Per raccogliere le proposte di Landini e Rodotà di dar vita a una coalizione sociale che superi ciò che ha finora impedito in Italia la nascita di un fronte di opposizione adeguato – un progetto che verrà battezzato il 28 marzo – è forse opportuno partire da una questione che non è solo terminologica. Leggi tutto “Casa comune o coalizione sociale?”
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Denaro e sterminio
Il programma T4 doveva provvedere alla soppressione dei disabili. Con esso i nazisti sperimentarono le camere a gas, che poi avrebbero utilizzato in modo industriale per sterminare il popolo ebraico e gli zingari.
L’eliminazione dei disabili, gestita da personale medico professionista, veniva condotta al riparo dallo sguardo del pubblico, soprattutto da quello dei loro parenti. Ma il programma, viceversa, era propagandato e giustificato: con proclami, manifesti, discorsi, trasmissioni, articoli sui giornali: ogni disabile era una bocca in più da sfamare a spese del resto della popolazione, ostacolandone il cammino verso la meta comune. Si calcolava persino quanto pesasse sui conti nazionali ciascuna di quelle bocche. Così, sotto il nazismo, il popolo tedesco si assuefaceva, un po’ per volta, all’idea che le persone “inutili”, che erano “un peso” per lo Stato, o dannose per il radioso futuro della sua razza e della sua cultura, dovessero essere eliminate. E che fosse giusto farlo. Senza accorgersene? No. Certo né le soppressioni “cliniche” dei disabili, né le fucilazioni di massa degli ebrei, né l’attività industriale dei campi di sterminio si svolgevano sotto i suoi occhi. Ma tra questo e sostenere che non ne sapesse niente, e che non trovasse tutto ciò necessario, se non “normale”, ci passa.
A me non piace l’uso dei termini nazista o fascista, o di loro equivalenti, per stigmatizzare cose del tutto differenti. Quanti nuovi Hitler abbiamo avuto negli ultimi anni? Milosevic, Saddam, Bin Laden, Gheddafi, Al Baghdadi. Diventati tali, in genere, solo dopo che si era deciso di eliminarli. Prima andavano benissimo. E quanti nuovi fascismi? Con l’ovvio rischio di consumare parole e riferimenti, rendendoli progressivamente meno espressivi. Ma per quanto riguarda le politiche di sterminio, il rigetto di questo abuso linguistico non può esimerci dal prendere atto che noi in Europa (e certo non solo in Europa; ma cominciamo da casa nostra) stiamo gradualmente scivolando lungo un percorso che dovrebbe allarmarci. Stiamo varando e legittimando una politica di sterminio dei profughi che cercano una via di salvezza nei nostri paesi. Anche noi teniamo lontane quelle loro morti e ce ne accorgiamo solo quando “bucano lo schermo” per il loro numero. Ma intanto c’è, sia nelle istituzioni che nell’”arena” politica, chi le giustifica – e chi se ne fa un vanto – con motivazioni che ricordano il programma T4. Salvarli, con Mare Nostrum, costa troppo. Non possiamo permettercelo. Meno che mai può permetterselo l’Europa, alle prese con le strette di bilancio delle sue politiche. Al massimo si può finanziare un programma come Triton, che ha come scopo non salvare quei profughi, ma respingerli. In fondo al mare. E poi, diciamola tutta: se li salviamo ne incoraggiamo altri a provarci ancora (in realtà non “incoraggiamo” nessuno, come dimostrano le statistiche: con Triton, che li vuole mandare a fondo, ci sono più sbarchi che con Mare Nostrum, che cercava di salvarli). Ci provano e ci proveranno perché sono esseri umani che non hanno altra scelta che tentare uno sbarco in Europa. A qualsiasi costo; anche quello di una morte atroce, del cui rischio non sono certo ignari. Leggi tutto “Denaro e sterminio”
Ma la Grecia pagherà il suo debito, pubblicato su il manifesto il 3.2.2015
Ma la Grecia pagherà il suo debito?
Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.
In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.
Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!
E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2. quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.
Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.
Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!
Intervento di Guido Viale al seminario Crisi, Grecia, Italia, Europa di Rifondazione comunista e GUENGL, 31.1.2015
Facciamo attenzione a non ridurre il nostro sostegno alla Grecia a un confronto tra politiche economiche alternative: spesa pubblica contro austerity. O peggio, euro sì, euro no. È in realtà uno scontro tra le condizioni di possibilità di una politica sociale per le persone e una politica che mette al centro di tutto il denaro. Il nostro sostegno alla Grecia deve riprendere e tradurre nelle condizioni del nostro paese soprattutto i termini di questo scontro.
