Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)

Buon giorno. Benvenuti

Questo è un incontro di ascolto, come quello dei candidati della scorsa settimana e si inserisce in un percorso generale che dobbiamo definire oggi.  Vogliamo consolidare il nostro risicato ma importante successo elettorale con un impegno a continuare insieme a impegnarsi e a lottare per gli obiettivi e le ragioni contenute nei dieci punti della nostra lista.

La nostra non era e non è una lista di scopo destinata a sciogliersi dopo le elezioni, nessuno di noi lo ha mai pensato.

Abbiamo degli obblighi verso i nostri elettori, che si aspettano molto, forse persino troppo da noi; verso i nostri parlamentari a cui dobbiamo offrire nei territori un ancoraggio sicuro alle battaglie che condurranno con il GUE, insieme ai parlamentari di tanti altri paesi europei. Abbiamo degli obblighi verso tutti noi, cioè verso tutti coloro che si  sono impegnati, a volte fino allo stremo, in questa campagna, a partire dalla raccolta delle firme.

Siamo stati bravi e dobbiamo esserne fieri.

Oggi prenderanno la parola soprattutto i comitati, come la scorsa settimana lo hanno fatto i candidati. Vogliamo sapere (in interventi di 5minuti ciascuno) come hanno lavorato e che problemi hanno incontrato. Ma soprattutto che cosa si aspettano da tutti noi e quali impegni hanno già preso o intendono prendere per il futuro.

Innanzitutto sul piano politico: cioè quali battaglie e quali iniziative considerano prioritarie. Poi sul piano organizzativo: cioè come pensano di tenere  insieme la nostra comunità e quali strutture pensano più adatte a rispondere ai loro bisogni, sia a livello locale che a quello nazionale, con le quali sostituire il gruppo dei garanti e il comitato operativo che ormai hanno esaurito il loro mandato e devono essere sostituiti con qualche cosa d’altro.

Non dobbiamo avere fretta e stringere troppo tempi e vincoli, ma nemmeno permettere che si disperda quello che con tanta fatica abbiamo messo insieme fino ad ora. Per questo garanti e comitato operativo si sono trovati d’accordo nel proporre una assemblea generale a metà luglio (il 19) che va preparata con cura nei territori. Se siete d’accordo da essa dovrà nascere l’organismo del nostro coordinamento futuro, ma anche del collegamento con il nostro gruppo parlamentare. Con tutto il GUE: da oggi facciamo parte di una importante famiglia europea e le nostre iniziative dovranno sempre più avere questo orizzonte.

Abbiamo davanti a noi tre ordini di problemi che circoscrivono e definiscono i nostri impegni futuri: lavoro, democrazia e ambiente.

L’obiettivo primario dell’austerità è la distruzione di tutto quello che di positivo il movimento operaio ha saputo creare nel secolo scorso. Attraverso delocalizzazione, disoccupazione, precariato e azzeramento del diritto del lavoro (che  é il succo del decreto Poletti e del job act, ma prima di esso dei decreti Harz tedeschi, che fanno della Germania il loro modello) vogliono imporci di sostituire alla solidarietà la concorrenza tra i lavoratori. Dobbiamo capire e imparare a rispondere a questo attacco, che è globale, in modo altrettanto generale, con grandi parole d’ordine come reddito di cittadinanza o di base, lotta alle delocalizzazione, requisizione e riconversione della aziende che chiudono, piano generale del lavoro (per questo, tra l’altro, abbiamo aderito al progetto new deal4europe); ma dobbiamo imparare a rispondere anche in modo specifico, impresa per impresa, categoria per categoria, territorio per territorio.

Anche la democrazia è sotto attacco: in Italia con il ddl elettorale e è le riforme costituzionali; ma anche con il patto di stabilità che priva i comuni della loro autonomia per costringerli a cedere le loro funzioni ai privati. In europa con l’abbandono progressivo del progetto federalista, democratico e pacifico su cui era nato il disegno dell’unione europea, consegnando tutto il potere a organi non elettivi, espressione diretta dell’alta finanza. Leggi tutto “Dopo le elezioni, l’altra Europa da costruire (considerazioni)”

Lettera di Guido Viale ai candidati e ai comitati della lista L’altra Europa per Tsipras

