica dell’ONU che studia i cambiamenti climatici, ma in essi troviamo intrecciati temi ambientali, economici, sociali e istituzionali, che è l’approccio che caratterizza il progetto L’altra Europa.
I primi tre punti dell’appello rivendicano impegni vincolanti (cioè sanzionati): a) a contenere le emissioni annue climalteranti a 38 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 entro il 2020, per impedire che la temperatura del pianeta aumenti di più di 1,5 gradi; b) a lasciare sotto terra o sotto il fondo dei mari almeno l’80 per cento delle riserve fossili conosciute; c) a mettere al bando tutte le nuove esplorazioni ed estrazioni di combustibili fossili (e di uranio), comprese, a maggior ragione, quelle effettuate con il fracking e il trattamento delle sabbie bituminose; d) a soprassedere alla costruzione di nuovi impianti di trattamento e trasporto dei fossili, compresi i gasdotti. Si tratta di rivendicazioni agli antipodi delle politiche energetiche dell’UE e della Strategia energetica nazionale (SEN) adotta dall’Italia. Ma sono obiettivi impegnativi anche per un movimento come la lista L’altra Europa, che ha fatto della conversione ecologica un pilastro del suo programma e ha candidato un esponente di punta del movimento NoTriv. Non c’è molto da discutere, insomma, per fare un esempio, su progetti come quello estrattivo di Tempa Rossa (in Basilicata) e il suo complemento nel raddoppio della raffineria Eni di Taranto; o come il gasdotto transadriatico (TAP) che, dopo l’approdo in Puglia, dovrebbe attraversare e scassare tutta la penisola. C’è piuttosto da discutere su come presentare questo obiettivo al pubblico (cosa non facile, dato il silenzio che circonda il tema dei cambiamenti climatici), su come organizzare la necessaria mobilitazione, su come inquadrarlo in un programma generale di riconversione energetica.
Il quarto punto riguarda la promozione delle fonti energetiche rinnovabili (FER) in forme sottoposte a un controllo pubblico o comunitario (cioè “partecipato”). Occorre ricordare che circa l’80 per cento della potenza fotovoltaica installata in Italia è stata assegnata a grandi impianti e che i relativi incentivi – i più alti del mondo – sono andati quasi solo a beneficio di un’alta finanza che nulla ha a che fare con la generazione energetica diffusa. Ma lo stesso vale per molte altre FER. La politica energetica del paese va rivoltata “come un calzino”.
Il quinto e il sesto punto impegnano: a) a promuovere la produzione e il consumo locali di beni durevoli, evitando di trasportare da un capo all’altro del mondo quello che può essere fabbricato in loco; b) a incentivare la transizione a una produzione agroalimentare di prossimità. E’ qui che la conversione ecologica, promuovendo una riterritorializzazione dei processi economici attraverso accordi di programma tra produzione e consumo (il modello, seppur in mercati per ora di nicchia, sono i gruppi di acquisto solidale: GAS) rappresenta una vera alternativa alla globalizzazione dei mercati dei beni fisici: quella che esige una competizione sempre più serrata in una gara al ribasso di salari, sicurezza sul lavoro e protezioni ambientali. Sono rivendicazioni che si riconnettono alle lotte contro la delocalizzazione di fabbriche e impianti, al movimento territorialista che su questi temi ha al suo attivo, soprattutto in Italia, una corposa elaborazione, e alla spinta verso una nuova agricoltura biologica, multicolturale, multifunzionale e di prossimità. Qui sta anche la principale differenza che separa la conversione ecologica dalla mera adozione di politiche “keinesiane” di sostegno alla domanda con incrementi di spesa pubblica (in infrastrutture e servizi) e incentivi al consumo (detassazione dei redditi bassi e rottamazioni) finanziati in deficit. In un mercato globalizzato una maggiore domanda non si traduce necessariamente in aumenti di offerta e occupazione nello stesso paese, se non è ancorata a una progettualità diffusa e differenziata in base alle esigenze e alle caratteristiche dei diversi territori; il che richiede anche nuove forme di democrazia partecipata e di autogoverno.
Il settimo e l’ottavo punto riguardano l’obiettivo “rifiuti zero” (centrale nei territori massacrati da criminalità ambientale e malgoverno), un’edilizia a basso consumo energetico e un trasporto di persone e merci con sistemi di mobilità pubblici e condivisa.
Il punto nove raccomanda la creazione di nuova occupazione finalizzata alla ricostituzione degli equilibri ambientali, sia nel campo delle emissioni climalteranti che in quello dell’assetto dei territori. Sono le “mille piccole opere” in campo energetico, nella manutenzione dei suoli, nei trasporti, nell’edilizia e in agricoltura in cui dovrebbe articolarsi un piano di lavori pubblici per creare subito un milione di posti di lavoro in Italia e sei milioni in Europa rivendicato da molte organizzazioni.
Il decimo punto impegna a smantellare industria e infrastrutture militari per ridurre le emissioni prodotte dalle guerre e destinare a opere di pace le risorse risparmiate. Non ci sono solo gli F35 da bloccare (cosa sacrosanta); c’è tutta l’industria e l’occupazione belliche da riconvertire: le opportunità di impieghi alternativi non mancherebbero certo.
L’appello prosegue indicando le cose da evitare: a) la mercificazione, la finanziarizzazione e la privatizzazione dei servizi forniti dall’ambiente (cioè tutta la cosiddetta “green economy”, quella che dà un prezzo alla Natura); b) i programmi misti pubblico-privato come REDD (che dovrebbe contrastare deforestazione e degrado boschivo) e altri simili, finalizzati solo a creare nuove occasioni di profitto; c) le soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi ambientali (qui l’elenco è lungo e sicuramente discutibile: geoingegneria, OGM, agrocombustibili, bioenergia industriale, biologia sintetica, nanotecnologie, fracking, nucleare, incenerimento dei rifiuti); d) le grandi opere inutili: si citano dighe, autostrade, grandi stadi (e noi possiamo aggiungere TAV, MOSE e quant’altro); e) il libero commercio e i regimi di investimento che minaccino il lavoro, distruggono l’ambiente e limitano la sovranità economica dei popoli: possiamo tradurre questo punto in TTIP e TISA.
In conclusione l’appello invita a individuare e denunciare le vere radici dei guasti che incombono sul pianeta: il modello industriale di estrazione crescente di risorse, il produttivismo per il profitto di pochi a scapito dei molti (cioè il capitalismo e un modello di crescita illimitata), che vanno sostituiti con un nuovo sistema che persegua l’armonia tra gli umani, connetta la lotta ai cambiamenti climatici ai diritti umani e offra protezione ai più deboli: soprattutto migranti e comunità indigene. Questo modello industriale – conclude il documento – non è più sostenibile; occorre redistribuire la ricchezza oggi controllata dll’1 per cento della popolazione e ridefinire il benessere, che deve riguardare tutte le forme di vita, riconoscendo i diritti della Natura e di “Madre Terra”.

