I profughi aumenteranno (huffington post 23.2.214)

Come era prevedibile – ma non previsto dall’establishment italiano ed europeo – la situazione dei profughi generata dai conflitti nei paesi del Medio Oriente, del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana è diventata esplosiva. Giorno dopo giorno i flussi in arrivo aumentano e non sono destinati a fermarsi. Ci sono più di sei milioni di profughi che non potranno restare a lungo in paesi devastati da bombe ed esposti a continue incursioni da parte di eserciti e milizie ogni volta diversi. Poi ci sono anche quelli che fuggono da paesi devastati non solo dalle guerre, ma anche da un’estrazione incontrollata di risorse naturali. Leggi tutto “I profughi aumenteranno (huffington post 23.2.214)”

Denaro e sterminio

Il programma T4 doveva provvedere alla soppressione dei disabili. Con esso i nazisti sperimentarono le camere a gas, che poi avrebbero utilizzato in modo industriale per sterminare il popolo ebraico e gli zingari.
L’eliminazione dei disabili, gestita da personale medico professionista, veniva condotta al riparo dallo sguardo del pubblico, soprattutto da quello dei loro parenti. Ma il programma, viceversa, era propagandato e giustificato: con proclami, manifesti, discorsi, trasmissioni, articoli sui giornali: ogni disabile era una bocca in più da sfamare a spese del resto della popolazione, ostacolandone il cammino verso la meta comune. Si calcolava persino quanto pesasse sui conti nazionali ciascuna di quelle bocche. Così, sotto il nazismo, il popolo tedesco si assuefaceva, un po’ per volta, all’idea che le persone “inutili”, che erano “un peso” per lo Stato, o dannose per il radioso futuro della sua razza e della sua cultura, dovessero essere eliminate. E che fosse giusto farlo. Senza accorgersene? No. Certo né le soppressioni “cliniche” dei disabili, né le fucilazioni di massa degli ebrei, né l’attività industriale dei campi di sterminio si svolgevano sotto i suoi occhi. Ma tra questo e sostenere che non ne sapesse niente, e che non trovasse tutto ciò necessario, se non “normale”, ci passa.
A me non piace l’uso dei termini nazista o fascista, o di loro equivalenti, per stigmatizzare cose del tutto differenti. Quanti nuovi Hitler abbiamo avuto negli ultimi anni? Milosevic, Saddam, Bin Laden, Gheddafi, Al Baghdadi. Diventati tali, in genere, solo dopo che si era deciso di eliminarli. Prima andavano benissimo. E quanti nuovi fascismi? Con l’ovvio rischio di consumare parole e riferimenti, rendendoli progressivamente meno espressivi. Ma per quanto riguarda le politiche di sterminio, il rigetto di questo abuso linguistico non può esimerci dal prendere atto che noi in Europa (e certo non solo in Europa; ma cominciamo da casa nostra) stiamo gradualmente scivolando lungo un percorso che dovrebbe allarmarci. Stiamo varando e legittimando una politica di sterminio dei profughi che cercano una via di salvezza nei nostri paesi. Anche noi teniamo lontane quelle loro morti e ce ne accorgiamo solo quando “bucano lo schermo” per il loro numero. Ma intanto c’è, sia nelle istituzioni che nell’”arena” politica, chi le giustifica – e chi se ne fa un vanto – con motivazioni che ricordano il programma T4. Salvarli, con Mare Nostrum, costa troppo. Non possiamo permettercelo. Meno che mai può permetterselo l’Europa, alle prese con le strette di bilancio delle sue politiche. Al massimo si può finanziare un programma come Triton, che ha come scopo non salvare quei profughi, ma respingerli. In fondo al mare. E poi, diciamola tutta: se li salviamo ne incoraggiamo altri a provarci ancora (in realtà non “incoraggiamo” nessuno, come dimostrano le statistiche: con Triton, che li vuole mandare a fondo, ci sono più sbarchi che con Mare Nostrum, che cercava di salvarli). Ci provano e ci proveranno perché sono esseri umani che non hanno altra scelta che tentare uno sbarco in Europa. A qualsiasi costo; anche quello di una morte atroce, del cui rischio non sono certo ignari. Leggi tutto “Denaro e sterminio”

Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015

Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.

