Lo stallo dell’Altra Europa

Cara Antonia,
non entro nel merito delle accuse che rivolgi al raggruppamento Noi (o ex-Noi, perché stanno cambiando nome), molte delle cui posizioni in gran parte condivido. Saranno loro a risponderti, se lo riterranno opportuno. Mi pare che per ora non ne abbiano alcuna intenzione, e fanno male. Diffida però delle ovazioni e delle adulazioni dei loro avversari come diffidi delle contrapposizioni muro contro muro: distruggono la politica e prima ancora la pre-politica: il sentirsi membri di una comunità di eguali.
Comincio dal fondo. Ho anche io apprezzato molto il libro di Daniela Padoan e Luca Cavalli Sforza. Non confondere però il “Noi”, di quella posizione politica, con il “noismo”: non c’entrano niente. Il noismo, ci spiega quel libro, non è razzismo; è una pulsione ineliminabile iscritta nel nostro codice genetico; ma se non viene tenuto a bada finisce per rinchiuderci in un recinto da cui è difficile uscire e, soprattutto, capire quello che succede fuori: al di là del recinto.
E’ quello che è successo all’Altra Europa. All’apertura verso un mondo fatto soprattutto di comitati, associazioni, movimenti, volontariato, iniziative culturali e soprattutto popolato da milioni di persone che non votano nemmeno più perché hanno schifo della politica, dei partiti e dei loro traffici (o votano per i 5stelle o addirittura per Salvini, non perché sono razzisti, ma perché non intravvedono più la possibilità di proiettarsi su un orizzonte più largo della mera protesta), ci si è concentrati e rinchiusi nel mondo meschino – e a volte mefitico – della sinistra a sinistra del PD (o anche dentro il PD), nel tentativo, per me vano, ma anche politicamente inutile, di riunirla; o, meglio, di riunirci ad essa. La “casa comune” – già soggetto unico – “delle sinistre e dei democratici” non è altro che questo. E’ la priorità data all’aggregazione delle sinistre partitiche rispetto a quella delle iniziative di cittadinanza o di conflitto sociale (dunque, a dispetto del nome, è il progetto di un noi blindato). E nelle sue imminenti manifestazioni alle prossime elezioni (vedi Liguria, ma non solo), rischia di essere anche peggio: un taxi per trasportare in qualche consiglio regionale un personale politico altrimenti difficilmente presentabile. Adesso infatti alle regionali ci si va; dopo aver detto per mesi che era sbagliato perché le Regioni non contano niente. Staremo a vedere…
E’ comunque un progetto che, come sai, ha una lunga storia fallimentare alla sue spalle. Stupisce quindi me non meno di te che a farsene promotore e sostenitore a oltranza possa essere Marco Revelli, il massimo teorico italiano della fine del partito novecentesco; e, direi anche, della fine del partito tout court; il teorico del “volontario” che prende il posto del “militante”. Come forse ti stupirebbe scoprire che Daniela Padoan, che tanto apprezzi, vede una forte manifestazione di “noismo negativo” proprio nella linea di condotta seguita dal comitato operativo dell’Altra Europa sia durante la campagna elettorale che, soprattutto, dopo le elezioni. Ma tant’è. Dovrebbe essere Marco a spiegarci le ragioni di questa sua conversione. Ma probabilmente dirà che non c’è stata alcuna conversione; e infatti adesso parla anche lui di coalizione sociale, che lo scorso dicembre era stata stroncata senza mezzi termini da coloro che lo hanno eletto a proprio ideologo ed estensore di tutti i loro documenti. Ma la sostanza del percorso politico imboccato dal “nuovo” comitato operativo resta comunque quella che è, e non cambia. La sua ridotta apertura all’esterno è solo il tentativo di “dare un rappresentato al rappresentante”, come l’ha sempre chiamata Alfonso Gianni. Un’espressione che dice tutto.
