Il terrore e il furore con cui l’Unione Europea e il governo italiano affrontano l’arrivo dei profughi nascono dall’oblio del passato e dall’incapacità di guardare al futuro. I profughi che hanno raggiunto l’Europa nel 2015 (l’anno di maggior afflusso) sono meno dei “migranti economici” arrivati o “legalizzati” ogni anno prima del 2008. Con quei migranti l’Europa aveva realizzato la sua ricostruzione postbellica, il “miracolo economico” e conquistato la posizione di rilievo mondiale che oggi sta perdendo. Ma quel milione e mezzo è solo la metà degli abitanti che un’Europa sempre più vecchia perde ogni anno. Così tra non molto i governi europei dovranno richiamare nei loro paesi i fratelli e i figli di quegli esseri umani che oggi cercano di far annegare nel Mediterraneo, far morire di sete nel Sahara, far schiavizzare dalle bande che controllano la Libia, far azzannare dai cani e bastonare dalle guardie alle barriere di filo spinato dei Balcani. Perché in un’Europa sempre più vecchia non sarà solo impossibile pagarsi le pensioni; un paese con pochi giovani, pochi bambini, senza gioia, senza creatività, senza iniziativa, senza capacità di confrontarsi con l’altro da sé è condannato a chiudersi e morire. Leggi tutto “Migranti al lavoro per la conversione ecologica”
Categoria: Attualità e politica
La finanza affonda, le banche vengono salvate dai governi, molti Paesi sprofondano verso il default…
Ma chi pagherà questa crisi?
Per l’abolizone del debito (un contributo alla discussione).
Vedo nelle nostre discussioni sulla contestazione del debito pubblico il rischio di riproporre quello che per me è il principale limite dei fautori dell’uscita dall’euro: quello di ragionare come se i processi a cui mirano si svolgessero in una campana di vetro, a bocce ferme, ovvero ceteris paribus, dove niente cambia in relazione a quello che si fa. Gli anti-euro pensano che con il ritorno a una moneta nazionale lo Stato possa tornare in possesso dei tre principali strumenti di governo dell’economia: il cambio, i tassi di interesse e l’emissione di moneta, in un contesto in cui tutto il resto del mondo e in particolare, nel nostro caso, il resto dell’Europa, i nostri partner, o competitors o avversari, non attivino misure avverse.
La svalutazione renderebbe l’economia più competitiva rilanciando le esportazioni; l’emissione di nuova moneta permetterebbe di rilanciare investimenti e consumi e di riassorbire il debito; i tassi di interesse potrebbero restare espansivi grazie a un rigido controllo dei movimenti di capitale. In particolare l’idea di recuperare competitività con un svalutazione rimanda al quadro di un sistema di mercato internazionale che funziona secondo i principi della libera concorrenza. Forse all’origine di questa illusione c’è l’abuso del termine neoliberismo – a cui sono fermamente contrario – per indicare invece un sistema fondato su una competizione feroce che ha negli Stati e nel potere finanziario internazionale i suoi due principali pilastri. Ma la realtà non corrisponde a quel quadro e soprattutto all’indicazione dei vantaggi che si ricaverebbero dal ritorno a una moneta nazionale manca tutto ciò che potrebbe succedere tra lo stato delle cose attuale e quello auspicato: cioè la transizione, la considerazione delle contromosse di coloro che si riterrebbero minacciati o danneggiati da questa transizione. Che non può essere istantanea né preparata e condotta in segreto. E’ questo, a quanto risulta dalle sue dichiarazioni, il limite del Piano B preparato da Varoufakis all’indomani del referendum sull’Oki: affidare la sostituzione della valuta a un team ristretto che operava nell’ombra e che avrebbe dovuto prendere di sorpresa le autorità europee. Un colpo di mano come il piano di Lafarzakis, che proponeva l’assalto alle riserve auree della Banca centrale – che è effettivamente il “Palazzo d’Inverno” del nostro tempo – per far fronte al blocco della circolazione monetaria imposta dalla BCE.
In realtà una transizione del genere richiede tempo, mesi e forse anni – e una preparazione del pubblico, come quella che ha accompagnato il passaggio dalla lira all’euro, che lascia tutto il tempo al dispiegarsi di iniziative avverse: la fuga di capitali, le ritorsioni dei creditori, fino al blocco della circolazione monetaria attraverso la chiusura degli sportelli bancari e altro ancora. Ma soprattutto, in questo quadro, non si tiene conto del fatto che la competizione sui mercati globali – e, dunque, quelli di esportazione e di importazione – non si svolge che in minima parte sulla base di parametri come il prezzo e la qualità, perché contano molto di più i fattori di potenza: innanzitutto finanziaria; poi politico-diplomatica e infine militare. Venendo ora ai problemi connessi con il ripudio del debito, o con la sua parte ritenuta illegittima, questo è certamente un tema centrale non solo di propaganda, ma anche e soprattutto di educazione e autoeducazione della popolazione. Ma quanto alla sua traduzione pratica, non è al funzionamento di un mercato concorrenziale ideale, e in realtà mai esistito, che dobbiamo fare riferimento, ma alla situazione concreta.
Da questo punto di vista, poco importa, come si è spesso detto a proposito del Giappone, che ormai il debito italiano sia detenuto per oltre il 60 per cento da operatori nazionali. Il sistema finanziario è totalmente interconnesso e le perdite inflitte a una o più istituzioni italiane avrebbe immediatamente effetti di sistema a livello europeo e metterebbe in moto immediatamente contromisure preventive fino al blocco della circolazione monetaria. Come si è visto in Grecia alla vigilia del referendum di luglio, dove la posta in gioco era sostanzialmente quella di non pagare il servizio del debito alle condizioni imposte dalla Troika. E’ chiaro che una campagna di successo per l’annullamento del debito o di una sua parte, prima ancora di raggiungere i livelli istituzionali e tradursi anche solo in alcune delle misure auspicate, avrebbe l’effetto di innescare in successione tutte le tappe di questo processo. Dal punto di vista politico una campagna per il ripudio del debito mi sembra senz’altro più sensata e soprattutto chiara di una campagna per l’uscita dall’euro: per lo meno non sarebbe legata al miraggio di un beneficio immediato, bensì alla necessità di apprestare delle difese contro un ulteriore e inevitabile peggioramento della situazione. Ma dal punto di vista delle conseguenze pratiche, una volta che essa sia arrivata al punto di una qualche operatività, le conseguenze sarebbero più o meno uguali. Che fare allora?
Prima di tutto il dibattito sul debito e sul futuro dell’euro va tirato fuori dalla campana di vetro in cui rischia di rimanere imprigionato, anche a costo di chiamare in causa fattori che apparentemente hanno poco a che fare con la finanza. Il primo e secondo me il più importante è la questione dei profughi: accogliere o respingere? Non per l’entità del numero delle persone coinvolte, ma per tre altri motivi. Innanzitutto, perché è quello su cui si sono andati polarizzando sia l’elettorato che l’opinione pubblica europea (vedremo se Macron saprà tenere unita la sua nuova compagine anche su questo punto, ma in Austria, Olanda, Regno Unito è il fattore che ha giocato un ruolo maggiore; in tutti i paesi europei dell’UE la partita è stata risolta da tempo con il trionfo del respingere; in Germania e in Italia si aspetta un responso elettorale certamente fortemente soggetto a questa polarizzazione; in altri paesi non tarderà a farsi sentire).
In secondo luogo perché ha reintrodotto delle barriere tra i paesi membri dell’Unione – evidenziate dai controlli ai confini per evitare l’infiltrazione di profughi – che allontanano le nazioni una dall’altra mettendo sempre di più in forse la capacità della governance europea di tenere unita l’Unione intorno a un progetto comune che non sia l’imposizione del volere del più forte sul soggetto più debole; anche a costo della sua rovina, come potrebbe essere il protrarsi indefinito dei blocchi alle frontiere europee dell’Italia, equivalente a un “sbrigatevela voi. È un problema vostro”…
In terzo luogo, perché, a partire dall’accordo con la Turchia, ha messo in moto un meccanismo di esternalizzazione dei confini finalizzato a respingere i profughi tra gli artigli delle bande e dei regimi da cui cercavano di fuggire, aumentando fortemente il caos in questi paesi e mettendo in mano ai governi più forti, come quello della Turchia, armi di ricatto a cui tutta l’Unione è costretta a soggiacere. La mancanza di programmi di accoglienza alternativi a una politica sempre più rigida di respingimenti espone tutti i governi dell’Unione a subire la pressione delle forze xenofobe e di destra, nel tentativo, per lo più vano, di non farsi sfuggire una quota crescente del loro elettorato, avviando così una spirale di cui è difficile vedere la fine. In secondo luogo il futuro dell’euro non sembra affatto in sicurezza: l’euro potrebbe anche non durare, nelle forme attuali, indipendentemente dalla decisione di uno o più Stati di uscirne.
