Il sole senza politiche

INCENTIVI-FOTOVOLTAIC0Con la fine degli incentivi al fotovoltaico, dopo ben cinque versioni successive del conto energia, possiamo tentare un consuntivo sintetico dei risultati raggiunti, tenendo d’occhio, più che i dati tecnici, quelli relativi al contesto sociale. Innanzitutto l’Italia ha fatto un salto importante nel campo delle energie rinnovabili, risultato riconducibile soprattutto allo sviluppo del fotovoltaico: oltre 500mila impianti installati e oltre 100mila nuovi posti di lavoro, in gran parte coperti da personale giovane, con circa il 40% di donne. Il tutto in un periodo di crisi che ha visto diminuire l’occupazione in tutti gli altri settori. Il Paese è così arrivato in posizioni di tutto rispetto al traguardo della grid-parity (per ora in gran parte solo teorico). La partita vera si giocherà sull’autoconsumo legato alla realizzazione di reti autonome – che il Governo sta cercando di ostacolare con l’imposizione degli oneri di sistema – e soprattutto allo sviluppo delle soluzioni di accumulo. In ogni caso, le detrazioni fiscali previste – nel caso, tutt’altro che sicuro, che vengano rinnovate anche nei prossimi anni – rendono tutt’ora conveniente il ricorso al fotovoltaico; per chi se lo può permettere, cioè dispone di un tetto ben soleggiato e delle risorse per pagarsi l’impianto, dato che, con la fine degli incentivi, le banche si sono ormai defilate da questa partita. Tuttavia i passaggi da un conto energia all’altro, con la relativa riduzione degli incentivi, ha tenuto il settore in un continuo stato di allerta che ne ha pregiudicato le capacità di pianificare il proprio sviluppo; e ora molte imprese rischiano la chiusura – è il caso recente dell’impianto Marcegaglia di Taranto – o un serio ridimensionamento.

Tra gli aspetti negativi pesa poi, l’entità di incentivi troppo generosi (12 miliardi annui). Di per sé, a fronte dei vantaggi conseguiti – minore importazione di idrocarburi, minore inquinamento, maggiore occupazione, risparmi per gli utenti – la cifra non rappresenta un costo insostenibile. Il fatto è che hanno beneficiato di questi sussidi soprattutto i grandi impianti a terra, che hanno spesso devastato campi e paesaggi, realizzando circa i 4/5 della potenza installata (a fronte di un quinto per gli impianti di piccola taglia che hanno accesso allo scambio sul posto). Per di più, quegli impianti sono in gran parte investimenti speculativi, fatti spesso da società estere attratte solo dalla rendita garantita dagli incentivi e senza alcuna presenza in campo industriale. Cioè gli incentivi sono andati ad alimentare i profitti del capitale finanziario e non nuovi investimenti produttivi nel settore.

Per questo la maggior parte degli impianti installati è di importazione (da Germania, USA e soprattutto Cina; ma la cosa riguarda, in misura anche maggiore, le turbine eoliche) mentre, con una vera politica industriale, quegli incentivi avrebbero potuto sostenere maggiormente lo sviluppo di un’industria locale. Ma il danno maggiore è dato dal fatto che quel quinto di impianti di piccole dimensioni è stato installato in modo sporadico e casuale, seguendo richieste e iniziative di singoli utenti al di fuori di qualsiasi pianificazione: ha riguardato più le abitazioni che le fabbriche (distese di capannoni con tetti senza l’ombra di un impianto sono visibili in ogni Regione: colpa anche del leasing, quando i padroni del capannone non sono gli stessi dell’azienda), e quasi mai sono parte di un mix di fonti rinnovabili diverse, teso a ottimizzare il ricorso a tutte le risorse del luogo. Non solo, quindi, non si è investito abbastanza nelle produzioni a monte, ma, ed è la cosa più grave, si è investito poco o niente nella formazione di team interdisciplinari in grado di individuare, in ogni territorio e in ogni ambito, le soluzioni ottimali per abbinare le diverse fonti rinnovabili disponibili, l’efficienza energetica e la valutazione dei carichi da sostenere in ambito locale. Cioè non si è investito in quello che è il vero futuro delle rinnovabili. leggi il pdf completo

 

Traccia del mio intervento al convegno capitalismo e democrazia del 2a-26 ottobre indetto dall’associazione Altra mente

La democrazia non è solo un ordinamento giuridico e una strumentazione istituzionale per dare forma e legittimazione ai processi decisionali. E’ anche e soprattutto il prodotto di un assetto sociale, di una composizione di classe, di un processo politico, di una cultura. Il capitalismo nei cosiddetti “Trenta gloriosi” era disposto a convivere con la democrazia (e con quelle Costituzioni messe sotto accura dalla banca J. P. Morgan e, dietro di lei, dal Parlamento italiano) aveva di fronte a sé un assetto sociale radicalmente diversa da quella attuale.
Intanto bisogna restringere il campo di applicazione di quella democrazia. Riguardava una ristretta parte del mondo: le nazioni, e nemmeno tutte, dei paesi occidentali industrializzati. Nel resto del pianeta vigevano regimi a cavallo tra dittature, le ultime guerre coloniali, e la ricostruzione di un dominio di tipo economico che allora si chiamava neo-colonialismo. Senza dimenticare che anche in Europa, nel pieno della ricostruzione postbellica, erano ancora in piedi regimi fascisti in Spagna e Portogallo, e altri ne sarebbero stati introdotti in Grecia e Turchia.
In secondo luogo la democrazia non ha mai riguardato l’esercizio del potere all’interno dell’impresa: ne erano escluse, cioè, tutte le attività produttive. Questa esclusione avrebbe trovato un parziale limite in diversi di istituti contrattuali imposti dalla lotta sindacale; ma solo in un secondo tempo (prima il paradigma era la Fiat di Valletta, come oggi lo è quella di Marchionne).
Infine, la democrazia in quella fase storica riguardava più aspettative e speranze di un riscatto futuro che la realtà del presente e della vita quotidiana. In una parte consistente e vitale dell’Occidente si erano in vario modo insediate aspettative di un cambiamento sociale che restituisse dignità e garantisse benessere a chi ne era privo. O più spesso – ma non sempre in alternativa a quel sogno – aspettative di promozione sociale: dalla campagna alla città, dal lavoro manuale a quello di ufficio, dall’ignoranza all’istruzione, dalla miseria al consumismo; aspettative di cui la scuola di massa era stato il principale veicolo: il cosiddetto “ascensore sociale”. Senza quelle aspettative presto deluse, quando l’evidenza di quei percorsi aveva cominciato a dileguarsi, sarebbe arduo spiegare i movimenti del ’68.
Delimitato così il campo della democrazia, in quel periodo il capitale aveva di fronte a sé un proletariato industriale e terziario in cui, soprattutto in Europa, sindacati e partiti di matrice socialista, laburista o cattolica avevano un forte insediamento sociale, che si traduceva in una cultura diffusa (che oggi passa sotto il titolo sprezzante di ideologia) e in atteggiamenti attraverso cui si esercitava una intensa partecipazione popolare, sia pratica che emotiva, alla vita politica. Ciò accadeva nei partiti e nelle loro organizzazioni collaterali assai più che nelle istituzioni, appannaggio esclusivo del ceto politico fin dagli anni del dopoguerra. Quel compromesso tra capitale e democrazia aveva comunque un risvolto economico nell’intervento pubblico, con l’industria di Stato, le aziende municipalizzate di servizi pubblici locali, una intensa politica “dirigista” e la progressiva generalizzazione dei principali istituti del welfare-state: istruzione, previdenza sociale e servizi sanitari e assistenziali.
Tutto questo sta scomparendo o non c’è già più. E con esso scompare la democrazia come l’abbiano conosciuta finora. Con la globalizzazione e la finanziarizzazione non è cambiato solo il capitalismo; è cambiata anche la composizione sociale della popolazione e con essa sono cambiati le culture e i comportamenti in cui si esprimono i suoi interessi. Soprattutto è cambiato l’orizzonte spaziale e temporale entro cui si sviluppano i conflitti sociali, che certo non mancano neanche ora: dall’Europa al mondo arabo, dalla Cina all’America Latina, dalla Turchia e dalla Bulgaria a Occupy Wall-Street; e così via.

