Alla fine le parole fatidiche sono state pronunciate. “Confisca” (Passera e Cremaschi) e “requisizione” (De Benedetti e Leon), riferite all’Ilva di Taranto o forse a tutto il gruppo Riva; e “nazionalizzazione” (Hollande: riferita al gruppo Mittal, che vuole dismettere uno dei più antichi altoforni della Francia, con tutti i suoi operai: ma solo una parte dell’impianto, per impedire a un eventuale compratore di poterlo utilizzare per fargli concorrenza: con tanti saluti per le sorti e la vita dei lavoratori. “È l’economia, stupido!” direbbe qualcuno). Ma era comunque da trent’anni che non si sentivano più quelle parole. Al loro posto si parlava e si parla solo di “privatizzazioni” o – ma è solo un modo per mascherare la sostanza della prima – di “liberalizzazioni”. E non se ne parla solo; le hanno fatte e continuano a farle; salvo poi nazionalizzare, senza dirlo, le banche per salvarle dal crack. Ma solo temporaneamente, per poi restituire subito tutto ai legittimi speculatori che continuano a controllarle. Leggi tutto “Nazionalizzare: non basta la parola (“il manifesto”, 4 dicembre 2012)”
Categoria: In primo piano
L’Ilva si controlla dal basso (“il manifesto”, 1 settembre 2012)
L’Ilva (già Italsider) di Taranto inquina e uccide da cinquant’anni la città e i suoi abitanti, insieme a diversi altri impianti che ne occupano il territorio. Tuttavia, nonostante numerosi tentativi, in corso da anni, di portare la situazione all’attenzione dell’opinione pubblica, Taranto è diventata un “caso nazionale” solo ora: innanzitutto per l’impegno di un magistrato coraggioso che ha scelto di obbedire alla legge e non ai padroni della città; ma soprattutto per l’iniziativa del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, che ha rotto la cappa di omertà nei confronti delle malefatte dell’azienda che le forze politiche – e gran parte di quelle sindacali – avevano steso da anni sulla fabbrica e sulla città: in uno stile “sovietico” che calza a pennello a un territorio cui è stato assegnato il destino di “città dell’acciaio”; e null’altro. Leggi tutto “L’Ilva si controlla dal basso (“il manifesto”, 1 settembre 2012)”
L’aut aut di Monti (“Il manifesto”, 20 agosto 2012)
È L’ECONOMIA, STUPIDO!
“It’s the economy, stupid!”: era stato questo lo slogan vincente di Bill Clinton nella campagna presidenziale contro George Bush (senior) vent’anni fa. Forse oggi è il caso di riprendere quelle stesse parole contro il ragionier Monti, illustre economista di fama mondiale, che non riesce a spiegarsi come mai, avendo “messo i conti in ordine”, lo spread dell’Italia continua a essere il doppio o il triplo di quello di altri paesi quasi altrettanto indebitati e senza quell’avanzo primario (la differenza tra entrate e spese dello Stato, destinata al pagamento degli interessi) che nessun altro in Europa può vantare. Leggi tutto “L’aut aut di Monti (“Il manifesto”, 20 agosto 2012)”
Le tre parole chiave del programma di A.L.B.A
Ogni giorno nel nostro paese assistiamo a un peggioramento delle condizioni materiali di vita, come di quelle di miliardi di altri esseri umani nel mondo. Ogni giorno la crisi miete le sue vittime, consuma diritti, alimenta conflitti, distrugge speranze, cancella futuro. Dal 2007 la crisi finanziaria prima e quella economica poi stanno sgretolando ciò che rimane della democrazia, mettendo in evidenza l’assenza di una governance globale che sappia indicare la strada per uscirne. Anche a livello europeo il quadro è drammatico. Un Europa costruita su rigide basi monetarie e non fondata sui diritti e sulla politica è entrata in crisi. La diarchia dei governi tedesco e francese allontana i popoli dall’integrazione mettendoli gli uni contro gli altri mentre sostiene banche e grandi interessi finanziari e commerciali. Proprio questi ultimi sono coloro che hanno scatenato la crisi finanziaria e che oggi dopo aver drenato soldi dal sistema pubblico sono al punto di far fallire un paese sovrano: la Grecia. La situazione greca è l’emblema del processo di spoliazione dei diritti, di distruzione dell’economie locali e nazionali, di ogni statuto dei lavoratori, di ogni concetto di res pubblica e di beni comuni, svenduti con le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Siamo davanti allo stesso tempo alla crisi della rappresentanza ed a quella della sovranità. La finanza internazionale ricatta interi paesi e liquida la democrazia. Leggi tutto “Le tre parole chiave del programma di A.L.B.A”
Un attacco informatico
Domenica scorsa, il 27 maggio 2012, il blog ufficiale di Guido Viale, www.guidoviale.it, è stato vittima di un attacco informatico.