Accanto alla scarsa attenzione del nuovo Governo greco, già da molti rilevata, per le questioni di genere, altrettanto potremmo dire per la questione ambientale, nonostante che essa fosse in rilievo nel programma in dieci punti di Tsipras. Su entrambi questi fronti non spetta a noi dare dei suggerimenti a Syriza, ma non possiamo nemmeno “soprassedere”. Dobbiamo tradurre questi rilievi nella capacità di esplicitare e promuovere delle politiche, valide per tutta l’Europa, che mettano al centro la questione di genere e quella ambientale, in forme capaci di offrire anche al governo greco uno sbocco positivo a questa impasse.
Ma abbiamo di fronte un’altra questione grande come una casa, che rischiamo di ignorare, ma che potrebbe travolgerci tutti. Dobbiamo ridisegnare la nostra mappa mentale di che cosa è l’Europa, della sua struttura sociale e dei suoi confini. Come ho scritto altrove, l’Europa non finisce ai suoi confini politici o amministrativi. Intorno a questi confini c’è ormai da tempo uno stato permanente di belligeranza armata dai fronti mobili: in Israele, Iraq, Libia, Siria, Turchia, Ucraina; per non parlare di paesi più lontani, ma quasi altrettanto influenti sul contesto europeo come Afghanistan, Pakistan, Eritrea, Somalia, Niger e Nigeria. Queste situazioni ci riguardano direttamente per tre motivi:
Primo, perché come alleati degli USA e membri della NATO, abbiamo – intendo dire, i governi italiani hanno – contribuito a scatenare questi conflitti e non abbiamo una politica per riricondurli a un contesto di convivenza.
Secondo, perché quei fronti di guerra sempre più mobili e incontrollabili tendono e tenderanno sempre più a riprodursi nei territori europei in due forme: innanzitutto scavando un solco sempre più profondo tra nativi europei e comunità di immigrati, anche di seconda e terza generazione. Ma anche con il moltiplicarsi di iniziative terroristiche: iniziative non di importazione, ma che maturano nel seno stesso della radicalizzazione degli animi e delle scelte in comunità solidamente presenti nel territorio europeo.
Terzo, perché quello stato di belligeranza endemica sta creando un esercito non più di migranti in cerca di lavoro e di una vita migliore, ma di milioni di profughi (profughi non solo di guerra, ma anche economici e ambientali); un esercito che preme e premerà sempre più sui confini dell’Europa e che vedono le autorità europee impegnate a cercare di arginare con mezzi sempre più violenti e crudeli.
Così, al di qua e al di là dei confini formali dell’Unione Europea sono state attivate politiche di confinamento, di deportazione, di sfruttamento, di persecuzione sistematica di minoranze, come i Rom, di displaced person in cerca di salvezza e di asilo, di lavoratori in condizioni di schiavitù reclutati tra migranti regolari e non. Una situazione che sta trasformando radicalmente i connotati delle nostre società. Siamo scivolati senza quasi accorgercene dentro un assetto sociale fondato su molti apartheid (che non sono quelli renziani tra “lavoro sicuro” e lavoro precario, bensì tra chi gode ancora di alcuni diritti di cittadinanza, o pensa di avere ancora il diritto di rivendicarli (il diritto di avere diritti, di cui parla Rodotà) e chi ne viene escluso per sempre e per principio, per legge o in via di fatto. Questo apartheid alimenta a sua volta la paura di precipitare in quello stato di persone senza diritti anche tra chi appartiene al primo gruppo e offre grandi occasioni di proselitismo agli imprenditori della paura, senza che i loro veri o presunti avversari, cioè i partiti e la cultura di sinistra, abbiano messo a punto strumenti, o anche solo buone intenzioni, per contrastare quest’ondata reazionaria. Anzi, spesso sono loro ad anticiparla, anche se difficilmente ne ricavano i frutti.
Viste le dimensioni che sta assumendo questa deriva, dovrebbe essere chiaro che non riuscire a fermarla, e non adoperarsi e attrezzarsi per farlo, rischia di far precipitare l’Europa di nuovo nell’abisso. Lo dico in piena consapevolezza perché seguo da vicino il lavoro di Barbara Spinelli e dei suoi assistenti in Italia e nel Parlamento europeo, dove Barbara ha concentrato i suoi sforzi su questo tema e ne ha ricavato anche informazioni e collegamenti, relativi a tutto il contesto europeo, che cominciano a delineare un quadro complessivo che fa rabbrividire. Di fronte a questa situazione la contesa sulle percentuali di deficit di bilancio, e persino quella sull’euro, può legittimamente apparire non solo una disputa inadeguata alla dimensione dei problemi da affrontare, ma addirittura un modo di nasconderli.
Ma rinunciare a mettere al centro delle nostre politiche questa revisione della nostra immagine dell’Europa ci induce a trascurare anche un’occasione storica. Occasione che è data innanzitutto dai legami, sia materiali che culturali e linguistici, ma anche solo immaginari e sempre di più religiosi, che essi mantengono o rinnovano con i loro paesi di origine. Politiche di accoglienza e di sostegno per questo esercito di sbandati, potrebbero avere una enorme importanza nel promuovere le basi di un’alternativa di governo e di pace nei loro paesi da cui provengono. E anche, ovviamente, per la creazione di una grande comunità di popoli intorno al Mediterraneo.