In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!

Intervento di Guido Viale al seminario Crisi, Grecia, Italia, Europa di Rifondazione comunista e GUENGL, 31.1.2015

Facciamo attenzione a non ridurre il nostro sostegno alla Grecia a un confronto tra politiche economiche alternative: spesa pubblica contro austerity. O peggio, euro sì, euro no. È in realtà uno scontro tra le condizioni di possibilità di una politica sociale per le persone e una politica che mette al centro di tutto il denaro. Il nostro sostegno alla Grecia deve riprendere e tradurre nelle condizioni del nostro paese soprattutto i termini di questo scontro.

Accanto alla scarsa attenzione del nuovo Governo greco, già da molti rilevata, per le questioni di genere, altrettanto potremmo dire per la questione ambientale, nonostante che essa fosse in rilievo nel programma in dieci punti di Tsipras. Su entrambi questi fronti non spetta a noi dare dei suggerimenti a Syriza, ma non possiamo nemmeno “soprassedere”. Dobbiamo tradurre questi rilievi nella capacità di esplicitare e promuovere delle politiche, valide per tutta l’Europa, che mettano al centro la questione di genere e quella ambientale, in forme capaci di offrire anche al governo greco uno sbocco positivo a questa impasse.
Ma abbiamo di fronte un’altra questione grande come una casa, che rischiamo di ignorare, ma che potrebbe travolgerci tutti. Dobbiamo ridisegnare la nostra mappa mentale di che cosa è l’Europa, della sua struttura sociale e dei suoi confini. Come ho scritto altrove, l’Europa non finisce ai suoi confini politici o amministrativi. Intorno a questi confini c’è ormai da tempo uno stato permanente di belligeranza armata dai fronti mobili: in Israele, Iraq, Libia, Siria, Turchia, Ucraina; per non parlare di paesi più lontani, ma quasi altrettanto influenti sul contesto europeo come Afghanistan, Pakistan, Eritrea, Somalia, Niger e Nigeria. Queste situazioni ci riguardano direttamente per tre motivi:
Primo, perché come alleati degli USA e membri della NATO, abbiamo – intendo dire, i governi italiani hanno – contribuito a scatenare questi conflitti e non abbiamo una politica per riricondurli a un contesto di convivenza.
Secondo, perché quei fronti di guerra sempre più mobili e incontrollabili tendono e tenderanno sempre più a riprodursi nei territori europei in due forme: innanzitutto scavando un solco sempre più profondo tra nativi europei e comunità di immigrati, anche di seconda e terza generazione. Ma anche con il moltiplicarsi di iniziative terroristiche: iniziative non di importazione, ma che maturano nel seno stesso della radicalizzazione degli animi e delle scelte in comunità solidamente presenti nel territorio europeo.
Terzo, perché quello stato di belligeranza endemica sta creando un esercito non più di migranti in cerca di lavoro e di una vita migliore, ma di milioni di profughi (profughi non solo di guerra, ma anche economici e ambientali); un esercito che preme e premerà sempre più sui confini dell’Europa e che vedono le autorità europee impegnate a cercare di arginare con mezzi sempre più violenti e crudeli.
Così, al di qua e al di là dei confini formali dell’Unione Europea sono state attivate politiche di confinamento, di deportazione, di sfruttamento, di persecuzione sistematica di minoranze, come i Rom, di displaced person in cerca di salvezza e di asilo, di lavoratori in condizioni di schiavitù reclutati tra migranti regolari e non. Una situazione che sta trasformando radicalmente i connotati delle nostre società. Siamo scivolati senza quasi accorgercene dentro un assetto sociale fondato su molti apartheid (che non sono quelli renziani tra “lavoro sicuro” e lavoro precario, bensì tra chi gode ancora di alcuni diritti di cittadinanza, o pensa di avere ancora il diritto di rivendicarli (il diritto di avere diritti, di cui parla Rodotà) e chi ne viene escluso per sempre e per principio, per legge o in via di fatto. Questo apartheid alimenta a sua volta la paura di precipitare in quello stato di persone senza diritti anche tra chi appartiene al primo gruppo e offre grandi occasioni di proselitismo agli imprenditori della paura, senza che i loro veri o presunti avversari, cioè i partiti e la cultura di sinistra, abbiano messo a punto strumenti, o anche solo buone intenzioni, per contrastare quest’ondata reazionaria. Anzi, spesso sono loro ad anticiparla, anche se difficilmente ne ricavano i frutti.
