Corradi Clini rivendica (il manifesto del 18.09) la correttezza del suo comportamento nei confronti dell’Ilva ricordando che, da Ministro, il 16 luglio del 2013 (cioè con due anni di ritardo), aveva segnalato alla Commissione Industria del Senato l’inadeguatezza dell’Aia del 2011, emessa quando Clini era Direttore Generale dello stesso Ministero, cioè braccio operativo di una Ministra – aggiungo io – totalmente incompetente, come e forse più di tutti quelli che l’avevano preceduta dal 1997 in poi. Clini lamenta il fatto che le imprese italiane sono riluttanti ad adottare misure di protezione ambientale adeguate e che spesso le amministrazioni locali mettono in scena delle finte opposizioni nei loro confronti con il solo scopo di tirarla in lungo. Grazie tante; e il Ministero, che ci sta a fare? Clini riconosce che l’Aia del 2011 – poi, sotto l’incalzare delle contestazioni di Magistratura, lavoratori e opinione pubblica, corretta con quella del 2012, peraltro tutt’ora inapplicata o in fortissimo ritardo – era “scarsamente motivata sul piano tecnico” – cioè le sue 462 prescrizioni erano pura “fuffa” – ed era “caratterizzata da un compromesso politico”. Che è appunto quello che ho sostenuto nel mio articolo del giorno prima: cioè da uno scambio tra il sostegno dei Riva al “salvataggio” elettorale di Alitalia e la libertà dell’Ilva di continuare a inquinare e uccidere con un’Aia tagliata su misura. Guido Viale.
ILVA (Il Manifesto 17.9.2013)
Letta ha annunciato che il prossimo impegno del governo, se resterà in piedi, sarà un grande programma di privatizzazioni, cioè di svendita di quote di aziende statali e di misure per costringere i Comuni a disfarsi del loro residuo controllo sui beni comuni e sui servizi pubblici locali. Il tutto, naturalmente, per far quadrare i bilanci, abbattere il debito pubblico e riportare il deficit (che ormai viaggia verso il 3,5 per cento del PIL) entro il margine “prescritto”. Tutti obiettivi impossibili: ai prezzi odierni, la svendita anche di tutti i beni pubblici vendibili (un grande affare per chi compra) non porterebbe nelle casse statali che un centinaio di miliardi o poco più; cioè meno di quanto lo Stato pagherà in un anno tra interessi e rateo di rimborso del debito imposto dal fiscal compact. E l’anno dopo ci si ritroverà al punto di prima, ma senza più beni comuni e aziende pubbliche. La realtà è che il debito pubblico italiano è insostenibile e l’unico modo per farvi fronte è congelarlo.
Ma per capire dove portano le privatizzazioni già largamente praticate dai precedenti governi di centrosinistra guardate l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale; poi svenduto, una ventina di anni fa – a una famiglia di gangster che aveva fatto i soldi con i rottami di ferro – in ossequio alla cultura delle privatizzazioni messa in auge dagli allora campioni del centrosinistra: Andreatta, Ciampi, Prodi & Co. La motivazione di quel passaggio di mano era che le cattive performance del settore (peraltro in crisi, da allora, in tutta Europa) erano dovute ai condizionamenti della “politica”, ormai insediatasi nel management dell’azienda; e che solo una gestione privata l’avrebbe salvato da quelle interferenze. La validità di quella tesi può essere verificata dal fatto (tra gli altri) che i Riva sono oggi i principali azionisti privati di Alitalia, cioè di quella cordata fallimentare messa su da Berlusconi per gestire in nome dell’italianità della “nostra” compagnia aerea la sua campagna elettorale del 2006: le interferenze della politica funzionano tanto con la proprietà pubblica che con quella privata. In cambio di quell’operazione senza alcun senso economico i Riva si erano però garantiti mano libera nella prosecuzione di una gestione scellerata dell’azienda, nonostante due condanne penali in cui il capostipite della dinastia era già incorso. Tra i risultati di quello scambio di favori c’è stata un’autorizzazione integrata ambientale (AIA) confezionata su misura dell’Ilva dalla ministra Prestigiacomo e da un uomo per tutte le stagioni, vero “dominus” del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini.
