TSIPRAS CONTRO TOLOMEO

Alcuni anni fa – eravamo già in piena crisi – dopo una trasmissione in cui un noto economista di “sinistra”, nonché columnist di un importante quotidiano, si era a lungo diffuso sulla necessità rimettere in moto la “crescita”, gli avevo chiesto: ma davvero pensi che l’economia italiana possa tornare a crescere a breve? Mi aveva risposto in modo perentorio: in Italia non ci sarà più crescita per almeno dieci anni. Da allora quell’economista-columnist ha pubblicato articoli su articoli su come il paese può riprendere a crescere; ora, subito, ovviamente; non fra dieci anni. A un altro economista-columnist che aveva pubblicato, insieme a un terzo collega – successivamente risucchiato nel buco nero della lista “Fermiamo il declino” di Oscar Giannino – un articolo molto citato dove sosteneva che, per “fermare lo spread”, bisognava vendere subito tutte le imprese di Stato, avevo chiesto, qualche mese dopo, se non avesse cambiato idea. Perché quello che si può ricavare da una vendita simile è irrisorio rispetto alla montagna del debito pubblico italiano. Mi aveva risposto di sì; considerava quell’articolo un errore. Da allora ha continuato a scrivere articoli su articoli per propugnare la vendita di tutti gli asset di Stato. E per occuparsi meglio della cosa è diventato anche un consigliere di Renzi.

Questi episodi, insieme ad altre riflessioni, mi hanno convinto che gli economisti mainstream, o la grande maggioranza di essi, non credono assolutamente in quello che scrivono. Sanno benissimo, o sospettano fortemente, che con le loro ricette, o soprattutto a causa di esse, le cose non possono che andare sempre peggio. Ma allora, perché lo fanno? Perché non raccontano quello che veramente pensano? Il fatto è che non riescono a uscire dalla gabbia concettuale in cui li imprigiona la loro disciplina, ormai assurta al rango di “pensiero unico”, senza più distinzioni tra “destra” e “sinistra”. Non sanno ragionare senza il puntello di categorie che rimandano a un mondo che non esiste e non è mai esistito, dove tutto ruota intorno a un “mercato” immaginario, eretto a supremo regolatore del creato, e a cui istituzioni, politica, cultura, ambiente, e la vita stessa di miliardi di esseri umani, non possono fare altro che adattarsi (o cercare di farlo) adottando come unica regola di condotta una lotta di tutti contro tutti. Che loro chiamano concorrenza o competitività. Però, al termine mercato (al singolare) con il quale designano per lo più un meccanismo anonimo, impersonale, trasparente, agìto in modo preterintenzionale da milioni o miliardi di individui, hanno da tempo sostituito il termine “mercati” (al plurale), che allude invece a un potere opaco – anonimo solo perché i suoi detentori agiscono nell’ombra – concentrato in mano a pochissime entità che dominano il mondo con la finanza. Ecco spiegata in modo semplice la loro afasia su ciò che sta succedendo: una gigantesca espropriazione di miliardi di esseri umani per concentrare la ricchezza in un pugno sempre più ristretto di privilegiati. Molti di loro, in realtà, lo sanno benissimo e dietro a tanta teoria non c’è che la difesa dell’ordine esistente, per quante critiche, peraltro assolutamente marginali, gli rivolgano.

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Un programma per l’Europa

Qual è il programma con cui la lista L’altra Europa con Tsipras si confronta con il suo potenziale elettorato? Abbiamo sempre detto che quel programma si costruisce in corso d’opera, attraverso la partecipazione di chi sostiene il nostro progetto e soprattutto dei tanti gruppi organizzati che hanno buone pratiche o lotte esemplari da proporre come modelli da generalizzare. Naturalmente il tutto si deve sviluppare lungo i binari che sono stati tracciati dall’appello di Barbara Spinelli e dei promotori e dalla dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras. Vale a dire che con questo progetto si respinge tanto l’accettazione passiva delle politiche di austerità che stanno portando un numero crescente di cittadini europei e l’intero edificio dell’Unione verso la catastrofe, quanto l’idea che si possa “uscire dalla crisi” con un recupero delle sovranità nazionali – ben sintetizzato dalla proposta di “uscire dall’euro” – a cui si affiancano spesso reviviscenze nazionalistiche o, peggio, fasciste. Noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza. Una buona traccia intorno a cui lavorare per definire il nostro programma sono i dieci punti elencati nella dichiarazione programmatica di Tsipras.

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Ricostruire l’Europa


L’Europa sta marciando verso la sua dissoluzione. A spingere verso il baratro l’Unione e, insieme a lei – uno a uno o tutti insieme – la maggioranza dei paesi membri, sono i falsi europeisti e una cultura formalmente “liberista”, ma in realtà ragionieristica e statalista che la governano nell’ interesse di un pugno di grandi banche di affari, di assicurazioni, di fondi di investimento, di grandi società multinazionali, di speculatori privati che ormai controllano la metà della ricchezza dell’intero pianeta. La catastrofe a cui va incontro l’Unione la si vede innanzitutto ai suoi confini: nell’impotenza dimostrata nella crisi ukraìna (analoga a quella di un ventennio fa nella crisi jugoslava), ma anche nell’inconsistenza della sua politica nei confronti del conflitto tra Israele e Palestina, delle trascorse primavere arabe, del disfacimento di una Libia ormai preda di anonimi “signori della guerra”, del conflitto sociale in Turchia, ed altro. L’arma che l’Unione europea avrebbe dovuto usare e non ha messo in campo non è solo una chiara linea di condotta diplomatica (che non esiste); è soprattutto un sostegno sostanziale alle forze democratiche in campo, nel nome di una solidarietà capace di attraversare i confini. Ma come potrebbe mai mettere in atto una politica del genere una Unione che non ha niente da eccepire contro forze razziste e apertamente antidemocratiche come quelle al governo in Ungheria, che dell’Unione è paese membro? E che, in nome di una contabilità meschina e atroce, massacra il suo stesso popolo, come ha fatto e continua a fare in Grecia; e come sta facendo con Italia, Spagna e Portogallo? E che chiama questa politica una medicina, come ha fatto anni fa con la Grecia il nostro ministro Padoan, che si appresta a somministrare anche a noi lo stesso trattamento?

Quale trattamento? L’”austerity”: che in Italia significa, già oggi, pareggio di bilancio (la negazione di tutta la migliore scienza economica del secolo scorso): un obiettivo inattuabile, ma inserito lo stesso nella Costituzione per dare una dimostrazione pratica che della Costituzione ce ne si può e ce ne si deve fregare. Ma a partire dal 2015, “austerity” vorrà dire anche cominciare a restituire alle banche il mostruoso debito pubblico italiano (oltre 2100 miliardi) che si è andato accumulando esclusivamente sommando anno dopo anno gli interessi che i creditori hanno maturato prestando denaro allo Stato. Questo significa estrarre dalle tasche di chi paga le tasse (e non certo da quelle degli evasori), quasi cento miliardi all’anno per pagare gli interessi sul debito e, dall’anno prossimo, altri cinquanta miliardi all’anno, per vent’anni, per restituirne una parte: insieme, ogni anno, un decimo del PIL italiano. A queste condizioni il debito pubblico italiano, come quelli della Grecia (che ha già fatto default due volte, anche se nessuno lo dice), del Portogallo e domani di diversi altri paesi dell’Unione, sono insostenibili e portano diritto e filato al crack. Nessuno degli economisti appesi come a un cappio al mito reazionario della crescita del PIL come unica via da seguire per “sanare” i bilanci (cioè per continuare a ingrassare banche, speculatori ed evasori seduti, nei loro paradisi fiscali, su una montagna di denaro che non sanno più come impiegare) ha finora provato a spiegare come è possibile, non dico “rilanciare la crescita”, ma tenere in piedi il tessuto produttivo e sociale di un paese, con una simile pietra al collo. E magari, quegli stessi economisti si chiedono come mai la diseguaglianza sociale continua ad aumentare. E ci spiegano che è colpa di lavoratori, disoccupati, giovani e pensionati che continuano a “vivere al di sopra delle loro possibilità”…

Ma le elezioni europee sono alle porte e, anche se L’Europarlamento conta poco, i partiti che vogliono tornarci per farlo contare sempre meno sono proprio quelli che hanno sostenuto a spada tratta l’austerity per anni. Che però è impopolare e fa perdere voti; per questo quegli stessi partiti ora non perdono occasione per dire che quella medicina era sbagliata e che bisogna riprendere (moderatamente) a spendere. Un recente rapporto della Commissione Affari economici del Parlamento Europeo è drastico in questo giudizio; salvo poi ripetere che i vincoli di bilancio vanno mantenuti. Che cosa significa tutto ciò? Significa che si deve spendere qualcosa in più per non perdere le elezioni; per poi recuperare quei fondi da un’altra parte. Gli exploits di Renzi vanno esattamente in questa direzione; per questo difficilmente incontreranno in Europa un’opposizione rigida fino al giorno delle elezioni. Poi si tratterà di far tornare i conti. Di riprendere a fare “i compiti a casa”, per usare l’espressione più stupida che una politica senza più dignità abbia finora inventato, ma che ha costituito l’unica fonte di legittimazione dei governi di Monti e di Letta. Ora Renzi si fa gioco di quell’espressione; ma solo per dire che lui, i “compiti a casa”, li fa da solo, perché è il primo della classe; senza bisogno che glielo ricordi la maestra, cioè Angela Merkel. Infatti, Renzi “regala” (con i nostri soldi) 85 euro al mese a chi ha già un lavoro, e fa spere che li recupererà (li andrà a prendere, dopo le elezioni europee) con la spending review: cioè nella scuola (la sua ministra dell’istruzione ha già fatto sapere che gli insegnanti in Italia sono troppi…), nella sanità, nelle pensioni (anche se per ora nega); ma soprattutto taglieggiando ulteriormente, con il patto di stabilità – come si fa da anni – i Comuni: per costringerli a vendere a banche e privati (largamente foraggiati dalla Cassa Depositi e Prestiti, che amministra i risparmi di milioni di piccoli depositanti) i servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, gase ed elettricità, trasporti, scuole materne e asili, assistenza agli anziani) e i nostri beni comuni (suoli, edifici storici, fabbriche, caserme e aree dismesse, spiagge e quant’altro). Ma soprattutto Renzi compensa il mondo confindustriale, che voleva appropriarsi anche di quegli 85 euro, rendendo permanente e obbligatorio il lavoro precario. I “compiti a casa” fatti da Renzi “da solo” non sono meglio di quelli dettati dalla maestra; che comunque resta sempre là a vigilare.

