“A votare sono stati i mercati”. Credo di aver letto per la prima volta questa espressione, o qualcosa di simile, sul quotidiano Repubblica nella prima metà degli anni ’90. Meno di un anno dopo il fallimento della banca d’affari Barings – una delle più antiche e “rispettabili” del Regno Unito – aveva aperto uno squarcio sul mistero dei mercati che “votano”. Lì per lì la colpa era stata data a un giovane e intraprendente impiegato della filiale di Singapore che, all’insaputa dei suoi dirigenti, aveva perso l’equivalente di un miliardo di euro operando allo scoperto sulla borsa di Tokyo. Poi, poco a poco, si era venuto a sapere che di quei “giochi” era al corrente tutto lo staff dirigente della banca. E quelli di molte altre banche, che facevano esattamente la stessa cosa, su altri titoli o su altre piazze. Leggi tutto “A votare sono stati i mercati. Sul rapporto tra manovra economica e mercati finanziari (il manifesto, 17 luglio 2011)”
Autore: Guido Viale
Crisi finanziaria internazionale. Analisi e possibili rimedi (il manifesto, 12 luglio 2011)
Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti “fondamentali” dell’economia siano differenti; o che lo siano i rispettivi tessuti industriali (o quel che ne resta: venerdì scorso la Fiat si è sbarazzata di un altro impianto: Irisbus, l’unica sua fabbrica italiana di autobus). La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. E’ da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono; per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più). Il problema è che non sanno che altro dire. Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo; poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, la locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’UE sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, “bolle” finanziarie. “Ben scavato vecchia talpa!” direbbe Marx; se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è “aria di crisi”. C’è un urgano in arrivo. Leggi tutto “Crisi finanziaria internazionale. Analisi e possibili rimedi (il manifesto, 12 luglio 2011)”
La classe non è acqua (il manifesto, luglio 2011)
Ho ricevuto, tramite il manifesto, questa critica da alcuni economisti. In calce la mia risposta. Già che ci siamo inserisco anche la risposta che ho dato ad alcune critiche alle mie posizioni relative al problema crescita-decrescita…
di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Massimiliano Tomba, Giovanna Vertova
Compriamo (o ‘scarichiamo’ on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C’è di peggio, però. Ogni tanto lo leggiamo. Come oggi, 8 luglio, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti. Leggi tutto “La classe non è acqua (il manifesto, luglio 2011)”
Mobilità urbana (per la rivista “Asilo politico”)
La mobilità di uomini e merci in una città è come la circolazione del sangue nel corpo umano: ciò che li tiene in vita. Se poi aggiungiamo anche i mezzi per la raccolta dei rifiuti e le auto e i bus con cui ciascuno di noi torna a casa dal lavoro, stanco e sfatto, accanto alla circolazione arteriosa avremo anche quella venosa Per il governo di una città il controllo della mobilità é quindi un compito irrinunciabile, non delegabile a un cuore artificiale, esterno, estraneo al corpo urbano, che obbedisce a un’altra logica. Ma lo stesso vale per molti altri servizi pubblici locali, a partire dall’acqua (andata e ritorno: servizio idrico integrato), energia (gas ed elettricità), mercati generali e macelli: tutte cose che sono la linfa e l’alimento della vita urbana. Per non parlare dei circuiti culturali, che sono ciò attraverso cui la città pensa e si mette in grado di autogestirsi. Certo, in tutti questi campi, accanto al necessario c’é anche il superfluo, e non é detto che tutto debba circolare lungo gli stessi canali. Ma se uno, molti, o tutti questi circuiti vengono consegnati a una società commerciale (una SpA, pubblica, privata o mista), la cui logica é, e non può non essere, fare profitti, “fare finanza”, crescere; e per crescere allontanarsi dai destinatari dei servizi erogati, che sono servizi “di prossimità”, il governo della città passa nelle mani di questa società e il sindaco si ritrova con un pugno di mosche in mano. Se la SpA é ancora pubblica o mista, incasserà degli utili, con cui provvedere a qualche necessità non più finanziata dai trasferimenti statali: ma sono denari pagati dai cittadini: dividendi sul loro asservimento. Leggi tutto “Mobilità urbana (per la rivista “Asilo politico”)”