Così i Riva hanno gestito gli impianti dell’Ilva “a esaurimento”: investendo cioè solo l’indispensabile per tenerli in funzione e fare profitti da imboscare all’estero, fottendosene dell’impatto ambientale, della salute, della sicurezza e della vita di maestranze e cittadinanza; contando sul fatto che gli impianti sarebbero andati a rottamazione più o meno nel momento in cui il mercato globale avrebbe reso insostenibile la gestione di uno stabilimento di quelle dimensioni. Per questo l’idea di risanarlo e ammodernarlo (che è cosa differente dal mettere in sicurezza maestranze e città fin che continuerà a funzionare) è un po’ peregrina. Non c’era, dietro la gestione Riva, alcuna strategia che non fosse quella di spremere uomini, impianti e territorio fin che fosse possibile. Come non c’è altra strategia dietro la gestione dell’odierno commissario e del suo vice. In più, all’Ilva c’era – ed è rimasta operativa anche dopo la nomina di Bondi – una conduzione criminale del personale e delle lavorazioni, affidata a una struttura parallela e illegale di “fiduciari”: cioè di persone non incluse nell’organico dell’azienda, che comandano in fabbrica al posto dei capi – imponendo quelle operazioni pericolose che sono all’origine dei morti, degli infortuni e di gran parte dell’inquinamento della città – ma che non rispondono mai del loro operato, perché ufficialmente “non esistono”; una struttura che dipendeva direttamente dai Riva e che ora – verosimilmente – risponde al Presidente Ferrante: un altro uomo per tutte le stagioni: già Prefetto, candidato del Centro sinistra a sindaco di Milano, Presidente di Impregilo sotto accusa per i disastri dei rifiuti in Campania e dell’alta velocità nel Mugello.
Sono stato un solo giorno a Taranto, nell’agosto dell’anno scorso, invitato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti, e in un giorno solo sono venuto a sapere tutto di quella struttura illegale. Tutti sapevano che c’era e che cos’era, con nomi e cognomi. Ma per mesi e per anni nessuno, a quanto mi consta – né sindacati, né partiti, né amministrazioni locali, né Curia, né Regione, né Governo, né tantomeno il nuovo Presidente, il commissario o il suo vice – ha sentito il bisogno di denunciare una pratica del genere. E’ dovuta intervenire la magistratura, con diciotto anni – verosimilmente – di ritardo, per arrestare la cupola di quell’associazione a delinquere. Il che dà un’idea del livello di compromissione costruito intorno all’intreccio tra “politica”, in senso lato, e “privatizzazioni”. D’altronde l’Ilva ha un dopolavoro – l’Associazione Vaccarella – attraverso cui transitano ingenti finanziamenti gestiti dai sindacati, che non ne hanno mai dato conto; e a Taranto c’è un palazzetto dello sport dell’Ilva, denominato – chissà perché? – PalaFiom. Ve lo immaginate voi un PalaFiom della Fiat di fronte ai cancelli di Pomigliano o di Mirafiori? Evidentemente qualcosa non quadra.
Ora che i Riva hanno fermato per ritorsione tutti gli altri impianti italiani Letta deve decidere che cosa fare. Ma non può fare niente, perché sia lui che i suoi predecessori si sono legati le mani con leggi e accordi di cui si sono fatti garanti e con cui hanno legato una pietra al collo del paese per mandarlo definitivamente a fondo. Il Governo non può ridare l’Ilva ai Riva, per lo meno fino a che non avranno restituito almeno gli otto miliardi che hanno rubato. Non può cercare un compratore estero, perché questi userebbe l’impianto per mettere piede in Italia e poi dismetterlo il più in fretta possibile, come hanno fatto tutti gli altri cosiddetti “investitori esteri”, non solo con la Lucchini nel siderurgico; ma con Alcoa, Siemens, Telecom, Alstom, Parmalat e tante altre. Non può nazionalizzare l’Ilva o gli altri stabilimenti dei Riva sotto sequestro perché l’Europa “non lo consente”; e perché “i soldi” per l’esproprio aumenterebbero deficit e debito; e non si può fare.