Dobbiamo capire e valorizzare meglio le opportunità offerte da questo contesto, da questa nuova e diversa visione dell’Europa. Abbiamo lasciato cadere nel caos gli spunti offerti dalle primavere arabe (che pure hanno fatto da innesco per fenomeni per noi molto importanti come il movimento M15 in Spagna e Occupy Wall street e Occupy the world (e poi anche per l’ascesa di Syriza e di Podemos), per non aver saputo prospettare per tempo, con la nostra iniziativa politica, un’alternativa di governo anche per loro di fronte al fallimento delle politiche liberiste e autoritarie contro cui quelle primavere si erano ribellate.
Oggi un nuovo importantissimo spunto di riflessione, ma anche di azione, ci viene offerto dalla resistenza contro lo Stato islamico sostenuta dalla popolazione di Kobane e del Rojava in Siria: si tratta di una comunità che si autogoverna in modo federalista, democratico, egualitario. Che resiste in armi, nonostante la disparità delle forze, all’offensiva jihadista. Ma soprattutto che è capace di prospettare una piena parità di genere nel cuore di un conflitto armato che ha proprio nella perpetuazione e nella estremizzazione del dominio dell’uomo sulla donna la sua posta principale. È alla conquista di questa parità di genere, e non ai bombardamenti, anche quando fossero necessari – ma vengono effettuati in un contesto degradato in cui rischiano di non finire mai – che dobbiamo guardare se vogliamo trovare l’arma vincente capace di scardinare alla radice le derive integraliste che attraversano tanto il mondo islamico che quello di cultura “occidentale”. Derive di cui si alimentano i conflitti sempre più acuti che si sviluppano sia ai confini che nel cuore dell’Europa.
Credo che la rivoluzione femminista abbia dato a tutti noi molti spunti per capire l’importanza anche politica della lotta contro il patriarcato. Ma quello che dobbiamo fare ora è tradurre quegli spunti in strumenti e in forme di lotta radicalmente nuovi. È questo, anche, il contributo che possiamo dare, non con suggerimenti, ma con la pratica degli obiettivi, a chi oggi è impegnato – come e più di noi, come i compagni di Syriza – sul fronte della lotta contro l’austerità e la schiavitù del debito. Lavoriamo perché questo sacrosanto fronte di lotta contro l’austerity, che ha oggi in Grecia il suo caposaldo, non venga travolto da insorgenze sociali ancora più drammatiche e catastrofiche per la democrazia e per la convivenza.
Io portavoce…
Dato che per motivi tecnici il mio intervento (insieme a quelli di molti altri) non compare sul web, riporto qui la scaletta che avevo preparato (in corsivo le parti che per motivi di tempo non sono riuscito a sviluppare).
Sono stato nominato (via mail) portavoce di un gruppo di 46 volontari impegnati nel sociale, molti dei quali sono entrati in politica con la lista Tsipras e poi sono “scappati (testuale) per assoluta mancanza di trasparenza”. Io non conosco quelle 46 persone e non so nemmeno se esistono realmente, come non conosco quasi nessuno delle 944 persone che , come ci ha tempestivamente comunicato Torelli, hanno aderito al manifesto “siamo a un bivio”. Ma a tutti dico benvenuti tra noi! Leggi tutto “Io portavoce…”
Il mondo dei vivi
Le informazioni che trapelano dall’inchiesta Mafia Capitale hanno la valenza di un carotaggio, nel tempo e nello spazio, degli strati di cui è composta la società italiana. Al di là delle ripartizioni dei suoi abitanti per professione, reddito o classe, infatti, anche la società dell’Italia repubblicana, come il mondo di Mafia Capitale, è da tempo suddivisa in tre strati dagli incerti confini: il mondo dei morti, quello dei vivi, e quello di mezzo.
Il mondo dei morti, cioè sotterraneo, è una rete che collega nel tempo e nello spazio la mafia, i servizi segreti, la criminalità organizzata (di cui la banda della Magliana è stata l’espressione nazionale, e non solo romana, più tipica, ma non la sola), la massoneria, il Vaticano e lo squadrismo neofascista. Dalla strage di Portella della Ginestra al colpo di Stato del generale De Lorenzo, alle stragi di Piazza Fontana, piazza della Loggia, della stazione di Bologna e dell’estate del 1993, fino all’ascesa di Berlusconi, miliardario con capitali di incerta origine, e su, su fino ai giorni nostri, la storia italiana non solo è costellata di episodi che vedono variamente coinvolte tutte quelle componenti. Ma quegli episodi non sono che punti di emersione di una trama continua che ha determinato o condizionato l’evoluzione politica della Repubblica assai più di partiti e sindacati, o di Confindustria, Banca d’Italia, Commissione europea o Bce. È quello il sottosuolo della storia patria, il mondo dei morti (peraltro più vivi e vegeti che mai) di cui parla Massimo Carminati nelle sue intercettazioni.