Sull’economia dei beni comuni (il manifesto, 9 luglio 2011)
La Grecia ha imboccato – a precipizio – la strada della decrescita. Lo ha fatto per “imposizione” della cosiddetta Troika (FMI, BCE e Commissione Europea) di cui Papandreu si è fatto interprete ed esecutore a spese dei cittadini e dei lavoratori del suo paese. Nessun economista al mondo pensa più che l’economia della Grecia possa tornare a “crescere” in un numero ragionevole di anni. Né che possa mai più ripagare il debito che la opprime, neanche mettendo alla fame i propri sudditi e svendendo tutto quello che “possiede” (cioè i servizi pubblici e i “beni comuni” del popolo greco). Per anni ci hanno detto che le privatizzazioni sono necessarie per rendere efficienti i servizi pubblici. Adesso è chiaro che servono soltanto a “far cassa”, per pagare debiti contratti a copertura dei costi della corruzione, dell’evasione fiscale, degli armamenti, delle grandi opere e dei grandi eventi inutili. Dopodiché il diluvio; che l’Europa e mezzo mondo stanno aspettando senza sapere che fare. Leggi tutto “Sull’economia dei beni comuni (il manifesto, 9 luglio 2011)”
Sulla crisi finanziaria ormai imminente (23 giugno 2011)
Una crisi finanziaria di dimensioni globali è di nuovo alle porte. E non sarà l’ultima. Il mondo si sta avvitando intorno ai suoi debiti. Con liberismo e globalizzazione (“finanzcapitalismo”, orribile termine introdotto da Luciano Gallino) gli Stati hanno ceduto il potere di creare il denaro – il diritto di “battere moneta” – al capitale finanziario. Quasi tutti gli Stati dei paesi sviluppati si sono pesantemente indebitati con il sistema finanziario (quelli dell’ex-Terzo Mondo lo sono da sempre). Lo hanno fatto in parte per salvare banche o aziende sull’orlo del crack; in parte per finanziare spese sia essenziali (infrastrutture, “welfare” o stipendi del Pubblico impiego non sostenuti da sufficienti entrate fiscali), sia illegittime (corruzione ed evasione fiscale), sia inutili e dannose (armamenti, costi della “politica”, grandi opere o “grandi eventi”). Per esempio, gran parte del debito che sta portando la Grecia al fallimento è dovuto, oltre che alla corruzione e dall’evasione fiscale, alle spese sostenute per le Olimpiadi di Atene e per l’acquisto – da Francia e Germania, gli Stati che oggi la stanno strangolando – di armamenti per “difendersi” dalla Turchia (di mezzo c’è il petrolio dell’Egeo): due paesi della Nato che si armano l’un contro l’altro, comprando le stesse armi dagli stessi paesi e addestrandosi alla guerra nelle stesse scuole militari degli stessi fornitori. Leggi tutto “Sulla crisi finanziaria ormai imminente (23 giugno 2011)”
Intervista tratta da “Rapporto sui diritti globali 2011” [Ediesse]
Volume curato dall’associazione SocietàInformazione e promosso da Cgil, Antigone, Arci, Cnca.
Redazione Diritti Globali: Entro il 2012, così come prevede il Protocollo di Kyoto, l’Italia deve ridurre le sue emissioni climalteranti del 6,5% rispetto ai livelli del 1990. La strategia di rientro del governo, anziché puntare su efficienza energetica, mobilità sostenibile e rinnovabili, sembra scommettere sui meccanismi flessibili previsti da Kyoto. E secondo le stime più accreditate porterà il Paeseaspendere 2,2 miliardi di euro per l’acquisto di crediti esteri di anidride carbonica. La stessa cifra non sarebbe più efficacemente e utilmente impiegata se fosse destinata a forme di incentivo di innovazioni in grado di produrre, qui in Italia, un significativo taglio delle emissioni? Quali sono a suo parere i provvedimenti determinanti per una responsabile e rigorosa strategia di riduzione delle emissioni? Leggi tutto “Intervista tratta da “Rapporto sui diritti globali 2011” [Ediesse]”
Patto di stabilità europeo dopo i referendum (il manifesto, 16 giugno 2011)
