I beni comuni, via alla “pace giusta” (CIPAX Centro interconfessionale per la pace – cantiere 2011-12, 12 gennaio)

Il bene comune è una visione unitaria di una società in cui è possibile che tutti quanti – o per ragioni di convenienza o per ragioni morali – si trovino d’accordo su un unico obiettivo e abbraccia per così dire la totalità degli aspetti della condizione umana. È un’utopia in senso positivo, è un’aspirazione che alcuni di noi condividono, altri meno, ma comunque non coincide con l’affermazione che c’è stata negli ultimi tempi del concetto di beni comuni, che è plurale, perché i beni sono tanti – l’acqua, l’aria, il suolo, la biodiversità, poi la cultura, l’arte, l’informazione, i servizi pubblici locali e nazionali ecc. (se ne possono includere tanti o pochi) – ma sono singoli problemi, ciascuno dei quali presenta delle caratteristiche merceologiche, cioè delle caratteristiche fisiche diverse – gestire l’acqua è diverso da gestire la biodiversità o il suolo ecc. – e poi in condizioni storiche molto differenziate.

Recentemente si è andato affermando questo concetto di beni comuni: che è un fronte su cui va data battaglia e questa battaglia è essenziale alla garanzia delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione e a un progresso nel senso della sua vivibilità o addirittura nella possibilità di arrestare la catastrofe imminente che incombe sul pianeta dal punto di vista dei cambiamenti climatici e del deterioramento dell’ambiente.

Questo concetto recente rende completamente superata l’antica contrapposizione a cui siamo stati abituati dal dibattito politico dei decenni passati, cioè quella tra Stato e mercato, tra pubblico e privato. C’è chi diceva “più Stato e meno mercato”, chi diceva “più mercato e meno Stato”, pensando che la contrapposizione fosse tra una gestione privatistica e una gestione pubblica.

I sostenitori della gestione privatistica rivendicano che è l’unica in grado di garantire l’efficiente utilizzo del bene, perché soltanto il privato, per il fatto che ci fa sopra un profitto e proprio per farne un profitto, ha un interesse a utilizzarlo nella maniera migliore possibile, cioè nella maniera che risponde di più agli interessi di tutti.

I sostenitori della gestione pubblica sostengono invece che soltanto la gestione di enti pubblici – Stato, comuni, regioni o province – cioè di enti che facciano parte dell’ordinamento statuale, può garantire la difesa degli interessi di tutti, anche dei più deboli, perché nel mercato privato chi si avvantaggia è chi ha più risorse, più potere. Leggi tutto “I beni comuni, via alla “pace giusta” (CIPAX Centro interconfessionale per la pace – cantiere 2011-12, 12 gennaio)”

La conversione ecologica del trasporto merci (“il manifesto”, 29 gennaio 2012)

Il Governo Monti non porta nessuna responsabilità diretta per le condizioni che hanno provocato le rivolte dei “forconi” in Sicilia, (pescatori e agricoltori, ma soprattutto autotrasportatori) e che hanno bloccato la distribuzione delle merci anche in tutto il resto del paese. Le condizioni che stanno mettendo alla fame molti di questi lavoratori e operatori risalgono al modo in cui i rispettivi settori sono andati organizzandosi nel corso del tempo, sotto molti dei precedenti governi. Va detto però che nessuna delle misure ora adottate (in particolare le presunte liberalizzazioni di autostrade, assicurazioni e distribuzione di combustibili) apporta a questi lavoratori il minimo sollievo, mentre il Governo sembra orientato a cercare di pacificarli con una politica delle mance (sconto sulle tariffe autostradali e sulle accise sul carburante) già incorsa più volte in procedure di infrazione da parte della Commissione europea. Non è in questo modo, e gli autotrasportatori lo sanno, che si possono risolvere i loro problemi. Leggi tutto “La conversione ecologica del trasporto merci (“il manifesto”, 29 gennaio 2012)”

“Una conversione ambientale per battere banche e finanza” (da “Liberazione” del 5 gennaio 2012)

di Vittorio Bonanni

Oltre a non condividere ovviamente le ricette che l’Europa sta adottando per uscire dalla crisi di fatto assecondando chi la crisi l’ha provocata, Guido Viale va oltre nelle sue considerazioni. Fino a paventare una rivoluzione ecologica che porti a riformulare completamente la politica. Con lui abbiamo fatto il punto della situazione partendo comunque dalla strada intrapresa dalla Grecia da un lato e da Monti in Italia dall’altro per pagare il debito.

Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, ha detto oggi (ieri per chi legge ndr) che in questa fase stanno trionfando delle “idee fallite”. Sulle quali però in molti insistono e scommettono…
Su questo punto Fassina ed io concordiamo pienamente. Il problema è che dietro questo magazzino di idee fallite che è il liberismo si nascondono invece degli interessi molto corposi a cui il governo Monti è di fatto subordinato. E insisto nel dire che non è subordinato soltanto per una coincidenza di interessi, determinata dalla presenza di banchieri nel proprio governo o perché molto condizionato ancora da maggioranze precedenti che lo sostengono. Ma perché totalmente sottomesso al dogma della mancanza di alternative e dal fatto che non ci sono altre possibilità che accettare misure dettate da processi economici governati dalla finanza internazionale. Leggi tutto ““Una conversione ambientale per battere banche e finanza” (da “Liberazione” del 5 gennaio 2012)”

Tassisti, parliamone (“il manifesto”, 18 gennaio 2012)

Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l’esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l’assoluta inconsistenza del liberismo nell’affrontare i problemi: sia nel cielo dell’alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti. Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l’impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant’anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).
Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.
Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D’altronde, senza tariffe di riferimento – ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti – non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.
Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.
Dunque la liberalizzazione non va perseguita dal lato delle tariffe, ma da quello dei costi. Poiché il costo del taxi incorpora quello della licenza – che è di circa 200 mila euro a Roma e Milano e, sembra, di 300 mila a Firenze, ma è sicuramente inferiore in molte altre città, fino a poche decine di migliaia di euro nella maggior parte dei casi – l’obiettivo è azzerare il balzello della licenza, riducendo di altrettanto il costo del servizio. Ma come? Farle ricomprare ai Comuni a prezzo di mercato è impossibile (40 mila licenze per un prezzo medio di 70-80 mila euro per licenza fanno 3 miliardi!). La soluzione più spiccia è dichiararla illegittima – la compravendita delle licenze avviene “in nero” – espropriandone i detentori. Non manca chi abbia preso in considerazione questa soluzione: soprattutto tra coloro che si oppongono invece fieramente, in tutti gli altri campi, a una tassa patrimoniale (per loro). Ma un governo come quello di Monti non può farlo. Quindi ha prodotto l’idea geniale di regalare a ogni taxista una seconda licenza, che questi può vendere – o noleggiare? – rifacendosi dell’esborso effettuato. Solo che se il numero dei taxi raddoppia, la concorrenza si fa selvaggia; gli incassi crollano, le nuove licenze non valgono più niente e i tassisti vanno in rovina e scompaiono.
A meno che non pretendano più di essere dei lavoratori autonomi, e accettino di diventare dipendenti di qualche grande società di taxi che – queste sì – potrebbero comprare a pacchi le loro licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o, meglio, affittare giorno per giorno, come a New York, le loro licenze a dei disgraziati che, se non corrono come bestie per quattordici ore al giorno, non riescono a incassare quanto basta per affittare la licenza anche il giorno dopo.
A ben vedere l’obiettivo di tutte le liberalizzazioni di Monti è proprio questo: mettere l’impresa capitalistica fondata sul lavoro precario in concorrenza conil lavoro autonomo per spiazzare definitivamente quest’ultimo in nome della “modernizzazione”. È lo stesso obiettivo che si prefigge con la liberalizzazione degli orari dei negozi: liquidare i negozi di vicinato gestiti in forma autonoma a favore dei supermercati e dei grandi magazzini aperti 24 ore su 24 perché basati sul lavoro precario, supersfruttato e sottopagato. Con la conseguente desertificazione non solo commerciale, ma anche generale, dei quartieri: privati, insieme al commercio, delle ragioni per frequentarne le strade. Ma anche con la conseguenza non secondaria di desertificare, cioè mandare in rovina, tutti i fornitori di prossimità e di piccole dimensioni, a favore di fornitori esteri senza qualità; come si vede già oggi negli assortimenti offerti dalla grande distribuzione finita in mani francesi: Carrefour, Auchan, ecc. Ed è lo stesso obiettivo che il governo si propone con la liberalizzazione delle professioni, abolendo addirittura le tariffe di riferimento: con la conseguenza di privilegiare i grandi studi, in mano a vere e proprie imprese capitalistiche, che ingrassano a spese del lavoro precario e dei finti stage a cui vengono sottoposti i giovani senza protezioni familiari. Tanto, una volta sgomberato il campo dai fastidiosissimi lavoratori autonomi e/o liberi professionisti, le tariffe si possono rivedere al rialzo con accordi tra big player.
Ma, per tornare ai taxi, occorre ricordare che si tratta di un servizio pubblico locale, cioè un bene comune; che la sua riconversione ecologica richiede un orientamento alla mobilità sostenibile; e che questa è data da un’integrazione intermodale tra il servizio di massa (tram, pullman e metro) lungo le linee di forza degli spostamenti urbani, e mobilità dolce o flessibile (bicicletta, car pooling, car sharing e trasporto a domanda) a integrazione e alimentazione del trasporto di massa (con percorsi casa-fermata e viceversa). Il servizio di taxi è la principale forma di mobilità a domanda. Certo ci vogliono tariffe più basse; percorsi più veloci su strade più sgombre; e più mezzi in circolazione. Ma non per lasciarli in attesa ai posteggi o in coda nel traffico di città congestionate; bensì per coprire, insieme alle altre soluzioni della mobilità sostenibile, il progressivo esautoramento della mobilità fondata sull’auto privata.
Per farlo occorre affiancare al servizio individuale di taxi quello condiviso. Sia in forme semplici: taxi incolonnati in corsie differenti, alle stazioni, agli ospedali e agli aeroporti, a seconda del settore di città che servono (e che partono solo quando sono pieni, o trascorso un certo tempo dopo la salita del primo passeggero); o che esibiscono su un grosso display la destinazione, in modo che altri passeggeri si possano aggiungere lungo la strada, condividendo il costo del passaggio. O in forme più complesse: taxi collettivi governati da un call center centrale che caricano passeggeri con origini, destinazioni e orari compatibili. Senza escludere, ovviamente, il potenziamento del taxi individuale.
Così si può contrattare a livello cittadino il graduale aumento delle licenze in corrispondenza di un aumento della domanda, misurata su una comprovata e consistente riduzione del numero di auto private in circolazione. Questa riduzione avverrà comunque; anzi, è già in corso: per la perdita del potere di acquisto della popolazione, che il prevedibile fallimento delle politiche economiche renderà esplosiva. Per questo il potenziamento del servizio taxi è strategico. Poi si dovrà compensare i tassisti per la perdita di valore delle loro licenze con sconti fiscali pluriennali tarati sui loro redditi effettivi, che finalmente saranno documentati.