Il mondo dei vivi (molti dei quali ridotti da tempo allo stato di larve), invece, è certo più visibile e trasparente, perché sta alla luce del sole. Ma è più difficile da descrivere e non è facile da oggettivare, perché ciascuno di noi in qualche modo e in varia misura ne fa parte. Ma il mondo dei vivi ha indubbiamente i suoi terminali, abilitati ai rapporti, seppure indiretti, con il mondo dei morti, nella “politica” (tutta, o quasi), nell’imprenditoria (idem), nelle posizioni apicali della pubblica amministrazione e nella finanza: i luoghi del comando palese sul nostro lavoro e sulle nostre vite.
Il mondo di mezzo di Carminati e sodali è l’interfaccia tra quei due territori ed è il più difficile da circoscrivere, perché non si sa mai esattamente quanto uno stia di là e quanto di qua del suo confine superiore o inferiore; e da quando, dato che nel mondo dei morti si entra solo a una certa età, e magari con un’altra storia alle spalle. In questo esercizio è tanto facile sbagliare o prendere delle cantonate quanto lo è dire di averle prese (come fanno tutti quelli colti con le mani nel sacco anche quando sapevano benissimo come stanno le cose).
La loggia massonica P2 di Licio Gelli è stata per molti anni – soprattutto quando quasi nessuno ne parlava, e ben pochi sapevano che cosa fosse – il paradigma di quel mondo di mezzo. Aveva attratto generali, magistrati, imprenditori, politici (ogni corrente democristiana e socialista aveva in essa un suo referente; e molti di loro sono ancor oggi “in pista”), ma anche spie, capi fascisti ed esponenti della malavita. E’ storia, ma se vogliamo farci un’idea di che cosa sia oggi il mondo di mezzo, è a quelle vicende, mai veramente concluse, che possiamo far riferimento.
Nel frattempo il mondo dei vivi è cambiato parecchio; si è fatto più complicato e l’analisi sociale – ma anche l’idea che ci facciamo della società, parlando con chi frequentiamo, leggendo il giornale, guardando la televisione o con internet – non ci aiuta a ricostruirne i connotati. Mentre il mondo di sotto, invece, è sempre quello: ogni tanto gli viene assestata una mazzata; ma poi si riprende e torna all’opera quanto e come prima.
A “democratizzarsi”, per adattarsi ai tempi, è stato soprattutto il mondo di mezzo: trenta o più anni fa non ci saremmo mai aspettati di trovare, in una vicenda così emblematica come Mafia Capitale, delle imprese sociali costituite per dar lavoro ai detenuti; né il personale politico del Pd – epigono di quel Pci sulla cui “diversità” già Berlinguer aveva cominciato a nutrire dei dubbi – impegolato in una rete di malversazioni in associazione con delinquenti e caporioni fascisti; né il presidente della Lega delle Cooperative – oggi ministro – che banchetta e conversa confidenzialmente con la stessa compagnia.
Troviamo così, a gestire l’emarginazione e lo sfruttamento feroce di rom, sinti, migranti e profughi, una costellazione di cooperative controllate dalla “29 giugno”, cuore di Mafia Capitale, nate per offrire un percorso di riscatto agli emarginati creati dal carcere. E troviamo alla guida delle manifestazioni o degli assalti contro i ricoveri dei profughi e i campi dei nomadi (per alimentare il lucroso ed eterno carosello di sgomberi e reinsediamenti) gli stessi fascisti che, complice la rete delle relazioni consociative con il Pd, riescono a lucrare, sia in politica che in campo economico, tanto sulla loro “accoglienza” che sulla loro cacciata. Così viene consegnata nelle loro mani la partita più delicata di tutta la politica italiana: un capolavoro! Nessuno stupore, allora, per l’irresistibile ascesa di Salvini e company.
È difficile sostenere che per il Pd si tratti solo di incidenti di percorso, quando tanti esponenti del partito ne risultano foraggiati per le loro campagne elettorali, o per le primarie, o per la loro apoteosi di leader (le tre attività a cui si è ridotta la vita del Pd). Il tutto dopo aver messo il finanziamento della politica interamente nelle mani di chi, non importa come, i soldi ce li ha. Ma dopo che vicende simili, anche se meno spendibili come romanzi noir, sono emerse a Sesto, in Valle di Susa, a Milano, a Venezia, a Napoli, a Messina e altrove, come si può ancora proporre di votare o allearsi con il Pd per rendere la società più giusta?