Il vento che ci ha portato all’esito delle elezioni amministrative e dei referendum continuerà a soffiare; bisogna cominciare a fare i conti con i problemi che ci troveremo di fronte a breve. C’è ancora qualcuno che crede che la Grecia possa ripagare il suo debito (in gran parte nelle mani di banche francesi, tedesche e inglesi e ora anche della BCE) o anche solo rinegoziarlo a tassi accettabili mentre le politiche che le impone l’Unione Europea annientano qualsiasi possibilità di “ripresa”? O c’è ancora qualcuno che crede che alla lunga possano sottrarsi a una sorte analoga gli altri paesi europei che si trovano più o meno nella stessa posizione della Grecia, a meno di una revisione radicale del “patto di stabilità”? E c’è ancora qualcuno che pensa che in un contesto simile l’economia italiana possa tornare a “crescere”, realizzando un “avanzo primario” sufficiente a riportare il suo debito al 60 per cento del PIL? E poi, di che crescita stiamo parlando? Di una crescita del PIL, cioè contabile, per soddisfare le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale. Quella stessa finanza che – dopo aver mandato in rovina milioni di clienti irretiti da mutui fasulli, di risparmiatori ingannati da titoli di carta straccia, di imprese rimaste senza credito perché le banche continuano a investire sui derivati – sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini. Leggi tutto “Patto di stabilità europeo dopo i referendum (il manifesto, 16 giugno 2011)”
L’acqua inonda la politica. Il dopo referendum (il manifesto, 7 giugno 2011)
Che cosa lega i risultati dei referendum – se riusciranno a scavalcare i cavalli di frisia della Corte Costituzionale e del quorum – al “vento che cambia” delle ultime elezioni amministrative (un vento sempre più simile a quello che riempie le piazze di Atene e della Spagna contro l’azzeramento di ogni aspettativa per le nuove – e le vecchie – generazioni, ma che ha un preciso riscontro nelle rivolte che stanno cambiando il panorama politico del Mediterraneo e del Medio Oriente)? Per rimanere in Italia, con un occhio però ai paesi vicini, e al di là del ripudio di un modo di governare e di uno stile di vita che si è imposto per due decenni e più a tutto il paese, uno dei punti su cui tenere gli occhi puntati sono le opportunità che si aprirebbero con l’abrogazione dell’art. 23 bis della finanziaria 2008 (la norma che impone privatizzazione e svendita dei servizi pubblici locali), restituendo a sindaci e amministrazioni comunali le leve di una politica economica e industriale: quella che governo e opposizione, prigionieri del pensiero unico secondo cui non ci sono alternative al dominio dei mercati e della finanza, hanno da tempo rinunciato anche solo a formulare. Il quesito referendario restituisce ai sindaci – se lo vogliono – la possibilità di disporre di un insieme di “bracci operativi” per realizzare il loro mandato: che non è svendere il territorio per incassare oneri urbanistici al posto dell’Ici, o “salvare l’ordine pubblico” minacciato dai migranti musulmani; ma mettere in grado di governarsi tutti coloro che abitano su un territorio. Leggi tutto “L’acqua inonda la politica. Il dopo referendum (il manifesto, 7 giugno 2011)”
Sulle potenzialità di un revamping del gruppo Fincantieri (il manifesto, 28 maggio 2011)
L’Italia è naturalmente dotata di due straordinarie autostrade del mare in grado di collegare, una – il Tirreno – Trapani, Palermo e Napoli con Livorno, La Spezia, Genova e Savona; ma anche con Marsiglia, senza bisogno di scavalcare o perforare le Alpi con un'”autostrada ferroviaria” (il TAV Torino-Lione ) tanto costosa quanto inutile e dannosa; o di scavalcare lo stretto di Messina con un ponte altrettanto assurdo. L’altra – il mare Adriatico – Catania, Crotone e Bari con Ancona, Ravenna e Trieste. Se tutto il traffico merci di lunga percorrenza che attraversa la penisola e tutto il traffico automobilistico di carattere turistico – o anche solo una loro quota consistente – fossero deviati su queste autostrade, la rete viaria in terraferma sarebbe sgombra e a disposizione di chi ha da percorrere itinerari più brevi; i consumi energetici e le emissioni di gas serra si ridurrebbero drasticamente; e così pure l’inquinamento. Ma, soprattutto, si ridurrebbero i costi del trasporto e se ne avvantaggerebbe molto la famosa competitività delle produzioni italiane che oggi la Confindustria e il sistema delle imprese italiane sembrano inseguire quasi esclusivamente attraverso la compressione del costo e dei ritmi di lavoro e il ricorso al lavoro precario o a quello in nero.