Milano, 9.06.2014
Carco di riportare sul piano dell’argomentazione un tema affrontato troppo male. Che la decisione di Barbara Spinelli di accettare un seggio nel Parlamento europeo – dopo aver dichiarato all’inizio e nel corso della campagna elettorale che non lo avrebbe fatto – possa suscitare critiche non solo legittime, ma anche comprensibili, è ovvio. Ma dovrebbero rimanere nell’ambito della buona educazione e del rispetto reciproco (“prima le persone”, proclama il nostro slogan: lo siamo tutte e tutti), soprattutto quando provengono dalle nostre file.
La critica più fondata, e la più condivisa, mi sembra essere che Barbara non ha mantenuto fede alla parola data. Non è una critica politica, ma ha un’indubbia rilevanza politica. Barbara dice di aver cambiato idea di fronte a un cambiamento sia del contesto che della sua posizione. Ricorda che cambiare idea si può; e che l’impegno che aveva preso era quello di annunciare in anticipo la sua intenzione di non impegnarsi nel nuovo Parlamento, esattamente come avevano fatto Moni Ovadia e Adriano Prosperi, mettendo a disposizione della lista nel modo più diretto i loro nomi, le loro facce, le loro storie. Non si trattava certo, come ha fatto rilevare, di stringere un “patto” con gli elettori mancando, del patto, la controparte. Anche di fronte a chi allora criticava quella scelta Barbara rispondeva che quelle dichiarazioni, sue e degli altri due candidati nella sua stessa situazione, riguardavano le condizioni del loro impegno nella campagna elettorale, e non avrebbero pregiudicato né il risultato elettorale della lista né il funzionamento della eventuale rappresentanza parlamentare conquistata. Niente di male se qualcuno non condivide queste argomentazioni.
Ma c’è un effluvio di indignazione – e di insulti nei confronti di una persona che ha contribuito più di ogni altra al successo della nostra lista; con tutto il rispetto per l’impegno e il contributo che ciascuno di noi ha dato in base alle proprie forze – o, nella migliore delle ipotesi, di sarcasmi che non invitano certo alla replica e all’argomentazione, che è violenza distruttiva nei riguardi della nostra impresa e che sembra non fermarsi di fronte a niente. Tanto che è difficile distinguere i commenti malevoli dei giornali e su internet, che ci hanno sempre osteggiato con il loro silenzio assoluto, per occuparsi di noi solo nei momenti di un contrasto (è il nostro mestiere! dicono, dimenticando che c’è una deontologia dell’informazione) dai peggiori interventi e dalle peggiori insinuazioni di chi ancora si considera parte della nostra comunità.
Se la decisione di Barbara Spinelli crea dei problemi – e indubbiamente li crea – bisognerebbe affrontarli tenendo la barra diritta (la “cura del processo”, come la chiama Corrado Oddi); non adoperandosi per fare affondare la barca. In questo clima, che in parte si intuisce navigando in internet, ma che sulle mail di Barbara Spinelli si sta rovesciando dieci volte più potente –accanto alle moltissime lettere argomentate di coloro che la sostengono nella sua scelta – è difficile pensare che una persona schiva come lei, non avvezza agli agoni oratori (non è un difetto), ritenga impossibile presentarsi in un’assemblea senza una adeguata protezione da parte dei garanti; che non c’è stata. Soprattutto perché la “torre d’avorio” in cui si sarebbe rinchiusa le è stata costruita intorno proprio da noi garanti, imponendole il silenzio fino a che non si fosse concluso in qualche modo il tentativo di arrivare a una soluzione condivisa tra tutte le parti in causa.
Quel tentativo aveva, sì, portato a un risultato importante: sia Fratoianni che Ferrero avevano concordato che Barbara Spinelli doveva comunque andare in Parlamento, perché questo era indispensabile per il bene della lista; ovvero perché era insostenibile il fatto che, lei disponibile, ne venisse esclusa. Ma in quel tentativo non si era poi provveduto, né da una parte né dall’altra, a coinvolgere Eleonora Forenza e Marco Furfaro. Se sono stati trattati come “carne da macello”, come dice quest’ultimo – ma mi pare un’espressione un po’ forte, perché in tal caso lo sarebbero stati anche tutti coloro che si sono adoperati in ogni modo a portare voti alla lista senza averne una ricompensa in termini di seggi – la responsabilità va ripartita in modo uguale tra entrambe le parti in causa. Purtroppo però quella “trattativa” prometteva chiaramente di prolungarsi alla calende greche e di mantenere sulle braci tutti, perché nessuno dei due interlocutori era disposto a rinunciare al “suo” parlamentare. Con le motivazioni più diverse: tutte legittime o per lo meno sensate, ma che non facevano che esaltare e mettere in evidenza che di spartizione effettivamente si trattava: tutti d’accordo a riconoscere prioritaria la presenza di Barbara Spinelli in parlamento; ma nessuno disposto a una rinuncia. Meglio rompere gli indugi piuttosto che arrivare e affidarsi alla roulette russa del sorteggio finale. Così anche ai garanti è stato imposto un aut aut: o rinunciare alla presenza di Barbara in Parlamento (e tutti l’hanno considerata una perdita insostenibile) o permetterle di assumersi la responsabilità di sciogliere il nodo in assoluta autonomia. E i garanti l’hanno assecondata. Barbara lo ha fatto nel modo più ovvio: scegliendo il collegio dove è residente, dove era capolista, dove ha avuto il numero maggiore di voti.
L’esito non sarebbe stato così traumatico se il caso non avesse voluto che i tre candidati si distribuissero – secondo quanto detto e ripetuto da innumerevoli protagonisti e commentatori – in base a un equilibrio da manuale Cencelli: un terzo a Sel, un terzo a Rifondazione e un terzo alla “società civile. Non mi stancherò mai di ripetere che la società civile non esiste (è un’antica idea di Hegel che ormai usa solo Paolo Flores); e meno che mai esiste “il partito della società civile”, portato in vita solo per inventarsi equilibri inesistenti. La società civile si affianca, e ormai soccombe, alla società incivile, decisamente preponderante; ed entrambe si spartiscono sia gli iscritti ai partiti che quelli che non lo sono (che però non amano vedersi affastellati in un unico raggruppamento parapartitico).
Ecco dunque le ragioni politiche – e dietro di loro quelle morali – per il cosiddetto “voltafaccia” di Barbara Spinelli, ovvero la decisione di rivedere le sue dichiarazioni iniziali. Barbara era la garante principale di un progetto unitario apartitico e inclusivo. Ma se il progetto si fosse trasformato, come in larga misura ha rischiato di fare già durante la campagna elettorale, e come oggi rischiava di fare in una spartizione di spoglie (un terzo, un terzo, un terzo) il suo ruolo le imponeva di interrompere questa deriva. E lo ha fatto, coinvolgendo i garanti, prima che la nostra delegazione nel Parlamento europeo si presentasse sotto forma di una riedizione di una “lista Ingroia con il quorum”. Non poteva finire così: ora siamo entrati in un gruppo parlamentare di dimensioni europee; abbiamo sfondato in Italia con le firme e con i voti, nonostante un silenzio stampa assoluto e una campagna calunniosa nei nostri confronti. Abbiamo davanti prospettive più serie e importanti.
Quello che il suo ruolo di garante le imponeva, Barbara lo poteva fare solo riportando l’attenzione su di sé come depositaria di un sapere e di un giudizio solido sui temi dell’Europa, che nessuno saprebbe trattare meglio di lei da parlamentare; ma soprattutto additando nel suo nome, nel suo lavoro e nella sua presenza in Parlamento, il carattere indiscutibilmente unitario della lista. Ora il risultato immediato sembra contraddire una scelta che è stata una vera assunzione di responsabilità verso gli elettori, verso la lista, verso i suoi attivisti, verso i garanti; ed è finita per passare – grazie soprattutto all’atteggiamento di chi non si è mai posto il problema: ma perché mai l’avrà fatto? – come un comportamento altezzoso di una signora rinchiusa (dai garanti) nel proprio castello. Quell’assunzione di responsabilità merita invece un riconoscimento, e un grazie, a Barbara Spinelli. Glielo dobbiamo tutti.

Barbara Spinelli e il gruppo parlamentare della lista Tsipras

Abbiamo promosso e sostenuto la lista L’altra Europa con Tsipras con due obiettivi di fondo: 1. restituire una rappresentanza parlamentare a un popolo che non lo aveva più da anni; che non è solo quello che resta della sinistra tradizionale, ma, potenzialmente, quello di milioni di cittadine e cittadini che non votano più, o votano per disperazione partiti e liste di cui non condividono quasi niente. E restituirgliela cominciando dal teatro principale del confronto politico odierno, cioè il Parlamento europeo e le politiche dell’Unione europea. 2. Raccogliere intorno a questo progetto unitario, apartitico e inclusivo – nelle sue dichiarazioni di intenti – lungo tutte le fasi della sua realizzazione (sottoscrizione dell’appello, presentazione e selezione delle candidature, raccolta delle firme, campagna elettorale vera e propria e follow-up) quante più forze possibili si dichiarassero e dimostrassero disponibili a unirsi e lavorare insieme per ricostruire una prospettiva fondata sui valori della democrazia, del federalismo, dell’inclusione, della giustizia sociale e ambientale.
Il primo di questi obiettivi è stato raggiunto (“per un pelo”). Ma chi ha condiviso questi nostri sforzi non può non cogliere la differenza che c’è tra l’avere nella nostra rappresentanza solo tre parlamentari, per quanto qualificati, e avere tra loro Barbara Spinelli, che per il nome che porta è un simbolo vivente dell’”altra Europa” che vogliamo; ma che è anche e soprattutto la portatrice di competenze fondamentali e di una straordinaria capacità di giudizio sulle vicende europee, come dimostra la serie ininterrotta di articoli sull’argomento che è andata pubblicando nel corso del tempo. All’estero, dove sono meno attenti agli “equilibri” interni del nostro pollaio (che è una riedizione in sedicesimo del grande pollaio della politica italiana) non hanno dubbi: Barbara Spinelli è un valore aggiunto enorme e si moltiplicano gli appelli da parte degli altri membri della Sinistra Europea e del Gue, compreso Tsipras – ma non solo; anche da parte di membri di altri raggruppamenti; il che fa ben sperare nella possibilità di ridisegnare il perimetro del nostro gruppo parlamentare mantenendo fermo l’impegno a “stare con Tsipras” – a che Barbara sciolga le sue riserve e accetti la nomina.

