Una classe dirigente inetta, incolta, arrogante, asservita sta portando alla rovina l’Europa e con essa le principali conquiste che il movimento operaio e la cultura democratica avevano realizzato nel corso di un secolo di lotte: contrattazione collettiva, “pieno impiego”, diritti sindacali, sanità, pensione, istruzione, ricerca e cultura come diritti universali: promossi per il bene di tutti e non nel solo interesse di chi li paga o ne beneficia. La combinazione e l’emersione contemporanea di tante manchevolezze nelle nostre classi dirigenti è riconducibile all’adesione di tutte, per molti esplicita e per gli altri sottintesa (in base all’assunto che “non c’è alternativa”) alla teoria liberista che affida il governo della società al mercato; anzi, ai “mercati”: sempre meno identificati come un sistema di relazioni tra soggetti indipendenti e sempre più come un insieme di potenze imperscrutabili nelle cui mani è riposto il destino del mondo. Leggi tutto “Una nuova economia per una nuova Europa (“il manifesto”, 25 luglio 2012)”
Categoria: Attualità e politica
La finanza affonda, le banche vengono salvate dai governi, molti Paesi sprofondano verso il default…
Ma chi pagherà questa crisi?
L’alternativa all’austerità (“il manifesto”, 12 luglio 2012)
A otto mesi dall’insediamento del governo Monti bisognerebbe chiedersi: l’economia italiana sta meglio o peggio? E sta meglio o peggio la democrazia ad essa legata a doppio filo? Quanto a occupazione, redditi popolari e del lavoro, servizi sociali stiamo sicuramente peggio; ma siamo ripagati in termini di migliori prospettive? Abbiamo subito un decreto “salvaitalia”, ma, usando gli indicatori di chi ci governa, spread e rapporti debito/PIL e deficit/PIL, il paese non si è allontanato di un centimetro dal baratro. Abbiamo subito due decreti per la “crescita” – il terzo è in arrivo – che hanno massacrato servizi, pensioni e lavoratori del privato e del pubblico impiego; ma, a parte le cifre a suo tempo sparate dal Premier “tecnico” (le ricordo: PIL +11% per cento; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18), ci stiamo avvicinando – per usare la sua metafora – più alla Grecia che alla Germania. O forse anche la Germania sta avvicinandosi a noi. Leggi tutto “L’alternativa all’austerità (“il manifesto”, 12 luglio 2012)”
Il grande bluff europeo (“il manifesto”, 4 luglio 2012)
A Bruxelles l’Europa non è certo uscita dal coma in cui l’ha gettata la crisi dell’euro. Né le risorse economiche, né – e meno che mai – quelle politiche messe in campo sono adeguate per resistere a una speculazione in buona parte promossa da quelle stesse banche e istituzioni finanziarie che tengono sotto scacco la moneta unica, ma che ne sono anche le principali beneficiarie. I governi degli Stati membri, sia quelli forti che quelli deboli, sono di fronte a un’alternativa secca: o salvare banche, finanza e assetto istituzionale dei cosiddetti “mercati”; o salvare i diritti: quelli del lavoro, quello al lavoro e al reddito, quelli alla sicurezza, all’esercizio della cittadinanza, alla dignità della persona. Leggi tutto “Il grande bluff europeo (“il manifesto”, 4 luglio 2012)”
La bancarotta dei tecnici (articolo inedito, 4 giugno 2012)
Come poteva prevedere qualsiasi persona di buon senso, purché onestamente informata, il decreto “Salvaitalia” non ha salvato né salverà l’Italia, ma la sta portando al disastro; il decreto “Crescitalia” non l’ha fatta né la farà crescere; il decreto “semplificazione” ha complicato la vita a tutti (basta pensare al calcolo dell’Imu). In compenso la nuova normativa sulle pensioni ha allontanato per tutti e tutte l’età del pensionamento, lasciando alcune centinaia di lavoratori senza stipendio né pensione e togliendo altrettante opportunità di lavoro ai giovani che ne cercano uno; la legge sul mercato del lavoro distruggerà le poche garanzie di cui ancora godevano i lavoratori occupati, senza niente dare ai precari e devastando il sistema degli ammortizzatori sociali; e questo mentre la disoccupazione ufficiale è sopra l’11 per cento, quella reale sopra il 17, quella dei giovani sopra il 36 (e gli ultimi 600mila nuovi disoccupati li ha fatti proprio il Governo Monti). Per concludere, la “riforma” dell’art. 81 della Costituzione ha messo fuori legge Keynes e la migliore scienza economica del ‘900 (gli spiccheranno contro anche un mandato di cattura?), privando non solo i cittadini italiani, ma anche il loro governo, del più importante strumento di gestione della politica economica. Ora i partiti che sostengono il governo Monti stanno manomettendo anche le regole fondamentali del costituzionalismo: la separazione tra potere legislativo e potere esecutivo. A che cosa dobbiamo tutto ciò? Leggi tutto “La bancarotta dei tecnici (articolo inedito, 4 giugno 2012)”
Keynes non basta più (“il manifesto”, 23 febbraio 2012)
L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. A molte di queste minacce c’è chi pensa di poter fare argine con l’innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. E’ in gran parte un’illusione, ma anche se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.
