Io portavoce…

Dato che per motivi tecnici il mio intervento (insieme a quelli di molti altri) non compare sul web, riporto qui la scaletta che avevo preparato (in corsivo le parti che per motivi di tempo non sono riuscito a sviluppare).

Sono stato nominato (via mail) portavoce di un gruppo di 46 volontari impegnati nel sociale, molti dei quali sono entrati in politica con la lista Tsipras e poi sono “scappati (testuale) per assoluta mancanza di trasparenza”. Io non conosco quelle 46 persone e non so nemmeno se esistono realmente, come non conosco quasi nessuno delle 944 persone che , come ci ha tempestivamente comunicato Torelli, hanno aderito al manifesto “siamo a un bivio”. Ma a tutti dico benvenuti tra noi! Leggi tutto “Io portavoce…”

Il mondo dei vivi

Le informazioni che trapelano dall’inchiesta Mafia Capitale hanno la valenza di un carotaggio, nel tempo e nello spazio, degli strati di cui è composta la società italiana. Al di là delle ripartizioni dei suoi abitanti per professione, reddito o classe, infatti, anche la società dell’Italia repubblicana, come il mondo di Mafia Capitale, è da tempo suddivisa in tre strati dagli incerti confini: il mondo dei morti, quello dei vivi, e quello di mezzo.
Il mondo dei morti, cioè sotterraneo, è una rete che collega nel tempo e nello spazio la mafia, i servizi segreti, la criminalità organizzata (di cui la banda della Magliana è stata l’espressione nazionale, e non solo romana, più tipica, ma non la sola), la massoneria, il Vaticano e lo squadrismo neofascista. Dalla strage di Portella della Ginestra al colpo di Stato del generale De Lorenzo, alle stragi di Piazza Fontana, piazza della Loggia, della stazione di Bologna e dell’estate del 1993, fino all’ascesa di Berlusconi, miliardario con capitali di incerta origine, e su, su fino ai giorni nostri, la storia italiana non solo è costellata di episodi che vedono variamente coinvolte tutte quelle componenti. Ma quegli episodi non sono che punti di emersione di una trama continua che ha determinato o condizionato l’evoluzione politica della Repubblica assai più di partiti e sindacati, o di Confindustria, Banca d’Italia, Commissione europea o Bce. È quello il sottosuolo della storia patria, il mondo dei morti (peraltro più vivi e vegeti che mai) di cui parla Massimo Carminati nelle sue intercettazioni.
Il mondo dei vivi (molti dei quali ridotti da tempo allo stato di larve), invece, è certo più visibile e trasparente, perché sta alla luce del sole. Ma è più difficile da descrivere e non è facile da oggettivare, perché ciascuno di noi in qualche modo e in varia misura ne fa parte. Ma il mondo dei vivi ha indubbiamente i suoi terminali, abilitati ai rapporti, seppure indiretti, con il mondo dei morti, nella “politica” (tutta, o quasi), nell’imprenditoria (idem), nelle posizioni apicali della pubblica amministrazione e nella finanza: i luoghi del comando palese sul nostro lavoro e sulle nostre vite.
Il mondo di mezzo di Carminati e sodali è l’interfaccia tra quei due territori ed è il più difficile da circoscrivere, perché non si sa mai esattamente quanto uno stia di là e quanto di qua del suo confine superiore o inferiore; e da quando, dato che nel mondo dei morti si entra solo a una certa età, e magari con un’altra storia alle spalle. In questo esercizio è tanto facile sbagliare o prendere delle cantonate quanto lo è dire di averle prese (come fanno tutti quelli colti con le mani nel sacco anche quando sapevano benissimo come stanno le cose).
La loggia massonica P2 di Licio Gelli è stata per molti anni – soprattutto quando quasi nessuno ne parlava, e ben pochi sapevano che cosa fosse – il paradigma di quel mondo di mezzo. Aveva attratto generali, magistrati, imprenditori, politici (ogni corrente democristiana e socialista aveva in essa un suo referente; e molti di loro sono ancor oggi “in pista”), ma anche spie, capi fascisti ed esponenti della malavita. E’ storia, ma se vogliamo farci un’idea di che cosa sia oggi il mondo di mezzo, è a quelle vicende, mai veramente concluse, che possiamo far riferimento.
Nel frattempo il mondo dei vivi è cambiato parecchio; si è fatto più complicato e l’analisi sociale – ma anche l’idea che ci facciamo della società, parlando con chi frequentiamo, leggendo il giornale, guardando la televisione o con internet – non ci aiuta a ricostruirne i connotati. Mentre il mondo di sotto, invece, è sempre quello: ogni tanto gli viene assestata una mazzata; ma poi si riprende e torna all’opera quanto e come prima.