Aggiungo che il ripensamento di Barbara è un altro risultato positivo del processo che stiamo attraversando. Barbara non voleva candidarsi ed ha a suo tempo accettato di farlo, dopo molte nostre insistenze, a condizione di poter dichiarare che non avrebbe fatto la parlamentare. Ovviamente abbiamo accettato di malavoglia, perché avere Barbara come capolista – e mi pare che l’abbiamo usata parecchio – è stato sicuramente un fattore determinante del risultato che abbiamo raggiunto. Adesso Barbara ha maturato una nuova decisione non per un suo personale ghiribizzo, ma sotto gli effetti di una vera e propria grandine di inviti, che provengono da ogni parte del nostro elettorato e dei partiti con cui ci siamo associati in questa campagna, che vedono in lei un elemento decisivo per moltiplicare gli effetti del risultato raggiunto. Ma questa sua decisione è il frutto di altre pressioni che abbiamo esercitato su di lei ininterrottamente, durante tutto il corso della campagna elettorale, perché non abbiamo mai rinunciato all’ipotesi di un suo ripensamento. Se, come spero, questa decisione resterà confermata, è da parte sua un’assunzione di responsabilità di fronte a una pressione che proviene dal nostro mondo, e che fa passare in assoluto second’ordine le modalità con cui aveva a suo tempo presentato la sua candidatura. E va anche aggiunto che sia lei che Monia avrebbero preso sicuramente molti ma molti più voti se non si fossero candidati a quelle condizioni. Ma i voti che hanno preso nonostante tutto sono un segnale inequivocabile.
Chi antepone gli equilibri tra le “componenti” della nostra lista – che componenti NON sono, perché la nostra non è una lista di Sel + PRC + altri, ma è una lista unitaria, inclusiva e apartitica – è secondo me totalmente al di fuori della logica del nostro progetto, come l’hanno vissuto e sostenuto decine e decine di migliaia di compagni, di partito e non, che hanno preso parte con grande entusiasmo e grande senso di responsabilità agli sforzi comuni per portarlo a buon fine.
In particolare, per venire al secondo obiettivo, io credo che tutti coloro che hanno partecipato come candidati a questo progetto lo abbiano fatto con spirito di servizio, per far ottenere buoni risultati alla lista e non per conquistare un seggio nel Parlamento europeo. Questo è stato per lo meno l’atteggiamento della maggior parte dei candidati, che sapevano in partenza di non avere alcuna possibilità di spuntarla, ma che lo hanno fatto per portare il loro personale contributo a un’impresa collettiva, che non sarebbe certo finita con le elezioni, ma che avrebbe avuto la sua continuazione anche, se non soprattutto, grazie alla nostra presenza nel Parlamento europeo.
Con uguale spirito di servizio mi aspetterei che entrambi coloro che sono giunti secondi in questa competizione – e che solo dalla rinuncia di Barbara sarebbero promossi al seggio – considerino il vantaggio politico di avere Barbara come rappresentante della LORO lista e del LORO progetto nel Parlamento europeo e le mettano a disposizione la loro rinuncia a sostituirla.
Lo stesso mi aspetterei dai responsabili delle organizzazioni politiche a cui fanno riferimento i due candidati che dovrebbero sostituire Barbara, organizzazioni che invece, come già è successo troppo spesso durante la campagna elettorale, si sono mobilitate solo per i “loro” candidati, e che oggi festeggiano pubblicamente – forse troppo presto – l’elezione del LORO candidato. Non è un candidato loro. E’, in entrambi i casi, e come tutti gli altri, un candidato della lista L’Altra Europa con Tsipras, al cui successo, ma soprattutto al cui ruolo nel Parlamento europeo, anche quelle organizzazioni dovrebbero essere molto interessate.

Sappiamo che non è così: c’è stato chi ha proclamato con insolita tempestività la fine della “lista Tsipras”, o la sua inconsistenza, proprio nello stesso giorno in cui più di cinquanta candidati NON ELETTI prendevano l’impegno non solo a far continuare il progetto di cui sono stati protagonisti indiscussi – cosa inaudita in qualsiasi altro partito politico, dove i candidati non eletti scompaiono dopo le elezioni – ma persino quello di farsene l’asse portante. Allora penso che su questa questione ciascuno si debba schierare. Se per i candidati l’elezione non era e non è stata la condizione del loro impegno, è bene secondo me che non lo sia anche per chi vedesse eventualmente sfumare un suo successo per raggiungere un risultato molto più importante – e che contribuirà sicuramente a far crescere moltissimo tutto il nostro “processo” – come lo è la presenza di Barbara Spinelli come rappresentante unitaria di tutta la lista nel Parlamento europeo.

O ci siamo sbagliati?

L’alternativa è Tsipras

La riduzione della competizione per le elezioni europee a un match frontale, tutto italiano, tra due icone vuote di contenuti quanto piene di invadente presenzialismo ha premiato Renzi e punito Grillo. Ma a perdere sono stati gli italiani o, meglio, ha perso la democrazia. Perché la riforma elettorale, quella del Senato o l’abolizione delle Province volute da Renzi non fanno che ridurne progressivamente il campo di applicazione.

Ha perso il pluralismo: ora c’è un uomo solo al comando di un partito al potere, al comando del governo e arbitro, anche, dei destini dello Stato; e gli altri partiti, satelliti o comprimari, sono in via di sparizione, né hanno molte ragioni per continuare a esistere. E ha perso, rendendo sempre meno sindacabili le scelte del “premier”, la prospettiva di un vero cambiamento: il quadro europeo in cui il PD si inserisce e di cui sarà un garante non consente cambi di rotta.

E insieme a tutte queste cose hanno perso i lavoratori, i disoccupati, i giovani condannati a una condizione di crescente precarietà e impoverimento; e i pensionati condannati a in larga misura alla miseria; anche, e forse soprattutto, quelli che lo hanno votato.

Ma non si è trattato, come sostengono molti commentatori, di una vittoria sul populismo. Renzi non è meno populista di Grillo se per populismo si intende un richiamo identitario: le “riforme”‘, presentate come intervento salvifico, senza specificarne contenuto e conseguenze, e la “rottamazione” del “vecchio”, presentata come programma senza saper specificare in che cosa consista il “nuovo”. Il programma di Grillo, se si eccettua la sua ambivalenza di fondo sull’euro, che è ambivalenza sul ruolo che può e deve avere l’Europa nel determinare un cambio di rotta per tutti, era addirittura più concreto di quello con cui Renzi ha affrontato questa scadenza elettorale. Entrambi comunque avevano gli occhi puntati sugli equilibri interni al pollaio italiano; la resa dei conti con le politiche europee l’avrebbero rimandata a un indeterminato domani: eurobond o uscita dall’euro per uno; ridiscussione dei margini del deficit per l’altro; nessuno dei due sembra rendersi conto che la crisi europea impone una revisione radicale del quadro istituzionale e delle strategie politiche, prima ancora di quelle economiche. Che comunque avrebbero bisogno di un po’ di coerenza; che manca.

Non è stata nemmeno, quindi, una vittoria contro l’antieuropeismo: se per Grillo il problema è inesistente – la sua “indipendenza” da tutto e da tutti gli impedisce di avere alleati e prospettive che vadano al di là delle Alpi e dei mari di casa, per Renzi è l’assoluta subalternità al patto tra Schulz e Merkel, ormai ratificato dall’esito elettorale anche in Europa, che gli impedisce di avere, se non a parole – ma di parole la sua politica non manca mai – una visione delle misure, delle strategie e delle conseguenze di una vera rimessa in discussione dell’austerità. Quell’austerità che l’Europa la sta disintegrando non meno dei risorgenti nazionalismi (e i primi a pagarne le conseguenze saremo noi).