La risposta più grottesca a questo modo di procedere, ma anche la più “popolare”, che per questo dà la misura del degrado culturale (una vera e propria “dittatura dell’ignoranza”) in cui l’ideologia liberista ha fatto precipitare l’opinione pubblica è “l’uscita dall’euro”; il recupero della sovranità monetaria per riprendere, ciascuno per conto proprio, la via della “crescita”. La parola magica è “svalutazione”: una misura che l’euro non consente e la BCE non persegue. Svalutando una moneta tornata nazionale, si dice, riprenderanno le esportazioni e con esse gli investimenti, l’occupazione, i salari e il PIL, così da ripagare anche interessi e debito (che nel frattempo sarà raddoppiato, perché resterà contabilizzato in euro sempre più rivalutati). Ma se tutti i paesi che escono dall’euro (posto che sia fattibile) competono a chi svaluta di più, le esportazioni non aumenteranno e a subirne le conseguenze sarà il potere di acquisto dei salari. D’altronde, le imprese italiane che si sono attrezzate per “competere” sui mercati globali hanno continuato a esportare nonostante l’euro. Quelle soccombenti – e sono tante! – hanno ormai perso la gara, non solo in termini di salari (più di tanto, infine, non si possono abbassare) e di tutela di ambiente e salute; ma soprattutto in tecnologie: con i fondi per la ricerca azzerati o finiti nelle tasche dei baroni universitari è difficile reggere anche nei confronti delle economie emergenti, che la ricerca la finanziano, eccome! Ma la pretesa più ridicola dei fautori dell’uscita dall’euro è l’dea che in questo modo la Banca centrale (in questo caso la Banca d’Italia) torni a essere “prestatore di ultima istanza”: cioè torni a finanziare una spesa pubblica in deficit, invece di farla finanziare da banche nazionali e internazionali, che poi impongono la loro volontà al governo. Dimenticano, costoro, che il primo paese a negare alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza (con il fatidico “divorzio” tra Governo e Banca d’Italia, che ha fornito il modello allo statuto della BCE) è stato proprio il nostro paese. E non per sbaglio, bensì per creare un vincolo insormontabile all’aumento dei salari e della spesa per il welfare. Se ora, tornando alla lira, tocca poi fare anche una battaglia in Italia per annullare quel “divorzio”, tanto vale sferrare la battaglia direttamente in Europa, dove potremo trovare al nostro fianco, se non i governi dei paesi dell’Europa del Sud (Francia compresa), certamente le forze decise a incalzarli su questo terreno. E non solo nel futuro Parlamento europeo, ma, cosa ben più importante, nelle lotte e nelle iniziative sociali e culturali contro l’austerity e le sue conseguenze.

L’Unione europea va dunque ricostruita dalle sue fondamenta (che sono quelle della Carta di Ventotene), come se fosse uscita, o dovesse uscire, da una guerra. Una guerra combattuta questa volta non con gli eserciti, le bombe e i carri armati, ma con le banche, il debito e gli spread. Che cosa significa questa asserzione? Significa che l’Europa che dobbiamo proporre a coloro cui chiediamo di ascoltarci, per definirne i connotati insieme a loro e con loro costruire e assemblare le forze per imporla, è un’Europa democratica (con un Parlamento che ne riformi la costituzione per rendere effettivi i propri poteri e i diritti di tutti); federale (non di un federalismo tra Stati o Regioni, ma tra autonomie locali – Comuni e territori – capaci di imporre le proprie esigenze ai livelli superiori di governo); pacifica (attrattiva per tutte le forze democratiche dei paesi sopraffatti da guerre civili o dittature); fondata sulla partecipazione della cittadinanza attiva (che può esercitarla in forme efficaci soltanto a partire dalle istituzioni di prossimità; cioè, ancora una volta, dai Comuni); orientata alla sostenibilità ambientale (cioè a una radicale riconversione produttiva, che è l’unica strada per garantire occupazione, reddito, salute e istruzione alla stragrande maggioranza della popolazione); inclusiva (che non trascura gli ultimi per privilegiare i penultimi, perché sa che in questo modo non si fa che dividerci e lasciare il campo libero alle forze dell’oppressione e dello sfruttamento); creativa (perché il lavoro libero, e liberamente scelto, è il solo a produrre innovazione, benessere e valorizzazione di quanto di meglio ciascuno può volere per sé e può dare agli altri).

L’EUROPA AL BIVIO

Sul cammino dell’alta finanza

L’Europa è a un bivio. Da una parte c’è una strada già segnata e intensamente frequentata dagli organi centrali dell’Unione europea (Commissione, Consiglio e BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (IMF), dai Governi dei paesi membri, dai partiti che li sostengono e, soprattutto, dall’alta finanza che domina il mondo, che governa un’economia ormai globalizzata, che detta i principi e impone le scelte a cui tutti – comprese le costituzioni democratiche che intralciano le sue attività – devono adeguarsi. Forse non è stata prestata sufficiente attenzione allo slittamento semantico implicito nella graduale sostituzione del termine “mercato” (al singolare), fino a ieri presentato come l’ambiente ideale per risolvere, nel senso di una loro ottimizzare, i problemi di tutti e di ciascuno, con il termine “mercati” (al plurale), che indica invece, in ultima analisi, un numero molto ristretto di attori: i protagonisti dell’alta finanza internazionale, che “votano” al posto nostro, cioè che decidono che cosa debbano fare i governi di ogni paese e come debbano essere riformate leggi e costituzioni. Quello slittamento allude alla transizione da un meccanismo anonimo, perché agito da tutti e da ciascuno, ma in teoria perfettamente trasparente (un meccanismo che in realtà non è mai esistito allo stato “puro”) a un potere opaco – e anonimo solo perché i suoi detentori preferiscono agire nell’ombra – che ha finito per polarizzare in misura crescente la società verso le punte estreme di una ricchezza e un potere immensi, da un lato, e di una povertà e ricattabilità crescenti dall’altro. In questo scivolamento semantico si riflette cioè il passaggio da una versione ottimistica del liberismo, che vede nel trionfo dell’economia di mercato in tutti gli ambiti della vita sociale la strada del progresso e del benessere, a una visione cupa e pessimistica, che presenta “i mercati” come potenze oscure a cui bisogna però sottomettersi per non incorrere nella catastrofe (il default) che esse possono provocare in ogni momento.

La costruzione europea sotto attacco

In ogni caso quella strada, che è l’assetto attuale del capitalismo, oggi si manifesta in Europa nelle politiche di austerity imposte dall’alto, senza nessuna considerazione per i danni che provocano; ma domani potrebbe anche sfociare in orientamenti diversi o più laschi, che sarebbero però sempre imposti sotto il rigido controllo dell’alta finanza e nell’esclusivo interesse dei suoi profitti. Quella strada sta in realtà portando alla dissoluzione quell’edificio europeo alla cui costruzione avevano concorso, con alterno impegno, le politiche adottate dagli Stati membri nella seconda metà del secolo scorso, dopo il disastro provocato da due guerre mondiali e la sconfitta delle dittature che ne incarnavano la logica in tempo di pace. E sta anche portando l’intera popolazione dell’Unione – con l’eccezione del numero sempre più ristretto dei suoi beneficiari – verso un intenso e feroce peggioramento delle sue condizioni di vita, del suo tessuto produttivo, dell’occupazione, dei redditi da lavoro. Un peggioramento che oggi investe i paesi più periferici (i cosiddetti PIIGS) lungo una traiettoria di cui la Grecia rappresenta, agli occhi di tutti, l’esito finale e obbligato; ma che è destinato a coinvolgere progressivamente anche i paesi che oggi sembrano più “forti” e i cui governi, in nome di un successo ottenuto in gran parte a spese dei loro partner europei più deboli, hanno trasformato in religione le ragioni contingenti di quel loro precario successo.

Anche se non tutti i suoi membri hanno adottato la moneta unica, la dissoluzione della zona dell’euro sotto la pressione di spinte centrifughe o del progressivo accentramento del suo governo nelle mani di un numero di paesi sempre più ristretto trascinerebbe con sé l’intero impianto dell’Unione Europea, riportando tutto il continente a una condizione di guerra commerciale di tutti contro tutti, in un mondo globalizzato dove ormai nessuna singola nazione potrà mai più “farcela da sola”. Ma dato il livello di integrazione ormai raggiunto dall’Unione, un esito del genere potrebbe preludere anche a un progressivo sfaldamento dell’unità delle singole nazioni: non in direzione di un decentramento federalista dei poteri, bensì verso una proliferazione di conflitti acuti e forse persino di guerre locali, come è successo a suo tempo ai margini dell’Unione, nella ex-Jugoslavia; o rischia di succedere oggi in Ukraina, e non solo.

Infine, quella è una strada su cui transitano persone e merci sorde di fronte ai rischi a cui stanno portando il riscaldamento del pianeta, i mutamenti climatici che esso comporta, la produzione di armi di distruzione di massa, l’inquinamento dell’aria, dei suoli e dell’acqua, la distruzione della biodiversità, l’imperativo di produrre sempre di più perché, per il pensiero dominante, soltanto con la crescita infinita della manomissione dell’ambiente si possono garantire condizioni di vita decenti a tutti. Quelle condizioni che, viceversa, proprio perseguendo un approccio del genere le oligarchie al potere non sono più in grado di offrire a nessuno che non faccia parte della loro cerchia sempre più ristretta.