A “democratizzarsi”, per adattarsi ai tempi, è stato soprattutto il mondo di mezzo: trenta o più anni fa non ci saremmo mai aspettati di trovare, in una vicenda così emblematica come Mafia Capitale, delle imprese sociali costituite per dar lavoro ai detenuti; né il personale politico del Pd – epigono di quel Pci sulla cui “diversità” già Berlinguer aveva cominciato a nutrire dei dubbi – impegolato in una rete di malversazioni in associazione con delinquenti e caporioni fascisti; né il presidente della Lega delle Cooperative – oggi ministro – che banchetta e conversa confidenzialmente con la stessa compagnia.
Troviamo così, a gestire l’emarginazione e lo sfruttamento feroce di rom, sinti, migranti e profughi, una costellazione di cooperative controllate dalla “29 giugno”, cuore di Mafia Capitale, nate per offrire un percorso di riscatto agli emarginati creati dal carcere. E troviamo alla guida delle manifestazioni o degli assalti contro i ricoveri dei profughi e i campi dei nomadi (per alimentare il lucroso ed eterno carosello di sgomberi e reinsediamenti) gli stessi fascisti che, complice la rete delle relazioni consociative con il Pd, riescono a lucrare, sia in politica che in campo economico, tanto sulla loro “accoglienza” che sulla loro cacciata. Così viene consegnata nelle loro mani la partita più delicata di tutta la politica italiana: un capolavoro! Nessuno stupore, allora, per l’irresistibile ascesa di Salvini e company.
È difficile sostenere che per il Pd si tratti solo di incidenti di percorso, quando tanti esponenti del partito ne risultano foraggiati per le loro campagne elettorali, o per le primarie, o per la loro apoteosi di leader (le tre attività a cui si è ridotta la vita del Pd). Il tutto dopo aver messo il finanziamento della politica interamente nelle mani di chi, non importa come, i soldi ce li ha. Ma dopo che vicende simili, anche se meno spendibili come romanzi noir, sono emerse a Sesto, in Valle di Susa, a Milano, a Venezia, a Napoli, a Messina e altrove, come si può ancora proporre di votare o allearsi con il Pd per rendere la società più giusta?
Ma c’è un problema ancora più serio: dove finisce quella ragnatela? Tutto il “mondo dei vivi” ne è in qualche misura inquinato, anche quando è impegnato in progetti mille miglia lontani dai forni dove si cuoce quella minestra. Per molto associazionismo e molto volontariato, ma persino per alcuni centri sociali che sono l’antitesi di quei forni, sarebbe difficile continuare a operare senza beneficiare di affidamenti, incarichi, sostegni o facilitazioni che fanno capo a quella rete di connivenze, e che rendono difficile denunciarla e combatterla anche quando se ne conosce o sospetta la natura. Il terzo settore non è certo fatto di imprese criminali come la cooperativa 29 giugno; ci sono migliaia di imprese sociali mille volte più pulite; e persino all’interno della 29 giugno non sarebbe forse difficile trovare imprese, soci o lavoratori dediti alle finalità per cui sono stati reclutati.
Ma persino i partiti “alla sinistra del Pd”, pieni di militanti volenterosi, hanno spesso legato la propria sopravvivenza al proprio insediamento ai margini di una giunta locale o regionale, o in seno a una società partecipata, o al finanziamento di qualche loro iniziativa. Così, in un regime di risorse scarse, cresce tra tutti una competizione serrata per non perdere le posizioni acquisite; e per giustificare la propria esistenza; e quella dei propri apparati si ricorre spesso a sottili distinguo per differenziarsi e qualificarsi rispetto a tutti gli altri. Ma questo clima ha finito per contagiare anche organizzazioni che non hanno niente da conservare e nessun motivo per competere. Quando ci chiediamo come mai la sinistra italiana, e soprattutto i movimenti che essa vorrebbe rappresentare, sono così frammentati, una riflessione sulla condizione e la competizione a cui è stato sospinto “il mondo dei vivi” non sarebbe vana.