Il mondo in cui ci troviamo

Molte delle minacce che incombono sul nostro pianeta – e di cui poco si parla – sono già fatti. Innanzitutto la data che renderà irreversibile un cambiamento climatico radicale e devastante si avvicina. A questo vanno aggiunte tutte le altre forme di inquinamento e di devastazione, sia a livello globale che locale, che lasceranno ai nostri figli e nipoti un debito ambientale ben più gravoso dei debiti pubblici su cui politici ed economisti si stracciano le vesti. Governi e mondo manageriale hanno per lo più cancellato il problema dalla loro agenda: la green economy promossa a quei livelli non è un’alternativa al trend in atto, ma una serie scollegata di misure, spesso dannose, che ne occupano gli interstizi. L’Italia, che ha una strategia energetica (SEN) recepita dal governo Renzi, ne è un esempio: ha impegnato cifre astronomiche nelle fonti rinnovabili a beneficio quasi solo di grandi speculazioni che devastano il territorio, ma dentro un piano energetico incentrato su trivellazioni e trasporto di metano in conto terzi. E’ una visione miope che distrugge, insieme all’ambiente, anche l’agognata competitività, e chiude gli occhi di fronte al futuro.
Viviamo ormai da tempo in stato di guerra: l’Italia – ma non è certo un’eccezione – è già impegnata con diverse modalità, tutte contrabbandate come “missioni di pace”, su una decina di fronti. Ma questi interventi, che non sono mai guerre dichiarate, alimentano un meccanismo irreversibile: si armano o sostengono Stati o fazioni per combatterne altri o altre, che poi si rivoltano contro chi le ha armate in un alternarsi continuo dei fronti che non fa che allargarli. Dal conflitto israelo-palestinese alla guerra tra Iraq e Iran, dalla Somalia all’ex Jugoslavia, dalle due guerre contro l’Iraq all’Afghanistan, e poi all’Algeria, alla Libia, alla Siria e di nuovo all’Iraq, e poi in Ucraina, l’establishment dell’Occidente ha ormai perso il controllo delle forze che ha scatenato. E’ difficile riconoscere coerenza a scelte (ciascuna delle quali ha o ha avuto una sua “logica”) che messe in fila testimoniano la mancanza di una visione strategica. Il soffocamento o la degenerazione di molti processi nati da rivolte popolari contro miseria e dittature sono il risultato di una mancanza di alternative alla diffusione del caos che la “democrazia occidentale” – ormai identificata con il dominio feroce dei “mercati”, cioè con una competitività universale – non è più in grado di prospettare e che le forze antagoniste a questo sistema non sono ancora capaci di proporre.
Entrambi quei trend sono destinati a produrre un crescendo continuo di profughi, sia ambientali che in fuga da guerre e miseria, destinati a sconvolgere la geopolitica planetaria. Già ora, e da anni, paesi come Pakistan, Siria, Giordania, Libano, Iraq, Turchia, Tunisia, sono costretti a ospitare milioni di profughi, molti dei quali si riversano poi – e si riverseranno sempre più, a milioni e non a decine di migliaia – in Europa. Pensare di affrontare questi flussi con politiche di respingimento è non solo criminale, ma del tutto irrealistico. Ma avere milioni di nuovi arrivati da “ospitare”, con cui convivere per molto tempo o per sempre, a cui trovare un’occupazione, evitando di innescare in tutto il paese focolai di infezione razzista (e di reclutamento per milizie del terrore) rende addirittura risibili le politiche economiche e sociali di cui dibattono i nostri governi, tutte calibrate sui decimi di punto di PIL. E’ un dato che dovrebbe in realtà ridefinire in tutta Europa le politiche relative a scuola, sanità, abitazione, lavoro e cultura: i temi su cui noi stiamo riflettendo, mobilitandoci o cercando di lottare.
Molti di quei focolai accesi dalle strategie, o dalla mancanza di strategia, dell’Occidente nel corso degli ultimi decenni (Ucraina, Medio Oriente e Maghreb), poi trasformatisi in incendi, rischiano anche di interrompere l’approvvigionamento energetico dell’economia europea. Le conseguenze potrebbero essere deflagranti sia per la produzione che per le condizioni di vita e la mobilità. Ma anche in questo caso la governance europea non va più in là del giorno per giorno.
Di fronte a scenari come questi si evidenzia tutta la miopia delle politiche dell’Unione messe in atto con l’austerity, il fiscal compact, gli accordi come TTIP e TISA, l’eterna melina sul coordinamento delle politiche degli Stati membri. Qui tuttavia una strategia chiaramente perseguita c’è: mettere la finanza pubblica con le spalle al muro: non per “liberalizzare”, ma per privatizzare tutto l’esistente: imprese e servizi pubblici, beni comuni, territorio, ma anche esistenze individuali e percorsi di vita; mettere con le spalle al muro il lavoro, per privarlo di tutti i diritti acquisiti in due secoli di lotta di classe; instaurare il dominio di una competitività universale: non, ovviamente, tra pari, ma dove i più forti siano liberi di schiacciare i più deboli. Tuttavia anche in questo caso gli effetti vanno al di là del previsto: sono le stesse “teste pensanti” dell’establishment ad ammettere, anno dopo anno, che i risultati non sono quelli che si attendevano. Soprattutto ora che vengono al pettine contemporaneamente molti di quei nodi: deflazione, deindustrializzazione, disoccupazione, dipendenza energetica, guerre senza sbocco, disastri climatici, profughi. Ma non hanno vere alternative; e mettere toppe da una parte – cosa in cui Mario Draghi è maestro – non fa che aprire falle da un’altra.
Dunque un “piano B” non esiste. Dobbiamo lavorarci noi e questo deve essere l’orizzonte politico, e prima ancora culturale, di qualsiasi iniziativa, anche la più minuta, di cui ci occupiamo. Non lasciamoci scoraggiare dalla sproporzione delle forze e delle risorse: in sintonia con noi ci sono altre migliaia di organizzazioni sparse per il mondo (e forse un passo importante per cominciare a coordinarci a livello europeo è stato fatto con la lista L’altra Europa; e non è né il primo né l’unico); e poi, ci sono milioni o miliardi di esseri umani che hanno bisogno di trovare in nuove pratiche e nuove elaborazioni un punto di riferimento per sottrarsi a quel “caos prossimo venturo” di cui già sono vittime. La radicalità di un movimento, di un programma, di un’organizzazione, cioè la loro capacità di misurarsi con lo stato di cose in essere, si misura su questo sfondo: si tratta di sviluppare a trecentosessanta gradi il conflitto con il pensiero unico e con la cultura e la pratica della competitività universale e le sue molteplici applicazioni, per promuovere al loro posto le condizioni di una convivenza pacifica, egualitaria, democratica e solidale tra gli umani e con la natura.
