Ventuno organizzazioni

Ventun organizzazioni del Nord e del Sud del mondo (in Italia Fairwatch), in rappresentanza di oltre 200 milioni di persone, hanno sottoscritto e un appello in 10 punti che indica le misure per evitare che i cambiamenti climatici in corso raggiungano un punto di non ritorno. E’ un appello alla mobilitazione contro la convocazione da parte del Presidente dell’ONU Ban Ki Moon di un Vertice sul clima il 23 settembre a cui ha invitato solo leader politici e manager del big business, con una scarsa e compiacente delegazione di associazioni ambientali, per avallare uno “scippo” della lotta ai cambiamenti climatici da parte di chi vuole usare questa emergenza planetaria per fare business, con misure e politiche non vincolanti, a carattere privatistico, che mirano solo al profitto e sono sicuramente inefficaci.
Se i dieci punti della dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras, integrati e specificati in un work in progress tutt’ora in corso, hanno offerto ai promotori, ai sostenitori e agli elettori della lista L’altra Europa – ma anche a chi ha guardato a questo progetto con interesse, anche se non l’ha votato – un punto di riferimento per collocare in un contesto europeo l’iniziativa delle forze antagoniste alle politiche di austerity, questi nuovi “dieci punti” possono ora permettere a tutti di riconoscersi e di partecipare a uno schieramento di ampiezza e di respiro planetari. Ritroviamo in questo appello molti dei punti sinteticamente presenti nel manifesto da cui è nata la Lista L’altra Europa; oltre a promuovere e sostenere una mobilitazione su un tema di vitale importanza per il futuro di tutti e quasi scomparso dall’agenda dell’establishment italiano, europeo e mondiale, occorre ricondurre e far vivere quegli obiettivi di carattere globale nel vivo dell’iniziativa politica locale e quotidiana.
Le rivendicazioni di questo appello sono state definite sulla base delle acquisizioni dell’IPCC, la commissione scientifica dell’ONU che studia i cambiamenti climatici, ma in essi troviamo intrecciati temi ambientali, economici, sociali e istituzionali, che è l’approccio che caratterizza il progetto L’altra Europa.
I primi tre punti dell’appello rivendicano impegni vincolanti (cioè sanzionati): a) a contenere le emissioni annue climalteranti a 38 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 entro il 2020, per impedire che la temperatura del pianeta aumenti di più di 1,5 gradi; b) a lasciare sotto terra o sotto il fondo dei mari almeno l’80 per cento delle riserve fossili conosciute; c) a mettere al bando tutte le nuove esplorazioni ed estrazioni di combustibili fossili (e di uranio), comprese, a maggior ragione, quelle effettuate con il fracking e il trattamento delle sabbie bituminose; d) a soprassedere alla costruzione di nuovi impianti di trattamento e trasporto dei fossili, compresi i gasdotti. Si tratta di rivendicazioni agli antipodi delle politiche energetiche dell’UE e della Strategia energetica nazionale (SEN) adotta dall’Italia. Ma sono obiettivi impegnativi anche per un movimento come la lista L’altra Europa, che ha fatto della conversione ecologica un pilastro del suo programma e ha candidato un esponente di punta del movimento NoTriv. Non c’è molto da discutere, insomma, per fare un esempio, su progetti come quello estrattivo di Tempa Rossa (in Basilicata) e il suo complemento nel raddoppio della raffineria Eni di Taranto; o come il gasdotto transadriatico (TAP) che, dopo l’approdo in Puglia, dovrebbe attraversare e scassare tutta la penisola. C’è piuttosto da discutere su come presentare questo obiettivo al pubblico (cosa non facile, dato il silenzio che circonda il tema dei cambiamenti climatici), su come organizzare la necessaria mobilitazione, su come inquadrarlo in un programma generale di riconversione energetica.
Il quarto punto riguarda la promozione delle fonti energetiche rinnovabili (FER) in forme sottoposte a un controllo pubblico o comunitario (cioè “partecipato”). Occorre ricordare che circa l’80 per cento della potenza fotovoltaica installata in Italia è stata assegnata a grandi impianti e che i relativi incentivi – i più alti del mondo – sono andati quasi solo a beneficio di un’alta finanza che nulla ha a che fare con la generazione energetica diffusa. Ma lo stesso vale per molte altre FER. La politica energetica del paese va rivoltata “come un calzino”.
Il quinto e il sesto punto impegnano: a) a promuovere la produzione e il consumo locali di beni durevoli, evitando di trasportare da un capo all’altro del mondo quello che può essere fabbricato in loco; b) a incentivare la transizione a una produzione agroalimentare di prossimità. E’ qui che la conversione ecologica, promuovendo una riterritorializzazione dei processi economici attraverso accordi di programma tra produzione e consumo (il modello, seppur in mercati per ora di nicchia, sono i gruppi di acquisto solidale: GAS) rappresenta una vera alternativa alla globalizzazione dei mercati dei beni fisici: quella che esige una competizione sempre più serrata in una gara al ribasso di salari, sicurezza sul lavoro e protezioni ambientali. Sono rivendicazioni che si riconnettono alle lotte contro la delocalizzazione di fabbriche e impianti, al movimento territorialista che su questi temi ha al suo attivo, soprattutto in Italia, una corposa elaborazione, e alla spinta verso una nuova agricoltura biologica, multicolturale, multifunzionale e di prossimità. Qui sta anche la principale differenza che separa la conversione ecologica dalla mera adozione di politiche “keinesiane” di sostegno alla domanda con incrementi di spesa pubblica (in infrastrutture e servizi) e incentivi al consumo (detassazione dei redditi bassi e rottamazioni) finanziati in deficit. In un mercato globalizzato una maggiore domanda non si traduce necessariamente in aumenti di offerta e occupazione nello stesso paese, se non è ancorata a una progettualità diffusa e differenziata in base alle esigenze e alle caratteristiche dei diversi territori; il che richiede anche nuove forme di democrazia partecipata e di autogoverno.
Il settimo e l’ottavo punto riguardano l’obiettivo “rifiuti zero” (centrale nei territori massacrati da criminalità ambientale e malgoverno), un’edilizia a basso consumo energetico e un trasporto di persone e merci con sistemi di mobilità pubblici e condivisa.
Il punto nove raccomanda la creazione di nuova occupazione finalizzata alla ricostituzione degli equilibri ambientali, sia nel campo delle emissioni climalteranti che in quello dell’assetto dei territori. Sono le “mille piccole opere” in campo energetico, nella manutenzione dei suoli, nei trasporti, nell’edilizia e in agricoltura in cui dovrebbe articolarsi un piano di lavori pubblici per creare subito un milione di posti di lavoro in Italia e sei milioni in Europa rivendicato da molte organizzazioni.
Il decimo punto impegna a smantellare industria e infrastrutture militari per ridurre le emissioni prodotte dalle guerre e destinare a opere di pace le risorse risparmiate. Non ci sono solo gli F35 da bloccare (cosa sacrosanta); c’è tutta l’industria e l’occupazione belliche da riconvertire: le opportunità di impieghi alternativi non mancherebbero certo.
L’appello prosegue indicando le cose da evitare: a) la mercificazione, la finanziarizzazione e la privatizzazione dei servizi forniti dall’ambiente (cioè tutta la cosiddetta “green economy”, quella che dà un prezzo alla Natura); b) i programmi misti pubblico-privato come REDD (che dovrebbe contrastare deforestazione e degrado boschivo) e altri simili, finalizzati solo a creare nuove occasioni di profitto; c) le soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi ambientali (qui l’elenco è lungo e sicuramente discutibile: geoingegneria, OGM, agrocombustibili, bioenergia industriale, biologia sintetica, nanotecnologie, fracking, nucleare, incenerimento dei rifiuti); d) le grandi opere inutili: si citano dighe, autostrade, grandi stadi (e noi possiamo aggiungere TAV, MOSE e quant’altro); e) il libero commercio e i regimi di investimento che minaccino il lavoro, distruggono l’ambiente e limitano la sovranità economica dei popoli: possiamo tradurre questo punto in TTIP e TISA.
In conclusione l’appello invita a individuare e denunciare le vere radici dei guasti che incombono sul pianeta: il modello industriale di estrazione crescente di risorse, il produttivismo per il profitto di pochi a scapito dei molti (cioè il capitalismo e un modello di crescita illimitata), che vanno sostituiti con un nuovo sistema che persegua l’armonia tra gli umani, connetta la lotta ai cambiamenti climatici ai diritti umani e offra protezione ai più deboli: soprattutto migranti e comunità indigene. Questo modello industriale – conclude il documento – non è più sostenibile; occorre redistribuire la ricchezza oggi controllata dll’1 per cento della popolazione e ridefinire il benessere, che deve riguardare tutte le forme di vita, riconoscendo i diritti della Natura e di “Madre Terra”.