Dal comizio tenuto a Bari con i candidati pugliesi della lista L’altra Europa e Nichi Vendola

Care compagne e cari compagni,
Care amiche e cari amici,

Siamo qui per chiedervi il voto alla lista L’Altra Europa con Tsipras, e soprattutto per chiedervi di chiederlo a tutti coloro con cui siete in rapporto: in famiglia, tra amici, sul lavoro, nel tempo libero, nei vostri incontri casuali. Voglio spiegarvi innanzitutto che cosa c’è scritto nel simbolo che vi invitiamo a votare, perché lì stanno le ragioni del voto che vi chiediamo.

L’altra Europa vuol dire che noi vogliamo un’Europa diversa, democratica, federalista, ecologica, inclusiva, solidale e non questa Europa, che rischia di sfasciarsi e di sfasciarci perché ci opprime con politiche di austerità che stanno portando i suoi paesi membri e i suoi cittadini, uno dietro l’altro, alla povertà, alla disoccupazione, alla disperazione.

Ma meno che mai pensiamo che la soluzione stia nell’uscire prima dall’euro e poi dall’Europa, perché in un mondo ferocemente globalizzato non c’è più posto per il nazionalismo commerciale e meno che mai per il nazionalismo politico, che è la radice del razzismo e della guerra: proprio ciò che intendeva sventare per sempre il progetto di un’Europa unita e federale, concepito settant’anni fa nel carcere di Ventotene da Altiero Spinelli, padre della nostra capolista in questa circoscrizione. Vogliamo più Europa e non meno Europa.

Per noi un’altra Europa vuol dire NO all’austerity, NO al debito che strangola le nostre economie, SI’ a un reddito decente per tutti, SI’ alla tutela dell’ambiente e della salute, SI’ a un’occupazione finalizzata a salvaguardare ambiente, convivenza e giustizia.

La seconda parte del nostro simbolo, Con Tsipras, vuol dire stare con Syriza, il partito greco nato dall’aggregazione di ben tredici organismi e partiti della sinistra, più litigiosi ancora di quanto lo siamo, o lo siamo stati, noi; ma un’organizzazione che sotto la guida di Alexis Tsipras ha saputo promuovere un processo unitario che in pochi anni lo ha portato a essere il primo partito del paese, e alle prossime elezioni nazionali, il partito incaricato di formare il nuovo governo greco.

Da questo itinerario possiamo imparare una cosa fondamentale: SI PUO’ FARE. Anche noi possiamo imboccare la stessa strada e arrivare allo stesso risultato, invece di continuare a viverci e pensarci rinchiusi nel ghetto di una sinistra eternamente minoritaria.

Su questa strada si è posta la nostra lista. La sua costituzione è un primo importante passo in quella direzione. Chi avrebbe mai immaginato, anche solo quattro mesi fa, che due organizzazioni lontane e spesso contrapposte come SEL e PRC si mettessero insieme grazie alla spinta e al richiamo delle migliaia di compagne e di compagni che hanno messo al primo posto l’unità della sinistra, di tutte le forze della sinistra?

So bene che alcuni di voi in un primo tempo erano contrari a questa soluzione. Ma poi ha prevalso in tutti una spinta di base unitaria e noi siamo ben lieti di aver accolto anche SEL in questa aggregazione dichiaratamente apartitica.

Molto resta ancora da fare. Per esempio, qui a Bari, come in regioni come il Piemonte e l’Abruzzo e in molti altri comuni, abbiamo ancora liste di sinistra diverse e contrapposte. Ma non si può avere tutto subito. L’importante è proseguire sulla strada dell’unità.

Ma come ha fatto Syriza a raggiungere quel risultato straordinario?

Innanzitutto con una ferma opposizione al memorandum della Troika, che è l’equivalente per la Grecia della lettera di Draghi e Trichet che ha ispirato tutti gli ultimi governi italiani.

A questo serve l’autonomia. Anche il Pasok, che è l’equivalente greco del nostro PD, sosteneva di opporsi. Il suo leader, Papandreu, aveva persino indetto un referendum, sicuro che il popolo greco avrebbe respinto quel memorandum. Però ha scelto di piegarsi alla Troika, e sappiamo com’è finita: il Pasok è quasi scomparso e la stessa sorte potrebbe capitare tra non molto tempo anche al PD; che oggi viaggia sulla cresta dell’onda grazie a un mare di promesse, irrealizzabili nel contesto delle politiche di austerity che critica ma non combatte; ma soprattutto legittimandosi agli occhi delle autorità europee con una serie di attacchi frontali alle condizioni dei lavoratori e alla democrazia.