E’ chiaro un allentamento della pressione sull’Italia da parte delle autorità europee, non tanto per aiutarne la stitica ripresa in corso, quanto per non compromettere con interventi comunque traumatici, quella leggermente più solida della maggioranza degli altri paesi dell’Unione. Ma questa accondiscendenza non andrà oltre certi limiti: in particolare alcune scadenze e alcune minacce vanno messe in conto: innanzitutto il tapering, che tornerà a far alzare lo spread non solo dell’Italia, ma anche di altri paesi membri, seppure, forse, in misura minore. In secondo luogo, le conseguenze del quantitave easing, cioè la bolla dei corporate bonds che potrebbe scoppiare da un momento all’altro, andando ad aggiungersi a quella delle crisi bancarie,: sia quella delle banche italiane già in corso; sia quelle delle banche di altri paesi, non ultima la Germania, che potrebbe venire alla luce in qualsiasi momento di difficoltà. Poi il fatto che diventa operativo il fiscal compact, con tutti i problemi che comporta per la maggior parte dei paesi europei altamente indebitati. Il fatto che una soluzione di compromesso sembri essere stata trovata per la crisi greca non facilita le cose: per molti è la dimostrazione che si può comunque andare avanti sulla strada percorsa fin qui, sottoponendo gli altri paesi in crisi di debito a un trattamento analogo. Infine si moltiplicano le proposte di una differenziazione interna della zona euro istituzionalizzata (l’ultima in ordine di tempo è quella degli ESBies, ma c’è anche quella di differenziare il fattore di rischio dei bond pubblici presenti negli attivi delle banche). Potrebbero essere un rammendo di una moneta unica ormai in crisi, ma anche un primo passo, anche involontario, verso la sua dissoluzione. Non mancano i riflessi locali dei cambiamenti climatici. L’Italia è in preda a una crisi idrica che rischia di far saltare tutti i suoi conti. Infine non bisogna dimenticare che dall’Ucraina alla Libia, passando per Siria, Iraq e Israele, ma senza dimenticare le seconde file (Afghanistan, Yemen, Somalia, Mali, Ciad, Nigeria, Repubblica Centroafricana, Saharawi, ecc.) l’Europa è ormai circondata da guerre che non accennano a comporsi e in cui alcuni dei suoi Stati membri sono sempre più direttamente coinvolti come parti in causa. Tutto questo potrebbe avere pesanti ripercussioni dal lato dei rifornimenti energetici, ma anche dal lato della spesa pubblica per armarsi e sostenere uno sforzo bellico crescente: questione su cui sia la Commissione europea che i singoli governi coinvolti, tra cui quello italiano, si muovono nel più assoluto disprezzo dei parlamenti e delle opinioni pubbliche. In un contesto in movimento come questo, una campagna per il ripudio del debito illegittimo non può limitarsi al suo ruolo irrinunciabile di propaganda, di informazione e di educazione dell’opinione pubblica. Deve mettere in conto il fatto di poter innescare o scatenare delle reazioni avverse anche prima di veder all’opera gli obiettivi che persegue. Qui mi limito a indicare, in ordine di difficoltà crescente – ma di facile in tutto questo non c’è proprio niente – alcune delle iniziative con cui accompagnare la nostra campagna.
La prima, ovvia, è cercare alleanze in campo europeo a tutti i livelli: non solo tra associazioni, movimenti e comitati che condividono la lotta contro il debito, ma, nella misura del possibile, cercando di coinvolgere in questa campagna anche i livelli istituzionali, a partire ovviamente dalla costruzione di una rete europea di comuni che si battono contro il debito illegittimo sia proprio che dello Stato di appartenenza. La Grecia, nella sua lotta contro i diktat della Troika, è rimasta sola: non solo per l’indifferenza, per non dire il cinismo, di governi che rischiavano e rischiano di ritrovarsi nella stessa condizione. Bisogna anche dire che gli sforzi di Syriza, delle organizzazioni e delle istituzioni greche per mobilitare un’opinione pubblica europea a sostegno delle sue ragioni non sono stati all’altezza della gravità della posta in palio.
La seconda mossa è quella di sviluppare, insieme ai nostri partner europei di cadtm e delle altre organizzazioni che si battono contro il debito, a partire da Attac, ma soprattutto dalle chiese, un programma operativo comune, ancorché mirato sulle singole situazioni locali, di ricusazione dei debiti, che preveda un ricorso flessibile a una pluralità di misure che vanno dalla ristrutturazione, ad un ripudio selettivo, fino a un default parziale o totale sulla base però di ben precise e motivate analisi, cosa per cui è essenziale dotarsi di audit del debito a tutti i livelli possibili – che non sono solo quelli statali e comunali o di istituzioni intermedie come regioni e province, ma anche quelli degli istituti parastatali: primo tra essi il macinio dei sistemi pensionistici: con chi sono in debito e con chi in credito. E perché. Il terzo passo, su cui è per me decisivo che si avvii fin da subito una discussione al nostro interno, è quello di promuovere misure di resilienza finanziaria di fronte a contromisure che potrebbero andare fino al blocco della circolazione monetaria, come era successo in Grecia alla vigilia del referendum. La resilienza è essenzialmente affidata alla creazione e diffusione di monete complementari non convertibili a tutti i possibili livelli: un fenomeno che ha ormai una larga diffusione in tutto il mondo occidentale, dalle Americhe all’Europa e al Giappone: se ne contano – pare – più di 4mila esempi.
Il primo e più elementare livello è quello promosso da associazioni di cittadini a livello strettamente locale, dove il rapporto di fiducia reciproca è la conoscenza personale possono precedere l’introduzione stessa del nuovo strumento.
Il secondo livello si ha quando la circolazione della moneta locale viene promossa o anche solo sostenuta, eventualmente con un fondo di garanzia, da qualche istituzione locale: dal comune a un insieme di comuni, a una regione (ne aveva parlato anni fa il Presidente della Lombardia Maroni, per poi lasciar cadere completamente l’argomento; ma il sardex ha poi avuto il sostegno della Regione Sardegna ed altre Regioni stanno ora studiando la questione).
Un terzo livello è una moneta che, come il sardex all’inizio e il wir svizzero abbia circolazione solo tra imprese di circuiti ben circoscritti. Anche il livello nazionale potrebbe essere coperto da una circolazione parallela – di fatto convertibile a sconto – come quella proposta da Luciano Gallino e Stefano Silos Labini e oggi caldeggiati soprattutto da Enrico Grazzini. E’ un progetto su cui la Banca d’Italia ha già messo le mani avanti, sostenendo che non è compatibile con la legislazione bancaria – mentre Grazzini sostiene che è perfettamente compatibile con i vincoli finanziari imposti dall’Unione europea. Ma è chiaro che una proposta del genere potrebbe avere un esito diverso e positivo in presenza di una crisi finanziaria che coinvolga tutta l’Europa, e soprattutto in presenza di una circolazione ormai diffusa di monete complementari locali. Se una prospettiva del genere venisse condivisa, dovremmo attrezzarci al più presto per metterci tutti in grado di sostenerla e di lavorare alla sua promozione. C’è un valore culturale di fondo in questa iniziativa, che va al di là dei suoi esiti pratici immediati: ed è quella di restituire al denaro il carattere di bene comune che, come tale, deve tornare sotto il controllo di chi ne ha bisogno per la sua vita e il suo lavoro quotidiani.
Chi sono i rifugiati ambientali?
Chi sono i rifugiati ambientali? Secondo Essam El-Hinawi, che ha introdotto questo termine nel 1985, si tratta di “persone che sono state costrette a lasciare il loro habitat abituale, temporaneamente o per sempre, a causa di una significativa crisi ambientale (naturale e/o provocata da attività umane, come per esempio un incidente industriale) o che sono state spostate in via definitiva da significativi sviluppi economici o dal trattamento e dallo stoccaggio di scarti tossici, mettendo così a repentaglio la loro esistenza e influenzando gravemente la qualità delle loro vite”.
Un’altra definizione da prendere in considerazione è quella dell’OIM (Organizzazione internazionale delle migrazioni) che, si badi bene, parla di migranti ambientali e non di profughi. Vedremo che in un diverso contesto la differenza è molto importante. Per l’OIM (2007) i migranti ambientali sono “persone o gruppi di persone che, per pressanti ragioni di un cambiamento improvviso o graduale che influisce negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro dimore abituali o scelgono di farlo, temporaneamente o per sempre, e che si spostano sia all’interno del loro paese che oltre confine.
Entrambe queste definizioni collocano i profughi o i migranti ambientali fuori dal diritto alla protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, in base alla quale le persone a cui spetta il diritto di asilo sono solo quelle costrette a fuggire da un fondato timore di persecuzione (da parte di uno Stato) per cinque ragioni: razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un particolare gruppo sociale.
Successivamente il diritto di asilo è stato esteso includendovi ogni tipo di violenza e, in particolare, la guerra. In ogni caso il termine profugo (refugee) si applica solo alle persone che varcano il confine del proprio Stato, mentre le persone che si spostano al suo interno per cause di forza maggiore, siano esse la guerra, la violenza o il degrado ambientale, sono chiamate (displaced persons) e non possono ovviamente essere fatte oggetto di protezione internazionale. La correttezza del termine profugo ambientale è stata comunque contestata soprattutto sulla base di due considerazioni:
Primo, il rapporto tra degrado ambientale ed esodo all’estero non è quasi mai diretto. Prima di abbandonare il proprio paese le vittime di un processo di degrado ambientale cercano per lo più altre strade: si spostano in un altro territorio, spesso dalla campagna alla città o dalle regioni periferiche alla capitale. Solo in un secondo tempo tentano la via dell’estero. Ricostruire l’eziologia di questo esodo è pertanto molto difficile. “I disastri – afferma il professor Roger Zetter dell’Università di Oxford, una delle massime autorità negli studi su questo argomento – non spostano la gente. E’ la loro vulnerabilità sociale e politica e la loro esposizione agli shock a predisporli allo spostamento. L’ambiente non ‘perseguita’ come possono farlo una dittatura o una guerra”.
Secondo, il tentativo di estendere ai migranti ambientali la protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra, in particolare in un periodo in cui la sua applicazione viene messa in forse da molti Governi, rischia di diluire e compromettere anche la protezione accordata alle persone che la Convenzione deve proteggere.
Altri studiosi ritengono invece che i profughi ambientali siano effettivamente vittime di una violenza, quella dei cambiamenti climatici provocati dall’Occidente e dei disastri prodotti dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi processi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per il professor Francois Gemenne dell’Università di Paris Vincennes, i profughi ambientali sono effettivamente vittime di violenza: quelli propri dell’antropocene, cioè dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali provocati dall’Occidente, dai suoi consumi e dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi flussi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per questo hanno diritto a una protezione internazionale. Quale che siano le ragioni che spingono sia i profughi di guerra che i migranti ambientali a fuggire dai loro paesi, oggi sono entrambi esposti allo stesso carico di maltrattamenti, violenza, sfruttamento, rapine e rischi mortali durante il loro viaggio verso l’Europa, dato che nessun corridoio umanitario viene predisposto per facilitare il loro arrivo. Come si è visto, le cause che spingono i profughi e i migranti ambientali ad abbandonare il loro paese sono diverse. Più in particolare esse rientrano in una delle seguenti categorie:
Eventi ambientali estremi come terremoti, alluvioni. Uragani, siccità, carestia, ecc.;
Lento degrado del suolo anno dopo anno, come desertificazione, innalzamento del livello del mare, esaurimento degli acquiferi (tutti fenomeni che dipendono dai cambiamenti climatici);
Interventi umani che cambiano lo stato di un territorio, come miniere, pozzi petroliferi o per l’estrazione del gas, appropriazione del suolo o dell’acqua, costruzione di grandi infrastrutture come dighe, oleodotti, ferrovie, strade, impianti turistici, sviluppo urbano o grandi manifestazioni come Giochi Olimpici o esposizioni internazionali.