Il mondo in cui ci troviamo

Molte delle minacce che incombono sul nostro pianeta – e di cui poco si parla – sono già fatti. Innanzitutto la data che renderà irreversibile un cambiamento climatico radicale e devastante si avvicina. A questo vanno aggiunte tutte le altre forme di inquinamento e di devastazione, sia a livello globale che locale, che lasceranno ai nostri figli e nipoti un debito ambientale ben più gravoso dei debiti pubblici su cui politici ed economisti si stracciano le vesti. Governi e mondo manageriale hanno per lo più cancellato il problema dalla loro agenda: la green economy promossa a quei livelli non è un’alternativa al trend in atto, ma una serie scollegata di misure, spesso dannose, che ne occupano gli interstizi. L’Italia, che ha una strategia energetica (SEN) recepita dal governo Renzi, ne è un esempio: ha impegnato cifre astronomiche nelle fonti rinnovabili a beneficio quasi solo di grandi speculazioni che devastano il territorio, ma dentro un piano energetico incentrato su trivellazioni e trasporto di metano in conto terzi. E’ una visione miope che distrugge, insieme all’ambiente, anche l’agognata competitività, e chiude gli occhi di fronte al futuro.
Viviamo ormai da tempo in stato di guerra: l’Italia – ma non è certo un’eccezione – è già impegnata con diverse modalità, tutte contrabbandate come “missioni di pace”, su una decina di fronti. Ma questi interventi, che non sono mai guerre dichiarate, alimentano un meccanismo irreversibile: si armano o sostengono Stati o fazioni per combatterne altri o altre, che poi si rivoltano contro chi le ha armate in un alternarsi continuo dei fronti che non fa che allargarli. Dal conflitto israelo-palestinese alla guerra tra Iraq e Iran, dalla Somalia all’ex Jugoslavia, dalle due guerre contro l’Iraq all’Afghanistan, e poi all’Algeria, alla Libia, alla Siria e di nuovo all’Iraq, e poi in Ucraina, l’establishment dell’Occidente ha ormai perso il controllo delle forze che ha scatenato. E’ difficile riconoscere coerenza a scelte (ciascuna delle quali ha o ha avuto una sua “logica”) che messe in fila testimoniano la mancanza di una visione strategica. Il soffocamento o la degenerazione di molti processi nati da rivolte popolari contro miseria e dittature sono il risultato di una mancanza di alternative alla diffusione del caos che la “democrazia occidentale” – ormai identificata con il dominio feroce dei “mercati”, cioè con una competitività universale – non è più in grado di prospettare e che le forze antagoniste a questo sistema non sono ancora capaci di proporre.
Entrambi quei trend sono destinati a produrre un crescendo continuo di profughi, sia ambientali che in fuga da guerre e miseria, destinati a sconvolgere la geopolitica planetaria. Già ora, e da anni, paesi come Pakistan, Siria, Giordania, Libano, Iraq, Turchia, Tunisia, sono costretti a ospitare milioni di profughi, molti dei quali si riversano poi – e si riverseranno sempre più, a milioni e non a decine di migliaia – in Europa. Pensare di affrontare questi flussi con politiche di respingimento è non solo criminale, ma del tutto irrealistico. Ma avere milioni di nuovi arrivati da “ospitare”, con cui convivere per molto tempo o per sempre, a cui trovare un’occupazione, evitando di innescare in tutto il paese focolai di infezione razzista (e di reclutamento per milizie del terrore) rende addirittura risibili le politiche economiche e sociali di cui dibattono i nostri governi, tutte calibrate sui decimi di punto di PIL. E’ un dato che dovrebbe in realtà ridefinire in tutta Europa le politiche relative a scuola, sanità, abitazione, lavoro e cultura: i temi su cui noi stiamo riflettendo, mobilitandoci o cercando di lottare.
Molti di quei focolai accesi dalle strategie, o dalla mancanza di strategia, dell’Occidente nel corso degli ultimi decenni (Ucraina, Medio Oriente e Maghreb), poi trasformatisi in incendi, rischiano anche di interrompere l’approvvigionamento energetico dell’economia europea. Le conseguenze potrebbero essere deflagranti sia per la produzione che per le condizioni di vita e la mobilità. Ma anche in questo caso la governance europea non va più in là del giorno per giorno.
Di fronte a scenari come questi si evidenzia tutta la miopia delle politiche dell’Unione messe in atto con l’austerity, il fiscal compact, gli accordi come TTIP e TISA, l’eterna melina sul coordinamento delle politiche degli Stati membri. Qui tuttavia una strategia chiaramente perseguita c’è: mettere la finanza pubblica con le spalle al muro: non per “liberalizzare”, ma per privatizzare tutto l’esistente: imprese e servizi pubblici, beni comuni, territorio, ma anche esistenze individuali e percorsi di vita; mettere con le spalle al muro il lavoro, per privarlo di tutti i diritti acquisiti in due secoli di lotta di classe; instaurare il dominio di una competitività universale: non, ovviamente, tra pari, ma dove i più forti siano liberi di schiacciare i più deboli. Tuttavia anche in questo caso gli effetti vanno al di là del previsto: sono le stesse “teste pensanti” dell’establishment ad ammettere, anno dopo anno, che i risultati non sono quelli che si attendevano. Soprattutto ora che vengono al pettine contemporaneamente molti di quei nodi: deflazione, deindustrializzazione, disoccupazione, dipendenza energetica, guerre senza sbocco, disastri climatici, profughi. Ma non hanno vere alternative; e mettere toppe da una parte – cosa in cui Mario Draghi è maestro – non fa che aprire falle da un’altra.
Dunque un “piano B” non esiste. Dobbiamo lavorarci noi e questo deve essere l’orizzonte politico, e prima ancora culturale, di qualsiasi iniziativa, anche la più minuta, di cui ci occupiamo. Non lasciamoci scoraggiare dalla sproporzione delle forze e delle risorse: in sintonia con noi ci sono altre migliaia di organizzazioni sparse per il mondo (e forse un passo importante per cominciare a coordinarci a livello europeo è stato fatto con la lista L’altra Europa; e non è né il primo né l’unico); e poi, ci sono milioni o miliardi di esseri umani che hanno bisogno di trovare in nuove pratiche e nuove elaborazioni un punto di riferimento per sottrarsi a quel “caos prossimo venturo” di cui già sono vittime. La radicalità di un movimento, di un programma, di un’organizzazione, cioè la loro capacità di misurarsi con lo stato di cose in essere, si misura su questo sfondo: si tratta di sviluppare a trecentosessanta gradi il conflitto con il pensiero unico e con la cultura e la pratica della competitività universale e le sue molteplici applicazioni, per promuovere al loro posto le condizioni di una convivenza pacifica, egualitaria, democratica e solidale tra gli umani e con la natura.
E’ stata la globalizzazione a spalancare le porte alla competitività universale. Noi dobbiamo pensare e praticare nell’agire quotidiano alternative che valorizzino i benefici dell’unificazione del pianeta in un’unica rete di rapporti di interdipendenza e di connettività, ma in condizioni che non facciano più dipendere la sopravvivenza di alcuni dalla morte di altri, il reddito di alcuni dalla miseria altrui, il successo di un’azienda dalla rovina dei concorrenti, il mantenimento o la “conquista” di un lavoro dall’espulsione di chi ne resta escluso, la “ricchezza delle nazioni” (il PIL!) dalla miseria delle rispettive popolazioni.
Queste alternative riconducono tutte alla riterritorializzazione dei processi economici: non al protezionismo, che non è più praticabile senza subire ritorsioni devastanti; non al confino in ambiti economici chiusi con il ritorno a valute nazionali in competizione tra loro; non alla ferocia di identità etniche e culturali fittizie che ci mettono in guerra con chiunque non le condivida; bensì alla promozione ovunque possibile – e certamente non in tutti i campi e per tutti i bisogni – di rapporti quanto più stretti, diretti e programmati tra produttori e consumatori di uno stesso territorio, ridimensionando a misura dei territori di riferimento, ovunque possibile, impianti, aziende, reti commerciali e il loro governo. La trasferibilità del know-how a livello planetario ormai lo consente per molti processi, a partire dalla generazione energetica; il recupero dei materiali di scarto ci può rendere più indipendenti dall’approvvigionamento di materie prime; i servizi pubblici locali riportati alla loro missione originaria possono connettere un governo democratico e partecipato della domanda (di energia, alimenti, trasporto, di gestione del territorio, di cura delle persone, di promozione della cultura, dell’istruzione, dell’integrazione sociale) con misure di sostegno all’occupazione, di conversione ecologica delle attività produttive, di risanamento del territorio e del costruito. Si può così costruire, dentro il villaggio globale creato dalla circolazione dell’informazione e dall’interconnessione delle esistenze di tutti, le basi materiali di una vita di comunità ricca di relazioni. Una strada che è la base irrinunciabile di un progetto politico alternativo per Europa e per il mondo intero; che va imboccata e seguita in ogni situazione in forme differenti e specifiche; ma tutte insieme possono fornire dei modelli a chi decide di imboccarla.

La spending spiana comuni

Senza soluzione di continuità nel passaggio da Tremonti a Bondi e da Cottarelli a Gutgeld, e da Prodi e Berlusconi a Monti e da Letta a Renzi, la spending review sta planando come un avvoltoio su coloro che ne potrebbero essere i protagonisti, perché sono gli unici a sapere come stanno veramente le cose, e che invece ne sono le vittime: i dipendenti delle amministrazioni pubbliche. L’obiettivo più immediato sono i Comuni, con i quali si va a colpire la democrazia nel punto più vitale ma anche più esposto.
Vitale perché i Comuni incarnano la tradizione europea dell’autogoverno democratico a base associativa; perché i Comuni e le loro aggregazioni rappresentano la democrazia di prossimità e il possibile punto di applicazione di una democrazia partecipata; perché i Comuni sono tuttora i responsabili dei servizi pubblici locali, cioè di ciò che più direttamente condiziona lo svolgimento della nostra vita quotidiana.
Ma i Comuni sono l’oggetto delle brame di chi governa la spending review proprio perché i sevizi pubblici locali sono l’obiettivo di un saccheggio e di un meccanismo estrattivo messi in moto da un capitalismo che non è più in grado di garantire margini di profitto adeguati con l’investimento nell’industria.
E la forma giuridica della società per azioni (Spa), sia interamente pubblica che mista, cioè pubblico-privata — in cui si sono andati costituendo nel corso degli ultimi venti anni quasi tutti i servizi pubblici locali — rappresenta il primo stadio della privatizzazione. Gli affidamenti diretti (cioè senza gara: il cosiddetto in-house) di cui beneficiano li rende particolarmente esposti a questa aggressione.
Innanzitutto perché si tratta di un soluzione societaria incostituzionale e contraria alla normativa europea: gli affidamenti diretti non dovrebbero mai riguardare società di diritto privato che per loro natura perseguono il profitto, come le Spa. In secondo luogo, perché queste Spa sono state finora (le cose dovrebbero cambiare dal prossimo anno) una soluzione per collocare fuori bilancio costi e introiti di servizi che rientrano a pieno titolo nel conto del dare e avere dell’Ente che li controlla: infatti più di un terzo di quelle società censite sono in perdita permanente. In terzo luogo, perché grazie a questo meccanismo le Spa promosse dagli Enti locali (ma anche quelle promosse dagli Enti centrali) si sono moltiplicate per gemmazione: Spa create e controllate da altre Spa di origine pubblica, che ne svolgono una parte dei compiti in una catena di “esternalizzazioni” sempre più lunga; ma anche Spa preposte a funzioni lontane dai compiti istituzionali di chi le ha create. Cottarelli ne ha censite 10mila, ma secondo Ivan Cecconi, il massimo esperto italiano di questo obbrobrio, potrebbero essere oltre 20mila. In quarto luogo perché queste Spa sono un meccanismo corruttivo: assunzioni clientelari (né più né meno di quanto venga spesso imposto ai vincitori di appalti conquistati attraverso gare truccate: il clientelismo prospera non perché il gestore è pubblico, ma perché la mancanza di trasparenza sottrae gli affidamenti al controllo dei cittadini), gerarchia gestionale e consigli di amministrazione scelti tra il personale politico.
Questo spiega l’attaccamento di alcuni partiti a Giunte le cui decisioni contraddicono frontalmente gli impegni assunti con i loro elettori contro privatizzazioni, consumo di suolo o proliferazione di società, incarichi e consulenze. E’ un meccanismo di consolidamento del ceto politico che spesso tiene in vita partiti che non avrebbero altra ragione di esistere.
La spending review non si propone certo di “fare pulizia” in questo ginepraio, bensì di mettere i Comuni con le spalle al muro per costringerli a svendere ai privati (dietro a cui ci sono sempre più spesso banche e alta finanza) tutti i servizi pubblici, insieme a beni comuni di cui sono ancora in possesso. Saranno poi i privati a recuperare con speculazioni e aumenti delle tariffe i costi del servizio – ma anche i “margini” (cioè i loro profitti) — che i Comuni non sono in grado di coprire perché i trasferimenti dallo Stato si sono prosciugati e temono l’impopolarità se ad aumentare le tariffe fossero loro.
Ma privatizzare i servizi pubblici locali e consegnarli a una finanza sempre più lontana dalla popolazione di riferimento vuol dire privare i Comuni della loro ragion d’essere e trasformarli in enti inutili, fatti solo per allevare e selezionare i membri della casta; una democrazia priva di autonomie locali non è più tale e i sindaci che accettano di ridursi a estrattori di risorse dai loro concittadini, senza alcuna restituzione, si tagliano l’erba sotto i piedi.
Ci sono alternative a questa spirale? Sì. Innanzitutto in statuti comunali che dichiarino i servizi pubblici locali attività di interesse generale (e non commerciale). Poi nella trasformazione delle Spa in “aziende speciali”, per farli rientrare nel perimetro della Pubblica Amministrazione. A Napoli la trasformazione dell’Arin in ABC (Acqua Bene Comune) sembrava offrire un modello a questa transizione. Ma le ultime vicende dello statuto di ABC mostrano che senza una mobilitazione di massa e un fronte di “Comuni per i beni comuni”, tante volte promesso e mai realizzato, una transizione del genere rischia il soffocamento per il prevalere degli interessi dei partiti. Ma – si dice – ripubblicizzare le Spa non si può perché non c’è il denaro per riscattarne le azioni dai privati; ma il loro valore è legato a contratti di servizio fondati sull’affidamento in-house. Rivedere quei contratti introducendo condizioni più stringenti può privarle di gran parte del loro valore e persino rendere conveniente restituire le aziende ai Comuni.
In ogni caso, il solo fatto di mettere in campo progetti di conversione ecologica, di promozione dell’occupazione, di recupero di aziende altrimenti condannate alla chiusura può dare credibilità e basi solide a una contestazione radicale sia del patto di stabilità interna (quello che blocca la possibilità di investire per i Comuni), sia del patto di stabilità esterno (il fiscal compact) attraverso cui la finanza internazionale controlla, per il tramite della Commissione europea e della Bce, i governi e le politiche economiche degli Stati dell’Unione Europea, soffocandole. La conversione ecologica è un processo necessariamente decentrato, diffuso, differenziato, distribuito, capillare, che non può essere portato avanti senza il coinvolgimento della cittadinanza e dei governi locali; e per questo democratico.
Affidarla alla grande impresa (l’essenza di quello che chiamiamo green economy), come è stato fatto in Italia e altrove con le energie rinnovabili, è stato solo un modo per trasferire risorse da chi paga le bollette (tutti noi) a chi incassa gli incentivi (per l’80 per cento, grandi investitori finanziari, per lo più anche estranei al settore energetico).
Viceversa, nella generazione energetica, nell’efficientamento di edifici e aziende, nella gestione dei rifiuti, nel trasporto locale, nel servizio idrico integrato, le autorità locali, con il coinvolgimento della cittadinanza attiva, possono da un lato promuovere sistemi sostenibili di governo della domanda, dall’altro offrire sbocchi di mercato alla riconversione di aziende in crisi, eventualmente con soluzioni societarie e associative tra cittadini-utenti destinatari del servizio, aziende che lo erogano, governi locali e imprese fornitrici degli impianti, delle attrezzature e dei materiali necessari al soddisfacimento della nuova domanda.
Lo stesso vale per tutti quei servizi che rientrano nella vasta gamma del welfare municipale: nidi, scuole materne ed elementari, assistenza agli anziani e alle persone svantaggiate, integrazione degli stranieri, formazione, ecc. Anch’essi sono sottoposti, con la spending review, a un processo di privatizzazione attraverso l’esternalizzazione delle prestazioni lavorative con cooperative sempre più legate a strutture finanziarie di comando che “trattano” con le amministrazioni locali per conto di tutte. E anche in questo campo occorre ricostruire un processo democratico a partire dalla partecipazione alla loro gestione.