E’ stata la globalizzazione a spalancare le porte alla competitività universale. Noi dobbiamo pensare e praticare nell’agire quotidiano alternative che valorizzino i benefici dell’unificazione del pianeta in un’unica rete di rapporti di interdipendenza e di connettività, ma in condizioni che non facciano più dipendere la sopravvivenza di alcuni dalla morte di altri, il reddito di alcuni dalla miseria altrui, il successo di un’azienda dalla rovina dei concorrenti, il mantenimento o la “conquista” di un lavoro dall’espulsione di chi ne resta escluso, la “ricchezza delle nazioni” (il PIL!) dalla miseria delle rispettive popolazioni.
Queste alternative riconducono tutte alla riterritorializzazione dei processi economici: non al protezionismo, che non è più praticabile senza subire ritorsioni devastanti; non al confino in ambiti economici chiusi con il ritorno a valute nazionali in competizione tra loro; non alla ferocia di identità etniche e culturali fittizie che ci mettono in guerra con chiunque non le condivida; bensì alla promozione ovunque possibile – e certamente non in tutti i campi e per tutti i bisogni – di rapporti quanto più stretti, diretti e programmati tra produttori e consumatori di uno stesso territorio, ridimensionando a misura dei territori di riferimento, ovunque possibile, impianti, aziende, reti commerciali e il loro governo. La trasferibilità del know-how a livello planetario ormai lo consente per molti processi, a partire dalla generazione energetica; il recupero dei materiali di scarto ci può rendere più indipendenti dall’approvvigionamento di materie prime; i servizi pubblici locali riportati alla loro missione originaria possono connettere un governo democratico e partecipato della domanda (di energia, alimenti, trasporto, di gestione del territorio, di cura delle persone, di promozione della cultura, dell’istruzione, dell’integrazione sociale) con misure di sostegno all’occupazione, di conversione ecologica delle attività produttive, di risanamento del territorio e del costruito. Si può così costruire, dentro il villaggio globale creato dalla circolazione dell’informazione e dall’interconnessione delle esistenze di tutti, le basi materiali di una vita di comunità ricca di relazioni. Una strada che è la base irrinunciabile di un progetto politico alternativo per Europa e per il mondo intero; che va imboccata e seguita in ogni situazione in forme differenti e specifiche; ma tutte insieme possono fornire dei modelli a chi decide di imboccarla.

La spending spiana comuni

Senza soluzione di continuità nel passaggio da Tremonti a Bondi e da Cottarelli a Gutgeld, e da Prodi e Berlusconi a Monti e da Letta a Renzi, la spending review sta planando come un avvoltoio su coloro che ne potrebbero essere i protagonisti, perché sono gli unici a sapere come stanno veramente le cose, e che invece ne sono le vittime: i dipendenti delle amministrazioni pubbliche. L’obiettivo più immediato sono i Comuni, con i quali si va a colpire la democrazia nel punto più vitale ma anche più esposto.
Vitale perché i Comuni incarnano la tradizione europea dell’autogoverno democratico a base associativa; perché i Comuni e le loro aggregazioni rappresentano la democrazia di prossimità e il possibile punto di applicazione di una democrazia partecipata; perché i Comuni sono tuttora i responsabili dei servizi pubblici locali, cioè di ciò che più direttamente condiziona lo svolgimento della nostra vita quotidiana.
Ma i Comuni sono l’oggetto delle brame di chi governa la spending review proprio perché i sevizi pubblici locali sono l’obiettivo di un saccheggio e di un meccanismo estrattivo messi in moto da un capitalismo che non è più in grado di garantire margini di profitto adeguati con l’investimento nell’industria.
E la forma giuridica della società per azioni (Spa), sia interamente pubblica che mista, cioè pubblico-privata — in cui si sono andati costituendo nel corso degli ultimi venti anni quasi tutti i servizi pubblici locali — rappresenta il primo stadio della privatizzazione. Gli affidamenti diretti (cioè senza gara: il cosiddetto in-house) di cui beneficiano li rende particolarmente esposti a questa aggressione.
Innanzitutto perché si tratta di un soluzione societaria incostituzionale e contraria alla normativa europea: gli affidamenti diretti non dovrebbero mai riguardare società di diritto privato che per loro natura perseguono il profitto, come le Spa. In secondo luogo, perché queste Spa sono state finora (le cose dovrebbero cambiare dal prossimo anno) una soluzione per collocare fuori bilancio costi e introiti di servizi che rientrano a pieno titolo nel conto del dare e avere dell’Ente che li controlla: infatti più di un terzo di quelle società censite sono in perdita permanente. In terzo luogo, perché grazie a questo meccanismo le Spa promosse dagli Enti locali (ma anche quelle promosse dagli Enti centrali) si sono moltiplicate per gemmazione: Spa create e controllate da altre Spa di origine pubblica, che ne svolgono una parte dei compiti in una catena di “esternalizzazioni” sempre più lunga; ma anche Spa preposte a funzioni lontane dai compiti istituzionali di chi le ha create. Cottarelli ne ha censite 10mila, ma secondo Ivan Cecconi, il massimo esperto italiano di questo obbrobrio, potrebbero essere oltre 20mila. In quarto luogo perché queste Spa sono un meccanismo corruttivo: assunzioni clientelari (né più né meno di quanto venga spesso imposto ai vincitori di appalti conquistati attraverso gare truccate: il clientelismo prospera non perché il gestore è pubblico, ma perché la mancanza di trasparenza sottrae gli affidamenti al controllo dei cittadini), gerarchia gestionale e consigli di amministrazione scelti tra il personale politico.
Questo spiega l’attaccamento di alcuni partiti a Giunte le cui decisioni contraddicono frontalmente gli impegni assunti con i loro elettori contro privatizzazioni, consumo di suolo o proliferazione di società, incarichi e consulenze. E’ un meccanismo di consolidamento del ceto politico che spesso tiene in vita partiti che non avrebbero altra ragione di esistere.
