Il sole senza politiche

INCENTIVI-FOTOVOLTAIC0Con la fine degli incentivi al fotovoltaico, dopo ben cinque versioni successive del conto energia, possiamo tentare un consuntivo sintetico dei risultati raggiunti, tenendo d’occhio, più che i dati tecnici, quelli relativi al contesto sociale. Innanzitutto l’Italia ha fatto un salto importante nel campo delle energie rinnovabili, risultato riconducibile soprattutto allo sviluppo del fotovoltaico: oltre 500mila impianti installati e oltre 100mila nuovi posti di lavoro, in gran parte coperti da personale giovane, con circa il 40% di donne. Il tutto in un periodo di crisi che ha visto diminuire l’occupazione in tutti gli altri settori. Il Paese è così arrivato in posizioni di tutto rispetto al traguardo della grid-parity (per ora in gran parte solo teorico). La partita vera si giocherà sull’autoconsumo legato alla realizzazione di reti autonome – che il Governo sta cercando di ostacolare con l’imposizione degli oneri di sistema – e soprattutto allo sviluppo delle soluzioni di accumulo. In ogni caso, le detrazioni fiscali previste – nel caso, tutt’altro che sicuro, che vengano rinnovate anche nei prossimi anni – rendono tutt’ora conveniente il ricorso al fotovoltaico; per chi se lo può permettere, cioè dispone di un tetto ben soleggiato e delle risorse per pagarsi l’impianto, dato che, con la fine degli incentivi, le banche si sono ormai defilate da questa partita. Tuttavia i passaggi da un conto energia all’altro, con la relativa riduzione degli incentivi, ha tenuto il settore in un continuo stato di allerta che ne ha pregiudicato le capacità di pianificare il proprio sviluppo; e ora molte imprese rischiano la chiusura – è il caso recente dell’impianto Marcegaglia di Taranto – o un serio ridimensionamento.

Tra gli aspetti negativi pesa poi, l’entità di incentivi troppo generosi (12 miliardi annui). Di per sé, a fronte dei vantaggi conseguiti – minore importazione di idrocarburi, minore inquinamento, maggiore occupazione, risparmi per gli utenti – la cifra non rappresenta un costo insostenibile. Il fatto è che hanno beneficiato di questi sussidi soprattutto i grandi impianti a terra, che hanno spesso devastato campi e paesaggi, realizzando circa i 4/5 della potenza installata (a fronte di un quinto per gli impianti di piccola taglia che hanno accesso allo scambio sul posto). Per di più, quegli impianti sono in gran parte investimenti speculativi, fatti spesso da società estere attratte solo dalla rendita garantita dagli incentivi e senza alcuna presenza in campo industriale. Cioè gli incentivi sono andati ad alimentare i profitti del capitale finanziario e non nuovi investimenti produttivi nel settore.

Per questo la maggior parte degli impianti installati è di importazione (da Germania, USA e soprattutto Cina; ma la cosa riguarda, in misura anche maggiore, le turbine eoliche) mentre, con una vera politica industriale, quegli incentivi avrebbero potuto sostenere maggiormente lo sviluppo di un’industria locale. Ma il danno maggiore è dato dal fatto che quel quinto di impianti di piccole dimensioni è stato installato in modo sporadico e casuale, seguendo richieste e iniziative di singoli utenti al di fuori di qualsiasi pianificazione: ha riguardato più le abitazioni che le fabbriche (distese di capannoni con tetti senza l’ombra di un impianto sono visibili in ogni Regione: colpa anche del leasing, quando i padroni del capannone non sono gli stessi dell’azienda), e quasi mai sono parte di un mix di fonti rinnovabili diverse, teso a ottimizzare il ricorso a tutte le risorse del luogo. Non solo, quindi, non si è investito abbastanza nelle produzioni a monte, ma, ed è la cosa più grave, si è investito poco o niente nella formazione di team interdisciplinari in grado di individuare, in ogni territorio e in ogni ambito, le soluzioni ottimali per abbinare le diverse fonti rinnovabili disponibili, l’efficienza energetica e la valutazione dei carichi da sostenere in ambito locale. Cioè non si è investito in quello che è il vero futuro delle rinnovabili. leggi il pdf completo

 

Un EXPÒ tira l’altro (LEFT 29.9.2013)