Renzi il giardiniere

L’irresistibile ascesa di Matteo Renzi ricorda Oltre il giardino, un film del 1979 con Peter Seller: un giardiniere semidemente esce dal giardino dove è rimasto rinchiuso per anni avendo come unico sguardo sul mondo la televisione; in poco tempo si conquista una posizione in società, fino a diventare consigliere della Casa Bianca – o, forse, Presidente degli Stati Uniti – grazie al fatto che non capisce quello di cui parlano le persone con cui entra in contatto, né loro capiscono lui. Parla e risponde con frasi insensate o con osservazioni fuori luogo che coloro che lo incontrano, sempre più in alto nella scala sociale, considerano osservazioni profonde o tremendamente innovative. In parte lo fanno per interesse (cercano un “uomo di paglia” dietro cui nascondere i propri affari); in parte per inettitudine (non hanno una comprensione del mondo molto maggiore della sua); in parte ripongono in lui le loro aspettative perché non hanno nient’altro a cui appigliarsi. Non sono ovviamente le doti del giardiniere a portarlo in alto, ma l’inconsistenza di coloro che di volta in volta lo sostengono, che non hanno più alcun orizzonte di senso a cui fare riferimento. Certo Renzi non è demente, ma si muove con la stessa logica di quel giardiniere: non risponde alle questioni che gli vengono poste, o ai problemi che gli pone la situazione del paese, ma parla d’altro e fa e fa fare altro ai suoi adepti; ogni volta rilanciando con qualche progetto, qualche promessa, qualche impegno che non hanno niente a che fare con ciò di cui gli si chiede di occuparsi: l’economia e l’occupazione precipitano e lui si occupa solo di stravolgere la Costituzione (si veda in proposito la lista, ancorché parziale, delle sue inadempienze, elencate da Salvatore Settis su Repubblica del 13.8). Ma Renzi piace – o è piaciuto finora – sempre di più proprio per questo, raccogliendo poco per volta anche l’adesione di chi fino a poco tempo prima lo avversava o lo riteneva del tutto inadeguato. Non è merito suo; è il frutto dell’inconsistenza dell’establishment che gli riconosce una credibilità che non ha alcun fondamento e che ha costituito intorno a quella figura da guitto il suo “partito della nazione”. Ma non si tratta di un fenomeno solo italiano (Renzi ha riscosso un credito immeritato anche in Europa), anche se in Italia quella mancanza di orizzonti, di prospettive, di respiro politico è più accentuata che altrove. La “fine della storia” teorizzata – e poi rinnegata – dal politologo Francis Fukuyama si è rivelata in realtà un ambiente dai confini invalicabili per le classi dirigenti – politiche, economiche e accademiche – immerse da decenni in un eterno presente senza passato né futuro, in cui si è rinchiuso quel pensiero unico che ha fatto dell’economia la religione del nostro tempo e del mercato il regolatore unico e insostituibile della vita economica, ma anche di ogni forma di convivenza umana. Perché il pensiero unico non è liberismo o “neoliberismo” in senso stretto (né la competitività che predica è libera concorrenza); è una dottrina che sostiene appropriazione e privatizzazione di tutto l’esistente (risorse naturali, beni e servizi, imprese, territorio, ambiente, facoltà e persino organi umani), ma sempre con il supporto dello Stato: per questo l’inconsistenza intellettuale, non solo italiana, di un ceto politico sempre più invadente non è un incidente o una deviazione da un percorso lineare che ha nel mercato il suo nume tutelare. E’ una componente essenziale di un meccanismo estrattivo di cui la crisi in corso ha ormai rivelato il carattere fondamentalmente predatorio.

Con il senno del poi possiamo ora rispondere in modo più convinto alla domanda posta nel 2008 dalla regina Elisabetta agli economisti della London School of Economics: “perché, con tutta la vostra scienza, non siete stati capaci di prevedere questa crisi?”. Non è stata solo, come avevano risposto i più intelligenti tra gli interlocutori della regina, l’eccessiva matematizzazione della disciplina ad averli allontanati dalla realtà. Non è un caso, tra l’altro, che anche chi la crisi l’aveva prevista, come l’economista Nuriel Rubini, si sia rivelato anche lui uno strenuo sostenitore di Renzi (dopo esserlo stato di Monti e di Letta). L’orizzonte culturale è sempre quello: crescita come unica prospettiva di senso (ma lo sanno anche gli asini che,anche se fosse possibile “riagguantarla”, la crescita è insostenibile, non può durare per sempre; e che il suo tempo è finito); e mercato, cioè “competitività”, da recuperare a qualsiasi costo (magari con qualche correttivo). Alla regina Elisabetta bisognerebbe allora rispondere: perché gli economisti mainstream sono ignoranti, corrotti e bugiardi. Sono ignoranti perché il pensiero unico di cui sono adepti fornisce una rappresentazione della realtà falsa, che non consente previsioni fondate né interventi appropriati, neanche ai valori privatistici a cui essi si ispirano. Sono corrotti perché, con poche eccezioni, sono o aspirano tutti a farsi “consiglieri del principe”; non per fornirgli strumenti di comprensione della realtà, ma per giustificare, di volta in volta, le sue scelte: quelle imposte dai “mercati” (che non sono “il mercato”, ma i pochi protagonisti dell’alta finanza che governano l’economia globalizzata). Sono bugiardi perché continuano a predicare cose in cui, tranne pochi stupidi, non credono affatto; e per fingere di crederci nascondono la testa sotto la sabbia. Chi di loro pensa veramente che “l’anno prossimo” l’Italia riprenderà a crescere? Eppure è anni che lo ripetono. O che il governo italiano potrà rispettare il fiscal compact? Eppure nessuno di loro osa metterlo in discussione. D’altronde sono i sacerdoti della “religione del nostro tempo”: che cos’altro attendersi da loro?

Non possiamo rimanere succubi di questa cultura. Occorre promuovere un radicale cambio di paradigma e riconquistare un’egemonia culturale che metta al centro non “i mercati” (quelli che “votano” governi, politiche economiche e ora anche riforme istituzionali, come dimostrano le prescrizioni di J. P. Morgan, pienamente accolte da Renzi, contro le costituzioni democratiche), ma gli obiettivi, gli strumenti e i conflitti necessari a una graduale conquista della capacità di autogovernarci in tutti i campi: non solo in quelli istituzionale, sociale e culturale ma anche quello ambientale e quello economico; il che significa riconfigurare il governo dell’impresa in senso democratico e partecipato e promuovere nella pratica quotidiana del conflitto la consapevolezza dell’ineludibilità di questo obiettivo (peraltro contestuale a una prospettiva di riterritorializzazione dei processi economici, alternativa sia al protezionismo leghista che alla competitività universale liberista).

E’ un programma di ampio respiro che non ammette i “due tempi” (subito gli interventi immediati per contrastare lo sfascio delle nostre esistenze imposte dall’austerity; poi una vera riforma della società). Senza egemonia culturale anche gli interventi più circoscritti sono privi di prospettiva e di forza e lasciano il campo libero alla dittatura del pensiero unico e alle sue applicazioni. Solo per fare due esempi: quanti avversari dell’austerity, nell’invocare una ripresa di politiche keynesiane, riescono ancora a inserire nelle loro proposte un rimando a obiettivi e prospettive di ampio respiro, ma sempre più attuali, come “l’eutanasia del rentier”, il dimezzamento dell’orario di lavoro, o la remissione del debito pubblico? Dovevamo aspettare un economista conservatore come Paolo Savona perché nella comunità economica italiana si cominciasse a prospettare una “rimodulazione” del debito? Oppure, per calarci nella pratica quotidiana, quanto veramente a fondo si è spinta finora la nostra critica della competitività universale come principio fondativo del pensiero unico? Siamo ancora capaci di mettere radicalmente in contrapposizione tra loro meritocrazia e solidarietà, selezione e cooperazione, appropriazione e condivisione, gerarchia ed eguaglianza? O è una prospettiva perduta per sempre, mano a mano che il pensiero unico si faceva strada non solo nel mondo accademico, in politica e nelle istituzioni, ma anche nel nostro modo di ragionare e persino nei nostri affetti? Con la conseguenza di lasciar campo libero ai sostenitori di Matteo Renzi: il “giardiniere” venuto dal nulla e destinato a ritornare nel nulla. Come Monti e Letta.