Il nuovo orizzonte spaziale è dato dalla libera circolazione di merci e – via internet – di capitali e servizi che ha innescato processi di delocalizzazione che è ormai impossibile inseguire in termini organizzativi. Il motto “Proletari di tutto il mondo unitevi”, che già non aveva retto alle prove del ‘900, alla Grande guerra e alla frattura tra Seconda e Terza internazionale, oggi sembra irrealizzabile, se non, a volte, su politiche single issue.
Quanto all’orizzonte temporale, si è dissolto il futuro (“No future”, come aveva anticipato il movimento punk): nessuno crede più alle “magnifiche sorti e progressive”, al “sol dell’avvenire”, ma, in un regime di precariato ormai generale, nemmeno alla promozione sociale, alla “carriera”, o all’istruzione come ascensore sociale. Persino l’ecologia – un progetto di sostenibilità ambientale inscindibile da una maggiore giustizia sociale – viene percepita più come minaccia sulle nostre vite che come prospettiva di riscatto. E nemmeno il femminismo è per ora riuscito a imporre una revisione degli approcci alla trasformazione della vita sociale e politica.
Partiti e sindacati, con poche eccezioni, non sono più insediamenti sociali, ma, dove ancora resistono, sono articolazioni degli apparati istituzionali. La cultura del cambiamento è stata sommersa dallo tsunami della pubblicità, del consumismo e dell’entertainment che inchioda tutti al presente, dove ciascuno “fa parte per se stesso”.
Il panorama sociale che il capitalismo globalizzato e finanziarizzato si trova di fonte è dunque molto più frammentato, “liquido” e disperso di un tempo; e tuttavia è ricchissimo di fermenti e di iniziative nei campi più disparati. Ma la partecipazione alla vita delle istituzioni è ormai ridotta solo al voto, che coinvolge ogni anno sempre meno elettori, anche grazie all’opera di partiti sempre meno distinguibili uno dall’altro.
I vincoli imposti dall’economia del debito sono andati scaricandosi innanzitutto sui livelli salariali e occupazionali e sugli istituti del welfare-state, ma da tempo stanno investendo massicciamente anche gli enti locali, da sempre – e, in Italia, fin dalla nascita dei Comuni medioevali – incarnazione di una democrazia di prossimità. Lo strangolamento finanziario degli Enti locali, finalizzato alla cessione e privatizzazione dei beni comuni e delle funzioni più direttamente connesse alla vita quotidiana (acqua, trasporti, rifiuti, energia, scuole, edilizia, cultura, vivibilità, assistenza e prevenzione sanitaria), li svuota di ogni ragion d’essere, inducendo cittadini e lavoratori a non riconoscere alcun valore positivo a quella che viene presentata loro come democrazia.
Ma di fronte allo sfacelo economico e sociale a cui le politiche di austerità stanno spingendo l’Europa – con la Grecia che ne rappresenta in larga misura un destino comune – assistiamo agli albori di una nuova concezione della democrazia che si impone attraverso un’inversione di ruoli che trasforma gli “ultimi” in “primi”.
In Grecia – gli ultimi – la necessità di ricostituire legami di prossimità e reti di solidarietà finalizzate alle esigenze della sopravvivenza in campo alimentare, sanitario, abitativo, del riscaldamento, della mobilità, del reddito, ecc., crea le premesse per una ricomposizione in questi ambiti di una forza indispensabile per condizionare dal basso – e domani, forse, a controllare attraverso forme di democrazia partecipata e istituti della democrazia di prossimità – le scelte politiche nazionali ed europee. Non si tratta di soluzioni alternative alla democrazia rappresentativa, perché entrambe possono convivere. Ma è questa peraltro la strada imboccata anche in Argentina dal movimento della fabricas recuperadas e dal sostegno trovato nelle comunità territoriali di riferimento, proprio in presenza di un default che le autorità europee continuano a esorcizzare, pur sapendolo inevitabile; tanto da aver passato sotto silenzio i default parziali che per ben due volte hanno già imposto alla Grecia.
Ma quest’alternativa è un percorso imboccato di fatto, e per vie diverse, anche da quasi tutti i movimenti che hanno animato la scena politica e sociale negli ultimi anni. E’ una strada sottratta al dilemma tra Stato e mercato per imboccare, questa volta sì, una vera “terza via”: non il socialismo liberista di Blair, poi copiato da tutti i partiti della sinistra europea, che li ha portati allo sfascio, bensì la via dei commons, dei beni comuni, di un controllo condiviso – e conflittuale nei confronti di chi detiene le leve del potere economico e politico – sull’uso delle risorse del territorio e tanto sulle attività direttamente produttive come su quelle legate alla riproduzione; cioè su tutto ciò che, nel perseguire la sostenibilità ambientale, si configura in entrambi i casi come lavoro di “cura”: cura di sé, del prossimo e dell’ambiente.

Capisaldi di un programma per l’Europa [Il Manifesto – 24.10.2013]

Non siamo più, e da tempo, cittadini italiani; siamo sudditi di un “sovrano” che si chiama governance europea: un’entità dalla composizione poco chiara, mai eletta, che risponde solo al “voto” dei “mercati”, cioè all’alta finanza: il grande capitale internazionale nella sua forma più pura. E’ un governo di fatto che definisce in termini stringenti le politiche dei paesi dell’UE che gli hanno ceduto la loro sovranità, fino a concedere, con l’accordo two-packs, un controllo preventivo sui propri bilanci. Se le cose stanno così – come ci ricorda il ritornello “Ce lo chiede l’Europa” – per riappropriarsi della possibilità di far sentire la nostra voce, per restituire alle comunità capacità di autogoverno, occorre creare un’opposizione in ambito e di respiro europei.
Ma come colmare l’abisso tra le politiche imposte dalla governance europea e, per suo tramite, dalla finanza internazionale, e le istanze dei movimenti e delle mille organizzazioni che si battono, ciascuno a suo modo e spesso per proprio conto, per diritti fondamentali che i governi dei paesi dell’UE stanno erodendo: dignità, lavoro, reddito, casa, salute, istruzione cultura, vecchiaia serena, accoglienza, rispetto della vita di tutti? C’è nella rivendicazione di quei diritti l’embrione di un programma comune in cui si riconoscerebbero facilmente i partecipanti alle manifestazioni sia del 12 che del 19 ottobre, che i rispettivi promotori hanno invece concorso a tener separate per cautele politiche e aggressività verbali in entrambi i casi inaccettabili (se si vuole tutte radunare le forze disponibili). A questo programma di massima le elezioni europee della primavera prossima, come hanno sostenuto Alfonso Gianni e Tonino Perna, potrebbero fornire una prima occasione per riproporlo in tutti i paesi dell’Unione. I capisaldi di quel programma sono infatti già largamente diffusi e condivisi da un ampio arco di organizzazioni, anche se finora non sono ancora stati oggetto di un confronto diretto e non hanno quasi mai trovato espressione e rappresentanza in sedi istituzionali. Riguardano innanzitutto i diritti indicati precedentemente; poi la revisione radicale dei vincoli finanziari imposti dalle politiche di austerity che hanno colpito le economie, l’occupazione e le condizioni di vita nell’Europa mediterranea (per ora, ma il disastro si sta estendendo anche all’Europa centro-settentrionale). Riguardano in terzo luogo la riconversione ambientale del tessuto produttivo: sia per arrestare, con nuovi prodotti e nuovi mercati – soprattutto, ma non solo, di prossimità – la perdita di milioni di posti di lavoro e la chiusura di decine di migliaia di imprese grandi e piccole, condannate a morte dalla crisi, dalle politiche di austerità, dalle delocalizzazioni, dalla perdita degli sbocchi tradizionali; sia per creare nuove opportunità di lavoro e di impresa in attività dal futuro sicuro, perché servono a contrastare la catastrofe ambientale che incombe sul pianeta. Il quarto punto è la emersione di una nuova classe dirigente – già in gran parte all’opera nelle pieghe dei movimenti, del volontariato e delle organizzazioni civiche – che sia espressione diretta delle istanze di rinnovamento che provengono dalle comunità in lotta e che si sia formata – anche tecnicamente – in questa nuova temperie. Perché la crisi in corso non dipende solo da politiche sbagliate; è causata soprattutto dal deterioramento morale e culturale dell’establishment europeo: non solo quello politico, ma anche quelli manageriali, imprenditoriali e accademici.
Ma il problema principale non è il programma; è la forza per metterlo in marcia. Dove trovarla? Non si può contare sulle forze politiche esistenti, o su una loro svolta radicale, a meno di una dissoluzione che ne liberi le componenti che aspirano a un vero cambiamento di rotta. Solo una crescita quantitativa e qualitativa degli organismi e dei movimenti che alimentano il conflitto sociale giorno per giorno può costituire un riferimento solido.
Molte e importanti esperienze ci forniscono un filo conduttore per unire le rivendicazioni e le buone pratiche più avanzate dei movimenti alla possibilità di dare una formulazione sintetica al progetto di un radicale rinnovamento della politica e dei suoi obiettivi; e anche alla possibilità di raccogliere intorno ad esso molte forze, sia sociali che morali e intellettuali, ancora in gran parte disperse. Questo filo conduttore è la promozione di una politica fondata sui beni comuni.
In Italia e in gran parte dell’Europa abbiamo di fronte due problemi di fondo: da un lato, imprese che chiudono, licenziano e non assumeranno mai più, mandando in malora patrimoni giganteschi di conoscenze, di esperienza, di consuetudine alla cooperazione, di vite distrutte; dall’altro, la necessità di offrire nuove opportunità all’esercito degli esclusi dal lavoro e dal reddito, o costretti a condizioni umilianti di subordinazione nella palude di un precariato senza prospettive. Si tratta dei giovani, i cui tassi di disoccupazione sono astronomici nei paesi dell’Europa mediterranea, ma in crescita anche nelle economie più solide; ma è una condizione che riguarda tutte le fasce di età: tanti e tante trenta-quarantenni (TQ) che nella loro vita hanno conosciuto solo precariato e tante e tanti cinquanta-sessantenni espulsi dal lavoro, a cui viene progressivamente sottratta la prospettiva del pensionamento. E poi i profughi e i migranti che, inseriti nel lavoro e nelle società, potrebbero portare un contributo decisivo sia allo sviluppo economico e culturale dei paesi europei che alla pacificazione dei loro; per contribuire poi insieme, quando potranno ritornare nelle loro terre, alla formazione di un unico grande popolo mediterraneo.
Ora, non si può continuare a intervenire sulle aziende in crisi delegando ai governi il compito di trovar loro un nuovo padrone. I nuovi padroni, quando si presentano, lo fanno solo – è esperienza quotidiana – per depredare l’azienda dei suoi capitali residui, del suo marchio, del suo know-how, delle sue attrezzature migliori, per poi lasciare i lavoratori sul lastrico. Non si può puntare sulle nazionalizzazioni o sull’intervento statale; e non certo per il fatto che l’Unione Europea lo vieta. Su molte di quelle imprese gli Stati hanno fatto disastri non meno gravi delle gestioni private o privatizzate. E poi lo Stato italiano non dispone più, con la dismissione dell’IRI, di manager in grado di gestire un’impresa (tanto che ricorre sempre all’ottuagenario Bondi, che di disastri ne ha già fatti molti). Quelle aziende hanno bisogno di una nuova governance, composta dalle maestranze e dalle loro rappresentanze, dai governi locali e dalle associazioni di cittadinanza dei territori che le ospitano, dalle competenze messe a disposizione da università e centri di ricerca, in un regime che le riconosca come “beni comuni”, né private né pubbliche, ma a disposizione delle loro comunità di riferimento. Un programma che vale, a maggior ragione, per recuperare a una gestione condivisa i servizi pubblici locali: acqua, energia, trasporti, rifiuti, scuole, gestione del territorio; le chiavi della conversione ecologica.
L’altro problema centrale è la quantità di energie, intelligenza, creatività e aspettative degli uomini e delle donne escluse dal mondo del lavoro, che potrebbero contribuire alla rinascita culturale e produttiva dell’Europa e, innanzitutto, dei paesi dell’UE più colpiti dall’austerity.
Per recuperare quelle energie bisogna sottrarle ai ricatti della miseria, della disoccupazione e del precariato, garantendo a tutti un reddito di base incondizionato: le risorse per realizzarlo sono molte meno di quelle che vengono dissipate in armamenti, grandi opere inutili, interessi sul debito pubblico, evasione fiscale, costi della politica. Ma una volta sottratte al giogo di una vita senza prospettive, la riappropriazione in forme condivise di beni comuni oggi inutilizzati o ceduti a operatori privati grazie ai favori della politica – case, edifici, monumenti, beni culturali, suolo urbano, terre pubbliche o incolte, spiagge, biblioteche, teatri, fabbriche e capannoni – insieme al sostegno finanziario e tecnico a progetti autogestiti di avviamento di impresa potrebbe liberare le energie necessarie per fermare il degrado con programmi di conversione ecologica condivisi e gestiti dal basso. Ovviamente, con il coinvolgimento delle comunità di riferimento e di governi locali sottratti al giogo del patto di stabilità e di sindaci e giunte sottratti ai richiami del business; cominciando dalla requisizione dei beni contesi. Ma solo grandi lotte e grandi mobilitazioni potranno avere questo esito. E’ un progetto di lunga lena, ma andiamo incontro a tempi difficili che richiederanno soluzioni estreme; sottometterlo oggi a un pubblico dibattito è un buon punto di partenza.