L’Expò 2015 galvanizza la casta (“rimetterà in sesto l’economia”) e ammorba i milanesi. Fare l’Expò è una idea stupida: poteva venire in mente solo a una turista della politica come l’ex sindaco Letizia Moratti. Per Pisapia, il sindaco che l’ha ereditato, è una pietra al collo che porterà a fondo lui, la sua giunta e l’intera cittadinanza. L’Esposizione Universale aveva senso a metà dell’800, quando non c’era altro modo per mostrare al mondo le “meraviglie” della nuova civiltà industriale. Ma adesso c’è Internet, e prima c’erano già TV e stampa in quadricromia: quelle “meraviglie” le conoscono persino i pinguini del Polo Sud, senza bisogno di mettersi in viaggio per Milano. Le ultime Expò (Lisbona, Hannover, Saragozza, Shanghai) sono state bagni di sangue: metà dei visitatori previsti, una montagna di debiti e, soprattutto, cemento e strutture inutilizzabili e inutilizzate. E’ il destino dell’area (pagata a peso d’oro ai proprietari) e delle installazioni progettate per Expò 2015. Un mercato bloccato azzera l’intento originario di fare sul sito, dopo la sua dismissione, una grande speculazione edilizia. D’altronde la parte maggiore delle spese previste per l’Expò sono per infrastrutture (Brebemi, Tem, Pedemontana e due nuove linee di metropolitana) che non portano all’Expò; e che non verranno terminate in tempo. Poi c’è la “via d’acqua”: doveva essere un canale navigabile; sarà un rigagnolo di cemento parallelo al Naviglio leonardesco, per alimentare la fontana dell’Expò: 80 milioni. La prospettiva di ritrovarsi una grande “piastra” di cemento abbandonata al posto degli orti della proposta iniziale (“Nutrire il Pianeta”) trasforma il progetto in un incubo. Ma ecco la soluzione: sul sito di Expò abbandonato alla fine della fiera, se ne farà un altro; non proprio un Expò, ma qualcosa di simile. Per esempio le Olimpiadi 2024: altre spese, altre commesse, altre “infrastrutture”, altra mafia, altri esiti fallimentari. Torino, grazie alle Olimpiadi 2006, è la città più indebitata d’Italia. Ma ai suoi cittadini, che ne pagheranno i costi per trent’anni, nessuno lo dice. E Milano già ridimensiona i servizi, o ne aumenta le tariffe, purché non vengano messe in discussione le spese dell’Expò.
Ma crescono in città comitati che si riconoscono nella parola d’ordine NoExpò; che ormai non può più portare al blocco del Grande Evento, ma si trasforma, come è accaduto con parole d’ordine come NoTav, NoTem, NoTriv, No Dal Molin, No Ponte, NoNav, non nell’invito a “non fare” niente, come sostiene la casta; ma in una scuola di consapevolezza, di solidarietà e di democrazia per promuovere e rivendicare le cose da cui dipendono difesa e miglioramento della vita cittadina.

Chi ha bisogno di evocare fantasmi (Il Manifesto 24.10.2013)