 Un cantiere in costruzione

Dal lato opposto del bivio c’è una strada ancora in gran parte da costruire, non solo perché manca per ora di un progetto organico, ma soprattutto perché manca – o non è ancora emerso alla luce del sole – un numero di attori sufficiente a metterne all’ordine del giorno la costruzione, a realizzarla, e a cominciare a frequentarla, “sottraendo traffico” alla strada dominata dall’alta finanza. La direzione di questa strada non è univoca né del tutto chiara, ma non è nemmeno avvolta nelle nebbie: è una direzione in parte già consolidata negli obiettivi, nelle lotte e nelle buone pratiche di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, di disoccupate e disoccupati, di cittadine e cittadini, e in parte ancora inespressa e tuttavia condivisa in forme vaghe e spesso indeterminate, da altri milioni e milioni di cittadine e cittadini europei. E’ la direzione di un’umanità che vuole rappacificarsi con l’ambiente in cui vive senza rinunciare ai benefici che l’evoluzione della scienza e della tecnica consente; che non per questo intende rinunciare al conflitto – che è la molla della civiltà e dell’innovazione – ma vorrebbe riportarlo quanto più possibile in un ambito che escluda sangue e violenza; che cerca in tutti i modi di difendere la propria dignità; che lavora per recuperare una propria autonomia e un benessere personale in contesti di condivisione e di crescita collettiva. Certo, espressi in questi termini, quegli obiettivi non sono ancora esplicitamente perseguiti dalla maggioranza della popolazione (siamo cioè ancora molto lontani da quel fatidico 99 per cento proclamato da Occupy Wall Street). Ma il numero degli attori che stanno lavorando, e da tempo, al cantiere di questa strada è molto maggiore di quanto le cronache, i media e l’indagine sociale ed economica lascino trasparire.

Non che manchino poi proposte, anche rigorosamente documentate e sostenute da un numero crescente di autorevoli studiosi – soprattutto in campo economico e giuridico – su come dovrebbe essere costruita questa nuova strada; o anche, più modestamente, su come tirarsi fuori dalla palude dell’austerity, i cui miasmi stanno soffocando ovunque benessere, convivenza civile e, sempre più, come in Grecia, persino la sopravvivenza.

Tre percorsi paralleli

L’attenzione dei più si concentra sui meccanismi che tengono bloccata la spesa pubblica, vagheggiando il ritorno a un mondo di ieri, in cui il sostegno ai redditi più bassi, il potenziamento degli istituti del welfare, e il supporto di un’industria di stato o di una politica industriale dirigista nei settori portanti dell’economia avevano garantito – in Europa, ma non nel mondo – trent’anni di sviluppo economico quasi ininterrotto. Premessa irrinunciabile di questa prospettiva è la rinegoziazione radicale dei trattati che vincolano le politiche economiche ai diktat della banca centrale: fiscal compact, pareggio di bilancio, two packs, ecc.

Altri fanno notare che limitarsi ad affidare la ripresa dell’occupazione, dei redditi e del benessere alla mera riproposizione di un massiccio sostegno a domanda e offerta di quelle produzioni che hanno sorretto la crescita di molte economie nel corso degli anni – magari supportandole ora anche con massicce iniezioni di ricerca di base e applicata finanziata dallo Stato – non farebbe che accelerare la corsa verso il baratro: verso un disastro planetario per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente; e verso una competizione sempre più serrata di tutti contro tutti, destinata a scaricarsi dalle imprese sui lavoratori perché producano sempre di più guadagnando sempre di meno: che è esattamente ciò che ha portato all’impasse dei giorni nostri.

Serve invece una radicale riconversione verso produzioni nuove che permettano di recuperare un rapporto rispettoso con l’ambiente in cui viviamo e di ricondurre l’attività economica e la gestione del territorio e delle comunità che lo abitano entro i limiti della sostenibilità: in campo energetico e in quelli dell’agricoltura e dell’alimentazione, innanzitutto; e, a seguire, nella manutenzione del territorio, del paesaggio, degli assetti urbani, del patrimonio edilizio e monumentale, nella gestione della mobilità, nel recupero di risorse dagli scarti della produzione e del consumo, oltreché, naturalmente, nei campi dell’istruzione, della ricerca e della promozione culturale. Una transizione che non può essere affidata solo all’innovazione tecnologica e alla sostituzione di prodotti a elevato impatto ambientale con prodotti maggiormente sostenibili, che è l’essenza di ciò che viene presentato come green economy; richiede un cambiamento radicale di paradigma nelle soluzioni organizzative e gestionali. In sintesi, un sovvertimento radicale dell’organizzazione sociale esistente.

Per questo, infine, molti mettono l’accento sulle trasformazioni di ordine politico e istituzionale che entrambi questi approcci richiedono come loro pre-condizione: l’Europa deve trasformare se stessa in una federazione di popoli governati in modo democratico (attualmente non lo sono affatto), decentrato (restituendo potere e risorse alle istituzioni della democrazia di prossimità: Comuni e territori, e non Stati nazionali e Regioni che, in molti casi, non sono che piccoli Stati), partecipato (affiancando una democrazia partecipativa di prossimità a quella rappresentativa), capace di sottoporre a un controllo dal basso gli strumenti centralizzati del governo dell’economia (la moneta, i tassi di interesse, la dimensione e la destinazione della spesa pubblica, la Banca centrale e il sistema bancario, gli investimenti per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione), quelli della politica estera (il ripudio della guerra, la cooperazione internazionale, l’organizzazione della difesa, l’immigrazione) e delle politiche sociali (il reddito di cittadinanza, la previdenza, la sanità, la contrattazione delle condizioni di lavoro, l’orario di lavoro, ecc.).

L’utopia reazionaria del ritorno alle sovranità nazionali

Tutti e tre questi approcci guardano all’Europa come a un terreno irrinunciabile della lotta politica che deve portare, nelle intenzioni di chi li promuove o li sostiene, a una maggiore integrazione sia culturale che delle economie e delle istituzioni sociali dei paesi membri e a una maggiore eguaglianza sia tra paesi diversi che all’interno di ciascuno di essi. Per questo si tratta di approcci radicalmente opposti a quelli che individuano la strada per uscire dalla crisi economica e delle istituzioni europee in un ritorno alle sovranità nazionali in campo monetario (“uscita dall’euro” e svalutazioni competitive), tariffario (protezionismo), fiscale (spesa pubblica finanziata dalla banca centrale nazionale) e produttivo (nazionalizzazioni senza prospettare nuove forme di controllo sull’operato delle imprese). Il paradosso di queste proposte è che, pur presentandosi come alternativa al predominio incontrastato delle dottrine liberiste, rimangono interamente interne alla loro logica: pensare di recuperare competitività e spazio per le esportazioni di ogni singolo paese sui mercati internazionali attraverso la svalutazione della propria valuta, in una gara di competitività al ribasso tra paesi impegnati tutti sulla stessa strada, significa ritenere che ciò che è stato possibile in questi anni alla Germania in Europa o alla Cina nel mondo sia replicabile da tutti; senza tener conto del fatto che ai surplus commerciali dei paesi “vincenti” devono corrispondere necessariamente dei deficit di quelli perdenti. Che è il ruolo, quest’ultimo, che è stato fatto giocare all’Italia e ai PIIGS in questi anni in Europa. E questo, proprio in quel contesto di business as usual (cioè insistendo su produzioni che stanno perdendo mercato) che impone che alla competitività dei paesi membri non vengano imposti limiti e regole: limiti e regole che soltanto la rinegoziazione e la riformulazione generale dei trattati europei potrebbero e dovranno introdurre. Inoltre, un approccio fondato sul recupero di una evanescente sovranità nazionale non tiene conto né dei problemi connessi al sempre più pesante impatto ambientale delle produzioni in essere – e del sistema che le genera – né del fatto che nel corso degli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato, e quello che aveva favorito lo sviluppo economico tra sessanta e trent’anni fa – in particolare la divisione internazionale del lavoro del tempo e la connessa distribuzione settoriale dei “punti di forza” – non funziona più altrettanto bene né adesso né funzionerà più in futuro; proprio perché altre sono le cose da fare e da produrre.

Chi porterà avanti quel progetto?

Il problema sembra quindi quello di “dare gambe” a un progetto che integri tra di loro – nella misura del possibile – i tre approcci europeisti di cui sopra. O, piuttosto, quello di valorizzarne le elaborazioni e riformularne congiuntamente i termini alla luce delle indicazioni che si possono ricavare dalle dinamiche e dalle impasse in cui sono incorsi o stanno incorrendo in tutto il continente europeo i movimenti sociali in atto o in gestazione. Negli ultimi tre anni, a partire dalle primavere arabe, dal movimento 15 maggio in Spagna e dalle mobilitazioni contro le politiche imposte dalla Troika in Grecia, passando per Occupy Wall Sreet e Occupy the World negli Stati Uniti, per approdare, per ora, all’occupazione di Piazza Tashkin in Turchia e alla rivolta contro le spese folli per le Olimpiadi in Brasile – e senza mettere nel conto le decine di migliaia di rivolte in Cina, che hanno costretto il governo di quel paese a invertire rotta, e altro ancora – il mondo ha assistito a una grande mobilitazione contro le diseguaglianze economiche e sociali, contro le politiche dei Governi che le tollerano o le promuovono, contro il predominio dell’alta finanza che le impone ovunque. Quelle mobilitazioni non si sono certo dissolte nel nulla, ma hanno dato vita a organismi e iniziative di base che si sviluppano prevalentemente nei coni d’ombra che i media producono numerosi intorno alle aree messe a fuoco in forme sempre più conformisticamente omogenee. Anche in Italia c’è stato e c’è tutt’ora un grande fermento di iniziative e di lotte che non accenna a ridursi, anche perché le condizioni di vita della maggioranza della popolazione sono in via di netto peggioramento e per molti hanno già raggiunto un punto di non ritorno. Nel nostro paese però è prevalsa una frammentazione delle mobilitazioni che non è riuscita finora a trovare che pochi momenti significativi di confluenza. Ma non va dimenticato che alla mobilitazione mondiale contro la globalizzazione liberista del 15 ottobre 2011 l’Italia aveva dato il contributo di gran lunga maggiore, sia in termini numerici che di varietà delle presenze sociali in piazza; e questo nonostante che la manifestazione di Roma fosse poi finita male per l’iniziativa congiunta delle forze dell’ordine e di una componente gratuitamente violenta dei manifestanti. Ma questa frammentazione è tuttavia accompagnata da una intensità di elaborazioni, di sperimentazioni, di buone pratiche, di vita associativa e di lotte esemplari che ha pochi riscontri in altri paesi europei.

