Trump è già tra noi. L’accordo che il Governo italiano ha siglato con la Libia per trattenere là, schiavizzati, rapinati, massacrati e stuprate, profughe e profughi che vorrebbero raggiungere l’Italia è sicuramente peggio del muro che Trump ha promesso di costruire a spese del Messico. Non solo. L’elezione e le prime mosse di Trump hanno anche accelerato lo smottamento di una parte consistente della cosiddetta sinistra verso il “sovranismo”: uscire dall’euro, uscire dall’Unione Europea, battere moneta nazionale, svalutare per recuperare competitività, innalzare barriere doganali, richiamare in “patria” le produzioni delocalizzate, rilanciare così la “crescita”. Leggi tutto “Trump è già tra di noi”
Categoria: Attualità e politica
La finanza affonda, le banche vengono salvate dai governi, molti Paesi sprofondano verso il default…
Ma chi pagherà questa crisi?
Denaro e sterminio
Il programma T4 doveva provvedere alla soppressione dei disabili. Con esso i nazisti sperimentarono le camere a gas, che poi avrebbero utilizzato in modo industriale per sterminare il popolo ebraico e gli zingari.
L’eliminazione dei disabili, gestita da personale medico professionista, veniva condotta al riparo dallo sguardo del pubblico, soprattutto da quello dei loro parenti. Ma il programma, viceversa, era propagandato e giustificato: con proclami, manifesti, discorsi, trasmissioni, articoli sui giornali: ogni disabile era una bocca in più da sfamare a spese del resto della popolazione, ostacolandone il cammino verso la meta comune. Si calcolava persino quanto pesasse sui conti nazionali ciascuna di quelle bocche. Così, sotto il nazismo, il popolo tedesco si assuefaceva, un po’ per volta, all’idea che le persone “inutili”, che erano “un peso” per lo Stato, o dannose per il radioso futuro della sua razza e della sua cultura, dovessero essere eliminate. E che fosse giusto farlo. Senza accorgersene? No. Certo né le soppressioni “cliniche” dei disabili, né le fucilazioni di massa degli ebrei, né l’attività industriale dei campi di sterminio si svolgevano sotto i suoi occhi. Ma tra questo e sostenere che non ne sapesse niente, e che non trovasse tutto ciò necessario, se non “normale”, ci passa.
A me non piace l’uso dei termini nazista o fascista, o di loro equivalenti, per stigmatizzare cose del tutto differenti. Quanti nuovi Hitler abbiamo avuto negli ultimi anni? Milosevic, Saddam, Bin Laden, Gheddafi, Al Baghdadi. Diventati tali, in genere, solo dopo che si era deciso di eliminarli. Prima andavano benissimo. E quanti nuovi fascismi? Con l’ovvio rischio di consumare parole e riferimenti, rendendoli progressivamente meno espressivi. Ma per quanto riguarda le politiche di sterminio, il rigetto di questo abuso linguistico non può esimerci dal prendere atto che noi in Europa (e certo non solo in Europa; ma cominciamo da casa nostra) stiamo gradualmente scivolando lungo un percorso che dovrebbe allarmarci. Stiamo varando e legittimando una politica di sterminio dei profughi che cercano una via di salvezza nei nostri paesi. Anche noi teniamo lontane quelle loro morti e ce ne accorgiamo solo quando “bucano lo schermo” per il loro numero. Ma intanto c’è, sia nelle istituzioni che nell’”arena” politica, chi le giustifica – e chi se ne fa un vanto – con motivazioni che ricordano il programma T4. Salvarli, con Mare Nostrum, costa troppo. Non possiamo permettercelo. Meno che mai può permetterselo l’Europa, alle prese con le strette di bilancio delle sue politiche. Al massimo si può finanziare un programma come Triton, che ha come scopo non salvare quei profughi, ma respingerli. In fondo al mare. E poi, diciamola tutta: se li salviamo ne incoraggiamo altri a provarci ancora (in realtà non “incoraggiamo” nessuno, come dimostrano le statistiche: con Triton, che li vuole mandare a fondo, ci sono più sbarchi che con Mare Nostrum, che cercava di salvarli). Ci provano e ci proveranno perché sono esseri umani che non hanno altra scelta che tentare uno sbarco in Europa. A qualsiasi costo; anche quello di una morte atroce, del cui rischio non sono certo ignari. Leggi tutto “Denaro e sterminio”
Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015
Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.
In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!
Intervento di Guido Viale al seminario Crisi, Grecia, Italia, Europa di Rifondazione comunista e GUENGL, 31.1.2015
Facciamo attenzione a non ridurre il nostro sostegno alla Grecia a un confronto tra politiche economiche alternative: spesa pubblica contro austerity. O peggio, euro sì, euro no. È in realtà uno scontro tra le condizioni di possibilità di una politica sociale per le persone e una politica che mette al centro di tutto il denaro. Il nostro sostegno alla Grecia deve riprendere e tradurre nelle condizioni del nostro paese soprattutto i termini di questo scontro.
Accanto alla scarsa attenzione del nuovo Governo greco, già da molti rilevata, per le questioni di genere, altrettanto potremmo dire per la questione ambientale, nonostante che essa fosse in rilievo nel programma in dieci punti di Tsipras. Su entrambi questi fronti non spetta a noi dare dei suggerimenti a Syriza, ma non possiamo nemmeno “soprassedere”. Dobbiamo tradurre questi rilievi nella capacità di esplicitare e promuovere delle politiche, valide per tutta l’Europa, che mettano al centro la questione di genere e quella ambientale, in forme capaci di offrire anche al governo greco uno sbocco positivo a questa impasse.
Ma abbiamo di fronte un’altra questione grande come una casa, che rischiamo di ignorare, ma che potrebbe travolgerci tutti. Dobbiamo ridisegnare la nostra mappa mentale di che cosa è l’Europa, della sua struttura sociale e dei suoi confini. Come ho scritto altrove, l’Europa non finisce ai suoi confini politici o amministrativi. Intorno a questi confini c’è ormai da tempo uno stato permanente di belligeranza armata dai fronti mobili: in Israele, Iraq, Libia, Siria, Turchia, Ucraina; per non parlare di paesi più lontani, ma quasi altrettanto influenti sul contesto europeo come Afghanistan, Pakistan, Eritrea, Somalia, Niger e Nigeria. Queste situazioni ci riguardano direttamente per tre motivi:
Primo, perché come alleati degli USA e membri della NATO, abbiamo – intendo dire, i governi italiani hanno – contribuito a scatenare questi conflitti e non abbiamo una politica per riricondurli a un contesto di convivenza.