Meno che mai quella di Renzi è stata una vittoria della speranza contro il rancore. Se nell’ultimo anno il movimento cinque stelle ha dato prova della sua sostanziale inconcludenza, dovuta al controllo ferreo che i suoi due leader pretendono di esercitare su quadri e parlamentari che forse un ruolo più propositivo potrebbero e vorrebbero averlo, la motivazione di fondo del voto a Renzi è stata un clima da “ultima spiaggia”. Paradigma di questo atteggiamento sono gli editoriali su Repubblica di Eugenio Scalfari, che non approva praticamente alcuna delle misure varate da Renzi e meno che mai i suoi progetti, ma che invitava a votarlo lo stesso perché “non c’è alternativa”.

Così, se con queste elezioni la parabola del movimento cinque stelle ha imboccato irrevocabilmente una curva discendente, mentre Renzi sembra invece sulla cresta dell’onda – forse raggiunta troppo in fretta per poter consolidare una posizione del genere – è il vuoto di prospettive e la mancanza di una proposta di respiro strategico per riformare l’Europa a condannarlo a sgonfiarsi altrettanto rapidamente. Il che succederà inevitabilmente – pensate alla parabola di uno come Monti! – non appena Renzi dovrà fare i conti con quella governance europea che forse immagina di riuscire a conquistare con la stessa facilità, superficialità e disinvoltura con cui si è impadronito, gli uni dopo le altre, di primarie, partito, governo ed elettorato. Ma là, invece, c’è la “scorza dura” dell’alta finanza, che Renzi non si è mai nemmeno sognato di voler intaccare, ma che non è certo disposta a concedergli qualcosa che vada al di là di un sostegno formale e simbolico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’).

Ma come Grillo sta lasciando dietro di sé, in modo forse irreversibile, perché non facile da prosciugare, un mare di macerie (la politica trasformata in pernacchia, come Berlusconi l’aveva, prima di lui, e aprendogli la strada, trasformata in barzelletta e licenza), così anche Renzi lascerà dietro la sua prossima quanto inevitabile parabola, altri danni irreversibili: danni alla democrazia e alla costituzione; danni al diritto del lavoro e alle condizioni dei lavoratori, precari e non (se ancora, di questi ultimi, ce ne sono); danni alla scuola, alla sanità, al welfare, alle autonomie locali (che da sindaco non ha mai difeso dal patto di stabilità); danni a quel che resta della macchina dello Stato, smantellandone i capisaldi in nome del risparmio e dell’efficienza; danni al sistema delle imprese e dei servizi pubblici, messi in svendita per fare cassa; danni all’ambiente con la moltiplicazione di Grandi opere e Grandi eventi che nella mitologia del PD dovrebbero rilanciare l’economia e, soprattutto, danni alla tenuta morale della cittadinanza, messa per la terza o la quarta volta alla prova di una politica fondata sulle apparenze.

Di fronte a questo panorama, di cui l’elettorato non potrà evitare di prendere atto in tempi stretti, i risultati della lista L’altra Europa con Tsipras rappresentano un piccolo ma importante episodio di resistenza; perché in quella lista, e in nessun’altra proposta di livello nazionale, è contenuto il nucleo di un’alternativa possibile e praticabile alla perpetrazione di politiche destinate a portare allo sfascio l’intero continente, Germania compresa. Certamente i numeri di quella lista non sono esaltanti, anche se lo sono quelli di alcuni dei suoi partner europei. Però sono il frutto di un lavoro di conquista, voto per voto, consenso per consenso, impegno per impegno, che ha coinvolto migliaia di sostenitori delle più diverse provenienze, che non avevano certo come obiettivo finale o esclusivo il risultato elettorale.

Ma che proprio sperimentando, almeno in parte, e non senza molte contraddizioni, forme nuove, o profondamente rinnovate, di condivisione e di coesione, fondate su nuove pratiche, sono ben determinati ad andare avanti lungo la strada appena intrapresa. E non ciascuno per conto suo, o facendo ricorso alle proprie appartenenze, ma tutti insieme, aprendosi a quel mondo di delusi, di arrabbiati, di abbandonati, di incerti che la crisi del movimento cinque stelle e il mutamento antropologico del PD si stanno lasciando e continueranno a lasciarsi dietro le spalle.

In questa piccola affermazione, i voti di preferenza raccolti da due capolista come Barbara Spinelli e Moni Ovadia, che hanno messo il loro nome, la loro faccia e un mare di fatica a disposizione del progetto per rappresentarne il carattere unitario, sono una importante dimostrazione di quella spinta a un radicale rinnovamento delle proprie identità che fin dall’inizio è stata la cifra di quella nostra intrapresa. In pochi anni, sotto la guida di Alexis Tsipras, Syriza, da piccola aggregazione di identità differenti si è fatta partito di governo. Dunque, si può fare. Quel nome nel simbolo della lista non è stato messo per caso.

Expò, Milano e Pisapia. Alcune considerazioni sul “grande evento”

Ma Pisapia sarebbe stato eletto sindaco di Milano se in campagna elettorale avesse detto che non avrebbe fatto l’Expò? Questa domanda, fondamentale per discriminare due culture contrapposte, è stata posta da Gad Lerner verso la fine dell’incontro su Expò e corruzione promosso dalla lista L’altra Europa con Tsipras, che si è svolto a Milano giovedì 15 maggio, alla presenza dello stesso Pisapia, di Sergio Rizzo, Gerardo Colombo e Curzio Maltese. La mia risposta è stata: SI’.

Pisapia è stato eletto, sull’onda di quella mobilitazione straordinaria per partecipazione entusiasmo e creatività che aveva accompagnato l’insediamento di altri sindaci come De Magistris, Zedda e Doria, e che era stata alimentata dalla campagna e dal successo dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua, dei servizi pubblici locali, contro il nucleare e il “conflitto di interessi”. Pisapia era stato eletto per porre fine alle malefatte di Letizia Moratti, il sindaco che l’aveva preceduto. E tra tutte quelle malefatte – che sono tante – la peggiore è senz’altro l’Expò: il progetto di un “Grade evento”, occasione di un impegno pluriennale in una serie di cosiddette “Grandi Opere”, che, come la stragrande maggioranza delle Grandi opere, non aveva e non ha nessuna giustificazione razionale se non quella di distribuire commesse e incassare tangenti per tenere in piedi un “modello di sviluppo” – in realtà un comitato di affari impregnato di corruzione e di rapporti con la mafia – che per anni, sotto le precedenti amministrazioni, aveva già devastato la città e il suo hinterland. Si badi bene: le tangenti sono una conseguenza – un epifenomeno – e non la causa di questo modello. Se ci fossero solo le tangenti, il territorio e le comunità che lo abitano non ne riceverebbero danni irreparabili. Il vero danno sono le Grandi opere in quanto tali, la devastazione del territorio e delle relazioni sociali nelle comunità che lo abitano; e il modello di businness di cui sono espressione, che è fondato sull’indifferenza per le esigenze delle comunità locali, sul comando di banche e finanza, sul subappalto del subappalto, che apre le porte alle mafie, sul precariato – e ora anche sul lavoro gratuito – che hanno fatto dell’Expò un vero laboratorio dell’Italia e dell’Europa che vuole Renzi – e, ovviamente, sulla corruzione. E i Grandi eventi, concentrato di Grandi opere, sono il compendio di tutto ciò. Leggi tutto “Expò, Milano e Pisapia. Alcune considerazioni sul “grande evento””

Uber: multinazionali e mobilità del futuro

Uber è una multinazionale del trasporto passeggeri creata da Google e finanziata da Goldman Sachs, due delle maggiori potenze economiche del capitalismo finanziario del nostro tempo. Come tutte le società di questo tipo, Uber risponde al modello di business e di impresa imposto dalle forme attuali del capitalismo: una “testa” finanziaria transnazionale e una rete di subappalti che generalizzano il precariato in tutte le sue forme, cioè sia come lavoro dipendente che come lavoro autonomo o come impresa. Uber non ha struttura né personale, se non un numero limitato di manager che gestiscono i suoi affari nei diversi paesi in cui opera. Per il resto, utilizza uno stuolo di avvocati per combattere in tribunale chi si oppone al suo business, squadre di programmatori messi a disposizione da Google, i gestori delle carte di credito e poi, da un lato, tante imprese o di singoli operatori di noleggio con conducente (NCC), nella posizione di fornitori del servizio nella versione Uber Black, cioè lusso, con tariffe superiori a quelle dei taxi, da un lato; e qualsiasi persona disposta a mettere a disposizione se stessa e la propria auto, per poche ore, pochi giorni o tutto il tempo, nella versione economica (Uber pop), con tariffe concorrenziali nei confronti dei taxi.