I profughi e i migranti ambientali abbandonano i loro luoghi di origine secondo modalità differenti a seconda dei fenomeni che li hanno spinti a farlo.
Quando sono in gioco eventi estremi e improvvisi, quasi tutti gli abitanti di un’area si spostano insieme verso altre aree il più possibile vicine a quelle che lasciano, per lo più all’interno dello stesso paese. Quando invece il fattore determinante è un degrado graduale dell’habitat, l’emigrazione è in genere più selettiva. Si spostano (da soli o in piccoli gruppi) solo alcuni membri di una famiglia o di una comunità, in genere giovani, spesso i più istruiti e persino i più benestanti, anche perché devono sostenere i costi del loro viaggio, tutt’altro che indifferenti, con le risorse delle loro famiglie o con quelle di parenti che si trovano già all’estero e che li attendono. Spesso, prima di imbarcarsi in un viaggio rischioso verso l’Europa, raggiungono una città o la capitale del paese, dando origine a nuovi slum. Il loro obiettivo principale è guadagnare e mandare del denaro a casa per integrare le scarse risorse delle loro famiglie. Il modello di migrazione seguito dalle persone cacciate dalla costruzione di un’infrastruttura o da qualche altro progetto di sviluppo riproduce quello delle persone colpite da un evento estremo, anche quando il loro trasferimento è organizzato da un’agenzia di governo. Il modello della gente che fugge da una guerra è invece spesso simile a quello seguito dalle persone cacciate dal degrado del loro habitat, anche quando la loro fuga assume le caratteristiche di una valanga, come oggi in Siria. In entrambi questi schemi di esodo, la maggioranza delle persone desiderano tornare prima o poi da dove sono venuti, anche se pochi riescono poi a farlo. Improvvisi disastri ambientali o lento degrado di un habitat sono spesso causa di conflitti armati o di guerre, perché un ambiente immiserito riduce le risorse di una comunità che vive di un’economia di sussistenza, inducendo gruppi etnici o armati ad accaparrarsi quel che resta a spese di altri gruppi anche con le armi. E’ questo, per esempio, il caso del confitto che coinvolge Boko Haram nel nordest della Nigeria, o di quello che aveva devastato il Ruanda. Spesso l’economia nazionale o le politiche del Governo non sono in grado di far fronte alla rapida crescita di conglomerati urbani provocati da una migrazione interna. E’ questa una situazione che sfocia facilmente in rivolte urbane che, in un contesto vulnerabile, possono poi esplodere in una guerra aperta, soprattutto se delle potenze straniere cercano di trarre vantaggio dalla situazione per raggiungere i loro scopi.
E’ questo il caso della Siria: alle origini della guerra che la sta devastando ci sono anni di siccità che avevano strappato un milione e mezzo di contadini dalle loro terre, facendoli confluire verso città già sovraffollate. Qui, in una fase di radicalizzazione e internazionalizzazione del conflitto, l’obiettivo principale dello Stato islamico è stato quello di accaparrarsi le risorse strategiche del paese: in particolare i pozzi petrolifere e soprattutto le risorse idriche attraverso il controllo delle dighe. Tornando a una visione di insieme, le seguenti carte dell’Africa centrale e settentrionale – prese dalla relazione di Grammenos Mastrojeni al convegno Il secolo dei profughi ambientali?, Milano, 24.9.2016 – mostrano come ci sia una sovrapposizione quasi completa tra le aree segnate da degrado ambientale (1), i paesi coinvolti in una guerra o in un conflitto armato (2), le aree colpite da una carestia (3) e le zone da cui proviene la maggioranza dei flussi migratori (4); a riprova di quanto sia difficile distinguere i profughi di guerra da quelli cacciati da un disastro ambientale. E’ sbagliato considerare questi conflitti questioni puramente regionali. Il peggioramento dell’ambiente globale e l’allargamento delle aree gravemente colpite dai cambiamenti climatici provocano un conflitto crescente tra i paesi sviluppati e la moltitudine dei profughi che cercano la sopravvivenza in paesi meno coinvolti dai cambiamenti climatici. Un documento prodotto dal Pentagono già nel 2004 così prospettava il futuro che ci attende:
Le prossime guerre saranno combattute per ragioni di sopravvivenza.
Nei prossimi 20 anni diventerà evidente un sensibile calo della capacità del pianeta di sostenere la popolazione esistente. Milioni di persone moriranno a causa di guerre o carestie, finché gli abitanti del pianeta non saranno stati ridotti a un numero sostenibile. I paesi più ricchi, come gli Stati uniti e l’Europa si trasformeranno in “fortezze virtuali” per impedire l’arrivo di milioni di migranti espulsi dalle loro terre sommerse o non più in grado di produrre cibo per mancanza di acqua. Ondate di profughi in arrivo via mare creeranno gravi problemi. Rivolte e conflitti finiranno per spezzare l’Africa e l’India. I Governi incapaci di garantire le risorse di base e i servizi essenziali e di difendere i propri confini verranno spazzati via dal caos e dal terrorismo. Ma quanto sono i migranti o profughi ambientali? Global Estimates calcola che dal 2008 a oggi siano stati circa 28,5 milioni ogni anno. Un’altra fonte sostiene che solo nel 2015 ci siano stati 27,8 milioni di displaced persons, 19,2 dei quali a causa di calamità naturali e 8,6 a causa di conflitti e violenza; L’OIM prevede 250 milioni di profughi ambientali al 2050. Significativo il numero dei profughi provocati da progetti di sviluppo: in Cina, tra il 1950 e il 2015 circa 80 milioni. In India 65 milioni, di cui solo il 17 per cento sono stati ricollocati in modo più o meno appropriato. Ecco alcune cifre di spostamenti provocati da progetti di sviluppo ed eventi organizzati dall’uomo.
Questi dati sono ricavati dal libro Crisi ambientale e migrazioni forzate, prodotto dall’associazione A Sud, Roma, 2016).
Dighe
Three Gorges dam (China): 1,2 million
Danjiangkou dam (China): 340.000
Narmada (India): 3.200 dams, 250.000
Upper Krishna dam (India): 176 villages, 93.200 families, 300.000
Shuikou and Yantan dam (Cina): 180.000
Itaparica dam (Brasile): 40.000
Kedung Ombo dam (Indonesia): 32.000
Nangbeto dam (Togo): 10.600
Eventi
Olimpic games Seul (1988): 720.000
Olimpic games Bejing (2008): more than 1 million
Expo Shangai (2010): 400.000
Santo Domingo: 500 year from Discovery of America (1992): 180.000
Quali sono le politiche dell’Unione Europea nei confronti dei profughi? Schematizzando molto per motivi di tempo si può dire quanto segue: L’Europa deve riuscire a respingere il maggior numero possibile di profughi. Lo fa distinguendo tra profughi che hanno il diritto di chiedere asilo in base alla Convenzione di Ginevra perché fuggono guerre o persecuzioni, e “migranti economici”, che non hanno quel diritto e devono essere rimpatriati. I profughi ambientali rientrano in questa seconda categoria.
La selezione tra profughi di guerra e migranti economici viene effettuata negli sulla base dei paesi di origine, classificati in sicuri e non sicuri. Paesi come Afghanistan, Mali, Niger, Nigeria, Sudan, Etiopia sono considerati sicuri e i profughi di quei paesi sono considerati migranti economici e sono costretti al rimpatrio. Per promuoverlo vengono stipulati degli accordi con i loro Stati di origine a cui sono versati miliardi di euro in cambio di questa riconsegna. Ma vengono anche dotati di armamento militare o strumenti di sorveglianza e recentemente, come viene prospettato per il Niger, si progetta il trasferimento in loco di un contingente militare per bloccare i flussi. Respingere i profughi tra le braccia degli aguzzini da cui cercano di fuggire significa esporli al reclutamento delle loro formazioni armate, estendere i fronti di guerra, rendere inabitabili per tutti i loro paesi, come lo sono oggi gran parte della Libia e i territori in mano allo Stato islamico. Costituire l’Europa in fortezza può rendere difficile penetrarvi, ma rende anche impossibile uscirne, perché l’intero continente sarà sempre di più circondato da guerre e bande armate. Ma le politiche di respingimento accrescono anche l’ostilità dei circa quaranta milioni di abitanti di origine straniera – di cui venti di religione musulmana – già insediati in Europa come cittadini europei o immigrati regolarizzati. Ostilità che si è già rivelata origine di un terrorismo stragista autoctono e non importato, ma anche di una crescente estraneità e di un crescente rancore di intere comunità che genereranno nuovi conflitti interni su basi etniche o pseudoreligiose. L’alternativa a queste politiche deve essere comunque elaborata dal basso, dalla cittadinanza attiva e non solo dai governi, coinvolgendo sia le comunità autoctone che quelle migranti. Non può essere definita in partenza, ma alcuni dei suoi capisaldi possono essere enunciati fin da ora. Si tratta di un programma radicale, assimilabile a un vero e proprio regime change a livello europeo, che per ora può essere valorizzato solo come strumento di mobilitazione e di condizionamento dei Governi, cercando i necessari collegamenti con tutti i movimenti attivi su questi temi. In sintesi:
Primo: Politiche di austerità e incapacità di accogliere sono strettamente legate. “Non c’è posto” per i profughi perché non c’è più posto per tanti cittadini europei dato che l’austerità continua a sottrarre lavoro, reddito, casa e servizi a tutta la parte inferiore della piramide sociale. Non si può gestire i flussi crescenti dei profughi senza affrontare anche la disoccupazione e la povertà tra un numero crescente di cittadini europei: con un vasto programma di spesa non per grandi opere inutili e dannose, ma per mille e mille piccoli interventi nel tessuto della società.