La crisi ambientale offre all’economia delle opportunità e impone dei vincoli: le opportunità sono note (a chi ha interesse per la questione): sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; i territori sono diversi uno dall’altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità.
Ma i vincoli sono altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell’ultimo secolo – dall’edilizia all’automobile, dagli armamenti all’utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari – non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile.
Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori di qualsiasi politica industriale: cioè delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al “mercato”: cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.
In secondo luogo, la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro – qualificato e no – che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, contrazione dei redditi, compressione del welfare. Questo processo ha investito tutti i settori e tutta – o quasi – la gamma delle produzioni e, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti beni-salario. Mentre nelle cittadelle di più antica industrializzazione sono rimaste quasi solo alcune produzioni di beni di investimento di maggiore complessità, molte delle attività di coordinamento e gestione delle attività delocalizzate e alcuni segmenti di produzioni più o meno tradizionali di beni suntuari (ormai riuniti in un’unica categoria merceologica onnicomprensiva, denominata per l’appunto “lusso”).
Tutto ciò ha profondamente alterato l’efficacia delle politiche economiche. Gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di sconto, la politica dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell’Unione europea e soprattutto dell’eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori – e anche creatori – di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti. Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti (diluendoli o moltiplicandoli) su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime) e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese. Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui di recente si è cercato di stimolare la produzione e, con essa, l’occupazione. Raramente oggi gli incrementi di produzione si traducono in aumenti dell’occupazione – a volte innescano salti tecnologici o organizzativi che addirittura la riducono – ma sempre meno la produzione aggiuntiva messa in moto da una politica di sostegno della domanda riguarda lo stesso paese in cui è stata adottata. Lo si è visto con gli incentivi alla rottamazione con cui quasi tutti i paesi occidentali hanno cercato di fare fronte alla crisi del 2008-2009: in molti casi il sostegno all’occupazione nazionale è stato insignificante. Ma questo è particolarmente vero per la maggioranza dei beni-salario il cui consumo potrebbe essere alimentato da un sostegno ai redditi più bassi. Gli effetti riguarderebbero soprattutto beni di importazione a basso costo; il che si traduce solo in maggiori squilibri della bilancia commerciale da finanziare con l’indebitamento.
Le politiche keynesiane che hanno sorretto lo sviluppo dei cosiddetti “trenta (anni) gloriosi” erano tarate sul contesto di uno Stato nazionale ancora in gran parte in possesso delle principali leve della politica economica (e che non per questo aveva rinunciato a sviluppare anche una robusta politica industriale adatta alle condizioni dell’epoca: per esempio nel campo della siderurgia, degli approvvigionamenti energetici, della navigazione, della infrastrutturazione e, ovviamente, degli armamenti; per sconfinare magari in campi, come l’alimentare o l’automobile, da cui avrebbe forse potuto esentarsi). Ma oggi un ragionamento sulle “vie di uscita” dalla crisi sviluppato in un quadro nazionale (come quello al cui interno hanno funzionato per alcuni decenni le politiche keynesiane), o anche continentale, ma privo di riferimenti ai vincoli e alle opportunità indotti dalla crisi ambientale non è più plausibile. Non ha più molto senso ragionare su meri aggregati economici espressi in termini monetari, senza tener conto che nessuna politica economica è più praticabile senza una contestuale politica industriale che orienti e condizioni l’oggetto delle produzioni e le modalità (individuali o condivise) del consumo di molti beni e servizi. Questo, a mio avviso, è un limite inemendabile delle analisi e delle proposte correnti di stampo keynesiano, come quelle peraltro esemplari di Giorgio Lunghini sul manifesto del 16 febbraio (Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi).
Non solo; una politica industriale che faccia riferimento alla crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili – la “conversione ecologica” – non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: con un ridimensionamento e una rilocalizzazione delle produzioni in prossimità (relativa) dei mercati di smercio; o in un rapporto diretto – o comunque meno esposto alle alee di un interscambio non programmato – tra produzione e consumo. Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione, della competitività (l’idolo del nostro tempo) ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ed è anche, a mio avviso, l’unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell’occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell’occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti; la politica salariale della Grecia (salari minimi quasi al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.