Nel primo caso Uber non assume nessuna responsabilità sulle condizioni (salario, orario, sicurezza, regolarità) alle quali vengono assunti gli autisti delle società di NCC. Nel secondo, chiunque può diventare un operatore di Uber e il controllo sulla sicurezza dei veicoli e dell’autista è interamente affidato alla discrezionalità della società capofila; cioà Uber stessa. Anche per quello che riguarda le tariffe, non esiste alcun controllo pubblico. Vengono determinate da Uber, nella versione pop, con un compenso riconosciuto all’autista di 48 centesimi al minuto, misurati sul cellulare dell’autista, se si degna di farlo. Nella versione Black, la tariffa è del tutto discrezionale, tranne che per alcuni percorsi fissi. In entrambi i casi, a riscuotere la tariffa, tramite prelievo dalla carta di credito del cliente, è Uber. Per questo Uber non è, come pretende di essere, un mero intermediario tra domanda e offerta di spostamenti, né tantomeno, un mero algoritmo immateriale, ma un vero e proprio fornitore di servizi. Che però non è soggetto alle regole a cui tutti gli altri devono sottostare.
Di fatto, con questo modello di business, l’obiettivo di Uber non può essere che l’occupazione di tutto lo spazio del trasporto a domanda urbano ed extraurbano, e il raggiungimento, con un dumping reso possibile dalla sua potenza finanziaria, di una posizione monopolistica in ogni città. Perché, una volta espulsi tutti i taxisti e gli operatori indipendenti di NCC, questo permetterà a Uber di imporre ai passeggeri le condizioni che vorrà. Si tratta in altre parole di un progetto di privatizzazione e di deregolamentazione totale del trasporto a domanda, senza nemmeno ricorrere a un passaggio di mano, ma semplicemente minando dal basso le condizioni operative dello stesso. Leggi tutto “Uber: multinazionali e mobilità del futuro”

I PUGNI IN TASCA

Il primo a parlarne – anzi a twittarlo – è stato Matteo Renzi: vado in Europa per battere i pugni sul tavolo. Perché? Perché inverta rotta rispetto alle politiche di austerità. Barbara Spinelli gli aveva subito risposto a nome della lista L’altra Europa con Tsipras: battere i pugni sul tavolo non vuol dire niente; bisogna avere un progetto chiaro su che Europa si vuole e il PD non ce l’ha; per questo continuerà a “navigare” a rimorchio delle Larghe intese (Merkel-Schultz) tedesche ed europee.

Quei pugni Renzi non li ha battuti: ha supplicato la Merkel di concedergli uno 0,2 (zerovirgoladue) per cento in più nel rapporto deficit/pil rispetto a quello che la Commissione europea ha deciso che ci spetti: il che gli avrebbe forse permesso di trovare una piccola copertura meno aleatoria per il suo bonus da 80 euro, ma non certo di cambiare politica economica (i famosi “compiti a casa”: Renzi ha assicurato la Merkel che li avrebbe fatti da solo) e meno che mai di togliere il cappio del debito dal collo del nostro paese. Infatti, mentre Renzi piativa quello 0,2 per cento in più, la Merkel gli ingiungeva di cominciare a pensare al Fiscal Compact: cioè alla restituzione di 50 miliardi di debito all’anno, da aggiungere ai quasi 100 di interessi che già paghiamo. Renzi ha fatto finta di non sentire e la Merkel, che conta sul suo appoggio dopo le elezioni europee, non ha, per il momento, insistito. Così tutto è tornato come prima e il governo, con il fido Padoan, ha continuato ad arrampicarsi sugli specchi (del Quirinale) per “salvare” non il paese, ma gli 80 euro che devono far vincere le elezioni al PD. Così quei pugni, invece che sul tavolo, sono rimasti in tasca, scivolando nel dimenticatoio come tutto quanto Renzi ha detto e fatto nel corso degli ultimi anni; sostituiti da nuove rocambolesche promesse.

A risollevare la bandiera dei pugni battuti sul tavolo, lasciata cadere da Renzi, ci ha pensato Beppe Grillo (anche in questo i due si assomigliano sempre più), immemore degli avvertimenti amichevoli di Barbara Spinelli. Lo ha fatto con una canzoncina abbastanza stupida e brutta, che diventerà il refrain del movimento Cinque stelle, accompagnata da una coreografia di gente che batte i pugni sul tavolo. Gente arrabbiata, come tutti noi (tranne quelli che con la crisi ingrassano). Ma dove portano tutti quei pugni, tutti quei tavoli e tutta quella rabbia? A niente, come tutto quello che dice e fa il movimento Cinque stelle. Quei pugni possono tranquillamente rimetterseli in tasca anche loro. In particolare in queste elezioni europee. Perché quel movimento in Europa non ha alleati né partner (siederà nel Parlamento da solo); non ha un candidato alla Presidenza della Commissione; non ha un programma per l’Europa (pensa solo a una sua affermazione nei confronti del PD in Italia); non ha coerenza di proposte né coesione interna (cosa resa evidente dalla emorragia di parlamentari che il movimento sta subendo; o imponendo); non sa nemmeno se vuole restare in Europa (chiedendo gli eurobond e una Banca che sia prestatore di ultima istanza) o uscire dall’Euro (il che non gli restituirebbe certo un prestatore di ultima istanza: la Banca d’Italia non lo è più dagli anni ’80). Ma si tratta di due alternative – posto che il ritorno alla lira abbia senso – che avrebbero comunque bisogno di un intero bagaglio di misure collaterali, tali da configurare due veri e propri programmi contrapposti: il ritorno alle sovranità nazionali e alle guerre commerciali da un lato; un vero governo federale, democraticamente eletto e fondato sulla solidarietà, dall’altro. Ma su entrambi i versanti l’elaborazione programmatica del movimento Cinque Stelle è prossima allo zero. Leggi tutto “I PUGNI IN TASCA”

UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE PER CAMBIARE L’EUROPA

Nella giornata internazionale per la Terra e di fronte all’ennesimo allarme lanciato dall’IPCC, che è un organismo dell’ONU, sulla minaccia che incombe sul pianeta per via dei cambiamenti climatici indotti dall’uso incontrollato dei combustibili fossili, gli uomini e le donne che governano l’Europa – la sua governance – hanno mostrato un encefalogramma piatto. Alla vigilia di una tornata elettorale che stabilirà la composizione del Parlamento e – forse – anche della Commissione europea, nessuno degli uomini e delle donne di punta di questa classe dirigente ha dato segno di ritenere la possibile fine della vivibilità sul nostro pianeta un argomento degno di attenzione, di riflessione, di decisioni. Non ci si può stupire, allora, che la medesima irresponsabilità, prodotta al tempo stesso da ignoranza, cinismo e opportunismo, quella classe dirigente la esibisca nei confronti di una crisi economica ormai in corso da più di sette anni, che sta devastando le vite di milioni di cittadini europei: in modo dirompente nei paesi più direttamente stremati dalle politiche economiche imposte dalle autorità europee, come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo; in modo più selettivo, e solo per questo meno visibile, in tutti gli altri paesi, dove un numero crescente di lavoratori immigrati e nativi sostengono la crescita della produttività e della competitività con salari e condizioni di lavoro cinesi.