Modelli di sviluppo [Contributo al libro “Grammatica dell’indignazione, a cura di Livio Peppino e Marco revelli, Edizioni Abele]

La crisi economica globale è ormai giunta al suo settimo anno senza sostanziali accenni di ripresa – esclusi alcuni ridotti alti e bassi che hanno interessato o interessano un numero ristretto di paesi – e soprattutto senza che gli andamenti positivi o meno negativi di alcune economie si riflettano sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle popolazioni interessate. Per questo dobbiamo abituarci a considerare lo stato di crisi una condizione permanente con cui ci toccherà convivere nei prossimi anni e decenni: anche tenendo conto delle cosiddette economie emergenti, nessuna nuova fase di grande espansione e di crescita complessiva del “benessere” è alle viste, se non per la ristrettissima cerchia dei ricchissimi (il famigerato 1 per cento della popolazione mondiale) che di questa crisi è la diretta beneficiaria, mentre le condizioni di vita e di lavoro – quando il lavoro c’è – della maggioranza della popolazione (il rimanente 99 per cento) rischiano una continua corsa verso il basso.
La crisi è di fatto la modalità assunta dal comando del capitale nella fase della sua “finanziarizzazione”; la manifestazione permanente di quella “economia del debito” (debito delle famiglie, delle imprese, delle banche, degli Stati) che nel corso degli ultimi tre decenni è andata progressivamente a impiantarsi – fino a dominarla completamente – sulla struttura produttiva, economica e sociale che aveva retto le sorti del mondo occidentale e industrializzato nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale (i cosiddetti “trent’anni gloriosi”; anche se di “glorioso” c’era poco o niente). Poco per volta e quasi inavvertitamente, la crisi ha trascinato con sé, affondandoli, i tratti fondamentali dell’epoca che l’aveva preceduta: innanzitutto la grande industria fondata sui grandi impianti industriali di matrice fordista, sostituita da processi di decentramento e di delocalizzazione che hanno frantumato la continuità e la coesione dei cicli produttivi: se il simbolo dell’era fordista era l’industria dell’auto a ciclo integrato costruita intorno alla catena di montaggio – General Motors, Fiat, Volkswagen, ecc. – su cui si era sostanzialmente modellato tutto il resto del mondo produttivo, compresa la piccola impresa, la burocrazia statale e l’esercito, a simbolo della nuova era può essere assunta la grande catena distributiva (Walmart, Auchan, Coop, ecc.) che fa da modello a tutto il resto del sistema delle imprese: un marchio e una immane rete di vendita contrassegnata da lavoro precario, bassi salari e ritmi infernali, che rastrella giorno per giorno il reddito dei consumatori e distribuisce i propri acquisti in tutto il mondo, tra una miriade di fornitori e subfornitori tenuti sotto il ricatto permanente di perdere la commessa, per indurli a estrarre dai propri dipendenti quanto più lavoro possibile al costo minore possibile. In più, incassi in contanti e pagamenti a 30-60-90 giorni: un immane polmone di liquidità da investire nelle operazioni più spericolate, che fa di questa tipologia di impresa uno dei protagonisti della grande finanza. Alla frantumazione dei cicli produttivi non corrisponde comunque una maggiore autonomia delle aziende fornitrici; bensì una maggiore concentrazione del potere e dei processi decisionali nel sistema finanziario che le controlla e le taglieggia. La globalizzazione non opera quindi solo in senso orizzontale, unificando in un unico mercato tutto il pianeta, ma anche e soprattutto in senso verticale: aumenta il potere dei pochi uomini al comando dell’alta finanza, tanto potenti da condizionare la politica di Stati e Governi, soprattutto attraverso il controllo del loro debito; ma anche in maniera diretta (attraverso il cosiddetto sistema delle porte girevoli: lo scambio di funzioni tra ceto politico e manageriale) o con varie forme di corruzione. All’altro capo della catena di comando, la precarietà delle imprese subordinate ai poteri della finanza si traduce in precarietà del lavoro: smantellamento del potere dei sindacati, degli istituti contrattuali e delle relative garanzie, assunzioni a termine, lavoro precario, lavoro nero e dipendenti trasformati in “imprenditori di se stessi”: tutti responsabili “di ultima istanza” di quello che succede loro, di quello che succede all’azienda che li impiega, di quello che succede al sistema economico che si regge sul loro lavoro. Mentre la precarietà dei Governi e degli Stati, i cui bilanci sono ormai sotto il controllo del sistema finanziario con cui si sono volontariamente indebitati, si traduce in un progressivo smantellamento degli istituti del welfare (pensioni, istruzione, sanità. cultura) e in svendita del patrimonio pubblico (servizi di rete, una volta tutti in mano pubblica; servizi pubblici locali e beni comuni) per far fronte, con incassi sempre più miseri, alle scadenze del debito. Sullo sfondo di questi processi c’è la rinuncia, da parte dei Governi e di tutti i partiti che li esprimono, a perseguire una politica industriale autonoma: a decidere che cosa produrre, quanto e con che mezzi garantire la mobilità, da che fonti ricavare l’energia, in che direzione orientare coltivazioni e alimentazione, dove costruire e con che fondi, quanto e come studiare e curarsi devono essere “i mercati”, cioè la finanza: non in base alle necessità dei più, ma in base alle prospettive di profitto di un numero infimo di padroni del mondo. Il rovesciamento delle tante aspirazioni e delle poche o molte conquiste del ‘900 è così compiuto e con esso si disseccano e si dissolvono le forme di democrazia rappresentativa che il secolo scorso aveva faticosamente costruito.
Sullo sfondo della crisi economica e sociale e ad essa direttamente connessa c’è la crisi ambientale che ha ormai investito tutto il pianeta e che rischia ogni giorno di più di arrivare a un punto di non ritorno. Della crisi ambientale il rischio maggiore è costituito dai cambiamenti climatici indotti dal consumo di combustibili fossili a cui l’establishment finanziario al potere è ferocemente attaccato; perché è lo strumento più diretto di controllo e di condizionamento di tutti i processi economici e di tutta la vita sociale del pianeta. Ma non è l’unico rischio che corriamo. Ad esso si aggiungono la crisi idrica (nei prossimi decenni l’acqua sarà oggetto di una competizione violenta – soprattutto tra spinte alla condivisione del bene e volontà di appropriarsene per trarne profitto – e di molte guerre locali), la distruzione irrecuperabile di molta biodiversità, la spoliazione del suolo fertile con asfalto, cemento, fertilizzanti e pesticidi chimici, l’inquinamento delle acque, dell’aria e dei suoli con montagne di reflui, di emissioni e di rifiuti non biodegradabili, l’esaurimento delle risorse ittiche e minerarie, e tante altre cose. La crescita della produzione non trova più nelle risorse naturali una campo di espansione libero e illimitato come è stato per migliaia di anni e soprattutto nell’epoca successiva alla rivoluzione industriale; e per questo deve ricorrere alla finanza (che è creazione di denaro per mezzo di altro denaro) e alla spoliazione della maggioranza della popolazione per garantirsi i profitti che ritiene adeguati. Soltanto radicandosi in un processo di rientro entro i margini della sostenibilità ambientale l’economia, la produzione e i consumi potranno tornare ad alimentare occupazione, reddito, qualità della vita per coloro su cui oggi ricadono i costi più pesanti della crisi.
Tutto si tiene e per cambiare rotta occorre una revisione radicale dei meccanismi che regolano l’economia e la società: le mezze misure non servono se non si blocca e non si inverte il meccanismo infernale che ci ha portato a questo stato permanente di crisi. E tuttavia il cambiamento non sarà un evento unico e improvviso, ma il lento risultato di un conflitto destinato a durare nel tempo. Ho proposto, ispirandomi al pensiero di Alex Langer, di chiamare questa inversione di rotta “conversione ecologica”, per sottolinearne sia la dimensione soggettiva (un mutamento profondo del nostro stile di vita e dei nostri consumi), sia quella oggettiva: una profonda revisione di quello che si produce, delle risorse utilizzate per produrlo, dei modi in cui lo si produce, dei destinatari di questa produzione e, soprattutto, del dove lo si produce. Il che mette in causa il problema di chi prende le decisioni sull’intero ciclo produttivo: l’alta finanza, i Governi di Stati ed economie ad essa completamente subordinati, i lavoratori di ogni singola impresa oppure le comunità dei territori in cui quelle imprese sono insediate? E mette del pari in discussione la concezione stessa della democrazia: è una cosa che riguarda solo le istituzioni dei governi locali, nazionali e transnazionali oppure ne deve entrare a far parte anche la gestione delle imprese e il governo delle comunità che vivono del lavoro che in esse si svolge? In altri termini, come deve configurarsi una politica industriale capace di fare i conti con le cause ultime della crisi economica e della crisi ambientale? Chi sono gli attori che devono definirla e metterla in pratica? E come tradurre in un programma di trasformazione sociale le tante forma di indignazione che gli sviluppi della crisi hanno suscitato?
La sostenibilità ambientale, l’orizzonte ecologico in cui devono inserirsi le decisioni di tutti coloro che intendono contrastare e combattere le scelte che ci hanno portato a vivere in questo stato di crisi permanente e a correre i rischi ambientali che sovrastano il pianeta ci forniscono anche alcune risposte. Occorre promuovere e sviluppare non uno, ma tutta una serie di conflitti radicali con i responsabili dello stato di cose presente e questi conflitti devono alimentarsi e combinarsi con un livello sempre più alto di partecipazione da parte di chi è stato finora escluso da quelle decisioni. D’altra parte qualsiasi forma di partecipazione ai processi decisionali non è realizzabile se non in un quadro di conflittualità crescente con chi ha interesse a escludere la maggioranza della popolazione dalle scelte che ne determinano le condizioni di vita e di lavoro. Conflitto e partecipazione sono tra loro inscindibili e costituiscono l’orizzonte del mondo in cui ci troveremo sempre più spesso a operare. La direzione di questo cambiamento è chiara: in tutti i campi si tratta di passare da un mondo dominato dalla concentrazione dei poteri, dai grandi gruppi finanziari e dalle grandi imprese, dagli Stati che ne eseguono centralisticamente gli ordini, a un sistema di poteri, di impianti, di imprese, di attività, diffusi, differenziati, adattati alle caratteristiche di ogni territorio e di ogni comunità, ma non isolati tra loro, perché collegati da un sapere condiviso, reso possibile dalla estensione planetaria dell’istruzione e dalle potenzialità delle reti di telecomunicazione. Prendiamo il caso dell’energia: si tratta di passare dai grandi impianti legati allo sfruttamento dei combustibili fossili – grandi miniere, campi petroliferi e metaniferi, oleodotti, gasdotti, flotte petroliere, carboniere e metanifere, grandi raffinerie, grandi centrali termoelettriche, gradi reti di vettoriamento dell’energia (e quindi grandi investimenti, grandi capitali, grandi società, grande centralizzazione dei poteri; e guerre per accaparrarsi le risorse) – a un’impiantistica diffusa sul territorio, differenziata a seconda delle risorse locali (le fonti rinnovabili sono molteplici) e dei carichi energetici da servire, e a un’efficienza energetica basata sulle caratteristiche specifiche di ogni utenza: tutte cose che richiedono la mobilitazione di saperi diffusi sul territorio (sono processi che non si possono governare dall’alto o da un centro) e, quindi, un altissimo livello di partecipazione democratica. Lo stesso vale, a maggior ragione, per ambiti come l’agricoltura, l’alimentazione, la mobilità, la salvaguardia del territorio, l’edilizia, il recupero di risorse dagli scarti dei processi di produzione e consumo.