I beni comuni non sono una categoria merceologica (intervento al Cipax, 12 gennaio 2012)

I beni comuni non sono una categoria merceologica, né si riducono alle risorse naturali indispensabili alla vita, come l’acqua, l’aria, la biodiversità, ecc. Stefano Rodotà, che da tempo si occupa della materia, ha messo in guardia contro una recente tendenza a estendere la categoria di “bene comune” a cose che per loro natura non lo sono. Questa tendenza è riconducibile al tentativo di associare questioni che sono comunque al centro di una mobilitazione o di uno scontro politico a una battaglia che recentemente ha avuto il suo punto di forza nel risultato del referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Tipico da questo punto di vista è la parola d’ordine lanciata dalla Fiom oltre un anno fa secondo cui “il lavoro è un bene comune”. Leggi tutto “I beni comuni non sono una categoria merceologica (intervento al Cipax, 12 gennaio 2012)”

Se non ora, quando? (tratto da “il manifesto”, 4 gennaio 2012)

L’Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L’unica possibilità che abbiamo per un’alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L’importante è cominciare. Al più presto
Il decreto “Salvaitalia” non salverà l’Italia e il decreto “Crescitalia” non la farà crescere. Sembra – quest’ultimo – il nome di un formaggio. Il sobrio Monti ha ereditato da Tremonti il gusto di sostituire espressioni consolatorie alla dura osticità delle cose; com’era la famigerata “Robinhood tax”, nome che Tremonti aveva dato a due o tre cose diverse e mai realizzate; o «i conti sono stati messi in sicurezza» (e non lo sono): giaculatoria che Monti ha ripreso tal quale dal precedente ministro. Leggi tutto “Se non ora, quando? (tratto da “il manifesto”, 4 gennaio 2012)”

Il debito pubblico italiano è insostenibile (“il manifesto”, 28 dicembre 2011)