La verità è che quegli uomini e quelle donne non stanno lì per governare, ma per farsi comandare dall’alta finanza, che detiene il controllo dei debiti che loro hanno contratto a nostro nome e che in forza dei diritti del creditore impongono politiche che rispondono direttamente ai loro interessi. La fonte di legittimazione dei parlamenti e dei governi si è così spostata dal voto dei cittadini elettori (che non conta più nulla) a quello dei “mercati”, che sono poi un pugno di banche, di assicurazioni e di speculatori che controllano la finanza mondiale. Non sarà certo da tutti costoro che verranno indicazioni per salvare il pianeta dalla incombente catastrofe ambientale. Loro e i loro figli troveranno sempre un angolo della Terra dove mettere al sicuro i loro miliardi esentasse e dove perpetuare le loro vacanze. Quel trasferimento di poteri dai governi all’alta finanza non è stato però un processo “naturale” e inoppugnabile; è stato, e viene tuttora, alimentato in tutti i modi da leggi, provvedimenti e accordi che “politica” e finanza hanno concordato per confermarsi nei reciproci ruoli: non, come si dice, con un processo di “deregolamentazione”, bensì – come ben ha fatto notare Luciano Gallino – con il varo di sempre nuove regole, leggi e trattati, per garantire al capitale un potere incontrastato a livello globale.

Per questo volere una società diversa, più giusta e più compatibile con gi equilibri ambientali del pianeta richiede una sostituzione radicale della classe dirigente: a livello locale, nazionale, europeo e globale. Un obiettivo certo di grande portata e di lunga lena, ma che ci impone di cominciare a perseguirlo e a realizzarlo qui e ora. Quello che la ristrettezza di vedute di tutta la nostra classe dirigente, obnubilata dai compiti che l’alta finanza le impone giorno per giorno, non riesce a concepire, è la stretta interdipendenza tra la crisi ambientale di cui non vuole prendere atto, e la crisi economica – e sociale – di cui non fa che acuire le conseguenze catastrofiche con le misure che impone per affrontarla. Questa interdipendenza è invece immediatamente visibile in chi guarda al futuro invece di ostinarsi a riproporre un eterno presente che ci trascina verso il disastro: è la possibilità di difendere, sostenere ed espandere occupazione, redditi, servizi sociali, salute, istruzione, benessere, libertà, e persino un nuovo modo di lavorare, più conforme alle nostre attitudini e ai nostri talenti.Una possibilità che è indissolubilmente legata, insieme alla liberazione dalle catene del debito pubblico, a una radicale riconversione dell’apparato produttivo in direzione della sostenibilità ambientale; all’abbandono di produzioni che non hanno più mercato; o che lo hanno solo a condizione di un continuo sforzo di vendita per indurre i consumatori a comprare cose di cui non hanno alcun bisogno; o lo hanno solo facendo danno, e grazie al sostegno degli Stati, come le armi da guerra e molte delle Grandi opere devastanti in programma o in corso di realizzazione; o lo hanno solo se si riuscisse a competere con paesi che hanno salari un terzo o un quinto di quelli europei, sfruttamento del lavoro infantile, licenza di devastare l’ambiente e di escludere qualsiasi misura di sicurezza sul lavoro: che è ciò a cui, passo dopo passo, tendono le misure varate dai nostri governi – e dal governo Renzi con la velocità che lo contraddistingue – per sostenere una irraggiungibile “competitività” del sistema Italia. Questa stretta interdipendenza tra le risposte da dare alla crisi economica e quelle alla crisi ambientale rendono finalmente attuale l’utopia concreta che Alex Langer aveva delineato venti anni fa: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.

La tutela dell’ambiente, a livello globale come a livello locale, richiede misure che incidono radicalmente sull’assetto sociale e istituzionale di governo dell’economia: non solo più giustizia ed equità nella ripartizione delle risorse a livello geografico – tra i diversi paesi – e a livello sociale – tra le diverse classi – ma anche e soprattutto autogoverno dei processi di produzione e distribuzione delle risorse: cioè riterritorializzazione al posto di globalizzazione. La rete ha reso possibile la circolazione istantanea dell’informazione su tutto il globo e sempre più, con la riduzione del digital divide, tra tutti gli abitanti della Terra; e le migrazioni hanno ormai trasformato ogni paese e città in entità multietniche, mettendo il tema della convivenza tra diversi al centro delle alternative politiche della nostra epoca; sono entrambi fatti positivi. Ma la “libera” circolazione planetaria delle merci e dei capitali – che si è tradotta in giganteschi processi di delocalizzazione delle attività produttive e in una corsa selvaggia alla competitività che azzera tutte le conquiste realizzate dai movimenti sociali e democratici degli ultimi due secoli e mezzo e in un’aggressione senza remore alle risorse del pianeta e all’integrità dei suoi equilibri – è la vera minaccia che incombe oggi sul tutti noi: sia sulla capacità della Terra di continuare a produrre e a rigenerare le risorse e gli equilibri ambientali necessari alla vita del genere umano che sulla possibilità di conservare i risultati e continuare a perseguire gli obiettivi di due secoli di lotte per la giustizia sociale e per assetti democratici sempre più avanzati.
Il tema della riconversione ambientale delle strutture produttive, sia a livello locale che planetario, va dunque messo al centro non solo di un programma di governo dell’Europa radicalmente nuovo, ma anche e soprattutto di processi di formazione di una nuova classe dirigente europea, capace di garantire a tutti i suoi cittadini e le sue cittadine un cambio di rotta radicale e permanente. Nel definire i primi passi di un processo di ampio respiro come questo i criteri a cui occorre ispirarsi possono essere sintetizzati in pochi punti dirimenti:

1. Non ci può essere vera capacità di governo senza capacità di ascolto. Gli attuali governanti europei, e soprattutto quelli italiani, non prestano più alcuna attenzione alle esigenze e alle aspettative del loro elettorato: prima delle persone, contano per loro le esigenze dell’economia che, nel contesto attuale, non sono che le disposizioni dell’alta finanza;

2. Il meccanismo attraverso cui si seleziona una nuova classe dirigente non può che essere quello della partecipazione. Partecipazione alle lotte, alle iniziative di cittadinanza, alle campagne e alle battaglie politiche e culturali; non partecipazione alla vita asfittica di aziende o autoreferenziale di partiti trasformati in trampolini di lancio per carriere e per indebite appropriazioni;