Come la precarizzazione totale del lavoro e la privatizzazione, cioè la svendita, dei beni comuni, dei servizi pubblici locali, di quel che resta dell’industria di Stato. E con riforme della Costituzione e della legge elettorale concordate con il nostro nemico di sempre, e finalizzate a escludere dal Parlamento l’opposizione sociale che noi vogliamo rappresentare.

Oggi Syriza non è solo la forza maggioritaria in Grecia, ma anche il punto di riferimento di quello schieramento di forze europee che condividono con noi la candidatura di Alexis Tsipras e che grazie alla loro autonomia potranno anche ridisegnare i confini tra i raggruppamenti del Parlamento europeo.

Perché condividiamo con molte forze di altri raggruppamenti l’obiettivo di bloccare la riproposizione a livello europeo di quelle politiche di Grosse Koalition o di larghe o strette intese che ci stanno portando al disastro.

Cambiare si può, perché viviamo in un periodo di profonde trasformazioni che possono portarci a una catastrofe per il pianeta, per la democrazia e per i lavoratori o per chi vorrebbe lavorare; oppure possono sfociare in una riforma radicale degli assetti economici e istituzionali della società, a partire proprio da un’altra Europa.

L’altro elemento che ha dato forza a Syriza è l’impegno a sostenere, promuovere e non abbandonare mai le lotte sociali contro l’austerity, contro le privatizzazioni, contro i licenziamenti, contro il taglio delle pensioni, contro la distruzione del territorio; ma anche le tante iniziative di cittadinanza e del volontariato che si sono sviluppate in questo periodo: ambulatori promossi dal volontariato, farmacie autogestite, mercatini, scuole alternative, e tante altre cose simili.

Syriza ci insegna che con le lotte dei lavoratori e dei cittadini che difendono le loro condizioni di vita e la loro stessa vita si deve sempre stare: anche quando non se ne condividono pienamente le forme o gli obiettivi. Perché solo stando con loro è possibile, eventualmente, contribuire a riorientarle in una direzione più efficace.

Qui in Italia di lotte e di iniziative di cittadinanza ne abbiamo tantissime. E ne abbiamo tante anche in qui in Puglia. Ma tra tutte spicca la ribellione dei lavoratori dell’Ilva e dei cittadini di Taranto contro un sistema che ha messo a repentaglio vite e salute, ma anche il posto di lavoro di migliaia e migliaia di loro; a dimostrazione del fatto che ambiente e occupazione non sono obiettivi contrapposti, ma insieme marciano o insieme cadono.

Questa loro ribellione non ha però trovato un sostegno adeguato. Avrebbe potuto e dovuto diventare un riferimento per tutti i movimenti, come le bandiere NoTav lo sono da tempo per tutte le manifestazioni che si svolgono in Italia.

Invece non solo è stata lasciata a se stessa, e alle proprie contraddizioni e abbiamo assistito, nei suoi confronti, anche a comportamenti inaccettabili che non possono avere cittadinanza nella nostra casa comune. Per questo dobbiamo riprendere il filo di un rapporto con le lotte dell’Ilva e dei cittadini di Taranto facendo tutti, come dice Tsipras: “Un passo indietro per farne molti in avanti, insieme”. E’ una cosa che ci riguarda tutti.

Solo così questa nuova ritrovata unità potrà riportarci tutti, umilmente, a imparare dalle lotte degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, e dalle battaglie dei cittadini che difendono il loro diritto al lavoro, alla salute e alla vita.

Concludo ringraziando quanti si sono impegnati e si stanno impegnando in questa nostra battaglia comune, dalla raccolta delle firme alla proposta delle candidature, dalla campagna elettorale vera e propria al nostro impegno unitario che continuerà rafforzato, al di là del 25 maggio. Perché il lavoro che abbiamo ancora da fare, sulle orme di Syriza e di Tsipras, è ancora lungo. Grazie

Grazie.

Come i media preparano un regime

Ci si è chiesto spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato possibile che nel 1931, su oltre milleduecento docenti universitari solo una quindicina avesse rifiutato di giurare fedeltà al fascismo; e come fosse stato possibile che con loro si fossero allineati migliaia di giornalisti, di scrittori, di intellettuali – la totalità di quelli rimasti in funzione – contribuendo tutti insieme a costruire una solida base di consenso alla dittatura di Mussolini.