Ci scusiamo per l’interruzione del servizio di questi ultimi giorni, necessari per ripristinare il corretto funzionamento del sito.
L’aggiornamento dei contenuti è ormai tornato alla normalità.
Ascoltando Macao (“il manifesto”, 25 maggio 2012)
“La vostra politica crea il vuoto”: la foto di questo striscione che campeggia su un cerchio di seggiole vuote nel cortile di Palazzo Citterio dove si sono tenute le ultime assemblee di Macao, scattata subito prima dell’irruzione di polizia, carabinieri ed esercito venuti per cacciar via gli occupanti, è il miglior commento ai risultati della tornata elettorale dello scorso weekend. Per capire quel 51 per cento di astensioni – o il successo di Grillo, che miete là dove hanno seminato per anni centinaia di iniziative locali senza rappresentanza ed esposte all’ostilità e all’ostruzionismo delle politiche statali, dei partiti ufficiali e delle amministrazioni locali – basta un colpo d’occhio a quella foto. Sulla Giunta Pisapia, portata al governo di Milano da un’ondata di entusiasmo che aveva per alcuni mesi coagulato larga parte di quelle iniziative in un processo politico vincente, rischia purtroppo di ricadere la responsabilità di aver dato il via a questi sgomberi (e forse a molti altri che potrebbero seguirli nel resto del paese): sia con l’aperta ostilità espressa dal suo Assessore alla cultura; sia con l’acquiescenza, in nome della prevenzione di un “vandalismo” di cui non c’era neppure l’ombra, ai diktat di un’opposizione responsabile, lei sì, del vandalismo che ha devastato la città e calpestato ogni istanza culturale nei decenni di governo delle giunte precedenti; sia con una scelta politica che rimette nelle mani delle autorità costituite – Sovraintendenza, Assessore, Ministri dei Beni culturali e dell’interno, Polizia, Esercito; e Ligresti – il compito di stabilire che cosa è cultura e che cosa no, e di amministrarla in nome e per conto di tutti. Leggi tutto “Ascoltando Macao (“il manifesto”, 25 maggio 2012)”
Benecomunisti, che orrore (“il manifesto”, 11 maggio 2012)
Propongo di non usare mai più il termine “benecomunista”: è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l’acqua, l’atmosfera, l’informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l’appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi – singolo privato o articolazione dello Stato – da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell’esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa. Leggi tutto “Benecomunisti, che orrore (“il manifesto”, 11 maggio 2012)”
Nuovo soggetto politico. Un programma minimo ma ambizioso (“il manifesto”, 21 aprile 2012)
Il «Manifesto per un soggetto politico nuovo» lascia volutamente scoperta la questione del programma perché ne affida l’elaborazione al processo di partecipazione democratica che intende innescare tanto all’interno del «soggetto nuovo» quanto nelle sedi di democrazia sia partecipata che rappresentativa che cerca di promuovere o rinnovare. Tuttavia, poiché «non c’è più tempo» per gli indugi, il problema va affrontato parallelamente al processo di costruzione delle nuove istanze, tenendo presente che l’elaborazione di un programma è un importante momento di autoformazione e di educazione alla cittadinanza. E, quindi, di superamento della dicotomia dirigenti/diretti e anche – forse – di quella privato/politico; ma è anche uno strumento di promozione, di generalizzazione e di collegamento delle lotte che sono all’origine, manifesta o latente, della domanda politica a cui il «Manifesto» intende dare risposta. Bene hanno fatto quindi Lucarelli e Mattei a dare inizio al dibattito sul programma (il manifesto del 17.04). Aggiungo questo mio contributo. Non ci troviamo di fronte a una «tabula rasa»: possiamo contare su una molteplicità di esperienze, di conflitti e di buone pratiche che hanno bisogno soprattutto di aver voce in un contesto più generale: cosa che finora è stata loro negata. Ma i nodi da sciogliere, o da non eludere, tra coloro che si riconoscono o si riconosceranno nel processo che il «Manifesto» intende promuovere sono molti. Leggi tutto “Nuovo soggetto politico. Un programma minimo ma ambizioso (“il manifesto”, 21 aprile 2012)”
Su “Romanzo di una strage”
Invio il testo di due lettere sul film Romanzo di una strage, indirizzate a Repubblica. La prima è stata pubblicata il 3 aprile, unitamente alla risposta di Miguel Gotor, che riporto. La seconda, come mi aspettavo, non è stata e non sarà pubblicata. Infatti, in questo paese il commissario Calabresi è come un cavo ad alta tensione: chi lo tocca viene fulminato (a meno che non lo faccia senza accorgersene, come è avvenuto a Giordana e Tozzi, che non sembrano avere un’idea molto chiara di quello di cui parlano).