3. Non si parte da zero. Diffusa sul territorio c’è già un’ampia varietà di competenze professionali e di capacità di autogoverno sviluppate sottotraccia in tutti i paesi europei da centinaia di migliaia di cittadini e di lavoratori e lavoratrici in anni di emarginazione dai centri di potere e da ruoli istituzionali. Una nuova classe dirigente deve saper valorizzare queste competenze diffuse di ordine sia tecnico che sociale. Senza mettere al lavoro e valorizzare quello che tutti i cittadini hanno imparato o possono sapere – soprattutto attraverso un reciproco interrogarsi in contesti di condivisione – per il fatto stesso di vivere o di lavorare in un determinato ambito territoriale non è possibile far emergere né sottoporre a verifica nuovi approcci ai problemi economici e sociali con cui superare l’attuale situazione di stallo e di involuzione della politica e della società;

4. Combinare insieme competenze tecnico-scientifiche e saperi che derivano dalle esperienze condivise dei cittadini e delle cittadine che intendiamo rappresentare è l’obiettivo che ci ha spinto a presentarci alle prossime elezioni sotto le insegne della lista L’altra Europa con Tsipras. I nostri candidati e i nostri parlamentari saranno assistiti, già durante la campagna elettorale e soprattutto una volta raggiunto il Parlamento europeo, sia da team di intellettuali e di esperti che appoggiano la nostra lista, organizzati in base alle rispettive competenze professionali o disciplinari, sia dalle associazioni e dai comitati che l’hanno promossa o che si aggiungeranno ad essa nel corso del tempo. E’ questo un sistema che coniuga la democrazia rappresentativa e quella partecipativa. Sarà il modello di un modo di operare destinato a investire poco per volta tutti gli ambiti in cui ci proponiamo di combattere gli attuali assetti economici e sociali dell’Europa e le loro conseguenze sulle nostre vite e i nostri affari quotidiani. I nostri parlamentari non governeranno l’Europa dei prossimi cinque anni, né saranno forse decisivi per stabilire chi debba farlo. Ma metteranno all’ordine del giorno problemi e soluzioni vere, il resto è affidato alle lotte sociali che si svilupperanno in tutto il continente;

5. C’è, anche tra le nostre file chi queste cose non le ha ancora capite e non cerca di praticarle, continuando a riprodurre una logora riproposizione delle proprie identità perdenti e perdute. Per questo le linee di demarcazione tra chi è con noi, chi è contro di noi e chi va conquistato a una nuova prospettiva sono interamente da ridisegnare nel modo più aperto e solidale.

Intervento al convegno nazionale sul lavoro della lista L’altra Europa. Nova Milanese, 11 maggio

Che cos’è il lavoro nella società dominata dal capitalismo finanziario? Dobbiamo riconoscere che il predominio ormai assoluto della finanza ha cambiato profondamente i tratti fondamentali del capitalismo stesso e con essi quelli del lavoro. Il lavoro tende sempre di più ad essere assimilato a un’impresa, unico soggetto che ha cittadinanza legittima nel mondo d’oggi: un’impresa, ovviamente, individuale.
In base ai principi e alla prassi del pensiero unico e del liberismo imperante, nei rapporti tra lavoratori assimilati a imprese individuali deve vigere la piena concorrenza: ogni lavoratore deve considerarsi in competizione con tutti gli altri per accaparrarsi un posto di lavoro – o un lavoro – o per realizzare un progresso di carriera a spese dei suoi colleghi o compagni; o per difenderlo a spese degli altri se sono in vista dei licenziamenti o dei ridimensionamenti produttivi. Questa competizione di tutti contro tutti è il rovesciamento integrale del principio di solidarietà su cui è stata costruita l’intera storia del movimento operaio. Di qui l’obiettivo di abolire la contrattazione generale e, se possibile, anche quella aziendale, per sostituirla con una contrattazione individuale: da impresa a “impresa”.
L’ideologia con cui si giustifica questo rovesciamento è quella del merito: chi progredisce, o anche semplicemente non arretra, lo fa perché è più meritevole degli altri; chi resta o precipita in fondo è responsabile della propria condizione. I favoritismi, in questa concezione, sono solo una riprovevole eccezione a questa regola universale. Ma chi giudica del merito? La gerarchia preesistente: il capo, il manager, il padrone, la banca, il partito, l’amministrazione, ecc. Una gerarchia che non può per definizione essere stata costruita in base al merito: la gerarchia precede il giudizio sul merito.
Per questo l’ideologia del merito è in realtà un meccanismo di promozione del servilismo e dell’accondiscendenza: va avanti, o non resta indietro, chi si conforma maggiormente alle pretese della gerarchia: la competizione universale di tutti contro tutti, trasferita dall’impresa al mondo del lavoro, è la promozione universale del servilismo e della rinuncia alla propria dignità. Per questo la parola d’ordine “Indignatevi” e la rivendicazione della propria dignità sono le premesse esistenziali e culturali di ogni processo di riscatto.
La trasformazione del lavoro in impresa e del lavoratore in imprenditore di se stesso non riguarda solo l’universo sempre più ampio del lavoro precario, delle partite Iva, vere o false che siano, delle collaborazioni, dei contratti a termine, ma investe lo stesso lavoro dipendente a tempo indeterminato (quando ancora c’è), dove ogni lavoratore viene messo in competizione con gli altri all’interno della stessa impresa e valutato in base al “capitale umano” di cui è detentore.
Ma gran parte di quel “capitale” non è individuale; è il frutto della cooperazione; e si dissolve irrevocabilmente quando le maestranze si disperdono, come sta accadendo in tutte le imprese che chiudono, delocalizzano, licenziano o sospendono la produzione per periodi prolungati.
Questi processi di competizione e di precarizzazione investono ovviamente anche il mondo delle imprese: scompaiono i grandi agglomerati produttivi, che erano grandi concentrazioni di lavoro e di lavoratori, sostituiti da una rete mobile, aleatoria e sempre più delocalizzata di fornitori e subfornitori che dipendono da un unico centro di comando multinazionale, sempre più finanziarizzato. Quei fornitori e subfornitori possono essere sostituiti in ogni momento. Il lavoratore viene così esposto a una duplice precarietà: quella relativa ai suoi rapporti con l’azienda che lo occupa o che ne è il committente, e quella relativa al rapporto dell’azienda con la supply-chain, la catena di subfornitura, in cui è inserita.
Questo crea una gigantesca dispersione del lavoro tra ruoli, imprese, catene di subfornitura e soprattutto territori, paesi e continenti diversi. Il che rende pressoché impossibile la sua ricomposizione di fronte a una controparte comune, che sfugge sempre di più alla possibilità di aprire un conflitto nei suoi confronti. L’indebolimento del lavoro rispetto al capitale e allo Stato, e la stessa crisi di adesioni che le organizzazioni sindacali attraversano in tutto il mondo, sono una delle principali conseguenze di questo processo.
Una ricomposizione politica, e prima ancora sociale e culturale, ma anche esistenziale, del lavoro non può quindi svilupparsi che a livello territoriale (senza per questo trascurare nessuna altra strada, comprese quelle già battute del sindacalismo conflittuale). Ma è sul territorio che si possono ricomporre i rapporti diretti tra lavoratori appartenenti a filiere produttive differenti o non direttamente intrecciate, tra lavoratori più o meno stabili e lavoratori precari, tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è nativo e chi è immigrato, tra i loro familiari, ecc.
Un sindacato che si limita alla difesa dei lavoratori sul posto di lavoro, anche se lo fa in forma rigorosa – e non è questo che succede nella maggioranza dei casi – è strategicamente perdente. Anche il tentativo di mettere insieme lavoratori stabili e precari su basi esclusivamente sindacali è destinato all’insuccesso. I tentativi della Fiom in questa direzione si avvantaggiano del fatto che sotto la sua tutela convive sia quasi tutto ciò che resta della grande e media impresa industriale, sia quei grandi serbatoi di precariato che sono i call-center, inclusi, non si sa perché, nel settore metalmeccanico. Ma questo non è bastato per unire in un solo fronte di lotta lavoratori “fordisti” e precari “postfordisti”.
Per questo la Fiom fin dalla manifestazione del 16 ottobre del 2011 ha cercato di farsi anche “soggetto sociale” tra altri soggetti sociali e promotrice di una loro aggregazione. Purtroppo questa indicazione strategica ha avuto un percorso molto accidentato e controverso a livello nazionale (l’accusa è naturalmente quella di voler “farsi partito”), ma anche pochissimi tentativi di traduzione a livello locale: cioè territoriale, là dove si gioca veramente la partita.
Riterritorializzare il conflitto ma soprattutto il progetto di difesa del lavoro e di promozione di un diverso indirizzo economico e produttivo richiede il coinvolgimento di tutti i soggetti presenti sul territorio: oltre al sindacato, le associazioni di cittadinanza, il volontariato, le università e i centri di ricerca, il mondo della scuola e della cultura, le comunità etniche e religiose, la piccola imprenditoria; ma, soprattutto, il governo locale. Un coinvolgimento su un progetto concreto, definito innanzitutto – ma non, ovviamente, in modo esclusivo – su basi territoriali, a partire dalle risorse naturali, umane e tecnologiche presenti sul territorio, che mettano al centro del programma la compatibilità e la sostenibilità ambientale.
Tutto ciò, per cominciare, a partire dalla rivendicazioni di interventi drastici nei confronti della aziende che chiudono, si ridimensionano o delocalizzano. Non è più possibile continuare ad affidare le loro sorti al governo, che interviene con un “tavolo”, per lo più fittizio, impegnato a trovare per ciascuna azienda una nuova proprietà (un nuovo “padrone”) e un nuovo “piano industriale”, anch’esso per lo più fittizio.
Questi piani di riconversione, compresi gli obiettivi di mercato, devono essere elaborati, per lo meno nelle loro linee generali, dalle forze presenti sul territorio e diventare oggetto di vertenze specifiche che le coinvolgano nella loro interezza, mettendo in campo tutte le competenze tecniche, scientifiche e sociali disponibili – e sono molte – presenti sul territorio, o anche altrove, senza escludere la requisizione degli impianti, o il loro esproprio, se si rendono necessari.
Non è un progetto di autogestione della fabbriche abbandonate da parte delle loro maestranze: con poche eccezioni quelle maestranze non hanno né la forza né la capacità di farsi carico di un progetto così ambizioso, anche quando sanno che l’alternativa è la disoccupazione. Occorre che a farsene carico sia la comunità di riferimento nel suo insieme – grande o piccola che sia – attraverso processi di partecipazione diretta al governo – o al co-governo – del territorio e della sua base produttiva.
La riconversione ecologica è questa: sostenibilità ambientale delle produzioni, perché sono le uniche che hanno un futuro in un mondo che sconterà in misura crescente e sempre più rapida il deterioramento ambientale e climatico. Ma anche, e soprattutto, riterritorializzazione delle produzioni e degli sbocchi di mercato – nei limiti, ovviamente della fattibilità – contro la corsa al sempre peggio indotto dalla competizione universale di tutti contro tutti e dalla globalizzazione. Ma anche partecipazione, cioè democrazia da basso – integrata e non contrapposta – agli istituti della democrazia rappresentativa.
Per questo la cosiddetta green economy esprime una visione parziale della riconversione; guarda ai prodotti e ai processi produttivi, ma non alle forme di comando e, soprattutto, non alla valorizzazione delle risorse naturali, umane e tecnologiche dei territori. E a volte sogna la trasformazione del territorio in un ambiente agropastorale e/o culturale (ma a scopo turistico), senza cogliere l’importanza di partire dal patrimonio produttivo che c’è e che rischia l’abbandono, aumentando la dipendenza da chi ancora produce e inquina in modo tradizionale.
C’è un nesso diretto tra le misure che il nostro raggruppamento propone per cambiare radicalmente l’Europa – condono e/o mutualizzazione del debito pubblico, riforma del sistema bancario, lotta al dominio della finanza, fine delle politiche di austerity – e i processi di riappropriazione del territorio e dei suoi beni comuni, a partire dai servizi pubblici locali e dal tessuto produttivo in crisi.
Questo nesso è la conversione ecologica: quei processi non sono possibili senza quelle misure; quelle misure non avrebbero alcuna efficacia se non vengono innescati anche quei processi; non si vincerà in Europa se quelle misure non verranno sostenute da lotte e iniziativa dal basso sempre più radicali nei territori; però questi conflitti devono avere anche l’effetto di attribuire peso crescente alla loro rappresentanza nelle istituzioni europee. E nel mondo.