Terrorista a chi? A Fabio Zita, dirigente dell’Assessorato all’Ambiente della Regione Toscana (in più, “mascalzone, bastardo e stronzo”). A definirlo terrorista in una intercettazione – più tutto il resto, compresa la rimozione dal suo incarico – è stata Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italfer. E’ il trattamento che il recente dibattito massmediatico riserva sempre più spesso agli attivisti del movimento NoTav (della Val di Susa). E infatti Fabio Zita è, o è stato, un attivista NoTav (di Firenze). Non per le sue convinzioni sociali o politiche – non sappiamo niente di come la pensi in proposito – ma semplicemente perché, nell’esercizio delle sue funzioni e dei suoi obblighi, cercava di fare rispettare la legge a una congrega di politicanti del PD che stava usando, per farsi i propri affari a spese dell’ambiente e della salute di migliaia e migliaia di persone, un progetto non meno demenziale e criminale del TAV della Valle di Susa. Si tratta del sottopasso TAV di Firenze: un budello sotterraneo che minaccia la stabilità dei principali monumenti di una delle più belle città del mondo, con un tracciato che prevede una stazione interrata mostruosa come quella di Bologna e due curve a gomito che nemmeno un treno a pedali dovrebbe affrontare: figuriamoci un treno AV! Ma farsi gli affari propri (“il TAV serve solo a chi lo fa”) è proprio quello in cui sono impegnati anche i “grandi sponsor” del TAV in Valle di Susa (che sono più o meno gli stessi); anche se per ora le inchieste giudiziarie della Procura di Torino li hanno solo sfiorati, mentre stanno andando “a fondo” – e che affondo! – sugli oppositori del progetto, sulle loro famiglie, sulla loro mobilitazione, sulla loro cultura, sulla loro solidarietà. Chi tocca i fili muore! E chi manifesta la sua opposizione al Tav Torino-Lione è un terrorista. Così l’accusa di farsela con le Brigate Rosse ha finito per investire (per voce di Angelino Alfano e di Maurizio Gasparri) anche Stefano Rodotà; per aver evidenziato come ovvio (Rodotà ha detto “comprensibile”) che un clima del genere, dove tutti gli oppositori diventano terroristi, spalanchi un varco anche a chi la lotta armata l’ha praticata o la vuol praticare davvero.
A venir richiamato in servizio è così il fantasma del terrorismo degli anni ’70, senza mai ricordare che quella fase tragica della storia italiana era stata preceduta, preparata, promossa e sollecitata da almeno quattro anni di strategia della tensione, da almeno dieci stragi di Stato (e altrettante tentate e non riuscite) e da una ininterrotta campagna di criminalizzazione delle lotte che avevano preceduto la comparsa delle formazioni armate (che non poco avrebbe poi contribuito a mettere alle corde e stroncare i movimenti di quegli anni). Insomma, dato che in vent’anni non si è riusciti a fermare il movimento NoTav, non resta che criminalizzarlo tacciandolo di “terrorismo”. E’ un buon metodo per promuoverlo, il terrorismo; come ci insegnano, appunto, gli anni ’70.
A ben guardare, “violenze” e sabotaggi imputati a qualche attivista NoTav sono una puntura di spillo rispetto all’occupazione manu militari di un territorio (con 400 – ma sono stati anche molti di più – uomini in armi, e connessi blindati: una vera e propria guerra); alla distruzione con le ruspe di un sito archeologico di inestimabile valore (a cui il Ministero dei Beni culturali aveva destinato ben il 10 per cento del suo magrissimo bilancio!); alla devastazione e all’avvelenamento di campi e vigneti (per ora) e di un’intera vallata, (se il progetto andasse in porto); alle tonnellate di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e caricati con gas CS proibito dalla convenzione di Ginevra sulle armi da guerra; ma poiché siamo “in pace”, allora si può. Vero Caselli? Sempre posto, come ha fatto già rilevare Livio Pepino, che quegli atti siano effettivamente riconducibili a qualche attivista del movimento. Non dimentichiamo che la Valle di Susa è infestata da una n’drangheta insediata da decenni a Bardonecchia; che a bruciare i presidi del movimento, ben prima di qualche mezzo delle imprese di costruzione, è stata la mafia (agli ordini di chi?); e che l’incendio dei mezzi è un consolidato strumento delle imprese mafiose per eliminare i concorrenti, mafiosi e non. Ma vista l’unilateralità delle misure adottate nel corso del tempo dalla Procura di Torino, è giunto il momento di chiedersi se la direzione di Caselli sia la più indicata per riportare la legalità in un conflitto che non ha ancora visto le forze dell’ordine indagate per comportamenti palesemente e spesso ostentatamente illegali, che ricordano l’impunità di cui hanno a lungo goduto e godono ancora molti dei macellai del G8 di Genova.
Ma a parte il malaffare – a Firenze non più che in Val di Susa (anche se l’inchiesta Minotauro, che riguarda la Valle, per ora langue) – quello che la campagna massmediatica che taccia di terrorismo tutto il movimento NoTav cerca di coprire sono le straordinarie conquiste di un movimento che sta in piedi, da vent’anni e più, sul terreno della democrazia, della solidarietà, della cultura, dell’autonomia personale e collettiva. Ma a sostegno di quel treno insensato ha recentemente aggiunto la sua voce Massimo Cacciari: “La democrazia non è un’assemblea permanente” ha sentenziato su Repubblica (10.9.2013). E’ vero. La democrazia, quella vera, è molto di più: richiede radicamento nel territorio – altrimenti non si sa nemmeno di che cosa si parla e su che cosa si delibera; mobilitazione e ascolto sia dei saperi sociali diffusi che delle competenze tecniche specialistiche – e di queste il movimento NoTav ne ha coinvolte ben 360; cioè quasi tutti gli esperti della materia che ci sono in Italia, che il cosiddetto “Governo tecnico” di Monti non ha preso né avrebbe mai saputo prendere in considerazione. Richiede confronto e consapevolezza della posta in gioco che gli attivisti del movimento hanno promosso e coltivato per vent’anni e più, mentre i fautori della Grande Opera si sono adoperati in tutti i modi per soffocare. A partire dal finto organo di “mediazione”, l’Osservatorio diretto dal Mario Virano, l’uomo incaricato di portare comunque a termine il progetto e che per questo ha escluso a priori tutti quelli che non erano d’accordo con lui. Il tutto, contando su un sostegno da parte dei media che è tanto unanime (qui sembra davvero di essere in Unione Sovietica) quanto pregiudiziale e privo di argomentazioni. La democrazia richiede infine solidarietà e soprattutto volontà e capacità di costruire qualcosa di nuovo: e da queste lotte è nata una nuova identità condivisa di tutta la Valle; e anche, con l’associazione Etinomìa che raggruppa oltre 300 imprese, un approccio all’economia locale ecologico e solidale. Quest’associazione ha convocato, alla fine di questa settimana, degli “Stati Generali” per discutere delle prospettive di questo nuovo approccio. Se i media dedicassero a questa discussione anche solo un decimo dello spazio che riservano al presunto ritorno del terrorismo e dei relativi sponsor, porterebbero un buon contributo alla chiarezza e non, come fanno, un incoraggiamento al paventato ritorno del terrorismo. Sono tutte cose da ricordare e mettere al centro dell’attenzione in queste settimane, in vista della mobilitazione a difesa della democrazia e della Costituzione del 12 ottobre. Se, come dice Cacciari, il Tav Torino-Lione “è un’opera sbagliata”, non si capisce perché “ormai dobbiamo realizzarla”. La democrazia, tanto quella rappresentativa, così lontana oggi dal sentire della popolazione, quanto quella partecipata che si pratica in Valle, è sì (anche) diritto di sbagliare. Ma sopravvive e mantiene la sua legittimità solo se, di fronte a evidenze tanto grandi degli errori compiuti, ha la capacità di correggersi.