Europa in fiamme

Il fine ultimo della gestione della crisi economico-finanziaria sviluppatasi a partire dal 2008 e della gestione dell’austerità con cui, soprattutto in Europa, si è preteso di contrastarla (copiando dagli USA, che però quelle politiche le predicano ma non le applicano) era, ed è, una ulteriore riduzione delle quote di PIL destinate a lavoro, pensioni, sanità e istruzione e, soprattutto, la privatizzazione delle imprese e dei servizi pubblici, del territorio e dell’ambiente. Il tutto a beneficio della finanza internazionale, a cui era stato da tempo trasferito non solo una montagna di denaro pubblico, ma il diritto stesso di creare denaro attraverso il cosiddetto “divorzio” tra Governi e Banche centrali. In questo quadro si è sviluppata fino al parossismo una cultura di governo ragionieristica, attenta fino allo spasimo (politico) a centellinare le risorse dedicate al lavoro e al benessere delle popolazioni per proteggere i grandi interessi finanziari che hanno scatenato la crisi e che continuano a beneficiarne.
Quella cultura e quelle politiche da ragionieri, gestite dalle istituzioni dell’Unione Europea di cui i Governi degli Stati membri, soprattutto nella zona euro, sono meri esecutori, hanno aperto una voragine tra l’ideale dell’Europa unita e la difesa, sempre più debole, delle condizioni di vita della maggioranza dell’elettorato. Ma hanno reso anche assai meno attrattivo l’obiettivo di unirsi alla compagine europea per quelle nazioni che ne sono ai margini: vedere come l’Unione Europea strapazza il popolo greco, ma anche quelli italiano, spagnolo, portoghese, irlandese e ora anche francese (ma sempre più anche quelli degli Stati più forti) non è allettante. Sfumata quella della Turchia, le richieste di nuove adesioni, come quella del Governo ucraino, nascono più per non rimanere schiacciati dai conflitti generati dall’espansionismo della Nato (cioè degli Stati Uniti, verso cui l’Unione Europea mostra sempre più la propria sudditanza) che dall’attesa di qualche beneficio. Ma quella sudditanza è la conseguenza della cultura ragionieristica con cui viene governata l’Unione, che la rende muta e impotente di fronte all’esplodere di conflitti sempre più gravi ai suoi confini: Libia, Siria, Ucraina, Iraq, Israele e Palestina. Molti di questi conflitti, compreso uno nella stessa Israele, sono nati da rivolte popolari contro le politiche liberiste dei rispettivi governi, e sono poi stati schiacciati da guerre intestine promosse e alimentati da altri – o assorbiti dalla chiamata alle armi – perché non hanno trovato in Europa una sponda adeguata. Ora, mentre si moltiplicano i vertici sui decimi di punto di sforamento del deficit da concedere ai governi di paesi ormai al collasso per via di vincoli ben più sostanziosi imposti da debiti e trattati insostenibili che non vengono messi in discussione (una riedizione del dibattito sul sesso degli angeli che impegnava i governanti di Bisanzio mentre i Turchi la stavano espugnando), i territori che circondano l’Europa si infiammano. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire. Perché quei paesi in fiamme hanno molto peso nell’approvvigionamento energetico dell’Europa, e la potrebbero portare al collasso. Perché tutto il continente verrà investito sempre più da flussi di profughi di dimensioni bibliche: oggi si trova insostenibile l’arrivo di qualche decina di migliaia di derelitti, che pagano la loro fuga con un pesantissimo tributo di morte, senza rendersi conto che i profughi prodotti dalle guerre che ormai circondano l’Europa sono milioni; che milioni, e non migliaia, ne ospitano i paesi limitrofi: Turchia, Giordania, Iraq, Libano, come già Siria e Giordania ai tempi della guerra in Iraq; che prima o poi anche loro cercheranno un rifugio in Europa; e che i paesi a cui si vorrebbe affidare il compito di fermare quei flussi sono quelli che li alimenteranno sempre di più. Perché una quota crescente della popolazione europea è composta da nativi di paesi sconvolti da conflitti che non tarderanno a ripercuotersi anche qui, anche in forme violente, intrecciando e snaturando conflitti sociali inevitabilmente sempre più aspri. Perché guerra chiama guerra e senza strumenti per promuovere la pace (una politica estera di ampio respiro e risorse consistenti, umane, economiche e culturali) se ne finisce travolti.
La drammaticità del momento, che si somma al collasso degli equilibri economici su cui avrebbe dovuto reggersi il progetto europeo rende evidente che ci troviamo non alla vigilia, ma già nel bel mezzo di una svolta epocale che ci impone di affrontare, dentro la prassi quotidiana e dentro le lotte in difesa delle proprie condizioni di vita, una profonda revisione dell’orizzonte entro cui ci muoviamo: una revisione che riguarda innanzitutto i concetti di democrazia e di lavoro.
Due entità congiunte, come peraltro prevede l’articolo 1 della Costituzione italiana, ancorché discusso e varato in un contesto del tutto differente. Occorre elaborare e poi contrapporre al pensiero unico, che esalta la competitività, l’individualismo proprietario, il consumo come motore dello sviluppo, il merito come sanzione di una presunta superiorità di chi si è affermato (e il servilismo, che ne è la diretta conseguenza) una cultura nuova, che promuova la solidarietà, la condivisione, la sobrietà, la cura del prossimo, della natura e del vivente: tutte cose che costituiscono l’orizzonte di una rifondazione integrale della democrazia. Non è solo una battaglia culturale da affidare all’elaborazione teorica di pochi e all’intelligenza collettiva dei più; deve investire anche gli affetti e il vissuto quotidiano di tutti: là dove il pensiero unico è riuscito spesso a far breccia e ad annidarsi in ciascuno di noi senza che nemmeno ce ne avvedessimo. E’ un lavoro di scavo che richiede un reciproco interrogarsi e rimettersi in gioco, il cui esito non può che essere quella conversione ecologica di cui parlava Alex Langer. Un processo che investe contestualmente il nostro sentire, le nostre convinzioni, i nostri atteggiamenti, i nostri comportamenti soggettivi e le forme della partecipazione e del conflitto sociale per trasformare la strutture del contesto in cui operiamo, a partire da quello economico: che cosa produciamo, per chi, con che cosa, come e dove. Perché o la democrazia riesce a investire anche l’ambiente economico, l’impresa, la sua organizzazione, il suo mercato, il suo rapporto con il territorio e chi lo governa, o, se resta ai margini o al di fuori di queste cose, non ha più modo di esistere.
E’ solo facendosi protagonista di una lotta politica e culturale per queste forme di democrazia integrale che l’Europa, cioè i suoi popoli, possono offrire al resto del mondo, e innanzitutto a chi abita ai suoi confini, una prospettiva di pace e di solidarietà che ne faccia un modello. E che prospetti una strada per sottrarsi a quello stato di guerra permanente in cui si traduce ormai da tempo la convinzione che dall’Europa così com’è, dai suoi modelli di vita e dalla ferocia che esercita verso i suoi stessi cittadini non c’è niente da attendere e niente da riprendere.
Ma democrazia e lavoro si intrecciano inestricabilmente. Non il lavoro nelle forme coatte in cui esso si esercita oggi in tutto il mondo; cioè emarginando e deprimendo salute, vita, desideri, capacità e creatività di chi lo svolge – così come si devasta la natura e il vivente per ricavarne solo la millesima parte, e la peggiore, di quello che potrebbero dare – ma potenziando al massimo, attraverso conflitti, con cui recuperarla gradualmente per tutti, una capacità di autogoverno: sia sul territorio che all’interno delle imprese che sulle grandi questioni di indirizzo; in modo da rendere la creatività di ciascuno il vero motore di uno “sviluppo” radicalmente diverso. In questa dimensione un reddito di cittadinanza universale è oggi non solo un obiettivo unificante per le lotte dei precari e dei disoccupati, giovani e anziani, come dei lavoratori non più protetti dall’articolo 18, ma una condizione per poter imporre scelte progressivamente sempre più libere su come e dove lavorare, e per quanto tempo, e se sotto padrone o per proprio conto, e per fare che cosa; cioè per trasformare il lavoro in un’attività più libera. Che è ciò che approssima maggiormente, in un contesto in cui partecipazione e conflitto si intrecciano senza soluzione di continuità, la società che vogliamo e che abbiamo il compito di proporre a tutti.