Ma la nazionalizzazione – dell’Ilva, o del Gruppo Riva, o degli stabilimenti Fiat condannati alla cassa integrazione perpetua, o di qualsiasi altra fabbrica in crisi – è per ora impraticabile anche per chi fosse eventualmente propenso a “passar sopra” a quei vincoli (e per ora nessuno di coloro che hanno voce in capitolo lo è). Perché manca la struttura per gestire aziende del genere. Una volta c’era l’Iri: una robusta struttura pubblica, che era anche una scuola di management di livello internazionale, quali che ne fossero le pecche politiche, che certo non mancavano. Adesso invece c’è solo più Bondi: un arzillo ottuagenario pronto a tutto, che si è lasciato dietro le spalle una intera carriera di aziende scomparse o distrutte: Montedison, Lucchini, Telecom, Ligresti e Parmalat (riempita, quest’ultima, di miliardi con le penali pagate dalle banche che avevano tenuto bordone a Tanzi, per finire subito tra le fauci di un pirata che li ha usati per farsi i fatti propri); più una breve permanenza al governo della spending review e alla formazione della lista Monti, dove, com’è ovvio, non ha combinato niente.
Così, se Landini ha promesso che la Fiom non permetterà più la chiusura di altre fabbriche, anche a costo di promuoverne l’occupazione da parte delle maestranze – e ha fatto bene – resta da definire che cosa fare poi di quelle aziende, che sono ogni giorno di più, una volta che i lavoratori le abbiano occupate: restituirle al padrone che le vuole chiudere? Cercare un nuovo padrone perché a chiuderle sia lui, dopo aver portato via macchinari, brevetti e marchio, come hanno già fatto in tanti? Affidare anche quelle a Bondi? Nazionalizzarle, anche se il management per gestirle non c’è?
In realtà quello che c’è da fare, e subito, è raccogliere e costruire, con un appello al paese, un nuovo management: un tessuto esteso di persone disposte a sostituire i vecchi proprietari – o, eventualmente, a integrare la precedente dirigenza – per mettersi a disposizione di tutte quelle situazioni che invece di accettare la chiusura sono disposte ad affrontare la sfida di una nuova gestione, socializzata e condivisa: non una mera “autogestione” da parte delle maestranze, anche se l’utilizzo della legge Marcora, o di un suo sostituto, potrebbe fornire uno strumento per imboccare una strada del genere. Ma una gestione che, accanto alle maestranze, coinvolga anche le comunità locali, le loro associazioni, le amministrazioni dei Comuni e degli altri Enti locali del territorio, le Università (cioè i docenti e le organizzazioni degli studenti disponibili) la schiera crescente di ex manager messi sul lastrico, l’esercito di coloro che hanno fatto apprendistato di responsabilità gestionali nel terzo settore. E’ l’unico modo per mettere insieme, e mettere alla prova in un confronto serrato con situazioni concrete, una nuova classe dirigente: un passo indispensabile se si vuole esautorare quella attuale. Intanto bisogna mettere all’ordine del giorno espropri e requisizioni. O ci sono altre strade per salvarci dal disastro?
Intervento di Guido Viale all’assemblea La via maestra. Roma. 8.9.2013
Buongiorno
Siamo stati abituati, soprattutto chi come me ha una certa età, a considerare la Costituzione uno schermo per proteggerci da avventure autoritarie, che comunque nei decenni trascorsi non ci sono mai state fatte mancare.
Certo la Costituzione italiana era ed è rimasta in gran parte inattuata, e in molti casi non era e non è rispettata.
Ma la Costituzione e il suo dettato sono restati comunque a lungo per tutti una barriera invalicabile: la politica si faceva “a valle” di essa, nelle diverse scelte e opzioni con cui ciascuna forza politica riteneva o fingeva di interpretarla, senza mai metterne in discussione la struttura portante.
Adesso a venir messa in gioco ora êproprio quella barriera. L’obiettivo è un accentramento del potere esecutivo nelle mani di un Governo sciolto dai vincoli del Parlamento e da quelli del potere giudiziario. Questo ci dà la misura dell’arretramento subito dalla politica italiana nel corso di almeno due decenni, e forse più.
La lotta politica, se lotta politica c’è, si è così spostata “a monte” della Costituzione: nell’attacco o nella difesa dei diritti di cui essa era stata messa a presidio.
Questo pone la lotta politica su un terreno nuovo: più ampio, più incerto e più radicale; perché in gioco non ci sono più solo politiche antipopolari e pratiche sopraffattrici da combattere. Oggi vengono messi in forse diritti fondamentali, costitutivi non solo di un ordinamento democratico, ma della persona stessa e della sua integrità.