Oggi, senza nemmeno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere autoritario e incontrollato, a cui peraltro anche allora molti erano già ben predisposti, la corsa ad allinearsi con il potente di turno, magnificandone qualità e operato, ha assunto da due decenni a questa parte un andamento a valanga; per poi accorgersi, una volta usciti temporaneamente o definitivamente di scena i destinatari di tanta ammirazione, che i risultati del loro operare – del loro “fare” in campo economico, sociale, istituzionale e, soprattutto, culturale – erano inconsistenti, negativi, o addirittura drammatici. Ma rimaneva tuttavia, in alcuni angoli riservati del giornalismo cartaceo e televisivo, lo sforzo di un vaglio critico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spiraglio alla legittimazione di un’opposizione.

Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi – “dà con una mano per prendere con l’altra” (e molto di più) è la sintesi del suo operato – il coro delle ovazioni si è fatto assordante; lo spazio che gli riservano giornali e TV è totalitario (come documenta l’osservatorio sulle TV di Pavia); i toni sono perentori; i rimandi alle sue poliedriche capacità incontinenti; il servilismo degli adulatori dilagante (Papa Francesco copia “lo stile di Renzi” ci ha informato un notiziario). Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento; sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un “moderno” autoritarismo. “Moderno” perché è quello auspicato dall’alta finanza, che ormai controlla la politica e le nostre vite; come emerge anche da un documento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si scaglia contro le costituzioni antifasciste e democratiche che ostacolerebbero il proficuo svolgimento degli “affari”. È l’autoritarismo perseguito dalle “riforme” costituzionali ed elettorali di Renzi, tese a cancellare con premio e soglie di sbarramento ogni possibilità di controbilanciare i poteri dei partiti – o del partito – al potere: non solo in Parlamento, ma ovunque; a partire dai Comuni, non certo aiutati a “fare”, bensì paralizzati dai tagli ai bilanci e dal patto di stabilità per costringerli ad abdica dal loro ruolo, che è fornire quei servizi pubblici locali di cui è intessuta l’esistenza quotidiana dei cittadini. Renzi, come Letta, Monti e Berlusconi, vuole costringerli ad alienarli: come aveva fatto Mussolini sostituendo ai consigli comunali i suoi prefetti.

Una riprova non marginale di questo clima è il modo in cui stampa e media seguono la campagna elettorale europea, confinandola interamente in un confronto Renzi-Grillo (con Berlusconi ormai ai margini) privo di contenuti programmatici e tutto incentrato sulle diverse forme di “carisma” che i due leader esibiscono. In questo contesto il silenzio calato sulla lista L’altra Europa con Tsipras, l’unica che si presenta con un programma per cambiare radicalmente l’Europa (che è l’argomento di cui è proibito parlare) e non per abbandonarla insieme all’euro, né per continuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come passaggio obbligato per tornare alla “crescita”. Della lista L’altra Europa stampa e televisioni hanno seguito e ingigantito le difficoltà incontrate nel corso della sua formazione, per poi calare una cortina di silenzio totale sulla sua esistenza a sui suoi successi. La venuta di Tsipras a Palermo, con un teatro pieno, la gente in piedi e mille persone rimaste fuori ad ascoltare, con una visita all’albero di Falcone accompagnato da centinaia di sostenitori e con l’incontro con il sostituto Di Matteo, non ha meritato nemmeno un cenno o una riga. Nemmeno la consegna delle 220 mila firme raccolte per consentire la partecipazione della liste alle elezioni, un risultato su cui molti media avevano scommesso che non sarebbe mai stato raggiunto, ha avuto la minima menzione.

L’apertura della campagna elettorale al teatro Gobetti di Torino con la partecipazione di Gustavo Zagrebelski e altre centinaia di sostenitori è anch’essa scomparsa nel nulla.

Quando si accenna di sfuggita alla lista L’altra Europa, per lo più per denigrare o sbeffeggiare i tanti intellettuali di valore che la sostengono – ribattezzati “professoroni”; e solo per questo se ne parla – il suo programma viene assimilato a quello dei no-euro, dei nazionalisti o addirittura dei fascisti. Perché “se non si è con Renzi non si può che essere contro l’Europa”. Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’ Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo. Eppure non è mancato agli stessi giornali e telegiornali lo spazio per occuparsi del congresso del “nuovo” (il 14°) partito comunista fondato da Rizzo, della presentazione della lista elettorale Stamina, della riammissione dei Verdi alla competizione elettorale anche senza aver raccolto le firme (mentre chi le ha raccolte non ha meritato nemmeno una riga). Il tutto viene completato con la presentazione di sondaggi che danno la lista per morta: sono i tre divulgati dalle televisioni di regime, mentre tutti gli altri sondaggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbarramento, ma non vengono resi noti.