Il debito pubblico italiano non è sostenibile. Vale 1900 miliardi di euro e costa 85 miliardi all’anno di interessi, che l’anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100;  a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all’anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell’eurozona al 60 per cento dei PIL. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce ne è un’altra “nascosta”, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il TAV (treno ad alta velocità) è l’esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica – finora; ma non è finita qui. E Passera ci si è messo di impegno – un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di “finanze di progetto”, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della “Politica”? Certamente. Ma soprattutto colpa delle “privatizzazioni”, che non sono un’alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come “beni comuni”. Leggi tutto “Il debito pubblico italiano è insostenibile (“il manifesto”, 28 dicembre 2011)”

“Sbagliato partire dall’articolo 18 per rilanciare l’Italia, cinque i settori su cui puntare” (tratta da “tiscali.it”)

di Michael Pontrelli
Sulla difesa dell’articolo 18 “la Camusso ha ragione”. Ridurre i diritti dei lavoratori in nome della crescita” è una bugia” perché “per almeno un decennio l’Italia è destinata a non crescere”. Per affrontare la nuova fase di stagnazione “bisogna riconvertire l’economia “ puntando sui nuovi settori della green economy. Guido Viale, economista e membro del Comitato tecnico-scientifico dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, ribalta i termini della discussione economica in corso e propone per il nostro Paese un modello di sviluppo che nella sola Germania “ha già creato oltre 300.000 mila posti di lavoro”.
Nelle ultime ore al centro del dibattito politico economico è la riforma del mercato del lavoro. La Camusso ha ragione quando afferma che “la difesa dell’articolo 18 è un fatto di civiltà”? 
“Assolutamente sì, senza se e senza ma”. Leggi tutto ““Sbagliato partire dall’articolo 18 per rilanciare l’Italia, cinque i settori su cui puntare” (tratta da “tiscali.it”)”

L’intervento al forum “La via d’uscita”, Firenze, 9 dicembre 2011

Riporto di seguito la scaletta che mi ero preparato per fare il mio intervento all’incontro di Firenze sulla via di uscita, precisando che non tutte le cose che sono scritte qui sono riuscito a dirle, per mancanza di tempo e per mia insufficienza oratoria

In una riunione che vuole avere una dimensione operativa (cercare una via d’uscita dalla crisi) la scelta più importante è che i problemi vengano affrontati in una dimensione globale, planetaria, e non solo nazionale. La crisi greca è stata affrontata come crisi nazionale; poi lo è stata anche quella italiana (e quella di tutti i paesi PIGS); ma ben presto si è visto che non erano tali: sono crisi che non si possono risolvere, e nemmeno affrontare, a livello nazionale, anche se questo è il compito che Monti si è dato, su imput di Draghi; e che ha dato a tutti noi.
La Grecia, sottoposta al trattamento “nazionale” imposto dalla governance europea non ha più alcuna possibilità di risollevarsi. L’Italia ha imboccato la stessa strada, e se continua a seguirla è destinata alla stessa fine. Per questo è sbagliato l’invito a “baciare il rospo”, chiunque sia; non solo perché è proprio un rospo; e le misure che ha adottato sono non solo inique ma soprattutto inutili. Ma perché la crisi del debito va affrontata per lo meno a livello europeo; e a questo livello non c’è nessun progetto all’altezza dei problemi. Manca in assoluto la consapevolezza dell’ordine di priorità dei problemi, che è anche quella che ci può permettere di affrontarli. Leggi tutto “L’intervento al forum “La via d’uscita”, Firenze, 9 dicembre 2011″

L’Europa divisa in due (il manifesto, 6 dicembre 2011)

L’Europa, intesa come Unione europea, è divisa in due: non tanto tra nazioni deboli e stabili, popoli viziosi e virtuosi, porci e porcari (PIGS e guardiani); bensì tra “piani alti” e piani bassi. A tracciare questa linea di demarcazione è la Banca centrale europea che governa e custodisce la valuta in cui sono espressi i debiti pubblici e privati. Ai piani alti ci sono “i mercati”: una massa sterminata di denaro e “simildenaro” (valute, bond, certificati di credito, derivati, futures) la cui consistenza è stimata da dieci a venti volte il PIL mondiale; che può spostare (esentasse) in poche ore tanto denaro quanto tutte le banche centrali del mondo – quelle autorizzate a farlo – non ne riescono a creare in un anno. Ai piani bassi ci sono i cittadini dell’Unione, sempre più simili, nella loro condizione di impotenza e di dipendenza dai diktat della finanza, agli altri sei miliardi e mezzo di esseri umani che popolano il pianeta. Leggi tutto “L’Europa divisa in due (il manifesto, 6 dicembre 2011)”