Viste le dimensioni che sta assumendo questa deriva, dovrebbe essere chiaro che non riuscire a fermarla, e non adoperarsi e attrezzarsi per farlo, rischia di far precipitare l’Europa di nuovo nell’abisso. Lo dico in piena consapevolezza perché seguo da vicino il lavoro di Barbara Spinelli e dei suoi assistenti in Italia e nel Parlamento europeo, dove Barbara ha concentrato i suoi sforzi su questo tema e ne ha ricavato anche informazioni e collegamenti, relativi a tutto il contesto europeo, che cominciano a delineare un quadro complessivo che fa rabbrividire. Di fronte a questa situazione la contesa sulle percentuali di deficit di bilancio, e persino quella sull’euro, può legittimamente apparire non solo una disputa inadeguata alla dimensione dei problemi da affrontare, ma addirittura un modo di nasconderli.
Ma rinunciare a mettere al centro delle nostre politiche questa revisione della nostra immagine dell’Europa ci induce a trascurare anche un’occasione storica. Occasione che è data innanzitutto dai legami, sia materiali che culturali e linguistici, ma anche solo immaginari e sempre di più religiosi, che essi mantengono o rinnovano con i loro paesi di origine. Politiche di accoglienza e di sostegno per questo esercito di sbandati, potrebbero avere una enorme importanza nel promuovere le basi di un’alternativa di governo e di pace nei loro paesi da cui provengono. E anche, ovviamente, per la creazione di una grande comunità di popoli intorno al Mediterraneo.
Dobbiamo capire e valorizzare meglio le opportunità offerte da questo contesto, da questa nuova e diversa visione dell’Europa. Abbiamo lasciato cadere nel caos gli spunti offerti dalle primavere arabe (che pure hanno fatto da innesco per fenomeni per noi molto importanti come il movimento M15 in Spagna e Occupy Wall street e Occupy the world (e poi anche per l’ascesa di Syriza e di Podemos), per non aver saputo prospettare per tempo, con la nostra iniziativa politica, un’alternativa di governo anche per loro di fronte al fallimento delle politiche liberiste e autoritarie contro cui quelle primavere si erano ribellate.
Oggi un nuovo importantissimo spunto di riflessione, ma anche di azione, ci viene offerto dalla resistenza contro lo Stato islamico sostenuta dalla popolazione di Kobane e del Rojava in Siria: si tratta di una comunità che si autogoverna in modo federalista, democratico, egualitario. Che resiste in armi, nonostante la disparità delle forze, all’offensiva jihadista. Ma soprattutto che è capace di prospettare una piena parità di genere nel cuore di un conflitto armato che ha proprio nella perpetuazione e nella estremizzazione del dominio dell’uomo sulla donna la sua posta principale. È alla conquista di questa parità di genere, e non ai bombardamenti, anche quando fossero necessari – ma vengono effettuati in un contesto degradato in cui rischiano di non finire mai – che dobbiamo guardare se vogliamo trovare l’arma vincente capace di scardinare alla radice le derive integraliste che attraversano tanto il mondo islamico che quello di cultura “occidentale”. Derive di cui si alimentano i conflitti sempre più acuti che si sviluppano sia ai confini che nel cuore dell’Europa.
Credo che la rivoluzione femminista abbia dato a tutti noi molti spunti per capire l’importanza anche politica della lotta contro il patriarcato. Ma quello che dobbiamo fare ora è tradurre quegli spunti in strumenti e in forme di lotta radicalmente nuovi. È questo, anche, il contributo che possiamo dare, non con suggerimenti, ma con la pratica degli obiettivi, a chi oggi è impegnato – come e più di noi, come i compagni di Syriza – sul fronte della lotta contro l’austerità e la schiavitù del debito. Lavoriamo perché questo sacrosanto fronte di lotta contro l’austerity, che ha oggi in Grecia il suo caposaldo, non venga travolto da insorgenze sociali ancora più drammatiche e catastrofiche per la democrazia e per la convivenza.