Secondo, perché quei fronti di guerra sempre più mobili e incontrollabili tendono e tenderanno sempre più a riprodursi nei territori europei in due forme: innanzitutto scavando un solco sempre più profondo tra nativi europei e comunità di immigrati, anche di seconda e terza generazione. Ma anche con il moltiplicarsi di iniziative terroristiche: iniziative non di importazione, ma che maturano nel seno stesso della radicalizzazione degli animi e delle scelte in comunità solidamente presenti nel territorio europeo.
Terzo, perché quello stato di belligeranza endemica sta creando un esercito non più di migranti in cerca di lavoro e di una vita migliore, ma di milioni di profughi (profughi non solo di guerra, ma anche economici e ambientali); un esercito che preme e premerà sempre più sui confini dell’Europa e che vedono le autorità europee impegnate a cercare di arginare con mezzi sempre più violenti e crudeli.
Così, al di qua e al di là dei confini formali dell’Unione Europea sono state attivate politiche di confinamento, di deportazione, di sfruttamento, di persecuzione sistematica di minoranze, come i Rom, di displaced person in cerca di salvezza e di asilo, di lavoratori in condizioni di schiavitù reclutati tra migranti regolari e non. Una situazione che sta trasformando radicalmente i connotati delle nostre società. Siamo scivolati senza quasi accorgercene dentro un assetto sociale fondato su molti apartheid (che non sono quelli renziani tra “lavoro sicuro” e lavoro precario, bensì tra chi gode ancora di alcuni diritti di cittadinanza, o pensa di avere ancora il diritto di rivendicarli (il diritto di avere diritti, di cui parla Rodotà) e chi ne viene escluso per sempre e per principio, per legge o in via di fatto. Questo apartheid alimenta a sua volta la paura di precipitare in quello stato di persone senza diritti anche tra chi appartiene al primo gruppo e offre grandi occasioni di proselitismo agli imprenditori della paura, senza che i loro veri o presunti avversari, cioè i partiti e la cultura di sinistra, abbiano messo a punto strumenti, o anche solo buone intenzioni, per contrastare quest’ondata reazionaria. Anzi, spesso sono loro ad anticiparla, anche se difficilmente ne ricavano i frutti.
Viste le dimensioni che sta assumendo questa deriva, dovrebbe essere chiaro che non riuscire a fermarla, e non adoperarsi e attrezzarsi per farlo, rischia di far precipitare l’Europa di nuovo nell’abisso. Lo dico in piena consapevolezza perché seguo da vicino il lavoro di Barbara Spinelli e dei suoi assistenti in Italia e nel Parlamento europeo, dove Barbara ha concentrato i suoi sforzi su questo tema e ne ha ricavato anche informazioni e collegamenti, relativi a tutto il contesto europeo, che cominciano a delineare un quadro complessivo che fa rabbrividire. Di fronte a questa situazione la contesa sulle percentuali di deficit di bilancio, e persino quella sull’euro, può legittimamente apparire non solo una disputa inadeguata alla dimensione dei problemi da affrontare, ma addirittura un modo di nasconderli.
Ma rinunciare a mettere al centro delle nostre politiche questa revisione della nostra immagine dell’Europa ci induce a trascurare anche un’occasione storica. Occasione che è data innanzitutto dai legami, sia materiali che culturali e linguistici, ma anche solo immaginari e sempre di più religiosi, che essi mantengono o rinnovano con i loro paesi di origine. Politiche di accoglienza e di sostegno per questo esercito di sbandati, potrebbero avere una enorme importanza nel promuovere le basi di un’alternativa di governo e di pace nei loro paesi da cui provengono. E anche, ovviamente, per la creazione di una grande comunità di popoli intorno al Mediterraneo.
Dobbiamo capire e valorizzare meglio le opportunità offerte da questo contesto, da questa nuova e diversa visione dell’Europa. Abbiamo lasciato cadere nel caos gli spunti offerti dalle primavere arabe (che pure hanno fatto da innesco per fenomeni per noi molto importanti come il movimento M15 in Spagna e Occupy Wall street e Occupy the world (e poi anche per l’ascesa di Syriza e di Podemos), per non aver saputo prospettare per tempo, con la nostra iniziativa politica, un’alternativa di governo anche per loro di fronte al fallimento delle politiche liberiste e autoritarie contro cui quelle primavere si erano ribellate.
Oggi un nuovo importantissimo spunto di riflessione, ma anche di azione, ci viene offerto dalla resistenza contro lo Stato islamico sostenuta dalla popolazione di Kobane e del Rojava in Siria: si tratta di una comunità che si autogoverna in modo federalista, democratico, egualitario. Che resiste in armi, nonostante la disparità delle forze, all’offensiva jihadista. Ma soprattutto che è capace di prospettare una piena parità di genere nel cuore di un conflitto armato che ha proprio nella perpetuazione e nella estremizzazione del dominio dell’uomo sulla donna la sua posta principale. È alla conquista di questa parità di genere, e non ai bombardamenti, anche quando fossero necessari – ma vengono effettuati in un contesto degradato in cui rischiano di non finire mai – che dobbiamo guardare se vogliamo trovare l’arma vincente capace di scardinare alla radice le derive integraliste che attraversano tanto il mondo islamico che quello di cultura “occidentale”. Derive di cui si alimentano i conflitti sempre più acuti che si sviluppano sia ai confini che nel cuore dell’Europa.
Credo che la rivoluzione femminista abbia dato a tutti noi molti spunti per capire l’importanza anche politica della lotta contro il patriarcato. Ma quello che dobbiamo fare ora è tradurre quegli spunti in strumenti e in forme di lotta radicalmente nuovi. È questo, anche, il contributo che possiamo dare, non con suggerimenti, ma con la pratica degli obiettivi, a chi oggi è impegnato – come e più di noi, come i compagni di Syriza – sul fronte della lotta contro l’austerità e la schiavitù del debito. Lavoriamo perché questo sacrosanto fronte di lotta contro l’austerity, che ha oggi in Grecia il suo caposaldo, non venga travolto da insorgenze sociali ancora più drammatiche e catastrofiche per la democrazia e per la convivenza.