Lo si vede innanzitutto in fabbrica e nelle aziende, dove Marchionne, ma non solo lui, rivendica come un diritto, da sancire e legittimare con contratti, leggi e persino mutamenti costituzionali, una gestione delle maestranze peggiore di quella che negli anni ’50 Valletta esercitava, prima dell’autunno caldo e in un clima dominato dalla guerra fredda, in palese e conclamata violazione della legalità.
Lo si vede in piazza e sul territorio, da Genova alla Valle di Susa, dove l’esercizio del potere repressivo promosso da tutti i governi che si sono succeduti negli anni è stato e viene diretto in una sola direzione, nonostante che le violazioni della legge e delle regole della convivenza faccia capo soprattutto allo Stato e alle sue articolazioni.
Lo si vede nelle scelte politiche che in nome della “crescita”, della “ripresa” o del pareggio di bilancio ormai “costituzionalizzato”, non solo erodono i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione: istruzione, salute, reddito, dignità; ma intendono proprio legittimarne l’erosione.
Di qui l’importanza di questo appello alla mobilitazione, che per essere efficace e sensato deve saper separare nettamente coloro che si impegnano nella difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione da coloro che li combattono manomettendola.
E’ difficile per ora identificare e raccogliere tutti coloro che hanno interesse a difendere quei diritti. Sono un po’ l’equivalente di quel 99 per cento della popolazione invocato da Occupy Wall Street, molti dei quali, come ha fatto a suo tempo notare Rossana Rossanda, non sanno ancora di farne parte.
Più chiaro è invece identificare chi oggi lavora alla manomissione della Costituzione e ha già percorso un bel pezzo di strada in questa direzione: si tratta dell’attuale Governo, delle forze politiche che lo sostengono, di coloro che sponsorizzano un accordo che subordina la permanenza del Governo a una revisione costituzionale condotta in forme disordinate, pasticciate e illegali.
Sto parlando del Presidente della Repubblica.
Ma tracciare una demarcazione tra questi due campi è solo la prima tappa di un percorso. Il quesito fondamentale a cui dobbiamo rispondere è questo:
Si può difendere la democrazia e i diritti sanciti dalla Costituzione se si lasciano in mano a un potere finanziario globalizzato ed eslege le decisioni fondamentali che riguardano l’economia? Cioè le decisioni da cui dipendono occupazione, redditi, servizi sociali, cultura, salvaguardia dell’ambiente? Ma soprattutto da cui dipendono le scelte che sono alla radice del disastro che ha investito tutti questi campi: cioè la disparità di potere, di reddito, di considerazione, di diritti, di dignità che contraddistingue le tendenze in atto.
È una disparità che ha la sua logica conseguenza nel coinvolgerci, come è già stato fatto a più riprese, e in aperta violazione della Costituzione, in guerre ingiuste e devastanti.
Evidente è l’intreccio tra l’attacco alla Costituzione e ai diritti fondamentali che essa tutela e il potere che la finanza internazionale esercita su governi, politiche, imprese e, alla fine, su lavoratori, disoccupati e sulle loro famiglie.
A ricordarcelo ci ha pensato la banca J.P. Morgan mettendo in chiaro che alla radice delle scelte che stanno portando Governo, partiti e istituzioni a mettersi sotto i piedi la Costituzione c’è la subordinazione ai diktat della finanza.
La loro convinzione è che a queste scelte “non c’è alternativa”, perché le forze in campo sono troppo dispari: da un lato l’infinita potenza dei “mercati”, cioè della finanza; dall’altro, l’irrilevanza, a giudicare dai risultati e dalla copertura mediatica, dei tanti movimenti e delle tante lotte che ne rifiutano le conseguenze.
Ma non ci si può impegnare in una difesa della Costituzione – senza sé e senza ma – senza proporsi di rovesciare questa subalternità e imboccare una strada obbligata, anche se difficile e tutt’altro che chiara, per ridimensionare drasticamente i poteri che oggi governano il mondo.