Corradi Clini, lettera a Il Manifesto del 19.9.2013

Corradi Clini rivendica (il manifesto del 18.09) la correttezza del suo comportamento nei confronti dell’Ilva ricordando che, da Ministro, il 16 luglio del 2013 (cioè con due anni di ritardo), aveva segnalato alla Commissione Industria del Senato l’inadeguatezza dell’Aia del 2011, emessa quando Clini era Direttore Generale dello stesso Ministero, cioè braccio operativo di una Ministra – aggiungo io – totalmente incompetente, come e forse più di tutti quelli che l’avevano preceduta dal 1997 in poi. Clini lamenta il fatto che le imprese italiane sono riluttanti ad adottare misure di protezione ambientale adeguate e che spesso le amministrazioni locali mettono in scena delle finte opposizioni nei loro confronti con il solo scopo di tirarla in lungo. Grazie tante; e il Ministero, che ci sta a fare? Clini riconosce che l’Aia del 2011 – poi, sotto l’incalzare delle contestazioni di Magistratura, lavoratori e opinione pubblica, corretta con quella del 2012, peraltro tutt’ora inapplicata o in fortissimo ritardo – era “scarsamente motivata sul piano tecnico” – cioè le sue 462 prescrizioni erano pura “fuffa” – ed era “caratterizzata da un compromesso politico”. Che è appunto quello che ho sostenuto nel mio articolo del giorno prima: cioè da uno scambio tra il sostegno dei Riva al “salvataggio” elettorale di Alitalia e la libertà dell’Ilva di continuare a inquinare e uccidere con un’Aia tagliata su misura. Guido Viale.

ILVA (Il Manifesto 17.9.2013)