La spending review non si propone certo di “fare pulizia” in questo ginepraio, bensì di mettere i Comuni con le spalle al muro per costringerli a svendere ai privati (dietro a cui ci sono sempre più spesso banche e alta finanza) tutti i servizi pubblici, insieme a beni comuni di cui sono ancora in possesso. Saranno poi i privati a recuperare con speculazioni e aumenti delle tariffe i costi del servizio – ma anche i “margini” (cioè i loro profitti) — che i Comuni non sono in grado di coprire perché i trasferimenti dallo Stato si sono prosciugati e temono l’impopolarità se ad aumentare le tariffe fossero loro.
Ma privatizzare i servizi pubblici locali e consegnarli a una finanza sempre più lontana dalla popolazione di riferimento vuol dire privare i Comuni della loro ragion d’essere e trasformarli in enti inutili, fatti solo per allevare e selezionare i membri della casta; una democrazia priva di autonomie locali non è più tale e i sindaci che accettano di ridursi a estrattori di risorse dai loro concittadini, senza alcuna restituzione, si tagliano l’erba sotto i piedi.
Ci sono alternative a questa spirale? Sì. Innanzitutto in statuti comunali che dichiarino i servizi pubblici locali attività di interesse generale (e non commerciale). Poi nella trasformazione delle Spa in “aziende speciali”, per farli rientrare nel perimetro della Pubblica Amministrazione. A Napoli la trasformazione dell’Arin in ABC (Acqua Bene Comune) sembrava offrire un modello a questa transizione. Ma le ultime vicende dello statuto di ABC mostrano che senza una mobilitazione di massa e un fronte di “Comuni per i beni comuni”, tante volte promesso e mai realizzato, una transizione del genere rischia il soffocamento per il prevalere degli interessi dei partiti. Ma – si dice – ripubblicizzare le Spa non si può perché non c’è il denaro per riscattarne le azioni dai privati; ma il loro valore è legato a contratti di servizio fondati sull’affidamento in-house. Rivedere quei contratti introducendo condizioni più stringenti può privarle di gran parte del loro valore e persino rendere conveniente restituire le aziende ai Comuni.
In ogni caso, il solo fatto di mettere in campo progetti di conversione ecologica, di promozione dell’occupazione, di recupero di aziende altrimenti condannate alla chiusura può dare credibilità e basi solide a una contestazione radicale sia del patto di stabilità interna (quello che blocca la possibilità di investire per i Comuni), sia del patto di stabilità esterno (il fiscal compact) attraverso cui la finanza internazionale controlla, per il tramite della Commissione europea e della Bce, i governi e le politiche economiche degli Stati dell’Unione Europea, soffocandole. La conversione ecologica è un processo necessariamente decentrato, diffuso, differenziato, distribuito, capillare, che non può essere portato avanti senza il coinvolgimento della cittadinanza e dei governi locali; e per questo democratico.
Affidarla alla grande impresa (l’essenza di quello che chiamiamo green economy), come è stato fatto in Italia e altrove con le energie rinnovabili, è stato solo un modo per trasferire risorse da chi paga le bollette (tutti noi) a chi incassa gli incentivi (per l’80 per cento, grandi investitori finanziari, per lo più anche estranei al settore energetico).
Viceversa, nella generazione energetica, nell’efficientamento di edifici e aziende, nella gestione dei rifiuti, nel trasporto locale, nel servizio idrico integrato, le autorità locali, con il coinvolgimento della cittadinanza attiva, possono da un lato promuovere sistemi sostenibili di governo della domanda, dall’altro offrire sbocchi di mercato alla riconversione di aziende in crisi, eventualmente con soluzioni societarie e associative tra cittadini-utenti destinatari del servizio, aziende che lo erogano, governi locali e imprese fornitrici degli impianti, delle attrezzature e dei materiali necessari al soddisfacimento della nuova domanda.
Lo stesso vale per tutti quei servizi che rientrano nella vasta gamma del welfare municipale: nidi, scuole materne ed elementari, assistenza agli anziani e alle persone svantaggiate, integrazione degli stranieri, formazione, ecc. Anch’essi sono sottoposti, con la spending review, a un processo di privatizzazione attraverso l’esternalizzazione delle prestazioni lavorative con cooperative sempre più legate a strutture finanziarie di comando che “trattano” con le amministrazioni locali per conto di tutte. E anche in questo campo occorre ricostruire un processo democratico a partire dalla partecipazione alla loro gestione.

Renzi il giardiniere

L’irresistibile ascesa di Matteo Renzi ricorda Oltre il giardino, un film del 1979 con Peter Seller: un giardiniere semidemente esce dal giardino dove è rimasto rinchiuso per anni avendo come unico sguardo sul mondo la televisione; in poco tempo si conquista una posizione in società, fino a diventare consigliere della Casa Bianca – o, forse, Presidente degli Stati Uniti – grazie al fatto che non capisce quello di cui parlano le persone con cui entra in contatto, né loro capiscono lui. Parla e risponde con frasi insensate o con osservazioni fuori luogo che coloro che lo incontrano, sempre più in alto nella scala sociale, considerano osservazioni profonde o tremendamente innovative. In parte lo fanno per interesse (cercano un “uomo di paglia” dietro cui nascondere i propri affari); in parte per inettitudine (non hanno una comprensione del mondo molto maggiore della sua); in parte ripongono in lui le loro aspettative perché non hanno nient’altro a cui appigliarsi. Non sono ovviamente le doti del giardiniere a portarlo in alto, ma l’inconsistenza di coloro che di volta in volta lo sostengono, che non hanno più alcun orizzonte di senso a cui fare riferimento. Certo Renzi non è demente, ma si muove con la stessa logica di quel giardiniere: non risponde alle questioni che gli vengono poste, o ai problemi che gli pone la situazione del paese, ma parla d’altro e fa e fa fare altro ai suoi adepti; ogni volta rilanciando con qualche progetto, qualche promessa, qualche impegno che non hanno niente a che fare con ciò di cui gli si chiede di occuparsi: l’economia e l’occupazione precipitano e lui si occupa solo di stravolgere la Costituzione (si veda in proposito la lista, ancorché parziale, delle sue inadempienze, elencate da Salvatore Settis su Repubblica del 13.8). Ma Renzi piace – o è piaciuto finora – sempre di più proprio per questo, raccogliendo poco per volta anche l’adesione di chi fino a poco tempo prima lo avversava o lo riteneva del tutto inadeguato. Non è merito suo; è il frutto dell’inconsistenza dell’establishment che gli riconosce una credibilità che non ha alcun fondamento e che ha costituito intorno a quella figura da guitto il suo “partito della nazione”. Ma non si tratta di un fenomeno solo italiano (Renzi ha riscosso un credito immeritato anche in Europa), anche se in Italia quella mancanza di orizzonti, di prospettive, di respiro politico è più accentuata che altrove. La “fine della storia” teorizzata – e poi rinnegata – dal politologo Francis Fukuyama si è rivelata in realtà un ambiente dai confini invalicabili per le classi dirigenti – politiche, economiche e accademiche – immerse da decenni in un eterno presente senza passato né futuro, in cui si è rinchiuso quel pensiero unico che ha fatto dell’economia la religione del nostro tempo e del mercato il regolatore unico e insostituibile della vita economica, ma anche di ogni forma di convivenza umana. Perché il pensiero unico non è liberismo o “neoliberismo” in senso stretto (né la competitività che predica è libera concorrenza); è una dottrina che sostiene appropriazione e privatizzazione di tutto l’esistente (risorse naturali, beni e servizi, imprese, territorio, ambiente, facoltà e persino organi umani), ma sempre con il supporto dello Stato: per questo l’inconsistenza intellettuale, non solo italiana, di un ceto politico sempre più invadente non è un incidente o una deviazione da un percorso lineare che ha nel mercato il suo nume tutelare. E’ una componente essenziale di un meccanismo estrattivo di cui la crisi in corso ha ormai rivelato il carattere fondamentalmente predatorio.