Io, che ho lavorato anche in una società di sondaggi, so bene come si fa ad orientarli (e anche a falsificarli) e quanto contribuiscano a “orientare” e a manipolare la realtà. Giornali occupati dalla stigmatizzazione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affrontare questa campagna elettorale senza un euro di finanziamenti di stato o di pubblicità. E così via. Poco per volta, e a volte impercettibilmente, si scivola verso un nuovo regime e in questa temperie persino le critiche all’operato di Renzi vengono proposte come ragioni per un sostegno dovuto e ineluttabile.

Tipico da questo punto di vista, perché riassume una parabola che coinvolge un po’ tutti i commentatori politici che in qualche modo devono misurarsi con numeri e dati che contraddicono frontalmente le dichiarazioni del leader, è l’editoriale (l’omelia settimanale) di Eugenio Scalfari comparso sul numero pasquale di Repubblica. In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza copertura finanziaria, che gli servirà per stravincere le elezioni europee, anche se è basata un una serie di imbrogli contabili che presto verranno alla luce. Ma – scrive Scalfari, che pure, in margine a una critica alla riforma del Senato proposta da Renzi manifesta, senza sottolinearla, la consapevolezza che la sua riforma elettorale stravolgerà completamente l’assetto democratico del nostro paese – c’è da augurarsi comunque che quell’imbroglio funzioni; perché così il governo si rafforzerà, recupererà anche in Europa il prestigio perduto e la crescita potrà ripartire.

Il che mostra in che conto Scalfari tenga “questa Europa”: quella a cui stiamo sacrificando le ormai molte “generazioni perdute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vecchiaia e la vita stessa di un numero crescente di cittadini, di lavoratori e di imprenditori, e l’intero tessuto produttivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia – e non solo lui – della crescita (il “flogisto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gallino: tutti ne parlano e nessuno sa che cosa sia). Ma soprattutto mostra dove porta questa teoria, o visione, o percezione, sempre più diffusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiaggia”. Così, quando si sarà compiuto il disastro economico, sociale e istituzionale a cui ci sta trascinando quella sua cavalcata fatta di vuote promesse, di trucchi contabili e di nessuna capacità di progettare un vero cambiamento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tornare indietro.

È per questo che bisogna fermarlo qui e ora, a partire da un rovesciamento dei pronostici – meglio sarebbe chiamarli auspici di regime – tutti a favore delle destre nazionaliste e razziste mascherate dietro la campagna anti-euro, o delle larghe intese tra PPE e PSE, con le quali la politica economica, fiscale e monetaria dell’Unione dovrebbe proseguire indisturbata il suo cammino di distruzione.

Guido Viale, Virtù che cambiano il mondo (Feltrinelli, 2013)

CatturaNon un manuale di edificazione personale, ma un manifesto politico per promuovere conflitti, campagne, lotte e organizzazione. Le “virtù” di cui si parla in questo libro sono scelte, orientamenti, saperi, comportamenti e abitudini che nascono e si sviluppano solo in un ambito di condivisione e reciprocità e in contesti conflittuali nei confronti sia delle classi dominanti sia dell’isolamento, dell’individualismo e di quella competizione di tutti contro tutti che costituiscono i tratti dominanti della nostra epoca. Sono anche percorsi di formazione di una nuova capacità di autogoverno necessaria per esautorare, con altri metodi e un diverso rapporto con le comunità, le attuali élite politiche, imprenditoriali, manageriali, amministrative e culturali incapaci di assicurare un futuro sia al nostro paese che al pianeta. Garantiscono a tutti un’apertura verso un “mondo diverso” e la possibilità di sottrarsi all’attesa impotente della catastrofe economica e ambientale che incombe. Ogni capitolo del libro, nel presentare una “virtù”, fa in realtà riferimento a contesti di lotta e a processi organizzativi concreti in cui specifici atteggiamenti e comportamenti sono cresciuti e si sono rivelati determinanti nel promuovere un aumento sostanziale della solidarietà, della consapevolezza, dei saperi e della forza dei suoi protagonisti. L’elenco delle “virtù” prese in esame chiarisce il significato di questo approccio: dignità, accoglienza, empatia, sobrietà, conoscenza… Ovviamente non è una rassegna completa delle “virtù” necessarie a imboccare la strada che porta alla trasformazione del mondo, ma un buon bagaglio da cui partire.