Carta d’intenti
Allego per conoscenza il testo – lievemente modificato – della bozza di “carta di intenti” (così la indicava il mandato affidato dalla riunione dei 221 del 14.12 al gruppo dei 19 incaricato di preparare l’assemblea del 17-18 gennaio) che avevo presentato in apertura della prima riunione del gruppo lo scorso 23 dicembre. Questa bozza è stata stroncata da tutti coloro che sono intervenuti con motivazioni che a mio avviso non avevano alcun riferimento al suo contenuto, incaricando poi Revelli di stenderne un’altra. Preciso che non sono interessato a che questo testo venga messo on-line sul sito de l’Altra Europa insieme al “manifesto” varato dal gruppo assemblea, o a quello Noi l’Altra Europa a firma Gattuso e altri. Non mi interessa la conta delle adesioni (che non prevedo oceaniche per nessuno dei testi proposti). Mi interessa mettere a disposizione alcuni spunti di riflessione per la discussione in assemblea che il tempo a disposizione non mi permetterà probabilmente di esporre a voce con la necessaria precisione. In particolare, dopo aver attentamente seguito il dibattito, e anche i conflitti che si sono dispiegati nelle nostre mailing list nel corso dell’ultimo mese, tengo a sottolineare tre delle ragioni per cui ritengo utile diffondere questo testo a tutti gli iscritti delle mailing list dei 221 e dei referenti territoriali in vista del dibattito della nostra assemblea: Leggi tutto “Carta d’intenti”
Il mondo dei vivi
Le informazioni che trapelano dall’inchiesta Mafia Capitale hanno la valenza di un carotaggio, nel tempo e nello spazio, degli strati di cui è composta la società italiana. Al di là delle ripartizioni dei suoi abitanti per professione, reddito o classe, infatti, anche la società dell’Italia repubblicana, come il mondo di Mafia Capitale, è da tempo suddivisa in tre strati dagli incerti confini: il mondo dei morti, quello dei vivi, e quello di mezzo.
Il mondo dei morti, cioè sotterraneo, è una rete che collega nel tempo e nello spazio la mafia, i servizi segreti, la criminalità organizzata (di cui la banda della Magliana è stata l’espressione nazionale, e non solo romana, più tipica, ma non la sola), la massoneria, il Vaticano e lo squadrismo neofascista. Dalla strage di Portella della Ginestra al colpo di Stato del generale De Lorenzo, alle stragi di Piazza Fontana, piazza della Loggia, della stazione di Bologna e dell’estate del 1993, fino all’ascesa di Berlusconi, miliardario con capitali di incerta origine, e su, su fino ai giorni nostri, la storia italiana non solo è costellata di episodi che vedono variamente coinvolte tutte quelle componenti. Ma quegli episodi non sono che punti di emersione di una trama continua che ha determinato o condizionato l’evoluzione politica della Repubblica assai più di partiti e sindacati, o di Confindustria, Banca d’Italia, Commissione europea o Bce. È quello il sottosuolo della storia patria, il mondo dei morti (peraltro più vivi e vegeti che mai) di cui parla Massimo Carminati nelle sue intercettazioni.
Il mondo dei vivi (molti dei quali ridotti da tempo allo stato di larve), invece, è certo più visibile e trasparente, perché sta alla luce del sole. Ma è più difficile da descrivere e non è facile da oggettivare, perché ciascuno di noi in qualche modo e in varia misura ne fa parte. Ma il mondo dei vivi ha indubbiamente i suoi terminali, abilitati ai rapporti, seppure indiretti, con il mondo dei morti, nella “politica” (tutta, o quasi), nell’imprenditoria (idem), nelle posizioni apicali della pubblica amministrazione e nella finanza: i luoghi del comando palese sul nostro lavoro e sulle nostre vite.
Il mondo di mezzo di Carminati e sodali è l’interfaccia tra quei due territori ed è il più difficile da circoscrivere, perché non si sa mai esattamente quanto uno stia di là e quanto di qua del suo confine superiore o inferiore; e da quando, dato che nel mondo dei morti si entra solo a una certa età, e magari con un’altra storia alle spalle. In questo esercizio è tanto facile sbagliare o prendere delle cantonate quanto lo è dire di averle prese (come fanno tutti quelli colti con le mani nel sacco anche quando sapevano benissimo come stanno le cose).
La loggia massonica P2 di Licio Gelli è stata per molti anni – soprattutto quando quasi nessuno ne parlava, e ben pochi sapevano che cosa fosse – il paradigma di quel mondo di mezzo. Aveva attratto generali, magistrati, imprenditori, politici (ogni corrente democristiana e socialista aveva in essa un suo referente; e molti di loro sono ancor oggi “in pista”), ma anche spie, capi fascisti ed esponenti della malavita. E’ storia, ma se vogliamo farci un’idea di che cosa sia oggi il mondo di mezzo, è a quelle vicende, mai veramente concluse, che possiamo far riferimento.
Nel frattempo il mondo dei vivi è cambiato parecchio; si è fatto più complicato e l’analisi sociale – ma anche l’idea che ci facciamo della società, parlando con chi frequentiamo, leggendo il giornale, guardando la televisione o con internet – non ci aiuta a ricostruirne i connotati. Mentre il mondo di sotto, invece, è sempre quello: ogni tanto gli viene assestata una mazzata; ma poi si riprende e torna all’opera quanto e come prima.
A “democratizzarsi”, per adattarsi ai tempi, è stato soprattutto il mondo di mezzo: trenta o più anni fa non ci saremmo mai aspettati di trovare, in una vicenda così emblematica come Mafia Capitale, delle imprese sociali costituite per dar lavoro ai detenuti; né il personale politico del Pd – epigono di quel Pci sulla cui “diversità” già Berlinguer aveva cominciato a nutrire dei dubbi – impegolato in una rete di malversazioni in associazione con delinquenti e caporioni fascisti; né il presidente della Lega delle Cooperative – oggi ministro – che banchetta e conversa confidenzialmente con la stessa compagnia.