Con il senno del poi possiamo ora rispondere in modo più convinto alla domanda posta nel 2008 dalla regina Elisabetta agli economisti della London School of Economics: “perché, con tutta la vostra scienza, non siete stati capaci di prevedere questa crisi?”. Non è stata solo, come avevano risposto i più intelligenti tra gli interlocutori della regina, l’eccessiva matematizzazione della disciplina ad averli allontanati dalla realtà. Non è un caso, tra l’altro, che anche chi la crisi l’aveva prevista, come l’economista Nuriel Rubini, si sia rivelato anche lui uno strenuo sostenitore di Renzi (dopo esserlo stato di Monti e di Letta). L’orizzonte culturale è sempre quello: crescita come unica prospettiva di senso (ma lo sanno anche gli asini che,anche se fosse possibile “riagguantarla”, la crescita è insostenibile, non può durare per sempre; e che il suo tempo è finito); e mercato, cioè “competitività”, da recuperare a qualsiasi costo (magari con qualche correttivo). Alla regina Elisabetta bisognerebbe allora rispondere: perché gli economisti mainstream sono ignoranti, corrotti e bugiardi. Sono ignoranti perché il pensiero unico di cui sono adepti fornisce una rappresentazione della realtà falsa, che non consente previsioni fondate né interventi appropriati, neanche ai valori privatistici a cui essi si ispirano. Sono corrotti perché, con poche eccezioni, sono o aspirano tutti a farsi “consiglieri del principe”; non per fornirgli strumenti di comprensione della realtà, ma per giustificare, di volta in volta, le sue scelte: quelle imposte dai “mercati” (che non sono “il mercato”, ma i pochi protagonisti dell’alta finanza che governano l’economia globalizzata). Sono bugiardi perché continuano a predicare cose in cui, tranne pochi stupidi, non credono affatto; e per fingere di crederci nascondono la testa sotto la sabbia. Chi di loro pensa veramente che “l’anno prossimo” l’Italia riprenderà a crescere? Eppure è anni che lo ripetono. O che il governo italiano potrà rispettare il fiscal compact? Eppure nessuno di loro osa metterlo in discussione. D’altronde sono i sacerdoti della “religione del nostro tempo”: che cos’altro attendersi da loro?

Non possiamo rimanere succubi di questa cultura. Occorre promuovere un radicale cambio di paradigma e riconquistare un’egemonia culturale che metta al centro non “i mercati” (quelli che “votano” governi, politiche economiche e ora anche riforme istituzionali, come dimostrano le prescrizioni di J. P. Morgan, pienamente accolte da Renzi, contro le costituzioni democratiche), ma gli obiettivi, gli strumenti e i conflitti necessari a una graduale conquista della capacità di autogovernarci in tutti i campi: non solo in quelli istituzionale, sociale e culturale ma anche quello ambientale e quello economico; il che significa riconfigurare il governo dell’impresa in senso democratico e partecipato e promuovere nella pratica quotidiana del conflitto la consapevolezza dell’ineludibilità di questo obiettivo (peraltro contestuale a una prospettiva di riterritorializzazione dei processi economici, alternativa sia al protezionismo leghista che alla competitività universale liberista).

E’ un programma di ampio respiro che non ammette i “due tempi” (subito gli interventi immediati per contrastare lo sfascio delle nostre esistenze imposte dall’austerity; poi una vera riforma della società). Senza egemonia culturale anche gli interventi più circoscritti sono privi di prospettiva e di forza e lasciano il campo libero alla dittatura del pensiero unico e alle sue applicazioni. Solo per fare due esempi: quanti avversari dell’austerity, nell’invocare una ripresa di politiche keynesiane, riescono ancora a inserire nelle loro proposte un rimando a obiettivi e prospettive di ampio respiro, ma sempre più attuali, come “l’eutanasia del rentier”, il dimezzamento dell’orario di lavoro, o la remissione del debito pubblico? Dovevamo aspettare un economista conservatore come Paolo Savona perché nella comunità economica italiana si cominciasse a prospettare una “rimodulazione” del debito? Oppure, per calarci nella pratica quotidiana, quanto veramente a fondo si è spinta finora la nostra critica della competitività universale come principio fondativo del pensiero unico? Siamo ancora capaci di mettere radicalmente in contrapposizione tra loro meritocrazia e solidarietà, selezione e cooperazione, appropriazione e condivisione, gerarchia ed eguaglianza? O è una prospettiva perduta per sempre, mano a mano che il pensiero unico si faceva strada non solo nel mondo accademico, in politica e nelle istituzioni, ma anche nel nostro modo di ragionare e persino nei nostri affetti? Con la conseguenza di lasciar campo libero ai sostenitori di Matteo Renzi: il “giardiniere” venuto dal nulla e destinato a ritornare nel nulla. Come Monti e Letta.

Europa in fiamme

Il fine ultimo della gestione della crisi economico-finanziaria sviluppatasi a partire dal 2008 e della gestione dell’austerità con cui, soprattutto in Europa, si è preteso di contrastarla (copiando dagli USA, che però quelle politiche le predicano ma non le applicano) era, ed è, una ulteriore riduzione delle quote di PIL destinate a lavoro, pensioni, sanità e istruzione e, soprattutto, la privatizzazione delle imprese e dei servizi pubblici, del territorio e dell’ambiente. Il tutto a beneficio della finanza internazionale, a cui era stato da tempo trasferito non solo una montagna di denaro pubblico, ma il diritto stesso di creare denaro attraverso il cosiddetto “divorzio” tra Governi e Banche centrali. In questo quadro si è sviluppata fino al parossismo una cultura di governo ragionieristica, attenta fino allo spasimo (politico) a centellinare le risorse dedicate al lavoro e al benessere delle popolazioni per proteggere i grandi interessi finanziari che hanno scatenato la crisi e che continuano a beneficiarne.