Ma è il dove produrre ciò che mette radicalmente in discussione i processi di conversione ecologica della produzione e della società. L’economia attuale è fondata su una competitività illimitata a livello globale che spinge verso il basso, verso il sempre peggio, le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza della popolazione. La globalizzazione liberista non è altro che questo: i capitali si spostano dove i livelli salariali, la sicurezza dei lavoratori e la protezione dell’ambiente sono di volta in volta al minimo; chi resta senza lavoro e senza reddito a causa di queste delocalizzazioni – che ormai non riguardano più solo il mondo occidentale, ma anche la Cina e tra un po’ l’India, il Brasile, il Sudafrica e così via, finché la Grecia, e poi una parte crescente dell’Europa non saranno state messe nella condizione di attrarre capitali “grazie” a una situazione ormai disperata delle relative popolazioni – deve adeguarsi pena una completa emarginazione. I padroni del mondo non soffriranno se la Grecia, o l’Italia, o qualche altro Stato dell’Unione Europea o degli USA piomberà in una condizione che una volta si diceva “da terzo mondo”: continueranno ad avere le loro ville, i loro panfili, i loro aerei, i loro paradisi fiscali e turistici in giro per il mondo.
La conversione ecologica richiede che produzione e consumo o, meglio, generazione, rigenerazione e utilizzo dei beni e dei servizi si avvicinino tra loro il più possibile – anche, ma non solo, in senso fisico e geografico – attraverso accordi diretti tra chi lavora e chi utilizza i frutti di quel lavoro: è la cosiddetta riterritorializzazione dell’economia, che non è autarchia, non è protezionismo, ma è co-progettazione del sistema di vita e del lavoro di una comunità. Una comunità di dimensioni variabili: in ogni singolo ambito si potrà promuovere tanta prossimità quanto le tecnologie e le opportunità offerte dal territorio consentono; forse molto ridotta nei campi energetico (fonti rinnovabili differenziate), alimentare (agricoltura a km 0), del recupero (riciclo integrale dei rifiuti), dell’edilizia e del riassetto del territorio; sicuramente più ampia in campo industriale e certamente di dimensioni planetarie nel campo dei saperi, dove a viaggiare e a venir diffusi non sono gli atomi ma i bit. Questa non è l’abolizione del mercato, ma il suo trasferimento, certamente parziale e soggetto a continue revisioni, nell’ambito di una negoziazione che tenga conto non solo dei costi esternalizzati (quelli non considerati oggi dalle imprese che scaricano gran parte dei loro costi effettivi sull’ambiente e sulla società), ma anche e soprattutto di priorità e convenienze decise in forme partecipate.
Tutto ciò mette radicalmente in discussione le sperequazioni che da sempre caratterizzano molte delle formazioni sociali che si sono succedute nel tempo e soprattutto il capitalismo; sperequazioni che il passaggio dal sistema di produzione fordista – e dall’approccio keynesiano ai problemi economici – alla fase attuale di finanziarizzazione dell’economia hanno enormemente dilatato. La conversione ecologica – un processo che rimette al centro gli interessi e i bisogni di miliardi di uomini compressi e disattesi da un pugno di “padroni del mondo” – è inscindibile da un cammino verso un abbattimento crescente di queste sperequazioni: giustizia ambientale (verso la Terra) e giustizia sociale (tra gli umani) sono due facce dello stesso percorso.
Se tutto ciò è vero, un progetto politico di trasformazione della società orientato alla sostenibilità ambientale deve saper prendere le distanze dagli ideali che hanno dominato i conflitti sociali e la lotta di classe del secolo scorso almeno quanto le forme di dominio assunte dal capitalismo finanziario di questo secolo si differenziano da quelle che hanno caratterizzato il panorama produttivo e politico dell’era fordista e quanto la crisi ambientale mette in crisi l’illusione di una crescita illimitata della produzione e dei consumi. Se vogliamo tentare un primo confronto tra l’orizzonte delineato dalla conversione ecologica – che non è un’idea molto distante da quella definita, in altri ambiti semantici, dai concetti di decrescita, o di economia stazionaria, o di buen vivir, o di giustizia sociale e ambientale – e l’orizzonte che ha dominato il conflitto di classe nel corso del secolo scorso, sotto le insegne del socialismo, del laburismo o del comunismo, alcune considerazioni sembrano d’obbligo.
Un processo fondato sulla combinazione di conflitto e partecipazione non ha, nell’orizzonte che ci è dato di prospettare, un punto di approdo definito, uno stato di compiuta rappacificazione con la Terra e tra gli umani. Il conflitto potrà – si auspica – essere condotto in condizioni più favorevoli a chi oggi ne è la vittima, e la partecipazione potrà offrire a tutti una maggiore ricchezza in termini di relazioni umane, di accesso al sapere, di affetti, di autonomia e di dignità della persona; ma si sono dissolti per sempre, credo, il sogno di un “paradiso socialista”, la prospettiva di una società senza classi e senza conflitti di classe, la pretesa del socialismo “scientifico” di condurci fuori dalla “preistoria”, cioè da qualsiasi forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo (e ora anche della natura) da parte dell’uomo; e ce ne sono tante, e anche di sempre nuove. Per questo dobbiamo riuscire ad attribuire anche e soprattutto al presente, alla vita e alle lotte qui e ora, tutto il valore che spetta loro in quanto forme di un diverso modo di vivere e di concepire la vita. La condizione in cui dobbiamo saper ricollocare le nostre esistenze è quella di una società in crisi permanente, che sarà sempre conflittuale e dove la partecipazione dovrà ogni volta essere ricostituita su nuove basi. In altre parole, nel confronto che aveva contrapposto Bernstein e Kautsky la conversione ecologica sta con il primo: il movimento è tutto; e il fine è nel movimento stesso. O, se vogliamo, sta con Marx, per il quale il comunismo è il movimento reale che abolisce [ogni volta di nuovo, aggiungo io] lo stato di cose presente.
In secondo luogo, socialismo e comunismo, in tutte le loro versioni sono state comunque concezioni indissolubilmente fondate sul produttivismo, sul principio di affidare allo “sviluppo delle forze produttive” le basi materiali di una emancipazione dell’umanità; l’ecologia, invece, ricerca una conciliazione tra l’attività umana e l’ambiente che subordina la produzione al rispetto degli ecosistemi: sia a livello locale che globale.
Poi il socialismo e il comunismo – nella sua applicazione storica, sicuramente distorta – sono incontrovertibilmente legati a una dimensione nazionale (“il socialismo in un solo paese”, anche se solo come stadio verso l’internazionalizzazione del conflitto) e individuano nel potere dello Stato la leva fondamentale della trasformazione sociale, pacifica o violenta che sia; mentre per l’ecologia è giocoforza procedere “a macchie di leopardo”, soprattutto a livello locale, anche se l’ecologia individua negli accordi internazionali, purtroppo quasi mai rispettati, una potente leva di trasformazione.
Inoltre il socialismo, nella sua evoluzione, è indissolubilmente legato al processo di concentrazione della produzione in grandi stabilimenti da cui è discesa la creazione di quel proletariato industriale – la “classe operaia” – eletto a protagonista del rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. L’ecologia, anche se volesse, non può più contare su un soggetto del genere; deve fare i conti con la dispersione e la moltiplicazione delle figure sociali e professionali del nostro tempo e cercare soprattutto nella ricomposizione di comunità locali in rapporto con i loro territori e i loro beni comuni le forze con cui costruire una prospettiva di trasformazione sociale e ambientale. A promuovere la transizione non sarà quindi un soggetto monolitico, ma una rete di iniziative differenti e diffuse.
Il socialismo ha poi visto nella concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di un numero ristretto di grandi corporation -che di fatto abolivano le regole del modello liberista di un mercato concorrenziale – una prefigurazione, ancorché parziale e distorta, di una pianificazione centralizzata dei processi economici. L’ecologia vede invece le radici del cambiamento in una progressiva diffusione e differenziazione di impianti e strutture di piccole dimensioni su cui maestranze e comunità locali possano esercitare forme di controllo diretto e partecipato, rapportandosi tra loro attraverso processi negoziali che non cancellano il mercato – cioè la contrattazione delle condizioni dello scambio – ma non lo sottomettono a quella competizione senza limiti che, attraverso i diversi livelli di subordinazione tra le imprese, finisce sempre per scaricarsi sulle condizioni di chi lavora e/o ne subisce l’impatto economico, sociale e ambientale.
Infine il socialismo e il comunismo “realizzato” vedevano nella proprietà pubblica intestata allo Stato e ai suoi organi la condizione di una estensione universale dei diritti sociali e l’alternativa al dominio del capitale fondato sulla proprietà privata. Il nuovo secolo ha ormai verificato che la proprietà pubblica non costituisce di per sé una reale alternativa a quello sfruttamento del lavoro e della socialità intrinseco alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Entrambe sono forme di appropriazione di ciò che può e deve essere condiviso, e le cui condizioni di condivisione possono risiedere solo in un continuo rafforzamento, in forme conflittuali, dei processi di partecipazione alla sua gestione da parte delle comunità interessate: la sostanza stesa di ciò che si intende per “beni comuni”.