Troviamo così, a gestire l’emarginazione e lo sfruttamento feroce di rom, sinti, migranti e profughi, una costellazione di cooperative controllate dalla “29 giugno”, cuore di Mafia Capitale, nate per offrire un percorso di riscatto agli emarginati creati dal carcere. E troviamo alla guida delle manifestazioni o degli assalti contro i ricoveri dei profughi e i campi dei nomadi (per alimentare il lucroso ed eterno carosello di sgomberi e reinsediamenti) gli stessi fascisti che, complice la rete delle relazioni consociative con il Pd, riescono a lucrare, sia in politica che in campo economico, tanto sulla loro “accoglienza” che sulla loro cacciata. Così viene consegnata nelle loro mani la partita più delicata di tutta la politica italiana: un capolavoro! Nessuno stupore, allora, per l’irresistibile ascesa di Salvini e company.
È difficile sostenere che per il Pd si tratti solo di incidenti di percorso, quando tanti esponenti del partito ne risultano foraggiati per le loro campagne elettorali, o per le primarie, o per la loro apoteosi di leader (le tre attività a cui si è ridotta la vita del Pd). Il tutto dopo aver messo il finanziamento della politica interamente nelle mani di chi, non importa come, i soldi ce li ha. Ma dopo che vicende simili, anche se meno spendibili come romanzi noir, sono emerse a Sesto, in Valle di Susa, a Milano, a Venezia, a Napoli, a Messina e altrove, come si può ancora proporre di votare o allearsi con il Pd per rendere la società più giusta?
Ma c’è un problema ancora più serio: dove finisce quella ragnatela? Tutto il “mondo dei vivi” ne è in qualche misura inquinato, anche quando è impegnato in progetti mille miglia lontani dai forni dove si cuoce quella minestra. Per molto associazionismo e molto volontariato, ma persino per alcuni centri sociali che sono l’antitesi di quei forni, sarebbe difficile continuare a operare senza beneficiare di affidamenti, incarichi, sostegni o facilitazioni che fanno capo a quella rete di connivenze, e che rendono difficile denunciarla e combatterla anche quando se ne conosce o sospetta la natura. Il terzo settore non è certo fatto di imprese criminali come la cooperativa 29 giugno; ci sono migliaia di imprese sociali mille volte più pulite; e persino all’interno della 29 giugno non sarebbe forse difficile trovare imprese, soci o lavoratori dediti alle finalità per cui sono stati reclutati.
Ma persino i partiti “alla sinistra del Pd”, pieni di militanti volenterosi, hanno spesso legato la propria sopravvivenza al proprio insediamento ai margini di una giunta locale o regionale, o in seno a una società partecipata, o al finanziamento di qualche loro iniziativa. Così, in un regime di risorse scarse, cresce tra tutti una competizione serrata per non perdere le posizioni acquisite; e per giustificare la propria esistenza; e quella dei propri apparati si ricorre spesso a sottili distinguo per differenziarsi e qualificarsi rispetto a tutti gli altri. Ma questo clima ha finito per contagiare anche organizzazioni che non hanno niente da conservare e nessun motivo per competere. Quando ci chiediamo come mai la sinistra italiana, e soprattutto i movimenti che essa vorrebbe rappresentare, sono così frammentati, una riflessione sulla condizione e la competizione a cui è stato sospinto “il mondo dei vivi” non sarebbe vana.
SCIOGLIERE LA LISTA TSIPRAS?
Sciogliere la lista L’altra Europa – insieme a Sel e PRC – per dare vita da subito a un movimento unico a sinistra del PD, come propone Curzio Maltese, parlamentare europeo eletto nella “lista Tsipras”? I nomi sono conseguenza delle cose (nomina sunt consequentia rerum) dicevano gli antichi. E su quella proposta, che è di buon senso, vanno fatte alcune considerazioni. Innanzitutto sui nomi; poi sulle cose.
Abbiamo passato tre mesi di raccolta firme e di campagna elettorale a spiegare che Tsipras non era il nome di un nuovo medicinale, ma una persona: un leader politico che ci aveva prestato un programma (da completare e rielaborare) e una figura di riferimento super partes (in Italia particolarmente necessaria, visto l’alto tasso di litigiosità). Allora nessuno lo conosceva; adesso cominciano a sentirne parlare; presto occuperà tutte le prime pagine e le aperture dei media. Sarebbe sbagliato non utilizzare proprio ora, in qualche modo, il riferimento a un nome che spiega meglio di qualsiasi discorso quello che vogliamo.
L’altra Europa: quello di mettere al centro del nostro programma – ma anche del nostro operare quotidiano nei territori – l’Europa e la necessità di un cambiamento radicale delle sue politiche a cui è legata ogni possibile svolta a livello nazionale e locale è stato e resta il punto di forza di chi ancora si riconosce nel nostro progetto. E ”altra” indica una alternativa radicale che, in tempi di renzismo imperante, si rivela una discriminante irrinunciabile a tutti i livelli. Oggi poi, a dar corpo e parole a quell’”altra Europa” abbiamo i nostri tre parlamentari, il nostro collegamento con le forze che fanno capo al GUE e soprattutto con le più vive tra di esse.
Poi, specie all’inizio del nostro percorso, abbiamo dovuto spendere un mare di parole per rispondere a tutti coloro che, anche e soprattutto dalle nostre file, deploravano o protestavano perché nel logo della lista non era stata inclusa la parola “sinistra”. Io da anni non mi considero più “di sinistra”, anche se ho sempre evitato di impuntarmi (né intendo farlo ora) in una disputa su questo tema: penso che per la stragrande maggioranza degli elettori la parola sinistra significa PD e dintorni e tutte le pratiche, palesi e occulte, con cui ogni riferimento agli interessi e alle aspirazioni delle classi e dei ceti popolari è stato da tempo abbandonato. Tra l’altro, pur essendone uno dei promotori, non avevo partecipato alle riunioni in cui è stata decisa la rosa di nomi da sottoporre a consultazione tra i sottoscrittori dell’appello che ha dato vita alla lista Tsipras; ma capisco benissimo le motivazioni di chi aveva preso la decisione di non inserirvi comunque il termine “sinistra”: per rivolgersi a un pubblico più ampio di quello che fa tradizionalmente capo alla sinistra storica; e anche a chi vede come il fumo negli occhi molte delle sue pratiche; e per non rinchiudersi in un recinto da cui è difficile uscire, ma soprattutto in cui è difficile fare entrare chi non ne vuol sapere. Capisco il disagio di chi si aggrappa alla parola sinistra come a un’ancora identitaria, dopo aver dovuto abbandonare o mettere in sordina parole come comunista, socialista o progressista; spesso, come accade anche a me, non perché non le condivida, ma perché sono diventate fonte di equivoci. Ma sarebbe un passo indietro rinunciare a quella prova di coraggio che abbiamo saputo dare allora per mettere in evidenza il carattere totalmente nuovo del nostro progetto rispetto agli errori e all’inconcludenza che avevano affondato molti di quelli precedenti. E qui passiamo dai nomi alle cose.