Ma c’è un problema ancora più serio: dove finisce quella ragnatela? Tutto il “mondo dei vivi” ne è in qualche misura inquinato, anche quando è impegnato in progetti mille miglia lontani dai forni dove si cuoce quella minestra. Per molto associazionismo e molto volontariato, ma persino per alcuni centri sociali che sono l’antitesi di quei forni, sarebbe difficile continuare a operare senza beneficiare di affidamenti, incarichi, sostegni o facilitazioni che fanno capo a quella rete di connivenze, e che rendono difficile denunciarla e combatterla anche quando se ne conosce o sospetta la natura. Il terzo settore non è certo fatto di imprese criminali come la cooperativa 29 giugno; ci sono migliaia di imprese sociali mille volte più pulite; e persino all’interno della 29 giugno non sarebbe forse difficile trovare imprese, soci o lavoratori dediti alle finalità per cui sono stati reclutati.
Ma persino i partiti “alla sinistra del Pd”, pieni di militanti volenterosi, hanno spesso legato la propria sopravvivenza al proprio insediamento ai margini di una giunta locale o regionale, o in seno a una società partecipata, o al finanziamento di qualche loro iniziativa. Così, in un regime di risorse scarse, cresce tra tutti una competizione serrata per non perdere le posizioni acquisite; e per giustificare la propria esistenza; e quella dei propri apparati si ricorre spesso a sottili distinguo per differenziarsi e qualificarsi rispetto a tutti gli altri. Ma questo clima ha finito per contagiare anche organizzazioni che non hanno niente da conservare e nessun motivo per competere. Quando ci chiediamo come mai la sinistra italiana, e soprattutto i movimenti che essa vorrebbe rappresentare, sono così frammentati, una riflessione sulla condizione e la competizione a cui è stato sospinto “il mondo dei vivi” non sarebbe vana.
Dal comizio tenuto a Bari con i candidati pugliesi della lista L’altra Europa e Nichi Vendola
Care compagne e cari compagni,
Care amiche e cari amici,
Siamo qui per chiedervi il voto alla lista L’Altra Europa con Tsipras, e soprattutto per chiedervi di chiederlo a tutti coloro con cui siete in rapporto: in famiglia, tra amici, sul lavoro, nel tempo libero, nei vostri incontri casuali. Voglio spiegarvi innanzitutto che cosa c’è scritto nel simbolo che vi invitiamo a votare, perché lì stanno le ragioni del voto che vi chiediamo.
L’altra Europa vuol dire che noi vogliamo un’Europa diversa, democratica, federalista, ecologica, inclusiva, solidale e non questa Europa, che rischia di sfasciarsi e di sfasciarci perché ci opprime con politiche di austerità che stanno portando i suoi paesi membri e i suoi cittadini, uno dietro l’altro, alla povertà, alla disoccupazione, alla disperazione.
Ma meno che mai pensiamo che la soluzione stia nell’uscire prima dall’euro e poi dall’Europa, perché in un mondo ferocemente globalizzato non c’è più posto per il nazionalismo commerciale e meno che mai per il nazionalismo politico, che è la radice del razzismo e della guerra: proprio ciò che intendeva sventare per sempre il progetto di un’Europa unita e federale, concepito settant’anni fa nel carcere di Ventotene da Altiero Spinelli, padre della nostra capolista in questa circoscrizione. Vogliamo più Europa e non meno Europa.
Per noi un’altra Europa vuol dire NO all’austerity, NO al debito che strangola le nostre economie, SI’ a un reddito decente per tutti, SI’ alla tutela dell’ambiente e della salute, SI’ a un’occupazione finalizzata a salvaguardare ambiente, convivenza e giustizia.
La seconda parte del nostro simbolo, Con Tsipras, vuol dire stare con Syriza, il partito greco nato dall’aggregazione di ben tredici organismi e partiti della sinistra, più litigiosi ancora di quanto lo siamo, o lo siamo stati, noi; ma un’organizzazione che sotto la guida di Alexis Tsipras ha saputo promuovere un processo unitario che in pochi anni lo ha portato a essere il primo partito del paese, e alle prossime elezioni nazionali, il partito incaricato di formare il nuovo governo greco.
Da questo itinerario possiamo imparare una cosa fondamentale: SI PUO’ FARE. Anche noi possiamo imboccare la stessa strada e arrivare allo stesso risultato, invece di continuare a viverci e pensarci rinchiusi nel ghetto di una sinistra eternamente minoritaria.
Su questa strada si è posta la nostra lista. La sua costituzione è un primo importante passo in quella direzione. Chi avrebbe mai immaginato, anche solo quattro mesi fa, che due organizzazioni lontane e spesso contrapposte come SEL e PRC si mettessero insieme grazie alla spinta e al richiamo delle migliaia di compagne e di compagni che hanno messo al primo posto l’unità della sinistra, di tutte le forze della sinistra?
So bene che alcuni di voi in un primo tempo erano contrari a questa soluzione. Ma poi ha prevalso in tutti una spinta di base unitaria e noi siamo ben lieti di aver accolto anche SEL in questa aggregazione dichiaratamente apartitica.