Letta ha annunciato che il prossimo impegno del governo, se resterà in piedi, sarà un grande programma di privatizzazioni, cioè di svendita di quote di aziende statali e di misure per costringere i Comuni a disfarsi del loro residuo controllo sui beni comuni e sui servizi pubblici locali. Il tutto, naturalmente, per far quadrare i bilanci, abbattere il debito pubblico e riportare il deficit (che ormai viaggia verso il 3,5 per cento del PIL) entro il margine “prescritto”. Tutti obiettivi impossibili: ai prezzi odierni, la svendita anche di tutti i beni pubblici vendibili (un grande affare per chi compra) non porterebbe nelle casse statali che un centinaio di miliardi o poco più; cioè meno di quanto lo Stato pagherà in un anno tra interessi e rateo di rimborso del debito imposto dal fiscal compact. E l’anno dopo ci si ritroverà al punto di prima, ma senza più beni comuni e aziende pubbliche. La realtà è che il debito pubblico italiano è insostenibile e l’unico modo per farvi fronte è congelarlo.
Ma per capire dove portano le privatizzazioni già largamente praticate dai precedenti governi di centrosinistra guardate l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale; poi svenduto, una ventina di anni fa – a una famiglia di gangster che aveva fatto i soldi con i rottami di ferro – in ossequio alla cultura delle privatizzazioni messa in auge dagli allora campioni del centrosinistra: Andreatta, Ciampi, Prodi & Co. La motivazione di quel passaggio di mano era che le cattive performance del settore (peraltro in crisi, da allora, in tutta Europa) erano dovute ai condizionamenti della “politica”, ormai insediatasi nel management dell’azienda; e che solo una gestione privata l’avrebbe salvato da quelle interferenze. La validità di quella tesi può essere verificata dal fatto (tra gli altri) che i Riva sono oggi i principali azionisti privati di Alitalia, cioè di quella cordata fallimentare messa su da Berlusconi per gestire in nome dell’italianità della “nostra” compagnia aerea la sua campagna elettorale del 2006: le interferenze della politica funzionano tanto con la proprietà pubblica che con quella privata. In cambio di quell’operazione senza alcun senso economico i Riva si erano però garantiti mano libera nella prosecuzione di una gestione scellerata dell’azienda, nonostante due condanne penali in cui il capostipite della dinastia era già incorso. Tra i risultati di quello scambio di favori c’è stata un’autorizzazione integrata ambientale (AIA) confezionata su misura dell’Ilva dalla ministra Prestigiacomo e da un uomo per tutte le stagioni, vero “dominus” del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini.
Così i Riva hanno gestito gli impianti dell’Ilva “a esaurimento”: investendo cioè solo l’indispensabile per tenerli in funzione e fare profitti da imboscare all’estero, fottendosene dell’impatto ambientale, della salute, della sicurezza e della vita di maestranze e cittadinanza; contando sul fatto che gli impianti sarebbero andati a rottamazione più o meno nel momento in cui il mercato globale avrebbe reso insostenibile la gestione di uno stabilimento di quelle dimensioni. Per questo l’idea di risanarlo e ammodernarlo (che è cosa differente dal mettere in sicurezza maestranze e città fin che continuerà a funzionare) è un po’ peregrina. Non c’era, dietro la gestione Riva, alcuna strategia che non fosse quella di spremere uomini, impianti e territorio fin che fosse possibile. Come non c’è altra strategia dietro la gestione dell’odierno commissario e del suo vice. In più, all’Ilva c’era – ed è rimasta operativa anche dopo la nomina di Bondi – una conduzione criminale del personale e delle lavorazioni, affidata a una struttura parallela e illegale di “fiduciari”: cioè di persone non incluse nell’organico dell’azienda, che comandano in fabbrica al posto dei capi – imponendo quelle operazioni pericolose che sono all’origine dei morti, degli infortuni e di gran parte dell’inquinamento della città – ma che non rispondono mai del loro operato, perché ufficialmente “non esistono”; una struttura che dipendeva direttamente dai Riva e che ora – verosimilmente – risponde al Presidente Ferrante: un altro uomo per tutte le stagioni: già Prefetto, candidato del Centro sinistra a sindaco di Milano, Presidente di Impregilo sotto accusa per i disastri dei rifiuti in Campania e dell’alta velocità nel Mugello.
Sono stato un solo giorno a Taranto, nell’agosto dell’anno scorso, invitato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti, e in un giorno solo sono venuto a sapere tutto di quella struttura illegale. Tutti sapevano che c’era e che cos’era, con nomi e cognomi. Ma per mesi e per anni nessuno, a quanto mi consta – né sindacati, né partiti, né amministrazioni locali, né Curia, né Regione, né Governo, né tantomeno il nuovo Presidente, il commissario o il suo vice – ha sentito il bisogno di denunciare una pratica del genere. E’ dovuta intervenire la magistratura, con diciotto anni – verosimilmente – di ritardo, per arrestare la cupola di quell’associazione a delinquere. Il che dà un’idea del livello di compromissione costruito intorno all’intreccio tra “politica”, in senso lato, e “privatizzazioni”. D’altronde l’Ilva ha un dopolavoro – l’Associazione Vaccarella – attraverso cui transitano ingenti finanziamenti gestiti dai sindacati, che non ne hanno mai dato conto; e a Taranto c’è un palazzetto dello sport dell’Ilva, denominato – chissà perché? – PalaFiom. Ve lo immaginate voi un PalaFiom della Fiat di fronte ai cancelli di Pomigliano o di Mirafiori? Evidentemente qualcosa non quadra.
Ora che i Riva hanno fermato per ritorsione tutti gli altri impianti italiani Letta deve decidere che cosa fare. Ma non può fare niente, perché sia lui che i suoi predecessori si sono legati le mani con leggi e accordi di cui si sono fatti garanti e con cui hanno legato una pietra al collo del paese per mandarlo definitivamente a fondo. Il Governo non può ridare l’Ilva ai Riva, per lo meno fino a che non avranno restituito almeno gli otto miliardi che hanno rubato. Non può cercare un compratore estero, perché questi userebbe l’impianto per mettere piede in Italia e poi dismetterlo il più in fretta possibile, come hanno fatto tutti gli altri cosiddetti “investitori esteri”, non solo con la Lucchini nel siderurgico; ma con Alcoa, Siemens, Telecom, Alstom, Parmalat e tante altre. Non può nazionalizzare l’Ilva o gli altri stabilimenti dei Riva sotto sequestro perché l’Europa “non lo consente”; e perché “i soldi” per l’esproprio aumenterebbero deficit e debito; e non si può fare.
Ma la nazionalizzazione – dell’Ilva, o del Gruppo Riva, o degli stabilimenti Fiat condannati alla cassa integrazione perpetua, o di qualsiasi altra fabbrica in crisi – è per ora impraticabile anche per chi fosse eventualmente propenso a “passar sopra” a quei vincoli (e per ora nessuno di coloro che hanno voce in capitolo lo è). Perché manca la struttura per gestire aziende del genere. Una volta c’era l’Iri: una robusta struttura pubblica, che era anche una scuola di management di livello internazionale, quali che ne fossero le pecche politiche, che certo non mancavano. Adesso invece c’è solo più Bondi: un arzillo ottuagenario pronto a tutto, che si è lasciato dietro le spalle una intera carriera di aziende scomparse o distrutte: Montedison, Lucchini, Telecom, Ligresti e Parmalat (riempita, quest’ultima, di miliardi con le penali pagate dalle banche che avevano tenuto bordone a Tanzi, per finire subito tra le fauci di un pirata che li ha usati per farsi i fatti propri); più una breve permanenza al governo della spending review e alla formazione della lista Monti, dove, com’è ovvio, non ha combinato niente.
Così, se Landini ha promesso che la Fiom non permetterà più la chiusura di altre fabbriche, anche a costo di promuoverne l’occupazione da parte delle maestranze – e ha fatto bene – resta da definire che cosa fare poi di quelle aziende, che sono ogni giorno di più, una volta che i lavoratori le abbiano occupate: restituirle al padrone che le vuole chiudere? Cercare un nuovo padrone perché a chiuderle sia lui, dopo aver portato via macchinari, brevetti e marchio, come hanno già fatto in tanti? Affidare anche quelle a Bondi? Nazionalizzarle, anche se il management per gestirle non c’è?
In realtà quello che c’è da fare, e subito, è raccogliere e costruire, con un appello al paese, un nuovo management: un tessuto esteso di persone disposte a sostituire i vecchi proprietari – o, eventualmente, a integrare la precedente dirigenza – per mettersi a disposizione di tutte quelle situazioni che invece di accettare la chiusura sono disposte ad affrontare la sfida di una nuova gestione, socializzata e condivisa: non una mera “autogestione” da parte delle maestranze, anche se l’utilizzo della legge Marcora, o di un suo sostituto, potrebbe fornire uno strumento per imboccare una strada del genere. Ma una gestione che, accanto alle maestranze, coinvolga anche le comunità locali, le loro associazioni, le amministrazioni dei Comuni e degli altri Enti locali del territorio, le Università (cioè i docenti e le organizzazioni degli studenti disponibili) la schiera crescente di ex manager messi sul lastrico, l’esercito di coloro che hanno fatto apprendistato di responsabilità gestionali nel terzo settore. E’ l’unico modo per mettere insieme, e mettere alla prova in un confronto serrato con situazioni concrete, una nuova classe dirigente: un passo indispensabile se si vuole esautorare quella attuale. Intanto bisogna mettere all’ordine del giorno espropri e requisizioni. O ci sono altre strade per salvarci dal disastro?