I risultati? Eccoli: avevamo raccolto (con alcune eccezioni, che a rigore di logica non avrebbero dovuto esserci, perché funzionari o dirigenti di partito) una lista di candidati di grandissimo valore, sia per il loro lavoro intellettuale, sia per il loro ruolo in tanti movimenti diversi. Ma di loro, a lavorare con L’altra Europa, non è rimasto quasi più nessuno. Avevamo raccolto intorno a noi il meglio dell’intellettualità italiana (più del PCI negli anni d’oro della sua epopea): studiosi, attori, registi, musicisti, scrittori, artisti. Nessuno di loro prova più alcun interesse per noi. Avevamo il sostegno o la simpatia dei principali movimenti del paese: Val di Susa, No Muos, No Dal Molin, No Mose, Beni comuni, ecc. Non abbiamo più rapporti con nessuno se non con alcuni esponenti del movimento dell’acqua interni fin dall’inizio alla nostra compagine. E alcuni (No Triv, No Expo) li abbiamo anche mandati bellamente a quel paese per non disturbare i partiti o qualche loro esponente (certo, quei movimenti hanno a volte posizioni politiche che possiamo non condividere; ma un confronto serrato con loro dovrebbe essere la linfa vitale della nostra organizzazione; come dimostra il comitato dell’Emilia Romagna, che quei rapporti li ha mantenuti, o instaurati, grazie soprattutto alla sua solitaria partecipazione alle elezioni regionali). Avevamo i nostri comitati pieni di “militanti” (o “volontari”) senza alcuna appartenenza politica; o con passate appartenenze a cui si erano sottratti,  unendosi all’Altra Europa proprio perché vi vedevano un’alternativa a esperienze che li avevano bruciati. Non ne è rimasto quasi più nessuno. La maggioranza dei comitati sono ora in gran parte occupati da militanti di partiti, soprattutto di Rifondazione, che sembra aver trovato nell’Altra Europa un’alternativa alla sua evidente dissoluzione. Eravamo una piccola-grande speranza per il paese. Ci siamo ridotti a una cosa meschina, che nessuno è più disposto a prendere in considerazione, se non per portare avanti un proprio gioco di sopravvivenza. Avevamo un programma da sviluppare. I contributi all’approfondimento dei suoi punti fondamentali, durante e dopo la campagna elettorale, sia dal nostro interno – allora assai più ampio di ora – come dall’esterno, non sono certo mancati. Ma li abbiamo buttati alle ortiche: non abbiamo nemmeno creato un sito in cui raccoglierli e metterli in ordine in modo da   renderli consultabili. Così oggi Alfonso Gianni continua a ripetere che L’Altra Europa un programma ce l’ha; e a lamentarsi perché nessuno lo prende in considerazione. E con programma intende un corposo papello che ha scritto durante la campagna elettorale, in assoluta solitudine (o consultandosi con qualche suo ex compagno di partito) e che giace da tempo in uno dei tanti angoli inviolabili del nostro sito. Non è quello, ovviamente, il modo di costruire un programma politico in forma partecipata, anche se Alfonso non riesce a farsene una ragione.
La ragione vera di tutto ciò è l’inseguimento di una unità a tutti i costi con i partiti superstiti della sinistra e con gli scampoli del PD. Ma anche, e soprattutto, il fatto che non sono mai stati attivati i gruppi di lavoro (e di studio): unica sede in cui avremmo potuto valorizzare, e dare il ruolo che spetta loro, al contributo dei tanti intellettuali che ci volevano appoggiare. Ma anche unica sede in cui tener vivo un rapporto con i movimenti che ci avevano sostenuto, facendone uno strumento per una elaborazione congiunta che li facesse uscire dalla dimensione settoriale in cui rischiavano, o rischiano, di soffocare. Non è stata casuale, né priva di conseguenze, la mancata attivazione dei gruppi di lavoro, che erano stati indicati fin dal luglio scorso come sede prioritaria di direzione della nostra comunità – e anche come sede di allargamento del confronto a quelle forze