Lettera aperta a Curzio Maltese

Milano, 25.1.2015
Caro Curzio,
vedo che in apertura del tuo intervento alla convention di Human Factor hai sollevato, in termini fortemente critici, il problema della scelta fatta da Barbara Spinelli (e da tutti i garanti), di entrare nel Parlamento Europeo all’indomani delle elezioni del 25 maggio.
Mi dispiace che tu abbia, più che legittimamente, sollevato questo problema in una riunione di SEL, mentre non lo hai mai sollevato in quella che è casa tua, nelle assise de L’Altra Europa, ivi compresa la recente assemblea del 17 ottobre.
Poi mi dispiace che a quella pur legittima critica tu non abbia sentito il bisogno di aggiungere un rimando ai risutati di quella scelta, cioè al contributo che Barbara Spinelli ha dato al gruppo parlamentare dell’Altra Europa, al Gue, alla battaglia per la democrazia e contro la discriminazione e la persecuzione dei migranti. Mi pare che in questo modo poco si contribuisca a rinsaldare i legami tra il gruppo parlamentare dell’Altra Europa, di cui anche tu fai parte, e i vostri elettori, e il corpo sociale di tutte le organizzazione che hanno concorso alle vostre elezioni.
Infine devo precisare che la versione che tu hai dato di quella vicenda non corrisponde al vero: non è stata la scelta di una singola persona nel chiuso del suo appartamento, come hai detto; è stata una scelta condivisa di tutti i garanti che hanno invitato Barbara (essendone testimone, posso dire che la hanno spinta) a compiere quel passo, come due mesi prima l’avevano spinta, contro un’altra sua precedente decisione, a candidarsi, seppure con la riserva di non entrare in Parlamento. Ed era stata una scelta condivisa anche da Ferrero e da Fratoianni, consultati in proposito da Marco Revelli, tranne non mettersi d’accordo su chi dovesse cederle il posto. La cosa è documentata da una risoluzione presa unanimente dai garanti in una riunione del 26 maggio (che qui di seguito riporto: in giallo la parte relativa alla questione), che Torelli non ha mai voluto pubblicare nonostante che tutti i garanti l’avessero approvata e ne avessero confermato l’approvazione nella successiva e ultima loro riunione, la settimana seguente.
Nel tuo intervento hai lamentato il fatto che quella decisione non sia stata comunicata all’assemblea dell’Altra Europa e sottoposta a una decisione. Quella decisione è in realtà stata da me comunicata (era già stata presa) sia all’assemblea dei candidati del 31 maggio e nella mia introduzione all’assemblea del 7 giugno. Non era noto solo quale dei due collegi elettorali Barbara avrebbe scelto di rappresentare. La sua scelta era già stata fatta, ma Barbara aspettava, per comunicarla, un comunicato dei garanti che non è mai arrivato (a irmare un comunicato di condivisione di quella scelta, dopo l’assemblea del 7 giugno, siamo stati solo Gallino ed io).
E’ vero, quella decisione, come tutte quelle importanti che l’avevano precedute, era stata presa dai garanti: era questa, e non altra, la sede decisionale che allora avevamo. Ma mi fa specie, però, che tu lamenti che l’assemblea del 7 giugno, fortemente turbata da una gazzarra inscenata da alcuni di coloro che erano contrari a quella scelta, non si stata chiamata a pronunciarsi su di essa. E questo, quando oggi, a nove mesi da allora, all’assemblea de l’Altra Europa viene ancora impedito, da chi ha governato l’organizzazione negli ultimi mesi, di votare perché L’Altra Europa non sarebbe ancora pronta.
In perfetta e immutata amicizia.