Quella cultura e quelle politiche da ragionieri, gestite dalle istituzioni dell’Unione Europea di cui i Governi degli Stati membri, soprattutto nella zona euro, sono meri esecutori, hanno aperto una voragine tra l’ideale dell’Europa unita e la difesa, sempre più debole, delle condizioni di vita della maggioranza dell’elettorato. Ma hanno reso anche assai meno attrattivo l’obiettivo di unirsi alla compagine europea per quelle nazioni che ne sono ai margini: vedere come l’Unione Europea strapazza il popolo greco, ma anche quelli italiano, spagnolo, portoghese, irlandese e ora anche francese (ma sempre più anche quelli degli Stati più forti) non è allettante. Sfumata quella della Turchia, le richieste di nuove adesioni, come quella del Governo ucraino, nascono più per non rimanere schiacciati dai conflitti generati dall’espansionismo della Nato (cioè degli Stati Uniti, verso cui l’Unione Europea mostra sempre più la propria sudditanza) che dall’attesa di qualche beneficio. Ma quella sudditanza è la conseguenza della cultura ragionieristica con cui viene governata l’Unione, che la rende muta e impotente di fronte all’esplodere di conflitti sempre più gravi ai suoi confini: Libia, Siria, Ucraina, Iraq, Israele e Palestina. Molti di questi conflitti, compreso uno nella stessa Israele, sono nati da rivolte popolari contro le politiche liberiste dei rispettivi governi, e sono poi stati schiacciati da guerre intestine promosse e alimentati da altri – o assorbiti dalla chiamata alle armi – perché non hanno trovato in Europa una sponda adeguata. Ora, mentre si moltiplicano i vertici sui decimi di punto di sforamento del deficit da concedere ai governi di paesi ormai al collasso per via di vincoli ben più sostanziosi imposti da debiti e trattati insostenibili che non vengono messi in discussione (una riedizione del dibattito sul sesso degli angeli che impegnava i governanti di Bisanzio mentre i Turchi la stavano espugnando), i territori che circondano l’Europa si infiammano. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire. Perché quei paesi in fiamme hanno molto peso nell’approvvigionamento energetico dell’Europa, e la potrebbero portare al collasso. Perché tutto il continente verrà investito sempre più da flussi di profughi di dimensioni bibliche: oggi si trova insostenibile l’arrivo di qualche decina di migliaia di derelitti, che pagano la loro fuga con un pesantissimo tributo di morte, senza rendersi conto che i profughi prodotti dalle guerre che ormai circondano l’Europa sono milioni; che milioni, e non migliaia, ne ospitano i paesi limitrofi: Turchia, Giordania, Iraq, Libano, come già Siria e Giordania ai tempi della guerra in Iraq; che prima o poi anche loro cercheranno un rifugio in Europa; e che i paesi a cui si vorrebbe affidare il compito di fermare quei flussi sono quelli che li alimenteranno sempre di più. Perché una quota crescente della popolazione europea è composta da nativi di paesi sconvolti da conflitti che non tarderanno a ripercuotersi anche qui, anche in forme violente, intrecciando e snaturando conflitti sociali inevitabilmente sempre più aspri. Perché guerra chiama guerra e senza strumenti per promuovere la pace (una politica estera di ampio respiro e risorse consistenti, umane, economiche e culturali) se ne finisce travolti.
La drammaticità del momento, che si somma al collasso degli equilibri economici su cui avrebbe dovuto reggersi il progetto europeo rende evidente che ci troviamo non alla vigilia, ma già nel bel mezzo di una svolta epocale che ci impone di affrontare, dentro la prassi quotidiana e dentro le lotte in difesa delle proprie condizioni di vita, una profonda revisione dell’orizzonte entro cui ci muoviamo: una revisione che riguarda innanzitutto i concetti di democrazia e di lavoro.
Due entità congiunte, come peraltro prevede l’articolo 1 della Costituzione italiana, ancorché discusso e varato in un contesto del tutto differente. Occorre elaborare e poi contrapporre al pensiero unico, che esalta la competitività, l’individualismo proprietario, il consumo come motore dello sviluppo, il merito come sanzione di una presunta superiorità di chi si è affermato (e il servilismo, che ne è la diretta conseguenza) una cultura nuova, che promuova la solidarietà, la condivisione, la sobrietà, la cura del prossimo, della natura e del vivente: tutte cose che costituiscono l’orizzonte di una rifondazione integrale della democrazia. Non è solo una battaglia culturale da affidare all’elaborazione teorica di pochi e all’intelligenza collettiva dei più; deve investire anche gli affetti e il vissuto quotidiano di tutti: là dove il pensiero unico è riuscito spesso a far breccia e ad annidarsi in ciascuno di noi senza che nemmeno ce ne avvedessimo. E’ un lavoro di scavo che richiede un reciproco interrogarsi e rimettersi in gioco, il cui esito non può che essere quella conversione ecologica di cui parlava Alex Langer. Un processo che investe contestualmente il nostro sentire, le nostre convinzioni, i nostri atteggiamenti, i nostri comportamenti soggettivi e le forme della partecipazione e del conflitto sociale per trasformare la strutture del contesto in cui operiamo, a partire da quello economico: che cosa produciamo, per chi, con che cosa, come e dove. Perché o la democrazia riesce a investire anche l’ambiente economico, l’impresa, la sua organizzazione, il suo mercato, il suo rapporto con il territorio e chi lo governa, o, se resta ai margini o al di fuori di queste cose, non ha più modo di esistere.
E’ solo facendosi protagonista di una lotta politica e culturale per queste forme di democrazia integrale che l’Europa, cioè i suoi popoli, possono offrire al resto del mondo, e innanzitutto a chi abita ai suoi confini, una prospettiva di pace e di solidarietà che ne faccia un modello. E che prospetti una strada per sottrarsi a quello stato di guerra permanente in cui si traduce ormai da tempo la convinzione che dall’Europa così com’è, dai suoi modelli di vita e dalla ferocia che esercita verso i suoi stessi cittadini non c’è niente da attendere e niente da riprendere.