dell’antagonismo sociale che non ci avevano appoggiato nelle elezioni – e rispetto ai quali il comitato operativo, o chi per esso, avrebbe dovuto avere solo funzioni di coordinamento e di stimolo. E’ per questo che il nostro dibattito politico si è concentrato, in forme sempre più asfittiche e ringhiose, all’interno delle varie mailing list: trasformate, per chi ha continuato a seguirle, come me, in una vera e propria galera. E non è che ai gruppi di lavoro mai convocati il comitato operativo, prima o dopo l’assemblea di Bologna, abbia provato a sostituire qualcos’altro. Niente di niente. Ma è evidente che un organismo politico non può vivere, né tanto meno crescere, in un vuoto politico simile. Ricordati che per diversi mesi la manifestazione del 19 novembre – un vero fiasco – è stata coltivata e presentata come il momento di sintesi di tutta la nostra attività (passando disinvoltamente sui piedi di quei comitati e di quei compagni che si erano adoperati in mille modi per presentare alle elezioni regionali delle liste che facessero in qualche modo vivere L’Altra Europa nei loro territori). Adesso nessuno dirà più che le cose siano andate effettivamente così. Ma prova a fare mente locale.
Vengo ora a sapere che a Trento presentate una lista unitaria a cui partecipano anche Sel e Rifondazione e che tu sei candidata sindaca. Ne sono felice e ti auguro un buon successo. Ma ti pare possibile che a più di un anno dalla costituzione de L’Altra Europa una cosa del genere la si venga a sapere per caso? E che dalle Alpi a Lampedusa nessuno di noi sappia niente di quello che succede nelle altre regioni, e di quello che fanno gli altri comitati (e magari fanno delle cose egregie che potrebbero essere rifatte altrove)? Non è questo il massimo dell’accentramento? E per ciò stesso il grado zero della democrazia?
Non ne faccio – io – una questione di statuti; ma certo qualche regola, come peraltro avevo proposto fin dallo scorso agosto, e poi a settembre – e altri fin dallo scorso luglio – avrebbe reso meno asfittica la vita de L’Altra Europa. E avrebbero comunque impedito che da una organizzazione informe, che non può votare in assemblea perché “non si sa chi vi appartiene e chi no”, si passasse di botto all’indizione di un vero e proprio congresso di partito, con tanto di delegati eletti sulla base di un regolamento dell’ultima ora – e di senatori a vita con diritto di voto – senza nemmeno consultare sulle regole da seguire quel che resta dei comitati, cioè della cosiddetta “base”. A cui era peraltro stata prospettata un’assemblea di riunificazione con il resto della sinistra – il Big Bang della sinistra – e non la trasformazione de L’Altra Europa in un nuovo e striminzito partitino, senza nessuna capacità di incidere su una realtà sempre più complessa e drammatica.
Senatori a vita? Prova un po’ a vedere quali sono gli esponenti che dal comitato operativo del periodo elettorale si sono travasati senza soluzione di continuità in quello dei 221, e poi in quello operativo – e, in parte, in quello pre-assemblea, o in tutti e due contemporaneamente – per poi riconfluire nel comitato transitorio, senza mai sottoporsi a una verifica, e predisponendo infine tutte le condizioni per farsi rieleggere nella lista bloccata che verrà proposta all’assemblea di aprile. Certo, i componenti dei vari comitati erano molti di più; ma va un po’ a vedere quanti di loro partecipavano e partecipano a ogni riunione. E non sono assenti per caso. Perché anche L’Altra Europa è stata di fatto “privatizzata”: come tutto, d’altronde, in regime cosiddetto neo-liberista. Alla faccia della rotazione! Che certo non avrebbe impedito a nessuno che si fosse ritirato per cedere il suo posto di continuare a “rendersi utile” nei gruppi di lavoro. Se solo ci fossero stati…  Guido Viale