Ho letto e riletto l’articolo di Miguel Gotor sui misteri di Piazza Fontana (Repubblica, 1.4.2012) cercando di venirne a capo. E ho capito quanto segue: che le critiche di Sofri al libro di Cucchiarelli sono giuste, ma lui non è legittimato a farle perché condannato per l’omicidio Calabresi e forse tormentato (non si sa se dalla condanna o dall’omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente). Che la ricostruzione di Cucchiarelli non ha alcun fondamento, ma lui può dire quello che vuole, perché la sua non è un’opera storica, come pensa Sofri, bensì “un’inchiesta”. Che la strage di Piazza Fontana non è stato “un complotto”, ma un ordinario meccanismo di lotta politica condotta da uno o più corpi dello Stato. Che di fatto Sofri dà ragione a Cucchiarelli perché il solo parlare delle sue tesi (e non anche il fatto di ricavarne un film) ridà fiato a quel clima di ambiguità e mistero con cui un libro pubblicato nel 2009 ha alimentato e legittimato il clima di violenza degli anni ’70. Cioè, per l’appunto, di 43 anni fa. Guido Viale, Milano.
NON so dove e come Guido Viale abbia potuto desumere dal mio articolo ciò che sostiene di avere capito leggendolo. Tuttavia, dai momento che anche sul “Corriere della Sera” di ieri Pierluigi Battista scrive che avrei addirittura «intimato al silenzio Adriano Soffi», desidero tranquillizzare i miei due interpreti: penso (e mi trovo a disagio solo nel doverla puntualizzare apparendomi dei tutto evidente) che Sofri abbia ogni diritto a intervenire pubblicamente sulla vicenda di Piazza Fontana e non solo, come peraltro ha già fatto più volte in passato E in modo assai efficace, tanto che nei miei lavori su Aldo Moro mi sono ripetutamente avvalso delle sue analisi. Il problema è che il film di Giordana rilancia la tesi di un libro mediocre: per confutarla Sofri (e anche io) siamo stati costretti a parlarne regalando a quel testo un’immeritata pubblicità. Come storico mi dispiace. (Miguel Gotor)
Scusate se torno sull’argomento, ma resto esterrefatto (come 43 anni fa) di fronte alla leggerezza con cui si affrontano certi argomenti. Scrivono Giordana e Tozzi nella lettera di autodifesa del loro film Romanzo di una strage (Repubblica, 4 aprile) di aver raccontato “i servizi [segreti] impegnati non a deviarsi, ma a fare il loro lavoro”. Dunque ritengono normale che il lavoro dei “servizi” sia fare, o far fare, o lasciar fare, delle stragi ai fascisti per accusarne gli anarchici o la sinistra: in nome di una “doppia lealtà” – “alla Costituzione antifascista e alla necessità della lotta al comunismo” – che è “la cifra della nostra democrazia”. Chissà quante altre cose sono state comprese nel “lavoro” dei servizi da allora in poi…Ma il vero problema è la figura del Commissario Calabresi, che il film presenta indissolubilmente abbarbicata a quella di Giuseppe Pinelli (simul stabunt, simul cadent). Rientrava anche nei suoi compiti quella “duplice lealtà” che ha guidato la persecuzione e la diffamazione degli anarchici per una strage fatta da altri? Guido Viale. Milano
L’estremismo del capitale (“il manifesto”, 27 marzo 2012)
Ferruccio de Bortoli in un suo editoriale sul Corriere della Sera di sabato ritiene che il rischio che le imprese usino la riforma dell’art. 18 per liberarsi anche dei lavoratori scomodi (come ho sostenuto sul manifesto) oltre che di quelli anziani o logorati dal lavoro (come ipotizzato lo stesso giorno dal prof. Mariucci su l’Unità) rispecchi «una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe che non corrisponde più alla realtà della stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro». Poi si chiede se le minacce dei capi a cui facevo riferimento nel mio articolo del giorno prima – «Appena passa l’abolizione dell’art. 18 siete fuori!» – rappresentino effettivamente «il clima che si respira nelle fabbriche, al di là di qualche isolato episodio». Rispondo: forse non in tutte; ma in molte aziende certamente sì. Altrimenti non si capirebbe come mai decine di migliaia di lavoratori abbiano risposto immediatamente, superando spesso anche le divisioni sindacali, alla dichiarazione di sciopero di Fiom e Cgil.
Questo è sicuramente il clima che si respira negli stabilimenti Fiat, dove una sentenza di appello ha sancito che il licenziamento di tre operai, iscritti o delegati della Fiom, è stata una rappresaglia antisindacale. Da mesi poi si ripetono, su giornali e talk show, denunce del fatto che dalle riassunzioni nello stabilimento Fiat di Pomigliano sono stati esclusi completamente gli iscritti alla Fiom. Leggi tutto “L’estremismo del capitale (“il manifesto”, 27 marzo 2012)”