La Grecia siamo noi (“il manifesto”, 17 febbraio 2012)
A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla BCE, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura impostale dalla cosiddetta Troika (BCE, Commissione europea e FMI) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del PIL) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del PIL. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo. Leggi tutto “La Grecia siamo noi (“il manifesto”, 17 febbraio 2012)”
Tassisti, parliamone (“il manifesto”, 18 gennaio 2012)
Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l’esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l’assoluta inconsistenza del liberismo nell’affrontare i problemi: sia nel cielo dell’alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti. Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l’impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant’anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).
Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.
Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D’altronde, senza tariffe di riferimento – ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti – non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.
Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.
Dunque la liberalizzazione non va perseguita dal lato delle tariffe, ma da quello dei costi. Poiché il costo del taxi incorpora quello della licenza – che è di circa 200 mila euro a Roma e Milano e, sembra, di 300 mila a Firenze, ma è sicuramente inferiore in molte altre città, fino a poche decine di migliaia di euro nella maggior parte dei casi – l’obiettivo è azzerare il balzello della licenza, riducendo di altrettanto il costo del servizio. Ma come? Farle ricomprare ai Comuni a prezzo di mercato è impossibile (40 mila licenze per un prezzo medio di 70-80 mila euro per licenza fanno 3 miliardi!). La soluzione più spiccia è dichiararla illegittima – la compravendita delle licenze avviene “in nero” – espropriandone i detentori. Non manca chi abbia preso in considerazione questa soluzione: soprattutto tra coloro che si oppongono invece fieramente, in tutti gli altri campi, a una tassa patrimoniale (per loro). Ma un governo come quello di Monti non può farlo. Quindi ha prodotto l’idea geniale di regalare a ogni taxista una seconda licenza, che questi può vendere – o noleggiare? – rifacendosi dell’esborso effettuato. Solo che se il numero dei taxi raddoppia, la concorrenza si fa selvaggia; gli incassi crollano, le nuove licenze non valgono più niente e i tassisti vanno in rovina e scompaiono.
A meno che non pretendano più di essere dei lavoratori autonomi, e accettino di diventare dipendenti di qualche grande società di taxi che – queste sì – potrebbero comprare a pacchi le loro licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o, meglio, affittare giorno per giorno, come a New York, le loro licenze a dei disgraziati che, se non corrono come bestie per quattordici ore al giorno, non riescono a incassare quanto basta per affittare la licenza anche il giorno dopo.
A ben vedere l’obiettivo di tutte le liberalizzazioni di Monti è proprio questo: mettere l’impresa capitalistica fondata sul lavoro precario in concorrenza conil lavoro autonomo per spiazzare definitivamente quest’ultimo in nome della “modernizzazione”. È lo stesso obiettivo che si prefigge con la liberalizzazione degli orari dei negozi: liquidare i negozi di vicinato gestiti in forma autonoma a favore dei supermercati e dei grandi magazzini aperti 24 ore su 24 perché basati sul lavoro precario, supersfruttato e sottopagato. Con la conseguente desertificazione non solo commerciale, ma anche generale, dei quartieri: privati, insieme al commercio, delle ragioni per frequentarne le strade. Ma anche con la conseguenza non secondaria di desertificare, cioè mandare in rovina, tutti i fornitori di prossimità e di piccole dimensioni, a favore di fornitori esteri senza qualità; come si vede già oggi negli assortimenti offerti dalla grande distribuzione finita in mani francesi: Carrefour, Auchan, ecc. Ed è lo stesso obiettivo che il governo si propone con la liberalizzazione delle professioni, abolendo addirittura le tariffe di riferimento: con la conseguenza di privilegiare i grandi studi, in mano a vere e proprie imprese capitalistiche, che ingrassano a spese del lavoro precario e dei finti stage a cui vengono sottoposti i giovani senza protezioni familiari. Tanto, una volta sgomberato il campo dai fastidiosissimi lavoratori autonomi e/o liberi professionisti, le tariffe si possono rivedere al rialzo con accordi tra big player.