Un EXPÒ tira l’altro (LEFT 29.9.2013)

L’Expò 2015 galvanizza la casta (“rimetterà in sesto l’economia”) e ammorba i milanesi. Fare l’Expò è una idea stupida: poteva venire in mente solo a una turista della politica come l’ex sindaco Letizia Moratti. Per Pisapia, il sindaco che l’ha ereditato, è una pietra al collo che porterà a fondo lui, la sua giunta e l’intera cittadinanza. L’Esposizione Universale aveva senso a metà dell’800, quando non c’era altro modo per mostrare al mondo le “meraviglie” della nuova civiltà industriale. Ma adesso c’è Internet, e prima c’erano già TV e stampa in quadricromia: quelle “meraviglie” le conoscono persino i pinguini del Polo Sud, senza bisogno di mettersi in viaggio per Milano. Le ultime Expò (Lisbona, Hannover, Saragozza, Shanghai) sono state bagni di sangue: metà dei visitatori previsti, una montagna di debiti e, soprattutto, cemento e strutture inutilizzabili e inutilizzate. E’ il destino dell’area (pagata a peso d’oro ai proprietari) e delle installazioni progettate per Expò 2015. Un mercato bloccato azzera l’intento originario di fare sul sito, dopo la sua dismissione, una grande speculazione edilizia. D’altronde la parte maggiore delle spese previste per l’Expò sono per infrastrutture (Brebemi, Tem, Pedemontana e due nuove linee di metropolitana) che non portano all’Expò; e che non verranno terminate in tempo. Poi c’è la “via d’acqua”: doveva essere un canale navigabile; sarà un rigagnolo di cemento parallelo al Naviglio leonardesco, per alimentare la fontana dell’Expò: 80 milioni. La prospettiva di ritrovarsi una grande “piastra” di cemento abbandonata al posto degli orti della proposta iniziale (“Nutrire il Pianeta”) trasforma il progetto in un incubo. Ma ecco la soluzione: sul sito di Expò abbandonato alla fine della fiera, se ne farà un altro; non proprio un Expò, ma qualcosa di simile. Per esempio le Olimpiadi 2024: altre spese, altre commesse, altre “infrastrutture”, altra mafia, altri esiti fallimentari. Torino, grazie alle Olimpiadi 2006, è la città più indebitata d’Italia. Ma ai suoi cittadini, che ne pagheranno i costi per trent’anni, nessuno lo dice. E Milano già ridimensiona i servizi, o ne aumenta le tariffe, purché non vengano messe in discussione le spese dell’Expò.
Ma crescono in città comitati che si riconoscono nella parola d’ordine NoExpò; che ormai non può più portare al blocco del Grande Evento, ma si trasforma, come è accaduto con parole d’ordine come NoTav, NoTem, NoTriv, No Dal Molin, No Ponte, NoNav, non nell’invito a “non fare” niente, come sostiene la casta; ma in una scuola di consapevolezza, di solidarietà e di democrazia per promuovere e rivendicare le cose da cui dipendono difesa e miglioramento della vita cittadina.