La caratteristica della lista L’altra Europa che ci ha permesso di raggiungere il pur modesto risultato che abbiamo conseguito è insopprimibilmente legata a una condizione enunciata a chiare lettere nell’appello iniziale: “Una lista composta in coerenza con il programma, che candidi persone, anche con appartenenze partitiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio”. Su questo punto si è svolta all’epoca con alcuni dei nostri interlocutori una prova di forza, vinta solo in parte (e, per la parte non vinta, pagata a duro prezzo in termini elettorali), che ha dato a gran parte del nostro elettorato la conferma che si stava percorrendo una strada nuova rispetto ai pessimi precedenti delle liste Arcobaleno e Ingroia. Sarebbe fatale abbandonare quella impostazione nelle prossime competizioni elettorali, ma forse essa è già stata ora la fonte delle divisioni con cui ci siamo presentati alle elezioni in Calabria e in Emilia Romagna. La lista L’altra Europa si può anche sciogliere, come propone Curzio Maltese; a condizione però di non essere considerata, e di non comportarsi, come una delle “componenti” di un accordo tra partner, accanto a SEL, a Rifondazione e, magari, ad Azione Civile e al Pdci. Noi siamo un’altra cosa; e abbiamo un’altra storia.
Non so a che cosa alludesse Nichi Vendola quando nel suo intervento al seminario di Transform! di Firenze lamentava di aver subito, lui e il suo partito, dei gravi torti durante la campagna elettorale, come se entrambi venissero trattati dal resto della lista come dei semplici “portatori di consenso”. Vorrei ricordare, fuor di polemica, che l’analisi del voto ha mostrato che questo ruolo, se mai c’è è stato, ha avuto un esito molto parziale: solo un terzo dei voti raccolti da SEL nel 2013 è confluito nella lista l’Altra Europa (e tra questi, molti, come il mio, confluiti allora su SEL non per adesione politica, ma solo per evitare l’astensione o il voto ai cinque stelle o a consolidare il precedente della lista Ingroia). Mentre l’idea di trattare la lista Tsipras come una ”lista di scopo” o un esperimento finito – poco più di un taxi per cercare di portare qualcuno dei “loro” nel Parlamento europeo, ben sapendo che da soli non ce l’avrebbero fatta – ha trovato casa soprattutto tra le file di SEL: da parte di alcuni che poi, coerentemente, sono confluiti nel PD; e di altri che si sono invece candidati (ma perché mai?) a partecipare alla guida di quel taxi, pur considerandolo da rottamare.
Il problema è molto serio e ha a che fare con quella necessità di “cambiare anche le facce, i leader, la generazione alla guida, gli strumenti e gli stili di comunicazione” di cui parla Curzio Maltese. Perché finché i programmi sono solo parole non è difficile mettersi d’accordo; ma poi ci sono pratiche, specie a livello locale (che sono spesso quelle che tengono in vita, attraverso alleanze con il PD, alcuni partiti; e la cosa non riguarda solo SEL) che le sconfessano, a volte platealmente, proclamando una cosa per fare esattamente l’opposto. Come dichiararsi per l’acqua pubblica e poi votarne la privatizzazione, o quella dei servizi pubblici locali (e addirittura insediandosi nelle aziende privatizzate); o come chiamare il Tav Torino Lione un orrendo buco nella montagna per poi sostenere una giunta capofila nel perseguitare il popolo NO-Tav; o come tacere di fronte allo scempio di un’intera città in cambio di qualche incarico e di qualche finanziamento; o appoggiare tutto ciò che rappresenta uno disastro sia per il territorio che per il bilancio di un ente locale sostenendo che solo così lo si può modificare. Viste sotto questa luce, è vero che le elezioni locali sono “le più pericolose”. Sono pratiche che devono finire una volta per sempre perché squalificano qualsiasi aggregazione che non le sappia escludere. Prenderne atto è la strada maestra per ritrovarsi, da militanti e attivisti, tutti insieme. Che è quello che (quasi) tutti vogliamo. Questo è ovviamente, come quello di Curzio Maltese, un contributo del tutto personale a un dibattito già in corso da tempo
L’altra Europa
L’Altra Europa è nata e si è sviluppata mettendo in campo alcune idee chiare e coerenti tra loro: la centralità dell’Europa per qualsiasi processo di trasformazione politica, il rifiuto dell’austerità e la necessità di ripudiare il debito, l’inclusione nei confronti di migranti e minoranze di ogni genere, la conversione ecologica come unica prospettiva in grado di affrontare in forme adeguate la crisi ambientale e quella economica e occupazionale, il carattere apartitico della lista; poi raccogliendo adesioni intorno a questa piattaforma e immergendosi nella società – nelle piazze, nelle assemblee, nei luoghi di lavoro – per raccogliere le firme e farsi conoscere; infine gestendo senza mezzi una campagna elettorale affidata prevalentemente, se non esclusivamente, agli incontri diretti e al passa parola.
Dopo il 25 maggio, sfruttando il modesto successo ottenuto, occorreva valorizzare i collegamenti messi a disposizione dall’ingresso nel Parlamento europeo e nel GUE e, anche grazie ad essi, mettere quella piattaforma alla prova dei problemi e dei contesti, nazionali e locali, che lo sviluppo degli avvenimenti mette all’ordine del giorno; ma anche dei rapporti con le tante organizzazioni, di base e non, locali e nazionali, che non avevano preso parte, o avevano guardato con diffidenza, a quel percorso. Entrambe queste cose sono state fatte finora poco e male, incagliando spesso l’organizzazione in un’assurda contrapposizione tra l’impegno a mantener vivo l’orizzonte europeo del progetto e la necessità di misurarsi con le emergenze, anche e soprattutto locali, del “fare politica” giorno per giorno. Di questo contrasto la disputa intorno all’opportunità di presentare alle elezioni regionali delle liste che si richiamano esplicitamente all’esperienza dell’Altra Europa è stata forse il centro.