In questo percorso è essenziale l’iniziativa locale, perché è lì, sul territorio, nella difesa dei beni comuni, nell’opposizione alla mercificazione e alla finanziarizzazione dei servizi locali, che c’è la possibilità di ricostruire,i intorno alle lotte del lavoro e alle mobilitazioni popolari, le forze sociali in grado di contrastare le politiche che hanno generato e continuano a generare la crisi.
Ma questa non è comunque una battaglia di ambito solo locale o solo nazionale; è europea e globale.
La manifestazione che siamo riuniti per promuovere – e alla cui preparazione, Alba, di cui sono parte, intende contribuire – deve essere una tappa di un percorso ancora molto lungo per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona entro un orizzonte europeo.
Il pareggio di bilancio (LEFT 7.9.2013)
Il pareggio di bilancio che il Parlamento ha introdotto con tanta leggerezza nella Costituzione – blindandolo con una maggioranza che una volta si chiamava “bulgara” per non sottoporlo a referendum popolare – ha queste conseguenze: per ogni nuova spesa – per esempio aerei F35 o TAV Torino-Lione – od ogni riduzione delle tasse – per esempio esenzione dall’IMU di ville e case di lusso, come voleva Berlusconi – bisogna tagliare qualcos’altro di pari importo. E poiché le pensioni (tranne quelle d’oro, che non si toccano!) sono già state spolpate, il nuovo “pozzo di San Patrizio” sono le dotazioni di Comuni e Ministeri: personale e risorse. Ma se tagli troppo sul personale, chi mai gestirà i fondi per fare ciò che ogni ente deve fare? E se tagli troppo sulle risorse, mancheranno i mezzi per fare le cose da fare. Soluzione? La spending review: ente per ente, ministero per ministero, ufficio per ufficio, si va a vedere che cosa è indispensabile e che cosa no; e chi è indispensabile e chi no. E si elimina quello e quelli non indispensabili. Già. Ma chi decide? I dirigenti? Sono proprio loro a gonfiare il fabbisogno di personale, di uffici, di fondi, di competenze, di consulenti; perché più fondi, dipendenti e metri quadri di uffici e scrivanie hai, più conti. Un team di consulenti ben pagati? Ci aveva già provato decenni fa una tal Commissione Giannini: ma i meandri della Pubblica amministrazione sono così contorti che venirne a capo è stato impossibile. La soluzione l’ha trovata Tremonti: “tagli lineari”. Cioè ridurre fondi e personale in misura uguale per tutti gli enti coinvolti (tutti, tranne, ovviamente, il Ministero della Difesa: il budget per le armi aumenta ogni anno). E poi… Se la vedano loro! I risultati sono stati tragici: dirigenti, assessori e ministri hanno chiuso servizi essenziali e gonfiato spese insensate. Monti, poi, ha rifatto la stessa cosa: prima con un decreto, poi affidando al “mago” Bondi (quello che i guai dell’Ilva e di Taranto sono colpa delle sigarette…) il compito di portarla a termine. Risultati zero. Adesso se ne occupa Letta, e saranno altri disastri.
Perché gli unici che sanno chi lavora e chi no (ci sono anche quelli) negli uffici e nei servizi sono gli addetti e gli utenti. Senza consultarli e dar loro il potere di proporre e decidere dove chiudere un servizio inutile, dove ampliare quelli utili, dove trasferire personale e risorse – e come – non se ne verrà a capo. E’ la democrazia partecipata. Ma finirebbero per approfittarne…direte voi. E i dirigenti, allora? Loro non ne approfittano? La verità è che in un caso abbiamo una trasparenza totale della spesa e responsabilizzazione: l’essenza della democrazia. Nell’altro, carrierismo e servilismo (due cose tra loro strettamente legate): la quintessenza del dispotismo e dell’inefficienza.