Chi ha bisogno di evocare fantasmi (Il Manifesto 24.10.2013)

Terrorista a chi? A Fabio Zita, dirigente dell’Assessorato all’Ambiente della Regione Toscana (in più, “mascalzone, bastardo e stronzo”). A definirlo terrorista in una intercettazione – più tutto il resto, compresa la rimozione dal suo incarico – è stata Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italfer. E’ il trattamento che il recente dibattito massmediatico riserva sempre più spesso agli attivisti del movimento NoTav (della Val di Susa). E infatti Fabio Zita è, o è stato, un attivista NoTav (di Firenze). Non per le sue convinzioni sociali o politiche – non sappiamo niente di come la pensi in proposito – ma semplicemente perché, nell’esercizio delle sue funzioni e dei suoi obblighi, cercava di fare rispettare la legge a una congrega di politicanti del PD che stava usando, per farsi i propri affari a spese dell’ambiente e della salute di migliaia e migliaia di persone, un progetto non meno demenziale e criminale del TAV della Valle di Susa. Si tratta del sottopasso TAV di Firenze: un budello sotterraneo che minaccia la stabilità dei principali monumenti di una delle più belle città del mondo, con un tracciato che prevede una stazione interrata mostruosa come quella di Bologna e due curve a gomito che nemmeno un treno a pedali dovrebbe affrontare: figuriamoci un treno AV! Ma farsi gli affari propri (“il TAV serve solo a chi lo fa”) è proprio quello in cui sono impegnati anche i “grandi sponsor” del TAV in Valle di Susa (che sono più o meno gli stessi); anche se per ora le inchieste giudiziarie della Procura di Torino li hanno solo sfiorati, mentre stanno andando “a fondo” – e che affondo! – sugli oppositori del progetto, sulle loro famiglie, sulla loro mobilitazione, sulla loro cultura, sulla loro solidarietà. Chi tocca i fili muore! E chi manifesta la sua opposizione al Tav Torino-Lione è un terrorista. Così l’accusa di farsela con le Brigate Rosse ha finito per investire (per voce di Angelino Alfano e di Maurizio Gasparri) anche Stefano Rodotà; per aver evidenziato come ovvio (Rodotà ha detto “comprensibile”) che un clima del genere, dove tutti gli oppositori diventano terroristi, spalanchi un varco anche a chi la lotta armata l’ha praticata o la vuol praticare davvero.
A venir richiamato in servizio è così il fantasma del terrorismo degli anni ’70, senza mai ricordare che quella fase tragica della storia italiana era stata preceduta, preparata, promossa e sollecitata da almeno quattro anni di strategia della tensione, da almeno dieci stragi di Stato (e altrettante tentate e non riuscite) e da una ininterrotta campagna di criminalizzazione delle lotte che avevano preceduto la comparsa delle formazioni armate (che non poco avrebbe poi contribuito a mettere alle corde e stroncare i movimenti di quegli anni). Insomma, dato che in vent’anni non si è riusciti a fermare il movimento NoTav, non resta che criminalizzarlo tacciandolo di “terrorismo”. E’ un buon metodo per promuoverlo, il terrorismo; come ci insegnano, appunto, gli anni ’70.
A ben guardare, “violenze” e sabotaggi imputati a qualche attivista NoTav sono una puntura di spillo rispetto all’occupazione manu militari di un territorio (con 400 – ma sono stati anche molti di più – uomini in armi, e connessi blindati: una vera e propria guerra); alla distruzione con le ruspe di un sito archeologico di inestimabile valore (a cui il Ministero dei Beni culturali aveva destinato ben il 10 per cento del suo magrissimo bilancio!); alla devastazione e all’avvelenamento di campi e vigneti (per ora) e di un’intera vallata, (se il progetto andasse in porto); alle tonnellate di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e caricati con gas CS proibito dalla convenzione di Ginevra sulle armi da guerra; ma poiché siamo “in pace”, allora si può. Vero Caselli? Sempre posto, come ha fatto già rilevare Livio Pepino, che quegli atti siano effettivamente riconducibili a qualche attivista del movimento. Non dimentichiamo che la Valle di Susa è infestata da una n’drangheta insediata da decenni a Bardonecchia; che a bruciare i presidi del movimento, ben prima di qualche mezzo delle imprese di costruzione, è stata la mafia (agli ordini di chi?); e che l’incendio dei mezzi è un consolidato strumento delle imprese mafiose per eliminare i concorrenti, mafiosi e non. Ma vista l’unilateralità delle misure adottate nel corso del tempo dalla Procura di Torino, è giunto il momento di chiedersi se la direzione di Caselli sia la più indicata per riportare la legalità in un conflitto che non ha ancora visto le forze dell’ordine indagate per comportamenti palesemente e spesso ostentatamente illegali, che ricordano l’impunità di cui hanno a lungo goduto e godono ancora molti dei macellai del G8 di Genova.
Ma a parte il malaffare – a Firenze non più che in Val di Susa (anche se l’inchiesta Minotauro, che riguarda la Valle, per ora langue) – quello che la campagna massmediatica che taccia di terrorismo tutto il movimento NoTav cerca di coprire sono le straordinarie conquiste di un movimento che sta in piedi, da vent’anni e più, sul terreno della democrazia, della solidarietà, della cultura, dell’autonomia personale e collettiva. Ma a sostegno di quel treno insensato ha recentemente aggiunto la sua voce Massimo Cacciari: “La democrazia non è un’assemblea permanente” ha sentenziato su Repubblica (10.9.2013). E’ vero. La democrazia, quella vera, è molto di più: richiede radicamento nel territorio – altrimenti non si sa nemmeno di che cosa si parla e su che cosa si delibera; mobilitazione e ascolto sia dei saperi sociali diffusi che delle competenze tecniche specialistiche – e di queste il movimento NoTav ne ha coinvolte ben 360; cioè quasi tutti gli esperti della materia che ci sono in Italia, che il cosiddetto “Governo tecnico” di Monti non ha preso né avrebbe mai saputo prendere in considerazione. Richiede confronto e consapevolezza della posta in gioco che gli attivisti del movimento hanno promosso e coltivato per vent’anni e più, mentre i fautori della Grande Opera si sono adoperati in tutti i modi per soffocare. A partire dal finto organo di “mediazione”, l’Osservatorio diretto dal Mario Virano, l’uomo incaricato di portare comunque a termine il progetto e che per questo ha escluso a priori tutti quelli che non erano d’accordo con lui. Il tutto, contando su un sostegno da parte dei media che è tanto unanime (qui sembra davvero di essere in Unione Sovietica) quanto pregiudiziale e privo di argomentazioni. La democrazia richiede infine solidarietà e soprattutto volontà e capacità di costruire qualcosa di nuovo: e da queste lotte è nata una nuova identità condivisa di tutta la Valle; e anche, con l’associazione Etinomìa che raggruppa oltre 300 imprese, un approccio all’economia locale ecologico e solidale. Quest’associazione ha convocato, alla fine di questa settimana, degli “Stati Generali” per discutere delle prospettive di questo nuovo approccio. Se i media dedicassero a questa discussione anche solo un decimo dello spazio che riservano al presunto ritorno del terrorismo e dei relativi sponsor, porterebbero un buon contributo alla chiarezza e non, come fanno, un incoraggiamento al paventato ritorno del terrorismo. Sono tutte cose da ricordare e mettere al centro dell’attenzione in queste settimane, in vista della mobilitazione a difesa della democrazia e della Costituzione del 12 ottobre. Se, come dice Cacciari, il Tav Torino-Lione “è un’opera sbagliata”, non si capisce perché “ormai dobbiamo realizzarla”. La democrazia, tanto quella rappresentativa, così lontana oggi dal sentire della popolazione, quanto quella partecipata che si pratica in Valle, è sì (anche) diritto di sbagliare. Ma sopravvive e mantiene la sua legittimità solo se, di fronte a evidenze tanto grandi degli errori compiuti, ha la capacità di correggersi.