Ma, per tornare ai taxi, occorre ricordare che si tratta di un servizio pubblico locale, cioè un bene comune; che la sua riconversione ecologica richiede un orientamento alla mobilità sostenibile; e che questa è data da un’integrazione intermodale tra il servizio di massa (tram, pullman e metro) lungo le linee di forza degli spostamenti urbani, e mobilità dolce o flessibile (bicicletta, car pooling, car sharing e trasporto a domanda) a integrazione e alimentazione del trasporto di massa (con percorsi casa-fermata e viceversa). Il servizio di taxi è la principale forma di mobilità a domanda. Certo ci vogliono tariffe più basse; percorsi più veloci su strade più sgombre; e più mezzi in circolazione. Ma non per lasciarli in attesa ai posteggi o in coda nel traffico di città congestionate; bensì per coprire, insieme alle altre soluzioni della mobilità sostenibile, il progressivo esautoramento della mobilità fondata sull’auto privata.
Per farlo occorre affiancare al servizio individuale di taxi quello condiviso. Sia in forme semplici: taxi incolonnati in corsie differenti, alle stazioni, agli ospedali e agli aeroporti, a seconda del settore di città che servono (e che partono solo quando sono pieni, o trascorso un certo tempo dopo la salita del primo passeggero); o che esibiscono su un grosso display la destinazione, in modo che altri passeggeri si possano aggiungere lungo la strada, condividendo il costo del passaggio. O in forme più complesse: taxi collettivi governati da un call center centrale che caricano passeggeri con origini, destinazioni e orari compatibili. Senza escludere, ovviamente, il potenziamento del taxi individuale.
Così si può contrattare a livello cittadino il graduale aumento delle licenze in corrispondenza di un aumento della domanda, misurata su una comprovata e consistente riduzione del numero di auto private in circolazione. Questa riduzione avverrà comunque; anzi, è già in corso: per la perdita del potere di acquisto della popolazione, che il prevedibile fallimento delle politiche economiche renderà esplosiva. Per questo il potenziamento del servizio taxi è strategico. Poi si dovrà compensare i tassisti per la perdita di valore delle loro licenze con sconti fiscali pluriennali tarati sui loro redditi effettivi, che finalmente saranno documentati.
Se non ora, quando? (tratto da “il manifesto”, 4 gennaio 2012)
L’Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L’unica possibilità che abbiamo per un’alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L’importante è cominciare. Al più presto
Il decreto “Salvaitalia” non salverà l’Italia e il decreto “Crescitalia” non la farà crescere. Sembra – quest’ultimo – il nome di un formaggio. Il sobrio Monti ha ereditato da Tremonti il gusto di sostituire espressioni consolatorie alla dura osticità delle cose; com’era la famigerata “Robinhood tax”, nome che Tremonti aveva dato a due o tre cose diverse e mai realizzate; o «i conti sono stati messi in sicurezza» (e non lo sono): giaculatoria che Monti ha ripreso tal quale dal precedente ministro. Leggi tutto “Se non ora, quando? (tratto da “il manifesto”, 4 gennaio 2012)”
Il debito pubblico italiano è insostenibile (“il manifesto”, 28 dicembre 2011)
Il debito pubblico italiano non è sostenibile. Vale 1900 miliardi di euro e costa 85 miliardi all’anno di interessi, che l’anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all’anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell’eurozona al 60 per cento dei PIL. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce ne è un’altra “nascosta”, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il TAV (treno ad alta velocità) è l’esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica – finora; ma non è finita qui. E Passera ci si è messo di impegno – un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di “finanze di progetto”, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della “Politica”? Certamente. Ma soprattutto colpa delle “privatizzazioni”, che non sono un’alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come “beni comuni”. Leggi tutto “Il debito pubblico italiano è insostenibile (“il manifesto”, 28 dicembre 2011)”
L’Europa divisa in due (il manifesto, 6 dicembre 2011)
L’Europa, intesa come Unione europea, è divisa in due: non tanto tra nazioni deboli e stabili, popoli viziosi e virtuosi, porci e porcari (PIGS e guardiani); bensì tra “piani alti” e piani bassi. A tracciare questa linea di demarcazione è la Banca centrale europea che governa e custodisce la valuta in cui sono espressi i debiti pubblici e privati. Ai piani alti ci sono “i mercati”: una massa sterminata di denaro e “simildenaro” (valute, bond, certificati di credito, derivati, futures) la cui consistenza è stimata da dieci a venti volte il PIL mondiale; che può spostare (esentasse) in poche ore tanto denaro quanto tutte le banche centrali del mondo – quelle autorizzate a farlo – non ne riescono a creare in un anno. Ai piani bassi ci sono i cittadini dell’Unione, sempre più simili, nella loro condizione di impotenza e di dipendenza dai diktat della finanza, agli altri sei miliardi e mezzo di esseri umani che popolano il pianeta. Leggi tutto “L’Europa divisa in due (il manifesto, 6 dicembre 2011)”