Ma l’Altra Europa non si è presentata in Europa, né si presenterà in Italia, o si presenta in qualche Regione o in qualche Comune, per “amministrare bene” l’austerity: la miseria che politiche decise altrove impongono (questa, peraltro, è l’illusione che ha affondato l’esperienza dei sindaci arancioni); bensì perché i parlamentari, i consiglieri ed eventualmente i sindaci eletti si facciano punto di riferimento e di aggregazione per le mobilitazioni e le lotte contro di essa. Per questo le liste regionali che si rifanno all’Altra Europa sono parte integrante del processo di promozione di un soggetto politico nuovo, indipendentemente dai risultati che conseguiranno e a cui certo occorre lavorare perché siano positivi. Quelle liste sono anch’esse una componente della costruzione di un programma generale; che non è (solo) l’enunciazione di obiettivi astratti e già noti, ma la ricerca e la verifica della loro efficacia nel promuovere mobilitazione, lotte, e con esse il radicamento sociale di un’organizzazione.
L’elemento principale del discrimine tra chi governa e chi ne combatte i modi e gli obiettivi è la connessione tra crisi ambientale e crisi economica: cioè il progetto della conversione ecologica come combinazione irrinunciabile delle risposte a entrambe queste crisi. L’establishment europeo, e di conseguenza quello italiano – ma anche quello della governance globale – si trovano da tempo senza una visione e una strategia di ampio respiro e si limitano a rappezzare giorno per giorno i guasti che essi stessi producono. Certo, puntano a comprimere redditi e diritti della popolazione al limite della sussistenza (e anche oltre), a distruggere lo stato sociale e a privatizzare tutto l’esistente, a partire da quello che resta della natura, del patrimonio storico, dei beni comuni e dei servizi pubblici. Ma questi obiettivi non configurano un orizzonte sociale definito, un assetto sociale coerente, bensì la sommatoria di spinte e interessi discordanti, che si combinano insieme sempre meno, fino a suscitare uno stato di caos e di belligeranza armata permanente, ormai evidenti in Afghanistan come in Medio Oriente, in Libia come in Ucraina. Un caos che, esattamente come la crisi economica europea, è stato provocato sì da soggetti e interessi ben identificati; ma che è sempre di più subito, e non agito. Che cosa hanno mai da promettere alle popolazioni di cui devono comunque ottenere un certo grado di consenso, per lo meno passivo? Niente, se non il ritornello della “crescita” che né arriva né risolverebbe alcunché. E che cosa abbiamo invece da prospettare noi, con la conversione ecologica? Una strada sensata per affrontare i nodi delle due crisi epocali tra loro connesse, da percorrere “passo dopo passo”, combinando in forme diverse partecipazione e conflitto, ma sempre mettendo al centro il sostegno dell’occupazione, del reddito, dell’inclusione, della sostenibilità, della salute, della convivenza pacifica, della salvaguardia del patrimonio professionale e impiantistico del tessuto produttivo. E’ un confronto innanzitutto culturale – ma di una cultura che si misura giorno per giorno con i problemi concreti della vita di ciascuno – che è possibile tradurre in parole semplici, che possono e devono tornare a circolare come buon senso diffuso, premessa irrinunciabile di una autentica egemonia anche in campo sociale e politico. Leggi tutto “L’altra Europa”
Il discorso del papa
Dal discorso del papa nel suo incontro del 28 ottobre con i movimenti popolari possiamo ricavare un programma politico e sociale di respiro planetario dal quale non potremo più prescindere, perché raccoglie in larga parte le istanze che orientano il nostro operato, proiettandole su uno scenario che ingloba l’intero pianeta. Certo, le parole del papa sono un distillato di saperi, esperienze e riflessioni sedimentato in anni di lotte sociali, soprattutto dell’America Latina (ma non mancano riferimenti a contesti a noi più familiari come quello europeo). Ma se a ispirarlo fosse stato invece dio, e se dio la pensasse così, ben venga anche lui tra di noi: a verificare la traduzione delle sue parole in iniziative e in mobilitazioni sarà la verifica dei fatti. La piattaforma delineata in nell’incontro con il papa ha tre nomi: lavoro, terra e casa: “diritti sacri”, li definisce il pontefice.
Sul lavoro il papa dice: “Non esiste peggiore povertà materiale di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro”. Occorre rivendicare e ottenere “una remunerazione degna, la sicurezza sociale, una copertura pensionistica, la possibilità di avere un sindacato”. “La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti” sono il frutto “di un sistema economico che mette i benefici [il profitto] al di sopra dell’uomo”. E qui il papa accenna un tema a lungo trattato da Zigmund Bauman (in Vite di scarto); d’altronde tra i suoi interlocutori ci sono i cartoneros, che vivono recuperando rifiuti. Quel sistema iniquo è il prodotto “di una cultura dello scarto che considera l’essere umano come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare”. Alle forme tradizionali di sfruttamento e di oppressione se ne è aggiunta infatti un’altra, quella di rendere gli esseri umani superflui: “quelli che non si possono integrare, gli esclusi, sono scarti, eccedenze…Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non la persona umana”. Così “si scartano i bambini e si scartano gli anziani perché non servono, non producono”. E “lo scarto dei giovani” ha portato ad “annullare un’intera generazione… per poter mantenere e riequilibrare un sistema nel quale al centro c’è il dio denaro”. E in chi, come i cartoneros, vive proprio recuperando scarti, il papa vede un’allusione a un modo completamente alternativo di concepire il lavoro: “Nonostante questa cultura dello scarto, delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato, ma voi con la vostra abilità artigianale, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti…Questo, oltre che lavoro, è poesia!”
Parlando della terra – intesa nel duplice significato di ambiente (il pianeta Terra) e di suolo, oggetto del lavoro dei contadini, largamente presenti all’incontro, con la loro associazione planetaria Via campesina – il papa si appella innanzitutto al senso profondo del lavoro contadino, che non è quello di sfruttare e devastare la terra con l’agrobusiness, ma quello di custodirla: coltivandola e facendolo “in comunità”. Per questo occorre combattere “lo sradicamento di tanti fratelli contadini” provocato dall’accaparramento delle terre, dalla deforestazione, dall’appropriazione dell’acqua, da pesticidi inadeguati”. Quella separazione “non è solo fisica ma anche esistenziale e spirituale” e rischia di portare all’estinzione le comunità rurali. Il nemico di questa cultura contadina, come dei diritti del lavoro, è la speculazione finanziaria, che “condiziona il prezzo degli alimenti trattandoli come una merce qualsiasi” provocando quell’altra “dimensione del processo globale” che è la fame, proprio mentre si scartano e si buttano via tonnellate di alimenti.