Molto resta ancora da fare. Per esempio, qui a Bari, come in regioni come il Piemonte e l’Abruzzo e in molti altri comuni, abbiamo ancora liste di sinistra diverse e contrapposte. Ma non si può avere tutto subito. L’importante è proseguire sulla strada dell’unità.
Ma come ha fatto Syriza a raggiungere quel risultato straordinario?
Innanzitutto con una ferma opposizione al memorandum della Troika, che è l’equivalente per la Grecia della lettera di Draghi e Trichet che ha ispirato tutti gli ultimi governi italiani.
A questo serve l’autonomia. Anche il Pasok, che è l’equivalente greco del nostro PD, sosteneva di opporsi. Il suo leader, Papandreu, aveva persino indetto un referendum, sicuro che il popolo greco avrebbe respinto quel memorandum. Però ha scelto di piegarsi alla Troika, e sappiamo com’è finita: il Pasok è quasi scomparso e la stessa sorte potrebbe capitare tra non molto tempo anche al PD; che oggi viaggia sulla cresta dell’onda grazie a un mare di promesse, irrealizzabili nel contesto delle politiche di austerity che critica ma non combatte; ma soprattutto legittimandosi agli occhi delle autorità europee con una serie di attacchi frontali alle condizioni dei lavoratori e alla democrazia.
Come la precarizzazione totale del lavoro e la privatizzazione, cioè la svendita, dei beni comuni, dei servizi pubblici locali, di quel che resta dell’industria di Stato. E con riforme della Costituzione e della legge elettorale concordate con il nostro nemico di sempre, e finalizzate a escludere dal Parlamento l’opposizione sociale che noi vogliamo rappresentare.
Oggi Syriza non è solo la forza maggioritaria in Grecia, ma anche il punto di riferimento di quello schieramento di forze europee che condividono con noi la candidatura di Alexis Tsipras e che grazie alla loro autonomia potranno anche ridisegnare i confini tra i raggruppamenti del Parlamento europeo.
Perché condividiamo con molte forze di altri raggruppamenti l’obiettivo di bloccare la riproposizione a livello europeo di quelle politiche di Grosse Koalition o di larghe o strette intese che ci stanno portando al disastro.
Cambiare si può, perché viviamo in un periodo di profonde trasformazioni che possono portarci a una catastrofe per il pianeta, per la democrazia e per i lavoratori o per chi vorrebbe lavorare; oppure possono sfociare in una riforma radicale degli assetti economici e istituzionali della società, a partire proprio da un’altra Europa.
L’altro elemento che ha dato forza a Syriza è l’impegno a sostenere, promuovere e non abbandonare mai le lotte sociali contro l’austerity, contro le privatizzazioni, contro i licenziamenti, contro il taglio delle pensioni, contro la distruzione del territorio; ma anche le tante iniziative di cittadinanza e del volontariato che si sono sviluppate in questo periodo: ambulatori promossi dal volontariato, farmacie autogestite, mercatini, scuole alternative, e tante altre cose simili.
Syriza ci insegna che con le lotte dei lavoratori e dei cittadini che difendono le loro condizioni di vita e la loro stessa vita si deve sempre stare: anche quando non se ne condividono pienamente le forme o gli obiettivi. Perché solo stando con loro è possibile, eventualmente, contribuire a riorientarle in una direzione più efficace.
Qui in Italia di lotte e di iniziative di cittadinanza ne abbiamo tantissime. E ne abbiamo tante anche in qui in Puglia. Ma tra tutte spicca la ribellione dei lavoratori dell’Ilva e dei cittadini di Taranto contro un sistema che ha messo a repentaglio vite e salute, ma anche il posto di lavoro di migliaia e migliaia di loro; a dimostrazione del fatto che ambiente e occupazione non sono obiettivi contrapposti, ma insieme marciano o insieme cadono.
Questa loro ribellione non ha però trovato un sostegno adeguato. Avrebbe potuto e dovuto diventare un riferimento per tutti i movimenti, come le bandiere NoTav lo sono da tempo per tutte le manifestazioni che si svolgono in Italia.
Invece non solo è stata lasciata a se stessa, e alle proprie contraddizioni e abbiamo assistito, nei suoi confronti, anche a comportamenti inaccettabili che non possono avere cittadinanza nella nostra casa comune. Per questo dobbiamo riprendere il filo di un rapporto con le lotte dell’Ilva e dei cittadini di Taranto facendo tutti, come dice Tsipras: “Un passo indietro per farne molti in avanti, insieme”. E’ una cosa che ci riguarda tutti.
Solo così questa nuova ritrovata unità potrà riportarci tutti, umilmente, a imparare dalle lotte degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, e dalle battaglie dei cittadini che difendono il loro diritto al lavoro, alla salute e alla vita.