Il riuso sta avendo una diffusione crescente
Il riuso sta avendo una diffusione crescente. Per tre motivi. Il primo è economico: la crisi ha inciso e inciderà sempre più sulle nostre tasche; non abbiamo più (la maggioranza di noi non avrà più) il denaro per sostituire il nuovo con il vecchio ogni volta che cambia la moda, che cambiano i modelli di un apparecchio, che qualcosa si guasta e non funziona più. Il secondo è che l’Unione Europea, con la direttiva 98/08, ha introdotto il riuso (o, meglio, la preparazione per il riuso: cioè tutte le operazioni che permettono di mantenere in vita un bene sottraendolo al flusso dei rifiuti) tra le priorità relative alla gestione dei rifiuti; il terzo – forse il più importante – è la rivitalizzazione di un bacino occupazionale e di molte figure professionali connesse al riuso: la manutenzione e la riparazione dei beni durevoli e le figure professionali dell’artigiano/a riparatore o riparatrice. Spesso siamo costretti a disfarci di un bene perché non funziona più (elettrodomestici o elettronica di consumo) o avrebbe bisogno di qualche modifica (abbigliamento); ma per anni è stato impossibile trovare qualcuno in grado di metterci le mani a costi accettabili. E quanti beni finiscono tra i rifiuti mentre molti, e magari anche noi, saremmo disposti a riusarli se fossimo sicuri del loro funzionamento?
Per ovviare a questi inconvenienti ci vogliono tre condizioni: occorre istituire nelle stazioni ecologiche degli spazi dove effettuare la cernita (la legge ora lo consente) di tutto ciò che può essere in vario modo recuperato; poi ci vogliono tecnici competenti, centri di formazione e laboratori attrezzati dove riparare o modificare ciò che può essere recuperato e dove insegnare a farlo a chi vuole imparare; infine occorre una rete di venditori in grado di valutare i beni recuperati e di rimetterli in vendita come merce di seconda mano. Queste tre condizioni si sono fortunosamente ritrovate tutte nello spazio occupato dell’ex RSI (officina di riparazione dei vagoni-letto), ora Officine Zero di Roma: ci sono grandi spazi per lo stoccaggio dei beni, cinque laboratori perfettamente attrezzati (sartoria/tappezzeria, falegnameria, idraulica, elettrotecnica, meccanica); trenta lavoratori con competenze in tutti questi campi che hanno occupato la fabbrica, pronti a intraprendere questa nuova strada e a trasmettere ad altri le loro competenze; una rete commerciale già attiva, costituita dall’associazione dei commercianti di Porta Portese. Più il sostegno delle associazioni del quartiere e spazi e attrezzature per sostenere l’occupazione con molte altre attività: co-working, camera del lavoro precario, studentato, mensa, asilo nido, proiezioni e attività culturali di ogni genere. Alle Officine Zero tanti auguri.
Il decifit principale (LEFT 27.7.2013)
Il deficit principale che affligge il paese non è quello del bilancio statale ma è un deficit di intelligenza e di onestà, o di entrambe le cose, della nostra classe dirigente. E’ stato presentato come una grande vittoria il fatto che, caduta la procedura di infrazione per deficit eccessivo, dall’anno prossimo l’Italia potrà “fruire” di una maggiore elasticità nella gestione del bilancio, utilizzando ben 8 miliardi di euro per promuovere “la crescita”. Nel frattempo però il PIL del 2013 sarà diminuito, nella migliore delle ipotesi, del 2 per cento – cioè di una trentina di miliardi – e quegli 8 miliardi non ne compenseranno che una minima parte mentre l’elasticità del bilancio “generosamente” concessa all’Italia non potrà comunque superare – e solo per qualche anno – il 3 per cento del PIL. Il che significa che per utilizzare quegli 8 miliardi bisognerà tagliare la spesa pubblica da qualche altra parte. Nessuno comunque, e meno che mai Enrico Letta, ha ricordato che dall’anno prossimo l’Italia sarà tenuta dal cosiddetto fiscal compact a ritirare dal mercato (cioè a ricomprare) ogni anno, e per vent’anni di seguito, quasi 50 miliardi del proprio debito fino a che non lo avrà riportato al 60 per cento del PIL (attualmente è al 130 per cento). Miliardi che si andranno ad aggiungere agli 80-90 di interessi annui sul debito che dovranno essere pagati rispettando il pareggio di bilancio che ormai è entrato a fare parte della nostra Costituzione. Dove prenderà il governo italiano tutto quel denaro, di fronte al quale quegli 8 miliardi sono una bazzecola? Da nuovi tagli al bilancio e da nuove tasse, strangolando quel che resta dell’economia del pese.