Intervento di Guido Viale all’assemblea La via maestra. Roma. 8.9.2013

Buongiorno

Siamo stati abituati, soprattutto chi come me ha una certa età, a considerare la Costituzione uno schermo per proteggerci da avventure autoritarie, che comunque nei decenni trascorsi non ci sono mai state fatte mancare.

Certo la Costituzione italiana era ed è rimasta in gran parte inattuata, e in molti casi non era e non è rispettata.

Ma la Costituzione e il suo dettato sono restati comunque a lungo per tutti una barriera invalicabile: la politica si faceva “a valle” di essa, nelle diverse scelte e opzioni con cui ciascuna forza politica riteneva o fingeva di interpretarla, senza mai metterne in discussione la struttura portante.

Adesso a venir messa in gioco ora êproprio quella barriera. L’obiettivo è un accentramento del potere esecutivo nelle mani di un Governo sciolto dai vincoli del Parlamento e da quelli del potere giudiziario. Questo ci dà la misura dell’arretramento subito dalla politica italiana nel corso di almeno due decenni, e forse più.

La lotta politica, se lotta politica c’è, si è così spostata “a monte” della Costituzione: nell’attacco o nella difesa dei diritti di cui essa era stata messa a presidio.

Questo pone la lotta politica su un terreno nuovo: più ampio, più incerto e più radicale; perché in gioco non ci sono più solo politiche antipopolari e pratiche sopraffattrici da combattere. Oggi vengono messi in forse diritti fondamentali, costitutivi non solo di un ordinamento democratico, ma della persona stessa e della sua integrità.

Lo si vede innanzitutto in fabbrica e nelle aziende, dove Marchionne, ma non solo lui, rivendica come un diritto, da sancire e legittimare con contratti, leggi e persino mutamenti costituzionali, una gestione delle maestranze peggiore di quella che negli anni ’50 Valletta esercitava, prima dell’autunno caldo e in un clima dominato dalla guerra fredda, in palese e conclamata violazione della legalità.

Lo si vede in piazza e sul territorio, da Genova alla Valle di Susa, dove l’esercizio del potere repressivo promosso da tutti i governi che si sono succeduti negli anni è stato e viene diretto in una sola direzione, nonostante che le violazioni della legge e delle regole della convivenza faccia capo soprattutto allo Stato e alle sue articolazioni.

Lo si vede nelle scelte politiche che in nome della “crescita”, della “ripresa” o del pareggio di bilancio ormai “costituzionalizzato”, non solo erodono i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione: istruzione, salute, reddito, dignità; ma intendono proprio legittimarne l’erosione.

Di qui l’importanza di questo appello alla mobilitazione, che per essere efficace e sensato deve saper separare nettamente coloro che si impegnano nella difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione da coloro che li combattono manomettendola.

E’ difficile per ora identificare e raccogliere tutti coloro che hanno interesse a difendere quei diritti. Sono un po’ l’equivalente di quel 99 per cento della popolazione invocato da Occupy Wall Street, molti dei quali, come ha fatto a suo tempo notare Rossana Rossanda, non sanno ancora di farne parte.

Più chiaro è invece identificare chi oggi lavora alla manomissione della Costituzione e ha già percorso un bel pezzo di strada in questa direzione: si tratta dell’attuale Governo, delle forze politiche che lo sostengono, di coloro che sponsorizzano un accordo che subordina la permanenza del Governo a una revisione costituzionale condotta in forme disordinate, pasticciate e illegali.

Sto parlando del Presidente della Repubblica.

Ma tracciare una demarcazione tra questi due campi è solo la prima tappa di un percorso. Il quesito fondamentale a cui dobbiamo rispondere è questo:

Si può difendere la democrazia e i diritti sanciti dalla Costituzione se si lasciano in mano a un potere finanziario globalizzato ed eslege le decisioni fondamentali che riguardano l’economia? Cioè le decisioni da cui dipendono occupazione, redditi, servizi sociali, cultura, salvaguardia dell’ambiente? Ma soprattutto da cui dipendono le scelte che sono alla radice del disastro che ha investito tutti questi campi: cioè la disparità di potere, di reddito, di considerazione, di diritti, di dignità che contraddistingue le tendenze in atto.

È una disparità che ha la sua logica conseguenza nel coinvolgerci, come è già stato fatto a più riprese, e in aperta violazione della Costituzione, in guerre ingiuste e devastanti.

Evidente è l’intreccio tra l’attacco alla Costituzione e ai diritti fondamentali che essa tutela e il potere che la finanza internazionale esercita su governi, politiche, imprese e, alla fine, su lavoratori, disoccupati e sulle loro famiglie.