Concludo ringraziando quanti si sono impegnati e si stanno impegnando in questa nostra battaglia comune, dalla raccolta delle firme alla proposta delle candidature, dalla campagna elettorale vera e propria al nostro impegno unitario che continuerà rafforzato, al di là del 25 maggio. Perché il lavoro che abbiamo ancora da fare, sulle orme di Syriza e di Tsipras, è ancora lungo. Grazie
Grazie.
Come i media preparano un regime
Ci si è chiesto spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato possibile che nel 1931, su oltre milleduecento docenti universitari solo una quindicina avesse rifiutato di giurare fedeltà al fascismo; e come fosse stato possibile che con loro si fossero allineati migliaia di giornalisti, di scrittori, di intellettuali – la totalità di quelli rimasti in funzione – contribuendo tutti insieme a costruire una solida base di consenso alla dittatura di Mussolini.
Oggi, senza nemmeno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere autoritario e incontrollato, a cui peraltro anche allora molti erano già ben predisposti, la corsa ad allinearsi con il potente di turno, magnificandone qualità e operato, ha assunto da due decenni a questa parte un andamento a valanga; per poi accorgersi, una volta usciti temporaneamente o definitivamente di scena i destinatari di tanta ammirazione, che i risultati del loro operare – del loro “fare” in campo economico, sociale, istituzionale e, soprattutto, culturale – erano inconsistenti, negativi, o addirittura drammatici. Ma rimaneva tuttavia, in alcuni angoli riservati del giornalismo cartaceo e televisivo, lo sforzo di un vaglio critico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spiraglio alla legittimazione di un’opposizione.
Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi – “dà con una mano per prendere con l’altra” (e molto di più) è la sintesi del suo operato – il coro delle ovazioni si è fatto assordante; lo spazio che gli riservano giornali e TV è totalitario (come documenta l’osservatorio sulle TV di Pavia); i toni sono perentori; i rimandi alle sue poliedriche capacità incontinenti; il servilismo degli adulatori dilagante (Papa Francesco copia “lo stile di Renzi” ci ha informato un notiziario). Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento; sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un “moderno” autoritarismo. “Moderno” perché è quello auspicato dall’alta finanza, che ormai controlla la politica e le nostre vite; come emerge anche da un documento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si scaglia contro le costituzioni antifasciste e democratiche che ostacolerebbero il proficuo svolgimento degli “affari”. È l’autoritarismo perseguito dalle “riforme” costituzionali ed elettorali di Renzi, tese a cancellare con premio e soglie di sbarramento ogni possibilità di controbilanciare i poteri dei partiti – o del partito – al potere: non solo in Parlamento, ma ovunque; a partire dai Comuni, non certo aiutati a “fare”, bensì paralizzati dai tagli ai bilanci e dal patto di stabilità per costringerli ad abdica dal loro ruolo, che è fornire quei servizi pubblici locali di cui è intessuta l’esistenza quotidiana dei cittadini. Renzi, come Letta, Monti e Berlusconi, vuole costringerli ad alienarli: come aveva fatto Mussolini sostituendo ai consigli comunali i suoi prefetti.
Una riprova non marginale di questo clima è il modo in cui stampa e media seguono la campagna elettorale europea, confinandola interamente in un confronto Renzi-Grillo (con Berlusconi ormai ai margini) privo di contenuti programmatici e tutto incentrato sulle diverse forme di “carisma” che i due leader esibiscono. In questo contesto il silenzio calato sulla lista L’altra Europa con Tsipras, l’unica che si presenta con un programma per cambiare radicalmente l’Europa (che è l’argomento di cui è proibito parlare) e non per abbandonarla insieme all’euro, né per continuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come passaggio obbligato per tornare alla “crescita”. Della lista L’altra Europa stampa e televisioni hanno seguito e ingigantito le difficoltà incontrate nel corso della sua formazione, per poi calare una cortina di silenzio totale sulla sua esistenza a sui suoi successi. La venuta di Tsipras a Palermo, con un teatro pieno, la gente in piedi e mille persone rimaste fuori ad ascoltare, con una visita all’albero di Falcone accompagnato da centinaia di sostenitori e con l’incontro con il sostituto Di Matteo, non ha meritato nemmeno un cenno o una riga. Nemmeno la consegna delle 220 mila firme raccolte per consentire la partecipazione della liste alle elezioni, un risultato su cui molti media avevano scommesso che non sarebbe mai stato raggiunto, ha avuto la minima menzione.
L’apertura della campagna elettorale al teatro Gobetti di Torino con la partecipazione di Gustavo Zagrebelski e altre centinaia di sostenitori è anch’essa scomparsa nel nulla.