L’idea di utilizzare di più e meglio le autostrade del mare italiane non è una grande trovata: se ne parla da decenni e la prospettiva aveva preso una dimensione concreta con il Piano nazionale dei trasporti messo a punto dal primo Governo Prodi sotto la direzione della professoressa Vittadini. Ma poi non se ne è fatto quasi nulla e oggi il traffico di cabotaggio via mare copre una percentuale infima di quello che da Nord a Sud – e viceversa – intasa le nostra autostrade e satura il numero sempre più ridotto di convogli che trasportano merci “su ferro”.
Se le autostrade del mare italiane venissero attivate, quand’anche, come è giusto, gradualmente, gli impianti di Fincantieri avrebbero lavoro assicurato per almeno i prossimi vent’anni, e anche oltre. Gli operai e i tecnici di Fincantieri le navi le sanno costruire; di tutti i tipi. Oggi la loro azienda si è concentrata su quelle da crociera, e sta perdendo il mercato; perché la domanda è debole e il lavoro per questo tipo di navigli si fa quasi tutto fuori dai cantieri; e sulle navi da guerra, perché il mercato dei massacri invece “tira”. Ma in un segmento di mercato come questo i paesi committenti, giustamente, hanno detto: se le navi sapete farle, venite a farle da noi; così Fincantieri ha portato all’estero i suoi cantieri, ma non i loro operai; questi, caso mai, li importa dai paesi dell’Est: costano meno, sono più ricattabili e ce ne si può sbarazzare più facilmente.
Eppure, se uno dei cardini della riconversione produttiva del sistema economico è costituito da una mobilità che riduca il suo impatto sul territorio (e sul pianeta), il passaggio modale dalla strada al mare è una soluzione irrinunciabile. Ma allora, perché non la si imbocca con maggiore determinazione? I tracciati – i mari – ci sono già: a farli ci ha pensato la Natura, mentre quelli stradali e ferroviari bisogna costruirli a caro prezzo, devastando il paesaggio. Mancano i convogli: cioè le navi Ro-Ro (roll in-roll out), che sono quelle che possono attraccare senza rimorchiatore, caricando e scaricando in pochissimo tempo i mezzi. Quali mezzi? Tecnicamente, nel trasporto merci, è sufficiente far viaggiare i rimorchi, senza imbarcare anche le motrici con l’autista al seguito; anche se la cosa, come vedremo, è alquanto complicata. Poi mancano i caselli autostradali, cioè porti adeguatamente attrezzati per smistare grandi volumi di questo traffico. Realizzarli darebbe molto lavoro alle città portuali e, soprattutto, contribuirebbe a riqualificare la loro attività. Perché se le merci viaggiano in container, o anche sfuse, possono essere caricate su un convoglio ferroviario per proseguire il loro cammino. Ma se viaggiano su un bilico, un autorimorchio, sarebbe opportuno che il rimorchio venisse sganciato dalla motrice al momento dell’imbarco e riagganciato da un’altra motrice, con un altro autista, quando riprende il viaggio via terra. Far viaggiare motrici e autisti su una nave raddoppia inutilmente i vettori e il personale viaggiante; e con essi i costi, anche se comunque è sempre più economico del trasporto su strada.
Ma perché lo stesso rimorchio sia preso in carico da due motrici diverse – una prima dell’imbarco e l’altra dopo lo sbarco – bisogna che i loro autisti siano d’accordo e se non sono entrambi dipendenti da una grande impresa di trasporto, ma sono dei “padroncini”, come oggi in Italia succede nel novanta per cento dei casi, bisogna che a metterli d’accordo sia un’organizzazione comune: per esempio una delle multinazionali di logistica che ha in carico l’intero itinerario del carico. Ma questa, se e quando c’è, si avvale per lo più di imprese di spedizione in subappalto; e sono queste, a loro volta, a reclutare i “padroncini”, che non sono che il terzo o anche il quarto anello di questa catena; quando non sono loro a farsi reclutare sulla piazza, insieme al loro camion, come dei braccianti a giornata ingaggiati da un padrone saltuario ogni volta diverso. La grande impresa, però, preferisce beneficiare dei vantaggi offerti dalla concorrenza selvaggia tra una miriade di operatori, dove lo spazio offerto a mezzi fuori norma e ad autisti spericolati dell’Europa dell’Est è in continua crescita.