Secondo: Sul lungo periodo il riequilibrio demografico della popolazione europea con nuovi apporti dall’esterno, per evitare che si riduca a una comunità di vecchi, è inevitabile. Così si rischia di dover richiamare, in un domani non lontano, una parte di quelle popolazioni che oggi ci adoperiamo per respingere e far annegare. E’ appena il caso di ricordare che il milione e mezzo di profughi entrati in Europa nel 2015, quando ancora era aperta la rotta balcanica, eguaglia a mala pena i migranti economici accolti ogni anno in Europa per tutto il secondo dopoguerra, fino al 2008, pur in presenza di una crescita demografica autoctona che oggi è venuta meno.
Terzo: Per questo occorrono corridoi umanitari di ingresso e soprattutto politiche inclusive, costruite dal basso, fondate su progetti che promuovano la collaborazione tra cittadini europei, soprattutto giovani, e nuovi arrivati. I campi di questi interventi sono noti: assistenza alla persona, agricoltura innovativa di piccola taglia (al posto dello sfruttamento e della schiavizzazione dei profughi e dei migranti non regolarizzati in forme tradizionali di agricoltura estensiva), ristrutturazioni edilizie, salvaguardia degli assetti idrogeologici, fonti energetiche rinnovabili, artigianato di riparazione e manutenzione dell’usato, cultura e altro ancora. Sono per lo più attività legate alla lotta contro i cambiamenti climatici che, quando, e se, se ne presenteranno le condizioni, possono essere trasferite da migranti di ritorno anche nei paesi di origine ed essere il motore di un riequilibrio ambientale ed economico di quei territori.
Quarto: Un programma e dei progetti del genere non possono essere affidati né al mercato, dove ognuno si cerca un lavoro da sé, né solo a programmi governativi. Abbinando accoglienza e lavoro, inclusione e produzione, soltanto l’economia sociale e solidale è adatta a concepirli, promuoverli e gestirli; ovviamente con un massiccio sostegno dei poteri pubblici.
Quinto: Le persone fuggite da guerre e disastri per lo più desiderano ritornare nei loro paesi se solo il degrado sociale e ambientale venisse invertito. Sono queste le premesse per la costituzione di una grande comunità euromediterranea. Immigrati e profughi costituiscono un grande potenziale da valorizzare sia nella definizione di una prospettiva politica di pacificazione dei paesi da cui sono fuggiti e di cui conoscono bene conflitti e dinamiche; sia nella progettazione del risanamento ambientale e sociale dei loro territori di origine grazie ai contatti che mantengono con le comunità che hanno lasciato, ma anche grazie alle professionalità e soprattutto alle relazioni che hanno acquisito in Europa.
Sesto: Per questo le loro comunità possono e dovrebbero essere aiutate a organizzarsi per essere parti in causa in campagne per bloccare sia le guerre in corso nei loro paesi di origine, sia le forme più devastanti della presenza economica dell’Europa in quegli stessi territori.
Settimo: Premessa obbligata è una battaglia culturale per riavvicinare le persone tra loro; è nello scambio culturale e nella ibridazione dei rispettivi apporti, ma soprattutto nella vicinanza alle loro sofferenze, che si possono creare le basi per la riconquista di una dimensione umana alla politica. Il rigetto che molti cittadini e cittadine europee manifestano verso profughi e migranti non è dovuto solo alla paura (di una loro propensione a delinquere o del terrorismo). Questa certo non manca, ma viene spesso usata a copertura del rifiuto di mescolarsi con persone e culture di cui si teme che possano mettere in forse abitudini e tradizioni a cui ci si sente legati. E’ questo timore del diverso che va affrontato, senza demonizzare o tacciare di razzismo (ben presente invece in chi lo promuove e lo sfrutta) chi ne è solo portatore o vittima. Farsi concittadini di chi era straniero: questo deve essere il nostro impegno.
Lavoro per i migranti, lavoro per tutti
Quello di cui intendo parlare qui sono alcune soluzioni di ordine istituzionale per affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro di profughi e migranti; non i meccanismi con cui vengono sfruttati tutti coloro che si trovano nel nostro paese in una condizione di irregolarità e che, grazie alla condanna alla clandestinità imposto da chi si oppone alla loro regolarizzazione, è ormai da tempo uno dei pilastri portanti dell’economia italiana in molti settori. Va comunque rilevato che diverse innovazioni recenti nel campo della legislazione del lavoro rendono sempre più sfumato, sia di fatto che in linea di diritto, i confini che separano il lavoro legale da quello illegale. Basta pensare ai cosiddetti scontrinisti, lavoratori – anzi lavoratrici – pagati dal Ministero dei Beni Culturali fino a un massimo di 400 euro al mese sulla base degli scontrini che riescono a presentare (evidentemente falsi, cioè raccolti da altri) e senza alcuna tutela. Non so in quale altro paese del mondo possa esistere un istituto contrattuale del genere.
“Mettere al lavoro” profughi, richiedenti asilo e migranti non ancora regolarizzati o a cui è spirato il permesso di soggiorno, cioè offrir loro la possibilità di avere un lavoro regolare e retribuito, è il problema centrale intorno a cui si gioca il futuro dell’Europa e del nostro paese. Le considerazioni alla base di questo enunciato sono elementari:
- Gli sbarchi e gli arrivi in altre forme, tutte irregolari fino a che non saranno istituiti corridoi di ingresso legali, continueranno e, anzi, aumenteranno nel tempo, a causa dei cambiamenti climatici, della devastazione economica e ambientale delle loro terre, dei conflitti che questi processi innescano e alimentano, degli accordi commerciali che devastano le economie di sussistenza dei paesi da cui si originano quei flussi;
- Nessuna politica di contrasto, per quanto spietata, cioè fondata sull’abbandono di profughi e migranti in viaggio verso l’Europa in mare, nel deserto o tra le mani dei loro aguzzini, né tantomeno i rimpatri, possono permettere un contenimento significativo di questi flussi;
- L’accoglienza, così come è organizzata, non basta. In Italia, con l’eccezione della rete SPRAR – e neanche tutta – essa è per lo più affidata all’apprestamento estemporaneo di contenitori dove le persone che richiedono asilo (praticamente tutti i nuovi arrivati, dato che non esistono altri canali di accesso a una regolarizzazione) vengono mantenuti, a spese dello Stato, in una condizione di inattività forzata che umilia loro, ma che umilia anche le comunità dei territori dove insistono gli edifici in cui sono ospitati, e che li vedono bighellonare mentre loro lavorano.
- In ogni caso questo è il destino di tutti coloro che sbarcano in Europa, perché l’Italia è ormai l’unico paese di approdo e le sue frontiere con il resto dell’Unione europea sono chiuse, sia fisicamente che dalla convenzione Dublino III. Questa forma di accoglienza, ma anche quella affidata alla rete SPRAR, rispondono a una logica di emergenza che non ha più alcuna ragion d’essere, dato che il fenomeno degli arrivi è destinato a protrarsi nel tempo.
- Una volta ottenuto l’asilo o il diniego definitivo – spesso dopo anni – per le persone ospitate in queste strutture non è previsto alcuna altra forma di accompagnamento e vengono abbandonate per strada, con o senza documenti che ne legittimino la permanenza in Italia, a seconda dell’esito del procedimento. Il presupposto è che chi ha ricevuto il diniego ritorni da dove è venuto come ingiunto dal foglio di via che gli viene consegnato – ma nessuno lo fa – oppure che venga rimpatriato a forza, passando eventualmente attraverso un CPR; ma questi rimpatri sono costosi, per lo più impraticabili e vengono e verranno fatti solo ogni tanto “per dare l’esempio”. Ma anche per chi ha ricevuto la protezione internazionale non è prevista alcuna forma di accompagnamento;
- Il risultato è che le persone messe per strada si accumuleranno di qui a poco al ritmo di cento/duecentomila all’anno: il numero degli arrivi da cui si prevede che l’Italia sarà interessata nei prossimi anni e forse per decenni. Si tratta di una situazione insostenibile, che non farà che alimentare e moltiplicare la propaganda di coloro che chiedono misure sempre più feroci di respingimento e di confinamento, anche se sanno benissimo – ma non lo dicono al pubblico a cui si rivolgono – che si tratta di misure inattuabili e inefficaci;
- Il lavoro, un lavoro regolare e retribuito, è per tutte le persone in questa condizione il mezzo fondamentale di inclusione sociale e di empowerment: per avere un reddito, per sentirsi indipendenti, per trovarsi e pagare un alloggio, per crearsi una rete di relazioni sociali, per impratichirsi nella lingua, per imparare un mestiere, per risparmiare e contribuire al mantenimento di parenti rimasti in patria.
- Molte delle persone che arrivano in queste condizioni, soprattutto se profughi di guerra o di qualche conflitto, ma anche se profughi ambientali o cosiddetti migranti economici, desiderano ritornare prima o poi da dove sono venute non appena se ne presentino le condizioni. Per questo il lavoro è anche ciò che può creare le basi per un ritorno: con nuove professionalità acquisite, con un patrimonio di relazioni con il paese di arrivo che può essere messo a frutto nel paese di origine – soprattutto se, come spiegheremo, le attività in cui verrebbero impegnate sono prevalentemente legate al risanamento ambientale sia locale che globale – e in alcuni casi anche con un piccolo capitale che oggi, per mancanza di supporto a impieghi alternativi, viene spesso dilapidato in attività immobiliari senza alcun beneficio.
In queste condizioni, e per tutte queste persone, la ricerca del lavoro non può essere affidata al mercato, cioè all’iniziativa individuale, anche se avvenisse in condizioni di legalità, cioè con un regolare permesso di soggiorno che oggi non viene dato a nessuno. E questo, non solo perché il mercato del lavoro, in Italia come in quasi tutti gli altri paesi europei, non offre in questo periodo, e per molti anni a venire, grandi opportunità nemmeno ai cittadini autoctoni; e neanche solo perché le agenzie di intermediazione non funzionano; ma soprattutto perché persone arrivate in queste condizioni hanno bisogno di un forte accompagnamento personalizzato.