Sulla casa (che vuol dire abitare in un contesto sociale di prossimità), il papa vuole “che tutte le famiglie abbiano una casa e che tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono”. E aggiunge, “un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere, ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato”. E’ proprio grazie a questi rapporti, dove ancora esistono, che “nei quartieri popolari sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti”, perché “lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito, ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato”. “Quanto sono belle – aggiunge – le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo”. Siamo talmente assuefatti a vedere situazioni di deprivazione da chiamare chi è senza casa, compresi i bambini, “persone senza fissa dimora”: un eufemismo che è il colmo dell’ipocrisia. Ma “dietro ogni eufemismo – ricorda – c’è un delitto”. E’ il delitto degli sgomberi forzati, che interessano milioni di abitanti vittime del grabbing della terra, ma anche degli slums urbani e di tante situazioni di casa nostra.
In tutti e tre questi ambiti – lavoro, terra e casa – l’ostacolo che si frappone alla realizzazione degli obiettivi per cui si battono i poveri della Terra è “l’impero del denaro”; il capitalismo finanziario, diremmo noi. Ma “i poveri non solo subiscono l’ingiustizia, ma lottano anche contro di essa”. E “non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi… non stanno ad aspettare a braccia conserte piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai” o che vanno “nella direzione di anestetizzare o di addomesticare”. “Vogliono essere protagonisti, si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà che esiste fra quanti soffrono…e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato”. Quella solidarietà “è molto di più di alcuni atti di generosità”. E’ partecipazione: “pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. Parole con cui viene messo in discussione tutto l’universo della proprietà privata, che è sempre appropriazione: un atto, un agire contro altri, e non uno stato, una realtà immutabile. Per questo “la solidarietà intesa nel suo senso più profondo è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari”. E ancora: “Che bello quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore” (parole che non rimandano a un aldilà, ma a questo mondo e a questa vita). Dunque, che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio”. Ed è anche il nostro.
Quell’uragano è la conversione ecologica. Perché accanto al dio denaro, causa prima della miseria in cui si dibattono i poveri, gli altri suoi bersagli sono la guerra e la devastazione dell’ambiente: “Non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo pace e se distruggiamo il pianeta” (e qui il papa annuncia una prossima enciclica sull’ecologia). “Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro vengono sanati”. E “un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura…per sostenere il ritmo frenetico del consumo”. Ma “il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. E’ un dono di cui dobbiamo prenderci cura” utilizzandolo a beneficio di tutti.
“Dobbiamo cambiare – dice il papa – dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno”. Ed ecco allora un elenco delle virtù che cambiano il mondo: “Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati”; e praticando “una cultura dell’incontro, così diversa dalla xenofobia, dalla discriminazione e dall’intolleranza”. Si tratta di una lotta al tempo stesso globale e locale: nasce dai rapporti di prossimità, ma abbraccia tutto il pianeta: “So che lavorate ogni giorno in cose vicine, concrete, nel vostro territorio, nel vostro quartiere, nel vostro posto di lavoro: ma vi invito anche a continuare a cercare questa prospettiva più ampia, che i vostri sogni volino alto e abbraccino il tutto!”.
Seguono alcune raccomandazioni relative all’organizzazione e alla riconfigurazione della democrazia: “Non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide… e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo; i movimenti liberi hanno una propria dinamica, dobbiamo cercare di camminare insieme”. E “i movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie. E’ impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature…esige che noi creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi… con animo costruttivo, senza risentimento, con amore”.
Mi sono limitato a pochi commenti. E ho ben poco da aggiungere.
Occupare le fabbriche?
Occupare le fabbriche, come prospettato giorni fa dal segretario nazionale della FIOM? La manifestazione del 25 ottobre potrebbe essere un punto di partenza. Sarebbe, da un lato, una risposta forte a una politica che non contempla alcuna soluzione credibile per sostenere sia l’occupazione generale che quella delle aziende in via di dismissione. Dall’altro, gli impianti occupati potrebbero diventare un punto di riferimento per aggregare le tante forze disperse nei territori che si oppongono alla devastazione dell’occupazione, dei redditi, dell’ambiente, della scuola, dei beni comuni, dei servizi pubblici, della convivenza civile; di tutte le cose a cui ci obbligano a rinunciare i vincoli europei che Renzi ci impone.
Molte delle imprese medio-grandi in crisi sono il frutto di quegli investimenti esteri che per il Governo dovrebbero far “ripartire” l’Italia e che invece si sono rivelati e si stanno rivelando la fossa dell’apparato produttivo e dell’occupazione del paese: basta ricordare, accanto a quello della AST di Terni, nomi come Alcoa, Sevestal, Jabil, Nokia, Alstom, Maflow e, prossimamente, Ilva (dato che chi la comprerà lo farà solo per mettere i piedi in Europa, acquisirne il mercato e abbandonarla al destino che le è stato assegnato fin da quando ai Riva è stata data mano libera per spremere uomini, impianti e città fino al loro totale esaurimento. E la Fiat (ora FCA) non è da meno.
Ma poi? Bisogna dirsi e dire chiaramente che senza un cambiamento radicale del quadro politico ed economico attuale, italiano ed europeo, le lotte, sia quelle condotte in forma “blanda” (con scioperi scadenzati) che quelle che adottano forme “dure” come l’occupazione, non hanno sbocchi. Nessuno convincerà mai una multinazionale che ha deciso di smantellare un impianto perché le conviene a rinunciare ai propri progetti: al massimo ne procrastinerà le scadenze in cambio di un finanziamento pubblico e/o della rinuncia a diritti e quote di salario delle maestranze, per poi portare a termine con più calma i suoi progetti di delocalizzazione. Meno che mai ci si può aspettare qualcosa dalla ricerca di un nuovo padrone (che è la “politica industriale” del praticata dal Ministero dello Sviluppo Economico). Se non conveniva a uno non conviene neanche all’altro, se non per lucrare qualche ulteriore beneficio dalle finanze pubbliche: basta pensare alla farsa della riconversione della Fiat di Termini Imerese…
Ma non è nemmeno possibile che siano le maestranze, operai e tecnici, a prendere in mano le sorti di un’azienda in via di dismissione: in un’economia globalizzata, non ne avrebbero la forza. E lo sanno. A meno che al loro fianco si schieri un’intera comunità, a partire dalle maestranze delle aziende vicine o connesse, dai governi locali (sindaci e Regioni), dall’associazionismo civico e ambientale del territorio, dalle Università e dai centri di ricerca, ecc. Tutti insieme a costituire l’embrione di una nuova governance, democratica e partecipata, non più solo aziendale, ma “territoriale”. Occorre cioè cercare nel tessuto sociale le forze e le risorse che i protagonisti della globalizzazione stanno ritirando dai territori e dalle comunità locali; e in nuovi accordi con le imprese fornitrici e utilizzatrici, programmati e non affidati solo al mercato, gli sbocchi alternativi su cui costruire il progetto di una conversione ecologica di processi e prodotti. Progetti del genere, anche solo per arrivare alla definizione di una piattaforma di rivendicazioni organiche e condivise, non si improvvisano.