Io portavoce…

Dato che per motivi tecnici il mio intervento (insieme a quelli di molti altri) non compare sul web, riporto qui la scaletta che avevo preparato (in corsivo le parti che per motivi di tempo non sono riuscito a sviluppare).

Sono stato nominato (via mail) portavoce di un gruppo di 46 volontari impegnati nel sociale, molti dei quali sono entrati in politica con la lista Tsipras e poi sono “scappati (testuale) per assoluta mancanza di trasparenza”. Io non conosco quelle 46 persone e non so nemmeno se esistono realmente, come non conosco quasi nessuno delle 944 persone che , come ci ha tempestivamente comunicato Torelli, hanno aderito al manifesto “siamo a un bivio”. Ma a tutti dico benvenuti tra noi! Leggi tutto “Io portavoce…”

L’Europa non è più, se mai lo è stata, quella che ci raccontano politici e media.

L’Europa non è più, se mai lo è stata, quella che ci raccontano politici e media. Dobbiamo imparare a ridisegnare i suoi confini, prima ancora che sulla carta geografica, nella nostra rappresentazione mentale. Ad aver allargato questi confini non sono solo né soprattutto i motori della globalizzazione: la “libera” (cioè controllata da un numero sempre più ristretto di uomini ricchi e potenti) circolazione di capitali, merci e informazioni; bensì le privazioni e la violenza esercitate direttamente sui corpi vivi delle persone. Leggi tutto “L’Europa non è più, se mai lo è stata, quella che ci raccontano politici e media.”

Perché ho firmato la “premessa” e non ho firmato il “manifesto”

Perché ho firmato la premessa.
Anche io penso che un’assemblea sia un’assemblea, un luogo dove ci si confronta e si delibera, cioè si decide tra soluzioni alternative e se necessario si vota. Infatti avevo proposto che a far parte del nuovo comitato operativo provvisorio che dovrà uscire dall’assemblea del 17-18.1 – in attesa che tutto il corpo dell’Altra Europa si dia una struttura democratica – venissero elette/i, con parità di genere, i nomi più votati di una lista unica di candidate/i o autocandidate/i (una operazione che richiede non più di mezz’ora, senza creare nessuna contrapposizione). Leggi tutto “Perché ho firmato la “premessa” e non ho firmato il “manifesto””

Carta d’intenti

Allego per conoscenza il testo – lievemente modificato – della bozza di “carta di intenti” (così la indicava il mandato affidato dalla riunione dei 221 del 14.12 al gruppo dei 19 incaricato di preparare l’assemblea del 17-18 gennaio) che avevo presentato in apertura della prima riunione del gruppo lo scorso 23 dicembre. Questa bozza è stata stroncata da tutti coloro che sono intervenuti con motivazioni che a mio avviso non avevano alcun riferimento al suo contenuto, incaricando poi Revelli di stenderne un’altra. Preciso che non sono interessato a che questo testo venga messo on-line sul sito de l’Altra Europa insieme al “manifesto” varato dal gruppo assemblea, o a quello Noi l’Altra Europa a firma Gattuso e altri. Non mi interessa la conta delle adesioni (che non prevedo oceaniche per nessuno dei testi proposti). Mi interessa mettere a disposizione alcuni spunti di riflessione per la discussione in assemblea che il tempo a disposizione non mi permetterà probabilmente di esporre a voce con la necessaria precisione. In particolare, dopo aver attentamente seguito il dibattito, e anche i conflitti che si sono dispiegati nelle nostre mailing list nel corso dell’ultimo mese, tengo a sottolineare tre delle ragioni per cui ritengo utile diffondere questo testo a tutti gli iscritti delle mailing list dei 221 e dei referenti territoriali in vista del dibattito della nostra assemblea: Leggi tutto “Carta d’intenti”