“care e cari
fino a stamattina ero convinta di non dover scrivere una sola riga sulla faccenda della divisione interna sancita dalle dimissioni di cinque componenti del COT con una serie di ragioni che non sto ad elencare visto che ml e social network possono essere fonti di informazioni in merito facilmente accessibili.
Ho cambiato idea perché sto lavorando ad un testo, inviatomi da tre giovani ragazzi brillanti, educati ed umili, che sono candidati nella nostra lista unitaria per la comunali di Trento. Il testo riguarda la democrazia partecipata e diretta, punto di forza del nostro programma elettorale e mi ha colpito perché mentre lo leggevo pensavo a Mattia, Daniele e Jacopo e alla loro volontà timorosa di voler prestare energia, nome, volto ad una campagna elettorale che vuol essere solo un momento di presenza, di conferma, di visibilità, ma anche una competizione per iniziare a portare dentro le istituzioni la nostra voce ALTERNATIVA.
Leggendo ciò che hanno scritto e pensando a loro, mi è stato inevitabile il confronto con chi si sta assumendo, in queste ore, in nome di un concetto di democrazia partecipata ancora non del tutto chiaro, almeno a me, la RESPONSABILITA’ di scelte divisive e che non saranno comprese dalla maggior parte di elettori ed elettrici.
Non raccontiamoci troppe balle, compagni e compagne, la gente comune che non entra nei nostri circoli masturbatori e un po’ paranoici, individua la sinistra nei partiti che, almeno a parole, si propongono a sinistra dell’attuale PD e alla signora della lavanderia sotto casa non saprei spiegare che “NOI” dell’Altra Europa, con un noi che, come già detto, a dispetto del significato letterale del pronome, suona quanto mai divisivo, rappresenta la vera alternativa democratica perché contrasta la prevaricazione dei partiti nel progetto dell’AE.
Né tanto meno saprei spiegare, alla stessa signora che ha dichiarato di voler votare la nostra lista perché finalmente, dopo anni di lotte fratricide tra sel e prc in Trentino, queste forze di sinistra si propongono insieme all’elettorato, che in realtà la candidata sindaca, la sottoscritta, come componente del COT è una persona “antidemocratica” e portatrice di tutti quegli appellativi che “democraticamente” vengono sciorinati da chi si erge a paladina/o della democrazia. perché non mi riconosco in quegli appellativi, che mi feriscono un po’, ad esser sincera.
Un problema che ho, inoltre è che io il DOGMA della democrazia partecipata, che tra l’altro prevede liquid feedback o non è democrazia partecipata, non l’ho capito. Ciò che guida le mie valutazioni, personali e soggettive, è sempre la ricerca di coerenza, anch’essa soggetta ad interpretazioni personali, ma chi ha studiato materie scientifiche sa che la coerenza può essere riconosciuta in modo oggettivo analizzando le connessioni logiche.
Allora io vi chiedo di aiutarmi a trovare coerenza in chi sta mettendo in atto questo processo a mio avviso solo ed esclusivamente dannoso.
Un gruppo di persone, autodefinitesi democratiche, decide che il COT agisce in modo poco democratico e, se ho letto bene, opera scelte a colpi di maggioranza.
E’ da febbraio che Athos Gualazzi, preziosa presenza nel comitato di Rovereto, ma anche rilevante presenza nel gruppo dei “NOI”, ci tormenta con le sue giuste rimostranze verso la lentezza nel prendere decisioni dal momento che abbiamo scelto di non votare ed è costante la sua richiesta di ricorrere al voto online, tramite liquid feedback, come strumento di democrazia. ed è da sempre che io stessa continuo a ripetere, conoscendo il contesto della militanza trentina, che fluttua anagraficamente tra menopausa ed andropausa, che liquid feedback finirebbe con l’essere elitario, contrariamente alle intenzioni autentiche di garantire democrazia.
Nel COT, insieme finito di persone, si vota perché essendo insieme finito di persone, è possibile definirne la maggioranza. E il COT viene accusato di non essere democratico perché si vota.
Qui i miei neuroni vanno in tilt.
Votare è democratico o non è democratico? Se si vota si presuppone che la scelta venga effettuata sulla base della maggioranza o no? Questo è antidemocratico? Ciò su cui nelle riunioni del COT si decide di votare viene definito dopo lunghe e a volte estenuanti discussioni sia orali che in chat.
Posso sapere dove manca la democrazia in ciò?
Le cinque persone del “noi” nel COT (mi verrebbe da ridere a scrivere queste cose se non fosse drammaticamente serio) hanno sempre partecipato a volte dichiarando di non voler partecipare al voto, quindi delegando la scelta ad altre persone, a volte votando.
Sempre hanno sfidato la pazienza di tutte e di tutti non per i contenuti proposti, discutibili a volte, condivisibili altre, ma per i toni sempre OSSESSIVAMENTE polemici, OSTINATAMENTE oppositivi.