Alcuni amministratori locali, ben consapevoli che è innanzitutto necessario spezzare la gabbia dell’inattività forzata a cui sono condannati i richiedenti asilo, hanno cominciato ad impegnarli, a titolo volontario e gratuito, in attività “socialmente utili”, con l’obiettivo di mostrare alla cittadinanza che quei profughi non sono solo un peso, e meno che mai un pericolo, ma possono essere anche un aiuto. Altri, tra cui alcuni studiosi del fenomeno, hanno proposto di riattivare l’istituto dei “lavori socialmente utili” (LSU): un istituto attivato dalla legislazione italiana del lavoro in un periodo compreso tra il 1984 e i primi anni del 2000), con l’intento dichiarato, ma quasi mai veramente perseguito, di avviare al lavoro un bacino di disoccupati che si era progressivamente andato allargando da alcuni lavoratori in cassa integrazione ad altri in mobilità, fino ad includere giovani inoccupati e disoccupati di lunga durata.
Entrambe queste soluzioni – lavoro gratuito e LSU – sono fattispecie di un approccio alla disoccupazione generale chiamato workfare, tutt’ora in vigore, anche se in disgrazia, in molti paesi, che era nato in contrapposizione, anche da un punto di vista terminologico, al welfare e, segnatamente, alle indennità di disoccupazione, considerate un incentivo all’ozio, o alla rinuncia della ricerca attiva di un lavoro. Al workfare veniva così assegnato sia il compito di tenere il disoccupato “in esercizio”, sia quello di riavviarlo in qualche modo al lavoro. Ma entrambe le soluzioni, più altre che vi possono essere assimilate, sono invece una vera e propria trappola: sia per il lavoratore che per le istituzioni che le promuovono e la società che le adotta.
Intanto ne vanno messe in discussione le finalità: in molti casi il workfare è stato introdotto con intenti punitivi: far pagare al disoccupato, come che sia, il costo del suo mantenimento; in altri casi, con intenti compassionevoli: sottrarlo all’inattività, farlo sentire, per l’appunto, “socialmente utile”. L’approccio prevalente è comunque quello di considerare il workfare una forma di avviamento o riavviamento al lavoro. Tutti e tre questi approcci presentano però più controindicazioni che benefici.
Sul lavoro volontario e gratuito c’è poco da dire: attivato una tantum con persone costrette a un isolamento forzato nelle loro strutture può essere giustificato come modo per allacciare un loro rapporto con la cittadinanza. Trasformato in pratica continuativa è una forma di schiavismo che risponde al principio di compensare con lavoro gratuito il proprio mantenimento, senza che da esso derivi alcuna prospettiva di sbocco occupazionale vero, o di inclusione sociale, allontanando così ancora di più le persone coinvolte da un percorso di integrazione.
Il lavoro socialmente utile (LSU), così come è stato introdotto e sviluppato in Italia, prevedeva una occupazione a mezzo tempo, con una retribuzione ridotta, ma contributi sociali garantiti interamente, in progetti temporalmente definiti – ma di fatto rinnovati di anno in anno alla scadenza – presso amministrazioni pubbliche, società miste pubblico-private, o imprese già esistenti o costituite ad hoc in forma cooperativa, affidatarie di lavori o servizi pubblici esternalizzati. La formula non poteva funzionare, e non ha funzionato, innanzitutto per il fatto che la retribuzione dimezzata era, sì, insufficiente a garantire il mantenimento di una persona e ancor più di una famiglia, ma era anche una buona base per impiegare il resto della giornata in un doppio lavoro “in nero”, anche grazie al fatto che i contributi sociali erano comunque interamente coperti. Questo metteva di fatto molti lavoratori socialmente utili addirittura in una situazione privilegiata rispetto a chi svolgeva una attività regolare a tempo pieno, rendendoli così particolarmente restii ad abbandonare la loro posizione, anche in presenza di un’offerta di lavoro regolare. Questa renitenza era ulteriormente aggravata dalla speranza, spesso alimentate da forze politiche e sindacali, di utilizzare l’ingaggio nei LSU come corridoio di ingresso nella Pubblica amministrazione, posizione che in Italia gode ancora, nonostante tutto, di una particolare protezione.
Ma, oltre a ciò, sia il lavoro socialmente utile che il lavoro volontario e gratuito non sfuggono a un dilemma radicale: o il lavoro è effettivamente “socialmente utile”, e allora dovrebbe essere svolto in via ordinaria, con contratti di lavoro regolari, perché svolgerlo in forma gratuita, o in ambiti riservati ed esclusivi, significa entrare in concorrenza sia con i lavoratori interessati a svolgerlo dietro il pagamento di un salario regolare, sia con le imprese interessate ad averlo in affidamento a condizioni di mercato. Oppure quei lavori non fanno concorrenza a nessuno perché sono lavori finti o non sono per nulla utili; vanno solo a vantaggio di chi li gestisce e contribuiscono a creare delle sacche di parassitismo tra chi li gestisce.
Che è esattamente quanto successo per molti anni, mano a mano che si dilatava il bacino dei LSU e che venivano riconfermati gli pseudoprogetti in cui quei lavoratori venivano impegnati. Basti pensare alle migliaia di lavoratori ingaggiati in raccolte differenziate dei RSU o in lavori di bonifica senza essere dotati di attrezzature, strumenti e know how per operare; e venendo spesso assegnati ad aree e interventi in cui operavano già altre imprese più o meno regolari. Questo ha fatto sì che sui LSU finissero per ricadere anche le stimmate di persone incapaci o indisposte a lavorare in condizioni ordinarie, pregiudicandone ogni eventuale successiva ricollocazione.
Per di più, quando i lavori sono utili, perché coprono funzioni rimaste scoperte – ed è stato il caso di molti lavoratori applicati a ruoli della Pubblica amministrazione – questa si mette nella condizione di non poterne più fare a meno e, quando il sedicente progetto giunge a scadenza, scopre di non aver più le risorse per coprire alcune funzioni vitali.
Insomma, sia il lavoro volontario gratuito, a prescindere dalla sua inaccettabilità, sia il lavoro socialmente utile attribuito in riserva si rivelano una trappola tanto per il lavoratore che per le amministrazioni che lo impiegano direttamente o attraverso l’affidamento a un’impresa. Lo è per il lavoratore, perché, lungi dal funzionare come strumento di avviamento a un lavoro regolare, lo rinchiude in un recinto da cui nessuno ha più interesse a farlo uscire. Tanto è vero che lo svuotamento del bacino degli LSU italiani ha richiesto un progetto ad hoc (OFF), finanziato dall’Unione europea, costato molte decine di milioni, durato quasi dieci anni e nel quale la maggior parte delle uscite sono state di fatto realizzate per prepensionamento.
Ma è una trappola anche per le amministrazioni, perché le inducono a creare delle finte attività per sostenere lavori di nessuna utilità o efficacia, oppure ad affidare funzioni per essa vitali a interventi a termine, destinati a lasciarle scoperte quando il progetto viene a scadenza.
Qual è allora la soluzione? Una soluzione soddisfacente per adesso non c’è, perché il problema è il più complesso che l’Europa, e forse tutte le economie sviluppate, si trovano ad affrontare oggi. Ma per quanto riguarda l’Italia e gli scenari di qui a due o tre anni, valgono comunque le seguenti considerazioni:
- Il problema è di assoluta priorità e va riportato come tale a livello europeo: profughi e migranti sbarcano in Italia, ma per raggiungere l’Europa. Il nostro paese non può essere lasciato solo ad affrontare questo flusso, anche se tutti gli altri paesi membri dell’Unione Europea trovano molto comodo lasciare le cose come stanno.
- Non si tratta di “pestare i pugni sul tavolo” come hanno promesso di fare sia Renzi che i 5stelle, ma di far capire a tutti, e innanzitutto all’opinione pubblica, che in mancanza di iniziative adeguate è l’intera costruzione europea a rovinare;
- Le ricollocazioni previste dalla Commissione europea, anche se venissero effettuate – il che non è – non sono adeguate: innanzitutto riguardano solo la fase dell’accoglienza e non quella della inclusione sociale successiva; poi dovrebbero essere rinnovate ogni anno, perché ogni anno c’è un nuovo flusso di profughi da accogliere e sistemare;
- Il problema è creare occasioni di lavoro per tutti in settori che abbiano veramente bisogno di molta manodopera. Questi sono soprattutto i settori legati alla manutenzione del territorio, alle riconversioni energetica, agricola ed edilizia, alla manutenzione e riparazione dell’usato, ai servizi alla persona, compreso il trasporto personalizzato. Luciano Gallino aveva stimato la necessità immediata di almeno un milione di nuovi posti di lavoro aggiuntivi per alleviare la disoccupazione in Italia; cifra che proiettata su scala europea e proporzionata alla consistenza della disoccupazione ufficiale degli altri paesi, significa almeno sei milioni di posti di lavoro su scala continentale. Perché non sembri una esagerazione, bisogna ricordare che fino alla crisi del 2008 i paesi europei di immigrazione assorbivano “normalmente” almeno un milione e mezzo di nuovi migranti all’anno, trovandogli un lavoro. Sono dunque le politiche di austerità che da allora hanno prodotto 25 milioni di disoccupati nell’UE che vanno cambiate;
- Non si può aspettare un cambiamento radicale di questo genere, assimilabile a un regime change a livello europeo, per cominciare ad agire. Occorre fin da ora mettere a punto, trovare i finanziamenti e realizzare progetti di inclusione sociale e lavorativa di profughi e migranti a livello locale. Per poi riproporli come modelli di buone prassi da recepire e valorizzare in tutta Europa. E viceversa: conoscere, importare e riprodurre quanto di valido è stato sperimentato in Europa su questo piano;
- Ovviamente gli esempi non bastano, ma è solo a partire dalla loro realizzazione e dalla loro valorizzazione che è possibile dare credibilità a un programma generale di riconversione produttiva dell’Europa fondata su un piano generale di lavori inclusivo di tutte le competenze e di tutte le componenti sociali che possono essere impiegate nella sua realizzazione;
- Gli inserimenti lavorativi di profughi e migranti arrivati da poco in Europa hanno bisogno di un accompagnamento personalizzato gestito da organismi capaci di svolgerlo, sia che si tratti di assunzioni in imprese esistenti che di creazione di nuove imprese. Le uniche organizzazione in parte attrezzate per questa funzione sono le imprese del terzo settore, a cui spetta un ruolo fondamentale nel farsi promotrici e soggetti attuatori di un programma del genere;
- In tutti gli ambiti dove sono in campo nuovi progetti o creazione di nuove imprese una condizione essenziale è che a essere coinvolti siano gruppi misti di disoccupati italiani, soprattutto giovani, e stranieri; e soprattutto che ci sia un transfer di conoscenze e di competenze manageriali da chi le ha potute maturare all’interno di imprese già operanti a chi si trova a dover iniziare quasi da zero.