Il problema del nostro rapporto con l’Europa e del modo in cui costruire la strada verso l’Europa che vogliamo, verso un’Europa che raccolga le rivendicazioni e le istanze espresse dalle lotte e dai movimenti sociali di questi anni viene così a coincidere con il problema dell’organizzazione. Qual è il “soggetto” in grado di promuovere questa trasformazione di portata internazionale? E come allargare, interconnettere e omogeneizzare – lasciando perdere il termine “unificare”, che rischia di travalicare gli intenti e le peculiarità irriducibili delle istanze che vorrebbe sostenere – quegli spezzoni di resistenza e di opposizione al dominio della attuale governance europea? Quelle manifestazione della ricerca di un’alternativa che potrebbero costituire la linfa e il motore di questa transizione?

Si tratta innanzitutto di creare un “ponte”, anzi, molti “ponti” (Alex Langer, che era un vero europeista, amava molto questa metafora, che d’altronde ben si combina con quella della strada da costruire utilizzata in questa sede) tra realtà differenti per dimensioni, per rilevanza, per composizione sociale, per cultura, per tradizione, per radicamento territoriale, per il diverso grado di intensità con cui ciascuna di esse vive la crisi. Oltreché, ovviamente, per nazionalità e per lingua madre: un fattore, questo, che non solo rende complicata la comunicazione tra i popoli dell’Europa, ma avviluppa e rinserra spesso ciascuno di noi in problematiche particolari che coloro che appartengono a un diverso universo linguistico hanno difficoltà a comprendere e far proprie. In tutti i casi è comunque essenziale rispettare le diverse specificità, cercando di ricavarne un arricchimento per tutti.

Il sociale e il politico

Tutto qui? potrebbe chiedere un sostenitore della “forma partito” o, più in generale, di una soggettività politica sostanzialista. Il tema rimanda in realtà a qualcosa di più generale: al superamento o alla dissoluzione della distinzione tra il sociale e il politico, tra i movimenti e la loro direzione, tra i cittadini e la loro rappresentanza, nelle istituzioni e non. Il Novecento aveva “risolto” quella distinzione in termini di dialettica tra avanguardia e masse, o tra azione sindacale – in senso lato – e partito; o partiti. Ma il Novecento, nel corso della sua evoluzione, ha anche finito per assorbire nei meccanismi della gestione statuale del potere tutte le istituzioni storiche che i movimenti sociali si erano dati nel corso delle lotte e dei conflitti che hanno concorso a instaurare le moderne forme di democrazia a suffragio universale e di Stato sociale nelle nazioni dell’Occidente. E ora, ma è da tempo che ciò succede, i movimenti si riaffacciano sulla scena del conflitto in forme in cui le distinzioni tra iniziativa dal basso e rappresentanza e tra sociale e politico sono sostanzialmente azzerate. Ciò affonda definitivamente anche il tentativo di sostituire al modello in via di tramonto della forma partito, o del “soggetto politico”, una concezione “pesante” e sostanzialista della rappresentanza: cioè una concezione che non si limiti a designare con questo termine una pattuglia piccola o grande di parlamentari o di consiglieri nelle istituzioni della democrazia rappresentativa, ma la ponga al centro del processo organizzativo della transizione verso una società diversa, cercando così di sottrarsi all’ambivalenza intrinseca del “soggetto”.

Certamente, data la varietà e la frammentazione delle modalità in cui i movimenti si manifestano, ci sono e ci saranno sempre, da un lato, organismi che privilegiano la dimensione politica generale del loro agire e che si assumono per questo, accettati e condivisi o no che siano, ruoli che hanno a che fare con una regìa dei movimenti in campo (Alba è uno di questi); e dall’altro, organismi gelosi invece della loro connotazione sociale e restii a espandere in termini politici la loro iniziativa; ma nonostante ciò, o forse proprio perché non accettano di essere “rappresentati” da altri, pienamente se non compiutamente “politici” anch’essi.

Ci troviamo in realtà di fronte a un passaggio che mette in discussione non solo la storia recente e meno recente delle sinistre nate dall’evoluzione del movimento operaio, ma persino un tratto costitutivo della modernità: la distinzione tra la sfera del politico, della rappresentanza, degli istituti che si presentano come il prodotto del contratto sociale diverso e separato dai “soggetti” che lo hanno realizzato – e l’ambito degli interessi fondamentali che quella sfera dovrebbe rappresentare, e che in qualche modo rappresenta. Ma solo finché la cittadinanza si presenta di fronte ad essa nella forma di individui atomizzati e isolati. Quella forma in cui si radica l’idea che non si possano esprimere legittimamente i propri interessi se non attraverso la mediazione delle istituzioni: cosa palesemente falsa, soprattutto al giorno d’oggi. Perché quegli interessi hanno cessato da tempo di sentirsi “rappresentati” – e l’estraneità e il rigetto della politica in Europa e in tutto il mondo occidentale ne è una conseguenza non congiunturale, ma strutturale – soprattutto quando quella cittadinanza si ricompone in forme condivise, come movimento di lotta, o come sperimentazione di nuove pratiche di lavoro e di vita.

Oggi infatti la condivisione e i legami sociali costruiti dentro un agire collettivo sono l’ambito privilegiato, se non esclusivo, della maturazione e dello sviluppo dell’autonomia personale del singolo; mentre l’individuo isolato, l’homo oeconomicus (se mai esistesse), il Robinson Crosué anonimamente immerso nella società di massa vivono in balia di tutti i condizionamenti che pubblicità, media, “mercati” e sfera separata della politica esercitano su di loro. L’individuo che dovrebbe essere il soggetto e l’attore del patto sociale che legittima le istituzioni è stato completamente assorbito da queste ultime, e ora deve affidare la salvaguardia della propria persona e della propria individualità alla rivolta, alla ribellione, alla lotta, alla decisione di imboccare un cammino diverso da quello che gli è stato prospettato; cioè alla ridefinizione della sua identità in un processo collettivo.

Soggetto e rappresentanza

Così, grazie o a causa di quella ambivalenza, sia il “soggetto politico” che la sua “rappresentanza” vivono come poli di una continua oscillazione che finisce, da un lato, per ricondurre tutte le istituzioni all’iniziativa creatrice e costituente del soggetto (Il “comune” di Negri e Hardt non è che l’ultimo approdo di una concezione bulimica, ipertrofica e totalizzante della soggettività – vecchia di cinquant’anni – secondo cui le istituzioni del capitale non sono che il prodotto dell’iniziativa, ieri della classe operaia, oggi della “moltitudine”); dall’altro, a ridurre l’iniziativa politica e sociale alla sua rappresentanza, o alla sua capacità di “autorappresentarsi. Ma in entrambi i casi si finisce così per azzerare il rapporto dialettico, conflittuale, ma anche “contrattuale”, tra movimento e istituzioni. Contrattuale nel senso della continua rinegoziazione dei termini di un rapporto tra due contraenti che rimangono distinti e per lo più contrapposti; ma entrambi al tempo stesso sociali (in quanto espressione di interessi consolidati di parte) e politici (in quanto mettono in discussione la gestione del potere).

Per questo occorre accettare il dato, sostanzialmente estraneo alla cultura della sinistra legata alla storia del movimento operaio, che la costruzione di un’organizzazione non sia un processo unico, ma possa avvenire solo per strati sovrapposti o per comparti contigui relativamente indipendenti tra loro e non sempre interconnessi o facilmente collegabili. Per esempio, un’eventuale rappresentanza parlamentare – che non deve per forza configurarsi come “partito”, pur potendo costituire un punto di riferimento importante per la maturazione di uno o molti movimenti – dovrà sì connettersi il più possibile con le forme organizzate del suo elettorato, ma non potrà mai dipenderne. Oppure, le buone pratiche tese a sperimentare forme di vita, di lavoro e di consumo alternative hanno un lungo percorso da compiere per potersi innestare, e portare un contributo sostanziale, a un movimento di disoccupati o di lavoratori precari o a dei lavoratori in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro (e viceversa); o a comunità che si battono contro la devastazione dell’ambiente in cui vivono. E ancora, studenti e operai, scuola e lavoro possono trovare momenti di unità in mobilitazioni comuni, ma poi la strada di un collegamento più stretto e più produttivo – portare la scuola in fabbrica e in azienda e i problemi del lavoro nelle scuole e all’università, non solo in termini di reciproca comprensione, ma anche in quelli di una comune elaborazione di progetti di riconversione produttiva – è un’altra cosa; eppure è una prospettiva irrinunciabile. Già oggi le pratiche di un diverso approccio al consumo che si sono andate affermando con i Gruppi di acquisto solidale hanno reso disponibili anche un modo diverso di intendere l’alimentazione e offerto uno sbocco commerciale ad alcune enclave di agricoltura sostenibile; ma coinvolgere in un processo del genere un’intera cittadinanza e i governi locali del territorio è un processo organizzativo di tutt’altra dimensione. Lo stesso vale per il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, per l’efficienza energetica degli edifici e delle imprese, per la mobilità sostenibile, per la gestione dei rifiuti, ecc.