Fare default non vuol dire lasciare l’euro

Dal 2009, anno in cui il premier Papandreou ha dovuto dare conto dello stato comatoso delle finanze della Grecia, che i governi precedenti avevano “nascosto” – ma che non era certo un segreto per chi l’aveva fatta indebitare fino al collo per vendergli le sue merci, le sue armi, i suoi mastodontici impianti per le olimpiadi, incassando poi anche gli interessi sui crediti concessi: Francia e Germania in testa – quel paese ha ristrutturato due volte il suo debito.

Cioè ha fatto due volte default, con il consenso – meglio sarebbe dire, su imposizione – della Troika e soprattutto del governo tedesco. Quei debiti sono anche il frutto della corruzione dei governi greci, come da noi sono il frutto di vent’anni di malgoverno italiano; ma in entrambi i casi quei governi sono stati tenuti in piedi proprio dagli Stati forti dell’Unione per continuare a fare i loro affari; e vengono tenuti in piedi anche adesso per spennare i cittadini dei paesi vessati dal malgoverno. Sono loro, non noi, a essere vissuti “al di sopra delle proprie possibilità”, come ci viene invece rinfacciato tutti i giorni, per attribuirci la causa di una crisi che solo loro hanno provocato.

In ogni caso, la ristrutturazione del debito greco era insufficiente e tardiva: qualche anno prima avrebbe potuto sortire un effetto; fatto in ritardo, e solo per rinviare un inevitabile crack, non ha certo risanato le finanze della Grecia, il cui debito ha continuato ad aumentare mentre il PIL precipitava. Però, in cambio di quel taglio, è stata imposta alla Grecia la svendita di tutte le imprese pubbliche e di tutti i beni comuni del paese (una cosa che i sindaci italiani, strangolati dal patto di stabilità interno, conoscono bene); senza con questo portare il minimo contributo alla riduzione del debito e della montagna di interessi che gravano su di esso.

In compenso il tessuto produttivo della Grecia è stato azzerato, migliaia di dipendenti pubblici e di lavoratori del settore privato sono stati licenziati, la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti, il salario di quelli rimasti e le pensioni sono state dimezzati, il servizio sanitario nazionale è stato ridotto all’osso, le medicine sono sparite, la mortalità infantile è raddoppiata, Università e televisione pubblica sono state chiuse (restano aperte solo quelle private), milioni di inquilini sono stati sfrattati, gran parte della popolazione è alla fame e si nutre con i doni o le svendite degli agricoltori che portano in città i loro prodotti invenduti, oppure frugando nei cassonetti della spazzatura e così via.Però i ricchi non sono mai stati così bene: non pagano le tasse e vivono con i profitti dei capitali esportati. Leggi tutto “Fare default non vuol dire lasciare l’euro”