Ma democrazia e lavoro si intrecciano inestricabilmente. Non il lavoro nelle forme coatte in cui esso si esercita oggi in tutto il mondo; cioè emarginando e deprimendo salute, vita, desideri, capacità e creatività di chi lo svolge – così come si devasta la natura e il vivente per ricavarne solo la millesima parte, e la peggiore, di quello che potrebbero dare – ma potenziando al massimo, attraverso conflitti, con cui recuperarla gradualmente per tutti, una capacità di autogoverno: sia sul territorio che all’interno delle imprese che sulle grandi questioni di indirizzo; in modo da rendere la creatività di ciascuno il vero motore di uno “sviluppo” radicalmente diverso. In questa dimensione un reddito di cittadinanza universale è oggi non solo un obiettivo unificante per le lotte dei precari e dei disoccupati, giovani e anziani, come dei lavoratori non più protetti dall’articolo 18, ma una condizione per poter imporre scelte progressivamente sempre più libere su come e dove lavorare, e per quanto tempo, e se sotto padrone o per proprio conto, e per fare che cosa; cioè per trasformare il lavoro in un’attività più libera. Che è ciò che approssima maggiormente, in un contesto in cui partecipazione e conflitto si intrecciano senza soluzione di continuità, la società che vogliamo e che abbiamo il compito di proporre a tutti.

Lavoro, democrazia, reddito. Una nuova visione

In queste materie così complesse e interrelate, partiamo dal lavoro, che è quello che interessa di più tutti i nostri potenziali interlocutori.
Ci sono tante realtà organizzate con obiettivi simili o analoghi ai nostri che non sono state coinvolte – o lo sono state solo marginalmente – nella nostra campagna elettorale. Solo per fare alcuni esempi: le Fiom locali (con quella nazionale abbiamo avuto qualche rapporto), il sindacato della CGIL servizi (che raccoglie molti lavoratori precari), i sindacati di base, molte RSU (in particolare quelle impegnate nella campagna contro la legge Fornero), i comitati di lotta (soprattutto nella sanità e nella scuola), le reti dei precari, molte organizzazioni studentesche (a livello nazionale i rapporti ci sono; a livello locale, non sempre), molte organizzazioni del terzo settore (cooperative sociali e associazioni), i lavoratori di molte delle aziende che chiudono, delocalizzano o si ristrutturano. Tutti i movimenti per la casa, a partire da quelli romani. Poi, la rete dei Gas e dei Des e altre esperienze di “altra economia”, gran parte dei centri sociali (molti sono oggi “astensionisti” e come tali non erano interessati a un rapporto con la nostra lista; ma non lo erano ieri, quando hanno partecipato alle campagne della “stagione dei sindaci” e potrebbero non esserlo più domani); situazioni di occupazioni esemplari come il Teatro Valle, il municipio dei Beni Comuni di Pisa, le Officine Zero di Roma, Ri-maflow e Remake di Milano, ecc., rimasti un po’ ai margini della nostra campagna, ma molto interessati ai contenuti che portiamo avanti. E ancora, associazioni ambientaliste come Energia Felice, Italia Nostra, Greenpeace, e Lega ambiente (a livello locale; a livello nazionale sembra ormai catturata completamente nella rete del PD); la associazioni animaliste. E poi tutti i comitati e i movimenti contro lo squasso del territorio: No-tav (Valsusa e Firenze), No-muos, No Dal Molin, No-triv, No-tem. No-Mose, No Grandi Navi, ecc. dove la lotta contro le grandi opere si combina con quella per una diversa gestione – e manutenzione – del territorio. Poi, tutti i comitati per una diversa gestione dei rifiuti. Infine, Libera (la campagna contro la povertà mette al centro temi come il lavoro e il debito, che riguardano direttamente i nostri lavori; associazioni e comitati come la campagna contro iI TTIP o come a SUD e tanti centri di ricerca o singole figure di studiosi a livello universitario.
Con tutti questi soggetti, qui elencati a titolo solo esemplificativo, dobbiamo cercare di aprire un confronto, soprattutto a livello locale e territoriale, da svilupparsi su due piani:
1. L’individuazione di obiettivi e la promozione di iniziative comuni;
2. Lo sviluppo di una elaborazione programmatica condivisa, anche partendo da posizioni distanti.
La nostra pratica deve cioè marciare di pari passi con una rifondazione radicale dei principi della democrazia, fondata sulla rivalutazione delle persone, sulla solidarietà contrapposta alla competitività, sulla partecipazione, su una riconsiderazione del lavoro alla luce della sua transizione da costrizione ad attività produttiva liberamente scelta. Dobbiamo riuscire a far marciare contemporaneamente l’iniziativa politica e l’approccio culturale.
In questo confronto dobbiamo praticare l’umiltà: non farne una campagna di reclutamento – né di singoli né di corpi organizzati – ma metterci su un piano di assoluta parità, anche per quanto riguarda le decisioni operative.
Come lista Tsipras abbiamo ovviamente poca esperienza da offrire (anche se molti di noi ne hanno accumulato, individualmente o in altre sedi, una quantità non indifferente) e una elaborazione programmatica ancora in gran parte astratta, perché non messa ancora a confronto con la pratica. Abbiamo però due atout da giocare:
1. La nostra appartenenza al GUE, la nostra rappresentanza parlamentare, la nostra presenza in Europa e il punto di riferimento che tutto ciò può offrire anche ai nostri interlocutori; in particolare per quanto riguarda la possibilità di collegarsi con altre realtà organizzate in Europa;
2. L’aver raccolto intorno alla lista L’altra Europa il meglio della intellettualità italiana: decine e decine di studiosi, scrittori, giornalisti indipendenti, registi, attori, musicisti, mentre con il regime, cioè con Renzi e Forza Italia, non è rimasta, per lo più, che una schiera di figure in gran parte asservite: un fatto particolarmente vistoso nel campo del giornalismo. Finora non abbiamo saputo valorizzare questo apporto, che è invece essenziale non solo per ricostruire su nuove basi una cultura della democrazia e del lavoro adatta ai nostri tempi, promuovendo un rapporto stretto e mai subalterno tra pratica politica, elaborazione intellettuale e creazione artistica; ma anche e soprattutto per gettare le basi di una egemonia culturale di respiro europeo. Non possiamo fermarci agli slogan né alle enunciazioni di principio. Questa nuova cultura, alla cui fondazione dobbiamo tutti partecipare, ciascuno con gli strumenti della propria pratica sociale, va elaborata scavando in profondità nel nostro vissuto e in quello di coloro con cui entriamo in contatto; consapevoli del fatto che la cultura della competitività – e dell’individualismo proprietario, del merito come sanzione di una presunta superiorità di chi si è affermato, del mors tua vita mea – cioè la quintessenza del pensiero unico, si è ormai inconsapevolmente radicata anche in atteggiamenti e in convinzioni di chi crede di esserne esente.