Decostruzioni

Infine, oltre a porsi in una prospettiva costituente con queste pratiche, occorre anche adottare un approccio “decostruttivo”, un impegno alla dissoluzione progressiva dei legami e dei vincoli su cui è costruita l’attuale organizzazione sociale, a partire dalle strutture dell’impresa, della pubblica amministrazione e delle forze armate così come sono organizzate oggi. Solo ostacolandone il funzionamento ordinario (che ordinario non è mai, perché frode e processi “estrattivi” si annidano sempre in ogni angolo di istituzioni sottratte all’imperativo della trasparenza e del controllo pubblico) possono nascere embrioni di una gestione alternativa delle attività produttive, del governo locale, della gestione dell’”ordine”. Quest’ultimo tema – la gestione dell’ordine – è tanto più importante se non si vuole eludere un problema che il discorso politico sull’organizzazione tende da tempo a trattare sempre meno, o con una visione sempre più corta: che è il tema della forza e del crescente potere, non solo militare, ma anche politico ed economico, che le forze armate tendono ad avere in tutte le società di un mondo ormai globalizzato (e che proprio per questo non dovrebbe più conoscere guerre), fino a diventare spesso gli arbitri delle sorti di un intero paese. Se sono caduti da tempo i miti della presa del Palazzo d’Inverno, o l’attesa di una liberazione delle città ad opera di una guerriglia che parta dalle campagne del mondo, il bagno di sangue in cui sono precipitati alcuni dei paesi – come Libia e Siria, ma anche Yemen e Barhein – che avrebbero forse voluto e potuto unirsi al movimento delle primavere arabe e contribuire alla sua generalizzazione, rendono evidente un dato di fondo, che d’altronde ci viene confermato dall’esito, per ora, della vicenda egiziana. Il monopolio statale della forza, oggi visivamente incarnato in Italia dalle “forze dell’ordine” (Polizia e Carabinieri, con un back-office in larga parte della magistratura), ma sempre più compenetrato – in Campania come in Valle di Susa e in molti altri posti ancora – da una presenza invasiva delle Forze armate, non può essere messo in forse che a partire dal loro interno: attraverso l’allentamento dei vincoli che legano l’esecuzione degli ordini a una gestione antidemocratica e antipopolare dei diversi corpi. L’obbedienza, diceva già Don Milani, non è una virtù…Il modello su cui occorre lavorare è verosimilmente quello, pacifico, della rivoluzione dei garofani in Portogallo, che l’isolamento internazionale, l’insufficiente consolidamento delle organizzazioni delle forze rivoluzionarie e la mancanza di un’ipotesi praticabile e di lungo periodo di gestione del potere non erano stati in grado, allora, di tenere in vita a lungo.

Su tutti questi temi l’organizzazione si forma sia attraverso campagne di opinione e battaglie culturali per affermare un punto di vista concreto, praticabile, diverso e opposto a quello del pensiero unico dominante – per esempio, su temi come la pace, il reddito di base incondizionato, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la democrazia nei posti di lavoro, il valore della cultura indipendentemente dalla sua redditività, la difesa a oltranza del diritto alla dignità, all’esercizio della cittadinanza, alla pensione, alla protezione sanitaria, all’istruzione, ecc. – sia attraverso le lotte per la difesa del posto di lavoro, per condizioni di lavoro sicure a dignitose, per la difesa del potere di acquisto di stipendi e salari o contro il precariato; sia, ancora, attraverso la mobilitazione sociale di una comunità contro lo scempio e la manomissione del suo territorio, o per fare spazio e dare forza a un diverso modo di vivere e di lavorare; quella lotta di cui la Valle di Susa rappresenta l’esempio più chiaro e luminoso.

La conversione ecologica

Ma qual è la leva che può portare all’integrazione tra questi differenti livelli? E promuovere una loro progressiva interconnessione a livello europeo? A mio avviso il tema è quello della conversione ecologica di produzioni e consumi; tema che ingloba anche quello della giustizia sociale e ambientale. La conversione ecologica è anche e soprattutto il passaggio graduale – ovunque le condizioni tecniche e la disponibilità di risorse lo rendano possibile – dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal gerarchico al partecipato, in un generale orientamento alla riterritorializzazione dei processi economici. Per esempio, in campo energetico, dai grandi impianti di estrazione, trasporto, combustione, raffinazione dei combustibili fossili, e di vettoriamento dell’energia elettrica o dal carburante che se ne ricava, allo sfruttamento delle fonti rinnovabile in modalità diffuse, distribuite su tutto il territorio, con impianti piccoli e diversificati per fonti e per carichi, collocati e dimensionati attraverso un coinvolgimento e una partecipazione diretta degli utenti. In agricoltura è il passaggio dalle coltivazioni intensive che consumano dieci volte più calorie di origine fossile di quante ne producano in termini biologici, a una agricoltura di prossimità, ecologica e multifunzionale. O, ancora, il passaggio da una mobilità incentrata sull’auto privata, che è una modalità di trasporto infestante che produce congestione, e che proprio per questo è diventato di fatto un sistema unico estremamente rigido, a una mobilità flessibile, fondata sulla condivisione dei veicoli; ecc. Sono tutte operazioni a elevata intensità di lavoro che creano molta nuova occupazione sia altamente qualificata che non. Inoltre tendono a, o rendono comunque conveniente, una forte rilocalizzazione di molti processi produttivi, anche a causa della crescita irreversibile dei costi complessivi dei trasporti. Le rilocalizzazioni sono peraltro fenomeni già in parte in corso, invertendo i processi con cui le delocalizzazioni degli ultimi decenni hanno finito per “desertificare” molte delle zone industrialmente più evolute del mondo. Certo non tutto può essere riterritorializzato: innanzitutto un processo del genere può riguardare solo la produzione di beni e servizi alla persona, e non quella di saperi, creazioni artistiche e informazioni, che devono rimanere beni comuni che circolano, a disposizione di tutta l’umanità. E, comunque, il commercio internazionale, e con esso la capacità di esportare, rimangono condizioni ineludibili per mantenere in vita un sistema produttivo evoluto come quello su cui dovrà contare lo stesso processo di riconversione.

Ma la conversione ecologica deve comunque riuscire a ridimensionare quella competizione globale sempre più serrata, dove per vincere la concorrenza si spingono verso il basso salari, condizioni di lavoro, tutele dell’ambiente e della salute, condizioni di vita, sostegno ai più deboli, trasformando tutti e ciascuno in soldati di un esercito al comando dei rispettivi capitani d’industria o dei gestori della finanza pubblica del proprio paese. E a quella competizione selvaggia deve saper opporre una politica di accordi, il più possibile diretti e non intermediati, tra produttori e utilizzatori o consumatori finali, capace di garantire l’efficienza dei processi produttivi non attraverso una concorrenza selvaggia, ma attraverso procedure di benchmaking (cioè di confronto con le performances tecniche più evolute), senza mai rinunciare alla salvaguardia dei diritti inalienabili dei lavoratori, della popolazione e dei territori investiti da questi processi. Questa non è l’abolizione del mercato, perché lo scambio tra produzione e consumo avverrà sempre per il tramite di un prezzo e di un passaggio di denaro; ma è un contenimento drastico dei vincoli imposti dalla concorrenza in ambiti dove accettarli significa produrre deserti occupazionali, distruzione di intere comunità, desertificazione del territorio. E’ ovvio che, in un contesto del genere, i rapporti di prossimità (km0) tra produzione e consumo presentino un netto vantaggio sulle “catene lunghe” di un mercato globalizzato, regolato solo dalla competizione sui costi.

Il ruolo dei governi locali

Ma decisivo nel promuovere questo processo – che ovviamente sarà sempre un work in progress, continuamente rimesso in discussione da innovazioni tecniche, cambiamenti del contesto locale e internazionale, comparsa di nuovi attori e nuovi protagonisti – sarà il ruolo delle amministrazioni locali: municipalità, Comuni e associazioni di piccoli Comuni, governi del “territorio”. La riterritorializzazione dei processi può infatti essere promossa solo restituendo ai governi locali i poteri necessari a portare avanti la realizzazione di questo obiettivo. D’altra parte una restituzione del genere può avvenire soltanto nell’ambito di una democrazia partecipata, di prossimità, che vada ad affiancarsi a quella rappresentativa, adeguatamente rivitalizzata dall’apertura ai processi partecipativi. Una delle condizioni essenziali della riconversione è proprio l’impegno di una cittadinanza attiva – che ovviamente non coinvolge in misura uguale tutti, né tutti sugli stessi temi – capace di mettere a disposizione del processo i propri saperi, sia tecnici e professionali che sociali (cioè quelli che si possono acquisire soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi tra coloro che vivono e lavorano in uno stesso territorio). In un contesto del genere un ruolo centrale spetterà alla rinascita del mutualismo, che oggi, in molte situazioni riprende e rinnova moduli organizzativi che hanno accompagnato la nascita del movimento operaio a partire da un secolo e mezzo fa.

Rinegoziazione dei vincoli finanziari, conversione ecologica, riterritorializzazione delle produzioni e federalismo municipale si possono dunque saldare in un processo comune che ha il suo perno nella trasformazioni delle produzioni e dei servizi essenziali in “beni comuni”. Che sono tali – cioè comuni – se e solo quando la loro produzione è sottoposta a una gestione democratica e partecipata; o, per lo meno, è oggetto di una rivendicazione condivisa in tal senso. Ma questo è un processo generale che, per procedere lungo quella strada che è ancora in gran parte da costruire, ha bisogno del concorso e del contributo specifico di ogni singolo territorio, delle comunità che lo abitano, dei saperi locali e generali della popolazione, e di un impegno personale di tutta la cittadinanza attiva. Il bisogno di organizzazione, in un contesto “liquido” come quello determinato dall’evoluzione sociale ed economica prodotta dalla globalizzazione, si traduce allora in una pluralità di iniziative e di organismi in grado di farsi promotori e registi di questi processi, in un rapporto di interconnesione reciproca sempre più stretto.

E’ possibile ridimensionare il potere dell’alta finanza?

Naturalmente tutti questi processi potranno svilupparsi solo in un quadro che veda drasticamente ridimensionato il potere che la finanza esercita sulle vite di tutta la popolazione mondiale attraverso l’economia del debito (debito delle famiglie, delle imprese, dei lavoratori autonomi, delle banche, degli Stati) e un sistema che allo sfruttamento del lavoro affianca ormai da tempo, e con sempre maggiore intensità, meccanismi di tipo estrattivo: quelli che si attuano attraverso la riproduzione all’infinito del debito – e la crescita infinita degli interessi da pagare – e la dilatazione senza fine della massa monetaria che circola e avvolge nella sua rete l’intero pianeta.