L’alternativa è allora un consorzio – magari obbligatorio, o, meglio, l’affiliazione al quale sia vincolante per l’accesso alle navi Ro-Ro – che provveda, con il ricorso alle tecnologie più moderne, a coordinare imbarchi e sbarchi, a ottimizzare i carichi e i percorsi, a garantire i carichi di ritorno, a contrattare le tariffe con le controparti e con i vettori navali, a escludere i mezzi fuori norma e gli autisti che mettono a rischio la propria e l’altrui vita con orari di guida troppo lunghi e tempi di percorrenza troppo corti. Gli autisti – tutti, autonomi o dipendenti – ci guadagnerebbero in soldi e salute; il paese in qualità dell’ambiente e in sicurezza sulle strade; il “sistema delle imprese” in competitività e autonomia. Ma chi pagherà tutto questo?
Se solo i fondi destinati a due opere totalmente inutili come il TAV Torino-Lione e il ponte sullo stretto fossero destinati a un programma del genere (per esempio alla ristrutturazione dei porti e del loro hinterland) un buon tratto di questo percorso sarebbe già garantito. Inoltre, a promuovere il passaggio al trasporto intermodale lungo le autostrade del mare potrebbe concorrere un graduale aumento delle tariffe autostradali (purché a incassarle non sia Benetton e servano a finanziare il nuovo sistema) e i fondi dell’Unione europea destinati (come il programma Marco Polo) al finanziamento del trasporto a minore impatto ambientale. Ma il problema prioritario è quello di affrontare due delicati passaggi, evitando che i diktat del liberismo annientino i vantaggi che si possono ricavare da questa soluzione; garantire con accordi di programma le transazioni tra Fincantieri, che dovrà costruire le navi, e l’armatore – o, meglio, un consorzio di armatori – che dovrà gestire la flotta Ro-Ro; e poi, le transazioni tra questo e il consorzio, o i consorzi, di autotrasportatori che quella flotta dovranno utilizzarla. L’uno non si tiene senza l’altro: se gli armatori non avranno un mercato garantito dagli autotrasportatori non potranno a loro volta offrire un mercato garantito a Fincantieri perché avvii questa nuova linea produttiva.
E’ questa una violazione della normativa europea sulla concorrenza? Può darsi, ma non è detto. Se una potenza come la Volkswagen ha potuto fare non solo un accordo di programma, ma una vera e propria società con un’azienda di distribuzione dell’energia elettrica per assicurare un mercato captive, cioè garantito, ai propri microcogeneratori, senza doversi esporre alla concorrenza di altri produttori di impianti analoghi, non si vede perché, all’interno di un programma finalizzato alla salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza stradale, non si possano stringere accordi per garantire un mercato a una così importante riconversione produttiva.
Dunque la palla è in mano ai centomila e più autotrasportatori italiani che intasano le strade e le autostrade del belpaese: un popolo indisciplinato peggio di un’assemblea di condomini e tendenzialmente conservatore almeno quanto i camioneros che quarant’anni fa avevano messo alle strette il Cile di Allende; ma anche un popolo che si trova sempre più con l’acqua alla gola e che governi di destra e di sinistra hanno cercato di “tener buono” con gli sconti sulle accise del gasolio messi al bando dall’Unione europea (e la cui abolizione potrebbe essere un’altra possibile fonte di finanziamento di un loro associazionismo ambientalmente consapevole). La palla passa dunque alla politica. E purtroppo non è, o non è solo, una politica che si possa promuovere dal basso, senza una prospettiva complessiva a livello almeno nazionale. Ma per concretizzare e consolidare l’appoggio e la solidarietà con i lavoratori di Fincantieri da parte di tutte le categorie sociali che in questi giorni si manifesta nelle città colpite dai piani di ristrutturazione dell’azienda non c’è altra strada. E ancora una volta tocca alla FIOM fare da punto di riferimento di un’aggregazione sociale che vada al di là della protesta. La posta in gioco è talmente alta, e il rischio per i lavoratori coinvolti nel settore (le maestranze di Fincantieri; ma certo non solo loro) è talmente grande, che un impegno nel merito dovrebbe e potrebbe coinvolgere molti altri soggetti. L’importante è cominciare.