Ma per chi vede nella conversione ecologica delle produzioni, dei consumi e dei servizi pubblici una via obbligata per salvare presente e futuro – e i dirigenti della FIOM, a partire da Landini, si sono espressi più volte in tal senso – è ora di passare dalle parole ai fatti. Non si può delegare al Governo, e a una politica industriale inesistente, di cui manca ormai persino il concetto, un compito che può nascere solo da una profonda convinzione personale, da un impegno diretto e dalla pratica dell’obiettivo. Per dare senso alle lotte e ai conflitti occorre mettersi all’opera: convocare, in una versione aggiornata di quelle che una volta si chiamavano conferenze di produzione, i potenziali interlocutori, singoli, associati e istituzionali (intelligenze e competenze disperse sul territorio non mancano certo) e cominciare a vagliare e a concretizzare le ipotesi in campo.
Utopia? Nostalgia comunitaria? Localismo reazionario? Ma guardiamoci intorno! Quanto pensiamo che possano durare l’attuale assetto dell’Europa e delle sue politiche, rimandando di giorno in giorno una resa dei conti con lo sfascio ambientale, sociale ed economico che stanno producendo? Abbiamo ormai la guerra in casa: in Medio Oriente, in Libia, in Ucraina, accanto e dentro il nostro continente; e abbiamo milioni di profughi che premono ai suoi confini. Dell’una e degli altri non ci libereremo facilmente. Innanzitutto, perché più che di guerre si tratta di uno stato permanente di belligeranza armata e sanguinaria, prodotto di politiche che l’Europa ha perseguito per decenni, senza mai assumersi la responsabilità di cercare una soluzione. E perché respingere quei profughi dalla “fortezza Europa” sarà sempre più difficile, costoso, inefficace e criminale (un crimine contro l’umanità: un’altra guerra). Mentre se accolta e sostenuta, quell’umanità dolente, sempre più simile a molti di noi, ormai “profughi in patria”, potrebbe rivelarsi una solida base per costruire la pace nei loro paesi di origine; e rapporti consolidati con chi è rimasto ad aspettarli; e un’alternativa di governo pacifica e democratica al caos che è già qui tra noi.
Poi, abbiamo (i nostri governi hanno) promosso e accettato politiche di resa incondizionata alla finanza mondiale e alla perpetuazione del suo potere sulla vita di Stati, Governi, imprese, comunità e territori. Una resa che non prevede vie di uscita consensuali perché in ogni momento chi ha in mano i cordoni della borsa ha la possibilità di strangolare e disseccare le basi stesse della nostra sussistenza; a meno di una rottura radicale con le “regole” del gioco.
Guardiamo alla Grecia, che è il nostro futuro, se non già il nostro presente in molte aree del paese, a partire dal Mezzogiorno. E’ come un paese distrutto dalla guerra: quella guerra senza armi con cui la finanza globale conduce la “sua” lotta di classe. Altro che ripresa! Basta che si prospetti un cambio radicale degli assetti politici e subito la finanza mondiale, che ha ormai trasferito su Stati membri e sulla BCE gli oneri delle sue speculazioni dissennate, torni a mordere, mettendo in forse i finti equilibri di uno scenario di crescita che non ha più fondamento. E per quanti anni pensiamo che l’euro, così com’è, possa ancora durare? Sia che si arrivi al suo dissolvimento per l’improbabile uscita volontaria di uno Stato dopo l’altro (il ritorno alle valute nazionali), illudendosi di ritrovare così una sovranità ormai perduta, sia che si subisca lo stesso esito per l’incapacità dell’establishment politico-finanziario di mantenere in piedi quegli equilibri, in entrambi i casi, senza una svolta politica radicale, quello che ci aspetta non è un nuovo ordine continentale, ma un caos diffuso e tragico.
Un caos che farà venir meno per sempre la possibilità di credere e far credere che con un aggiustamento di bilancio qui, una stretta ai diritti di lavoratori e cittadini là, un taglio agli istituti sociali costruiti in un secolo e mezzo di lotte del movimento operaio (scuola, sanità, pensioni, servizi pubblici, governo del territorio) tutto possa tornare “in ordine“. O addirittura rimettersi in marcia; “come prima”. No. Oggi guardare al futuro vuol dire progettare, attraverso conflitto e partecipazione, un assetto sociale completamente diverso: che certo riguarda l’intero paese, e l’Europa tutta, e il resto del mondo; ma che trova le forze per essere prima concepito, poi rivendicato ed infine promosso o imposto, solo nell’iniziativa nei territori: casa per casa, strada per strada, azienda per azienda, Comune per Comune; insieme a tutto ciò che di positivo ogni comunità può offrire in termini di beni comuni. C’è tanto da fare e tanto da riconvertire: a partire dall’assetto del territorio, che non possiamo più lasciare in mano a coloro che ci governano, perché lo trattano come un mulo da carico, ricoprendolo di tunnel, autostrade, cemento, Grandi Opere e Grandi Eventi che lo sfibrano; per poi farci ritrovare tutti a bagno e ricoperti di fango da una natura che si ribella a questo scempio. C’è un lavorio di ripensamento radicale del nostro futuro su cui tutti gli uomini e le donne di buona volontà devono cominciare a cimentarsi nella concretezza delle situazioni, ognuna diversa dall’altra. Una fabbrica occupata, un Municipio occupato, molte aziende occupate potrebbero diventare la sede di questi ripensamenti, molto più efficaci di tanti inefficienti uffici studi.