Il ridimensionamento di quel potere difficilmente sarà realizzabile in modo graduale e consensuale; è assai più probabile che si materializzi attraverso una serie traumatica di shock. Sia che a provocarli siano nuovi e ripetuti fallimenti delle istituzioni finanziarie che continuano a operare lungo la strada che ha portato alla crisi del 2008 tuttora in corso; sia che facciano seguito a dichiarazioni generalizzate di insolvenza – default – da parte dei governi più indebitati (un problema che accomuna i paesi dell’Europa del sud ai paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo; e ne vedremo presto le conseguenze). Anche se queste insolvenze venissero realizzate in forma graduale e selettiva (ristrutturazione del debito, moratoria, giubileo) per ridurne l’impatto sulla popolazione, si tratta comunque di misure che sicuramente le istituzioni finanziarie globali non sarebbero disposte a subire senza mettere in atto tutto il potere di ricatto e di ritorsione a loro disposizione. Per questo anticipare quanto più possibile i processi di riterritorializzazione e promuovere sistemi monetari locali indipendenti e paralleli alla circolazione della moneta europea è anche un modo per difendersi e prevenire gli effetti più devastanti di quelle ritorsioni.

Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa

“Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa. E’ la nostra debolezza, ma paradossalmente la nostra forza. I default della Grecia o del Portogallo o perfino della Spagna , semmai dovessero verificarsi…sarebbero certamente sgradevoli ma sopportabili dall’Europa. Un default dell’Italia no, sconquasserebbe l’Europa intera  con conseguenze negative non trascurabili perfino in Usa: il sistema bancario europeo (e non soltanto) ne sarebbe devastato…è questa la spada di Brenno che Letta può gettare sul tavolo della discussione con gli altri membri dell’Unione a cominciare dalla Germania”.

Queste parole di Eugenio Scalfari su Repubblica del 1.12. segnano, se prese sul serio, una svolta radicale nella linea politica di questo giornale che da giorno della “salita” al governo prima di Monti e poi di Letta è stato, al livello delle opinioni che “contano”, il principale puntello di quei due Governi e dei relativi Presidenti del Consiglio, che hanno fatto dell’accettazione incondizionata dei diktat economico-finanziari di Germania, BCE e Unione Europea la ragione stessa della loro esistenza e della loro legittimazione. Soprattutto perché a livello nazionale non hanno invece fatto altro che massacrare la popolazione che avrebbero dovuto guidare “fuori dalla crisi” e si sono entrambi rivelati tanto ridicoli quanto inetti (tanto per non rivangare altro, con il dramma degli esodati il primo o e la farsa dell’IMU il secondo).

Ora Scalfari ci spiega  una cosa che già sanno persino uno studente del primo anno di economia o un bancario a inizio carriera: che quando il debito è consistente, il coltello dalla parte del manico (la “spada di Brenno”) ce l’ha il debitore e non il creditore. A condizione di saperlo/a e volerlo/a usare. Con l’Europa la posta in gioco è alta: si tratta di rinegoziare radicalmente i trattati dell’Unione e gli accordi della zona euro per riformare la BCE (e farne un prestatore di ultima istanza), azzerare il fiscal compact (eliminando l’obbligo di far rientrare il debito pubblico al 60 per cento del PIL in vent’anni), il pareggio di bilancio (e qui la spada di Brenno andrebbe rivolta contro i parlamentari italiani che l’hanno votato), la mano libera alla finanza (vietando il traffico di derivati di ogni genere non sostenuti da adeguati sottostanti), la “libera” circolazione dei capitali (con una vera tassa sulle transazioni finanziarie), rivedere l’unione bancaria (introducendo il vincolo della separazione tra banca commerciale e banca d’affari) e sostituire alla moneta “unica” una moneta “comune” (con flessibilità interna tra i vari Stati); e molte altre cose ancora. Altrimenti, kaputt.

Una minaccia che all’Italia costerebbe ben poco, perché è comunque il destino a cui le politiche, in successione, di Tremonti, di Monti e di Letta – cioè della BCE e, per suo tramite, dell’alta finanza internazionale – l’hanno condannata da tempo; come hanno fatto con la Grecia e con gli altri nostri compagni di sventura: Spagna, Portogallo, Bulgaria, oggi; e domani Francia, Ungheria e via andando.

Se la “svolta” di Scalfari segnala che alla fine anche un elementare buon senso si vede ormai costretto a prospettare soluzioni radicali, fino a oggi esecrate come la più irresponsabile delle ipotesi – “pericoloso anche solo nominarla”: così, per esempio, Felice Roberto Pizzuti – è però altamente improbabile che qualcuno dia seguito a quel suo consiglio: Letta non ha la tempra né la cultura per farlo; non ha una forza politica che lo sorregga in un passo di questa portata, avendo abbracciato – su indicazione di Napolitano – la strada del “galleggiamento” giorno per giorno; ma soprattutto non ha a disposizione un “piano B”: un’ipotesi per affrontare i problemi nel caso che le controparti rispondano picche al suo ricatto (perché di ricatto si tratta, anche se sarebbe una mossa sacrosanta).

Sulla tempra e la cultura di Letta (come su quelle di Monti, un “tecnico” portato in palma di mano da mezza Europa – la sua – e da tutto l’establishment italiano, e rivelatosi poi, insieme al cagnolino Empy, una mezza calzetta), sorvoliamo. Sulla sua forza politica, anche: i partiti delle larghe intese – ora ridotte a intese molto strette – sono allo sfascio: non sanno nemmeno come si chiameranno domani, né se esisteranno ancora. Quanto al “piano B”, non si tratta di bazzecole, o di misure che possano essere affidate a un “consulente esterno” qualsiasi, come un Bondi o un Cottarelli sulla spending review; o a ministri che non sono stati nemmeno capaci di calcolare il reddito medio dei deputati europei, avendo alle spalle tutto il personale tecnico dell’Istat, come Giovannini; o l’impatto dell’abolizione dell’IMU, come Saccomanni, che pure ha diretto per anni, chissà come, la Banca d’Italia.

Il “piano B” è una strategia che richiede studi, confronti, verifiche e soprattutto consenso: tutte cose che l’attuale compagine di governo non ha la minima idea di che cosa siano. Ma che mancano anche a chi ricorre alla formula semplicistica e demagogica di “uscire dall’euro”: quasi che si potesse tornare alle cose di una volta: quando bastava svalutare la moneta per recuperare competitività e mercati di esportazione. Quella convinzione rappresenta in realtà la quintessenza del liberismo: l’idea che sia il mercato a regolare l’economia e che una variazione dei prezzi internazionali basti per rilanciare lo sviluppo. Un  “piano B” invece non può che essere una strategia. Una strategia che deve poter funzionare tanto nel caso, assai improbabile, che l’Italia venga esclusa o si autoescluda dall’euro, o in quello, assai più verosimile, che l’euro si dissolva – nel caos di una serie di default incontrollati – per via delle sue contraddizioni, quanto nel caso che tutte o le principali richieste relative a una rinegoziazione dei trattati venissero accolte: perché il riordino del sistema finanziario che detta legge in Europa e nel mondo è sì necessario, ma di sicuro non sufficiente.

Al suo fianco ci vuole un programma per rimettere in piedi l’economia reale, cioè reddito, occupazione e servizi sociali (scuola, sanità, cultura, pensioni, ecc.); che non vuol dire rilanciare l’araba fenice della “crescita” (“che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”), ma valorizzare le competenze umane e il patrimonio di impianti, di know-how e di risorse materiali e ambientali che il trend economico in atto sta mandando in malora a livello locale, nazionale, europeo e mondiale.

Vaste programme”, avrebbe detto de Gaulle. Si dia il caso, però, che quello a cui né Letta, né Monti, né Tremonti, né Scalfari, né tutti quelli come lui non hanno mai pensato, sia invece da anni – anzi, da decenni – al centro della riflessione, degli sforzi, delle buone pratiche, del confronto e dei dibattiti che coinvolgono milioni e milioni di donne e di uomini di buona volontà, riuniti in comitati, movimenti, associazioni, forum e reti di varia natura e impegnati, anche se nessuno ne parla, in lotte, anche durissime e a volte mortali, in tutti gli angoli del pianeta, Italia compresa.

E’ un programma di radicale conversione ecologica dell’apparato economico e degli stili di vita (ovvero dei modelli di consumo) teso a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale e dai mutamenti climatici in corso (ciò di cui, ancora una volta, si è fatto beffe il vertice COP 19, riunito a Varsavia dal 23 al 29 novembre con i delegati di tutti i “governi Letta” del mondo) e, al tempo stesso, teso a valorizzare al massimo le risorse umane, materiali, ambientali e tecnologiche di cui l’umanità può disporre per rendere meno iniqua la distribuzione del potere e della ricchezza e più accettabile la condizione umana per tutti. Non si tratta di utopie astratte, ma di progetti concreti, alla portata di tutti, perché imperniati su una partecipazione attiva (da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni) e sulla ri-terrritorializzazione dei processi economici: cioè sul riavvicinamento sia fisico che organizzativo tra produzione e consumo; tutto l’opposto dell’accentramento politico e finanziario in corso e della globalizzazione dei mercati che mette in concorrenza tra loro miliardi di individui, di cui si sono nutriti tanto lo “sviluppo” degli ultimi decenni, quanto le politiche di risanamento che hanno ridotto, oggi la Grecia e domani l’Italia, a una condizione peggiore di quella di un paese devastato dalla guerra.

E’ un programma che non può essere perseguito a livello nazionale, perché è al tempo stesso locale – le cose vanno fatte innanzitutto là dove tutti possono partecipare alla loro realizzazione – e sovranazionale: i problemi di fondo sono quasi ovunque gli stessi, come uguali per tutti sono i poteri da abbattere o da riformare. Per questo la partita fondamentale per tutti noi si giocherà nel prossimo futuro a livello Europeo: proprio come dice Scalfari. Ma a giocarla dobbiamo essere noi tutti, trovando la strada per far sentire la nostra voce a livello europeo; e non Letta e i suoi pari, che non ne saranno mai capaci.