Lavoro, democrazia, reddito. Una nuova visione

In queste materie così complesse e interrelate, partiamo dal lavoro, che è quello che interessa di più tutti i nostri potenziali interlocutori.
Ci sono tante realtà organizzate con obiettivi simili o analoghi ai nostri che non sono state coinvolte – o lo sono state solo marginalmente – nella nostra campagna elettorale. Solo per fare alcuni esempi: le Fiom locali (con quella nazionale abbiamo avuto qualche rapporto), il sindacato della CGIL servizi (che raccoglie molti lavoratori precari), i sindacati di base, molte RSU (in particolare quelle impegnate nella campagna contro la legge Fornero), i comitati di lotta (soprattutto nella sanità e nella scuola), le reti dei precari, molte organizzazioni studentesche (a livello nazionale i rapporti ci sono; a livello locale, non sempre), molte organizzazioni del terzo settore (cooperative sociali e associazioni), i lavoratori di molte delle aziende che chiudono, delocalizzano o si ristrutturano. Tutti i movimenti per la casa, a partire da quelli romani. Poi, la rete dei Gas e dei Des e altre esperienze di “altra economia”, gran parte dei centri sociali (molti sono oggi “astensionisti” e come tali non erano interessati a un rapporto con la nostra lista; ma non lo erano ieri, quando hanno partecipato alle campagne della “stagione dei sindaci” e potrebbero non esserlo più domani); situazioni di occupazioni esemplari come il Teatro Valle, il municipio dei Beni Comuni di Pisa, le Officine Zero di Roma, Ri-maflow e Remake di Milano, ecc., rimasti un po’ ai margini della nostra campagna, ma molto interessati ai contenuti che portiamo avanti. E ancora, associazioni ambientaliste come Energia Felice, Italia Nostra, Greenpeace, e Lega ambiente (a livello locale; a livello nazionale sembra ormai catturata completamente nella rete del PD); la associazioni animaliste. E poi tutti i comitati e i movimenti contro lo squasso del territorio: No-tav (Valsusa e Firenze), No-muos, No Dal Molin, No-triv, No-tem. No-Mose, No Grandi Navi, ecc. dove la lotta contro le grandi opere si combina con quella per una diversa gestione – e manutenzione – del territorio. Poi, tutti i comitati per una diversa gestione dei rifiuti. Infine, Libera (la campagna contro la povertà mette al centro temi come il lavoro e il debito, che riguardano direttamente i nostri lavori; associazioni e comitati come la campagna contro iI TTIP o come a SUD e tanti centri di ricerca o singole figure di studiosi a livello universitario.
Con tutti questi soggetti, qui elencati a titolo solo esemplificativo, dobbiamo cercare di aprire un confronto, soprattutto a livello locale e territoriale, da svilupparsi su due piani:
1. L’individuazione di obiettivi e la promozione di iniziative comuni;
2. Lo sviluppo di una elaborazione programmatica condivisa, anche partendo da posizioni distanti.
La nostra pratica deve cioè marciare di pari passi con una rifondazione radicale dei principi della democrazia, fondata sulla rivalutazione delle persone, sulla solidarietà contrapposta alla competitività, sulla partecipazione, su una riconsiderazione del lavoro alla luce della sua transizione da costrizione ad attività produttiva liberamente scelta. Dobbiamo riuscire a far marciare contemporaneamente l’iniziativa politica e l’approccio culturale.
In questo confronto dobbiamo praticare l’umiltà: non farne una campagna di reclutamento – né di singoli né di corpi organizzati – ma metterci su un piano di assoluta parità, anche per quanto riguarda le decisioni operative.
Come lista Tsipras abbiamo ovviamente poca esperienza da offrire (anche se molti di noi ne hanno accumulato, individualmente o in altre sedi, una quantità non indifferente) e una elaborazione programmatica ancora in gran parte astratta, perché non messa ancora a confronto con la pratica. Abbiamo però due atout da giocare:
1. La nostra appartenenza al GUE, la nostra rappresentanza parlamentare, la nostra presenza in Europa e il punto di riferimento che tutto ciò può offrire anche ai nostri interlocutori; in particolare per quanto riguarda la possibilità di collegarsi con altre realtà organizzate in Europa;
2. L’aver raccolto intorno alla lista L’altra Europa il meglio della intellettualità italiana: decine e decine di studiosi, scrittori, giornalisti indipendenti, registi, attori, musicisti, mentre con il regime, cioè con Renzi e Forza Italia, non è rimasta, per lo più, che una schiera di figure in gran parte asservite: un fatto particolarmente vistoso nel campo del giornalismo. Finora non abbiamo saputo valorizzare questo apporto, che è invece essenziale non solo per ricostruire su nuove basi una cultura della democrazia e del lavoro adatta ai nostri tempi, promuovendo un rapporto stretto e mai subalterno tra pratica politica, elaborazione intellettuale e creazione artistica; ma anche e soprattutto per gettare le basi di una egemonia culturale di respiro europeo. Non possiamo fermarci agli slogan né alle enunciazioni di principio. Questa nuova cultura, alla cui fondazione dobbiamo tutti partecipare, ciascuno con gli strumenti della propria pratica sociale, va elaborata scavando in profondità nel nostro vissuto e in quello di coloro con cui entriamo in contatto; consapevoli del fatto che la cultura della competitività – e dell’individualismo proprietario, del merito come sanzione di una presunta superiorità di chi si è affermato, del mors tua vita mea – cioè la quintessenza del pensiero unico, si è ormai inconsapevolmente radicata anche in atteggiamenti e in convinzioni di chi crede di esserne esente.
Ci sono comunque alcuni, necessariamente pochi, obiettivi o, meglio, temi che dobbiamo mettere al centro del nostro confronto con quasi tutte le forze che incontreremo nei prossimi mesi e anni, senza pretendere di essere noi a proporli, perché in molti casi la loro elaborazione è più sviluppata della nostra. In queste iniziative dobbiamo lavorare sia per sviluppare il tema-obiettivo nelle sue più minute articolazioni locali e in ogni sua possibile operatività immediata, sia avendo riguardo alla dimensione programmatica (e anche esistenziale) che esso comporta.
Il primo di questi temi-obiettivi è il reddito di cittadinanza, o reddito garantito (io aggiungo “incondizionato”: ovviamente nella sua dimensione programmatica). E’ la risposta più sentita – già ora – e più puntuale alla disoccupazione e alla precarietà; ma va definita e motivata ed eventualmente differenziata rispetto o ognuna delle ormai mille forme di esclusione e di precarietà di fronte a cui ci troviamo, compreso il lavoro di cura e le tante forme di impegno in campo artistico e culturale. Ma oggi, e soprattutto in prospettiva, rappresenta anche l’unica vera forma di tutela del lavoro a tempo indeterminato contro il ricatto del licenziamento: quella tutela ormai in gran parte erosa dal progressivo svuotamento dell’art. 18. Ed è, anche, la risposta alle esigenze dei disoccupati over 50 (che mai più troveranno un impiego in un contesto economico come quello attuale) dei quali i cosiddetti “esodati” sono solo una piccola parte. Insomma, può diventare – per ora non lo è – un obiettivo veramente unificante.
Ma accanto alle sue articolazioni rivendicative più o meno immediate il reddito garantito ha anche una dimensione prospettica: la trasformazione del lavoro da impegno coercitivo imposto con il ricatto della disoccupazione e della miseria ad attività liberamente scelta; a modalità di espressione della propria creatività e della propria socialità. Che è anche il modo per promuovere in una direzione non distruttiva le attività produttive e le forme della convivenza sociale – che è quanto oggi più approssima la caratterizzazione della società che vorremmo.
Il secondo tema è la lotta contro la legge Fornero: non va sottovalutato né il disastro che questa legge e la sua logica hanno imposto (la chiusura degli accessi lavorativi alla nuove generazioni; la condanna ai lavori forzati di una generazione ormai logorata dal troppo lavoro; un calo netto della produttività e dell’efficienza del sistema connesso al perpetuarsi di abitudini lavorative consolidate e alla difficoltà di introdurre e valorizzare nuovi saperi e nuove tecnologie). Ma questa lotta, che trova già oggi un interlocutore decisivo nell’assemblea autoconvocata di oltre 400 RSU, ha anche il significato emblematico di opporre la forza dell’evidenza a quella contrapposizione tra gli interessi dei giovani “non tutelati” e quelli degli anziani “troppo protetti”, che oggi viene usata per legittimare l’erosione di tutte le tutele. Il rapporto tra le generazioni, tra figli disoccupati e “a casa” e padri e madri che li sostengono con il loro lavoro, con le loro pensioni, con le loro attività sostitutive del welfare pubblico deve costituire un tema fondamentale della nostra immagine pubblica e di una serie di iniziative di riconquista di un rapporto più organico con le nuove generazioni.
Il terzo tema-obiettivo è la conversione ecologica: che dovrebbe innanzitutto articolarsi nei confronti delle lotte contro la manomissione del territorio e soprattutto nei confronti delle aziende che chiudono, ristrutturano o delocalizzano. Quest’ultimo è il fronte più difficile da affrontare, sia per noi che per i lavoratori che stanno per perdere o hanno perso il loro posto di lavoro. La reazione più naturale è quello di aggrapparsi alla continuità produttiva nella speranza che un nuovo padrone – o un nuovo “piano industriale” – ottenga quei risultati che il mercato e la gestione ordinaria non sanno più garantire. Ma non è così: molte produzioni ordinarie, in Italia e in Europa, ma anche nel mondo, non hanno avvenire, o fanno solo danno; mentre molte altre sono necessarie e urgenti, ma non trovano chi se ne faccia carico. E a farsene carico non può, in linea di massima, essere un “nuovo padrone”, ma una modalità completamente nuova di governance dell’impresa; che non può essere solo “autogestione” (i lavoratori non possono e per lo più non vogliono farsi carico da soli della loro azienda); bensì una soluzione che affianchi al management o a una sua parte le maestranze, l’associazionismo che rappresenta il territorio, le risorse tecniche della ricerca e, ove possibile il governo locale. Perché il problema principale è garantire sbocchi sicuri alle nuove produzioni e questo non può essere fatto, in linea di massima, che attraverso una progressiva riterriteritorializzazione del sistema produttivo; in cui i servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti, energia, gestione del territorio, edilizia pubblica, welfare locale) possono giocare il ruolo di cerniera tra nuove produzioni e governo – partecipato – della domanda. E’ questo che distingue la cosiddetta green economy (che è ricerca del profitto in settori dall’impatto ambientale, vero o presunto, minore) dalla conversione ecologica (che mette invece in gioco le modalità di governo della transizione). Anche qui si tratta di abbinare tra loro una prospettiva generale che va costruita senza salti in avanti, una decisiva battaglia culturale condotta a misura dei diversi interlocutori a cui ci si rivolge, e una capacità di intervento in situazioni puntuali, puntando sul coinvolgimento delle comunità e del territorio. Tenendo conto del fatto che in molte lotte contro la dismissione di impianti o lo squasso del territorio si costituiscono le premesse per forme di solidarietà e di ricostituzione di nuove iniziative di cui la lotta della Valle di Susa è forse oggi l’esempio principale.
Insieme a quello delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, i campi abbinati della manutenzione del territorio – contro il dissesto edilizio e idrogeologico – e quello di una nuova agricoltura ecologica, multicolturale e multifunzionale, di prossimità e di piccola impresa, sono quelli che offrono maggiori prospettive di occupazione ai programmi di riconversione ecologica.
Ovviamente tutti questi temi-obiettivi richiedono risorse e investimenti: il che radica nel contesto della quotidianità e delle lotte in corso la nostra battaglia contro il debito, l’austerità, il fiscal compact e le politiche di aggressione ai servizi pubblici, sottraendola in parte al rischio di rimanere un tema astratto.

“Lo spettro di un altro soggetto politico”

Scambio di corrispondenza pubblicato dal manifesto martedì 7 luglio tra Luigi Fasce e Guido Viale

LUIGI FASCE

Secondo Viale, lo spettro in questione deve inquietare noi suffragette/i “del “nuovo soggetto politico” nuovo” o “costituente della sinistra” invece che il neoliberismo egemone.

Per evitare il terrificante spettro, Viale propone un modello di “cosa” politica di sinistra, sulla base delle ottime esperienze di “Comitato Beni comuni” e “Acqua Bene comune”, certo con la necessità di “strumenti di coordinamento e di comunicazione migliori”.

Dunque, abbiamo come comitati Tsipras a livello territoriale abbiamo contribuito alla elezione di tre deputati nel parlamento europeo. Tre parlamentari che assieme ci scrivono lettere di apprezzamento in cui manifestano il loro sostegno politico ed economico per esortarci a proseguire nel percorso iniziato con la Lista per un’altra Europa con Tsipras.

Dunque i nostri rappresentanti nel Parlamento Ue ci chiedono di continuare. Ce lo chiedono anche i rappresentanti legali della Lista ? Chi sono ? Forse Viale è uno di questi ?

I rappresentanti legali della Lista Tsipras quale collante ideologico pensano di dare a questa nuova forza politica ? Confido ispirati alla Costituzione italiana ! Ma con quale modello organizzativo?

Dai proprietari attuali il logo-contrassegno elettorale deve passare di mano e diventare patrimonio degli iscritti del nuovo partito e del suo, pro tempore, legale rappresentante democraticamente eletto. Nell’ultimo ventennio c’è stata la moda del partito non solo leaderistico ma del padrone per statuto del logo che rappresenta il Partito alle elezioni, con Pannella precursore, poi Berlusconi, Di Pietro, infine Grillo.”. Certo questa appropriazione indebita è stata possibile perché all’art.49 della Costituzione in ben trenta anni di governi di centro-sinistra e con un fortissimo PCI all’opposizione, di disegno di legge attuativo dell’art.49 mai nemmeno l’ombra in Parlamento.

Viale quando scrive “…evitando strutture pesanti e difficili da ridimensionare “ lascia supporre la scelta del tipo di modello organizzativo, temo, sul tipo di quello Radicale di Pannella, composto da tante associazioni autonome, nazionali e/o periferiche, nessuna delle quali può incidere sul potere decisionale del Partito di cui Pannella, senza nemmeno ricoprire la carica di segretario, per atto notarile, è l’unico proprietario del “contrassegno elettorale” per l’uso del quale occorre la sua approvazione. Non abbiamo bisogno di un Partito volatile ma per durare. Abbiamo bisogno di un partito che esprima compiutamente la rappresentanza del Popolo della sinistra. Partito che si possa presentare alle prossime elezioni a tutti i livelli, comunali, regionali politiche.

L’enigma di chi sarà il padrone del “contrassegno elettorale” e del tipo di organizzazione che si vuole attuare spero venga sciolto il 19 luglio p.v.

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GUIDO VIALE:

Luigi Fasce, Comitato Tsipras Genova, non mi piace il tono acido di questa lettera. Il mio scopo era intervenire in modo propositivo in un dibattito in corso. Intanto preciso: non ho proposto un “Comitato Beni comuni” (in realtà si chiama Costituente), né l’azienda speciale Acqua Bene Comune di Napoli come modelli di una “cosa”, leggi partito, di sinistra. Ho menzionato queste esperienze come esempi di una fattiva collaborazione tra intellettuali vicini alla lista L’altra Europa e le iniziative di lotta che le hanno promosse. Inoltre, ho sempre sostenuto che l’associazione titolare del logo della lista, di cui faccio parte, non è un organo politico, non può convocare riunioni, produrre documenti, prendere decisioni che non attengano strettamente a questioni amministrative. L’associazione non è padrona di alcunché, meno che mai dell’organizzazione politica. Anzi, è per ora titolare di un debito di 25-30mila euro (esattamente non si sa, perché stanno arrivando molte multe per affissione abusiva) di cui i suoi soci sono responsabili in solido, e che spero venga ripianato con ulteriori contribuzioni volontarie. Anche io, come tutti, sono e sono stato fin dall’inizio favorevole, quale che ne fosse l’esito elettorale, al proseguimento dell’esperienza nata con la lista. Ho cercato di spiegare come: mettendo al centro i contenuti programmatici che ho esposto nel mio articolo – che rispecchiano i 10 punti della lista – e articolando il nostro percorso per gruppi tematici di intervento, confronto e riflessione, ovviamente coordinati a livello locale e nazionale. In questo concordo con queste conclusioni dell’assemblea ACT del 29 giugno: “Prima ancora che concentrare il dibattito collettivo sulla costituente di un nuovo soggetto politico è invece necessario praticare la sinistra, dare corpo al percorso comune con un’agenda di lotta e iniziativa, campagne tematiche nazionali ed europee, spazi fisici sui territori e pratiche di mutualismo, formazione e solidarietà attiva. La priorità non è la precipitazione organizzativa, ma il precipitarsi sui territori. Non il soggetto politico organizzato, ma lo spazio pubblico dell’alternativa, non una costituente ma una piattaforma d’azione”. Dunque, lo spettro di cui parlo è quello di chi mette l’organizzazione, o il partito, o la sua “costituente”, davanti ai compiti politici che ci aspettano.

Guido Vial

Quale Europa?

Quale Europa vogliamo noi della lista L’altra Europa con Tsipras? L’abbiamo detto e scritto molte volte: vogliamo un’Europa democratica, federalista, solidale, ecologica, inclusiva, pacifica. Ora – ma in parte abbiamo già cominciato a farlo nei mesi scorsi – dobbiamo articolare questo programma.