Il tormentone degli autonominati poi non lo reggo più.
Il COT è composto da rappresentanti dei territori tutte e tutti individuate/i in assemblee territoriali a volte sofferte e difficili, ma pur sempre attraverso discussioni DEMOCRATICHE, almeno quando le parti in conflitto hanno avuto l’onestà intellettuale di presentarsi e la volontà politica di risolvere il conflitto trovando DEMOCRATICAMENTE una soluzione. Oltre ai rappresentanti e alle rappresentanti dei territori, che sono la maggioranza numerica, c’erano le cinque persone dei “noi”. La maggioranza numerica è ancor maggiore rispetto allo zoccolo duro costituito dalle persone che sono dentro il COT come esponenti di partiti, come rappresentanti di continuità rispetto all’AE delle europee, come rappresentanti di realtà organizzate e importanti (penso a Raffaella Bolini e a Costanza Boccardi, per esempio).
Ha senso, dunque, parlare di un COT che prende decisioni a colpi di maggioranza precostituita e asservita ai dirigenti di partito? La domanda, giuro, non è retorica. La pongo per essere aiutata a comprendere perché ho dubbi sulle mie facoltà intellettive. Ho sentito accusare Marco Revelli, sentito con le mie orecchie, di essere a servizio delle dirigenze dei partiti e di voler portare l”AE verso un’esperienza come sinistra arcobaleno e sinistrati vari. Ma allora o Marco Revelli scrive bugie nei suoi testi, o Marco Revelli non sa scrivere e ciò che scrive non è la traduzione del suo pensiero o io non so comprendere i testi che leggo oppure, e spero che ciò non sia vero, chi accusa Marco Revelli di ciò non ha letto i suoi testi e parla di supercazzola.
Ma la supercazzola sarebbe accettabile se si stesse giocando al monopoli della politica.
Qui, gente, la cosa è seria e la responsabilità politica e intellettuale è tutta sulle nostre spalle, sia in termini di responsabilità collettiva che individuale. E a proposito di testi, forse prima di aprire bocca e parlare di supercazzola, bisognerebbe leggere tutto ciò che scrivono e che hanno scritto in ambito politico, non polemico, i nostri intellettuali e le nostre intellettuali.
Cito un testo bellissimo, letto di recente, che è, di fatto, la costruzione di un ponte tra linguaggio scientifico e umanistico, che si traduce in pensiero politico nel senso più nobile del termine.
Il libro a cui faccio riferimento è stato scritto in forma dialogica da un uomo, che per me rappresenta uno dei pilastri scientifici più importanti, Cavalli Sforza e da Daniela Padoan, che ho conosciuto solo di recente, in occasione di alcune assemblee dell’AE. Il libro parla di “noismo” ed a quel libro penso sempre quando leggo comunicazioni del  gruppo definitosi “Noi-AE” o, forse ora, “prima le persone”
Il libro è complesso e articolato e non posso dilungarmi su considerazioni specifiche, ma vi invito a leggerlo. Suscita in me riflessioni sul significato del termine “noi” e sulla ricerca affannosa e continua, che caratterizza gli uomini, della definizione di identità a prescindere dalla conoscenza reciproca. La storia dell’umanità è ricca di testimonianze di questa urgenza che si è nutrita nei secoli di dogmi e pregiudizi verso gli altri, per cui la definizione del “noi” non può prescindere dall’esistenza degli altri, che diventano, di fatto, elementi necessari per descrivere un’identità basata prevalentemente sulla negazione delle cose altrui, soprattutto quando si diventa portatori di pretesa di ordinamento della molteplicità e gestori dell’alterità.
Può darsi che anche questo testo, che parla il mio linguaggio, quello degli evoluzionisti, non lo abbia compreso, perché vi ho letto declinati i rischi del “noismo” come espressione di prepotenza ed assunzione di verità. Perché vi ho letto il rischio settario di chi con il “noi” definisce una categoria, un recinto, forse perché al noismo ho sempre, da sempre, preferito l’altruismo
e mi piace ciò che scrive Daniela Padoan in calce all’introduzione “…il patromonio culturale, come il patrimonio genetico, si replica per mutazioni vincenti e per cieca riscrittura di codice, errori compresi, ma non è un destino”
Scusandomi per la lunghezza dell’email, che spero sia letta come una richiesta a tutte e tutti di umiltà e coraggio di negoziazione, come invito a non procedere testardamente, ostinatamente, verso scelte divisive e microparcellazioni (lasciamo la fissione degli atomi a chi è del mestiere!).
Aggiungo che contrastare ostinatamente i partiti, di cui, pur facendo i dovuti distinguo tra un partito e l’altro,  riconosco debolezze, difficoltà ed anche tentativi a volte maldestri di tenersi in vita, attraverso la costruzione di un altro percorso, che, di fatto, diventa costruzione di un micropartitino, mi fa pensare che nulla di più vecchio ci sia in questo progetto alternativo all’alternativa: proporre la salvezza di un progetto unitario della sinistra attraverso la costruzione di un altro microrecinto, da affiancare ai tanti micropartiti.