A ricordarcelo ci ha pensato la banca J.P. Morgan mettendo in chiaro che alla radice delle scelte che stanno portando Governo, partiti e istituzioni a mettersi sotto i piedi la Costituzione c’è la subordinazione ai diktat della finanza.

La loro convinzione è che a queste scelte “non c’è alternativa”, perché le forze in campo sono troppo dispari: da un lato l’infinita potenza dei “mercati”, cioè della finanza; dall’altro, l’irrilevanza, a giudicare dai risultati e dalla copertura mediatica, dei tanti movimenti e delle tante lotte che ne rifiutano le conseguenze.

Ma non ci si può impegnare in una difesa della Costituzione – senza sé e senza ma – senza proporsi di rovesciare questa subalternità e imboccare una strada obbligata, anche se difficile e tutt’altro che chiara, per ridimensionare drasticamente i poteri che oggi governano il mondo.

In questo percorso è essenziale l’iniziativa locale, perché è lì, sul territorio, nella difesa dei beni comuni, nell’opposizione alla mercificazione e alla finanziarizzazione dei servizi locali, che c’è la possibilità di ricostruire,i intorno alle lotte del lavoro e alle mobilitazioni popolari, le forze sociali in grado di contrastare le politiche che hanno generato e continuano a generare la crisi.

Ma questa non è comunque una battaglia di ambito solo locale o solo nazionale; è europea e globale.

La manifestazione che siamo riuniti per promuovere – e alla cui preparazione, Alba, di cui sono parte, intende contribuire – deve essere una tappa di un percorso ancora molto lungo per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona entro un orizzonte europeo.

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Il pareggio di bilancio (LEFT 7.9.2013)

Il pareggio di bilancio che il Parlamento ha introdotto con tanta leggerezza nella Costituzione – blindandolo con una maggioranza che una volta si chiamava “bulgara” per non sottoporlo a referendum popolare – ha queste conseguenze: per ogni nuova spesa – per esempio aerei F35 o TAV Torino-Lione – od ogni riduzione delle tasse – per esempio esenzione dall’IMU di ville e case di lusso, come voleva Berlusconi – bisogna tagliare qualcos’altro di pari importo. E poiché le pensioni (tranne quelle d’oro, che non si toccano!) sono già state spolpate, il nuovo “pozzo di San Patrizio” sono le dotazioni di Comuni e Ministeri: personale e risorse. Ma se tagli troppo sul personale, chi mai gestirà i fondi per fare ciò che ogni ente deve fare? E se tagli troppo sulle risorse, mancheranno i mezzi per fare le cose da fare. Soluzione? La spending review: ente per ente, ministero per ministero, ufficio per ufficio, si va a vedere che cosa è indispensabile e che cosa no; e chi è indispensabile e chi no. E si elimina quello e quelli non indispensabili. Già. Ma chi decide? I dirigenti? Sono proprio loro a gonfiare il fabbisogno di personale, di uffici, di fondi, di competenze, di consulenti; perché più fondi, dipendenti e metri quadri di uffici e scrivanie hai, più conti. Un team di consulenti ben pagati? Ci aveva già provato decenni fa una tal Commissione Giannini: ma i meandri della Pubblica amministrazione sono così contorti che venirne a capo è stato impossibile. La soluzione l’ha trovata Tremonti: “tagli lineari”. Cioè ridurre fondi e personale in misura uguale per tutti gli enti coinvolti (tutti, tranne, ovviamente, il Ministero della Difesa: il budget per le armi aumenta ogni anno). E poi… Se la vedano loro! I risultati sono stati tragici: dirigenti, assessori e ministri hanno chiuso servizi essenziali e gonfiato spese insensate. Monti, poi, ha rifatto la stessa cosa: prima con un decreto, poi affidando al “mago” Bondi (quello che i guai dell’Ilva e di Taranto sono colpa delle sigarette…) il compito di portarla a termine. Risultati zero. Adesso se ne occupa Letta, e saranno altri disastri.
Perché gli unici che sanno chi lavora e chi no (ci sono anche quelli) negli uffici e nei servizi sono gli addetti e gli utenti. Senza consultarli e dar loro il potere di proporre e decidere dove chiudere un servizio inutile, dove ampliare quelli utili, dove trasferire personale e risorse – e come – non se ne verrà a capo. E’ la democrazia partecipata. Ma finirebbero per approfittarne…direte voi. E i dirigenti, allora? Loro non ne approfittano? La verità è che in un caso abbiamo una trasparenza totale della spesa e responsabilizzazione: l’essenza della democrazia. Nell’altro, carrierismo e servilismo (due cose tra loro strettamente legate): la quintessenza del dispotismo e dell’inefficienza.