Corradi Clini, lettera a Il Manifesto del 19.9.2013

Corradi Clini rivendica (il manifesto del 18.09) la correttezza del suo comportamento nei confronti dell’Ilva ricordando che, da Ministro, il 16 luglio del 2013 (cioè con due anni di ritardo), aveva segnalato alla Commissione Industria del Senato l’inadeguatezza dell’Aia del 2011, emessa quando Clini era Direttore Generale dello stesso Ministero, cioè braccio operativo di una Ministra – aggiungo io – totalmente incompetente, come e forse più di tutti quelli che l’avevano preceduta dal 1997 in poi. Clini lamenta il fatto che le imprese italiane sono riluttanti ad adottare misure di protezione ambientale adeguate e che spesso le amministrazioni locali mettono in scena delle finte opposizioni nei loro confronti con il solo scopo di tirarla in lungo. Grazie tante; e il Ministero, che ci sta a fare? Clini riconosce che l’Aia del 2011 – poi, sotto l’incalzare delle contestazioni di Magistratura, lavoratori e opinione pubblica, corretta con quella del 2012, peraltro tutt’ora inapplicata o in fortissimo ritardo – era “scarsamente motivata sul piano tecnico” – cioè le sue 462 prescrizioni erano pura “fuffa” – ed era “caratterizzata da un compromesso politico”. Che è appunto quello che ho sostenuto nel mio articolo del giorno prima: cioè da uno scambio tra il sostegno dei Riva al “salvataggio” elettorale di Alitalia e la libertà dell’Ilva di continuare a inquinare e uccidere con un’Aia tagliata su misura. Guido Viale.

ILVA (Il Manifesto 17.9.2013)

Letta ha annunciato che il prossimo impegno del governo, se resterà in piedi, sarà un grande programma di privatizzazioni, cioè di svendita di quote di aziende statali e di misure per costringere i Comuni a disfarsi del loro residuo controllo sui beni comuni e sui servizi pubblici locali. Il tutto, naturalmente, per far quadrare i bilanci, abbattere il debito pubblico e riportare il deficit (che ormai viaggia verso il 3,5 per cento del PIL) entro il margine “prescritto”. Tutti obiettivi impossibili: ai prezzi odierni, la svendita anche di tutti i beni pubblici vendibili (un grande affare per chi compra) non porterebbe nelle casse statali che un centinaio di miliardi o poco più; cioè meno di quanto lo Stato pagherà in un anno tra interessi e rateo di rimborso del debito imposto dal fiscal compact. E l’anno dopo ci si ritroverà al punto di prima, ma senza più beni comuni e aziende pubbliche. La realtà è che il debito pubblico italiano è insostenibile e l’unico modo per farvi fronte è congelarlo.
Ma per capire dove portano le privatizzazioni già largamente praticate dai precedenti governi di centrosinistra guardate l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale; poi svenduto, una ventina di anni fa – a una famiglia di gangster che aveva fatto i soldi con i rottami di ferro – in ossequio alla cultura delle privatizzazioni messa in auge dagli allora campioni del centrosinistra: Andreatta, Ciampi, Prodi & Co. La motivazione di quel passaggio di mano era che le cattive performance del settore (peraltro in crisi, da allora, in tutta Europa) erano dovute ai condizionamenti della “politica”, ormai insediatasi nel management dell’azienda; e che solo una gestione privata l’avrebbe salvato da quelle interferenze. La validità di quella tesi può essere verificata dal fatto (tra gli altri) che i Riva sono oggi i principali azionisti privati di Alitalia, cioè di quella cordata fallimentare messa su da Berlusconi per gestire in nome dell’italianità della “nostra” compagnia aerea la sua campagna elettorale del 2006: le interferenze della politica funzionano tanto con la proprietà pubblica che con quella privata. In cambio di quell’operazione senza alcun senso economico i Riva si erano però garantiti mano libera nella prosecuzione di una gestione scellerata dell’azienda, nonostante due condanne penali in cui il capostipite della dinastia era già incorso. Tra i risultati di quello scambio di favori c’è stata un’autorizzazione integrata ambientale (AIA) confezionata su misura dell’Ilva dalla ministra Prestigiacomo e da un uomo per tutte le stagioni, vero “dominus” del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini.
Così i Riva hanno gestito gli impianti dell’Ilva “a esaurimento”: investendo cioè solo l’indispensabile per tenerli in funzione e fare profitti da imboscare all’estero, fottendosene dell’impatto ambientale, della salute, della sicurezza e della vita di maestranze e cittadinanza; contando sul fatto che gli impianti sarebbero andati a rottamazione più o meno nel momento in cui il mercato globale avrebbe reso insostenibile la gestione di uno stabilimento di quelle dimensioni. Per questo l’idea di risanarlo e ammodernarlo (che è cosa differente dal mettere in sicurezza maestranze e città fin che continuerà a funzionare) è un po’ peregrina. Non c’era, dietro la gestione Riva, alcuna strategia che non fosse quella di spremere uomini, impianti e territorio fin che fosse possibile. Come non c’è altra strategia dietro la gestione dell’odierno commissario e del suo vice. In più, all’Ilva c’era – ed è rimasta operativa anche dopo la nomina di Bondi – una conduzione criminale del personale e delle lavorazioni, affidata a una struttura parallela e illegale di “fiduciari”: cioè di persone non incluse nell’organico dell’azienda, che comandano in fabbrica al posto dei capi – imponendo quelle operazioni pericolose che sono all’origine dei morti, degli infortuni e di gran parte dell’inquinamento della città – ma che non rispondono mai del loro operato, perché ufficialmente “non esistono”; una struttura che dipendeva direttamente dai Riva e che ora – verosimilmente – risponde al Presidente Ferrante: un altro uomo per tutte le stagioni: già Prefetto, candidato del Centro sinistra a sindaco di Milano, Presidente di Impregilo sotto accusa per i disastri dei rifiuti in Campania e dell’alta velocità nel Mugello.
Sono stato un solo giorno a Taranto, nell’agosto dell’anno scorso, invitato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti, e in un giorno solo sono venuto a sapere tutto di quella struttura illegale. Tutti sapevano che c’era e che cos’era, con nomi e cognomi. Ma per mesi e per anni nessuno, a quanto mi consta – né sindacati, né partiti, né amministrazioni locali, né Curia, né Regione, né Governo, né tantomeno il nuovo Presidente, il commissario o il suo vice – ha sentito il bisogno di denunciare una pratica del genere. E’ dovuta intervenire la magistratura, con diciotto anni – verosimilmente – di ritardo, per arrestare la cupola di quell’associazione a delinquere. Il che dà un’idea del livello di compromissione costruito intorno all’intreccio tra “politica”, in senso lato, e “privatizzazioni”. D’altronde l’Ilva ha un dopolavoro – l’Associazione Vaccarella – attraverso cui transitano ingenti finanziamenti gestiti dai sindacati, che non ne hanno mai dato conto; e a Taranto c’è un palazzetto dello sport dell’Ilva, denominato – chissà perché? – PalaFiom. Ve lo immaginate voi un PalaFiom della Fiat di fronte ai cancelli di Pomigliano o di Mirafiori? Evidentemente qualcosa non quadra.
Ora che i Riva hanno fermato per ritorsione tutti gli altri impianti italiani Letta deve decidere che cosa fare. Ma non può fare niente, perché sia lui che i suoi predecessori si sono legati le mani con leggi e accordi di cui si sono fatti garanti e con cui hanno legato una pietra al collo del paese per mandarlo definitivamente a fondo. Il Governo non può ridare l’Ilva ai Riva, per lo meno fino a che non avranno restituito almeno gli otto miliardi che hanno rubato. Non può cercare un compratore estero, perché questi userebbe l’impianto per mettere piede in Italia e poi dismetterlo il più in fretta possibile, come hanno fatto tutti gli altri cosiddetti “investitori esteri”, non solo con la Lucchini nel siderurgico; ma con Alcoa, Siemens, Telecom, Alstom, Parmalat e tante altre. Non può nazionalizzare l’Ilva o gli altri stabilimenti dei Riva sotto sequestro perché l’Europa “non lo consente”; e perché “i soldi” per l’esproprio aumenterebbero deficit e debito; e non si può fare.
Ma la nazionalizzazione – dell’Ilva, o del Gruppo Riva, o degli stabilimenti Fiat condannati alla cassa integrazione perpetua, o di qualsiasi altra fabbrica in crisi – è per ora impraticabile anche per chi fosse eventualmente propenso a “passar sopra” a quei vincoli (e per ora nessuno di coloro che hanno voce in capitolo lo è). Perché manca la struttura per gestire aziende del genere. Una volta c’era l’Iri: una robusta struttura pubblica, che era anche una scuola di management di livello internazionale, quali che ne fossero le pecche politiche, che certo non mancavano. Adesso invece c’è solo più Bondi: un arzillo ottuagenario pronto a tutto, che si è lasciato dietro le spalle una intera carriera di aziende scomparse o distrutte: Montedison, Lucchini, Telecom, Ligresti e Parmalat (riempita, quest’ultima, di miliardi con le penali pagate dalle banche che avevano tenuto bordone a Tanzi, per finire subito tra le fauci di un pirata che li ha usati per farsi i fatti propri); più una breve permanenza al governo della spending review e alla formazione della lista Monti, dove, com’è ovvio, non ha combinato niente.
Così, se Landini ha promesso che la Fiom non permetterà più la chiusura di altre fabbriche, anche a costo di promuoverne l’occupazione da parte delle maestranze – e ha fatto bene – resta da definire che cosa fare poi di quelle aziende, che sono ogni giorno di più, una volta che i lavoratori le abbiano occupate: restituirle al padrone che le vuole chiudere? Cercare un nuovo padrone perché a chiuderle sia lui, dopo aver portato via macchinari, brevetti e marchio, come hanno già fatto in tanti? Affidare anche quelle a Bondi? Nazionalizzarle, anche se il management per gestirle non c’è?
In realtà quello che c’è da fare, e subito, è raccogliere e costruire, con un appello al paese, un nuovo management: un tessuto esteso di persone disposte a sostituire i vecchi proprietari – o, eventualmente, a integrare la precedente dirigenza – per mettersi a disposizione di tutte quelle situazioni che invece di accettare la chiusura sono disposte ad affrontare la sfida di una nuova gestione, socializzata e condivisa: non una mera “autogestione” da parte delle maestranze, anche se l’utilizzo della legge Marcora, o di un suo sostituto, potrebbe fornire uno strumento per imboccare una strada del genere. Ma una gestione che, accanto alle maestranze, coinvolga anche le comunità locali, le loro associazioni, le amministrazioni dei Comuni e degli altri Enti locali del territorio, le Università (cioè i docenti e le organizzazioni degli studenti disponibili) la schiera crescente di ex manager messi sul lastrico, l’esercito di coloro che hanno fatto apprendistato di responsabilità gestionali nel terzo settore. E’ l’unico modo per mettere insieme, e mettere alla prova in un confronto serrato con situazioni concrete, una nuova classe dirigente: un passo indispensabile se si vuole esautorare quella attuale. Intanto bisogna mettere all’ordine del giorno espropri e requisizioni. O ci sono altre strade per salvarci dal disastro?