Il mondo dei vivi

Le informazioni che trapelano dall’inchiesta Mafia Capitale hanno la valenza di un carotaggio, nel tempo e nello spazio, degli strati di cui è composta la società italiana. Al di là delle ripartizioni dei suoi abitanti per professione, reddito o classe, infatti, anche la società dell’Italia repubblicana, come il mondo di Mafia Capitale, è da tempo suddivisa in tre strati dagli incerti confini: il mondo dei morti, quello dei vivi, e quello di mezzo.
Il mondo dei morti, cioè sotterraneo, è una rete che collega nel tempo e nello spazio la mafia, i servizi segreti, la criminalità organizzata (di cui la banda della Magliana è stata l’espressione nazionale, e non solo romana, più tipica, ma non la sola), la massoneria, il Vaticano e lo squadrismo neofascista. Dalla strage di Portella della Ginestra al colpo di Stato del generale De Lorenzo, alle stragi di Piazza Fontana, piazza della Loggia, della stazione di Bologna e dell’estate del 1993, fino all’ascesa di Berlusconi, miliardario con capitali di incerta origine, e su, su fino ai giorni nostri, la storia italiana non solo è costellata di episodi che vedono variamente coinvolte tutte quelle componenti. Ma quegli episodi non sono che punti di emersione di una trama continua che ha determinato o condizionato l’evoluzione politica della Repubblica assai più di partiti e sindacati, o di Confindustria, Banca d’Italia, Commissione europea o Bce. È quello il sottosuolo della storia patria, il mondo dei morti (peraltro più vivi e vegeti che mai) di cui parla Massimo Carminati nelle sue intercettazioni.
Il mondo dei vivi (molti dei quali ridotti da tempo allo stato di larve), invece, è certo più visibile e trasparente, perché sta alla luce del sole. Ma è più difficile da descrivere e non è facile da oggettivare, perché ciascuno di noi in qualche modo e in varia misura ne fa parte. Ma il mondo dei vivi ha indubbiamente i suoi terminali, abilitati ai rapporti, seppure indiretti, con il mondo dei morti, nella “politica” (tutta, o quasi), nell’imprenditoria (idem), nelle posizioni apicali della pubblica amministrazione e nella finanza: i luoghi del comando palese sul nostro lavoro e sulle nostre vite.
Il mondo di mezzo di Carminati e sodali è l’interfaccia tra quei due territori ed è il più difficile da circoscrivere, perché non si sa mai esattamente quanto uno stia di là e quanto di qua del suo confine superiore o inferiore; e da quando, dato che nel mondo dei morti si entra solo a una certa età, e magari con un’altra storia alle spalle. In questo esercizio è tanto facile sbagliare o prendere delle cantonate quanto lo è dire di averle prese (come fanno tutti quelli colti con le mani nel sacco anche quando sapevano benissimo come stanno le cose).
La loggia massonica P2 di Licio Gelli è stata per molti anni – soprattutto quando quasi nessuno ne parlava, e ben pochi sapevano che cosa fosse – il paradigma di quel mondo di mezzo. Aveva attratto generali, magistrati, imprenditori, politici (ogni corrente democristiana e socialista aveva in essa un suo referente; e molti di loro sono ancor oggi “in pista”), ma anche spie, capi fascisti ed esponenti della malavita. E’ storia, ma se vogliamo farci un’idea di che cosa sia oggi il mondo di mezzo, è a quelle vicende, mai veramente concluse, che possiamo far riferimento.
Nel frattempo il mondo dei vivi è cambiato parecchio; si è fatto più complicato e l’analisi sociale – ma anche l’idea che ci facciamo della società, parlando con chi frequentiamo, leggendo il giornale, guardando la televisione o con internet – non ci aiuta a ricostruirne i connotati. Mentre il mondo di sotto, invece, è sempre quello: ogni tanto gli viene assestata una mazzata; ma poi si riprende e torna all’opera quanto e come prima.