- In tutti i casi è importante mantenere i contatti più stretti possibili con tutti i livelli istituzionali, perché si capisca che questa è l’unica strada percorribile per non lasciar precipitare il nostro paese, e dietro di esso, tutta l’Europa, in un caos senza ritorno. Le cose da fare sono tantissime e gigantesche, ma si può e si deve cominciare a lavorare da quello che si può fare;
- Gli esempi positivi di inserimento in attività già in corso o di creazione di nuove imprese non mancano e andrebbero raccolte in un repertorio. Il paradosso e che coinvolgono richiedenti asilo che attraverso questi progetti si inseriscono positivamente nel lavoro e nella società. Poi quando arriva il diniego, devono essere licenziati perché non possono essere regolarizzati, determinando spesso anche il fallimento delle attività che avevano contribuito a far vivere.
Allargare lo sguardo oltre l’orizzonte
Questo è il testo dell’intervento preparato per il convegno Accogliere emergenze Promuovere diritti, Milano, 24.5.2017
Per noi europei la principale conseguenza dello sfruttamento delle risorse, della devastazione ambientale e soprattutto dei cambiamenti climatici in corso non sono fenomeni di ordine ambientale o metereologico, che pure non mancano, ma è il flusso di profughi e migranti che cercano rifugio in Europa dopo aver abbandonato territori che non offrono loro più alcuna possibilità di sopravvivenza o di futuro. Fatichiamo a rendercene conto perché continuiamo a ignorare la gravità del degrado ambientale che ha investito i paesi di origine di quei flussi, ma anche perché il rapporto tra degrado ambientale ed emigrazione non è quasi mai diretto. Quando l’habitat di una comunità non è più in grado di sostenerne tutti i membri è facile che scoppino conflitti armati per il controllo di risorse sempre più scarse e contese, che possono esplodere in stragi di massa. Per questo distinguere tra profughi di guerra, profughi ambientali e “migranti economici” è praticamente impossibile.
Inoltre, prima di prendere la strada per l’Europa le comunità colpite da un forte degrado ambientale o da un conseguente conflitto si spostano innanzitutto verso territori vicini, nella speranza di poter fare ritorno al loro paese il più presto possibile. Di questi profughi e sfollati l’Africa e il Medio Oriente ne contano ormai milioni: ben più di quelli che i Governi dell’Unione Europea considerano alla stregua di un’invasione. Ma accanto a questi processi di massa, le modalità di espatrio di coloro che imboccano il cammino verso l’Europa sono in genere selettive: lo affrontano per lo più solo i membri più giovani e più intraprendenti di una comunità; spesso sono anche i più istruiti e a volte i meno poveri, quelli che possono permettersi il costo altissimo di un viaggio condotto tra rischi mortali e feroci violenze. Il loro scopo è soprattutto guadagnare per contribuire al sostentamento della famiglia di origine. Ma all’origine di quel viaggio c’è sempre un degrado ambientale che precede o segue un conflitto.
L’Italia si trova per questo al centro di una regione euro-afro-mediterranea che va dal Portogallo all’Ucraina e alla Siria e dalla Svezia alla Nigeria e alla Somalia. A unificare tutti questi paesi sono, da un lato, le politiche economiche e militari adottate o condivise dall’Unione Europea; o il riflesso di queste politiche sui paesi che le subiscono direttamente o indirettamente. Dall’altro lato, sono la presenza irreversibile, nel cuore del continente, di cittadini e residenti di origine straniera che provengono dai territori periferici di questa regione e il flusso dei profughi, di guerra, economici, e soprattutto ambientali che lo sta investendo. Che è, ben più delle politiche economiche, il principale elemento intorno a cui si stanno ridisegnando gli schieramenti politici nel cuore dell’Europa, e anche al di fuori di essa: accogliere o respingere? E come? E a che prezzo?
L’Italia è al centro di questa regione euro-afro-mediterranea sia perché è uno dei paesi europei che risente di più le conseguenze negative delle politiche economiche adottate dall’Unione Europea, sia perché è ormai il principale punto di approdo dei flussi di profughi alla cui origine concorrono molto anche queste politiche. Sono flussi i cui oneri la maggioranza dei paesi dell’Unione Europea è ben intenzionata a scaricare sul nostro paese, che rischia così tra non molto di assolvere, per conto dell’Unione Europea, allo stesso ruolo che oggi il Governo italiano e l’Unione stanno cercando di assegnare alla Libia: quello di carceriere dei profughi che sbarcano sulle nostre coste.
I governi italiani hanno cercato di eludere per anni la centralità dei problemi che nascono da questa collocazione geografica e da questi due processi, economico e migratorio, intrecciati tra loro ben più di quanto finora evidenziato. E hanno soprattutto cercato di eludere il compito di mettere i cittadini italiani e i propri partner europei di fronte agli scenari che possono derivare dall’attuale inerzia, adottando palliativi estemporanei e contradditori, divisi tra pulsioni securitarie, ricalcate su quelle delle destre xenofobe, ancorché avvolte in un ipocrita linguaggio umanitario e interventi di salvataggio, accoglienza e custodia mal progettati, mal gestiti e mal tollerati.
Di fronte a parole, decisioni e pretese sempre più ciniche e feroci, non si può continuare ad affrontare giorno per giorno, da posizioni difensive, il conflitto tra accogliere e respingere. Non è un confronto ad armi pari: gli uni possono riversare ogni giorno il loro veleno da tutti i teleschermi del paese; gli altri, per far sapere che esistono, che stanno lavorando e continueranno a farlo, hanno dovuto riunirsi in centinaia di migliaia per le strade di Barcellona e di Milano. Ma occorre ora affrontare la dimensione globale del problema, di cui questa contrapposizione è solo la manifestazione più eclatante. E bisogna affrontarla guardando agli scenari che si prospettano di qui a qualche anno o decennio.
L’unico riferimento fatto da Renzi ai problemi che le politiche di austerità e la chiusura delle frontiere tra il resto dell’Unione Europea e l’Italia pone al nostro paese è stato usare il tema dei profughi per strappare alla Commissione Europea qualche decimo di punto di deficit in più e promettere ai suoi elettori di “picchiare i pugni sul tavolo” a Bruxelles (ma questo era già un refrain, anche cantato, dei 5stelle); poi minacciare di non pagare più il contributo italiano al bilancio dell’Unione se non vengono attuate le previste ricollocazioni dei profughi. Che non sono certo una soluzione di ampio respiro e che dovrebbero comunque venir rinegoziate ogni anno, mano a mano che arrivano nuovi profughi, mentre sono ancora ferme al punto di partenza. La soluzione non sta in quelle quote, bensì nella revisione radicale della convenzione di Dublino, nell’abolizione del permesso di soggiorno, come richiesto dalla Carta di Palermo, o nell’introduzione di un permesso, anche a termine, valido per tutti i paesi dell’Unione, per consentire sia i ricongiungimenti familiari che la ricomposizione di legami comunitari che le quote ostacolano.
Quanto al contenimento dei flussi, il governo Renzi ha proposto un piano – il Migration Compact – nel quale il finanziamento di politiche di sviluppo confuse e generiche per eliminare – secondo lui – i fattori all’origine delle migrazioni si mischiano a politiche securitarie, per indurre i paesi di origine o di transito di quei flussi ad arrestarli o a rimpatriare chi è già approdato in Europa. Modello del Migration Compact è l’accordo tra Unione Europea e Turchia che Renzi aveva prima denunciato come disumano e che poi ha proposto di estendere a tutti i paesi africani di origine o transito dei profughi. Ma poche centinaia di milioni o qualche miliardo, soprattutto se affidati, come proposto dal Migration Compact, a società europee come ENI o EDF, che sono le responsabili dirette di disastri ambientali come i pozzi petroliferi in Nigeria o le miniere di uranio in Niger, non solleveranno certo dalla miseria mezzo miliardo di africani, ma anzi l’aggraveranno. E anche dal punto di vista securitario, in Africa il modello dell’accordo con la Turchia non può funzionare. La Turchia è uno stato solido – anche troppo – nel pieno controllo del suo territorio, nonostante il conflitto interno con i curdi; è un’economia emergente e il passaggio obbligato tra Medioriente ed Europa. E nonostante ciò quell’accordo è una spada di Damocle che pende sull’Europa dei respingimenti. La governance dell’Africa centro-mediterranea è invece spezzettata, debole e inefficace in tutti i campi.
L’Unione Europea ha comunque recepito quel documento senza prendere iniziative sostanziali nella direzione da esso indicata. Così i governi italiani, ma anche quelli di altri paesi membri, hanno cominciato a procedere da soli, con accordi amministrativi, cioè di polizia, non sottoposti al vaglio del Parlamento, con governi di paesi quali Sudan, Niger, Libia, Nigeria o Egitto, che non offrono alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani né degli accordi stipulati. Sono dittature, governi fantoccio, o addirittura, come in Libia, capitribù direttamente implicati nello sfruttamento della tratta. Ma come era prevedibile, l’approccio securitario è poi approdato alla prospettiva di una vera e propria guerra ai migranti, con dislocazioni di truppe ai confini, per ora, di Ciad e Niger, per far arretrare le linee di sbarramento in Stati che si suppone più facili da controllare – e perché mai? – della Libia.
Alla base di tutte queste misure c’è l’idea è che il fenomeno sia temporaneo e non permanente, congiunturale e non strutturale, che lo si possa arrestare e invertire con accordi internazionali e barriere fisiche e militari. Ma ciò che intanto si persegue e si pratica è abbandonare i profughi a un destino di violenza e di morte per dissuaderne altri dall’imbarcarsi nello stesso viaggio. A questo serve, tra l’altro, la criminalizzazione delle Ong impegnate nei salvataggi in mare, da cui i Governi dell’UE si sono deliberatamente ritirati.