Dejà vu, compagne e compagni!
Un abbraccio a tutte e tutti, senza recinti e senza dogmi
Antonia Romano – Trento
PS: consiglio anche un film meraviglioso “Viva la libertà” con un Toni Servillo e Valerio Mastrandrea (sublime), regia di Roberto Andò.
Troviamo il coraggio di essere folli, Suvvia!

Spettabile Comitato Operativo Transitorio,

Spettabile Comitato Operativo Transitorio (e in gran parte permanente) de L’Altra Europa con Tsipras,
Vi scrivo per segnalarvi una situazione imbarazzante, causata da decisioni da voi arbitrariamente assunte, che non riguardano solo la mia persona, ma – credo – la stragrande maggioranza degli attivisti e dei sostenitori de L’Altra Europa. Leggi tutto “Spettabile Comitato Operativo Transitorio,”

Gad Lerner va alla guerra?

Anche Gad Lerner si è messo l’elmetto? L’occasione è la strage al museo del Bardo di Tunisi. Il bersaglio è l’avanzata dello stato islamico in Libia e in tutta l’Africa settentrionale. Spiace che quello che succede in Siria, in Libia, in Yemen – e prima ancora in Somalia, in Afghanistan, in Iraq – non insegni niente a Gad, della cui intelligenza sono un estimatore. Gad non dice – perché non sa – che cosa dovrebbe fare in Libia una missione militare (cioè una guerra) guidata dall’Italia, ancorché sotto ombrello ONU. Interventi di polizia internazionale ne abbiamo visti tanti e ogni volta hanno lasciato una situazione peggiore di quella precedente, sia per l’ordine internazionale, sia per le popolazioni che ne sono state vittime. Espansione ed efferatezza dello stato islamico sono una conseguenza – come riconosciuto dallo stesso Obama – di tutti gli interventi che lo hanno preceduto. Leggi tutto “Gad Lerner va alla guerra?”

Prepariamoci al Giubileo

Il prossimo 8 novembre l’anno diventerà “santo”. Perché per quella data papa Francesco ha indetto un giubileo, che durerà fino al novembre del 2016. Giubileo è una parola di origine ebraica che indica una ricorrenza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Palestina di un tempo, il popolo di Israele condonava i debiti, liberava i servi e restituiva i beni ai proprietari che li avevano perduti. Papa Francesco ha indetto il prossimo giubileo (straordinario, perché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della misericordia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giubileo si possa comunque aprire un confronto: non con “il mondo cattolico” – termine vuoto e finzione di bassa politica – ma con quei cattolici che credono veramente in quello che professano (una componente importante di coloro che si battono per un mondo diverso). E se avremo anche la benedizione del papa, tanto meglio. Leggi tutto “Prepariamoci al Giubileo”

L’Altra Europa e la coalizione sociale di Landini

Sabato 14 marzo a Roma la Fiom ha riunito per la prima volta la coalizione sociale che ha in progetto. E’ un importante punto di partenza con cui molti di noi dovranno confrontarsi: riunire ciò che fermenta nella società e che può – oggi – concorrere a costruire un fronte di opposizione alle politiche liberiste e antidemocratiche dell’Europa – e a quelle di questo come dei precedenti governi italiani. E – domani – concorrere a costruire la base sociale di un governo radicalmente alternativo. Leggi tutto “L’Altra Europa e la coalizione sociale di Landini”

A chi serve l’indipendenza della BCE?

Karl Polanyi includeva il denaro, insieme al lavoro e alla terra (che noi oggi possiamo chiamare, in modo più comprensivo, ambiente) tra le “merci fittizie”: beni la cui trasformazione in merce è causa di dissoluzione di ogni legame sociale e, alla lunga, della convivenza stessa. In termini attuali, possiamo tradurre il concetto di merce fittizia in quello di “bene comune”. Leggi tutto “A chi serve l’indipendenza della BCE?”

Casa comune o coalizione sociale?

Per raccogliere le proposte di Landini e Rodotà di dar vita a una coalizione sociale che superi ciò che ha finora impedito in Italia la nascita di un fronte di opposizione adeguato – un progetto che verrà battezzato il 28 marzo – è forse opportuno partire da una questione che non è solo terminologica. Leggi tutto “Casa comune o coalizione sociale?”