Purtroppo questo deficit di intelligenza e onestà non riguarda solo la classe dirigente italiana, ma quelle di tutta l’Europa, che hanno imposto o accettato queste regole assurde. Tutti sanno che sommando debito pubblico (degli Stati) e debito privato (delle persone, delle imprese, delle banche, dei fondi) il mondo è già da tempo in bancarotta: che nessuno riuscirà più a ripagare i suoi debiti se non scaricandoli su qualcun altro. E se alcuni possono approfittare e approfittano di questa situazione per ricavarne immani guadagni, il pianeta nel complesso è condannato a un immane default che si ripercuoterà a breve sulla condizione di miliardi di esseri umani. A meno di contenere il disastro smontando un pezzo per volta – ma in fretta – questo immane castello finanziario. Qualcuno deve pur cominciare a far valere le proprie ragioni, che in questo caso sono quelle del 99 per cento degli abitanti della Terra; e chi si trova sull’orlo del baratro, come il governo italiano, avrebbe mille motivi per non tergiversare. E per cercare possibilmente alleati in altri paesi che si trovano nella stessa situazione, dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dalla Grecia all’Egitto. E chissà quanti altri…
Guido Viale, Virtù che cambiano il mondo (Feltrinelli, 2013)
Non un manuale di edificazione personale, ma un manifesto politico per promuovere conflitti, campagne, lotte e organizzazione. Le “virtù” di cui si parla in questo libro sono scelte, orientamenti, saperi, comportamenti e abitudini che nascono e si sviluppano solo in un ambito di condivisione e reciprocità e in contesti conflittuali nei confronti sia delle classi dominanti sia dell’isolamento, dell’individualismo e di quella competizione di tutti contro tutti che costituiscono i tratti dominanti della nostra epoca. Sono anche percorsi di formazione di una nuova capacità di autogoverno necessaria per esautorare, con altri metodi e un diverso rapporto con le comunità, le attuali élite politiche, imprenditoriali, manageriali, amministrative e culturali incapaci di assicurare un futuro sia al nostro paese che al pianeta. Garantiscono a tutti un’apertura verso un “mondo diverso” e la possibilità di sottrarsi all’attesa impotente della catastrofe economica e ambientale che incombe. Ogni capitolo del libro, nel presentare una “virtù”, fa in realtà riferimento a contesti di lotta e a processi organizzativi concreti in cui specifici atteggiamenti e comportamenti sono cresciuti e si sono rivelati determinanti nel promuovere un aumento sostanziale della solidarietà, della consapevolezza, dei saperi e della forza dei suoi protagonisti. L’elenco delle “virtù” prese in esame chiarisce il significato di questo approccio: dignità, accoglienza, empatia, sobrietà, conoscenza… Ovviamente non è una rassegna completa delle “virtù” necessarie a imboccare la strada che porta alla trasformazione del mondo, ma un buon bagaglio da cui partire.
Abolizione delle Province (LEFT 13.7.2013)
Tutti, dal Corriere della Sera a Grillo, da la Repubblica al PD, invocano l’abolizione delle Province, come se dalla loro abolizione dipendesse il risanamento dei conti dello Stato. Probabilmente nessuno di coloro che la invocano sa veramente di che cosa sta parlando. L’abolizione delle Province, se e quando verrà realizzata, riguarderà solo gli organi rappresentativi: consigli, giunte, assessori e presidenti, che costano al bilancio pubblico non più di 3-400 milioni all’anno: quanto si può risparmiare dimezzando stipendi e diarie dei parlamentari come ha fatto il movimento cinque stelle. Il personale, invece, dovrà essere trasferito ad altri enti: se passerà alle Regioni il suo costo aumenterà perché là, a parità di qualifica, le remunerazioni sono maggiori; ma dovranno essere ripartite, tra Regioni e Comuni, anche le funzioni attuali delle Province, come strade, scuole, vigilanza ambientale, servizi per l’impiego, ecc., e le risorse per farvi fronte (con il personale, circa 17 miliardi l’anno). Il risparmio sarà quindi insignificante. Ma le conseguenze saranno disastrose. Perché la Provincia risponde alla logica di collegare in una sola entità amministrativa decine o centinaia di comuni minori con una città media o grande (i famosi “cento Comuni” d’Italia) che ne è il capoluogo. Se a farsi