Democratica: vogliamo una vera costituzione dell’Unione europea, con un governo a base parlamentare, autonomo dai poteri dell’alta finanza e in grado di definire le linee fondamentali della politica economica, sociale, ambientale e culturale; e vogliamo anche preservare l’impianto fondamentale della costituzione italiana e fermare la progressiva erosione dell’area di applicazione della democrazia promossa dal governo Renzi e da quelli che lo hanno preceduto. Ma siamo consapevoli che la democrazia rappresentativa non è più un ordinamento sufficiente a garantire i diritti della persona che sono andati maturando nel corso del secolo scorso se non viene affiancata e integrata da forme di democrazia partecipativa, capaci di investire progressivamente tutte le aree della vita quotidiana: a partire dal lavoro, ma senza trascurare i servizi pubblici, locali e non, l’ambiente, la gestione del territorio e dei beni comuni, la cultura, la salute, l’istruzione e tutto il resto. La democrazia partecipativa (e queste osservazioni valgono anche per il dibattito sulla democrazia all’interno della nostra aggregazione) non è democrazia diretta; ammette la delega, sia con vincolo di mandato che senza, purché il mandato sia revocabile in ogni momento; non prevede, nella misura del possibile, votazioni a maggioranza se non sugli ordini del giorno delle riunioni e richiede un impegno diretto di chi vi partecipa – la cittadinanza attiva – alla gestione delle iniziative, delle lotte o delle attività nei confronti delle quali si esercita. La partecipazione diretta della cittadinanza attiva alla gestione di una risorsa, di un servizio o di una attività, o la rivendicazione condivisa di questa partecipazione, è ciò che li definisce come beni comuni.

Federalismo non deve essere inteso come un rapporto tra Stati, ma come una rivalutazione radicale dei poteri e delle autonomie locali; innanzitutto quelle dei Comuni o delle unioni o associazioni di piccoli Comuni (di ciò che chiamiamo il “territorio”), che sono la componente dell’ordinamento statuale più vicino ai cittadini e in cui è più facile – o meglio, meno difficile – dare vita a forme di democrazia partecipativa.
Solidale vuol dire che gli Stati, le nazioni e i paesi membri dell’Unione devono condividere oneri e responsabilità di un processo orientato all’equilibrio e alla parità di condizioni tra tutti; alla condivisione dei costi e dei benefici del cammino comune; in particolare, occorre perseguire la condivisione dei debiti pubblici, il livellamento dei tassi di interesse e dell’imposizione fiscale, una distribuzione equa degli investimenti comuni. Questo approccio include anche, seppure in forme meno dirette, la solidarietà nei confronti delle altre aree geografiche del pianeta e di tutti gli altri paesi del mondo, a partire da quelli rimasti ai margini dei benefici – ma non dei costi – dello sviluppo industriale ed economico. Ma solidarietà vuol dire anche e soprattutto giustizia sociale all’interno di ogni paese e area geografica; redistribuzione del lavoro, del potere contrattuale, del reddito, degli oneri fiscali, dell’istruzione, dei presidi sanitari; insomma, dei diritti. Senza escludere la solidarietà nei confronti di tutto il vivente e della natura (la “madre Terra”). Ma anzi, facendone un punto centrale del nostro programma.

E’ questo infatti il quadro di riferimento di ogni progetto ecologico, che deve fare i conti con quella “seconda natura” in cui da tempo è collocata l’umanità: non solo quindi con la natura prodotta dall’evoluzione geologica della crosta terrestre e da quella biologica del vivente, ma anche con quella nostra “natura” che è stata prodotta dalla rivoluzione industriale, dall’avvento dei materiali di sintesi, dalla proliferazione dei prodotti e dei rifiuti – solidi, liquidi e gassosi – generati dalla civiltà dei consumi. Perché in essi e con essi le leggi che presiedono al mondo del vivente – e alla vita umana su questa Terra – continuino a poter operare pienamente e si possa ritrovare un equilibrio fra questi due mondi – quello “naturale” e quello “artificiale” – che restituisca al primo le condizioni per non essere soffocato dal secondo. Tutto ciò riguarda tanto gli impegni dell’Unione europea nel campo delle convenzioni internazionali da cui dipende la salvaguardia degli equilibri climatici e l’integrità dei mari, dei suoli, delle acque della biodiversità, ecc. – un terreno da cui l’Unione, dall’inizio della crisi, si è progressivamente disimpegnata – quanto la difesa di ogni singolo territorio dall’inquinamento locale e dalla manomissione dei suoi assetti.
Inclusiva significa che l’Europa deve cessare di essere vissuta e governata come una “fortezza” sotto assedio da parte di una ”armata” di profughi e migranti alla ricerca di condizioni di vita migliori o addirittura della propria sopravvivenza. In un’Europa solidale, che pratica la giustizia sociale e ambientale, ci deve essere posto per tutti; anche perché l’emarginazione, la clandestinità, la discriminazione razziale – anche quella non più fondata su basi biologiche, ma culturali, che in parte l’ha sostituita; e soprattutto quella che si esercita in forme sempre più marcate contro i poveri e la povertà – sono calamite che non fanno che produrre più emarginazione, più clandestinità, più razzismo, più povertà: in una spirale che ha il suo punto di approdo in uno stato permanente di belligeranza senza sbocchi. L’accoglienza pone invece le premesse per un diverso rapporto con le popolazioni, e a volte anche con le istituzioni, dei paesi di origine dei profughi e dei migranti; un rapporto che può facilitare la composizione dei conflitti che ne hanno determinato l’esodo, o una circolazione di competenze e di relazioni che possono arricchire sia i paesi di origine che quelli di arrivo. Ma l’inclusione vale anche nei confronti di tutte le minoranze e di tutte le forme di diversità e di scostamento dalla norma – che, messe tutte insieme, costituiscono ormai da tempo la vera maggioranza sociale e una condizione permanente di ogni territorio – che interpella innanzitutto, prima di mettere sotto accusa idee e comportamenti altrui, le nostre concezioni e il nostro stile di vita quotidiano.

Pacifica non può voler dire solo impegnata a garantire la pace al proprio interno mentre ai suoi confini imperversano i conflitti più sanguinari – e più pericolosi per la sopravvivenza stessa del genere umano. Vuol dire mettere l’Europa in condizione di poter avere un ruolo attivo nella composizione dei conflitti armati altrui; specie quelli che sono il prodotto più diretto di una difesa oltranzista – e, alla fine, suicida – dei propri interessi, come quelli determinati dalla corsa al controllo delle riserve petrolifere, o quelli alimentati da un’esportazione di armi che risponde esclusivamente alla logica del “business is business”. A livello locale, un’Europa pacifica deve significare attenzione verso tutte quelle attività economiche che in vario modo concorrono ad alimentare quei conflitti armati; e capacità di proporre soluzioni di conversione ecologica per quelle imprese e quella occupazione che ne dipendono.
Ora se queste o altre considerazioni simili rappresentano un primo livello di esplicitazione del nostro programma, è chiaro che la sua ulteriore articolazione non può procedere in forma deduttiva – entrando sempre più nei particolari per una sorta di logica interna agli enunciati fondamentali – ma solo in forma induttiva: mettendo questi principi alla prova dei fatti nei territori o negli ambiti di intervento di ciascuna delle aggregazioni locali che a livello nazionale fanno capo alla nostra lista (o ex-lista). Ma per farlo bisogna evitare di chiudersi in se stessi quasi fossimo un’entità autosufficiente o anche solo parzialmente compiuta, mentre occorre il massimo di apertura del nostro operare: in due direzioni.

Innanzitutto, nel corso della breve esistenza di questo progetto non abbiamo raccolto – sia in termini di adesioni attive che di consenso – che una piccola parte di quel fervore di attività che contraddistingue da anni il nostro paese e che lo rendono assai più vivo e ricco di buone pratiche e di importanti esperienze in termini di analisi, di progettualità e di elaborazioni programmatiche di quanto si riscontra in altri paesi europei, dove pure il conflitto sociale è stato ed è più visibile e più facilmente inquadrabile in termini politici. E’ con queste realtà che ogni nucleo, o nodo, o comitato locale della nostra aggregazione deve cercare di confrontarsi e di prendere iniziative comuni. Per farlo, più che di assemblee generali – locali, o generali, o nazionali – che rischiano di rimescolare sempre le stesse carte, occorre che ci organizziamo, innanzitutto a livello locale, per gruppi di lavoro o per commissioni tematiche. Per fare qualche esempio: difesa del territorio; lotta contro le grandi opere e i grandi eventi (che ne è una specificazione, ma anche un tema assai più complesso); Costituzioni (europea e italiana) e istituzioni (leggi elettorali, poteri locali, patti di stabilità interni ed esterni, TTIP); conversione ecologica del tessuto produttivo e delle aziende in crisi; questione energetica; altra economia (GAS, DES, cooperative sociali, fabbriche occupate, luoghi di socializzazione alternativi, ecc.); diritti e conflitti del lavoro; precariato; pace, ecc. Ma si possono ipotizzare suddivisioni e aggregazioni di temi del tutto differenti. L’importante è che ciascuno di questi raggruppamenti, oltre a promuovere collegamenti nazionali e internazionali (avvalendosi, in questo caso, della nostra presenza nel parlamento europeo e della nostra appartenenza al GUE) sui temi di proprio specifico interesse – ma senza rinchiudersi in una prospettiva settoriale e specialistica – vada alla ricerca dei molti possibili interlocutori, singoli e organizzati, che operano nel rispettivo territorio e che sono stati finora coinvolti solo marginalmente, o per nulla, dalla nostra mobilitazione elettorale; promuovendo con questi un confronto e delle iniziative comuni su un piano di assoluta parità. Questo significa che nel lavoro di articolazione, approfondimento e ulteriore elaborazione di un programma comune attraverso pratiche e iniziative condivise o attraverso lotte e mobilitazioni promosse o sostenute congiuntamente, questi nostri interlocutori debbono aver voce al pari di noi (cioè al pari di chi ha già partecipato alle forme organizzate della lista L’altra Europa). Ciò comporta non solo includere o integrare o modificare taluni aspetti dei nostri punti di partenza (quelli contenuti nell’appello iniziale e poi nei “dieci punti” redatti da Barbara Spinelli); ma anche, eventualmente, in alcuni casi contraddirli. Ma sicuramente arricchirli con una molteplicità di esperienze pratiche condivise attraverso cui il nostro programma si fa, da mera enunciazione, pratica politica quotidiana.
L’altra direzione in cui dovrà svilupparsi la nostra iniziativa è il consolidamento culturale – e perché no? teorico – di quanto saremo in grado di sviluppare con la pratica. Non tanto per merito nostro, quanto per la miseria che contraddistingue ormai da tempo la totalità della politica italiana, intorno al progetto che ha messo capo alla lista L’altra Europa si è andato raccogliendo in pochi mesi il meglio dell’intelligenza italiana. Non c’è bisogno di fare nomi, anche perché sono tantissimi. Finora non abbiamo saputo o potuto valorizzare granché questi apporti; ma ora, usciti dall’emergenza della campagna elettorale, dobbiamo saper offrire a tutti questi nostri interlocutori un terreno di confronto con le nostre pratiche: non per cercare di trasformarli in “intellettuali organici” al nostro progetto; bensì per dare ad esso, nella più assoluta libertà di ciascuno, quel respiro e quella larghezza di vedute indispensabili per affrontare un compito da cui non possiamo prescindere: promuovere la rifondazione, su nuove basi, di una cultura della democrazia che abbracci tutti gli aspetti della vita quotidiana e tutte le pieghe della società. Nessun’altra organizzazione in Europa può contare su un apporto di intelligenze e di impegno civile paragonabile a quello di cui possiamo avvalerci noi. E questo restituisce anche alla nostra piccola rappresentanza parlamentare un peso che il numero ridotto dei suoi membri non le consentirebbe altrimenti di avere.
Anche questa seconda direzione, che è quella della riconquista di un’egemonia culturale indispensabile per garantire un difesa e un sostegno adeguati ai diritti della persona (“prima le persone”), richiede da parte nostra il massimo di aperture, anche in termini organizzativi. Abbiamo davanti a noi due modelli, per ora embrionali, ma che ne svelano le grandi potenzialità: innanzitutto la costituente dei beni comuni che ha visto il concorso del meglio della dottrina giuridica italiana intorno ad alcune iniziative pratiche di occupazione e di lotta come quella del Teatro Valle di Roma e del Municipio dei Beni comuni di Pisa; poi, anche se con un esito più contestato, anche perché ha investito in pieno una difficile sfera istituzionale, la creazione dell’Azienda speciale Acqua Bene Comune di Napoli, come prima traduzione pratica degli obiettivi dei referendum del 2011.