Ci sono comunque alcuni, necessariamente pochi, obiettivi o, meglio, temi che dobbiamo mettere al centro del nostro confronto con quasi tutte le forze che incontreremo nei prossimi mesi e anni, senza pretendere di essere noi a proporli, perché in molti casi la loro elaborazione è più sviluppata della nostra. In queste iniziative dobbiamo lavorare sia per sviluppare il tema-obiettivo nelle sue più minute articolazioni locali e in ogni sua possibile operatività immediata, sia avendo riguardo alla dimensione programmatica (e anche esistenziale) che esso comporta.
Il primo di questi temi-obiettivi è il reddito di cittadinanza, o reddito garantito (io aggiungo “incondizionato”: ovviamente nella sua dimensione programmatica). E’ la risposta più sentita – già ora – e più puntuale alla disoccupazione e alla precarietà; ma va definita e motivata ed eventualmente differenziata rispetto o ognuna delle ormai mille forme di esclusione e di precarietà di fronte a cui ci troviamo, compreso il lavoro di cura e le tante forme di impegno in campo artistico e culturale. Ma oggi, e soprattutto in prospettiva, rappresenta anche l’unica vera forma di tutela del lavoro a tempo indeterminato contro il ricatto del licenziamento: quella tutela ormai in gran parte erosa dal progressivo svuotamento dell’art. 18. Ed è, anche, la risposta alle esigenze dei disoccupati over 50 (che mai più troveranno un impiego in un contesto economico come quello attuale) dei quali i cosiddetti “esodati” sono solo una piccola parte. Insomma, può diventare – per ora non lo è – un obiettivo veramente unificante.
Ma accanto alle sue articolazioni rivendicative più o meno immediate il reddito garantito ha anche una dimensione prospettica: la trasformazione del lavoro da impegno coercitivo imposto con il ricatto della disoccupazione e della miseria ad attività liberamente scelta; a modalità di espressione della propria creatività e della propria socialità. Che è anche il modo per promuovere in una direzione non distruttiva le attività produttive e le forme della convivenza sociale – che è quanto oggi più approssima la caratterizzazione della società che vorremmo.
Il secondo tema è la lotta contro la legge Fornero: non va sottovalutato né il disastro che questa legge e la sua logica hanno imposto (la chiusura degli accessi lavorativi alla nuove generazioni; la condanna ai lavori forzati di una generazione ormai logorata dal troppo lavoro; un calo netto della produttività e dell’efficienza del sistema connesso al perpetuarsi di abitudini lavorative consolidate e alla difficoltà di introdurre e valorizzare nuovi saperi e nuove tecnologie). Ma questa lotta, che trova già oggi un interlocutore decisivo nell’assemblea autoconvocata di oltre 400 RSU, ha anche il significato emblematico di opporre la forza dell’evidenza a quella contrapposizione tra gli interessi dei giovani “non tutelati” e quelli degli anziani “troppo protetti”, che oggi viene usata per legittimare l’erosione di tutte le tutele. Il rapporto tra le generazioni, tra figli disoccupati e “a casa” e padri e madri che li sostengono con il loro lavoro, con le loro pensioni, con le loro attività sostitutive del welfare pubblico deve costituire un tema fondamentale della nostra immagine pubblica e di una serie di iniziative di riconquista di un rapporto più organico con le nuove generazioni.
Il terzo tema-obiettivo è la conversione ecologica: che dovrebbe innanzitutto articolarsi nei confronti delle lotte contro la manomissione del territorio e soprattutto nei confronti delle aziende che chiudono, ristrutturano o delocalizzano. Quest’ultimo è il fronte più difficile da affrontare, sia per noi che per i lavoratori che stanno per perdere o hanno perso il loro posto di lavoro. La reazione più naturale è quello di aggrapparsi alla continuità produttiva nella speranza che un nuovo padrone – o un nuovo “piano industriale” – ottenga quei risultati che il mercato e la gestione ordinaria non sanno più garantire. Ma non è così: molte produzioni ordinarie, in Italia e in Europa, ma anche nel mondo, non hanno avvenire, o fanno solo danno; mentre molte altre sono necessarie e urgenti, ma non trovano chi se ne faccia carico. E a farsene carico non può, in linea di massima, essere un “nuovo padrone”, ma una modalità completamente nuova di governance dell’impresa; che non può essere solo “autogestione” (i lavoratori non possono e per lo più non vogliono farsi carico da soli della loro azienda); bensì una soluzione che affianchi al management o a una sua parte le maestranze, l’associazionismo che rappresenta il territorio, le risorse tecniche della ricerca e, ove possibile il governo locale. Perché il problema principale è garantire sbocchi sicuri alle nuove produzioni e questo non può essere fatto, in linea di massima, che attraverso una progressiva riterriteritorializzazione del sistema produttivo; in cui i servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti, energia, gestione del territorio, edilizia pubblica, welfare locale) possono giocare il ruolo di cerniera tra nuove produzioni e governo – partecipato – della domanda. E’ questo che distingue la cosiddetta green economy (che è ricerca del profitto in settori dall’impatto ambientale, vero o presunto, minore) dalla conversione ecologica (che mette invece in gioco le modalità di governo della transizione). Anche qui si tratta di abbinare tra loro una prospettiva generale che va costruita senza salti in avanti, una decisiva battaglia culturale condotta a misura dei diversi interlocutori a cui ci si rivolge, e una capacità di intervento in situazioni puntuali, puntando sul coinvolgimento delle comunità e del territorio. Tenendo conto del fatto che in molte lotte contro la dismissione di impianti o lo squasso del territorio si costituiscono le premesse per forme di solidarietà e di ricostituzione di nuove iniziative di cui la lotta della Valle di Susa è forse oggi l’esempio principale.
Insieme a quello delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, i campi abbinati della manutenzione del territorio – contro il dissesto edilizio e idrogeologico – e quello di una nuova agricoltura ecologica, multicolturale e multifunzionale, di prossimità e di piccola impresa, sono quelli che offrono maggiori prospettive di occupazione ai programmi di riconversione ecologica.
Ovviamente tutti questi temi-obiettivi richiedono risorse e investimenti: il che radica nel contesto della quotidianità e delle lotte in corso la nostra battaglia contro il debito, l’austerità, il fiscal compact e le politiche di aggressione ai servizi pubblici, sottraendola in parte al rischio di rimanere un tema astratto.