Quando si accenna di sfuggita alla lista L’altra Europa, per lo più per denigrare o sbeffeggiare i tanti intellettuali di valore che la sostengono – ribattezzati “professoroni”; e solo per questo se ne parla – il suo programma viene assimilato a quello dei no-euro, dei nazionalisti o addirittura dei fascisti. Perché “se non si è con Renzi non si può che essere contro l’Europa”. Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’ Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo. Eppure non è mancato agli stessi giornali e telegiornali lo spazio per occuparsi del congresso del “nuovo” (il 14°) partito comunista fondato da Rizzo, della presentazione della lista elettorale Stamina, della riammissione dei Verdi alla competizione elettorale anche senza aver raccolto le firme (mentre chi le ha raccolte non ha meritato nemmeno una riga). Il tutto viene completato con la presentazione di sondaggi che danno la lista per morta: sono i tre divulgati dalle televisioni di regime, mentre tutti gli altri sondaggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbarramento, ma non vengono resi noti.
Io, che ho lavorato anche in una società di sondaggi, so bene come si fa ad orientarli (e anche a falsificarli) e quanto contribuiscano a “orientare” e a manipolare la realtà. Giornali occupati dalla stigmatizzazione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affrontare questa campagna elettorale senza un euro di finanziamenti di stato o di pubblicità. E così via. Poco per volta, e a volte impercettibilmente, si scivola verso un nuovo regime e in questa temperie persino le critiche all’operato di Renzi vengono proposte come ragioni per un sostegno dovuto e ineluttabile.
Tipico da questo punto di vista, perché riassume una parabola che coinvolge un po’ tutti i commentatori politici che in qualche modo devono misurarsi con numeri e dati che contraddicono frontalmente le dichiarazioni del leader, è l’editoriale (l’omelia settimanale) di Eugenio Scalfari comparso sul numero pasquale di Repubblica. In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza copertura finanziaria, che gli servirà per stravincere le elezioni europee, anche se è basata un una serie di imbrogli contabili che presto verranno alla luce. Ma – scrive Scalfari, che pure, in margine a una critica alla riforma del Senato proposta da Renzi manifesta, senza sottolinearla, la consapevolezza che la sua riforma elettorale stravolgerà completamente l’assetto democratico del nostro paese – c’è da augurarsi comunque che quell’imbroglio funzioni; perché così il governo si rafforzerà, recupererà anche in Europa il prestigio perduto e la crescita potrà ripartire.
Il che mostra in che conto Scalfari tenga “questa Europa”: quella a cui stiamo sacrificando le ormai molte “generazioni perdute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vecchiaia e la vita stessa di un numero crescente di cittadini, di lavoratori e di imprenditori, e l’intero tessuto produttivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia – e non solo lui – della crescita (il “flogisto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gallino: tutti ne parlano e nessuno sa che cosa sia). Ma soprattutto mostra dove porta questa teoria, o visione, o percezione, sempre più diffusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiaggia”. Così, quando si sarà compiuto il disastro economico, sociale e istituzionale a cui ci sta trascinando quella sua cavalcata fatta di vuote promesse, di trucchi contabili e di nessuna capacità di progettare un vero cambiamento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tornare indietro.
È per questo che bisogna fermarlo qui e ora, a partire da un rovesciamento dei pronostici – meglio sarebbe chiamarli auspici di regime – tutti a favore delle destre nazionaliste e razziste mascherate dietro la campagna anti-euro, o delle larghe intese tra PPE e PSE, con le quali la politica economica, fiscale e monetaria dell’Unione dovrebbe proseguire indisturbata il suo cammino di distruzione.
Guido Viale, Virtù che cambiano il mondo (Feltrinelli, 2013)
Non un manuale di edificazione personale, ma un manifesto politico per promuovere conflitti, campagne, lotte e organizzazione. Le “virtù” di cui si parla in questo libro sono scelte, orientamenti, saperi, comportamenti e abitudini che nascono e si sviluppano solo in un ambito di condivisione e reciprocità e in contesti conflittuali nei confronti sia delle classi dominanti sia dell’isolamento, dell’individualismo e di quella competizione di tutti contro tutti che costituiscono i tratti dominanti della nostra epoca. Sono anche percorsi di formazione di una nuova capacità di autogoverno necessaria per esautorare, con altri metodi e un diverso rapporto con le comunità, le attuali élite politiche, imprenditoriali, manageriali, amministrative e culturali incapaci di assicurare un futuro sia al nostro paese che al pianeta. Garantiscono a tutti un’apertura verso un “mondo diverso” e la possibilità di sottrarsi all’attesa impotente della catastrofe economica e ambientale che incombe. Ogni capitolo del libro, nel presentare una “virtù”, fa in realtà riferimento a contesti di lotta e a processi organizzativi concreti in cui specifici atteggiamenti e comportamenti sono cresciuti e si sono rivelati determinanti nel promuovere un aumento sostanziale della solidarietà, della consapevolezza, dei saperi e della forza dei suoi protagonisti. L’elenco delle “virtù” prese in esame chiarisce il significato di questo approccio: dignità, accoglienza, empatia, sobrietà, conoscenza… Ovviamente non è una rassegna completa delle “virtù” necessarie a imboccare la strada che porta alla trasformazione del mondo, ma un buon bagaglio da cui partire.