I profughi aumenteranno (huffington post 23.2.214)

Come era prevedibile – ma non previsto dall’establishment italiano ed europeo – la situazione dei profughi generata dai conflitti nei paesi del Medio Oriente, del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana è diventata esplosiva. Giorno dopo giorno i flussi in arrivo aumentano e non sono destinati a fermarsi. Ci sono più di sei milioni di profughi che non potranno restare a lungo in paesi devastati da bombe ed esposti a continue incursioni da parte di eserciti e milizie ogni volta diversi. Poi ci sono anche quelli che fuggono da paesi devastati non solo dalle guerre, ma anche da un’estrazione incontrollata di risorse naturali. Leggi tutto “I profughi aumenteranno (huffington post 23.2.214)”

Denaro e sterminio

Il programma T4 doveva provvedere alla soppressione dei disabili. Con esso i nazisti sperimentarono le camere a gas, che poi avrebbero utilizzato in modo industriale per sterminare il popolo ebraico e gli zingari.
L’eliminazione dei disabili, gestita da personale medico professionista, veniva condotta al riparo dallo sguardo del pubblico, soprattutto da quello dei loro parenti. Ma il programma, viceversa, era propagandato e giustificato: con proclami, manifesti, discorsi, trasmissioni, articoli sui giornali: ogni disabile era una bocca in più da sfamare a spese del resto della popolazione, ostacolandone il cammino verso la meta comune. Si calcolava persino quanto pesasse sui conti nazionali ciascuna di quelle bocche. Così, sotto il nazismo, il popolo tedesco si assuefaceva, un po’ per volta, all’idea che le persone “inutili”, che erano “un peso” per lo Stato, o dannose per il radioso futuro della sua razza e della sua cultura, dovessero essere eliminate. E che fosse giusto farlo. Senza accorgersene? No. Certo né le soppressioni “cliniche” dei disabili, né le fucilazioni di massa degli ebrei, né l’attività industriale dei campi di sterminio si svolgevano sotto i suoi occhi. Ma tra questo e sostenere che non ne sapesse niente, e che non trovasse tutto ciò necessario, se non “normale”, ci passa.
A me non piace l’uso dei termini nazista o fascista, o di loro equivalenti, per stigmatizzare cose del tutto differenti. Quanti nuovi Hitler abbiamo avuto negli ultimi anni? Milosevic, Saddam, Bin Laden, Gheddafi, Al Baghdadi. Diventati tali, in genere, solo dopo che si era deciso di eliminarli. Prima andavano benissimo. E quanti nuovi fascismi? Con l’ovvio rischio di consumare parole e riferimenti, rendendoli progressivamente meno espressivi. Ma per quanto riguarda le politiche di sterminio, il rigetto di questo abuso linguistico non può esimerci dal prendere atto che noi in Europa (e certo non solo in Europa; ma cominciamo da casa nostra) stiamo gradualmente scivolando lungo un percorso che dovrebbe allarmarci. Stiamo varando e legittimando una politica di sterminio dei profughi che cercano una via di salvezza nei nostri paesi. Anche noi teniamo lontane quelle loro morti e ce ne accorgiamo solo quando “bucano lo schermo” per il loro numero. Ma intanto c’è, sia nelle istituzioni che nell’”arena” politica, chi le giustifica – e chi se ne fa un vanto – con motivazioni che ricordano il programma T4. Salvarli, con Mare Nostrum, costa troppo. Non possiamo permettercelo. Meno che mai può permetterselo l’Europa, alle prese con le strette di bilancio delle sue politiche. Al massimo si può finanziare un programma come Triton, che ha come scopo non salvare quei profughi, ma respingerli. In fondo al mare. E poi, diciamola tutta: se li salviamo ne incoraggiamo altri a provarci ancora (in realtà non “incoraggiamo” nessuno, come dimostrano le statistiche: con Triton, che li vuole mandare a fondo, ci sono più sbarchi che con Mare Nostrum, che cercava di salvarli). Ci provano e ci proveranno perché sono esseri umani che non hanno altra scelta che tentare uno sbarco in Europa. A qualsiasi costo; anche quello di una morte atroce, del cui rischio non sono certo ignari. Leggi tutto “Denaro e sterminio”

Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015

Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.

In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!