Commento a Flores

C‘era molta più affinità e unità di intenti tra i partecipanti alle due manifestazioni del 12 e del 19 ottobre a Roma di quanta ce ne fosse tra i rispettivi promotori, che in parte hanno voluto, e in parte hanno comunque ritenuto ineluttabile, che tra quei due “popoli” ci fosse il minor dialogo possibile. Da un lato ha giocato la paura, più che motivata, che la manifestazione del 19 degenerasse nell’inutile e controproducente riproposizione di uno scontro di piazza: e a innescare quei timori non era certo stata solo la forsennata campagna di stampa che annunciava una giornata di fuoco (una campagna che non si è mai fermata: neanche dopo, sostituendo agli scontri che non c’erano stati due piccole scaramucce innescate ai margini del corteo). Pesava, e pesa ancora, il ricordo della giornata del 15 ottobre 2011 – una mobilitazione internazionale – che a Roma aveva visto una partecipazione di popolo quale mai ce ne erano state in anni recenti (e che avrebbe dovuto concludersi in un’acampada come quelle che hanno costituito il cuore delle mobilitazioni di questi anni a Madrid, Barcellona, New York, Il Cairo e Istambul), e che era stata mandata in fumo da una prevaricazione – prontamente raccolta dalle “forze del disordine” – da cui non si sono mai dissociati alcuni promotori del corteo del 19, mentre altri apertamente vi si richiamavano.

Dall’altro ha giocato l’eccessiva genericità dell’appello a difendere e attuare la costituzione, che qualcuno ha anche parafrasato, ribattezzandolo “La via modesta” (dato che quella “maestra” è un libro, appena uscito, di Napolitano), senza nascondere un sostanziale scetticismo nei confronti del richiamo alla costituzione, spesso giudicata nient’altro che “un pezzo di carta”. Ma ha pesato soprattutto la decisione di non allargare al di là della cerchia dei cinque promotori l’arco delle organizzazioni disposte a impegnarsi per fare della manifestazione del 12, come era stato promesso, nient’altro che l’inizio di una mobilitazione che avrebbe dovuto investire e svilupparsi in tutte le città e in tutto il paese. E questo, come era già apparso evidente nell’assemblea preparatoria dell’8 settembre, non solo per proteggersi da intrusioni partitiche, che comunque non sono, come sempre, mancate; ma per non mettere in discussione non tanto i vincoli economici imposti dalla governance europea – un tema su cui ormai non è difficile trovare un accordo di facciata, per lo meno finché resta nel cielo di un’astratta discussione teorica – quanto il loro garante in Italia: quello senza il quale non ci sarebbero né le “larghe intese” né la permanente reviviscenza di Berlusconi: cioè Giorgio Napolitano.

Certo non è difficile immaginare, e anche verificare, che i partecipanti a entrambe le manifestazioni vorrebbero altro o di più. Da un lato, se la costituzione non va solo difesa ma “attuata”, perché è un programma politico di lotta, andavano e andrebbero subito avviate iniziative concrete sui temi più scottanti: il diritto alla casa, al lavoro, al reddito, alla salute; iniziative che in tutti i casi mettono in campo questioni radicali, del tipo: che fare delle centinaia di migliaia di alloggi sfitti e invenduti, in presenza di centinaia di migliaia di famiglie senza casa? Che fare delle aziende chiuse, abbandonate dai vecchi padroni, già vendute e rivendute tra pubblico e privati, e ancora alla ricerca di qualcuno che le rilevi (a pagamento, cioè mettendoci dei soldi pubblici), per continuare a mandarle in malora (vedi Ilva, Lucchini, Alcoa, Jabil, Nokia, Lucent, Telecom, Alitalia, ma anche Ansaldo, Fincantieri, Fiat, e tante, tante altre)? Non è ora di requisirle e di metterle in mano a una governance di maestranze, comunità e autorità locali, assistite da un piano nazionale di riconversione che le sostenga nella ricerca di nuovi sbocchi? E che fare per prevenire il dissesto del territorio? Continuare a scavare il tunnel Torino-Lione che la Francia non vuole o invitare anche sul palco i rappresentanti del movimento NoTav?  E come dare un reddito di base a precari e disoccupati? Non è ora di ridimensionare non solo l’acquisto degli F35, ma tutta la spesa e gli impegni militari dell’Italia?

Ma non è solo l’Europa a non volere queste cose; c’è tutto il governo e i partiti che lo sostengono, e c’è Napolitano che ce lo ha imposto. Ma per perseguire anche una sola di quelle misure, bisogna “battere i pugni sul tavolo” e minacciare ai nostri partner europei di trascinare anche loro in quello sfracello a cui ci hanno condannato – come hanno condannato la Grecia – contando di rimanerne indenni. E allora il problema è di lavorare per dare un seguito, ma anche una rappresentanza politica, alle aspirazioni di chi, nonostante la grande risposta all’appello alla mobilitazione del 12, continua a ritrovarsi chiuso in un angolo senza sbocchi dall’imperativo della ”stabilità” – cioè del disastro economico, politico e morale che è davanti agli occhi di tutti – imposto dalle “larghe intese”.

D’altra parte, se partecipanti e promotori della manifestazione del 19 ottobre hanno considerato una vittoria – cioè una tappa importante di un cammino che si prospetta molto lungo – il fatto di essere ricevuti dal ministro Lupi, pur sapendo in anticipo che non avrebbe gli dato niente, è perché anche a loro è ormai chiaro che la lotta va condotta su tutti i fronti, e che dare ai movimenti una rappresentanza politica non vuol dire tradire i loro obiettivi, ma moltiplicare gli strumenti di lotta. D’altronde, anche per loro, i vincoli europei – e tutto quel che ne segue – sono un problema, che la concretezza degli obiettivi per cui si battono non rende meno urgente affrontare.

Apparentemente, dunque, ci sono le condizioni per una marcia di avvicinamento tra quei due “popoli” (che spesso, nella vita e nelle lotte quotidiane, si trovano uno di fianco all’altro); mentre accentuare gli elementi di divisione e contrapposizione sarebbe, questo sì, devastante. Ma quali potrebbero essere le tappe di questa marcia?

Innanzitutto la consapevolezza ci una discriminante fondamentale che ci separa dai protagonisti delle larghe intese, anche se e quando queste venissero meno, soprattutto per quanto riguarda il nostro rapporto con l’Europa, perché è li che si gioca la vera partita. Vanno rigettati in blocco i vincoli che stanno portando uno dietro l’altro i paesi europei verso la catastrofe greca (altro che ripresa alle porte, continuamente promessa, per l’anno successivo, dal 2008 in poi!) Su questo obiettivo vanno ricercate alleanze e unità di intenti con le forze emergenti dai movimenti di tutti gli altri paesi europei e si può trovare una sponda in un vasto arco di forze e di singole personalità che ormai si sono convinte che la strada imboccata dalla governance europea è senza sbocchi. L’Europa che noi vogliamo è quella federalista delle autonomie locali, della democrazia partecipata, della riconversione ambientale delle produzioni e dei consumi, del reddito di base per tutti, dell’accoglienza, dei diritti della persona e dei lavoratori fuori e dentro i luoghi di lavoro; e non quella del dominio incontrastato delle banche e dei “mercati” che votano al posto nostro. E proprio perché la partita si gioca in campo europeo vanno respinti senza esitazioni tutti i richiami a chiusure nazionali o nazionalistiche dentro i confini di uno Stato che non ha più veri poteri, e nessuna possibilità di tornare a esercitarli in quanto Stato: come il respingimento dei migranti e dei profughi, la discriminazione dello “straniero”, la santificazione di tradizioni, per lo più inventate, come strumento di coesione sociale, il ritorno a una valuta nazionale, invece della rifondazione dell’euro su basi politiche condivisibili, come se in un’economia ormai globalizzata l’apparato economico italiano fosse in grado di riprendere la strada di un tempo senza una sua radicale riconversione e riterritorializzazione in senso ambientale.

In secondo luogo vanno prese le distanze dai tentativi di far credere che si possa stare contemporaneamente di qua e di là: con il Pd e contro le sue scelte  (e di questo la senatrice Laura Puppato, che ha partecipato al corteo contro la modifica dell’art. 138, e poi ha votato per la sua deroga, è l’emblema; un’ambiguità mortale di cui sono affetti anche molti altri, dentro e fuori i partiti della “sinistra radicale”, specialmente quando questi sono al governo negli enti locali. Per esempio, sono contro le privatizzazioni e poi le votano…). Ma occorre guardarsi anche dai tentativi ricorrenti – e in questo le cautele dei promotori della manifestazione del 12 non erano solo opportunistiche – di mettere il proprio marchio e le proprie bandiere su movimenti che possono crescere solo se sono chiamati a riconoscersi esclusivamente nei propri obiettivi di lotta e in scelte effettuate in modo condiviso. Perché lo scippo effettuato da Ingroia e dal suo seguito di dinosauri nei confronti del tentativo, certo maldestro, di promuovere la lista di base “cambiaresipuò” al tempo delle passate elezioni politiche, e l’esito disastroso di quel colpo di mano, ha fatto ai movimenti e alle loro aspirazioni non meno danno della giornata violenta del 15 ottobre 2011. Molte altre cose, a partire dalle leadership, vengono dopo o è meglio evitarle del tutto. Anche in questo caso la vicenda di Ingroia insegna qualcosa.

Intervento di Guido Viale all’assemblea La via maestra. Roma. 8.9.2013

Buongiorno

Siamo stati abituati, soprattutto chi come me ha una certa età, a considerare la Costituzione uno schermo per proteggerci da avventure autoritarie, che comunque nei decenni trascorsi non ci sono mai state fatte mancare.

Certo la Costituzione italiana era ed è rimasta in gran parte inattuata, e in molti casi non era e non è rispettata.

Ma la Costituzione e il suo dettato sono restati comunque a lungo per tutti una barriera invalicabile: la politica si faceva “a valle” di essa, nelle diverse scelte e opzioni con cui ciascuna forza politica riteneva o fingeva di interpretarla, senza mai metterne in discussione la struttura portante.

Adesso a venir messa in gioco ora êproprio quella barriera. L’obiettivo è un accentramento del potere esecutivo nelle mani di un Governo sciolto dai vincoli del Parlamento e da quelli del potere giudiziario. Questo ci dà la misura dell’arretramento subito dalla politica italiana nel corso di almeno due decenni, e forse più.

La lotta politica, se lotta politica c’è, si è così spostata “a monte” della Costituzione: nell’attacco o nella difesa dei diritti di cui essa era stata messa a presidio.

Questo pone la lotta politica su un terreno nuovo: più ampio, più incerto e più radicale; perché in gioco non ci sono più solo politiche antipopolari e pratiche sopraffattrici da combattere. Oggi vengono messi in forse diritti fondamentali, costitutivi non solo di un ordinamento democratico, ma della persona stessa e della sua integrità.