Va da sé che un approccio come quello qui delineato ha bisogno di strumenti e strutture di coordinamento: un sito, una presenza molto ben controllata sui social network, un ufficio stampa che promuova la nostra presenza sui media e – perché no? – in prosieguo di tempo, un giornale o una rivista on line o cartacea; o una radio. E ha bisogno di denaro, che forse la nostra piccola affermazione elettorale ci potrà mettere a disposizione in misura leggermente maggiore della miseria che abbiamo conosciuto finora. Certamente ha anche bisogno di incontri e riunioni fisiche periodiche e di qualcuno, possibilmente a rotazione, che le convochi, le coordini o vi partecipi, evitando però la creazione di strutture troppo pesanti, che poi è difficile ridimensionare.
Ma è implicito che questo approccio ha un bersaglio polemico in qualcosa che si aggira nelle nostre riunioni e nelle nostre comunicazioni come uno spettro. Questo qualcosa è il nuovo “soggetto politico”, o il “soggetto politico nuovo”, a volte declinato in una più indeterminata “soggettività politica”, ovvero in una “costituente della sinistra”, per non parlare di chi propone senz’altro di “fare un partito” e ne fissa anche i tempi di fondazione. Ho più volte messo in guardia in passato, nell’ambito della mia militanza nel gruppo Alba, dai rischi impliciti nel ricorso al termine soggetto e ai suoi succedanei. E’ un termine che apparentemente esalta l’iniziativa e l’autonomia di un agire comune, ma che in realtà finisce spesso per rinchiuderlo in qualcosa di solido, di sostanziale, di autosufficiente, soprattutto quando non è riferito ad alcunché di presente, ma a una meta da raggiungere in tempi più o meno certi. In altre parole, e ne abbiamo davanti agli occhi un bell’esempio nei nostri scambi di mail dell’ultimo mese, rischia di distogliere il nostro dibattito politico dall’impegno a sviluppare nella pratica quotidiana il tema dell’Europa che vogliamo (nei termini in cui l’ho delineata sopra), dell’Italia che vogliamo o, più in generale della società che vogliamo. Non sto parlando del “sol dell’avvenire” in cui ritengo che nessuno di noi creda più, per lo meno nei termini in cui ha funzionato come motore politico delle lotte del movimento operaio nel secolo scorso, e anche prima. Parlo di una visione del futuro che vede il conflitto e la partecipazione, variamente intrecciati tra loro, come componenti permanenti di una dinamica sociale in cui a ogni generazione tocca fare i conti con le acquisizioni e le sconfitte di quella precedente. Si rischia così di confinare il nostro dibattito al tema di come costruire il nuovo soggetto, o il nuovo partito, o la nuova sinistra, sottintendendo che la individuazione e la definizione delle modalità attraverso cui trasformare con la pratica quotidiana i rapporti sociali ne discendano automaticamente; o comunque vengano “dopo”. E trascurando, per di più, la dimensione europea e internazionale in cui fin dall’inizio abbiamo voluto collocare la nostra iniziativa. Per cui il discorso sulle pur necessarie iniziative da prendere, anche in termini organizzativi, per non disperdere quanto è stato realizzato nel corso dell’esperienza che abbiamo fatto insieme con la lista L’altra Europa rischia di assorbire e risucchiare in un buco nero tutto il resto.

La prima vera riforma di Renzi

Come tutte le altre, anche la riforma della Pubblica Amministrazione promossa da Renzi consiste di grandi annunci e di pochi provvedimenti immediati che bastonano alcuni per far contenti altri, rimandando il “sodo” al dopo. Si dimezzano i permessi sindacali; si impone una mobilità anche territoriale (fino a 50 chilometri, che non sono pochi) e si allarga l’area dello spoil system nelle posizioni apicali. Il bastone è per i pubblici dipendenti, identificati come causa dell’inefficienza dell’”azienda Italia”. Quelli da far contenti sono i politici che potranno avere dirigenti obbedienti e i Brunetta di turno: cioè chi pensa, e non sono pochi, “pubblici dipendenti = fannulloni”. Quanto al riordino della PA, verrà in un secondo tempo… Ma intorno alla Pubblica Amministrazione si accumula in realtà un groviglio di problemi che investono l’insieme della società italiana:

Il primo è quello della produttività: l’Italia, si dice, continua a perdere posizioni nei confronti dei partner europei. Ma la produttività del lavoro si misura con il rapporto tra valore aggiunto (che aggregato a livello nazionale è il PIL) e ore lavorate. Ad aumentare queste (il denominatore) a parità di prodotto concorrono molti costi amministrativi (ingenti perché sono troppi, in termini di tempo e impegno di personale, gli adempimenti a cui fare fronte, dietro a cui si realizzano spesso vere e proprie estorsioni) e molte finte assunzioni di chi sta lì e non produce niente. Mentre a ridurre il valore aggiunto (il numeratore) concorre tutto ciò che viene registrato come costo diverso da quello del lavoro: sia le tangenti in senso stretto, nascoste sotto altre voci, che le regalìe e le consulenze di cui è gravato chiunque lavori in tutto o in parte per la pubblica amministrazione; poi i costi di un’urbanizzazione selvaggia (la logistica di un tessuto produttivo costruito senza piani non perdona) e quelli di una infrastrutturazione distorta perché il sistema dei trasporti manca di un disegno complessivo. Sono tutte cose che dipendono dalla “politica”, ma che passano attraverso la pubblica amministrazione, incidendo spesso sui costi dell’impresa ben più di quello del lavoro o dei guadagni di produttività prodotti dagli investimenti.

Il secondo problema si chiama: pubblico o privato? Stato o mercato? Finché ci si attiene al dogma che privato è efficiente e pubblico no, non se ne esce. Perché l’intreccio tra pubblico e privato è talmente stretto – specie, ma non solo, quando sono in ballo opere e servizi pubblici o forniture connesse – che è impossibile distinguere tra l’uno e l’altro. Il pubblico, si dice, è sottoposto a tutte le pressioni della politica, del clientelismo, del familismo; non ha un criterio per misurare le sue performance, perché l’unico criterio valido è il profitto, cioè il rapporto costi ricavi, a cui presta attenzione solo chi rischia in proprio un capitale. Per questo Renzi continua l’attacco contro i servizi pubblici, per privatizzarli. Ora, solo per fare un esempio, confrontate quell’affermazione con questa: “il Mazzacurati spiega che il magistrato delle acque non è in grado di assumere 30 o 40 persone, ‘allora gliele assumiamo noi’”. (Corriere della sera, 15.6.2014). “Noi” sta per Consorzio Venezia nuova, ente privato; il magistrato delle acque, invece, è un ente pubblico. E’ così dappertutto. Perché l’alternativa non è pubblico o privato; ma è tra pubblico e privato, da un lato, e comune, cioè trasparente e partecipato, dall’altro. Ci torneremo.

Il terzo problema si chiama merito: è l’ideologia ufficiale della competizione di tutti contro tutti, estesa dal mondo delle imprese a quello del lavoro. Ogni lavoratore deve mettersi in competizione con i suoi compagni: per un avanzamento o per evitare un arretramento, che può anche essere il licenziamento; e i lavoratori di ogni impresa devono mettersi in competizione con quelli di tutte le altre per non soccombere insieme alla “loro” impresa. La stessa logica si vuole introdurre nella PA. Il concetto di merito, che nasconde le diseguali condizioni di partenza, ma anche la diseguaglianza dei vincoli a cui si è soggetti o dei contesti in cui si opera, è ciò che dovrebbe decidere chi vince e chi perde e legittimarne il risultato. Ma chi decide del merito? La gerarchia, cioè chi si trova già “al di sopra”; e non per merito, ma per qualche altro motivo. Altrimenti con la storia del merito si risalirebbe all’infinito. Così affidando ai dirigenti il compito di valutare se stessi e i propri dipendenti, non si fa che perpetuare i vizi che si pretende di correggere.
Il quarto problema si chiama spending review. Il governo deve cavare dalla spesa pubblica 30 miliardi in tre anni per far fronte ai vincoli di bilancio. Anzi, dal 2016 dovrà cavarne fuori altri 50 ogni ano per rispettare il fiscal compact. Come si fa? Si tagliano i servizi per ripagare debito e interessi e si affida ai dirigenti della PA il compito di decidere quali servizi tagliare. Se non ci riescono si procederà con “tagli lineari”. In ogni caso la qualità del servizio pubblico peggiora drasticamente e si potrà dire che privato è bello; anche nei casi, come la sanità, in cui il privato si regge interamente sui soldi pubblici.

Come se ne esce? Come ovunque, la soluzione è una combinazione di partecipazione e conflitto. Partecipazione vuol dire che ad affrontare i problemi – inefficienza, corruzione, clientelismo, privilegi, opacità – e a definire le soluzioni non possono che essere, in forma condivisa, gli interessati: i dipendenti pubblici, ufficio per ufficio e servizio per servizio, in un confronto aperto con gli utenti e con la cittadinanza, che quel servizio lo paga con le tasse, o con una loro rappresentanza. In ogni struttura della PA che eroga un servizio, come un ospedale, un ufficio finanziario, un’anagrafe o una scuola – o qualcosa di presunto tale, come un Mose o un Expo – chi si trova a lavorare al suo interno o ai suoi confini ne sa abbastanza per ricostruire, in un confronto aperto con colleghi, cittadinanza attiva e utenti, un quadro di insieme. Presupposto e fine di questo confronto è la trasparenza.

Non si capisce perché solo Raffaele Cantone, e solo ora, debba avere accesso a dati come bandi, gare, contratti e bilanci che, resi noti a tutti per tempo e in forma leggibile, costituiscono uno dei presupposti ineludibili della democrazia: cioè la trasparenza; ovvero, open data, come la chiama Massimo Villone sul manifesto del 12.6.2014. Tesi con cui concordo, mentre dissento dall’altro rimedio proposto: il whisteblower, cioè affidare all’iniziativa del singolo la denuncia di ciò che non funziona o che è apertamente illegale, garantendogli adeguate protezioni. Naturalmente ben venga il whistleblower; ma quello di cui c’è bisogno è un’azione collettiva: la possibilità per i dipendenti, in contradditorio con utenti e contribuenti, di entrare nel merito di come deve essere organizzato e funzionare il loro servizio e di che cosa deve essere soppresso, cambiato, o denunciato come illegale. Naturalmente nel rispetto delle competenze specialistiche, che devono però essere anche loro sottoposte a un contraddittorio tra pari. (In un contesto del genere diventerebbe più semplice anche affrontare la mobilità interna: liberare gli uffici affollati da personale inutile, perché inutili sono le pratiche e le attività che svolge, per trasferirlo su base volontaria, con decisioni condivise e con adeguati percorsi di formazione, ad altri servizi). Si tratta nel complesso di un’opera di autoeducazione alla condivisione delle responsabilità e un presupposto essenziale per rifondare dal basso la democrazia. Ed è anche l’unico metodo efficace per riportare la spesa pubblica non entro i parametri del fiscal compact, ma entro quelli della sostenibilità sociale e ambientale. Il Mose dovrebbe insegnarlo a tutti, e una volta per tutte. Naturalmente, per iniziare e portare avanti un processo del genere occorre entrare in conflitto con la dirigenza. E non solo.
Utopia? vi chiederete. No. C’è anche chi ha già cercato di mettere in pratica questa linea di condotta di elementare buon senso. Due anni fa avevo avanzato su questo giornale una proposta del genere. Mi aveva risposto una dipendente del Comune – guarda caso! – di Venezia, documentando un’iniziativa simile che aveva preso con numerosi colleghi: avevano fatto parecchie riunioni e messo a punto altrettante proposte; ma il processo era stato ben presto bloccato dalla dirigenza. In quella lettera non si parlava al Mose. Ma è chiaro che un Comune che da anni si regge in quel modo, un processo di condivisione del genere non se lo poteva permettere.