Il riuso sta avendo una diffusione crescente

Il riuso sta avendo una diffusione crescente. Per tre motivi. Il primo è economico: la crisi ha inciso e inciderà sempre più sulle nostre tasche; non abbiamo più (la maggioranza di noi non avrà più) il denaro per sostituire il nuovo con il vecchio ogni volta che cambia la moda, che cambiano i modelli di un apparecchio, che qualcosa si guasta e non funziona più. Il secondo è che l’Unione Europea, con la direttiva 98/08, ha introdotto il riuso (o, meglio, la preparazione per il riuso: cioè tutte le operazioni che permettono di mantenere in vita un bene sottraendolo al flusso dei rifiuti) tra le priorità relative alla gestione dei rifiuti; il terzo – forse il più importante – è la rivitalizzazione di un bacino occupazionale e di molte figure professionali connesse al riuso: la manutenzione e la riparazione dei beni durevoli e le figure professionali dell’artigiano/a riparatore o riparatrice. Spesso siamo costretti a disfarci di un bene perché non funziona più (elettrodomestici o elettronica di consumo) o avrebbe bisogno di qualche modifica (abbigliamento); ma per anni è stato impossibile trovare qualcuno in grado di metterci le mani a costi accettabili. E quanti beni finiscono tra i rifiuti mentre molti, e magari anche noi, saremmo disposti a riusarli se fossimo sicuri del loro funzionamento?
Per ovviare a questi inconvenienti ci vogliono tre condizioni: occorre istituire nelle stazioni ecologiche degli spazi dove effettuare la cernita (la legge ora lo consente) di tutto ciò che può essere in vario modo recuperato; poi ci vogliono tecnici competenti, centri di formazione e laboratori attrezzati dove riparare o modificare ciò che può essere recuperato e dove insegnare a farlo a chi vuole imparare; infine occorre una rete di venditori in grado di valutare i beni recuperati e di rimetterli in vendita come merce di seconda mano. Queste tre condizioni si sono fortunosamente ritrovate tutte nello spazio occupato dell’ex RSI (officina di riparazione dei vagoni-letto), ora Officine Zero di Roma: ci sono grandi spazi per lo stoccaggio dei beni, cinque laboratori perfettamente attrezzati (sartoria/tappezzeria, falegnameria, idraulica, elettrotecnica, meccanica); trenta lavoratori con competenze in tutti questi campi che hanno occupato la fabbrica, pronti a intraprendere questa nuova strada e a trasmettere ad altri le loro competenze; una rete commerciale già attiva, costituita dall’associazione dei commercianti di Porta Portese. Più il sostegno delle associazioni del quartiere e spazi e attrezzature per sostenere l’occupazione con molte altre attività: co-working, camera del lavoro precario, studentato, mensa, asilo nido, proiezioni e attività culturali di ogni genere. Alle Officine Zero tanti auguri.

Il decifit principale (LEFT 27.7.2013)

Il deficit principale che affligge il paese non è quello del bilancio statale ma è un deficit di intelligenza e di onestà, o di entrambe le cose, della nostra classe dirigente. E’ stato presentato come una grande vittoria il fatto che, caduta la procedura di infrazione per deficit eccessivo, dall’anno prossimo l’Italia potrà “fruire” di una maggiore elasticità nella gestione del bilancio, utilizzando ben 8 miliardi di euro per promuovere “la crescita”. Nel frattempo però il PIL del 2013 sarà diminuito, nella migliore delle ipotesi, del 2 per cento – cioè di una trentina di miliardi – e quegli 8 miliardi non ne compenseranno che una minima parte mentre l’elasticità del bilancio “generosamente” concessa all’Italia non potrà comunque superare – e solo per qualche anno – il 3 per cento del PIL. Il che significa che per utilizzare quegli 8 miliardi bisognerà tagliare la spesa pubblica da qualche altra parte. Nessuno comunque, e meno che mai Enrico Letta, ha ricordato che dall’anno prossimo l’Italia sarà tenuta dal cosiddetto fiscal compact a ritirare dal mercato (cioè a ricomprare) ogni anno, e per vent’anni di seguito, quasi 50 miliardi del proprio debito fino a che non lo avrà riportato al 60 per cento del PIL (attualmente è al 130 per cento). Miliardi che si andranno ad aggiungere agli 80-90 di interessi annui sul debito che dovranno essere pagati rispettando il pareggio di bilancio che ormai è entrato a fare parte della nostra Costituzione. Dove prenderà il governo italiano tutto quel denaro, di fronte al quale quegli 8 miliardi sono una bazzecola? Da nuovi tagli al bilancio e da nuove tasse, strangolando quel che resta dell’economia del pese.
Purtroppo questo deficit di intelligenza e onestà non riguarda solo la classe dirigente italiana, ma quelle di tutta l’Europa, che hanno imposto o accettato queste regole assurde. Tutti sanno che sommando debito pubblico (degli Stati) e debito privato (delle persone, delle imprese, delle banche, dei fondi) il mondo è già da tempo in bancarotta: che nessuno riuscirà più a ripagare i suoi debiti se non scaricandoli su qualcun altro. E se alcuni possono approfittare e approfittano di questa situazione per ricavarne immani guadagni, il pianeta nel complesso è condannato a un immane default che si ripercuoterà a breve sulla condizione di miliardi di esseri umani. A meno di contenere il disastro smontando un pezzo per volta – ma in fretta – questo immane castello finanziario. Qualcuno deve pur cominciare a far valere le proprie ragioni, che in questo caso sono quelle del 99 per cento degli abitanti della Terra; e chi si trova sull’orlo del baratro, come il governo italiano, avrebbe mille motivi per non tergiversare. E per cercare possibilmente alleati in altri paesi che si trovano nella stessa situazione, dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dalla Grecia all’Egitto. E chissà quanti altri…