Lo si vede innanzitutto in fabbrica e nelle aziende, dove Marchionne, ma non solo lui, rivendica come un diritto, da sancire e legittimare con contratti, leggi e persino mutamenti costituzionali, una gestione delle maestranze peggiore di quella che negli anni ’50 Valletta esercitava, prima dell’autunno caldo e in un clima dominato dalla guerra fredda, in palese e conclamata violazione della legalità.

Lo si vede in piazza e sul territorio, da Genova alla Valle di Susa, dove l’esercizio del potere repressivo promosso da tutti i governi che si sono succeduti negli anni è stato e viene diretto in una sola direzione, nonostante che le violazioni della legge e delle regole della convivenza faccia capo soprattutto allo Stato e alle sue articolazioni.

Lo si vede nelle scelte politiche che in nome della “crescita”, della “ripresa” o del pareggio di bilancio ormai “costituzionalizzato”, non solo erodono i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione: istruzione, salute, reddito, dignità; ma intendono proprio legittimarne l’erosione.

Di qui l’importanza di questo appello alla mobilitazione, che per essere efficace e sensato deve saper separare nettamente coloro che si impegnano nella difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione da coloro che li combattono manomettendola.

E’ difficile per ora identificare e raccogliere tutti coloro che hanno interesse a difendere quei diritti. Sono un po’ l’equivalente di quel 99 per cento della popolazione invocato da Occupy Wall Street, molti dei quali, come ha fatto a suo tempo notare Rossana Rossanda, non sanno ancora di farne parte.

Più chiaro è invece identificare chi oggi lavora alla manomissione della Costituzione e ha già percorso un bel pezzo di strada in questa direzione: si tratta dell’attuale Governo, delle forze politiche che lo sostengono, di coloro che sponsorizzano un accordo che subordina la permanenza del Governo a una revisione costituzionale condotta in forme disordinate, pasticciate e illegali.

Sto parlando del Presidente della Repubblica.

Ma tracciare una demarcazione tra questi due campi è solo la prima tappa di un percorso. Il quesito fondamentale a cui dobbiamo rispondere è questo:

Si può difendere la democrazia e i diritti sanciti dalla Costituzione se si lasciano in mano a un potere finanziario globalizzato ed eslege le decisioni fondamentali che riguardano l’economia? Cioè le decisioni da cui dipendono occupazione, redditi, servizi sociali, cultura, salvaguardia dell’ambiente? Ma soprattutto da cui dipendono le scelte che sono alla radice del disastro che ha investito tutti questi campi: cioè la disparità di potere, di reddito, di considerazione, di diritti, di dignità che contraddistingue le tendenze in atto.

È una disparità che ha la sua logica conseguenza nel coinvolgerci, come è già stato fatto a più riprese, e in aperta violazione della Costituzione, in guerre ingiuste e devastanti.

Evidente è l’intreccio tra l’attacco alla Costituzione e ai diritti fondamentali che essa tutela e il potere che la finanza internazionale esercita su governi, politiche, imprese e, alla fine, su lavoratori, disoccupati e sulle loro famiglie.

A ricordarcelo ci ha pensato la banca J.P. Morgan mettendo in chiaro che alla radice delle scelte che stanno portando Governo, partiti e istituzioni a mettersi sotto i piedi la Costituzione c’è la subordinazione ai diktat della finanza.

La loro convinzione è che a queste scelte “non c’è alternativa”, perché le forze in campo sono troppo dispari: da un lato l’infinita potenza dei “mercati”, cioè della finanza; dall’altro, l’irrilevanza, a giudicare dai risultati e dalla copertura mediatica, dei tanti movimenti e delle tante lotte che ne rifiutano le conseguenze.

Ma non ci si può impegnare in una difesa della Costituzione – senza sé e senza ma – senza proporsi di rovesciare questa subalternità e imboccare una strada obbligata, anche se difficile e tutt’altro che chiara, per ridimensionare drasticamente i poteri che oggi governano il mondo.

In questo percorso è essenziale l’iniziativa locale, perché è lì, sul territorio, nella difesa dei beni comuni, nell’opposizione alla mercificazione e alla finanziarizzazione dei servizi locali, che c’è la possibilità di ricostruire,i intorno alle lotte del lavoro e alle mobilitazioni popolari, le forze sociali in grado di contrastare le politiche che hanno generato e continuano a generare la crisi.

Ma questa non è comunque una battaglia di ambito solo locale o solo nazionale; è europea e globale.

La manifestazione che siamo riuniti per promuovere – e alla cui preparazione, Alba, di cui sono parte, intende contribuire – deve essere una tappa di un percorso ancora molto lungo per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona entro un orizzonte europeo.

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Il decifit principale (LEFT 27.7.2013)

Il deficit principale che affligge il paese non è quello del bilancio statale ma è un deficit di intelligenza e di onestà, o di entrambe le cose, della nostra classe dirigente. E’ stato presentato come una grande vittoria il fatto che, caduta la procedura di infrazione per deficit eccessivo, dall’anno prossimo l’Italia potrà “fruire” di una maggiore elasticità nella gestione del bilancio, utilizzando ben 8 miliardi di euro per promuovere “la crescita”. Nel frattempo però il PIL del 2013 sarà diminuito, nella migliore delle ipotesi, del 2 per cento – cioè di una trentina di miliardi – e quegli 8 miliardi non ne compenseranno che una minima parte mentre l’elasticità del bilancio “generosamente” concessa all’Italia non potrà comunque superare – e solo per qualche anno – il 3 per cento del PIL. Il che significa che per utilizzare quegli 8 miliardi bisognerà tagliare la spesa pubblica da qualche altra parte. Nessuno comunque, e meno che mai Enrico Letta, ha ricordato che dall’anno prossimo l’Italia sarà tenuta dal cosiddetto fiscal compact a ritirare dal mercato (cioè a ricomprare) ogni anno, e per vent’anni di seguito, quasi 50 miliardi del proprio debito fino a che non lo avrà riportato al 60 per cento del PIL (attualmente è al 130 per cento). Miliardi che si andranno ad aggiungere agli 80-90 di interessi annui sul debito che dovranno essere pagati rispettando il pareggio di bilancio che ormai è entrato a fare parte della nostra Costituzione. Dove prenderà il governo italiano tutto quel denaro, di fronte al quale quegli 8 miliardi sono una bazzecola? Da nuovi tagli al bilancio e da nuove tasse, strangolando quel che resta dell’economia del pese.
Purtroppo questo deficit di intelligenza e onestà non riguarda solo la classe dirigente italiana, ma quelle di tutta l’Europa, che hanno imposto o accettato queste regole assurde. Tutti sanno che sommando debito pubblico (degli Stati) e debito privato (delle persone, delle imprese, delle banche, dei fondi) il mondo è già da tempo in bancarotta: che nessuno riuscirà più a ripagare i suoi debiti se non scaricandoli su qualcun altro. E se alcuni possono approfittare e approfittano di questa situazione per ricavarne immani guadagni, il pianeta nel complesso è condannato a un immane default che si ripercuoterà a breve sulla condizione di miliardi di esseri umani. A meno di contenere il disastro smontando un pezzo per volta – ma in fretta – questo immane castello finanziario. Qualcuno deve pur cominciare a far valere le proprie ragioni, che in questo caso sono quelle del 99 per cento degli abitanti della Terra; e chi si trova sull’orlo del baratro, come il governo italiano, avrebbe mille motivi per non tergiversare. E per cercare possibilmente alleati in altri paesi che si trovano nella stessa situazione, dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dalla Grecia all’Egitto. E chissà quanti altri…

Titoli tossici, noi come la Grecia (“il manifesto”, 27 giugno 2013)

Chi o che cosa ha autorizzato i nostri governi a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani? Quale regolamento interno, quale legge, quale norma della Costituzione? E perché non se ne può sapere niente? Secondo quanto riferito da la Repubblica (e dal Financial Times) del 26.6, il Tesoro italiano è esposto per 160 miliardi di euro (più di un decimo del PIL italiano) con operazioni sui derivati la cui data di stipulazione non è nota; il governo Monti ne ha rinegoziati nel corso dell’anno scorso per un importo di 31 miliardi, registrando su queste operazioni una perdita potenziale, non ancora giunta a scadenza, di circa 8 miliardi (poco meno dell’importo con cui la ministra Gelmini e, dopo di lei, il ministro Profumo sono riusciti a distruggere sia la scuola che l’Università italiane). Naturalmente il Ministro del Tesoro ha subito smentito ogni rischio, ma quella smentita vale quanto il Ministro: cioè zero. Infatti solo un anno fa, su un’altra partita di derivati del Tesoro si era già registrata una perdita di 3 miliardi, saldata dal governo Monti. Su di essa c’era stata una interrogazione parlamentare dell’IdV e una elusiva risposta – “si tratta di un caso unico e irripetibile” – del sottosegretario Rossi Doria; designato a rispondere non si sa perché, dato che Rossi Doria si occupa di scuola e non di finanza, materia sui cui è lecito supporre una sua totale incompetenza. Ma se tanto dà tanto, sui 160 miliardi di derivati in essere, le perdite “a futura memoria”, che verranno cioè caricate sul bilancio dello Stato nel corso degli anni, per poi dire che gli italiani sono vissuti “al di sopra delle loro possibilità”, potrebbero ammontare a parecchie decine di miliardi di euro. Leggi tutto “Titoli tossici, noi come la Grecia (“il manifesto”, 27 giugno 2013)”

Ristrutturare il debito (“il manifesto”, 25 giugno 2013)

Ci siamo assuefatti a convivere con un meccanismo economico e finanziario che ci conduce inesorabilmente a una progressiva distruzione del tessuto produttivo del paese e delle istituzioni fondanti della democrazia: in questo quadro la perdita di imprese, posti di lavoro, know-how e mercati in corso è irreversibile, come lo è la progressiva abolizione dei poteri degli elettori, del Parlamento e, soprattutto, degli Enti locali: cioè dei Comuni, che sono le istituzioni del nostro ordinamento giuridico più vicine ai cittadini. Leggi tutto “Ristrutturare il debito (“il manifesto”, 25 giugno 2013)”