SOMOZA CONTRO IL MOSTRO

Ragionando, come sempre – Pubblicato: 10 giugno 2014

Al microfono aperto di Radio Popolare di lunedì 9 giugno non ha partecipato il Dr. Viale, ma Mr Hyde. Non poteva essere Guido Viale, Garante della Lista Tsipras, che per giustificare la scelta da lui rivendicata, e cioè di avere consigliato a Barbara Spinelli di rifugiarsi a Parigi e decidere senza confrontarsi con i Comitati (della lista Tsipras), di rimangiarsi la parola data in campagna elettorale, buttava fango su due candidati. La parola spesa da Barbara Spinelli insieme ad altri, come Moni Ovadia, era sulle loro “candidature di bandiera”e Moni Ovadia, anche lui capolista e anche lui eletto, si è coerentemente dimesso.

Mr Hyde, non sicuramente il Dr. Viale, dichiarava ai microfoni di Radio Popolare che Marco Furfaro, candidato che avrebbe dovuto subentrare a Barbara Spinelli in Centro Italia, è “così giovane e già assettato di poltrone”. E che il sottoscritto, “a tutti i dibattiti ai quali abbiamo partecipato insieme, ha sempre detto che non avrebbe mai aderito al GUE, ma al PSE”. Perché queste palesi quanto inutili e menzogne? Chiedo al Dr. Viale di smentire MrHyde per quanto riguarda le mie modeste opinioni. Lungo 135 incontri con gli elettori, 7 partecipazioni a programmi radiofonici e 6 tribune elettorali televisive, non ho mai detto una cosa simile. Chiamo in causa come testimone proprio il Dr. Viale, con il quale ho condiviso almeno una decina di eventi pubblici e insieme al quale abbiamo sempre risposto alla domanda sulla collocazione europea in perfetta sintonia, e cioè: ”Tsipras non ha posto un vincolo specifico alla Lista Italiana se non quello di seguirlo nelle sue scelte”. Io aggiungevo sempre a questa affermazione “credo impossibile per me aderire al PSE in un quadro di larghe intese e penso che la cosa più logica sia sommare le nostre forze a quelle dei partiti che eleggeranno rappresentanti nella GUE”. Oltre al Dr. Viale, qualche migliaia di cittadini che ho incontrato sono sicuro abbiano capito e condiviso la mia posizione, molto diversa da quanto affermato ieri sera da Mr Hyde a Radio Popolare.

Ma almeno qualcosa mi è chiaro ora: questa leggenda metropolitana della mia collocazione in Europa in caso di elezione ha accompagnato la campagna, finalmente ho capito chi fosse stato a metterla in giro: ovviamente Mr Hyde!.

Rimane il fatto che andrebbe fatto qualcosa per smentire il Mostro. Non è possibile che lo stesso Dr. Viale che qualche ora prima mandava una mail a tutti i candidati all’insegna del vogliamoci bene e andiamo avanti insieme, venga smentito dai microfoni di Radio Popolare da Mr. Hyde qualche ora dopo. Noto che il Mostro è selettivo nel colpire le sue vittime, mai una parola contro i Garanti: quel Camilleri che vota una regola e due minuti dopo chiede una deroga, quel Flores d’Arcais che, colto da furore inquisitorio, toglie il disturbo da solo, nulla contro Barbara Spinelli, che con il suo balletto sul seggio ha creato una frattura forse insanabile, però tre giorni prima delle elezioni attacca Giuliano Pisapia. Poi, mentre tutti stiamo tentando di spegnere l’incendio, va in Radio a gettare benzina. Un modus operandi noto alla sinistra, che con diverse modalità ma la stessa sostanza ha solo provocato sconfitte rovinose.

Su una cosa infine MrHyde ha ragione: la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo sono tutte dei partitini, che speriamo presto non raccolgano più le firme per presentare le liste, non organizzino più migliaia di incontri pubblici, non paghino più volantini e manifesti, non distribuiscano più lettere,né portino più i loro banchetti nei mercati. Basta uno speciale di Micromega per mettere in piede un progetto politico, no?

Alfredo Somoza

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Caro Alfredo, hai fatto male a non partecipare al confronto con me al telefono aperto di Radio Popolare a cui eri stato invitato, come hanno fatto male a non parteciparvi i tre o quattro esponenti di SEL che sono stati invitati dopo di te, alcuni dei quali avevano acconsentito, per poi ritirarsi subito dopo (a proposito del cambiare idea…). Verosimilmente un ordine del partito che non vuole confronti.

Ma i confronti servono: se tu o qualcun altro di SEL ci fosse stato avrebbe potuto contraddirmi in diretta e io avrei riconosciuto i miei errori (se mi avessero mostrato che avevo detto qualcosa di sbagliato), oppure avrei motivato meglio le mie affermazioni, se ne fossi restato convinto nonostante le critiche.
Invece ho parlato solo io, rispondendo a tante domande degli ascoltatori che avrebbero potuto interessare anche voi, e alle quali avreste potuto dare risposte differenti dalle mie.
Non ho la registrazione di quello che ho detto e può darsi che al microfono abbia pronunciato qualche parole che con una riflessione più meditata non avrei usato. Ma nelle contestazioni che mi fai non mi riconosco.
Avrei detto che Furfaro “così giovane è già così assetato di poltrone”. Non credo di aver usato queste parole, ma il problema è questo: o Furfaro ritiene di essere il candidato di SEL eletto fortunosamente nelle liste di Tsipras, e allora fa bene a difendere il suo diritto a quel seggio, che non è suo ma del suo partito; oppure Furfaro agisce nel suo proprio interesse. Ma Furfaro non è il candidato di SEL nelle liste di Tsipras, ma un candidato della lista Tsipras che aderisce a SEL. Allora dovrebbe semplicemente decidere se per il successo e il buon proseguimento del progetto che ha messo capo alla lista Tsipras ritiene meglio che in Parlamento ci vada lui o Barbara Spinelli. Tutte le motivazioni sono legittime: ma o Furfaro ritiene di poter rappresentare il progetto nel parlamento europeo meglio di Barbara Spinelli, oppure sta difendendo soltanto una sua più che legittima aspirazione (forse ho detto attaccamento alla poltrona: è una brutta espressione, ma è la sostanza della cosa). Se invece pensa di poter rappresentare il progetto meglio di Barbara Spinelli, o lo pensa perché la ritiene indegna dato che è venuta meno alla parola data (e io ritengo questa argomentazione pretestuosa e ho spiegato già molte volte perché: cambiare idea si può. L’abbiamo fatto tutti molte volte senza vergognarci se avevamo validi motivi per farlo). Oppure pensa che possa rappresentare la lista e il progetto meglio di Barbara Spinelli perché giovane (ma ha 34 anni! Tu ti consideravi giovane a quell’età? A maggior ragione mi lascia basito che venga considerata giovane Eleonora Forenza, che di anni ne ha 38, soprattutto quando qualcuno riferisce a loro il voto de 18-24enni, che hanno votato Tsipras in percentuali molto alte: tra loro c’è quasi una generazione!) o perché precario, mentre Barbara Spinelli non è né l’uno né l’altro. Io dissento drasticamente da questa argomentazione, avanzata non da te, ma sostenuta spesso in altre sedi. La contrapposizione tra giovani è anziani è un’arma dell’establishment (una volta si diceva del padrone). Basta pensare a quanti posti di lavoro ha levato ai giovani il dilazionamento forzato del pensionamento degli anziani. Come pure la contrapposizione tra “precari” (ma c’è ne sono ormai, di precari a oltranza, decine di migliaia di 40 e 50 anni: tutti “giovani”?) e “garantiti” (una condizione che ormai dipende molto più dalle condizioni familiari – un tempo si diceva dalla classe di appartenenza – che dai rapporti di lavoro: il mondo è pieno anche di “precari”, cioè di persone senza un posto fisso, che se la passano benissimo, perché sono garantiti da ben altro). Insomma il fatto che Furfaro sia giovane e precario non lo autorizza secondo me a sostenere che è in grado di rappresentare le lista Tsipras meglio di Barbara Spinelli.
Aggiungo, anche se non fa parte delle idee che esprimi, che far decidere a un’assemblea se Barbara Spinelli debba optare per il collegio centro o per quello sud, dopo che anche Fratoianni e Ferrero avevano concordato che dovesse comunque andare lei in Parlamento, equivale a trasformare le assemblee in uno stadio: cosa che abbiamo visto tante volte ma ci siamo sempre rifiutati di fare,
Quanto alla seconda rimostranza, se ho detto che hai dichiarato più volte che saresti confluito nel gruppo del PSE ho sbagliato e ne faccio ammenda. Se qualcuno me lo avesse fatto notare sul momento, mi sarei corretto immediatamente. Quello che volevo dire e forse ho detto, è che in diversi incontri elettorali che ho fatto con te, più volte ti è stato chiesto in quale gruppo saresti confluito se fossi stato eletto e hai sempre risposto che tu ti eri solo impegnato “a stare con Tsipras”, ma che questo non significava entrare nel GUE, perché la scelta del gruppo era stata lasciata “libera” e si poteva fare la politica di Tsipras anche fuori dal GUE. Ma in quale gruppo parlamentare saresti mai andato, e molti come te, se foste stati eletti? Non è che la scelta sia molto ampia. Forse non saresti andato in nessun gruppo, riducendo in entrambi i casi la forza del GUE, la cui compattezza è però condizione indispensabile per poter scompaginare i disegni delle larghe intese europee. Questa tua posizione, come quella d Ottavia Brugger – un’altra candidata che fa capo a SEL, che ha sottoscritto l’impegno di “stare con Tsipras”, ma poi ha sempre dichiarato che sarebbe andata con i verdi – è un po’ usare la lista Tsipras come un taxi per andare in Parlamento; ed è completamente differente dall’auspicare invece quella riconfigurazione dei gruppi parlamentari che anch’io ho sempre auspicato e che in parte si sta già realizzando (dal GUE sono già uscite alcune formazioni legate a un approccio rigido e molto conservatore alla peggiore tradizione comunista).
Quanto a me, ho attaccato Pisapia perché lo ritengo corresponsabile dell’Expo, dell’idea di farlo in quel modo e di tutto quello che ne è venuto dietro; che non è molto differente da tutto quello che vien dietro al Tav Torino-Lione (ma anche al sottopasso di Firenze) o al Mose e ad altri scempi analoghi. Embè? Dovremmo sostenere l’Expo per non far dispetti a Pisapia?
Comunque tutto ciò potrebbe essere oggetto di una discussione politica e portare a un esito positivo per tutti, se questo tuo testo non fosse attraversato da un tono sarcastico, livido e denigratorio che non si addice a un confronto tra compagni che si considerano parte di uno stesso progetto; e soprattutto se non fosse infiocchettato di insulti non dissimili da quelli da cui viene ricoperta da alcune settimane Barbara Spinelli. Mi paragoni a mr Hayde (contrapponendomi alla mia identità diurna di dr Viale), il che già non è simpatico, solo per poi chiamarmi ripetutamente il Mostro. Non è che ci sia rimasto gran che male; ma mi chiedo, e vi chiedo: è questo il modo di discutere?

Guido Viale