carico delle funzioni delle Province dovranno essere i Comuni, su quelli piccoli graveranno oneri per loro insostenibili; ma se a farlo saranno le Regioni, soprattutto quelle con milioni di abitanti, il rapporto tra amministrazione e territori si allenterà ulteriormente. E si moltiplicherà il caos normativo, perché le Regioni, a differenza delle Province, legiferano su tutto. E aumenteranno gli sprechi. L’idiozia è mettere mano alle Province senza rivedere nel suo complesso tutto l’ordinamento delle autonomie locali, il che imporrebbe un dibattito pubblico che oggi non c’è. Quali funzioni delle Province possono essere addossate a un Comune di 2-300 o anche 3-5mila abitanti? E’ vero che dal prossimo anno i Comuni di quelle dimensioni sono tenuti a unirsi con quelli vicini per gestire congiuntamente gran parte delle funzioni di loro competenza. Ma ben pochi si stanno organizzando per farlo; e anche unendosi i nuovi organismi non avranno mai le strutture tecniche e amministrative per farsi carico di funzioni che hanno come loro bacino di riferimento aree molto più vaste dei loro territori: aree che sono appunto – grosso modo, e con alcune eccezioni – quelle delle Province, e non quelle della maggior parte delle Regioni. Ma l’obiettivo sotteso è chiaro: mettere i Comuni, gli organi elettivi più prossimi alla cittadinanza e più esposti alle istanze di base, nell’impossibilità di governare; e giustificare così il loro esautoramento, già in corso da anni, e l’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici. Un altro passo verso la distruzione del nostro ordinamento democratico.
Il Brasile in rivolta (“Left”, giugno 2013)
Qualcosa sta veramente cambiando nel mondo se persino il Brasile si rivolta contro il calcio, che in quel paese, come in Italia, è quasi una religione, anche se meno trucida e senza manifestazioni di nazismo e razzismo. Naturalmente non è una rivolta contro il gioco del calcio, che in Brasile gode ottima salute; ma contro l’uso che di questa passiona nazionale cercava di fare la Presidente Dilma Rousseff: usarlo per giustificare un aumento del biglietto dei bus esteso a tutto il territorio nazionale, e contando sul fatto che la passione per il calcio avrebbe fatto ingoiare a tutti un balzello su un consumo sociale ed ecologico – il trasporto pubblico – che colpisce soprattutto i ceti urbani più poveri. Leggi tutto “Il Brasile in rivolta (“Left”, giugno 2013)”
Titoli tossici, noi come la Grecia (“il manifesto”, 27 giugno 2013)
Chi o che cosa ha autorizzato i nostri governi a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani? Quale regolamento interno, quale legge, quale norma della Costituzione? E perché non se ne può sapere niente? Secondo quanto riferito da la Repubblica (e dal Financial Times) del 26.6, il Tesoro italiano è esposto per 160 miliardi di euro (più di un decimo del PIL italiano) con operazioni sui derivati la cui data di stipulazione non è nota; il governo Monti ne ha rinegoziati nel corso dell’anno scorso per un importo di 31 miliardi, registrando su queste operazioni una perdita potenziale, non ancora giunta a scadenza, di circa 8 miliardi (poco meno dell’importo con cui la ministra Gelmini e, dopo di lei, il ministro Profumo sono riusciti a distruggere sia la scuola che l’Università italiane). Naturalmente il Ministro del Tesoro ha subito smentito ogni rischio, ma quella smentita vale quanto il Ministro: cioè zero. Infatti solo un anno fa, su un’altra partita di derivati del Tesoro si era già registrata una perdita di 3 miliardi, saldata dal governo Monti. Su di essa c’era stata una interrogazione parlamentare dell’IdV e una elusiva risposta – “si tratta di un caso unico e irripetibile” – del sottosegretario Rossi Doria; designato a rispondere non si sa perché, dato che Rossi Doria si occupa di scuola e non di finanza, materia sui cui è lecito supporre una sua totale incompetenza. Ma se tanto dà tanto, sui 160 miliardi di derivati in essere, le perdite “a futura memoria”, che verranno cioè caricate sul bilancio dello Stato nel corso degli anni, per poi dire che gli italiani sono vissuti “al di sopra delle loro possibilità”, potrebbero ammontare a parecchie decine di miliardi di euro. Leggi tutto “Titoli tossici, noi come la Grecia (“il manifesto”, 27 giugno 2013)”