A “democratizzarsi”, per adattarsi ai tempi, è stato soprattutto il mondo di mezzo: trenta o più anni fa non ci saremmo mai aspettati di trovare, in una vicenda così emblematica come Mafia Capitale, delle imprese sociali costituite per dar lavoro ai detenuti; né il personale politico del Pd – epigono di quel Pci sulla cui “diversità” già Berlinguer aveva cominciato a nutrire dei dubbi – impegolato in una rete di malversazioni in associazione con delinquenti e caporioni fascisti; né il presidente della Lega delle Cooperative – oggi ministro – che banchetta e conversa confidenzialmente con la stessa compagnia.
Troviamo così, a gestire l’emarginazione e lo sfruttamento feroce di rom, sinti, migranti e profughi, una costellazione di cooperative controllate dalla “29 giugno”, cuore di Mafia Capitale, nate per offrire un percorso di riscatto agli emarginati creati dal carcere. E troviamo alla guida delle manifestazioni o degli assalti contro i ricoveri dei profughi e i campi dei nomadi (per alimentare il lucroso ed eterno carosello di sgomberi e reinsediamenti) gli stessi fascisti che, complice la rete delle relazioni consociative con il Pd, riescono a lucrare, sia in politica che in campo economico, tanto sulla loro “accoglienza” che sulla loro cacciata. Così viene consegnata nelle loro mani la partita più delicata di tutta la politica italiana: un capolavoro! Nessuno stupore, allora, per l’irresistibile ascesa di Salvini e company.
È difficile sostenere che per il Pd si tratti solo di incidenti di percorso, quando tanti esponenti del partito ne risultano foraggiati per le loro campagne elettorali, o per le primarie, o per la loro apoteosi di leader (le tre attività a cui si è ridotta la vita del Pd). Il tutto dopo aver messo il finanziamento della politica interamente nelle mani di chi, non importa come, i soldi ce li ha. Ma dopo che vicende simili, anche se meno spendibili come romanzi noir, sono emerse a Sesto, in Valle di Susa, a Milano, a Venezia, a Napoli, a Messina e altrove, come si può ancora proporre di votare o allearsi con il Pd per rendere la società più giusta?
Ma c’è un problema ancora più serio: dove finisce quella ragnatela? Tutto il “mondo dei vivi” ne è in qualche misura inquinato, anche quando è impegnato in progetti mille miglia lontani dai forni dove si cuoce quella minestra. Per molto associazionismo e molto volontariato, ma persino per alcuni centri sociali che sono l’antitesi di quei forni, sarebbe difficile continuare a operare senza beneficiare di affidamenti, incarichi, sostegni o facilitazioni che fanno capo a quella rete di connivenze, e che rendono difficile denunciarla e combatterla anche quando se ne conosce o sospetta la natura. Il terzo settore non è certo fatto di imprese criminali come la cooperativa 29 giugno; ci sono migliaia di imprese sociali mille volte più pulite; e persino all’interno della 29 giugno non sarebbe forse difficile trovare imprese, soci o lavoratori dediti alle finalità per cui sono stati reclutati.
Ma persino i partiti “alla sinistra del Pd”, pieni di militanti volenterosi, hanno spesso legato la propria sopravvivenza al proprio insediamento ai margini di una giunta locale o regionale, o in seno a una società partecipata, o al finanziamento di qualche loro iniziativa. Così, in un regime di risorse scarse, cresce tra tutti una competizione serrata per non perdere le posizioni acquisite; e per giustificare la propria esistenza; e quella dei propri apparati si ricorre spesso a sottili distinguo per differenziarsi e qualificarsi rispetto a tutti gli altri. Ma questo clima ha finito per contagiare anche organizzazioni che non hanno niente da conservare e nessun motivo per competere. Quando ci chiediamo come mai la sinistra italiana, e soprattutto i movimenti che essa vorrebbe rappresentare, sono così frammentati, una riflessione sulla condizione e la competizione a cui è stato sospinto “il mondo dei vivi” non sarebbe vana.