Quei flussi sono invece destinati a crescere quali che siano le misure adottate per fermarli. Ma se non rappresenterebbero un problema per un’Unione europea che si attrezzasse per accoglierli, l’Italia lasciata sola finirà comunque per rimanerne sopraffatta. Per impedire che una mala gestione, estemporanea e sempre affrontata come emergenza comprometta, come già sta facendo, la stessa convivenza vanno quindi apprestati piani di lungo periodo; a partire dal paese di approdo, che per molti anni è e resterà quasi solo il nostro.
Occorre innanzitutto metterlo al centro del dibattito sul futuro dell’Unione Europea, sviluppando una fortissima pressione sugli altri governi e sugli altri cittadini europei perché vengano apprestati canali regolari e non discriminatori di ingresso in tutti paesi, che è l’unico modo non ipocrita per combattere la tratta dei trafficanti, i loro giganteschi introiti, il finanziamento del terrorismo, il dissanguamento che essi provocano nelle economie da cui si originano i flussi. Poi vanno messi sotto accusa, con molta più forza di ora, i fautori del respingimento e del rimpatrio: sia in termini morali, mettendo in chiaro che respingere significa condannare centinaia di migliaia, se non milioni, di esseri umani alla morte, alla schiavitù o a ogni altro tipo di violenza; sia spiegando che respingere i profughi tra le braccia degli aguzzini da cui cercano di fuggire significa esporli al reclutamento nelle loro formazioni armate, estendere i fronti di guerra, rendere inabitabili non solo per loro, ma anche per noi, i loro paesi, come lo sono oggi la Libia e i territori in mano allo Stato islamico. Costituire l’Europa in fortezza può rendere difficile penetrarvi, ma rende anche impossibile uscirne, perché l’intero continente sarà sempre di più circondato, come in parte lo è già ora, da guerre e bande armate.
Ma le politiche di respingimento accrescono anche l’ostilità dei circa quaranta milioni di abitanti di origine straniera – di cui venti di religione musulmana – già insediati in Europa come cittadini europei o soggiornanti regolari. Ostilità entro cui cova, sempre più spesso, un terrorismo stragista, autoctono e non importato, che abbiam rivisto all’opera solo due giorni fa. Ma anche il rancore diffuso di intere comunità, già sfociato, e che può risfociare, in conflitti interni su basi sociali ammantate di riferimenti etnici o pseudoreligiosi. Respingere i nuovi arrivati, criminalizzare e perseguitare le comunità di origine straniera è il modo migliore per alimentare, in una spirale senza fine, questi processi.
Il cammino da imboccare deve essere comunque messo a punto dal basso e non solo dai governi, coinvolgendo sia le comunità europee autoctone che quelle migranti. Non può essere definita fin da ora, ma alcuni dei suoi capisaldi si possono già enunciare. Si tratta comunque inevitabilmente di un programma radicale, assimilabile a un vero e proprio regime change a livello europeo, per ora da sviluppare soprattutto come strumento di mobilitazione e di condizionamento dei Governi in carica, cercando i necessari collegamenti con tutti i movimenti attivi su questi temi. In sintesi:
Primo: Politiche di austerità e incapacità di accogliere sono strettamente legate. “Non c’è posto” per i profughi perché non c’è più posto per tanti cittadini europei, dato che l’austerità continua a sottrarre lavoro, reddito, casa e servizi a tutta la parte inferiore della piramide sociale. Non si può gestire i flussi crescenti dei profughi senza affrontare anche la disoccupazione e la povertà tra un numero crescente di cittadini europei: con un vasto programma di spesa pubblica, non per grandi opere inutili e dannose, ma per mille e mille piccoli interventi nel tessuto della società.
Secondo: Sul lungo periodo il riequilibrio demografico della popolazione europea con nuovi apporti dall’esterno, per evitare che si riduca a una comunità di soli vecchi, è inevitabile. Si rischia così di dover richiamare, in un domani non lontano, una parte di quelle popolazioni che oggi ci adoperiamo per respingere e far annegare. Il milione e mezzo di profughi entrati in Europa nel 2015, quando ancora era aperta la rotta balcanica, eguaglia a malapena i migranti economici accolti ogni anno in Europa per tutto il secondo dopoguerra, fino al 2008, pur in presenza, allora, di una crescita demografica autoctona che oggi è venuta meno.
Terzo: Per questo occorrono sia corridoi regolari di ingresso, sia politiche del lavoro inclusive, costruite dal basso, fondate su progetti che promuovano la collaborazione tra cittadini europei, soprattutto giovani, e nuovi arrivati. I campi di questi interventi sono noti: assistenza alla persona, agricoltura innovativa di piccola taglia (al posto dell’attuale schiavizzazione di profughi e migranti non regolarizzati in forme criminali di agricoltura estensiva), ristrutturazioni edilizie, salvaguardia degli assetti idrogeologici, fonti energetiche rinnovabili, artigianato di riparazione, manutenzione dell’usato, cultura e altro ancora. Sono per lo più attività legate alla lotta contro il degrado ambientale e i cambiamenti climatici che, quando, e se, se ne presenteranno le condizioni, possono essere trasferite da migranti di ritorno e cooperanti europei anche nei paesi di origine ed essere il motore di un riequilibrio ambientale ed economico di quei territori.
Quarto: Una creazione così vasta di impresa e di lavoro non può essere affidata né al mercato, dove ognuno si cerca un lavoro da sé, né solo a programmi governativi. Soltanto l’economia sociale e solidale, poiché abbina accoglienza e lavoro, inclusione e produzione, è in grado di concepirli, promuoverli e gestirli; ovviamente con un massiccio sostegno dei poteri pubblici.
Quinto: Immigrati e profughi costituiscono un grande potenziale da valorizzare sia nella definizione di una prospettiva politica di pacificazione dei paesi da cui sono fuggiti e di cui conoscono bene conflitti e dinamiche; sia nella progettazione del risanamento ambientale e sociale dei loro territori di origine grazie ai contatti che mantengono con le comunità che hanno lasciato, ma anche grazie alle professionalità e soprattutto alle relazioni che hanno acquisito in Europa. Per questo le loro comunità possono e dovrebbero essere aiutate a organizzarsi per essere parti in causa nelle trattative che nelle campagne per bloccare sia le guerre in corso nei loro paesi di origine, sia le forme più devastanti della presenza economica dell’Europa in quegli stessi territori.
Sesto: Premessa obbligata di tutto ciò è una battaglia culturale per riavvicinare le persone tra loro; è nello scambio culturale e nella mescolanza dei rispettivi apporti, ma soprattutto nella vicinanza alle loro sofferenze, che si possono creare le basi per la riconquista di una dimensione umana alla politica. Il rigetto che molti cittadini e cittadine europee manifestano verso profughi e migranti non è dovuto solo alla paura di una loro propensione a delinquere o del terrorismo. Questa certo non manca, ma viene spesso usata a copertura del rifiuto di mescolarsi con persone e culture che mettono in forse abitudini e tradizioni a cui ci si sente legati. E’ questo timore del diverso che va affrontato, senza demonizzare o tacciare di razzismo (ben presente invece in chi lo promuove e lo sfrutta) chi ne è solo portatore o vittima. Farsi concittadini di chi era straniero: questo deve essere il nostro impegno.
In ricordo di Paolo Leon
Non entro, se non marginalmente, nella valutazione dei contributi scientifici di Paolo Leon perché non ho le competenze per farlo. Lo ricordo soprattutto come un esempio dal punto di vista umano, per il suo modo di lavorare e per il suo impegno politico.
Dal punto di vista umano, lo ricordo per la sua grande apertura nei confronti di persone che avevano storie, orientamenti culturali e prospettive diverse dalle sue. Sono stato accolto da Paolo tra i collaboratori del Cles quando avevo quasi quarant’anni e avevo speso la maggior parte della mia vita adulta in una militanza a tempo pieno in un’organizzazione di quella che qualche anno prima si chiamava sinistra rivoluzionaria: un universo lontano dalle posizioni in cui si era svolto allora, e si sarebbe sviluppato anche in seguito, il suo impegno politico. Inoltre non avevo alcun curriculum e nemmeno una laurea in economia. Ne ho una in filosofia. Ma non sono entrato al Cles per raccomandazione. Al Cles le raccomandazioni non c’erano e non ci sono. Sono stato presentato da due amici che già collaboravano con il centro e mi è stato subito affidato un compito di responsabilità: l’indagine sul mercato del lavoro all’interno di un progetto di sviluppo locale nella regione di Addis Abeba. Paolo sapeva valutare, coltivare e sviluppare le potenzialità dei suoi collaboratori.
Là ho scoperto di non essere affatto un’eccezione: i membri italiani del team del progetto, anche se con qualche competenza maggiore delle mie, avevano quasi tutti un passato politico simile al mio, peraltro distribuito tra tutti i numerosissimi gruppi della sinistra extraparlamentare – non sto qui a elencarveli – ivi compreso un collega che aveva anche subito una carcerazione per l’accusa, da cui sarebbe poi stato prosciolto in istruttoria, di appartenenza alle Brigate Rosse. Eppure, nel nostro lavoro comune sotto la direzione di Paolo si sarebbe creata rapidamente una omogeneità nell’impostazione e nello stile di lavoro che è uno dei punti di forza del modo di operare del Cles. Paolo aveva capito, e questa intuizione non gli veniva certo dalla sua formazione accademica, che nelle vicende politiche attraversate da ciascuno di noi c’era anche un patrimonio di esperienza, di conoscenza del mondo reale poco noto, e di intelligenza di cose e persone che rischiava di andare disperso – e infatti è andato in gran parte disperso – ma che invece poteva e doveva essere valorizzato. Ed è quello che è riuscito a fare. Ho già raccontato questa e altre vicende legate al mio ruolo di ricercatore del Cles in un libro autobiografico che si intitola A casa. Per una parte della mia vita, non solo professionale, il Cles è stato per me una casa.