Intervento di Guido Viale all’assemblea La via maestra. Roma. 8.9.2013

Buongiorno

Siamo stati abituati, soprattutto chi come me ha una certa età, a considerare la Costituzione uno schermo per proteggerci da avventure autoritarie, che comunque nei decenni trascorsi non ci sono mai state fatte mancare.

Certo la Costituzione italiana era ed è rimasta in gran parte inattuata, e in molti casi non era e non è rispettata.

Ma la Costituzione e il suo dettato sono restati comunque a lungo per tutti una barriera invalicabile: la politica si faceva “a valle” di essa, nelle diverse scelte e opzioni con cui ciascuna forza politica riteneva o fingeva di interpretarla, senza mai metterne in discussione la struttura portante.

Adesso a venir messa in gioco ora êproprio quella barriera. L’obiettivo è un accentramento del potere esecutivo nelle mani di un Governo sciolto dai vincoli del Parlamento e da quelli del potere giudiziario. Questo ci dà la misura dell’arretramento subito dalla politica italiana nel corso di almeno due decenni, e forse più.

La lotta politica, se lotta politica c’è, si è così spostata “a monte” della Costituzione: nell’attacco o nella difesa dei diritti di cui essa era stata messa a presidio.

Questo pone la lotta politica su un terreno nuovo: più ampio, più incerto e più radicale; perché in gioco non ci sono più solo politiche antipopolari e pratiche sopraffattrici da combattere. Oggi vengono messi in forse diritti fondamentali, costitutivi non solo di un ordinamento democratico, ma della persona stessa e della sua integrità.

Lo si vede innanzitutto in fabbrica e nelle aziende, dove Marchionne, ma non solo lui, rivendica come un diritto, da sancire e legittimare con contratti, leggi e persino mutamenti costituzionali, una gestione delle maestranze peggiore di quella che negli anni ’50 Valletta esercitava, prima dell’autunno caldo e in un clima dominato dalla guerra fredda, in palese e conclamata violazione della legalità.

Lo si vede in piazza e sul territorio, da Genova alla Valle di Susa, dove l’esercizio del potere repressivo promosso da tutti i governi che si sono succeduti negli anni è stato e viene diretto in una sola direzione, nonostante che le violazioni della legge e delle regole della convivenza faccia capo soprattutto allo Stato e alle sue articolazioni.

Lo si vede nelle scelte politiche che in nome della “crescita”, della “ripresa” o del pareggio di bilancio ormai “costituzionalizzato”, non solo erodono i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione: istruzione, salute, reddito, dignità; ma intendono proprio legittimarne l’erosione.

Di qui l’importanza di questo appello alla mobilitazione, che per essere efficace e sensato deve saper separare nettamente coloro che si impegnano nella difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione da coloro che li combattono manomettendola.

E’ difficile per ora identificare e raccogliere tutti coloro che hanno interesse a difendere quei diritti. Sono un po’ l’equivalente di quel 99 per cento della popolazione invocato da Occupy Wall Street, molti dei quali, come ha fatto a suo tempo notare Rossana Rossanda, non sanno ancora di farne parte.

Più chiaro è invece identificare chi oggi lavora alla manomissione della Costituzione e ha già percorso un bel pezzo di strada in questa direzione: si tratta dell’attuale Governo, delle forze politiche che lo sostengono, di coloro che sponsorizzano un accordo che subordina la permanenza del Governo a una revisione costituzionale condotta in forme disordinate, pasticciate e illegali.

Sto parlando del Presidente della Repubblica.

Ma tracciare una demarcazione tra questi due campi è solo la prima tappa di un percorso. Il quesito fondamentale a cui dobbiamo rispondere è questo:

Si può difendere la democrazia e i diritti sanciti dalla Costituzione se si lasciano in mano a un potere finanziario globalizzato ed eslege le decisioni fondamentali che riguardano l’economia? Cioè le decisioni da cui dipendono occupazione, redditi, servizi sociali, cultura, salvaguardia dell’ambiente? Ma soprattutto da cui dipendono le scelte che sono alla radice del disastro che ha investito tutti questi campi: cioè la disparità di potere, di reddito, di considerazione, di diritti, di dignità che contraddistingue le tendenze in atto.

È una disparità che ha la sua logica conseguenza nel coinvolgerci, come è già stato fatto a più riprese, e in aperta violazione della Costituzione, in guerre ingiuste e devastanti.

Evidente è l’intreccio tra l’attacco alla Costituzione e ai diritti fondamentali che essa tutela e il potere che la finanza internazionale esercita su governi, politiche, imprese e, alla fine, su lavoratori, disoccupati e sulle loro famiglie.

A ricordarcelo ci ha pensato la banca J.P. Morgan mettendo in chiaro che alla radice delle scelte che stanno portando Governo, partiti e istituzioni a mettersi sotto i piedi la Costituzione c’è la subordinazione ai diktat della finanza.

La loro convinzione è che a queste scelte “non c’è alternativa”, perché le forze in campo sono troppo dispari: da un lato l’infinita potenza dei “mercati”, cioè della finanza; dall’altro, l’irrilevanza, a giudicare dai risultati e dalla copertura mediatica, dei tanti movimenti e delle tante lotte che ne rifiutano le conseguenze.

Ma non ci si può impegnare in una difesa della Costituzione – senza sé e senza ma – senza proporsi di rovesciare questa subalternità e imboccare una strada obbligata, anche se difficile e tutt’altro che chiara, per ridimensionare drasticamente i poteri che oggi governano il mondo.

In questo percorso è essenziale l’iniziativa locale, perché è lì, sul territorio, nella difesa dei beni comuni, nell’opposizione alla mercificazione e alla finanziarizzazione dei servizi locali, che c’è la possibilità di ricostruire,i intorno alle lotte del lavoro e alle mobilitazioni popolari, le forze sociali in grado di contrastare le politiche che hanno generato e continuano a generare la crisi.

Ma questa non è comunque una battaglia di ambito solo locale o solo nazionale; è europea e globale.

La manifestazione che siamo riuniti per promuovere – e alla cui preparazione, Alba, di cui sono parte, intende contribuire – deve essere una tappa di un percorso ancora molto lungo per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona entro un orizzonte europeo.

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