Paolo ha sempre diffidato dei modelli astratti, tanto più se estremamente sofisticati in termini matematici, con cui la disciplina economica mainstream affronta, bisogna dire con poco successo, l’analisi delle situazioni reali. Nei suoi libri anche i ragionamenti più complessi sono sempre esposti in forma discorsiva, didascalica, con argomentazioni che possono essere seguite anche da chi è digiuno della materia. In questo si era sicuramente avvantaggiato della sua pratica professionale al Cles. Non fermarti ai modelli astratti, mi diceva; cerca di conoscerli, ma poi vai oltre. Cerca di capire come stanno veramente le cose: quali sono le forze in campo; quali sono, se ne hanno, le loro strategie; quali i loro punti di forza e di debolezza; quali le opportunità e i vincoli che incontrano o che potrebbero incontrare. Anche quando l’obiettivo era quello di raggiungere dei risultati in termini quantitativi, come il Valore attuale netto o il Tasso interno di rendimento di un progetto, per esempio nella valutazione dei progetti presentati al FIO (Fondo Investimenti Occupazione) degli anni ‘80, quello che lo interessava di più era mettere ordine nel progetto, dargli un senso, una utilità reale e un futuro, anche a costo di imporne un cambiamento sostanziale. Poi i risultati quantitativi in un modo o nell’altro si facevano uscir fuori…
Infine, in politica, Paolo e io abbiamo avuto percorsi e collocazioni politiche molto differenti, ma, ogni volta che ci capitava di parlarne, sulla valutazione di uomini e vicende per lo più ci capitava di convergere totalmente.
In particolare mi univa a lui una totale diffidenza nei confronti della cosiddetta “cultura del merito”, che sia Paolo che io consideravamo una ideologia di copertura di un assetto sociale fondato su una competitività universale non solo tra imprese ma anche e soprattutto tra persone. Un assetto finalizzato alla legittimazione di gerarchie esistenti che con il merito – quello che può essere riconosciuto solo in una valutazione tra pari – non avevano nulla a che fare. Per questo, a conclusione di questo mio ricordo molto personale, desidero leggere poche righe che riguardano questo argomento, tratto dal suo libro Il capitale e lo Stato: “L’ideologia del merito sottintende anche la gerarchia. Chi giudica il merito dovrebbe essere altrettanto o più meritevole del candidato, ma non c’è alcuna assicurazione che ciò avvenga, perché per definizione la gerarchia precede il giudizio sul merito, altrimenti i meritevoli esisterebbero già, e non sarebbe necessaria alcuna proceduta formale di selezione, che invece implica un basso merito dei giudici. Nella costruzione di indicatore oggettivi di merito si finisce quasi inevitabilmente per premiare il conformismo, dato che ogni novità (che sarebbe il fine del merito) trascende gli indicatori oggettivi”.
Giustizia ambientale e giustizia sociale
Il corpo umano ha la sua estensione naturale nell’ambiente, originario o artificiale, in cui è inserito, così come ogni essere umano è una efflorescenza particolare dell’ambiente in cui vive. La condizione umana, intesa come esistenza particolare di ogni singolo uomo o di ogni singola donna, o di ogni comunità territorialmente situata, e non di un astratto “essere umano”, è indissolubilmente legata alle condizioni in cui si svolge la sua esistenza. Condizioni che possono essere determinate tanto dalle dinamiche che interessano un determinato territorio, quanto dalla mobilità che contraddistingue l’individuo, la comunità o il gruppo sociale a cui l’individuo appartiene. Quanto al primo punto, un determinato territorio può essere caratterizzato sia da una relativa invarianza – restare più o meno uguale a se stesso nei secoli o nei millenni – quanto da una elevata varietà che può essere provocata sia da eventi naturali che da interventi migliorativi o devastanti di origine antropica; interventi che possono a loro volta provocare sia progressi o regressi del benessere dei suoi abitanti, sia catastrofi che richiedono un radicale ri-orientamento di molti dei loro comportamenti, fino al completo abbandono di un territorio. Quanto alla mobilità, e innanzitutto alle migrazioni che dall’origine hanno accompagnato l’evoluzione della specie umana e la differenziazione delle sue culture, oggi è uno dei fattori più rilevanti della stratificazione sociale.
Grosso modo, nel mondo globalizzato di oggi, possiamo distinguere il vertice di una piramide, costituita da una élite internazionale (il famigerato 1 per cento; ma probabilmente molti meno), sempre meno legata a un territorio particolare perché impegnata in investimenti e operazioni che spaziano su tutto il globo, e quindi scarsamente interessata alla qualità di un ambiente particolare, perché in grado in ogni momento di scegliersene uno più gradevole. Mentre al fondo della piramide sociale, intere comunità sono costrette ad abbandonare, tutti insieme o un po’ per volta, il territorio in cui sono nati e cresciuti sia loro che le loro famiglie, perché reso inospitale e inabitabile da qualche catastrofe naturale o, sempre più, dai cambiamenti climatici in corso; oppure da progetti di “sviluppo” o da accaparramenti di risorse locali, per lo più promossi e gestiti da chi quel territorio non lo abita e non lo frequenta mai. In mezzo a questi estremi, c’è una folta schiera di abitanti di questo pianeta che vivono in ambienti (aria, acque, suolo e alimenti) sempre meno naturali e sempre più non solo antropizzati, ma anche e soprattutto inquinati; e che tentano, perché ne hanno la possibilità, di sottrarsi al loro impatto per brevi periodi, come il week-end o le vacanze, alla ricerca di aria, acque e paesaggi meno compromessi. Ma la maggioranza degli abitanti di questa terra questa possibilità non ce l’ha; come non ha la possibilità di scegliere gli alimenti, l’acqua o la casa e si deve accontentare di ciò che è, quando lo è, alla sua portata.
Le diseguaglianze mostruose che affliggono la popolazione mondiale e che pregiudicano il suo futuro non sono sicuramente riconducibili soltanto al fattore ambiente; ma l’ambiente incide su di esse, e sulle dinamiche che le caratterizzano, molto più di quanto ci abbia insegnato a individuarle l’approccio ai problemi sociali sganciato dall’analisi di quelli ambientali proprio della cultura affermatasi prima in occidente, e poi in tutto il mondo, fondata sulla contrapposizione, e non sulla integrazione, tra uomo e natura.
In questa cultura il concetto di giustizia – e ingiustizia – ambientale è entrato di recente, ed è stato sviluppato contestualmente alle proteste e alle rivolte di comunità urbane emarginate o discriminate per ragioni economiche o razziali, che vedevano i territori in cui erano state relegate dallo sviluppo urbano venir scelte come sede degli interventi più impattanti: fabbriche inquinanti, discariche, inceneritori, depuratori, autostrade urbane, ecc. Lì il contrasto tra l’ambiente curato e, per quanto possibile, salvaguardato in cui avevano la loro residenza i ceti più privilegiati, da un lato, e le aree elette a discariche tanto degli “scarti umani” che di quelli industriali, dall’altro, era evidente e diventava sempre più intollerabile.
Ma in altre culture, che avevano mantenuto per secoli o millenni un rapporto più stretto con l’ambiente naturale in cui e di cui vivevano, la convinzione che la convivenza sociale tra i membri di una comunità su basi paritarie, cioè la giustizia sociale, fosse indissolubilmente legata al rispetto della natura e dei suoi cicli non era mai venuta meno. Questo approccio sta diventando oggi sentire comune tra un numero crescente di uomini e donne impegnate nelle battaglie più diverse contro le diseguaglianze sociali, lo sfruttamento e l’oppressione. E non a caso è il centro del più importante documento politico di questo inizio di secolo: l’enciclica Laudato sì di papa Francesco. La connessione tra giustizia ambientale (il rispetto della natura e dei suoi cicli) e giustizia sociale (la lotta contro le diseguaglianze, lo sfruttamento è l’oppressione) è un paradigma destinato a cambiare dalle radici la cultura sociale e il progetto di un mondo diverso. Qualcosa di questi temi, il rapporto tra le diseguaglianze sociali e il degrado ambientale, la traduzione in iniziative e progetti concreti la lotta contro i cambiamenti climatici che a parole tutti condividono, il rispetto dell’ambiente di tutti, e soprattutto di quello degli ultimi sta ispirando l’agire politico dell’establishment economico, politico o mediatico europeo? Neanche parlarne.
Guardarsi negli occhi
A che punto è la notte? Molto avanti. Sull’Europa è calata una coltre buia. Quando ci ridesteremo ci ritroveremo nelle tenebre. Si è ormai affermato un vero e proprio apartheid continentale che sconfina in pratiche di sterminio. Certo, nel corso della storia l’”uomo bianco” ha fatto di peggio: conquista delle Americhe, schiavismo, colonialismo, nazismo… Ma non è una ragione per non vedere ciò che sta ora di fronte a tutti. Stiamo costruendo nel Mediterraneo una barriera più feroce del muro su cui Trump ha fatto campagna elettorale. Leggi tutto “Guardarsi negli occhi”
La guerra dei Taxi: autorganizzazione versus caporalato digitale
Riferiscono in molti che con il blocco dei taxi le auto di Uber in circolazione hanno raddoppiato o triplicato le tariffe. È la legge della domanda e dell’offerta. Ma è anche un’anticipazione di che cosa succederà se e quando Uber avrà vinto la sua guerra contro i tassisti.
È una guerra che non riguarda solo l’Italia, ma ha dimensioni planetarie, combattuta con alterne vicende tra la multinazionale e i tassisti. Perché? Leggi tutto “La guerra dei Taxi: autorganizzazione versus caporalato digitale”
Sovranismo e razzismo. Che fare?
Si può essere sovranisti in campo economico (no all’euro e all’Unione europea, sì a svalutazioni competitive e protezionismo, ecc.) senza essere anche razzisti in campo politico? Il razzismo di oggi si manifesta innanzitutto nell’atteggiamento e nelle misure da adottare nei confronti dei profughi: il principale problema politico, oltre che sociale e culturale, che l’Europa, e con essa l’Italia, si trova di fronte; quello che ne mette in crisi la coesione sia tra gli Stati membri che all’interno di ogni paese; e che continuerà a sussistere nei prossimi decenni, perché nasce da processi epocali. Leggi tutto “Sovranismo e razzismo. Che fare?”
